Canti di Giacomo Leopardi Testo dell’edizione a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917. Trascrizione di Wikisource (https://it.wikisource.org/wiki/Canti_(Leopardi_-_Donati)), licenza CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.it). Da Libri di dominio pubblico: https://libridominiopubblico.it/libri/canti-leopardi/ All’Italia O patria mia, vedo le mura e gli archi e le colonne e i simulacri e l’erme torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi i nostri padri antichi. Or fatta inerme, nuda la fronte e nudo il petto mostri. Oimè! quante ferite, che lividor, che sangue! oh, qual ti veggio, formosissima donna! Io chiedo al cielo e al mondo: — Dite, dite; chi la ridusse a tale? — E questo è peggio, che di catene ha carche ambe le braccia; sí che sparte le chiome e senza velo siede in terra negletta e sconsolata, nascondendo la faccia tra le ginocchia, e piange. — Piangi, ché ben hai donde, Italia mia, le genti a vincer nata e nella fausta sorte e nella ria. Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive, mai non potrebbe il pianto adeguarsi al tuo danno ed allo scorno; ché fosti donna, or sei povera ancella. Chi di te parla o scrive, che, rimembrando il tuo passato vanto, non dica: — Giá fu grande, or non è quella? — Perché, perché? Dov’è la forza antica? dove l’armi e il valore e la costanza? Chi ti discinse il brando? chi ti tradí? Qual arte o qual fatica o qual tanta possanza valse a spogliarti il manto e l’auree bende? Come cadesti o quando da tanta altezza in cosí basso loco? Nessun pugna per te? non ti difende nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io. Dammi, o ciel, che sia foco agl’italici petti il sangue mio. Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi e di carri e di voci e di timballi: in estranie contrade pugnano i tuoi figliuoli. Attendi. Italia, attendi. Io veggio, o parmi, un fluttuar di fanti e di cavalli, e fumo e polve, e luccicar di spade come tra nebbia lampi. Né ti conforti? e i tremebondi lumi piegar non soffri al dubitoso evento? A che pugna in quei campi l’itala gioventude? O numi, o numi! pugnan per altra terra itali acciari. Oh misero colui che in guerra è spento, non per li patrii lidi e per la pia consorte e i figli cari, ma da nemici altrui, per altra gente, e non può dir morendo: — Alma terra natia, la vita che mi desti ecco ti rendo. — Oh venturose e care e benedette l’antiche etá, che a morte per la patria correan le genti a squadre, e voi sempre onorate e gloriose, o tessaliche strette, dove la Persia e il fato assai men forte fu di poch’alme franche e generose! Io credo che le piante e i sassi e l’onda e le montagne vostre al passeggere con indistinta voce narrin siccome tutta quella sponda coprîr le invitte schiere de’ corpi ch’alla Grecia eran devoti. Allor, vile e feroce, Serse per l’Ellesponto si fuggia, fatto ludibrio agli ultimi nepoti; e sul colle d’Antela, ove morendo si sottrasse da morte il santo stuolo, Simonide salía, guardando l’etra e la marina e il suolo. E di lacrime sparso ambe le guance, e il petto ansante, e vacillante il piede, toglieasi in man la lira: — Beatissimi voi, ch’offriste il petto alle nemiche lance per amor di costei ch’al sol vi diede; voi, che la Grecia cole e il mondo ammira. Nell’armi e ne’ perigli qual tanto amor le giovanette menti, qual nell’acerbo fato amor vi trasse? Come sí lieta, o figli, l’ora estrema vi parve, onde ridenti correste al passo lacrimoso e duro? Parea ch’a danza e non a morte andasse ciascun de’ vostri, o a splendido convito: ma v’attendea lo scuro Tartaro, e l’onda morta; né le spose vi fôro o i figli accanto, quando su l’aspro lito senza baci moriste e senza pianto. Ma non senza de’ Persi orrida pena ed immortale angoscia. Come lion di tori entro una mandra or salta a quello in tergo e sí gli scava con le zanne la schiena, or questo fianco addenta or quella coscia; tal fra le perse torme infuriava l’ira de’ greci petti e la virtute. Ve’ cavalli supini e cavalieri; vedi intralciare ai vinti la fuga i carri e le tende cadute, e correr fra’ primieri pallido e scapigliato esso tiranno; ve’ come infusi e tinti del barbarico sangue i greci eroi, cagione ai Persi d’infinito affanno, a poco a poco vinti dalle piaghe, l’un sopra l’altro cade. Oh viva! oh viva! beatissimi voi mentre nel mondo si favelli o scriva. Prima divelte, in mar precipitando, spente nell’imo strideran le stelle, che la memoria e il vostro amor trascorra o scemi. La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando verran le madri ai parvoli le belle orme del vostro sangue. Ecco, io mi prostro, o benedetti, al suolo, e bacio questi sassi e queste zolle, che fien lodate e chiare eternamente dall’uno all’altro polo. Deh! foss’io pur con voi qui sotto, e molle fosse del sangue mio quest’alma terra. Ché, se il fato è diverso, e non consente ch’io per la Grecia i moribondi lumi chiuda prostrato in guerra, cosí la vereconda fama del vostro vate appo i futuri possa, volendo i numi, tanto durar quanto la vostra duri. Sopra il monumento di Dante Perché le nostre genti Pace sotto le bianche ali raccolga, non fien da’ lacci sciolte dell’antico sopor l’itale menti s’ai patrii esempi della prisca etade questa terra fatal non si rivolga. O Italia, a cor ti stia far ai passati onor; ché d’altrettali oggi vedove son le tue contrade, né v’è chi d’onorar ti si convegna. Volgiti indietro e guarda, o patria mia, quella schiera infinita d’immortali, e piangi e di te stessa ti disdegna; ché senza sdegno omai la doglia è stolta: volgiti e ti vergogna e ti riscuoti, e ti punga una volta pensier degli avi nostri e de’ nepoti. D’aria e d’ingegno e di parlar diverso per lo toscano suol cercando gía l’ospite desioso dove giaccia colui per lo cui verso il meonio cantor non è piú solo. Ed, oh vergogna! udía che, non che il cener freddo e l’ossa nude giaccian esuli ancora dopo il funereo dí sott’altro suolo, ma non sorgea dentro a tue mura un sasso, Firenze, a quello per la cui virtude tutto il mondo t’onora. Oh voi pietosi, onde sí tristo e basso obbrobrio laverá nostro paese! Bell’opra hai tolta e di che amor ti rende, schiera prode e cortese, qualunque petto amor d’Italia accende. Amor d’Italia, o cari, amor di questa misera vi sproni, ver’ cui pietade è morta in ogni petto omai, perciò che amari giorni dopo il seren dato n’ha il cielo. spirti v’aggiunga e vostra opra coroni misericordia, o figli, e duolo e sdegno di cotanto affanno onde bagna costei le guance e il velo. Ma voi di quale ornar parola o canto si debbe, a cui non pur cure o consigli, ma dell’ingegno e della man daranno i sensi e le virtudi eterno vanto oprate e mostre nella dolce impresa? Quali a voi note invio, sí che nel core, sí che nell’alma accesa nova favilla indurre abbian valore? Voi spirerá l’altissimo subbietto, ed acri punte premeravvi al seno. Chi dirá l’onda e il turbo del furor vostro e dell’immenso affetto? chi pingerá l’attonito sembiante? chi degli occhi il baleno? qual può voce mortal celeste cosa agguagliar figurando? Lunge sia, lunge, alma profana. Oh quante lacrime al nobil sasso Italia serba! Come cadrá? come dal tempo rósa fia vostra gloria o quando? Voi, di che il nostro mal si disacerba, sempre vivete, o care arti divine, conforto a nostra sventurata gente, fra l’itale ruine gl’itali pregi a celebrare intente. Ecco, voglioso anch’io ad onorar nostra dolente madre porto quel che mi lice, e mesco all’opra vostra il canto mio, sedendo u’ vostro ferro i marmi avviva. O dell’etrusco metro inclito padre, se di cosa terrena, se di costei, che tanto alto locasti qualche novella ai vostri lidi arriva, io so ben che per te gioia non senti, che saldi men che cera e men ch’arena, verso la fama che di te lasciasti, son bronzi e marmi; e dalle nostre menti se mai cadesti ancor, s’unqua cadrai, cresca, se crescer può, nostra sciaura, e in sempiterni guai pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura. Ma non per te; per questa ti rallegri povera patria tua, s’unqua l’esempio degli avi e de’ parenti ponga ne’ figli sonnacchiosi ed egri tanto valor che un tratto alzino il viso. Ahi, da che lungo scempio vedi afflitta costei, che sí meschina te salutava allóra che di novo salisti al paradiso! oggi ridotta sí che, a quel che vedi, fu fortunata allor donna e reina. Tal miseria l’accora qual tu forse, mirando, a te non credi. Taccio gli altri nemici e l’altre doglie, ma non la piú recente e la piú fera, per cui presso alle soglie vide la patria tua l’ultima sera. Beato te, che il fato a viver non dannò fra tanto orrore; che non vedesti in braccio L’itala moglie a barbaro soldato; non predar, non guastar cittadi e colti l’asta inimica e il peregrin furore; non degl’itali ingegni tratte l’opre divine a miseranda schiavitude oltre l’alpe, e non de’ folti carri impedita la dolente via; non gli aspri cenni ed i superbi regni; non udisti gli oltraggi e la nefanda voce di libertá che ne schernía tra il suon delle catene e de’ flagelli. Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto che lasciaron quei felli? qual tempio, quale altare o qual misfatto? Perché venimmo a sí perversi tempi? perché il nascer ne desti, o perché prima non ne desti il morire, acerbo fato? onde, a stranieri ed empi nostra patria vedendo ancella e schiava, e da mordace lima roder la sua virtú, di null’aita e di nullo conforto lo spietato dolor, che la stracciava, ammollir ne fu dato in parte alcuna. Ahi! non il sangue nostro e non la vita avesti, o cara; e morto io non son per la tua cruda fortuna. Qui l’ira al cor, qui la pietade abbonda: pugnò, cadde gran parte anche di noi: ma per la moribonda Italia no; per li tiranni suoi. Padre, se non ti sdegni, mutato sei da quel che fosti in terra. Morían per le rutene squallide piagge, ahi! d’altra morte degni, gl’itali prodi; e lor fea l’aere e il cielo e gli uomini e le belve immensa guerra. Cadeano a squadre a squadre, semivestiti, maceri e cruenti, ed era letto agli egri corpi il gelo. Allor, quando traean l’ultime pene, membrando questa desiata madre, diceano: — Oh non le nubi e non i venti, ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene, o patria nostra. Ecco, da te rimoti, quando piú bella a noi l’etá sorride, a tutto il mondo ignoti, moriam per quella gente che t’uccide. — Di lor querela il boreal deserto e conscie fûr le sibilanti selve. Cosí vennero al passo, e i negletti cadaveri all’aperto su per quello di neve orrido mare dilacerâr le belve; e sará il nome degli egregi e forti pari mai sempre ed uno con quel de’ tardi e vili. Anime care, bench’infinita sia vostra sciagura, datevi pace; e questo vi conforti che conforto nessuno avrete in questa o nell’etá futura. In seno al vostro smisurato affanno posate, o di costei veraci figli, al cui supremo danno il vostro solo è tal che s’assomigli. Di voi giá non si lagna la patria vostra, ma di chi vi spinse a pugnar contra lei, sí ch’ella sempre amaramente piagna e il suo col vostro lacrimar confonda. Oh, di costei, ch’ogni altra gloria vinse, pietá nascesse in core a tal de’ suoi, ch’affaticata e lenta di sí buia vorago e sí profonda la ritraesse! O glorioso spirto, dimmi: d’Italia tua morto è l’amore? Di’: quella fiamma, che t’accese, è spenta? Di’: né piú mai rinverdirá quel mirto ch’alleggiò per gran tempo il nostro male? nostre corone al suol fien tutte sparte? né sorgerá mai tale, che ti rassembri in qualsivoglia parte? In eterno perimmo? e il nostro scorno non ha verun confine? — Io, mentre viva, andrò sclamando intorno: — Volgiti agli avi tuoi, guasto legnaggio; mira queste ruine e le carte e le tele e i marmi e i templi; pensa qual terra premi; e, se destarti non può la luce di cotanti esempli, che stai? lévati e parti. Non si conviene a sí corrotta usanza questa d’animi eccelsi altrice e scòla: se di codardi è stanza, meglio l’è rimaner vedova e sola. Ad Angelo Mai Italo ardito, a che giammai non posi di svegliar dalle tombe i nostri padri? ed a parlar gli meni a questo secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio? E come or vieni sí forte a’ nostri orecchi e sí frequente, voce antica de’ nostri, muta sí lunga etade? e perché tanti risorgimenti? In un balen feconde venner le carte; alla stagion presente i polverosi chiostri serbâro occulti i generosi e santi detti degli avi. E che valor t’infonde, italo egregio, il fato? O con l’umano valor forse contrasta il fato invano? Certo senza de’ numi alto consiglio non è ch’ove piú lento e grave è il nostro disperato obblio, a percoter ne rieda ogni momento novo grido de’ padri. Ancora è pio dunque all’Italia il cielo; anco si cura di noi qualche immortale: ch’essendo questa o nessun’altra poi l’ora da ripor mano alla virtude rugginosa dell’itala natura, veggiam che tanto e tale è il clamor de’ sepolti, e che gli eroi dimenticati il suol quasi dischiude, a ricercar s’a questa etá sí tarda anco ti giovi, o patria, esser codarda. Di noi serbate, o gloriosi, ancora qualche speranza? in tutto non siam periti? A voi forse il futuro conoscer non si toglie. Io son distrutto, né schermo alcuno ho dal dolor, ché scuro m’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno è tal che sogno e fola fa parer la speranza. Anime prodi, ai tetti vostri inonorata immonda plebe successe; al vostro sangue è scherno e d’opra e di parola ogni valor; di vostre eterne lodi né rossor piú né invidia; ozio circonda i monumenti vostri; e di viltade siam fatti esempio alla futura etade. Bennato ingegno, or, quando altrui non cale de’ nostri alti parenti, a te ne caglia; a te, cui fato aspira benigno sí che per tua man presenti paion que’ giorni allor che dalla dira obblivione antica ergean la chioma, con gli studi sepolti, i vetusti divini, a cui natura parlò senza svelarsi, onde i riposi magnanimi allegrâr d’Atene e Roma. Oh tempi, oh tempi avvolti in sonno eterno! Allora anco immatura la ruina d’Italia, anco sdegnosi eravam d’ozio turpe, e l’aura a volo piú faville rapía da questo suolo. Eran calde le tue ceneri sante, non domito nemico della fortuna, al cui sdegno e dolore fu piú l’averno che la terra amico. L’averno: e qual non è parte migliore di questa nostra? E le tue dolci corde susurravano ancora dal tocco di tua destra, o sfortunato amante. Ahi! dal dolor comincia e nasce l’italo canto. E pur men grava e morde il mal che n’addolora del tedio che n’affoga. Oh te beato, a cui fu vita il pianto! A noi le fasce cinse il fastidio; a noi presso la culla immoto siede, e su la tomba, il nulla. Ma tua vita era allor con gli astri e il mare, ligure ardita prole, quand’oltre alle Colonne, ed oltre ai liti, cui strider l’onde all’attuffar del sole parve udir su la sera, agl’infiniti flutti commesso, ritrovasti il raggio del sol caduto, e il giorno che nasce allor ch’ai nostri è giunto al fondo; e, rotto di natura ogni contrasto, ignota immensa terra al tuo viaggio fu gloria, e del ritorno ai rischi. Ahi, ahi! ma conosciuto il mondo non cresce, anzi si scema, e assai piú vasto l’etra sonante e l’alma terra e il mare al fanciullin, che non al saggio, appare. Nostri sogni leggiadri ove son giti dell’ignoto ricetto d’ignoti abitatori, o del diurno degli astri albergo, e del rimoto letto della giovane Aurora, e del notturno occulto sonno del maggior pianeta? Ecco svaniro a un punto, e figurato è il mondo in breve carta; ecco, tutto è simile, e, discoprendo, solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta il vero, appena è giunto, o caro immaginar; da te s’apparta nostra mente in eterno; allo stupendo poter tuo primo ne sottraggon gli anni; e il conforto perí de’ nostri affanni. Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo sole splendeati in vista, cantor vago dell’arme e degli amori, che in etá della nostra assai men trista empiêr la vita di felici errori: nova speme d’Italia. O torri, o celle, o donne, o cavalieri, o giardini, o palagi! a voi pensando, in mille vane amenitá si perde la mente mia. Di vanitá, di belle fole e strani pensieri si componea l’umana vita: in bando li cacciammo: or che resta? or poi che il verde è spogliato alle cose? Il certo e solo veder che tutto è vano, altro che il duolo. O Torquato, o Torquato, a noi l’eccelsa tua mente allora, il pianto a te, non altro, preparava il cielo. O misero Torquato! il dolce canto non valse a consolarti o a sciôrre il gelo onde l’alma t’avean, ch’era sí calda, cinta l’odio e l’immondo livor privato e de’ tiranni. Amore, amor, di nostra vita ultimo inganno, t’abbandonava. Ombra reale e salda ti parve il nulla, e il mondo inabitata piaggia. Al tardo onore non sorser gli occhi tuoi; mercé, non danno, l’ora estrema ti fu. Morte domanda chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda. Torna torna fra noi, sorgi dal muto e sconsolato avello, se d’angoscia sei vago, o miserando esemplo di sciagura. Assai da quello, che ti parve sí mesto e sí nefando, è peggiorato il viver nostro. O caro, chi ti compiangeria, se, fuor che di se stesso, altri non cura? chi stolto non direbbe il tuo mortale affanno anche oggidí, se il grande e il raro ha nome di follia; né livor piú, ma ben di lui piú dura la noncuranza avviene ai sommi? o quale, se, piú de’ carmi, il computar s’ascolta, ti appresterebbe il lauro un’altra volta? Da te fino a quest’ora uom non è sorto, o sventurato ingegno, pari all’italo nome, altro ch’un solo, solo di sua codarda etate indegno, allobrogo feroce, a cui dal polo maschia virtú, non giá da questa mia stanca ed arida terra, venne nel petto; onde, privato, inerme, (memorando ardimento!) in su la scena mosse guerra a’ tiranni: almen si dia questa misera guerra e questo vano campo all’ire inferme del mondo. Ei primo e sol dentro all’arena scese, e nullo il seguí, ché l’ozio e il brutto silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto. Disdegnando e fremendo, immacolata trasse la vita intera, e morte lo scampò dal veder peggio. Vittorio mio, questa per te non era etá né suolo. Altri anni ed altro seggio conviene agli alti ingegni. Or di riposo paghi viviamo, e scorti da mediocritá: sceso il sapiente e salita è la turba a un sol confine, che il mondo agguaglia. O scopritor famoso, segui; risveglia i morti, poi che dormono i vivi; arma le spente lingue de’ prischi eroi; tanto che infine questo secol di fango o vita agogni e sorga ad atti illustri, o si vergogni. Nelle nozze della sorella Paolina Poi che, del patrio nido i silenzi lasciando e le beate larve e l’antico error, celeste dono ch’abbella agli occhi tuoi quest’ermo lido, te nella polve della vita e il suono tragge il destin; l’obbrobriosa etate, che il duro cielo a noi prescrisse, impara, sorella mia, che in gravi e luttuosi tempi l’infelice famiglia all’infelice Italia accrescerai. Di forti esempi al tuo sangue provvedi. Aure soavi l’empio fato interdice all’umana virtude, né pura in gracil petto alma si chiude. O miseri o codardi figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso tra fortuna e valor dissidio pose il corrotto costume. Ahi! troppo tardi, e nella sera dell’umane cose, acquista oggi chi nasce il moto e il senso. Al ciel ne caglia: a te nel petto sieda questa sovr’ogni cura, che di fortuna amici non crescano i tuoi figli, e non di vile timor gioco o di speme: onde felici sarete detti nell’etá futura: poiché (nefando stile di schiatta ignava e finta) virtú viva sprezziam, lodiamo estinta. Donne, da voi non poco la patria aspetta; e non in danno e scorno dell’umana progenie al dolce raggio delle pupille vostre il ferro e il foco domar fu dato. A senno vostro il saggio e il forte adopra e pensa; e quanto il giorno col divo carro accerchia, a voi s’inchina. Ragion di nostra etate io chieggo a voi. La santa fiamma di gioventú dunque si spegne per vostra mano? attenuata e franta da voi nostra natura? e le assonnate menti, e le voglie indegne, e di nervi e di polpe scemo il valor natio, son vostre colpe? Ad atti egregi è sprone amor, chi ben l’estima, e d’alto affetto maestra è la beltá. D’amor digiuna siede l’alma di quello a cui nel petto non si rallegra il cor quando a tenzone scendono i venti, e quando nembi aduna l’olimpo, e fiede le montagne il rombo della procella. O spose, o verginette, a voi chi de’ perigli è schivo, e quei che indegno è della patria e che sue brame e suoi volgari affetti in basso loco pose, odio mova e disdegno; se nel femmineo core d’uomini ardea, non di fanciulle, amore. Madri d’imbelle prole v’incresca esser nomate. I danni e il pianto della virtude a tollerar s’avvezzi la stirpe vostra, e quel che pregia e cole la vergognosa etá condanni e sprezzi; cresca alla patria e gli alti gesti, e quanto agli avi suoi deggia la terra impari. Qual de’ vetusti eroi tra le memorie e il grido crescean di Sparta i figli al greco nome; finché la sposa giovanetta il fido brando cingeva al caro lato, e poi spandea le negre chiome sul corpo esangue e nudo, quando e’ reddía nel conservato scudo. Virginia, a te la molle gota molcea con le celesti dita beltade onnipossente, e degli altèri disdegni tuoi si sconsolava il folle signor di Roma. Eri pur vaga, ed eri nella stagion ch’ai dolci sogni invita, quando il rozzo paterno acciar ti ruppe il bianchissimo petto, e all’Erebo scendesti volonterosa. — A me disfiori e scioglia vecchiezza i membri, o padre; a me s’appresti — dicea — la tomba, anzi che l’empio letto del tiranno m’accoglia. E se pur vita e lena Roma avrá dal mio sangue, e tu mi svena. — O generosa, ancora che piú bello a’ tuoi dí splendesse il sole ch’oggi non fa, pur consolata e paga è quella tomba cui di pianto onora l’alma terra nativa. Ecco, alla vaga tua spoglia intorno la romulea prole di nova ira sfavilla. Ecco, di polve lorda il tiranno i crini; e libertade avvampa gli obbliviosi petti; e nella doma terra il marte latino arduo s’accampa dal buio polo ai torridi confini. Cosí l’eterna Roma, in duri ozi sepolta, femmineo fato avviva un’altra volta. A un vincitore nel pallone Di gloria il viso e la gioconda voce, garzon bennato, apprendi, e quanto al femminile ozio sovrasti la sudata virtude. Attendi, attendi, magnanimo campion (s’alla veloce piena degli anni il tuo valor contrasti la spoglia di tuo nome), attendi e il core movi ad alto desio. Te l’echeggiante arena e il circo, e te fremendo appella ai fatti illustri il popolar favore; te rigoglioso dell’etá novella, oggi la patria cara gli antichi esempi a rinnovar prepara. Del barbarico sangue in Maratona non colorò la destra quei che gli atleti ignudi e il campo eleo, che stupido mirò l’ardua palestra, né la palma beata e la corona d’emula brama il punse. E nell’Alfeo forse le chiome polverose e i fianchi delle cavalle vincitrici asterse tal che le greche insegne e il greco acciaro guidò de’ Medi fuggitivi e stanchi nelle pallide torme; onde sonâro di sconsolato grido l’alto sen dell’Eufrate e il servo lido. Vano dirai quel che disserra e scote della virtú nativa le riposte faville? e che del fioco spirto vital negli egri petti avviva il caduco fervor? Le meste rote da poi che Febo instiga, altro che giuoco son l’opre de’ mortali? ed è men vano della menzogna il vero? A noi di lieti inganni e di felici ombre soccorse natura stessa: e lá dove l’insano costume ai forti errori ésca non porse, negli ozi oscuri e nudi mutò la gente i gloriosi studi. Tempo forse verrá ch’alle ruine delle italiche moli insultino gli armenti, e che l’aratro sentano i sette colli; e pochi Soli forse fien vòlti, e le cittá latine abiterá la cauta volpe, e l’atro bosco mormorerá fra le alte mura; se la funesta delle patrie cose obblivion dalle perverse menti non isgombrano i fati, e la matura clade non torce dalle abbiette genti il ciel, fatto cortese dal rimembrar delle passate imprese. Alla patria infelice, o buon garzone, sopravviver ti doglia. Chiaro per lei stato saresti allora che del serto fulgea, di ch’ella è spoglia, nostra colpa e fatal. Passò stagione; ché nullo di tal madre oggi s’onora: ma per te stesso al polo ergi la mente. Nostra vita a che val? solo a spregiarla: beata allor che, ne’ perigli avvolta, se stessa obblia, né delle putri e lente ore il danno misura e il flutto ascolta! beata allor che, il piede spinto al varco leteo, piú grata riede! Bruto minore Poi che divelta, nella tracia polve giacque, ruina immensa, l’italica virtute, onde alle valli d’Esperia verde e al tiberino lido il calpestio de’ barbari cavalli prepara il fato, e dalle selve ignude, cui l’Orsa algida preme, a spezzar le romane inclite mura chiama i gotici brandi; sudato, e molle di fraterno sangue, Bruto per l’atra notte in erma sede, fermo giá di morir, gl’inesorandi numi e l’averno accusa, e di feroci note invan la sonnolenta aura percote. Stolta virtú, le cave nebbie, i campi dell’inquiete larve son le tue scòle, e ti si volge a tergo il pentimento. A voi, marmorei numi, (se numi avete in Flegetonte albergo o su le nubi) a voi ludibrio e scherno è la prole infelice a cui templi chiedeste, e frodolenta legge al mortale insulta. Dunque tanto i celesti odii commove la terrena pietá? dunque degli empi siedi, Giove, a tutela? e quando esulta per l’aere il nembo, e quando il tuon rapido spingi, ne’ giusti e pii la sacra fiamma stringi? Preme il destino invitto e la ferrata necessitá gl’infermi schiavi di morte: e se a cessar non vale gli oltraggi lor, de’ necessari danni si consola il plebeo. Men duro è il male che riparo non ha? dolor non sente chi di speranza è nudo? Guerra mortale, eterna, o fato indegno, teco il prode guerreggia, di cedere inesperto; e la tiranna tua destra, allor che vincitrice il grava, indomito scrollando si pompeggia, quando nell’alto lato l’amaro ferro intride, e maligno alle nere ombre sorride. Spiace agli dèi chi violento irrompe nel Tartaro. Non fôra tanto valor ne’ molli eterni petti. Forse i travagli nostri, e forse il cielo i casi acerbi e gl’infelici affetti giocondo agli ozi suoi spettacol pose? Non fra sciagure e colpe, ma libera ne’ boschi e pura etade natura a noi prescrisse, reina un tempo e diva. Or poi ch’a terra sparse i regni beati empio costume, e il viver macro ad altre leggi addisse; quando gl’infausti giorni virile alma ricusa, riede natura, e il non suo dardo accusa? Di colpa ignare e de’ lor propri danni le fortunate belve serena adduce al non previsto passo la tarda etá. Ma se spezzar la fronte ne’ rudi tronchi, o da montano sasso dare al vento precipiti le membra, lor suadesse affanno al misero desio nulla contesa legge arcana farebbe o tenebroso ingegno. A voi, fra quante stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte, figli di Prometèo, la vita increbbe; a voi le morte ripe, se il fato ignavo pende, soli, o miseri, a voi Giove contende. E tu dal mar cui nostro sangue irriga, candida luna, sorgi, e l’inquieta notte e la funesta all’ausonio valor campagna esplori. Cognati petti il vincitor calpesta, fremono i poggi, dalle somme vette Roma antica ruina; tu sí placida sei? Tu la nascente lavinia prole, e gli anni lieti vedesti, e i memorandi allori; e tu su l’alpe l’immutato raggio tacita verserai, quando, ne’ danni del servo italo nome, sotto barbaro piede rintronerá quella solinga sede. Ecco, tra nudi sassi o in verde ramo e la fèra e l’augello, del consueto obblio gravido il petto, l’alta ruina ignora e le mutate sorti del mondo: e come prima il tetto rosseggerá del villanello industre, al mattutino canto quel desterá le valli, e per le balze quella l’inferma plebe agiterá delle minori belve. Oh casi! oh gener vano! abbietta parte siam delle cose; e non le tinte glebe, non gli ululati spechi turbò nostra sciagura, né scolorò le stelle umana cura. Non io d’Olimpo o di Cocito i sordi regi, o la terra indegna, e non la notte moribondo appello; non te, dell’atra morte ultimo raggio, conscia futura etá. Sdegnoso avello placâr singulti, ornâr parole e doni di vil caterva? In peggio precipitano i tempi; e mal s’affida a putridi nepoti l’onor d’egregie menti e la suprema de’ miseri vendetta. A me d’intorno le penne il bruno augello avido roti; prema la fèra, e il nembo tratti l’ignota spoglia; e l’aura il nome e la memoria accoglia. Alla primavera O DELLE FAVOLE ANTICHE Perché i celesti danni ristori il Sole, e perché l’aure inferme Zefiro avvivi, onde fugata e sparta delle nubi la grave ombra s’avvalla; credano il petto inerme gli augelli al vento, e la diurna luce novo d’amor desio, nova speranza ne’ penetrati boschi e fra le sciolte pruine induca alle commosse belve; forse alle stanche e nel dolor sepolte umane menti riede la bella etá, cui la sciagura e l’atra face del ver consunse innanzi tempo? Ottenebrati e spenti di Febo i raggi al misero non sono in sempiterno? ed anco, Primavera odorata, inspiri e tenti questo gelido cor, questo ch’amara, nel fior degli anni suoi, vecchiezza impara? Vivi tu, vivi, o santa Natura? vivi, e il dissueto orecchio della materna voce il suono accoglie? Giá di candide ninfe i rivi albergo, placido albergo e specchio fûro i liquidi fonti. Arcane danze d’immortal piede i ruinosi gioghi scossero e l’ardue selve (oggi romito nido de’ venti): e il pastorel ch’all’ombre meridiane incerte, ed al fiorito margo adducea de’ fiumi le sitibonde agnelle, arguto carme sonar d’agresti Pani udí lungo le ripe, e tremar l’onda vide, e stupí, ché, non palese al guardo, la faretrata diva scendea ne’ caldi flutti, e dall’immonda polve tergea della sanguigna caccia il niveo lato e le verginee braccia. Vissero i fiori e l’erbe, vissero i boschi un dí. Conscie le molli aure, le nubi e la titania lampa fûr dell’umana gente, allor che ignuda te per le piagge e i colli, ciprigna luce, alla deserta notte con gli occhi intenti il viator seguendo, te compagna alla via, te de’ mortali pensosa immaginò. Che se, gl’impuri cittadini consorzi e le fatali ire fuggendo e l’onte, gl’ispidi tronchi al petto altri nell’ime selve remoto accolse, viva fiamma agitar l’esangui vene, spirar le foglie, e palpitar segreta nel doloroso amplesso Dafne o la mesta Filli, o di Climene pianger credé la sconsolata prole quel che sommerse in Eridano il Sole. Né dell’umano affanno, rigide balze, i luttuosi accenti voi negletti ferîr, mentre le vostre paurose latèbre Eco solinga, non vano error de’ venti, ma di ninfa abitò misero spirto, cui grave amor, cui duro fato escluse delle tenere membra. Ella per grotte, per nudi scogli e desolati alberghi, le non ignote ambasce e l’alte e rotte nostre querele al curvo Etra insegnava. E te d’umani eventi disse la fama esperto, musico augel, che tra chiomato bosco or vieni il rinascente anno cantando, e lamentar nell’alto ozio de’ campi, all’aer muto e fosco, antichi danni e scellerato scorno, e d’ira e di pietá pallido il giorno. Ma non cognato al nostro il gener tuo; quelle tue varie note dolor non forma, e te, di colpa ignudo, men caro assai la bruna valle asconde. Ahi, ahi! poscia che vòte son le stanze d’Olimpo, e cieco il tuono, per l’atre nubi e le montagne errando, gl’iniqui petti e gl’innocenti a paro in freddo orror dissolve; e poi ch’estrano il suol nativo, e di sua prole ignaro, le meste anime edúca; tu le cure infelici e i fati indegni, tu de’ mortali ascolta, vaga Natura, e la favilla antica rendi allo spirto mio; se tu pur vivi, e se de’ nostri affanni cosa veruna in ciel, se nell’aprica terra s’alberga o nell’equoreo seno, pietosa no, ma spettatrice almeno. Inno ai patriarchi O DE’ PRINCÍPI DEL GENERE UMANO E voi de’ figli dolorosi il canto, voi dell’umana prole incliti padri, lodando ridirá; molto all’eterno degli astri agitator piú cari, e molto di noi men lacrimabili nell’alma luce prodotti. Immedicati affanni al misero mortal, nascere al pianto, e dell’etereo lume assai piú dolci sortir l’opaca tomba e il fato estremo, non la pietá, non la diritta impose legge del cielo. E se di vostro antico error, che l’uman seme alla tiranna possa de’ morbi e di sciagura offerse, grido antico ragiona; altre piú dire colpe de’ figli, e irrequieto ingegno, e demenza maggior l’offeso Olimpo n’armâro incontra, e la negletta mano dell’altrice natura; onde la viva fiamma n’increbbe, e detestato il parto fu del grembo materno, e violento emerse il disperato Erebo in terra. Tu primo il giorno, e le purpuree faci delle rotanti sfere, e la novella prole de’ campi, o duce antico e padre dell’umana famiglia, e tu l’errante per li giovani prati aura contempli: quando le rupi e le deserte valli precipite l’alpina onda fería d’inudito fragor; quando gli ameni futuri seggi di lodate genti e di cittadi romorose, ignota pace regnava; e gl’inarati colli solo e muto ascendea l’aprico raggio di Febo e l’aurea Luna. Oh fortunata, di colpe ignara e di lugúbri eventi, erma terrena sede! Oh quanto affanno al gener tuo, padre infelice, e quale d’amarissimi casi ordine immenso preparano i destini! Ecco, di sangue gli avari cólti e di fraterno scempio furor novello incesta, e le nefande ali di Morte il divo etere impara. Trepido, errante il fratricida, e l’ombre solitarie fuggendo e la secreta nelle profonde selve ira de’ venti, primo i civili tetti, albergo e regno alle macere cure, innalza; e primo il disperato pentimento i ciechi mortali, egro, anelante, aduna e stringe ne’ consorti ricetti: onde negata l’improba mano al curvo aratro, e vili fûr gli agresti sudori; ozio le soglie scellerate occupò; ne’ corpi inerti, domo il vigor natio, languide, ignave giacquer le menti; e servitú le imbelli umane vite, ultimo danno, accolse. E tu dall’etra infesto e dal mugghiante sui nubiferi gioghi equoreo flutto scampi l’iniquo germe, o tu, cui prima dall’aer cieco e da’ natanti poggi segno arrecò d’instaurata spene la candida colomba, e, delle antiche nubi l’occiduo sol naufrago uscendo, l’atro polo di vaga iri dipinse. Riede alla terra, e il crudo affetto e gli empi studi rinnova e le seguaci ambasce la riparata gente. Agl’inaccessi regni del mar vendicatore illude profana destra, e la sciagura e il pianto a nòvi liti e nòve stelle insegna. Or te, padre de’ pii, te giusto e forte, e di tuo seme i generosi alunni medita il petto mio. Dirò siccome sedente, oscuro, in sul meriggio all’ombre del riposato albergo, appo le molli rive del gregge tuo nutrici e sedi, te de’ celesti peregrini occulte beâr l’eteree menti; e quale, o figlio della saggia Rebecca, in su la sera, presso al rustico pozzo e nella dolce di pastori e di lieti ozi frequente aranitica valle, amor ti punse della vezzosa Labanide; invitto amor, ch’a lunghi esigli e lunghi affanni e di servaggio all’odiata soma volenteroso il prode animo addisse. Fu certo, fu (né d’error vano e d’ombra l’aonio canto e della fama il grido pasce l’avida plebe) amica un tempo al sangue nostro e dilettosa e cara questa misera piaggia, ed aurea corse nostra caduca etá. Non che di latte onda rigasse intemerata il fianco delle balze materne, o con le greggi mista la tigre ai consueti ovili, né guidasse per gioco i lupi al fonte il pastorel; ma, di suo fato ignara e degli affanni suoi, vòta d’affanno visse l’umana stirpe; alle secrete leggi del cielo e di natura indutto valse l’ameno error, le fraudi, il molle pristino velo; e di sperar contenta nostra placida nave in porto ascese. Tal fra le vaste californie selve nasce beata prole, a cui non sugge pallida cura il petto, a cui le membra fera tabe non doma; e vitto il bosco, nidi l’intima rupe, onde ministra l’irrigua valle, inopinato il giorno dell’atra morte incombe. Oh, contra il nostro scellerato ardimento inermi regni della saggia natura! I lidi e gli antri e le quiete selve apre l’invitto nostro furor; le violate genti al peregrino affanno, agl’ignorati desiri edúca; e la fugace, ignuda felicitá per l’imo sole incalza. Ultimo canto di Saffo Placida notte, e verecondo raggio della cadente luna; e tu, che spunti fra la tacita selva in su la rupe, nunzio del giorno; oh dilettose e care, mentre ignote mi fûr l’Erinni e il Fato, sembianze agli occhi miei; giá non arride spettacol molle ai disperati affetti. Noi l’insueto allor gaudio ravviva, quando per l’etra liquido si volve e per li campi trepidanti il flutto polveroso de’ Noti, e quando il carro, grave carro di Giove, a noi sul capo tonando, il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli natar giova tra’ nembi, e noi la vasta fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto fiume alla dubbia sponda il suono e la vittrice ira dell’onda. Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella sei tu, rorida terra. Ahi! di codesta infinita beltá parte nessuna alla misera Saffo i numi e l’empia sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni vile, o Natura, e grave ospite addetta, e dispregiata amante, alle vezzose tue forme il core e le pupille invano supplichevole intendo. A me non ride l’aprico margo, e dall’eterea porta il mattutino albor; me non il canto de’ colorati augelli, e non de’ faggi il murmure saluta; e dove all’ombra degl’inchinati salici dispiega candido rivo il puro seno, al mio lubrico piè le flessuose linfe disdegnando sottragge, e preme in fuga l’odorate spiagge. Qual fallo mai, qual sí nefando eccesso macchiommi anzi il natale, onde sí torvo il ciel mi fosse e di fortuna il volto? In che peccai bambina, allor che ignara di misfatto è la vita, onde poi scemo di giovanezza, e disfiorato, al fuso dell’indomita Parca si volvesse il ferrigno mio stame? Incaute voci spande il tuo labbro: i destinati eventi move arcano consiglio. Arcano è tutto, fuor che il nostro dolor. Negletta prole nascemmo al pianto, e la ragione in grembo de’ celesti si posa. Oh cure, oh speme de’ piú verd’anni! Alle sembianze il Padre, alle amene sembianze, eterno regno die’ nelle genti; e per virili imprese, per dotta lira o canto, virtú non luce in disadorno ammanto. Morremo. Il velo indegno a terra sparto, rifuggirá l’ignudo animo a Dite, e il crudo fallo emenderá del cieco dispensator de’ casi. E tu, cui lungo amore indarno, e lunga fede, e vano d’implacato desio furor mi strinse, vivi felice, se felice in terra visse nato mortal. Me non asperse del soave licor del doglio avaro Giove, poi che perîr gl’inganni e il sogno della mia fanciullezza. Ogni piú lieto giorno di nostra etá primo s’invola. Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra della gelida morte. Ecco di tante sperate palme e dilettosi errori, il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno han la tenaria diva, e l’atra notte, e la silente riva. Il primo amore Tornami a mente il dí che la battaglia d’amor sentii la prima volta, e dissi: — Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia! — Che, gli occhi al suol tuttora intenti e fissi, io mirava colei ch’a questo core primiera il varco ed innocente aprissi. Ahi, come mal mi governasti, amore! perché seco dovea sí dolce affetto recar tanto desio, tanto dolore? e non sereno, e non intero e schietto, anzi pien di travaglio e di lamento al cor mi discendea tanto diletto? Dimmi, tenero core, or che spavento, che angoscia era la tua fra quel pensiero presso al qual t’era noia ogni contento? quel pensier che nel dí, che lusinghiero ti si offeriva nella notte, quando tutto queto parea nell’emisfero: tu inquieto, e felice e miserando, m’affaticavi in su le piume il fianco, ad ogni or fortemente palpitando. E dove io tristo ed affannato e stanco gli occhi al sonno chiudea, come per febre rotto e deliro, il sonno venía manco. Oh, come viva in mezzo alle tenèbre sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi la contemplavan sotto alle palpèbre! oh, come soavissimi diffusi moti per l’ossa mi serpeano! oh, come mille nell’alma instabili, confusi pensieri si volgean! qual tra le chiome d’antica selva zefiro scorrendo, un lungo, incerto mormorar ne prome. E mentre io taccio, e mentre io non contendo, che dicevi, o mio cor, che si partía quella per che penando ivi e battendo? Il cuocer non piú tosto io mi sentía della vampa d’amor, che il venticello che l’aleggiava volossene via. Senza sonno io giacea sul dí novello, e i destrier, che dovean farmi deserto, battean la zampa sotto al patrio ostello. Ed io, timido e cheto ed inesperto, ver’ lo balcone al buio protendea l’orecchio avido e l’occhio indarno aperto, la voce ad ascoltar, se ne dovea di quelle labbra uscir, ch’ultima fosse; la voce ch’altro il cielo, ahi! mi togliea. Quante volte plebea voce percosse il dubitoso orecchio, e un gel mi prese, e il core in forse a palpitar si mosse! E poi che finalmente mi discese la cara voce al core, e de’ cavai e delle rote il romorio s’intese; orbo rimaso allor, mi rannicchiai palpitando nel letto e, chiusi gli occhi, strinsi il cor con la mano, e sospirai. Poscia traendo i tremuli ginocchi stupidamente per la muta stanza, — Ch’altro sará — dicea — che il cor mi tocchi? — Amarissima allor la ricordanza locómmisi nel petto, e mi serrava ad ogni voce il core, a ogni sembianza. E lunga doglia il sen mi ricercava, com’è quando a distesa Olimpo piove malinconicamente e i campi lava. Ned io ti conoscea, garzon di nove e nove soli, in questo a pianger nato, quando facevi, Amor, le prime prove; quando in ispregio ogni piacer, né grato m’era degli astri il riso, o dell’aurora queta il silenzio, o il verdeggiar del prato. Anche di gloria amor taceami allora nel petto, cui scaldar tanto solea, ché di beltade amor vi fea dimora. Né gli occhi ai noti studi io rivolgea, e quelli m’apparian vani, per cui vano ogni altro desir creduto avea. Deh! come mai da me sí vario fui, e tanto amor mi tolse un altro amore? Deh, quanto, in veritá, vani siam nui! Solo il mio cor piaceami, e col mio core in un perenne ragionar sepolto, alla guardia seder del mio dolore. E l’occhio, a terra chino o in sé raccolto, di riscontrarsi fuggitivo e vago né in leggiadro soffría né in turpe volto: ché la illibata, la candida imago turbare egli temea pinta nel seno, come all’aure si turba onda di lago. E quel di non aver goduto appieno pentimento, che l’anima ci grava, e il piacer che passò cangia in veleno, per li fuggiti dí mi stimolava tuttora il sen: che la vergogna il duro suo morso in questo cor giá non oprava. Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro che voglia non m’entrò bassa nel petto, ch’arsi di foco intaminato e puro. Vive quel foco ancor, vive l’affetto, spira nel pensier mio la bella imago, da cui, se non celeste, altro diletto giammai non ebbi, e sol di lei m’appago. Il passero solitario D’in su la vetta della torre antica, passero solitario, alla campagna cantando vai finché non more il giorno; ed erra l’armonia per questa valle. Primavera d’intorno brilla nell’aria, e per li campi esulta, sí ch’a mirarla intenerisce il core. Odi greggi belar, muggire armenti; gli altri augelli contenti, a gara insieme per lo libero ciel fan mille giri, pur festeggiando il lor tempo migliore: tu pensoso in disparte il tutto miri; non compagni, non voli, non ti cal d’allegria, schivi gli spassi; canti, e cosí trapassi dell’anno e di tua vita il piú bel fiore. Oimè, quanto somiglia al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, della novella etá dolce famiglia, e te, german di giovinezza, amore, sospiro acerbo de’ provetti giorni, non curo, io non so come; anzi da loro quasi fuggo lontano; quasi romito, e strano al mio loco natio, passo del viver mio la primavera. Questo giorno, ch’omai cede alla sera, festeggiar si costuma al nostro borgo. Odi per lo sereno un suon di squilla, odi spesso un tonar di ferree canne, che rimbomba lontan di villa in villa. Tutta vestita a festa la gioventú del loco lascia le case, e per le vie si spande; e mira ed è mirata, e in cor s’allegra. Io, solitario in questa rimota parte alla campagna uscendo, ogni diletto e gioco indugio in altro tempo; e intanto il guardo steso nell’aria aprica mi fère il sol, che tra lontani monti, dopo il giorno sereno, cadendo si dilegua, e par che dica che la beata gioventú vien meno. Tu, solingo augellin, venuto a sera del viver che daranno a te le stelle, certo del tuo costume non ti dorrai; ché di natura è frutto ogni vostra vaghezza. A me, se di vecchiezza la detestata soglia evitar non impetro, quando muti questi occhi all’altrui core, e lor fia vòto il mondo, e il dí futuro del dí presente piú noioso e tetro, che parrá di tal voglia? che di quest’anni miei? che di me stesso? Ahi! pentirommi, e spesso, ma sconsolato, volgerommi indietro. L’infinito Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma, sedendo e mirando, interminati spazi di lá da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Cosí tra questa immensitá s’annega il pensier mio; e il naufragar m’è dolce in questo mare. La sera del dì di festa Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna, e di lontan rivela serena ogni montagna. O donna mia, giá tace ogni sentiero, e pei balconi rara traluce la notturna lampa: tu dormi, ché t’accolse agevol sonno nelle tue chete stanze; e non ti morde cura nessuna; e giá non sai né pensi quanta piaga m’apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che sí benigno appare in vista, a salutar m’affaccio, e l’antica natura onnipossente, che mi fece all’affanno. — A te la speme nego — mi disse, — anche la speme; e d’altro non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. — Questo dí fu solenne: or da’ trastulli prendi riposo; e forse ti rimembra in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti piacquero a te: non io, non giá ch’io speri, al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo quanto a viver mi resti, e qui per terra mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi in cosí verde etate! Ahi! per la via odo non lunge il solitario canto dell’artigian, che riede a tarda notte, dopo i sollazzi, al suo povero ostello; e fieramente mi si stringe il core, a pensar come tutto al mondo passa, e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito il dí festivo, ed al festivo il giorno volgar succede, e se ne porta il tempo ogni umano accidente. Or dov’è il suono di que’ popoli antichi? or dov’è il grido de’ nostri avi famosi, e il grande impero di quella Roma, e l’armi, e il fragorío che n’andò per la terra e l’oceáno? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa il mondo, e piú di lor non si ragiona. Nella mia prima etá, quando s’aspetta bramosamente il dí festivo, or poscia ch’egli era spento, io doloroso, in veglia, premea le piume; ed alla tarda notte un canto, che s’udía per li sentieri lontanando morire a poco a poco, giá similmente mi stringeva il core. Alla luna O graziosa Luna, io mi rammento che, or volge l’anno, sovra questo colle io venia pien d’angoscia a rimirarti: e tu pendevi allor su quella selva, siccome or fai, che tutta la rischiari. Ma nebuloso e tremulo dal pianto, che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci il tuo volto apparia, ché travagliosa era mia vita: ed è, né cangia stile, o mia diletta Luna. E pur mi giova la ricordanza, e il noverar l’etate del mio dolore. Oh come grato occorre nel tempo giovanil, quando ancor lungo la speme e breve ha la memoria il corso, il rimembrar delle passate cose, ancor che triste, e che l’affanno duri! Il sogno Era il mattino, e tra le chiuse imposte per lo balcone insinuava il sole nella mia cieca stanza il primo albore; quando, in sul tempo che piú leve il sonno e piú soave le pupille adombra, stettemi allato e riguardommi in viso il simulacro di colei che amore prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto. Morta non mi parea, ma trista, e quale degl’infelici è la sembianza. Al capo appressommi la destra, e sospirando, — Vivi — mi disse — e ricordanza alcuna serbi di noi? — Donde — risposi — e come vieni, o cara beltá? Quanto, deh! quanto di te mi dolse e duol: né mi credea che risaper tu lo dovessi; e questo facea piú sconsolato il dolor mio. Ma sei tu per lasciarmi un’altra volta? Io n’ho gran tema. Or dimmi, e che t’avvenne? Sei tu quella di prima? E che ti strugge internamente? — Obblivione ingombra i tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno, — disse colei. — Son morta, e mi vedesti l’ultima volta, or son piú lune. — Immensa doglia m’oppresse a queste voci il petto. Ella seguí: — Nel fior degli anni estinta, quand’è il viver piú dolce, e pria che il core certo si renda com’è tutta indarno l’umana speme. A desiar colei, che d’ogni affanno il tragge, ha poco andare l’egro mortal; ma sconsolata arriva la morte ai giovanetti, e duro è il fato di quella speme che sotterra è spenta. Vano è saper quel che natura asconde agl’inesperti della vita, e molto all’immatura sapienza il cieco dolor prevale. — Oh sfortunata, oh cara, taci, taci — diss’io, — ché tu mi schianti con questi detti il cor. Dunque sei morta, o mia diletta, ed io son vivo, ed era pur fisso in ciel che quei sudori estremi cotesta cara e tenerella salma provar dovesse, a me restasse intera questa misera spoglia? Oh quante volte, in ripensar che piú non vivi, e mai non avverrá ch’io ti ritrovi al mondo, creder nol posso! Ahi! ahi! che cosa è questa che morte s’addimanda? Oggi per prova intenderlo potessi, e il capo inerme agli atroci del fato odii sottrarre! Giovane son, ma si consuma e perde la giovanezza mia come vecchiezza; la qual pavento, e pur m’è lunge assai. Ma poco da vecchiezza si discorda il fior dell’etá mia. — Nascemmo al pianto — disse — ambedue; felicitá non rise al viver nostro; e dilettossi il cielo de’ nostri affanni. — Or, se di pianto il ciglio, — soggiunsi — e di pallor velato il viso per la tua dipartita, e se d’angoscia porto gravido il cor; dimmi: d’amore favilla alcuna, o di pietá, giammai verso il misero amante il cor t’assalse mentre vivesti? Io disperando allora e sperando traea le notti e i giorni; oggi nel vano dubitar si stanca la mente mia. Che se una volta sola dolor ti strinse di mia negra vita, non mel celar, ti prego, e mi soccorra la rimembranza or che il futuro è tolto ai nostri giorni. — E quella: — Ti conforta, o sventurato. Io di pietade avara non ti fui mentre vissi, ed or non sono, ché fui misera anch’io. Non far querela di questa infelicissima fanciulla. — Per le sventure nostre, e per l’amore che mi strugge — esclamai, — per lo diletto nome di giovanezza e la perduta speme dei nostri dí, concedi, o cara, che la tua destra io tocchi. — Ed ella, in atto soave e tristo, la porgeva. Or, mentre di baci la ricopro e, d’affannosa dolcezza palpitando, all’anelante seno la stringo, di sudore il volto ferveva e il petto, nelle fauci stava la voce, al guardo traballava il giorno. Quando colei, teneramente affissi gli occhi negli occhi miei: — Giá scordi, o caro, — disse, — che di beltá son fatta ignuda, e tu d’amore, o sfortunato, indarno ti scaldi e fremi? Or finalmente addio. Nostre misere menti e nostre salme son disgiunte in eterno. A me non vivi, e mai piú non vivrai: giá ruppe il fato la fé che mi giurasti. Allor, d’angoscia gridar volendo, e spasimando, e pregne di sconsolato pianto le pupille, dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi pur mi restava, e nell’incerto raggio del sol vederla io mi credeva ancora. La vita solitaria La mattutina pioggia, allor che, l’ale battendo, esulta nella chiusa stanza la gallinella, ed al balcon s’affaccia l’abitator de’ campi, e il sol che nasce i suoi tremuli rai fra le cadenti stille saetta, alla capanna mia dolcemente picchiando, mi risveglia; e sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo degli augelli susurro, e l’aura fresca, e le ridenti piagge benedico: poiché voi, cittadine infauste mura, vidi e conobbi assai, lá dove segue odio al dolor compagno; e doloroso io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna benché scarsa pietá pur mi dimostra Natura in questi lochi, un giorno oh quanto verso me piú cortese! E tu pur volgi dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando le sciagure e gli affanni, alla reina felicitá servi, o Natura. In cielo, in terra amico agl’infelici alcuno e rifugio non resta altro che il ferro. Talor m’assido in solitaria parte, sovra un rialto, al margine d’un lago di taciturne piante incoronato. Ivi, quando il meriggio in ciel si volve, la sua tranquilla imago il sol dipinge, ed erba o foglia non si crolla al vento; e non onda incresparsi, e non cicala strider, né batter penna augello in ramo, né farfalla ronzar, né voce o moto da presso né da lunge odi né vedi. Tien quelle rive altissima quiete; ond’io quasi me stesso e il mondo obblio sedendo immoto; e giá mi par che sciolte giaccian le membra mie, né spirto o senso piú le commova, e lor quiete antica co’ silenzi del loco si confonda. Amore, Amore, assai lungi volasti dal petto mio, che fu sí caldo un giorno, anzi rovente. Con sua fredda mano lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è vòlto nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo che mi scendesti in seno. Era quel dolce e irrevocabil tempo, allor che s’apre al guardo giovanil questa infelice scena del mondo, e gli sorride in vista di paradiso. Al garzoncello il core di vergine speranza e di desio balza nel