Gerusalemme liberata di Torquato Tasso Testo dell’edizione Delalain, Durand e Molini, Parigi 1771. Trascrizione di Wikisource (https://it.wikisource.org/wiki/Gerusalemme_liberata), licenza CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.it). Da Libri di dominio pubblico: https://libridominiopubblico.it/libri/gerusalemme-liberata/ Canto primo Manda a Tortosa Dio l’Angelo; u’ poi Goffredo aduna i Principi Cristiani. Quivi concordi que’ famosi Eroi Lui Duce fan degli altri Capitani. Quinci egli pria vuol rivedere i suoi Sotto l’insegne; e poi gl’invia ne’ piani Ch’a Sion vanno: intanto di Giudea Il Re si turba alla novella rea. CANTO PRIMO. Canto l’arme pietose, e ’l Capitano Che ’l gran sepolcro liberò di Cristo. Molto egli oprò col senno e con la mano; Molto soffrì nel glorioso acquisto: E invan l’Inferno a lui s’oppose; e invano s’armò d’Asia e di Libia il popol misto: Chè ’l Ciel gli diè favore, e sotto ai santi Segni ridusse i suoi compagni erranti. O Musa, tu, che di caduchi allori Non circondi la fronte in Elicona, Ma su nel Cielo infra i beati cori Hai di stelle immortali aurea corona; Tu spira al petto mio celesti ardori, Tu rischiara il mio canto, e tu perdona S’intesso fregj al ver, s’adorno in parte D’altri diletti, che de’ tuoi le carte. Sai che là corre il mondo, ove più versi Di sue dolcezze il lusinghier Parnaso; E che ’l vero condito in molli versi, I più schivi allettando ha persuaso. Così all’egro fanciul porgiamo aspersi Di soavi licor gli orli del vaso: Succhi amari, ingannato, intanto ei beve, E dall’inganno suo vita riceve. Tu magnanimo Alfonso, il qual ritogli Al furor di fortuna, e guidi in porto Me peregrino errante, e fra gli scoglj, E fra l’onde agitato, e quasi assorto; Queste mie carte in lieta fronte accogli, Che quasi in voto a te sacrate i’ porto. Forse un dì fia, che la presaga penna Osi scriver di te quel ch’or n’accenna. È ben ragion, (s’egli averrà che ’n pace Il buon popol di Cristo unqua si veda, E con navi e cavalli al fero Trace Cerchi ritor la grande ingiusta preda,) Ch’a te lo scettro in terra o, se ti piace L’alto imperio de’ mari a te conceda. Emulo di Goffredo, i nostri carmi Intanto ascolta, e t’apparecchia a l’armi. Già ’l sesto anno volgea, che ’n Oriente Passò il campo Cristiano a l’alta impresa; E Nicea per assalto, e la potente Antiochia con arte avea già presa. L’avea poscia in battaglia incontra gente Di Persia innumerabile difesa, E Tortosa espugnata; indi a la rea Stagion diè loco, e ’l novo anno attendea. E ’l fine omai di quel piovoso inverno, Che fea l’arme cessar, lunge non era; Quando da l’alto soglio il Padre eterno, Ch’è ne la parte più del Ciel sincera, E quanto è da le stelle al basso inferno, Tanto è più in su de la stellata spera, Gli occhi in giù volse, e in un sol punto e in una Vista mirò ciò che ’n se il mondo aduna. Mirò tutte le cose, ed in Soría S’affissò poi ne’ Principi Cristiani; E con quel guardo suo ch’addentro spia Nel più secreto lor gli affetti umani, Vede Goffredo che scacciar desia Dalla santa Città gli empj Pagani: E pien di fè, di zelo, ogni mortale Gloria, impero, tesor mette in non cale. Ma vede in Baldovin cupido ingegno Ch’all’umane grandezze intento aspira: Vede Tancredi aver la vita a sdegno, Tanto un suo vano amor l’ange e martira! E fondar Boemondo al novo regno Suo d’Antiochia alti principj mira; E leggi imporre, ed introdur costume, Ed arti, e culto di verace nume. E cotanto internarsi in tal pensiero, Ch’altra impresa non par che più rammenti. Scorge in Rinaldo ed animo guerriero, E spirti di riposo impazienti. Non cupidigia in lui d’oro o d’impero, Ma d’onor brame immoderate, ardenti. Scorge che dalla bocca intento pende Di Guelfo, e i chiari antichi esempj apprende. Ma poich’ebbe di questi, e d’altri cori Scorti gl’intimi sensi il Re del mondo; Chiama a se da gli angelici splendori Gabriel, che ne’ primi era secondo. È tra Dio, questi, e l’anime migliori Interprete fedel, nunzio giocondo: Giù i decreti del Ciel porta, ed al Cielo Riporta de’ mortali i preghi, e ’l zelo. Disse al suo nunzio Dio: Goffredo trova, E in mio nome dì lui; perchè si cessa? Perchè la guerra omai non si rinnova, A liberar Gerusalemme oppressa? Chiami i Duci a consiglio, e i tardi mova All’alta impresa: ei capitan fia d’essa. Io quì l’eleggo, e ’l faran gli altri in terra, Già suoi compagni, or suoi ministri in guerra. Così parlogli; e Gabriel s’accinse Veloce ad esequir l’imposte cose. La sua forma invisibil d’aria cinse, Ed al senso mortal la sottopose. Umane membra, aspetto uman si finse, Ma di celeste maestà il compose. Tra giovane e fanciullo età confine Prese, ed ornò di raggi il biondo crine. Ali bianche vestì c’han d’or le cime, Infaticabilmente agili e preste. Fende i venti e le nubi, e va sublime Sovra la terra, e sovra il mar con queste. Così vestito, indirizzossi all’ime Parti del mondo il messaggier celeste: Pria sul Libano monte ei si ritenne, E si librò sull’adeguate penne. E ver le piagge di Tortosa poi Drizzò, precipitando, il volo in giuso. Sorgeva il nuovo sol dai lidi Eoi, Parte già fuor, ma ’l più nell’onde chiuso: E porgea mattutini i preghi suoi Goffredo a Dio, come egli avea per uso; Quando a paro col sol, ma più lucente, L’Angelo gli apparì dall’Oriente. E gli disse; Goffredo, ecco opportuna Già la stagion ch’al guerreggiar s’aspetta: Perchè dunque trapor dimora alcuna A liberar Gerusalem soggetta? Tu i Principi a consiglio omai raguna: Tu al fin dell’opra i neghittosi affretta. Dio per lor duce già t’elegge; ed essi Sopporran volontarj a te se stessi. Dio messaggier mi manda: io ti rivelo La sua mente in suo nome. Oh quanta spene Aver d’alta vittoria, oh quanto zelo Dell’oste a te commessa or ti conviene! Tacque; e sparito, rivolò del Cielo Alle parti più eccelse e più serene. Resta Goffredo ai detti, allo splendore, D’occhj abbagliato, attonito di core. Ma poi che si riscuote, e che discorre Chi venne, chi mandò, chè gli fu detto, Se già bramava, or tutto arde d’imporre Fine alla guerra, ond’egli è duce eletto. Non che ’l vedersi agli altri in Ciel preporre D’aura d’ambizion gli gonfi il petto; Ma il suo voler più nel voler s’infiamma Del suo signor, come favilla in fiamma. Dunque gli Eroi compagni, i quai non lunge Erano sparsi, a ragunarsi invita. Lettere a lettre, e messi a messi aggiunge: Sempre al consiglio è la preghiera unita. Ciò ch’alma generosa alletta e punge, Ciò che può risvegliar virtù sopita, Tutto par che ritrovi; e in efficace Modo l’adorna sì, che sforza e piace. Vennero i Duci, e gli altri anco seguiro; E Boemondo sol quì non convenne. Parte fuor s’attendò, parte nel giro, E tra gli alberghi suoi Tortosa tenne. I grandi dell’esercito s’uniro (Glorioso