petto; e giá s’accinge all’opra di questa vita, come a danza o gioco, il misero mortal. Ma non sí tosto, Amor, di te m’accorsi, e il viver mio fortuna avea giá rotto, ed a questi occhi non altro convenía che il pianger sempre. Pur, se talvolta per le piagge apriche, su la tacita aurora o quando al sole brillano i tetti e i poggi e le campagne, scontro di vaga donzelletta il viso; o qualor nella placida quiete d’estiva notte, il vagabondo passo di rincontro alle ville soffermando, l’erma terra contemplo, e di fanciulla, che all’opre di sua man la notte aggiunge, odo sonar nelle romite stanze l’arguto canto; a palpitar si move questo mio cor di sasso: ahi! ma ritorna tosto al ferreo sopor; ch’è fatto estrano ogni moto soave al petto mio. O cara Luna, al cui tranquillo raggio danzan le lepri nelle selve; e duolsi alla mattina il cacciator, che trova l’orme intricate e false, e dai covili error vario lo svia; salve, o benigna delle notti reina. Infesto scende il raggio tuo, fra macchie e balze o dentro a deserti edifici, in su l’acciaro del pallido ladron ch’a teso orecchio il fragor delle rote e de’ cavalli da lungi osserva o il calpestio de’ piedi sulla tacita via; poscia improvviso col suon dell’armi e con la rauca voce e col funereo ceffo il core agghiaccia al passegger, cui semivivo e nudo lascia in breve tra’ sassi. Infesto occorre per le contrade cittadine il bianco tuo lume al drudo vil, che degli alberghi va radendo le mura e la secreta ombra seguendo, e resta, e si spaura delle ardenti lucerne e degli aperti balconi. Infesto alle malvage menti, a me sempre benigno il tuo cospetto sará per queste piagge, ove non altro che lieti colli e spaziosi campi m’apri alla vista. Ed ancor io soleva, bench’innocente io fossi, il tuo vezzoso raggio accusar negli abitati lochi, quand’ei m’offriva al guardo umano, e quando scopriva umani aspetti al guardo mio. Or sempre loderollo, o ch’io ti miri veleggiar tra le nubi, o che serena dominatrice dell’etereo campo, questa flebil riguardi umana sede. Me spesso rivedrai solingo e muto errar pe’ boschi e per le verdi rive, o seder sovra l’erbe, assai contento se core e lena a sospirar m’avanza. Consalvo Presso alla fin di sua dimora in terra giacea Consalvo; disdegnoso un tempo del suo destino; or giá non piú, ché, a mezzo il quinto lustro, gli pendea sul capo il sospirato obblio. Qual da gran tempo, cosí giacea nel funeral suo giorno dai piú diletti amici abbandonato: ch’amico in terra al lungo andar nessuno resta a colui che della terra è schivo. Pur gli era al fianco, da pietá condotta a consolare il suo deserto stato, quella che sola e sempre eragli a mente, per divina beltá famosa Elvira; conscia del suo poter, conscia che un guardo suo lieto, un detto d’alcun dolce asperso, ben mille volte ripetuto e mille nel costante pensier, sostegno e cibo esser solea dell’infelice amante: benché nulla d’amor parola udita avess’ella da lui. Sempre in quell’alma era del gran desio stato piú forte un sovrano timor. Cosí l’avea fatto schiavo e fanciullo il troppo amore. Ma ruppe alfin la morte il nodo antico alla sua lingua. Poiché certi i segni sentendo di quel dí che l’uom discioglie, lei, giá mossa a partir, presa per mano, e quella man bianchissima stringendo, disse: — Tu parti, e l’ora omai ti sforza: Elvira, addio. Non ti vedrò, ch’io creda, un’altra volta. Or dunque addio. Ti rendo qual maggior grazia mai delle tue cure dar possa il labbro mio. Premio daratti chi può, se premio ai pii dal ciel si rende. — Impallidia la bella, e il petto anelo udendo le si fea: ché sempre stringe all’uomo il cor dogliosamente, ancora ch’estranio sia, chi si diparte, e dice addio per sempre. E contraddir voleva, dissimulando l’appressar del fato, al moribondo. Ma il suo dir prevenne quegli, e soggiunse: — Desiata, e molto, come sai, ripregata a me discende, non temuta, la morte; e lieto apparmi questo feral mio dí. Pesami, è vero, che te perdo per sempre. Oimè! per sempre parto da te. Mi si divide il core in questo dir. Piú non vedrò quegli occhi, né la tua voce udrò! Dimmi: ma pria di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio non vorrai tu donarmi? un bacio solo in tutto il viver mio? Grazia ch’ei chiegga non si nega a chi muor. Né giá vantarmi potrò del dono, io semispento, a cui straniera man le labbra oggi fra poco eternamente chiuderá. — Ciò detto con un sospiro, all’adorata destra le fredde labbra supplicando affisse. Stette sospesa e pensierosa in atto la bellissima donna; e fiso il guardo, di mille vezzi sfavillante, in quello tenea dell’infelice, ove l’estrema lacrima rilucea. Né dielle il core di sprezzar la dimanda, e il mesto addio rinacerbir col niego; anzi la vinse misericordia dei ben noti ardori. E quel volto celeste, e quella bocca, giá tanto desiata, e per molt’anni argomento di sogno e di sospiro, dolcemente appressando al volto afflitto e scolorato dal mortale affanno, piú baci e piú, tutta benigna e in vista d’alta pietá, su le convulse labbra del trepido, rapito amante impresse. Che divenisti allor? quali appariro vita, morte, sventura agli occhi tuoi, fuggitivo Consalvo? Egli la mano, ch’ancor tenea, della diletta Elvira postasi al cor, che gli ultimi battea palpiti della morte e dell’amore: — Oh — disse — Elvira, Elvira mia! ben sono in su la terra ancor; ben quelle labbra fûr le tue labbra, e la tua mano io stringo! Ahi! vision d’estinto, o sogno, o cosa incredibil mi par. Deh quanto, Elvira, quanto debbo alla morte! Ascoso innanzi non ti fu l’amor mio per alcun tempo; non a te, non altrui; ché non si cela vero amore alla terra. Assai palese agli atti, al volto sbigottito, agli occhi, ti fu: ma non ai detti. Ancora e sempre muto sarebbe l’infinito affetto che governa il cor mio, se non l’avesse fatto ardito il morir. Morrò contento del mio destino omai, né piú mi dolgo ch’aprii le luci al dí. Non vissi indarno, poscia che quella bocca alla mia bocca premer fu dato. Anzi felice estimo la sorte mia. Due cose belle ha il mondo: amore e morte. All’una il ciel mi guida in sul fior dell’etá; nell’altro, assai fortunato mi tengo. Ah! se una volta, solo una volta il lungo amor quieto e pago avessi tu, fôra la terra fatta quindi per sempre un paradiso ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza, l’abborrita vecchiezza, avrei sofferto con riposato cor: ché a sostentarla bastato sempre il rimembrar sarebbe d’un solo istante, e il dir: — Felice io fui sovra tutti i felici. — Ahi! ma cotanto esser beato non consente il cielo a natura terrena. Amar tant’oltre non è dato con gioia. E ben per patto in poter del carnefice ai flagelli, alle ruote, alle faci ito volando sarei dalle tue braccia; e ben disceso nel paventato sempiterno scempio. O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra gl’immortali beato, a cui tu schiuda il sorriso d’amor! felice appresso chi per te sparga con la vita il sangue! Lice, lice al mortal, non è giá sogno come stimai gran tempo, ahi! lice in terra provar felicitá. Ciò seppi il giorno che fiso io ti mirai. Ben per mia morte questo m’accadde. E non però quel giorno con certo cor giammai, fra tante ambasce, quel fiero giorno biasimar sostenni. Or tu vivi beata, e il mondo abbella, Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno non l’amerá quant’io l’amai. Non nasce un altrettale amor. Quanto, deh quanto dal misero Consalvo in sí gran tempo chiamata fosti, e lamentata, e pianta! Come al nome d’Elvira, in cor gelando, impallidir; come tremar son uso all’amaro calcar della tua soglia, a quella voce angelica, all’aspetto di quella fronte, io ch’al morir non tremo! Ma la lena e la vita or vengon meno agli accenti d’amor. Passato è il tempo, né questo di rimemorar m’è dato. Elvira, addio. Con la vital favilla la tua diletta immagine si parte dal mio cor finalmente. Addio. Se grave non ti fu quest’affetto, al mio ferètro dimani all’annottar manda un sospiro. — Tacque: né molto andò, che a lui col suono mancò lo spirto; e innanzi sera il primo suo dí felice gli fuggía dal guardo. Alla sua donna Cara beltá, che amore lunge m’inspiri o nascondendo il viso, fuor se nel sonno il core ombra diva mi scuoti, o ne’ campi ove splenda piú vago il giorno e di natura il riso; forse tu l’innocente secol beasti che dall’oro ha nome, or leve intra la gente anima voli? o te la sorte avara, ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara? Viva mirarti omai nulla speme m’avanza; s’allor non fosse, allor che ignudo e solo per novo calle a peregrina stanza verrá lo spirto mio. Giá sul novello aprir di mia giornata incerta e bruna, te viatrice in questo arido suolo io mi pensai. Ma non è cosa in terra che ti somigli; e s’anco pari alcuna ti fosse al volto, agli atti, alla favella, saría, cosí conforme, assai men bella. Fra cotanto dolore quanto all’umana etá propose il fato, se, vera e quale il mio pensier ti pinge, alcun t’amasse in terra, a lui pur fôra questo viver beato: e ben chiaro vegg’io siccome ancora seguir loda e virtú qual ne’ prim’anni l’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse il ciel nullo conforto ai nostri affanni; e teco la mortal vita saría simile a quella che nel cielo indía. Per le valli, ove suona del faticoso agricoltore il canto, ed io seggo e mi lagno del giovanile error che m’abbandona; e per li poggi, ov’io rimembro e piagno i perduti desiri e la perduta speme de’ giorni miei; di te pensando, a palpitar mi sveglio. E potess’io, nel secol tetro e in questo aer nefando, l’alta specie serbar; ché dell’imago, poi che del ver m’è tolto, assai m’appago. Se dell’eterne idee l’una sei tu, cui di sensibil forma sdegni l’eterno senno esser vestita, e fra caduche spoglie provar gli affanni di funerea vita; o s’altra terra ne’ superni giri fra’ mondi innumerabili t’accoglie, e piú vaga del sol prossima stella t’irraggia, e piú benigno etere spiri; di qua, dove son gli anni infausti e brevi, questo d’ignoto amante inno ricevi. Al conte Carlo Pepoli Questo affannoso e travagliato sonno che noi vita nomiam, come sopporti, Pepoli mio? di che speranze il core vai sostentando? in che pensieri, in quanto o gioconde o moleste opre dispensi l’ozio che ti lasciâr gli avi remoti, grave retaggio e faticoso? È tutta, in ogni umano stato, ozio la vita, se quell’oprar, quel procurar che a degno obbietto non intende, o che all’intento giunger mai non potria, ben si conviene ozioso nomar. La schiera industre, cui franger glebe o curar piante e greggi vede l’alba tranquilla e vede il vespro, se oziosa dirai, da che sua vita è per campar la vita, e per sé sola la vita all’uom non ha pregio nessuno, dritto e vero dirai. Le notti e i giorni tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne sudar nelle officine, ozio le vegghie son de’ guerrieri e il perigliar nell’armi; e il mercatante avaro in ozio vive: ché non a sé, non ad altrui, la bella felicitá, cui solo agogna e cerca la natura mortal, veruno acquista per cura o per sudor, vegghia o periglio. Pure all’aspro desire, onde i mortali giá sempre infin dal dí che il mondo nacque d’esser beati sospirâro indarno, di medicina in loco apparecchiate nella vita infelice avea natura necessitá diverse, a cui non senza opre e pensier si provvedesse, e pieno, poi che lieto non può, corresse il giorno all’umana famiglia; onde agitato e confuso il desio, men loco avesse al travagliarne il cor. Cosí de’ bruti la progenie infinita, a cui pur solo, né men vano che a noi, vive nel petto desio d’esser beati; a quello intenta che a lor vita è mestier, di noi men tristo condur si scopre e men gravoso il tempo, né la lentezza accagionar dell’ore. Ma noi, che il viver nostro all’altrui mano provveder commettiamo, una piú grave necessitá, cui provveder non puote altri che noi, giá senza tedio e pena non adempiam: necessitate, io dico, di consumar la vita: improba, invitta necessitá, cui non tesoro accolto, non di greggi dovizia, o pingui campi, non aula puote e non purpureo manto sottrar l’umana prole. Or s’altri, a sdegno i vòti anni prendendo, e la superna luce odiando, l’omicida mano, i tardi fati a prevenir condotto, in se stesso non torce; al duro morso della brama insanabile, che invano felicitá richiede, esso da tutti lati cercando, mille inefficaci medicine procaccia, onde quell’una cui natura apprestò, mal si compensa. Lui delle vesti e delle chiome il culto e degli atti e dei passi, e i vani studi di cocchi e di cavalli, e le frequenti sale, e le piazze romorose, e gli orti; lui giochi e cene e invidiate danze tengon la notte e il giorno; a lui dal labbro mai non si parte il riso; ahi! ma nel petto, nell’imo petto, grave, salda, immota come colonna adamantina, siede noia immortale, incontro a cui non puote vigor di giovanezza, e non la crolla dolce parola di rosato labbro, e non lo sguardo tenero, tremante, di due nere pupille, il caro sguardo, la piú degna del ciel cosa mortale. Altri, quasi a fuggir vòlto la trista umana sorte, in cangiar terre e climi l’etá spendendo, e mari e poggi errando, tutto l’orbe trascorre, ogni confine degli spazi, che all’uom, negl’infiniti campi del tutto, la natura aperse, peregrinando aggiunge. Ahi, ahi! s’asside su l’alte prue la negra cura, e sotto ogni clima, ogni ciel, si chiama indarno felicitá; vive tristezza e regna. Havvi chi le crudeli opre di Marte si elegge a passar l’ore, e nel fraterno sangue la man tinge per ozio; ed havvi chi d’altrui danni si conforta e pensa con far misero altrui far sé men tristo, sí che nocendo usar procaccia il tempo. E chi virtute o sapienza ed arti perseguitando; e chi la propria gente conculcando e l’estrane, o di remoti lidi turbando la quiete antica col mercatar, con l’armi e con le frodi, la destinata sua vita consuma. Te piú mite desio, cura piú dolce regge nel fior di gioventú, nel bello april degli anni, altrui giocondo e primo dono del ciel, ma grave, amaro, infesto a chi patria non ha. Te punge e move studio de’ carmi e di ritrar parlando il bel che raro e scarso e fuggitivo appar nel mondo, e quel che, piú benigna di natura e del ciel, fecondamente a noi la vaga fantasia produce e il nostro proprio error. Ben mille volte fortunato colui che la caduca virtú del caro immaginar non perde per volger d’anni; a cui serbare eterna la gioventú del cor diedero i fati; che nella ferma e nella stanca etade, cosí come solea nell’etá verde, in suo chiuso pensier natura abbella, morte, deserto avviva. A te conceda tanta ventura il ciel; ti faccia un tempo la favilla, che il petto oggi ti scalda, di poesia canuto amante. Io tutti della prima stagione i dolci inganni mancar giá sento, e dileguar dagli occhi le dilettose immagini, che tanto amai, che sempre infino all’ora estrema mi fieno, a ricordar, bramate e piante. Or, quando al tutto irrigidito e freddo questo petto sará, né degli aprichi campi il sereno e solitario riso, né degli augelli mattutini il canto di primavera, né per colli e piagge sotto limpido ciel tacita luna commoverammi il cor; quando mi fia ogni beltate o di natura o d’arte fatta inanime e muta; ogni alto senso, ogni tenero affetto, ignoto e strano; del mio solo conforto allor mendico, altri studi men dolci, in ch’io riponga l’ingrato avanzo della ferrea vita, eleggerò. L’acerbo vero, i ciechi destini investigar delle mortali e dell’eterne cose; a che prodotta, a che d’affanni e di miserie carca l’umana stirpe; a quale ultimo intento lei spinga il fato e la natura; a cui tanto nostro dolor diletti o giovi; con quali ordini e leggi, a che si volva questo arcano universo; il qual di lode colmano i saggi, io d’ammirar son pago. In questo specolar gli ozi traendo verrò: ché, conosciuto, ancor che tristo, ha suoi diletti il vero. E se del vero ragionando talor, fieno alle genti o mal grati i miei detti o non intesi, non mi dorrò, ché giá del tutto il vago desio di gloria antico in me fia spento: vana diva non pur, ma di Fortuna e del Fato e d’Amor diva piú cieca. Il risorgimento Credei ch’al tutto fossero in me, sul fior degli anni, mancati i dolci affanni della mia prima etá: i dolci affanni, i teneri moti del cor profondo, qualunque cosa al mondo grato il sentir ci fa. Quante querele e lacrime sparsi nel novo stato, quando al mio cor gelato prima il dolor mancò! Mancâr gli usati palpiti, l’amor mi venne meno, e irrigidito il seno di sospirar cessò! Piansi spogliata, esanime fatta per me la vita; la terra inaridita, chiusa in eterno gel; deserto il dí; la tacita notte piú sola e bruna; spenta per me la luna, spente le stelle in ciel. Pur di quel pianto origine era l’antico affetto: nell’intimo del petto ancor viveva il cor. Chiedea l’usate immagini la stanca fantasia; e la tristezza mia era dolore ancor. Fra poco in me quell’ultimo dolore anco fu spento, e di piú far lamento valor non mi restò. Giacqui: insensato, attonito, non dimandai conforto: quasi perduto e morto, il cor s’abbandonò. Qual fui! quando dissimile da quel che tanto ardore, che sí beato errore nutrii nell’alma un dí! La rondinella vigile, alle finestre intorno cantando al novo giorno, il cor non mi ferí: non all’autunno pallido in solitaria villa, la vespertina squilla, il fuggitivo sol. Invan brillare il vespero vidi per muto calle, invan sonò la valle del flebile usignol. E voi, pupille tenere, sguardi furtivi, erranti, voi de’ gentili amanti primo, immortale amor, ed alla mano offertami candida ignuda mano, foste voi pure invano al duro mio sopor. D’ogni dolcezza vedovo, tristo, ma non turbato, ma placido il mio stato, il volto era seren. Desiderato il termine avrei del viver mio; ma spento era il desio nello spossato sen. Qual dell’etá decrepita l’avanzo ignudo e vile, io conducea l’aprile