senato!) in dì solenne. Quì il pio Goffredo incominciò tra loro, Augusto in volto, ed in sermon sonoro: Guerrier di Dio, ch’a ristorare i danni Della sua fede il Re del Cielo elesse: E securi fra l’arme, e fra gl’inganni Della terra e del mar, vi scorse e resse; Sicch’abbiam tante e tante in sì pochi anni Ribellanti provincie a lui sommesse: E fra le genti debellate e dome, Stese l’insegne sue vittrici, e ’l nome; Già non lasciammo i dolci pegni, e ’l nido Nativo noi (se ’l creder mio non erra) Nè la vita esponemmo al mare infido, Ed a’ periglj di lontana guerra, Per acquistar di breve suono un grido Volgare, e posseder barbara terra; Chè proposto ci avremmo angusto e scarso Premio, e in danno dell’alme il sangue sparso. Ma fu de’ pensier nostri ultimo segno Espugnar di Sion le nobil mura; E sottrarre i Cristiani al giogo indegno Di servitù così spiacente e dura: Fondando in Palestina un novo regno, Ov’abbia la pietà sede sicura: Nè sia chi neghi al peregrin devoto D’adorar la gran tomba, e sciorre il voto. Dunque il fatto sin ora al rischio è molto, Più che molto al travaglio, all’onor poco, Nulla al disegno; ove o si fermi, o volto Sia l’impeto dell’arme in altro loco. Che gioverà l’aver d’Europa accolto Sì grande sforzo, e posto in Asia il foco, Quando sia poi di sì gran moti il fine, Non fabbriche di regni, ma ruine? Non edifica quei che vuol gl’imperi Su fondamenti fabricar mondani: Ove ha pochi di patria e fè stranieri, Fra gl’infiniti popoli Pagani: Ove ne’ Greci non convien che speri, E i favor d’Occidente ha sì lontani; Ma ben move ruine, ond’egli oppresso, Sol construtto un sepolcro abbia a se stesso. Turchi, Persi, Antiochia (illustre suono, E di nome magnifico e di cose!) Opre nostre non già; ma del Ciel dono Furo, e vittorie in ver maravigliose. Or, se da noi rivolte, e torte sono Contra quel fin che ’l donator dispose; Temo cen privi; e favola alle genti Quel sì chiaro rimbombo alfin diventi. Ah non sia alcun, per Dio, che sì graditi Doni in uso sì reo perda, e diffonda. A quei che sono alti principj orditi, Di tutta l’opra il filo, e ’l fin risponda. Ora che i passi liberi e spediti, Ora che la stagione abbiam seconda, Chè non corriamo alla città ch’è meta D’ogni nostra vittoria? e chè più ’l vieta? Principi, io vi protesto (i miei protesti Udrà il mondo presente, udrà il futuro: L’odono or su nel Ciel anco i celesti) Il tempo dell’impresa è già maturo. Men divien opportun, più che si resti: Incertissimo fia quel che è sicuro. Presago son, s’è lento il nostro corso, Ch’avrà d’Egitto il Palestin soccorso. Disse: e ai detti seguì breve bisbiglio; Ma sorse poscia il solitario Piero, Che, privato, fra’ Principi a consiglio Sedea, del gran passaggio autor primiero. Ciò ch’esorta Goffredo, ed io consiglio: Nè loco a dubbio v’ha, sì certo è il vero, E per se noto; ei dimostrollo a lungo, Voi l’approvate: io questo sol v’aggiungo: Se ben raccolgo le discordie e l’onte Quasi a prova da voi fatte e patite, I ritrosi pareri, e le non pronte, E in mezzo all’esequire opre impedite; Reco ad un’alta originaria fonte La cagion d’ogni indugio e d’ogni lite: A quella autorità, che in molti e varj D’opinion, quasi librata, è pari. Ove un sol non impera, onde i giudícj Pendano poi de’ premj, e delle pene, Onde sian compartite opre, ed uficj; Ivi errante il governo esser conviene. Deh fate un corpo sol di membri amici: Fate un capo che gli altri indrizzi e frene: Date ad un sol lo scettro, e la possanza, E sostenga di Re vece, e sembianza. Qui tacque il veglio. Or quai pensier, quai petti Son chiusi a te, sant’aura, e divo ardore? Inspiri tu dell’Eremita i detti, E tu gl’imprimi ai cavalier nel core: Sgombri gl’inserti, anzi gl’innati affetti Di sovrastar, di libertà, d’onore: Sicchè Guglielmo e Guelfo, i più sublimi, Chiamar Goffredo per lor Duce i primi. L’approvar gli altri. Esser sue parti denno Deliberare, e comandare altrui. Imponga ai vinti legge egli a suo senno: Porti la guerra, e quando vuole, e a cui. Gli altri, già pari, ubbidienti al cenno Siano or ministri de gl’imperj sui. Concluso ciò, fama ne vola, e grande Per le lingue degli uomini si spande. Ei si mostra ai soldati: e ben lor pare Degno dell’alto grado ove l’han posto; E riceve i saluti, e ’l militare Applauso, in volto placido e composto. Poich’alle dimostranze umili e care D’amor, d’ubbidienza ebbe risposto, Impon che ’l dì seguente, in un gran campo, Tutto si mostri a lui schierato il Campo. Facea nell’Oriente il Sol ritorno, Sereno e luminoso oltre l’usato; Quando co’ raggj uscì del novo giorno Sotto l’insegne ogni guerriero armato: E si mostrò quanto potè più adorno Al pio Buglion, girando il largo prato. S’era egli fermo, e si vedea davanti Passar distinti i cavalieri e i fanti. Mente, degli anni, e dell’obblio nemica, Delle cose custode, e dispensiera, Vagliami tua ragion, sicch’io ridica Di quel campo ogni Duce, ed ogni schiera: Suoni e risplenda la lor fama antica, Fatta dagli anni omai tacita e nera; Tolto da’ tuoi tesori, orni mia lingua Ciò ch’ascolti ogni età, nulla l’estingua. Prima i Franchi mostrarsi: il Duce loro Ugone esser solea, del Re fratello. Nell’Isola di Francia eletti foro Fra quattro fiumi, ampio paese e bello. Poscia ch’Ugon morì, de’ Giglj d’oro Seguì l’usata insegna il fier drappello Sotto Clotareo capitano egregio, A cui, se nulla manca, è il nome regio. Mille son di gravissima armatura: Sono altrettanti i cavalier seguenti, Di disciplina ai primi, e di natura, E d’arme e di sembianza indifferenti; Normandi tutti, e gli ha Roberto in cura, Ch’è principe natío di quelle genti. Poi duo pastor di popoli spiegaro Le squadre lor, Guglielmo, ed Ademaro. L’uno e l’altro di lor, che ne’ divini Uficj già trattò pio ministero, Sotto l’elmo premendo i lunghi crini, Esercita dell’arme or l’uso fero: Dalla Città d’Orange, e dai confini Quattrocento guerrier scelse il primiero. Ma guida quei di Poggio in guerra l’altro, Numero egual, nè men nell’arme scaltro. Baldovin poscia in mostra addur si vede Co’ Bolognesi suoi quei del germano: Che le sue genti il pio fratel gli cede Or ch’ei de’ Capitani è Capitano. Il conte de’ Carnuti indi succede, Potente di consiglio, e pro’ di mano. Van con lui quattrocento: e triplicati Conduce Baldovino in sella armati. Occupa Guelfo il campo a lor vicino, Uom che all’alta fortuna agguaglia il merto. Conta costui per genitor Latino Degli avi Estensi un lungo ordine e certo. Ma German di cognome e di domíno, Nella gran casa de’ Guelfoni è inserto. Regge Carintia, e presso l’Istro e ’l Reno Ciò che i prischi Suevi e i Reti avieno. A questo, che retaggio era materno, Acquisti ei giunse gloriosi e grandi. Quindi gente traea che prende a scherno D’andar contra la morte, ov’ei