degli anni miei cosí: cosí quegl’ineffabili giorni, o mio cor, traevi, che sí fugaci e brevi il cielo a noi sortí. Chi dalla grave, immemore quiete or mi ridesta? che virtú nova è questa, questa che sento in me? Moti soavi, immagini, palpiti, error beato, per sempre a voi negato questo mio cor non è? Siete pur voi quell’unica luce de’ giorni miei? gli affetti ch’io perdei nella novella etá? Se al ciel, s’ai verdi margini, ovunque il guardo mira, tutto un dolor mi spira, tutto un piacer mi dá. Meco ritorna a vivere la piaggia, il bosco, il monte; parla al mio core il fonte, meco favella il mar. Chi mi ridona il piangere dopo cotanto obblio? e come al guardo mio cangiato il mondo appar? Forse la speme, o povero mio cor, ti volse un riso? ahi! della speme il viso io non vedrò mai piú. Propri mi diede i palpiti, natura, e i dolci inganni. sopiro in me gli affanni l’ingenita virtú; non l’annullâr: non vinsela il fato e la sventura; non con la vista impura l’infausta veritá. Dalle mie vaghe immagini so ben ch’ella discorda; so che natura è sorda, che miserar non sa; che non del ben sollecita fu, ma dell’esser solo: purché ci serbi al duolo, or d’altro, a lei non cal. So che pietá fra gli uomini il misero non trova; che lui, fuggendo, a prova schernisce ogni mortal; che ignora il tristo secolo gl’ingegni e le virtudi; che manca ai degni studi l’ignuda gloria ancor. E voi, pupille tremule, voi, raggio sovrumano, so che splendete invano, che in voi non brilla amor. Nessuno ignoto ed intimo affetto in voi non brilla: non chiude una favilla quel bianco petto in sé. Anzi d’altrui le tenere cure suol porre in gioco; e d’un celeste loco disprezzo è la mercé. Pur sento in me rivivere gl’inganni aperti e noti; e de’ suoi propri moti si maraviglia il sen. Da te, mio cor, quest’ultimo spirto, e l’ardor natio, ogni conforto mio solo da te mi vien. Mancano, il sento, all’anima alta, gentile e pura, la sorte, la natura, il mondo e la beltá. Ma, se tu vivi, o misero, se non concedi al fato, non chiamerò spietato chi lo spirar mi dá. A Silvia Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltá splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventú salivi? Sonavan le quiete stanze, e le vie dintorno, al tuo perpetuo canto, allor che all’opre femminili intenta sedevi, assai contenta di quel vago avvenir che in mente avevi. Era il maggio odoroso: e tu solevi cosí menare il giorno. Io, gli studi leggiadri talor lasciando e le sudate carte, ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte, d’in su i veroni del paterno ostello porgea gli orecchi al suon della tua voce, ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela. Mirava il ciel sereno, le vie dorate e gli orti, e quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno. Che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia la vita umana e il fato! Quando sovviemmi di cotanta speme, un affetto mi preme acerbo e sconsolato, e tornami a doler di mia sventura. O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? perché di tanto inganni i figli tuoi? Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno, da chiuso morbo combattuta e vinta, perivi, o tenerella. E non vedevi il fior degli anni tuoi; non ti molceva il core la dolce lode or delle negre chiome, or degli sguardi innamorati e schivi; né teco le compagne ai dí festivi ragionavan d’amore. Anche pería fra poco la speranza mia dolce: agli anni miei anche negâro i fati la giovanezza. Ahi, come, come passata sei, cara compagna dell’etá mia nova, mia lacrimata speme! questo è quel mondo? questi i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi, onde cotanto ragionammo insieme? questa la sorte dell’umane genti? All’apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano. Le ricordanze Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea tornare ancor per uso a contemplarvi sul paterno giardino scintillanti, e ragionar con voi dalle finestre di questo albergo ove abitai fanciullo, e delle gioie mie vidi la fine. Quante immagini un tempo, e quante fole creommi nel pensier l’aspetto vostro e delle luci a voi compagne! allora che, tacito, seduto in verde zolla, delle sere io solea passar gran parte mirando il cielo, ed ascoltando il canto della rana rimota alla campagna! E la lucciola errava appo le siepi e in su l’aiuole, susurrando al vento i viali odorati, ed i cipressi lá nella selva; e sotto al patrio tetto sonavan voci alterne, e le tranquille opre de’ servi. E che pensieri immensi, che dolci sogni mi spirò la vista di quel lontano mar, quei monti azzurri, che di qua scopro, e che varcare un giorno io mi pensava, arcani mondi, arcana felicitá fingendo al viver mio! ignaro del mio fato, e quante volte questa mia vita dolorosa e nuda volentier con la morte avrei cangiato. Né mi diceva il cor che l’etá verde sarei dannato a consumare in questo natio borgo selvaggio, intra una gente zotica, vil, cui nomi strani, e spesso argomento di riso e di trastullo son dottrina e saper; che m’odia e fugge, per invidia non giá, ché non mi tiene maggior di sé, ma perché tale estima ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori a persona giammai non ne fo segno. Qui passo gli anni, abbandonato, occulto, senz’amor, senza vita; ed aspro a forza tra lo stuol de’ malevoli divengo: qui di pietá mi spoglio e di virtudi, e sprezzator degli uomini mi rendo, per la greggia c’ho appresso: e intanto vola il caro tempo giovanil, piú caro che la fama e l’allòr, piú che la pura luce del giorno, e lo spirar: ti perdo senza un diletto, inutilmente, in questo soggiorno disumano, intra gli affanni, o dell’arida vita unico fiore. Viene il vento recando il suon dell’ora dalla torre del borgo. Era conforto questo suon, mi rimembra, alle mie notti, quando fanciullo, nella buia stanza, per assidui terrori io vigilava, sospirando il mattin. Qui non è cosa ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro non torni, e un dolce rimembrar non sorga; dolce per sé; ma con dolor sottentra il pensier del presente, un van desio del passato, ancor tristo, e il dire: — Io fui. — Quella loggia colá, vòlta agli estremi raggi del dí; queste dipinte mura, quei figurati armenti, e il sol che nasce su romita campagna, agli ozi miei porser mille diletti allor che al fianco m’era, parlando, il mio possente errore sempre, ov’io fossi. In queste sale antiche, al chiaror delle nevi, intorno a queste ampie finestre sibilando il vento, rimbombâro i sollazzi e le festose mie voci al tempo che l’acerbo, indegno mistero delle cose a noi si mostra pien di dolcezza; indelibata, intera il garzoncel, come inesperto amante, la sua vita ingannevole vagheggia, e celeste beltá fingendo ammira. O speranze, speranze; ameni inganni della mia prima etá! sempre, parlando, ritorno a voi; ché, per andar di tempo, per variar d’affetti e di pensieri, obbliarvi non so. Fantasmi, intendo, son la gloria e l’onor; diletti e beni mero desio; non ha la vita un frutto, inutile miseria. E sebben vòti son gli anni miei, sebben deserto, oscuro il mio stato mortal, poco mi toglie la fortuna, ben veggo. Ahi! ma qualvolta a voi ripenso, o mie speranze antiche, ed a quel caro immaginar mio primo; indi riguardo il viver mio sí vile e sí dolente, e che la morte è quello che di cotanta speme oggi m’avanza; sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto consolarmi non so del mio destino. E quando pur questa invocata morte sarammi allato, e sará giunto il fine della sventura mia; quando la terra mi fia straniera valle, e dal mio sguardo fuggirá l’avvenir; di voi per certo risovverrammi; e quell’imago ancora sospirar mi fará, farammi acerbo l’esser vissuto indarno, e la dolcezza del dí fatal tempererá d’affanno. E giá nel primo giovanil tumulto di contenti, d’angosce e di desio, morte chiamai piú volte, e lungamente mi sedetti colá su la fontana pensoso di cessar dentro quell’acque la speme e il dolor mio. Poscia, per cieco malor, condotto della vita in forse, piansi la bella giovanezza, e il fiore de’ miei poveri dí, che sí per tempo cadeva: e spesso all’ore tarde, assiso sul conscio letto, dolorosamente alla fioca lucerna poetando, lamentai co’ silenzi e con la notte il fuggitivo spirto, ed a me stesso in sul languir cantai funereo canto. Chi rimembrar vi può senza sospiri, o primo entrar di giovinezza, o giorni vezzosi, inenarrabili, allor quando al rapito mortal primieramente sorridon le donzelle; a gara intorno ogni cosa sorride; invidia tace, non desta ancora ovver benigna; e quasi (inusitata maraviglia!) il mondo la destra soccorrevole gli porge, scusa gli errori suoi, festeggia il novo suo venir nella vita, ed inchinando mostra che per signor l’accolga e chiami? Fugaci giorni! a somigliar d’un lampo son dileguati. E qual mortale ignaro di sventura esser può, se a lui giá scorsa quella vaga stagion, se il suo buon tempo, se giovanezza, ahi giovanezza! è spenta? O Nerina! e di te forse non odo questi luoghi parlar? caduta forse dal mio pensier sei tu? Dove sei gita, che qui sola di te la ricordanza trovo, dolcezza mia? Piú non ti vede questa terra natal: quella finestra, ond’eri usata favellarmi, ed onde mesto riluce delle stelle il raggio, è deserta. Ove sei, che piú non odo la tua voce sonar, siccome un giorno, quando soleva ogni lontano accento del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi fûro, mio dolce amor. Passasti. Ad altri il passar per la terra oggi è sortito, e l’abitar questi odorati colli. Ma rapida passasti, e come un sogno fu la tua vita. Ivi danzando, in fronte la gioia ti splendea, splendea negli occhi quel confidente immaginar, quel lume di gioventú, quando spegneali il fato, e giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna l’antico amor. Se a feste anco talvolta, se a radunanze io movo, infra me stesso dico: — O Nerina, a radunanze, a feste tu non ti acconci piú, tu piú non movi. — Se torna maggio, e ramoscelli e suoni van gli amanti recando alle fanciulle, dico: — Nerina mia, per te non torna primavera giammai, non torna amore. — Ogni giorno sereno, ogni fiorita piaggia ch’io miro, ogni goder ch’io sento, dico: — Nerina or piú non gode; i campi, l’aria non mira. — Ahi! tu passasti, eterno sospiro mio: passasti; e fia compagna d’ogni mio vago immaginar, di tutti i miei teneri sensi, i tristi e cari moti del cor, la rimembranza acerba. Canto notturno di un pastore errante dell’Asia Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita la vita del pastore. Sorge in sul primo albore move la greggia oltre pel campo, e vede greggi, fontane ed erbe; poi stanco si riposa in su la sera: altro mai non ispera. Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale? Vecchierel bianco, infermo, mezzo vestito e scalzo, con gravissimo fascio in su le spalle, per montagna e per valle, per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, al vento, alla tempesta, e quando avvampa l’ora, e quando poi gela, corre via, corre, anela, varca torrenti e stagni, cade, risorge, e piú e piú s’affretta, senza posa o ristoro, lacero, sanguinoso; infin ch’arriva colá dove la via e dove il tanto affaticar fu vòlto: abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando, il tutto obblia. Vergine luna, tale è la vita mortale. Nasce l’uomo a fatica, ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento per prima cosa; e in sul principio stesso la madre e il genitore il prende a consolar dell’esser nato. Poi che crescendo viene, l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre con atti e con parole studiasi fargli core, e consolarlo dell’umano stato: altro ufficio piú grato non si fa da parenti alla lor prole. Ma perché dare al sole, perché reggere in vita chi poi di quella consolar convenga? Se la vita è sventura, perché da noi si dura? Intatta luna, tale è lo stato mortale. Ma tu mortal non sei, e forse del mio dir poco ti cale. Pur tu, solinga, eterna peregrina, che sí pensosa sei, tu forse intendi questo viver terreno, il patir nostro, il sospirar, che sia; che sia questo morir, questo supremo scolorar del sembiante, e perir della terra, e venir meno ad ogni usata, amante compagnia. E tu certo comprendi il perché delle cose, e vedi il frutto del mattin, della sera, del tacito, infinito andar del tempo. Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore rida la primavera, a chi giovi l’ardore, e che procacci il verno co’ suoi ghiacci. Mille cose sai tu, mille discopri, che son celate al semplice pastore. Spesso quand’io ti miro star cosí muta in sul deserto piano, che, in suo giro lontano, al ciel confina; ovver con la mia greggia seguirmi viaggiando a mano a mano; e quando miro in cielo arder le stelle; dico fra me pensando: — A che tante facelle? che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren? che vuol dir questa solitudine immensa? ed io che sono? — Cosí meco ragiono: e della stanza smisurata e superba, e dell’innumerabile famiglia; poi di tanto adoprar, di tanti moti d’ogni celeste, ogni terrena cosa, girando senza posa, per tornar sempre lá donde son mosse; uso alcuno, alcun frutto indovinar non so. Ma tu per certo, giovinetta immortal, conosci il tutto. Questo io conosco e sento, che degli eterni giri, che dell’esser mio frale, qualche bene o contento avrá fors’altri; a me la vita è male. O greggia mia che posi, oh te beata, che la miseria tua, credo, non sai! Quanta invidia ti porto! Non sol perché d’affanno quasi libera vai; ch’ogni stento, ogni danno, ogni estremo timor subito scordi; ma piú perché giammai tedio non provi. Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe, tu se’ queta e contenta; e gran parte dell’anno senza noia consumi in quello stato. Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra, e un fastidio m’ingombra la mente; ed uno spron quasi mi punge sí che, sedendo, piú che mai son lunge da trovar pace o loco. E pur nulla non bramo, e non ho fino a qui cagion di pianto. Quel che tu goda o quanto, non so giá dir; ma fortunata sei. Ed io godo ancor poco, o greggia mia, né di ciò sol mi lagno. Se tu parlar sapessi, io chiederei: — Dimmi: perché giacendo a bell’agio, ozioso, s’appaga ogni animale; me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? — Forse s’avess’io l’ale da volar su le nubi, e noverar le stelle ad una ad una, o come il tuono errar di giogo in giogo, piú felice sarei, dolce mia greggia, piú felice sarei, candida luna. O forse erra dal vero, mirando all’altrui sorte, il mio pensiero: forse in qual forma, in quale stato che sia, dentro covile o cuna, è funesto a chi nasce il dí natale. La quiete dopo la tempesta Passata è la tempesta: odo augelli far festa, e la gallina, tornata in su la via, che ripete il suo verso. Ecco il sereno rompe lá da ponente, alla montagna: sgombrasi la campagna, e chiaro nella valle il fiume appare. Ogni cor si rallegra, in ogni lato risorge il romorio, torna il lavoro usato. L’artigiano a mirar l’umido cielo, con l’opra in man, cantando, fassi in su l’uscio; a prova vien fuor la femminetta a côr dell’acqua della novella piova; e l’erbaiuol rinnova di sentiero in sentiero il grido giornaliero. Ecco il sol che ritorna, ecco sorride per li poggi e le ville. Apre i balconi, apre terrazzi e logge la famiglia: e, dalla via corrente, odi lontano tintinnio di sonagli; il carro stride del passeggier che il suo cammin ripiglia. Si rallegra ogni core. Sí dolce, sí gradita quand’è, com’or, la vita? Quando con tanto amore l’uomo a’ suoi studi intende? o torna all’opre? o cosa nova imprende? quando de’ mali suoi men si ricorda? Piacer figlio d’affanno; gioia vana, ch’è frutto del passato timore, onde si scosse e paventò la morte chi la vita abborria; onde in lungo tormento, fredde, tacite, smorte, sudâr le genti e palpitâr, vedendo mossi alle nostre offese folgori, nembi e vento. O natura cortese, son questi i doni tuoi, questi i diletti sono che tu porgi ai mortali. Uscir di pena è diletto fra noi. Pene tu spargi a larga mano; il duolo spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto che per mostro e miracolo talvolta nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana prole cara agli eterni! assai felice se respirar ti lice d’alcun dolor; beata se te d’ogni dolor morte risana. Il sabato del villaggio La donzelletta vien dalla campagna, in sul calar del sole, col suo fascio dell’erba, e reca in mano un mazzolin di rose e di viole, onde, siccome suole, ornare ella si appresta dimani, al dí di festa, il petto e il crine. Siede con le vicine su la scala a filar la vecchierella, incontro lá dove si perde il giorno; e novellando vien del suo buon tempo, quando ai dí della festa ella si ornava, ed ancor sana e snella solea danzar la sera intra di quei ch’ebbe compagni dell’etá piú bella. Giá tutta l’aria imbruna, torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre giú da’ colli e da’ tetti, al biancheggiar della recente luna. Or la squilla dá segno della festa che viene; ed a quel suon diresti che il cor si riconforta. I fanciulli gridando su la piazzuola in frotta, e qua e lá saltando, fanno un lieto romore: e intanto riede alla sua parca mensa, fischiando, il zappatore, e seco pensa al dí del suo riposo. Poi quando intorno è spenta ogni altra face, e tutto l’altro tace, odi il martel picchiare, odi la sega del legnaiuol, che veglia nella chiusa bottega alla lucerna, e s’affretta, e s’adopra di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba. Questo di sette è il piú gradito giorno, pien di speme e di gioia: diman tristezza e noia recheran l’ore, ed al travaglio usato ciascuno in suo pensier fará ritorno. Garzoncello scherzoso, cotesta etá fiorita è come un giorno d’allegrezza pieno, giorno chiaro, sereno, che precorre alla festa di tua vita. Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta. Altro dirti non vo’; ma la tua festa ch’anco tardi a venir non ti sia grave. Il pensiero dominante Dolcissimo, possente dominator di mia profonda mente; terribile, ma caro dono del ciel; consorte ai lúgubri miei giorni, pensier che innanzi a me sí spesso torni; di tua natura arcana chi non favella? il suo poter fra noi chi non sentí? Pur sempre che in dir gli effetti suoi le umane lingue il sentir proprio sprona, par novo ad ascoltar ciò ch’ei ragiona. Come solinga è fatta la mente mia d’allora che tu quivi prendesti a far dimora! Ratto d’intorno intorno al par del lampo gli altri pensieri miei tutti si dileguâr. Siccome torre in solitario campo, tu stai solo, gigante, in mezzo a lei. Che divenute son, fuor di te solo, tutte l’opre terrene, tutta intera la vita al guardo mio! Che intollerabil noia gli ozi, i commerci usati, e di vano piacer la vana spene, allato a quella gioia, gioia celeste che da te mi viene! Come da’ nudi sassi dello scabro Apennino a un campo verde che lontan sorrida volge gli occhi bramoso il pellegrino; tal io dal secco ed aspro mondano conversar vogliosamente, quasi in lieto giardino, a te ritorno, e ristora i miei sensi il tuo soggiorno. Quasi incredibil parmi che la vita infelice e il mondo sciocco giá per gran tempo assai senza te sopportai; quasi intender non posso come d’altri desiri, fuor ch’a te somiglianti, altri sospiri. Giammai d’allor che in pria questa vita che sia per prova intesi, timor di morte non mi strinse il petto. Oggi mi pare un gioco quella che il mondo inetto, talor lodando, ognora abborre e trema, necessitade estrema; e se periglio appar, con un sorriso le sue minacce a contemplar m’affiso. Sempre i codardi, e l’alme ingenerose, abbiette ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno subito i sensi miei; move l’alma ogni esempio dell’umana viltá subito a sdegno. Di questa etá superba, che di vòte speranze si nutrica, vaga di ciance, e di virtú nemica; stolta, che l’util chiede, e inutile la vita quindi piú sempre divenir non vede; maggior mi sento. A scherno ho gli umani giudizi; e il vario volgo a’ bei pensieri infesto, e degno tuo disprezzator, calpesto. A quello onde tu movi, quale affetto non cede? anzi qual altro affetto se non quell’uno intra i mortali ha sede? Avarizia, superbia, odio, disdegno, studio d’onor, di regno, che sono altro che voglie al paragon di lui? Solo un affetto vive tra noi: quest’uno, prepotente signore, dieder l’eterne leggi all’uman core. Pregio non ha, non ha ragion la vita se non per lui, per lui ch’all’uomo è tutto; sola discolpa al fato, che noi mortali in terra pose a tanto patir senz’altro frutto; solo per cui talvolta, non alla gente stolta, al cor non vile la vita della morte è piú gentile. Per côr le gioie tue, dolce pensiero, provar gli umani affanni, e sostener molt’anni questa vita mortal, fu non indegno; ed ancor tornerei, cosí qual son de’ nostri mali esperto, verso un tal segno a incominciare il corso: che tra le sabbie e tra il vipereo morso, giammai finor sí stanco per lo mortal deserto non venni a te, che queste nostre pene vincer non mi paresse un tanto bene. Che mondo mai, che nova immensitá, che paradiso è quello lá dove spesso il tuo stupendo incanto parmi innalzar! dov’io, sott’altra luce che l’usata errando, il mio terreno stato e tutto quanto il ver pongo in obblio! Tali son, credo, i sogni degl’immortali. Ahi! finalmente un sogno in molta parte onde si abbella il vero sei tu, dolce pensiero; sogno e palese error. Ma di natura, infra i leggiadri errori, divina sei; perché sí viva e forte, che incontro al ver tenacemente dura, e spesso al ver s’adegua, né si dilegua, pria che in grembo a morte. E tu per certo, o mio pensier, tu solo vitale ai giorni miei, cagion diletta d’infiniti affanni, meco sarai per morte a un tempo spento: ch’a vivi segni dentro l’alma io sento che in perpetuo signor dato mi sei. Altri gentili inganni soleami il vero aspetto piú sempre infievolir. Quanto piú torno a riveder colei della qual teco ragionando io vivo, cresce quel gran diletto, cresce quel gran delirio, ond’io respiro. Angelica beltade! Parmi ogni piú bel volto, ovunque io miro, quasi una finta imago il tuo volto imitar. Tu sola fonte d’ogni altra leggiadria, sola vera beltá parmi che sia. Da che ti vidi pria, di qual mia seria cura ultimo obbietto non fosti tu? quanto del giorno è scorso, ch’io di te non pensassi? ai sogni miei la tua sovrana imago quante volte mancò? Bella qual sogno, angelica sembianza, nella terrena stanza, nell’alte vie dell’universo intero, che chiedo io mai, che spero altro che gli occhi tuoi veder piú vago? altro piú dolce aver che il tuo pensiero? Amore e Morte Ὅν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνήσκει νέοςMuor giovane colui ch’al cielo è caro. Menandro. Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte ingenerò la sorte. Cose quaggiú sí belle altre il mondo non ha, non han le stelle. Nasce dall’uno il bene, nasce il piacer maggiore che per lo mar dell’essere si trova; l’altra ogni gran dolore ogni gran male annulla. Bellissima fanciulla, dolce a veder, non quale la si dipinge la codarda gente, gode il fanciullo Amore accompagnar sovente; e sorvolano insiem la via mortale, primi conforti d’ogni saggio core. Né cor fu mai piú saggio che percosso d’amor, né mai piú forte sprezzò l’infausta vita, né per altro signore come per questo a perigliar fu pronto: ch’ove tu porgi aita, Amor, nasce il coraggio, o si ridesta; e sapiente in opre, non in pensiero invan, siccome suole, divien l’umana prole. Quando novellamente nasce nel cor profondo un amoroso affetto, languido e stanco insiem con esso in petto un desiderio di morir si sente: come, non so: ma tale d’amor vero e possente è il primo effetto. Forse gli occhi spaura allor questo deserto: a sé la terra forse il mortale inabitabil fatta vede omai senza quella nova, sola, infinita felicitá che il suo pensier figura: ma per cagion di lei grave procella presentendo in suo cor, brama quiete, brama raccôrsi in porto dinanzi al fier disio, che giá, rugghiando, intorno intorno oscura. Poi, quando tutto avvolge la formidabil possa, e fulmina nel cor l’invitta cura, quante volte implorata con desiderio intenso, Morte, sei tu dall’affannoso amante! Quante la sera, e quante abbandonando all’alba il corpo stanco, sé beato chiamò, s’indi giammai non rilevasse il fianco, né tornasse a veder l’amara luce! E spesso al suon della funebre squilla, al canto che conduce la gente morta al sempiterno obblio, con piú sospiri ardenti dall’imo petto invidiò colui che tra gli spenti ad abitar sen giva. Fin la negletta plebe, l’uom della villa, ignaro d’ogni virtú che da saper deriva, fin la donzella timidetta e schiva, che giá di morte al nome sentí rizzar le chiome, osa alla tomba, alle funeree bende fermar lo sguardo di costanza pieno; osa ferro e veleno meditar lungamente, e nell’indotta mente la gentilezza del morir comprende. Tanto alla morte inclina d’amor la disciplina. Anco sovente, a tal venuto il gran travaglio interno che sostener nol può forza mortale, o cede il corpo frale ai terribili moti, e in questa forma pel fraterno poter Morte prevale; o cosí sprona Amor lá nel profondo, che da se stessi il villanello ignaro, la tenera donzella con la man violenta pongon le membra giovanili in terra. Ride ai lor casi il mondo, a cui pace e vecchiezza il ciel consenta. Ai fervidi, ai felici, agli animosi ingegni l’uno o l’altro di voi conceda il fato, dolci signori, amici all’umana famiglia, al cui poter nessun poter somiglia nell’immenso universo, e non l’avanza, se non quella del fato, altra possanza. E tu, cui giá dal cominciar degli anni sempre onorata invoco, bella Morte, pietosa tu sola al mondo dei terreni affanni, se celebrata mai fosti da me, s’al tuo divino stato l’onte del volgo ingrato ricompensar tentai, non tardar piú, t’inchina a disusati preghi; chiudi alla luce omai questi occhi tristi, o dell’etá reina. Me certo troverai, qual si sia l’ora che tu le penne al mio pregar dispieghi, erta la fronte, armato, e renitente al fato, la man che flagellando si colora nel mio sangue innocente non ricolmar di lode, non benedir, com’usa per antica viltá l’umana gente; ogni vana speranza onde consola sé coi fanciulli il mondo, ogni conforto stolto gittar da me; null’altro in alcun tempo sperar se non te sola; solo aspettar sereno quel dí ch’io pieghi addormentato il volto nel tuo virgineo seno. A se stesso Or poserai per sempre, stanco mio cor. Perí l’inganno estremo, ch’eterno io mi credei. Perí. Ben sento, in noi di cari inganni, non che la speme, il desiderio è spento. Posa per sempre. Assai palpitasti. Non val cosa nessuna i moti tuoi, né di sospiri è degna la terra. Amaro e noia la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. T’acqueta omai. Dispera l’ultima volta. Al gener nostro il fato non donò che il morire. Omai disprezza te, la natura, il brutto poter che, ascoso, a comun danno impera, e l’infinita vanitá del tutto. Aspasia Torna dinanzi al mio pensier talora il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo per abitati lochi a me lampeggia in altri volti; o per deserti campi, al dí sereno, alle tacenti stelle, da soave armonia quasi ridesta, nell’alma a sgomentarsi ancor vicina, quella superba vision risorge. Quanto adorata, o numi, e quale un giorno mia delizia ed erinni! E mai non sento mover profumo di fiorita piaggia, né di fiori olezzar vie cittadine, ch’io non ti vegga ancor qual eri il giorno che ne’ vezzosi appartamenti accolta, tutti odorati de’ novelli fiori di primavera, del color vestita della bruna viola, a me si offerse l’angelica tua forma, inchino il fianco sovra nitide pelli, e circonfusa d’arcana voluttá; quando tu, dotta allettatrice, fervidi sonanti baci scoccavi nelle curve labbra de’ tuoi bambini, il niveo collo intanto porgendo, e lor di tue cagioni ignari con la man leggiadrissima stringevi al seno ascoso e desiato. Apparve novo ciel, nova terra, e quasi un raggio divino al pensier mio. Cosí nel fianco non punto inerme a viva forza impresse il tuo braccio lo stral, che poscia fitto ululando portai finch’a quel giorno si fu due volte ricondotto il sole. Raggio divino al mio pensiero apparve, donna, la tua beltá. Simile effetto fan la bellezza e i musicali accordi, ch’alto mistero d’ignorati Elisi paion sovente rivelar. Vagheggia il piagato mortal quindi la figlia della sua mente, l’amorosa idea, che gran parte d’Olimpo in sé racchiude, tutta al volto, ai costumi, alla favella pari alla donna che il rapito amante vagheggiare ed amar confuso estima. Or questa egli non giá, ma quella, ancora nei corporali amplessi, inchina ed ama. Alfin l’errore e gli scambiati oggetti conoscendo, s’adira; e spesso incolpa la donna a torto. A quella eccelsa imago sorge di rado il femminile ingegno; e ciò che inspira ai generosi amanti la sua stessa beltá, donna non pensa, né comprender potria. Non cape in quelle anguste fronti ugual concetto. E male al vivo sfolgorar di quegli sguardi spera l’uomo ingannato, e mal richiede sensi profondi, sconosciuti, e molto piú che virili, in chi dell’uomo al tutto da natura è minor. Che se piú molli e piú tenui le membra, essa la mente men capace e men forte anco riceve. Né tu finor giammai quel che tu stessa inspirasti alcun tempo al mio pensiero, potesti, Aspasia, immaginar. Non sai che smisurato amor, che affanni intensi, che indicibili moti e che deliri movesti in me; né verrá tempo alcuno che tu l’intenda. In simil guisa ignora esecutor di musici concenti quel ch’ei con mano o con la voce adopra in chi l’ascolta. Or quell’Aspasia è morta che tanto amai. Giace per sempre, oggetto della mia vita un dí: se non se quanto, pur come cara larva, ad ora ad ora tornar costuma e disparir. Tu vivi, bella non solo ancor, ma bella tanto, al parer mio, che tutte l’altre avanzi. Pur quell’ardor che da te nacque è spento: perch’io te non amai, ma quella diva che giá vita, or sepolcro, ha nel mio core. Quella adorai gran tempo; e sí mi piacque sua celeste beltá, ch’io, per insino giá dal principio conoscente e chiaro dell’esser tuo, dell’arti e delle frodi, pur ne’ tuoi contemplando i suoi begli occhi, cupido ti seguii finch’ella visse, ingannato non giá, ma dal piacere di quella dolce somiglianza un lungo servaggio ed aspro a tollerar condotto. Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola sei del tuo sesso a cui piegar sostenni l’altèro capo, a cui spontaneo porsi l’indomito mio cor. Narra che prima, e spero ultima certo, il ciglio mio supplichevol vedesti, a te dinanzi me timido, tremante (ardo in ridirlo di sdegno e di rossor), me di me privo, ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto spiar sommessamente, a’ tuoi superbi fastidi impallidir, brillare in volto ad un segno cortese, ad ogni sguardo mutar forma e color. Cadde l’incanto, e spezzato con esso, a terra sparso il giogo: onde m’allegro. E sebben pieni di tedio, alfin dopo il servire e dopo un lungo vaneggiar, contento abbraccio senno con libertá. Che se d’affetti orba la vita, e di gentili errori, è notte senza stelle a mezzo il verno, giá del fato mortale a me bastante e conforto e vendetta è che su l’erba qui neghittoso immobile giacendo, il mar, la terra e il ciel miro e sorrido. Sopra un basso rilievo antico sepolcrale DOVE UNA GIOVANE MORTA È RAPPRESENTATA IN ATTO DI PARTIRE, ACCOMMIATANDOSI DAI SUOI Dove vai? chi ti chiama lunge dai cari tuoi, bellissima donzella? Sola, peregrinando, il patrio tetto sí per tempo abbandoni? a queste soglie tornerai tu? farai tu lieti un giorno questi ch’oggi ti son piangendo intorno? Asciutto il ciglio ed animosa in atto, ma pur mesta sei tu. Grata la via o dispiacevol sia, tristo il ricetto a cui movi o giocondo, da quel tuo grave aspetto mal s’indovina. Ahi, ahi! né giá potria fermare io stesso in me, né forse al mondo s’intese ancor, se in disfavore al cielo, se cara esser nomata, se misera tu debbi o fortunata. Morte ti chiama; al cominciar del giorno l’ultimo istante. Al nido onde ti parti, non tornerai. L’aspetto de’ tuoi dolci parenti lasci per sempre. Il loco a cui movi, è sotterra: ivi fia d’ogni tempo il tuo soggiorno. Forse beata sei; ma pur chi mira, seco pensando, al tuo destin, sospira. Mai non veder la luce era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo che reina bellezza si dispiega nelle membra e nel volto, ed incomincia il mondo verso lei di lontano ad atterrarsi; in sul fiorir d’ogni speranza, e molto prima che incontro alla festosa fronte i lugubri suoi lampi il ver baleni; come vapore in nuvoletta accolto sotto forme fugaci all’orizzonte, dileguarsi cosí quasi non sorta, e cangiar con gli oscuri silenzi della tomba i dí futuri; questo, se all’intelletto appar felice, invade d’alta pietade ai piú costanti il petto. Madre temuta e pianta dal nascer giá dell’animal famiglia, natura, illaudabil maraviglia, che per uccider partorisci e nutri, se danno è del mortale immaturo perir, come il consenti in quei capi innocenti? Se ben, perché funesta, perché sovra ogni male, a chi si parte, a chi rimane in vita, inconsolabil fai tal dipartita? Misera ovunque miri, misera onde si volga, ove ricorra, questa sensibil prole! Piacqueti che delusa fosse ancor dalla vita la speme giovanil; piena d’affanni l’onda degli anni; ai mali unico schermo la morte; e questa, inevitabil segno, questa immutata legge ponesti all’uman corso. Ahi! perché dopo le travagliose strade, almen la meta non ci prescriver lieta? anzi colei che per certo futura portiam sempre, vivendo, innanzi all’alma, colei che i nostri danni ebber solo conforto, velar di neri panni, cinger d’ombra sí trista, e spaventoso in vista piú d’ogni flutto dimostrarci il porto? Giá se sventura è questo morir che tu destini a tutti noi, che senza colpa, ignari, né volontari al vivere abbandoni, certo ha chi mòre invidiabil sorte a colui che la morte sente de’ cari suoi. Che se nel vero, com’io per fermo estimo, il vivere è sventura, grazia il morir, chi però mai potrebbe, quel che pur si dovrebbe, desiar de’ suoi cari il giorno estremo, per dover egli scemo rimaner di se stesso; veder d’in su la soglia levar via la diletta persona con chi passato avrá molt’anni insieme, e dire a quella addio, senz’altra speme di riscontrarla ancora per la mondana via; poi solitario, abbandonato in terra, guardando attorno, all’ore, ai lochi usati, rimemorar la scorsa compagnia? Come, ahi, come, o natura, il cor ti soffre di strappar dalle braccia all’amico l’amico, al fratello il fratello, la prole al genitore, all’amante l’amore: e, l’uno estinto, l’altro in vita serbar? Come potesti far necessario in noi tanto dolor, che sopravviva amando al mortale il mortal? Ma da natura altro negli atti suoi che nostro male o nostro ben si cura. Sopra il ritratto di una bella donna Tal fosti: or qui sotterra polve e scheletro sei. Su l’ossa e il fango immobilmente collocato invano, muto, mirando dell’etadi il volo, sta, di memoria solo e di dolor custode, il simulacro della scorsa beltá. Quel dolce sguardo, che tremar fe’, se, come or sembra, immoto in altrui s’affisò; quel labbro, ond’alto par, come d’urna piena, traboccare il piacer; quel collo, cinto giá di desio; quell’amorosa mano, che spesso, ove fu pòrta, sentí gelida far la man che strinse; e il seno, onde la gente visibilmente di pallor si tinse, fûro alcun tempo: or fango ed ossa sei: la vista vituperosa e trista un sasso asconde. Cosí riduce il fato qual sembianza fra noi parve piú viva