comandi: Usa a temprar ne’ caldi alberghi il verno, E celebrar con lieti inviti i prandi. Fur cinquemila alla partenza; e appena (De’ Persi avanzo) il terzo or quì ne mena. Seguia la gente poi candida e bionda, Che tra i Franchi, e i Germani, e ’l mar si giace, Ove la Mosa, ed ove il Reno inonda, Terra di biade e d’animai ferace: E gl’Insulani lor, che d’alta sponda Riparo fansi all’Ocean vorace: L’Ocean, che non pur le merci e i legni, Ma intere inghiotte le cittadi, e i regni. Gli uni e gli altri son mille: e tutti vanno Sotto un altro Roberto insieme a stuolo. Maggior alquanto è lo squadron Britanno: Guglielmo il regge al Re minor figliuolo. Sono gl’Inglesi sagittarj, ed hanno Gente con lor, ch’è più vicina al polo. Questi dall’alte selve irsuti manda La divisa dal mondo ultima Irlanda. Vien poi Tancredi; e non è alcun fra tanti (Tranne Rinaldo) o feritor maggiore, O più bel di maniere e di sembianti, O più eccelso ed intrepido di core. S’alcun’ombra di colpa i suoi gran vanti Rende men chiari, è sol follia d’amore: Nato fra l’arme, amor di breve vista, Che si nutre d’affanni, e forza acquista. È fama che quel dì che glorioso Fe’ la rotta de’ Persi il popol Franco: Poichè Tancredi alfin vittorioso I fuggitivi di seguir fu stanco; Cercò di refrigerio, e di riposo All’arse labbia, al travagliato fianco: E trasse, ove invitollo al rezzo estivo, Cinto di verdi seggj, un fonte vivo. Quivi a lui d’improvviso una donzella, Tutta, fuor che la fronte, armata apparse. Era Pagana, e là venuta anch’ella Per l’istessa cagion di ristorarse. Egli mirolla, ed ammirò la bella Sembianza, e d’essa si compiacque, e n’arse. Oh maraviglia! Amor ch’appena è nato, Già grande vola, e già trionfa armato. Ella d’elmo coprissi, e se non era Ch’altri quivi arrivar, ben l’assaliva. Partì dal vinto suo la donna altera, Ch’è per necessità sol fuggitiva; Ma l’immagine sua bella e guerriera Tale ei serbò nel cor, qual’essa è viva. E sempre ha nel pensiero e l’atto e ’l loco, In che la vide, esca continua al foco. E ben nel volto suo la gente accorta Legger potria: questi arde, e fuor di spene; Così vien sospiroso, e così porta Basse le ciglia, e di mestizia piene. Gli ottocento a cavallo, a cui fa scorta, Lasciar le piagge di campagna amene; Pompa maggior della Natura, e i colli Che vagheggia il Tirren fertili e molli. Venian dietro ducento in Grecia nati, Che son quasi di ferro in tutto scarchi: Pendon spade ritorte all’un de’ lati: Suonano al tergo lor faretre ed archi: Asciutti hanno i cavalli al corso usati, Alla fatica invitti, al cibo parchi: Nell’assalir son pronti, e nel ritrarsi; E combatton fuggendo erranti e sparsi. Tazio regge la schiera; e sol fu questi Che, Greco, accompagnò l’arme Latine. Oh vergogna, o misfatto! or non avesti Tu Grecia quelle guerre a te vicine? E pur quasi a spettacolo sedesti, Lenta aspettando de’ grand’atti il fine. Or se tu sei vil serva, è il tuo servaggio (Non ti lagnar) giustizia, e non oltraggio. Squadra d’ordine estrema ecco vien poi, Ma d’onor prima, e di valore e d’arte. Son quì gli avventurieri invitti eroi, Terror dell’Asia, e folgori di Marte. Taccia Argo i Mini, e taccia Artù que’ suoi Erranti, che di sogni empion le carte: Ch’ogni antica memoria appo costoro Perde: or qual duce fia degno di loro? Dudon di Consa è il duce; e perchè duro Fu il giudicar di sangue e di virtute, Gli altri sopporsi a lui concordi furo, Ch’avea più cose fatte, e più vedute. Ei di virilità grave e maturo Mostra in fresco vigor chiome canute. Mostra, quasi d’onor vestigj degni, Di non brutte ferite impressi segni. Eustazio è poi fra’ primi: e i proprj pregj Illustre il fanno, e più il fratel Buglione. Gernando v’è, nato di Re Norvegi, Che scettri vanta, e titoli, e corone. Ruggier di Balnavilla infra gli egregj, La vecchia fama, ed Engerlan ripone. E celebrati son fra’ più gagliardi Un Gentonio, un Rambaldo e duo Gherardi. Son fra lodati Ubaldo anco, e Rosmondo, Del gran Ducato di Lincastro erede. Non fia ch’Obizo il Tosco aggravi al fondo Chi fa delle memorie avare prede: Nè i tre fratei Lombardi al chiaro mondo Involi, Achille, Sforza, e Palamede: O ’l forte Otton, che conquistò lo scudo, In cui dall’angue esce il fanciullo ignudo. Nè Guasco, nè Ridolfo addietro lasso: Nè l’un nè l’altro Guido, ambo famosi. Non Eberardo, e non Gernier trapasso Sotto silenzio ingratamente ascosi. Ove voi me, di numerar già lasso, Gildippe, ed Odoardo amanti e sposi Rapite? o nella guerra anco consorti, Non sarete disgiunti, ancor che morti. Nelle scuole d’Amor che non s’apprende? Ivi si fe’ costei guerriera ardita. Va sempre affissa al caro fianco, e pende Da un fato solo l’una e l’altra vita. Colpo ch’ad un sol noccia unqua non scende, Ma indiviso è il dolor d’ogni ferita. E spesso è l’un ferito, e l’altro langue: E versa l’alma quel, se questa il sangue. Ma il fanciullo Rinaldo e sovra questi, E sovra quanti in mostra eran condutti, Dolcemente feroce alzar vedresti La regal fronte, e in lui mirar sol tutti. L’età precorse, e la speranza: e presti Pareano i fior, quando n’usciro i frutti. Se ’l miri fulminar nell’arme avvolto, Marte lo stimi: Amor, se scopre il volto. Lui nella riva d’Adige produsse A Bertoldo Sofia, Sofia la bella A Bertoldo il possente: e pria che fusse Tolto quasi il bambin dalla mammella, Matilda il volle, e nutricollo, e instrusse Nell’arti regie; e sempre ei fu con ella, Sin ch’invaghì la giovinetta mente La tromba che s’udia dall’Oriente. Allor (nè pur tre lustri avea finiti) Fuggì soletto, e corse strade ignote: Varcò l’Egeo, passò di Grecia i liti, Giunse nel campo in region remote. Nobilissima fuga, e che l’imiti Ben degna alcun magnanimo nipote. Tre anni son ch’è in guerra: e intempestiva Molle piuma del mento appena usciva. Passati i cavalieri, in mostra viene La gente a piedi, ed è Raimondo avanti. Reggea Tolosa, e scelse infra Pirene, E fra Garona, e l’Ocean suoi fanti. Son quattromila, e ben armati, e bene Instrutti, usi al disagio, e tolleranti. Buona è la gente, e non può da più dotta, O da più forte guida esser condotta. Ma cinquemila Stefano d’Ambuosa E di Blesse, e di Turs in guerra adduce. Non è gente robusta o faticosa, Sebben tutta di ferro ella riluce. La terra molle e lieta e dilettosa, Simili a se gli abitator produce. Impeto fan nelle battaglie prime; Ma di leggier poi langue, e si reprime. Alcasto il terzo vien, qual presso a Tebe Già Capaneo, con minaccioso volto. Sei mila Elvezj, audace e fiera plebe, Dagli Alpini castelli avea raccolto: Che ’l ferro uso a far solchi, e franger glebe, In nove forme, e in più degne opre ha volto, E con la man, che guardò rozzi armenti, Par che i Regi sfidar nulla paventi. Vedi appresso spiegar l’alto vessillo Col diadema