immagine del ciel. Misterio eterno dell’esser nostro! Oggi d’eccelsi, immensi pensieri e sensi inenarrabil fonte, beltá grandeggia, e pare, quale splendor vibrato da natura immortal su queste arene, di sovrumani fati, di fortunati regni e d’aurei mondi segno e sicura spene dare al mortale stato: diman, per lieve forza, sozzo a vedere, abominoso, abbietto divien quel che fu dianzi quasi angelico aspetto, e dalle menti insieme quel che da lui moveva ammirabil concetto, si dilegua. Desidèri infiniti e visioni altère crea nel vago pensiere, per natural virtú, dotto concento; onde per mar delizioso, arcano erra lo spirto umano, quasi come a diporto ardito notator per l’oceáno: ma se un discorde accento fere l’orecchio, in nulla torna quel paradiso in un momento. Natura umana, or come, se frale in tutto e vile, se polve ed ombra sei, tant’alto senti? Se in parte anco gentile, come i piú degni tuoi moti e pensieri son cosí di leggieri da sí basse cagioni e desti e spenti? Palinodia al marchese Gino Capponi Il sempre sospirar nulla rileva. Petrarca. Errai, candido Gino; assai gran tempo, e di gran lunga errai. Misera e vana stimai la vita, e sovra l’altre insulsa la stagion ch’or si volge. Intolleranda parve, e fu, la mia lingua alla beata prole mortal, se dir si dee mortale l’uomo, o si può. Fra Meraviglia e sdegno, dall’Eden odorato in cui soggiorna, rise l’alta progenie, e me negletto disse, o mal venturoso, e di piaceri o incapace o inesperto, il proprio fato creder comune, e del mio mal consorte l’umana specie. Alfin per entro il fumo de’ sigari onorato, al romorio de’ crepitanti pasticcini, al grido militar, di gelati e di bevande ordinator, fra le percosse tazze e i branditi cucchiai, viva rifulse agli occhi miei la giornaliera luce delle gazzette. Riconobbi e vidi la pubblica letizia, e le dolcezze del destino mortal. Vidi l’eccelso stato e il valor delle terrene cose, e tutto fiori il corso umano, e vidi come nulla quaggiú dispiace e dura. Né men conobbi ancor gli studi e l’opre stupende, e il senno, e le virtudi, e l’alto saver del secol mio. Né vidi meno da Marrocco al Catai, dall’Orse al Nilo, e da Boston a Goa, correr dell’alma felicitá su l’orme a gara ansando regni, imperi e ducati; e giá tenerla o per le chiome fluttuanti, o certo per l’estremo del boa. Cosí vedendo, e meditando sovra i larghi fogli profondamente, del mio grave, antico errore, e di me stesso, ebbi vergogna. Auro secolo omai volgono, o Gino, i fusi delle Parche. Ogni giornale, gener vario di lingue e di colonne, da tutti i lidi lo promette al mondo concordemente. Universale amore, ferrate vie, moltiplici commerci, vapor, tipi e cholèra i piú divisi popoli e climi stringeranno insieme. Né maraviglia fia se pino o quercia suderá latte e mele, o s’anco al suono d’un walser danzerá. Tanto la possa infin qui de’ lambicchi e delle storte, e le macchine al cielo emulatrici crebbero, e tanto cresceranno al tempo che seguirá; poiché di meglio in meglio senza fin vola e volerá mai sempre di Sem, di Cam e di Giapeto il seme. Ghiande non ciberá certo la terra però, se fame non la sforza; il duro ferro non deporrá. Ben molte volte argento ed òr disprezzerá, contenta a pólizze di cambio. E giá dal caro sangue de’ suoi non asterrá la mano la generosa stirpe: anzi coverte fien di stragi l’Europa e l’altra riva dell’atlantico mar, fresca nutrice di pura civiltá, sempre che spinga contrarie in campo le fraterne schiere di pepe o di cannella o d’altro aroma fatal cagione, o di melate canne, o cagion qual si sia ch’ad auro torni. Valor vero e virtú, modestia e fede e di giustizia amor, sempre in qualunque pubblico stato, alieni in tutto e lungi da’ comuni negozi, ovvero in tutto sfortunati saranno, afflitti e vinti; perché die’ lor natura, in ogni tempo starsene in fondo. Ardir protervo e frode, con mediocritá, regneran sempre, a galleggiar sortiti. Imperio e forze, quanto piú vogli o cumulate o sparse, abuserá chiunque avralle, e sotto qualunque nome. Questa legge in pria scrisser natura e il fato in adamante; e co’ fulmini suoi Volta né Davy lei non cancellerá, non Anglia tutta con le macchine sue, né con un Gange di politici scritti il secol novo. Sempre il buono in tristezza, il vile in festa sempre e il ribaldo: incontro all’alme eccelse in arme tutti congiurati i mondi fieno in perpetuo: al vero onor seguaci calunnia, odio e livor: cibo de’ forti il debole, cultor de’ ricchi e servo il digiuno mendico, in ogni forma di comun reggimento, o presso o lungi sien l’eclittica o i poli, eternamente sará, se al gener nostro il proprio albergo e la face del dí non vengon meno. Queste lievi reliquie e questi segni delle passate etá, forza è che impressi porti quella che sorge etá dell’oro: perché mille discordi e repugnanti l’umana compagnia princípi e parti ha per natura; e por quegli odii in pace non valser gl’intelletti e le possanze degli uomini giammai, dal dí che nacque l’inclita schiatta, e non varrá, quantunque saggio sia né possente, al secol nostro patto alcuno o giornal. Ma nelle cose piú gravi, intera, e non veduta innanzi, fia la mortal felicitá. Piú molli di giorno in giorno diverran le vesti o di lana o di seta. I rozzi panni lasciando a prova agricoltori e fabbri, chiuderanno in coton la scabra pelle, e di castoro copriran le schiene. Meglio fatti al bisogno, o piú leggiadri certamente a veder, tappeti e coltri, seggiole, canapé, sgabelli e mense, letti, ed ogni altro arnese, adorneranno di lor menstrua beltá gli appartamenti; e nòve forme di paiuoli, e nòve pentole ammirerá l’arsa cucina. Da Parigi a Calais, di quivi a Londra, da Londra a Liverpool, rapido tanto sará, quant’altri immaginar non osa, il cammino, anzi il volo: e sotto l’ampie vie del Tamigi fia dischiuso il varco, opra ardita, immortal, ch’esser dischiuso dovea, giá son molt’anni. Illuminate meglio ch’or son, benché sicure al pari, nottetempo saran le vie men trite delle cittá sovrane, e talor forse di suddita cittá le vie maggiori. Tali dolcezze e sí beata sorte alla prole vegnente il ciel destina. Fortunati color che mentre io scrivo miagolanti in su le braccia accoglie la levatrice! a cui veder s’aspetta quei sospirati dí, quando per lunghi studi fia noto, e imprenderá col latte dalla cara nutrice ogni fanciullo, quanto peso di sal, quanto di carni, e quante moggia di farina inghiotta il patrio borgo in ciascun mese; e quanti in ciascun anno partoriti e morti scriva il vecchio prior: quando, per opra di possente vapore, a milioni impresse in un secondo, il piano e il poggio, e credo anco del mar gl’immensi tratti, come d’aeree gru stuol che repente alle late campagne il giorno involi, copriran le gazzette, anima e vita dell’universo, e di savere a questa ed alle etá venture unica fonte! Quale un fanciullo, con assidua cura, di fogliolini e di fuscelli, in forma o di tempio o di torre o di palazzo, un edificio innalza; e come prima fornito il mira, ad atterrarlo è vòlto, perché gli stessi a lui fuscelli e fogli per novo lavorio son di mestieri; cosí natura ogni opra sua, quantunque d’alto artificio a contemplar, non prima vede perfetta, ch’a disfarla imprende, le parti sciolte dispensando altrove. E indarno a preservar se stesso ed altro dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa eternamente, il mortal seme accorre mille virtudi oprando in mille guise con dotta man: ché, d’ogni sforzo in onta, la natura crudel, fanciullo invitto, il suo capriccio adempie, e senza posa distruggendo e formando si trastulla. Indi varia, infinita una famiglia di mali immedicabili e di pene preme il fragil mortale, a perir fatto irreparabilmente: indi una forza ostil, distruggitrice, e dentro il fere e di fuor da ogni lato, assidua, intenta dal dí che nasce; e l’affatica e stanca, essa indefatigata; insin ch’ei giace alfin dall’empia madre oppresso e spento. Queste, o spirto gentil, miserie estreme dello stato mortal; vecchiezza e morte, c’han principio d’allor che il labbro infante preme il tenero sen che vita instilla; emendar, mi cred’io, non può la lieta nonadecima etá piú che potesse la decima o la nona, e non potranno piú di questa giammai l’etá future. Però, se nominar lice talvolta con proprio nome il ver, non altro in somma fuor che infelice, in qualsivoglia tempo, e non pur ne’ civili ordini e modi, ma della vita in tutte l’altre parti, per essenza insanabile, e per legge universal che terra e cielo abbraccia, ogni nato sará. Ma novo e quasi divin consiglio ritrovâr gli eccelsi spirti del secol mio: che, non potendo felice in terra far persona alcuna, l’uomo obbliando, a ricercar si diêro una comun felicitade; e quella trovata agevolmente, essi di molti, tristi e miseri tutti, un popol fanno lieto e felice: e tal portento, ancora da pamphlets, da riviste e da gazzette non dichiarato, il civil gregge ammira. Oh menti, oh senno, oh sovrumano acume dell’etá ch’or si volge! E che sicuro filosofar, che sapienza, o Gino, in piú sublimi ancora e piú riposti subbietti insegna ai secoli futuri il mio secolo e tuo! Con che costanza quel che ieri scherní, prosteso adora oggi, e domani abbatterá, per girne raccozzando i rottami, e per riporlo tra il fumo degl’incensi il dí vegnente! Quanto estimar si dee, che fede inspira del secol che si volge, anzi dell’anno, il concorde sentir! con quanta cura convienci a quel dell’anno, al qual difforme fia quel dell’altro appresso, il sentir nostro comparando, fuggir che mai d’un punto non sien diversi! E di che tratto innanzi, se al moderno si opponga il tempo antico, filosofando il saper nostro è scorso! Un giá de’ tuoi, lodato Gino, un franco di poetar maestro, anzi di tutte scienze ed arti e facoltadi umane, e menti che fûr mai, sono e saranno, dottore, emendator: — Lascia — mi disse — i propri affetti tuoi. Di lor non cura questa virile etá, vòlta ai severi economici studi, e intenta il ciglio nelle pubbliche cose. Il proprio petto esplorar che ti val? Materia al canto non cercar dentro te. Canta i bisogni del secol nostro, e la matura speme. — Memorande sentenze! ond’io solenni le risa alzai quando sonava il nome della speranza al mio profano orecchio quasi comica voce, o come un suono di lingua che dal latte si scompagni. Or torno addietro, ed al passato un corso contrario imprendo, per non dubbi esempi chiaro oggimai ch’al secol proprio vuolsi non contraddir, non repugnar, se lode cerchi e fama appo lui, ma fedelmente adulando ubbidir: cosí per breve ed agiato cammin vassi alle stelle. Ond’io, degli astri desioso, al canto del secolo i bisogni omai non penso materia far; ché a quelli, ognor crescendo, proveggono i mercati e le officine giá largamente; ma la speme io certo dirò, la speme, onde visibil pegno giá concedon gli dèi; giá, della nova felicitá principio, ostenta il labbro de’ giovani, e la guancia, enorme il pelo. O salve, o segno salutare, o prima luce della famosa etá che sorge! Mira dinanzi a te come s’allegra la terra e il ciel, come sfavilla il guardo delle donzelle, e per conviti e feste qual de’ barbati eroi fama giá vola. Cresci, cresci alla patria, o maschia certo moderna prole! All’ombra de’ tuoi velli Italia crescerá, crescerá tutta dalle foci del Tago all’Ellesponto Europa, e il mondo poserá sicuro. E tu comincia a salutar col riso gl’ispidi genitori, o prole infante, eletta agli aurei dí: né ti spauri l’innocuo nereggiar de’ cari aspetti. Ridi, o tenera prole: a te serbato è di cotanto favellare il frutto; veder gioia regnar, cittadi e ville, vecchiezza e gioventú del par contente, e le barbe ondeggiar lunghe due spanne. Il tramonto della luna Quale in notte solinga, sovra campagne inargentate ed acque, lá ’ve zefiro aleggia, e mille vaghi aspetti e ingannevoli obbietti fingon l’ombre lontane infra l’onde tranquille e rami e siepi e collinette e ville; giunta al confin del cielo, dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno nell’infinito seno scende la luna; e si scolora il mondo; spariscon l’ombre, ed una oscuritá la valle e il monte imbruna; orba la notte resta, e cantando, con mesta melodia, l’estremo albor della fuggente luce, che dianzi gli fu duce, saluta il carrettier dalla sua via; tal si dilegua, e tale lascia l’etá mortale la giovinezza. In fuga van l’ombre e le sembianze dei dilettosi inganni; e vengon meno le lontane speranze, ove s’appoggia la mortal natura. Abbandonata, oscura resta la vita. In lei porgendo il guardo, cerca il confuso viatore invano del cammin lungo che avanzar si sente meta o ragione; e vede ch’a sé l’umana sede, esso a lei veramente è fatto estrano. Troppo felice e lieta nostra misera sorte parve lassú, se il giovanile stato, dove ogni ben di mille pene è frutto durasse tutto della vita il corso. Troppo mite decreto quel che sentenzia ogni animale a morte, s’anco mezza la via lor non si desse in pria, della terribil morte assai piú dura. D’intelletti immortali degno trovato, estremo di tutti i mali, ritrovâr gli eterni la vecchiezza, ove fosse incolume il desio, la speme estinta, secche le fonti del piacer, le pene maggiori sempre, e non piú dato il bene. Voi, collinette e piagge, caduto lo splendor che all’occidente inargentava della notte il velo, orfane ancor gran tempo non resterete, che dall’altra parte tosto vedrete il cielo imbiancar novamente, e sorger l’alba: alla qual poscia seguitando il sole, e folgorando intorno con sue fiamme possenti, di lucidi torrenti inonderá con voi gli eterei campi. Ma la vita immortal, poi che la bella giovinezza sparí, non si colora d’altra luce giammai, né d’altra aurora. Vedova è insino al fine; ed alla notte che l’altre etadi oscura, segno poser gli dèi la sepoltura. La ginestra Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. Giovanni, iii, 19. Qui su l’arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo, la qual null’altro allegra arbor né fiore, tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata ginestra, contenta dei deserti. Anco ti vidi de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade che cingon la cittade la qual fu donna de’ mortali un tempo, e del perduto impero par che col grave e taciturno aspetto faccian fede e ricordo al passeggero. Or ti riveggo in questo suol, di tristi lochi e dal mondo abbandonati amante e d’afflitte fortune ognor compagna. Questi campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava, che sotto i passi al peregrin risona; dove s’annida e si contorce al sole la serpe, e dove al noto cavernoso covil torna il coniglio; fûr liete ville e cólti, e biondeggiâr di spiche, e risonâro di muggito d’armenti; fûr giardini e palagi, agli ozi de’ potenti gradito ospizio; e fûr cittá famose, che coi torrenti suoi l’altèro monte dall’ignea bocca fulminando oppresse con gli abitanti insieme. Or tutto intorno una ruina involve, ove tu siedi, o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola. A queste piagge venga colui che d’esaltar con lode il nostro stato ha in uso, e vegga quanto è il gener nostro in cura all’amante natura. E la possanza qui con giusta misura anco estimar potrá dell’uman seme, cui la dura nutrice, ov’ei men teme, con lieve moto in un momento annulla in parte, e può con moti poco men lievi ancor subitamente annichilare in tutto. Dipinte in queste rive son dell’umana gente «le magnifiche sorti e progressive». Qui mira e qui ti specchia, secol superbo e sciocco, che il calle insino allora dal risorto pensier segnato innanti abbandonasti, e vòlti addietro i passi, del ritornar ti vanti, e procedere il chiami. Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti, di cui lor sorte rea padre ti fece, vanno adulando, ancora ch’a ludibrio talora t’abbian fra sé. Non io con tal vergogna scenderò sotterra; ma il disprezzo piuttosto che si serra di te nel petto mio, mostrato avrò quanto si possa aperto; bench’io sappia che obblio preme chi troppo all’etá propria increbbe. Di questo mal, che teco mi fia comune, assai finor mi rido. Libertá vai sognando, e servo a un tempo vuoi di novo il pensiero, sol per cui risorgemmo della barbarie in parte, e per cui solo si cresce in civiltá, che sola in meglio guida i pubblici fati. Cosí ti spiacque il vero dell’aspra sorte e del depresso loco che natura ci die’. Per queste il tergo vigliaccamente rivolgesti al lume che il fe’ palese; e, fuggitivo, appelli vil chi lui segue, e solo magnanimo colui che sé schernendo o gli altri, astuto o folle, fin sopra gli astri il mortal grado estolle. Uom di povero stato e membra inferme che sia dell’alma generoso ed alto, non chiama sé né stima ricco d’òr né gagliardo, e di splendida vita o di valente persona infra la gente non fa risibil mostra; ma sé di forza e di tesor mendíco lascia parer senza vergogna, e noma parlando, apertamente, e di sue cose fa stima al vero uguale. Magnanimo animale non credo io giá, ma stolto, quel che nato a perir, nutrito in pene, dice: — A goder son fatto, — e di fetido orgoglio empie le carte, eccelsi fati e nòve felicitá, quali il ciel tutto ignora, non pur quest’orbe, promettendo in terra a popoli che un’onda di mar commosso, un fiato d’aura maligna, un sotterraneo crollo distrugge sí, ch’avanza a gran pena di lor la rimembranza. Nobil natura è quella ch’a sollevar s’ardisce gli occhi mortali incontra al comun fato, e che con franca lingua, nulla al ver detraendo, confessa il mal che ci fu dato in sorte, e il basso stato e frale; quella che grande e forte mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire fraterne, ancor piú gravi d’ogni altro danno, accresce alle miserie sue, l’uomo incolpando del suo dolor, ma dá la colpa a quella che veramente è rea, che de’ mortali madre è di parto e di voler matrigna. Costei chiama inimica; e incontro a questa congiunta esser pensando, siccom’è il vero, ed ordinata in pria l’umana compagnia, tutti fra sé confederati estima gli uomini, e tutti abbraccia con vero amor, porgendo valida e pronta ed aspettando aita negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune. Ed alle offese dell’uomo armar la destra, e laccio porre al vicino ed inciampo, stolto crede cosí, qual fôra in campo cinto d’oste contraria, in sul piú vivo incalzar degli assalti, gl’inimici obbliando, acerbe gare imprender con gli amici, e sparger fuga e fulminar col brando infra i propri guerrieri. Cosí fatti pensieri quando fien, come fûr, palesi al volgo; e quell’orror che primo contra l’empia natura strinse i mortali in social catena, fia ricondotto in parte da verace saper; l’onesto e il retto conversar cittadino, e giustizia e pietade altra radice avranno allor che non superbe fole, ove fondata probitá del volgo cosí star suole in piede quale star può quel c’ha in error la sede. Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno veste il flutto indurato, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa, in purissimo azzurro veggo dall’alto fiammeggiar le stelle, cui di lontan fa specchio il mare, e tutto di scintille in giro per lo vòto seren brillare il mondo. E poi che gli occhi a quelle luci appunto, ch’a lor sembrano un punto, e sono immense, in guisa che un punto a petto a lor son terra e mare veracemente; a cui l’uomo non pur, ma questo globo, ove l’uomo è nulla, sconosciuto è del tutto; e quando miro quegli ancor piú senz’alcun fin remoti nodi quasi di stelle, ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo e non la terra sol, ma tutte in uno, del numero infinite e della mole, con l’aureo sole insiem, le nostre stelle o sono ignote, o cosí paion come essi alla terra, un punto di luce nebulosa; al pensier mio che sembri allora, o prole dell’uomo? E rimembrando il tuo stato quaggiú, di cui fa segno il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte, che te signora e fine credi tu data al Tutto; e quante volte favoleggiar ti piacque, in questo oscuro granel di sabbia, il qual di terra ha nome, per tua cagion, dell’universe cose scender gli autori, e conversar sovente co’ tuoi piacevolmente; e che, i derisi sogni rinnovellando, ai saggi insulta fin la presente etá, che in conoscenza ed in civil costume sembra tutte avanzar; qual moto allora, mortal prole infelice, o qual pensiero verso te finalmente il cor m’assale? Non so se il riso o la pietá prevale. Come d’arbor cadendo un picciol pomo, cui lá nel tardo autunno maturitá senz’altra forza atterra, d’un popol di formiche i dolci alberghi cavati in molle gleba con gran lavoro, e l’opre, e le ricchezze ch’adunate a prova con lungo affaticar l’assidua gente avea provvidamente al tempo estivo, schiaccia, diserta e copre in un punto; cosí d’alto piombando, dall’utero tonante scagliata al ciel profondo, di ceneri e di pomici e di sassi notte e ruina, infusa di bollenti ruscelli, o pel montano fianco furiosa tra l’erba di liquefatti massi e di metalli e d’infocata arena scendendo immensa piena, le cittadi che il mar lá su l’estremo lido aspergea, confuse e infranse e ricoperse in pochi istanti: onde su quelle or pasce la capra, e cittá nove sorgon dall’altra banda, a cui sgabello son le sepolte, e le prostrate mura l’arduo monte al suo piè quasi calpesta. Non ha natura al seme dell’uom piú stima o cura ch’alla formica: e se piú rara in quello che nell’altra è la strage, non avvien ciò d’altronde fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde. Ben mille ed ottocento anni varcâr poi che sparîro, oppressi dall’ignea forza, i popolati seggi, e il villanello intento ai vigneti, che a stento in questi campi nutre la morta zolla e incenerita, ancor leva lo sguardo sospettoso alla vetta fatal, che nulla mai fatta piú mite ancor siede tremenda, ancor minaccia a lui strage ed ai figli ed agli averi lor poverelli. E spesso il meschino in sul tetto dell’ostel villereccio, alla vagante aura giacendo tutta notte insonne, e balzando piú volte, esplora il corso del temuto bollor, che si riversa dall’inesausto grembo sull’arenoso dorso, a cui riluce di Capri la marina e di Napoli il porto e Mergellina. E se appressar lo vede, o se nel cupo del domestico pozzo ode mai l’acqua fervendo gorgogliar, desta i figliuoli, desta la moglie in fretta, e via, con quanto di lor cose rapir posson, fuggendo, vede lontan l’usato suo nido, e il picciol campo, che gli fu dalla fame unico schermo, preda al flutto rovente, che crepitando giunge, e inesorato durabilmente sovra quei si spiega. Torna al celeste raggio dopo l’antica obblivion, l’estinta Pompei, come sepolto scheletro, cui di terra avarizia o pietá rende all’aperto; e dal deserto fòro diritto infra le file de’ mozzi colonnati il peregrino lunge contempla il bipartito giogo e la cresta fumante, ch’alla sparsa ruina ancor minaccia. E nell’orror della secreta notte per li vacui teatri, per li templi deformi e per le rotte case, ove i parti il pipistrello asconde, come sinistra face che per vòti palagi atra s’aggiri, corre il baglior della funerea lava, che di lontan per l’ombre rosseggia e i lochi intorno intorno tinge. Cosí, dell’uomo ignara e dell’etadi ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno dopo gli avi i nepoti, sta natura ognor verde, anzi procede per sí lungo cammino che sembra star. Caggiono i regni intanto, passan genti e linguaggi: ella nol vede: e l’uom d’eternitá s’arroga il vanto. E tu, lenta ginestra, che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni, anche tu presto alla crudel possanza soccomberai del sotterraneo foco, che ritornando al loco giá noto, stenderá l’avaro lembo su tue molli foreste. E piegherai sotto il fascio mortal non renitente il tuo capo innocente: ma non piegato insino allora indarno codardamente supplicando innanzi al futuro oppressor; ma non eretto con forsennato orgoglio inver’ le stelle, né sul deserto, dove e la sede e i natali non per voler ma per fortuna avesti; ma piú saggia, ma tanto meno inferma dell’uom, quanto le frali tue stirpi non credesti o dal fato o da te fatte immortali. Imitazione — Lungi dal proprio ramo, povera foglia frale, dove vai tu? — Dal faggio lá dov’io nacqui, mi divise il vento. Esso, tornando, a volo dal bosco alla campagna, dalla valle mi porta alla montagna. Seco perpetuamente vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro. Vo dove ogni altra cosa, dove naturalmente va la foglia di rosa, e la foglia d’alloro. — Scherzo Quando fanciullo io venni a pormi con le muse in disciplina, l’una di quelle mi pigliò per mano; e poi tutto quel giorno la mi condusse intorno a veder l’officina. Mostrommi a parte a parte gli strumenti dell’arte, e i servigi diversi a che ciascun di loro s’adopra nel lavoro delle prose e de’ versi. Io mirava, e chiedea: — Musa, la lima ov’è? — Disse la dea: — La lima è consumata; or facciam senza. — Ed io: — Ma di rifarla non vi cal, — soggiungea, — quand’ella è stanca? — Rispose: — Hassi a rifar, ma il tempo manca. — Canto XXXVII Odi, Melisso: io vo’ contarti un sogno di questa notte, che mi torna a mente in riveder la luna. Io me ne stava alla finestra che risponde al prato, guardando in alto: ed ecco all’improvviso distaccasi la luna; e mi parea che quanto nel cader s’approssimava, tanto crescesse al guardo; infin che venne a dar di colpo in mezzo al prato; ed era grande quanto una secchia, e di scintille vomitava una nebbia, che stridea sí forte come quando un carbon vivo nell’acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo la luna, come ho detto, in mezzo al prato si spegneva annerando a poco a poco, e ne fumavan l’erbe intorno intorno. Allor mirando in ciel, vidi rimaso come un barlune, o un’orma, anzi una nicchia ond’ella fosse svèlta; in cotal guisa, ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro. MELISSO E ben hai che temer, ché agevol cosa fôra cader la luna in sul tuo campo. ALCETA Chi sa? non veggiam noi spesso di state cader le stelle? MELISSO Egli ci ha tante stelle, che picciol danno è cader l’una o l’altra di loro, e mille rimaner. Ma sola ha questa luna in ciel, che da nessuno cader fu vista mai se non in sogno. Canto XXXVIII Io qui vagando al limitare intorno, invan la pioggia invoco e la tempesta, acciò che la ritenga al mio soggiorno. Pure il vento muggía nella foresta, e muggía tra le nubi il tuono errante, pria che l’aurora in ciel fosse ridesta. O care nubi, o cielo, o terra, o piante, parte la donna mia: pietá! se trova pietá nel mondo un infelice amante. O turbine, or ti sveglia, or fate prova di sommergermi, o nembi, insino a tanto che il sole ad altre terre il dí rinnova. S’apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto posan l’erbe e le frondi, e m’abbarbaglia le luci il crudo sol pregne di pianto. Canto XXXIX Spento il diurno raggio in occidente, e queto il fumo delle ville, e queta de’ cani era la voce e della gente; quand’ella, vòlta all’amorosa meta, si ritrovò nel mezzo ad una landa quanto foss’altra mai vezzosa e lieta. Spandeva il suo chiaror per ogni banda la sorella del sole, e fea d’argento gli arbori ch’a quel loco eran ghirlanda. I ramuscelli ivan cantando al vento, e in un con l’usignuol, che sempre piagne fra i tronchi, un rivo fea dolce lamento. Limpido il mar da lungi, e le campagne e le foreste, e tutte ad una ad una le cime si scoprian delle montagne. In queta ombra giacea la valle bruna, e i collicelli intorno rivestia del suo candor la rugiadosa luna. Sola tenea la taciturna via la donna, e il vento che gli odori spande, molle passar sul volto si sentia. Se lieta fosse, è van che tu dimande: piacer prendea da quella vista, e il bene che il cor le prometteva era piú grande. Come fuggiste, o belle ore serene! Dilettevol quaggiú null’altro dura, né si ferma giammai, se non la spene. Ecco turbar la notte, e farsi oscura la sembianza del ciel, ch’era sí bella, e il piacere in colei farsi paura. Un nugol torbo, padre di procella, sorgea di dietro ai monti, e crescea tanto, che piú non si scopria luna né stella. Spiegarsi ella il vedea per ogni canto, e salir su per l’aria a poco a poco, e far sovra il suo capo a quella ammanto. Veniva il poco lume ognor piú fioco; e intanto al bosco si destava il vento, al bosco lá del dilettoso loco. E si fea piú gagliardo ogni momento, tal che a forza era desto e svolazzava tra le frondi ogni augel per lo spavento. E la nube, crescendo, in giú calava ver’ la marina sí, che l’un suo lembo toccava i monti, e l’altro il mar toccava. Giá tutto a cieca oscuritade in grembo, s’incominciava udir fremer la pioggia, e il suon cresceva all’appressar del nembo. Dentro le nubi in paurosa foggia guizzavan lampi, e la fean batter gli occhi; e n’era il terren tristo, e l’aria roggia. Disciòr sentia la misera i ginocchi; e giá muggiva il tuon simile al metro di torrente che d’alto in giú trabocchi. Talvolta ella ristava, e l’aer tetro guardava sbigottita, e poi correa, sí che i panni e le chiome ivano addietro. E il duro vento col petto rompea, che gocce fredde giú per l’aria nera in sul volto soffiando le spingea. E il tuon veníale incontro come fera, rugghiando orribilmente e senza posa; e cresceva la pioggia e la bufera. E d’ogn’intorno era terribil cosa il volar polve e frondi e rami e sassi, e il suon che immaginar l’alma non osa. Ella dal lampo affaticati e lassi coprendo gli occhi, e stretti i panni al seno, gia pur tra il nembo accelerando i passi. Ma nella vista ancor l’era il baleno ardendo sí, ch’alfin dallo spavento fermò l’andare, e il cor le venne meno. E si rivolse indietro. E in quel momento si spense il lampo, e tornò buio l’etra, ed acchetossi il tuono, e stette il vento. Taceva il tutto; ed ella era di pietra. Dal greco di Simonide Ogni mondano evento è di Giove in poter, di Giove, o figlio, che giusta suo talento ogni cosa dispone. Ma di lunga stagione nostro cieco pensier s’affanna e cura, benché l’umana etate, come destina il ciel nostra ventura, di giorno in giorno dura. La bella speme tutti ci nutrica di sembianze beate, onde ciascuno indarno s’affatica: altri l’aurora amica, altri l’etade aspetta; e nullo in terra vive cui nell’anno avvenir facili e pii con Pluto gli altri iddii la mente non prometta. Ecco pria che la speme in porto arrive, qual da vecchiezza è giunto, e qual da morbi al bruno Lete addutto; questo il rigido Marte, e quello il flutto del pelago rapisce; altri consunto da negre cure, o tristo nodo al collo circondando, sotterra si rifugge. Cosí di mille mali i miseri mortali volgo fiero e diverso agita e strugge. ma, per sentenza mia, uom saggio e sciolto dal comune errore patir non sosterria, né porrebbe al dolore ed al mal proprio suo cotanto amore. Dello stesso Umana cosa picciol tempo dura, e, certissimo detto disse il veglio di Chio, conforme ebber natura le foglie e l’uman seme. Ma questa voce in petto raccolgon pochi. All’inquieta speme, figlia di giovin core, tutti prestiam ricetto. Mentre è vermiglio il fiore di nostra etade acerba, l’alma vòta e superba cento dolci pensieri educa invano, né morte aspetta né vecchiezza; e nulla cura di morbi ha l’uom gagliardo e sano. Ma stolto è chi non vede la giovinezza come ha ratte l’ale. E siccome alla culla poco il rogo è lontano. Tu presso a porre il piede in sul varco fatale della plutonia sede, ai presenti diletti la breve etá commetti. I nuovi credenti Ranieri mio, le carte ove l’umana vita esprimer tentai, con Salomone lei chiamando, qual soglio, acerba e vana, spiaccion dal Lavinaio al Chiatamone, da Tarsia, da Sant’Elmo insino al Molo, e spiaccion per Toledo alle persone. Di Chiaia la Riviera, e quei che il suolo impinguan del Mercato, e quei che vanno per l’erte vie di San Martino a volo; Capodimonte, e quei che passan l’anno in sul Caffé d’Italia, e in breve, accesa d’un concorde voler, tutta in mio danno s’arma Napoli a gara alla difesa de’ maccheroni suoi; ch’ai maccheroni anteposto il morir, troppo le pesa. E comprender non sa, quando son buoni, come per virtú lor non sien felici borghi, terre, province e nazioni. Che dirò delle triglie e delle alici? Qual puoi bramar felicitá piú vera che far d’ostriche scempio infra gli amici? Sallo Santa Lucia, quando la sera, poste le mense al lume delle stelle, vede accorrer le genti a schiera a schiera, e di frutta di mare empier la pelle. Ma di tutte maggior, piena d’affanno, alla vendetta delle cose belle sorge la voce di color che sanno, e che insegnano altrui dentro ai confini che il Liri e un doppio mar battendo vanno. Palpa la coscia, ed i pagati crini scompiglia in su la fronte, e con quel fiato soave, onde attoscar suole i vicini, incontro al dolor mio dal labbro armato vibra d’alte sentenze acuti strali il valoroso Elpidio; il qual beato dell’amor d’una dea che batter l’ali vide giá dieci lustri, i suoi contenti a gran ragione omai crede immortali. Uso giá contra il ciel torcere i denti finché piacque alla Francia; indi veduto altra moda regnar, mutati i venti, alla pietá si volse, e conosciuto il ver senz’altre scorte, arse di zelo, e d’empio a me dá nome e di perduto. E le giovani donne e l’evangelo canta, e le vecchie abbraccia, e la mercede di sua molta virtú spera nel cielo. Pende dal labbro suo con quella fede che il bimbo ha nel dottor, levando il muso che caprin, per sua grazia, il ciel gli diede, Galerio, il buon garzon, che ognor deluso cercò quel ch’ha di meglio il mondo rio, che da Venere il fato avealo escluso. Per sempre escluso: ed ei contento e pio, loda i raggi del dí, loda la sorte del gener nostro, e benedice Iddio. E canta; ed or le sale ed or la corte empiendo d’armonia, suole in tal forma dilettando se stesso, altrui dar morte. Ed oggi del suo duca egli su l’orma movendo, incontro a me fulmini elice dal casto petto, che da lui s’informa. — Bella Italia, bel mondo, etá felice, dolce stato mortal! — grida tossendo un altro, come quei che sogna e dice; a cui per l’ossa e per le vene orrendo veleno andò giá sciolto, or va commisto con Mercurio ed andrá sempre serpendo. Questi e molti altri, che nimici a Cristo fûro insin oggi, il mio parlare offende, perché il vivere io chiamo arido e tristo. E in odio mio, fedel tutta si rende questa falange, e santi detti scocca contra chi Giobbe e Salomon difende. Racquetatevi, amici. A voi non tocca dell’umana miseria alcuna parte, che misera non è la gente sciocca. Né dissi io questo, o se pur dissi, all’arte non sempre appieno esce l’intento, e spesso la penna un poco dal pensier si parte. Or mia sentenza dichiarando, espresso dico, ch’a noia in voi, ch’a doglia alcuna non è dagli astri alcun poter concesso. Non al dolor, perché alla vostra cuna assiste, e poi sull’asinina stampa il piè per ogni via pon la fortuna. E se talor la vostra vita inciampa, come ad alcun di voi, d’ogni cordoglio il non sentire e il non saper vi scampa. Noia non puote in voi, ch’a questo scoglio rompon l’alme ben nate; a voi tal male narrare indarno e non inteso io soglio. Portici, San Carlin, Villa reale, Toledo, e l’arte onde barone è Vito, e quella onde la donna in alto sale, pago fanno ad ogni or vostro appetito, e il cor, che né gentil cosa, né rara, né il bel sognò giammai, né l’infinito. Voi prodi e forti, a cui la vita è cara, a cui grava il morir; noi femminette, cui la morte è in desio, la vita amara. Voi saggi, voi felici: anime elette a goder delle cose: in voi natura le intenzioni sue vide perfette. Degli uomini e del ciel delizia e cura sarete sempre, infin che stabilita ignoranza e sciocchezza in cuor vi dura: e durerá, mi penso, almeno in vita.