di Piero, e con le chiavi. Quì settemila aduna il buon Cammillo Pedoni, d’arme rilucenti e gravi: Lieto, ch’a tanta impresa il ciel sortillo, Ove rinnovi il prisco onor degli avi: O mostri almen ch’alla virtù Latina, O nulla manca, o sol la disciplina. Ma già tutte le squadre eran con bella Mostra passate, e l’ultima fu questa: Quando Goffredo i maggior duci appella, E la sua mente a lor fa manifesta. Come appaja diman l’alba novella Vuo’ che l’oste s’invii leggiera e presta: Sicch’ella giunga alla città sacrata, Quanto è possibil più, meno aspettata. Preparatevi dunque ed al viaggio Ed alla pugna, e alla vittoria ancora. Questo ardito parlar d’uom così saggio Sollecita ciascuno, e l’avvalora. Tutti d’andar son pronti al novo raggio, E impazienti in aspettar l’aurora. Ma ’l provvido Buglion senza ogni tema Non è però, benchè nel cor la prema. Perch’egli avea certe novelle intese, Che s’è d’Egitto il Re già posto in via In verso Gaza, bello e forte arnese Da fronteggiare i regni di Soria. Nè creder può, che l’uomo, a fere imprese Avvezzo sempre, or lento in ozio stia; Ma d’averlo, aspettando, aspro nemico, Parla al fedel suo messaggiero Enrico: Sovra una lieve saettía, tragitto Vuo’ che tu faccia nella Greca terra. Ivi giunger dovea (così m’ha scritto Chi mai per uso in avvisar non erra) Un giovine regal, d’animo invitto, Ch’a farsi vien nostro compagno in guerra: Prence è de’ Dani, e mena un grande stuolo Sin dai paesi sottoposti al polo. Ma perchè ’l Greco Imperator fallace Seco forse userà le solite arti, Per far ch’o torni indietro, o ’l corso audace Torca in altre da noi lontane parti; Tu, nunzio mio, tu, consiglier verace, In mio nome il disponi a ciò che parti Nostro e suo bene: e dì che tosto vegna; Chè di lui fora ogni tardanza indegna. Non venir seco tu; ma resta appresso Al Re de’ Greci a procurar l’ajuto; Che già più d’una volta a noi promesso, È per ragion di patto anco dovuto. Così parla, e l’informa; e poichè ’l messo Le lettre ha di credenza, e di saluto; Toglie, affrettando il suo partir, congedo: E tregua fa co’ suoi pensier Goffredo. Il dì seguente, allor ch’aperte sono Del lucido Oriente al Sol le porte, Di trombe udissi, e di tamburi un suono, Ond’al cammino ogni guerrier s’esorte. Non è sì grato ai caldi giorni il tuono, Che speranza di pioggia al mondo apporte, Come fu caro alle feroci genti L’altero suon de’ bellici instrumenti. Tosto ciascun, da gran desio compunto, Veste le membra delle usate spoglie: E tosto appar di tutte l’arme in punto: Tosto sotto i suoi Duci ogn’uom s’accoglie. E l’ordinato esercito congiunto Tutte le sue bandiere al vento scioglie; E nel vessillo imperiale e grande La trionfante Croce al ciel si spande. Intanto il Sol, che de’ celesti campi Va più sempre avanzando, e in alto ascende, L’armi percote, e ne trae fiamme e lampi Tremuli e chiari, onde le viste offende. L’aria par di faville intorno avvampi, E quasi d’alto incendio in forma splende; E co’ feri nitriti il suono accorda Del ferro scosso, e le campagne assorda. Il Capitan, che da’ nemici agguati Le schiere sue d’assicurar desia, Molti a cavallo leggiermente armati A scoprir il paese intorno invia. E innanzi i guastatori avea mandati, Da cui si debba agevolar la via, E i voti luoghi empire, e spianar gli erti: E da cui siano i chiusi passi aperti. Non è gente Pagana insieme accolta, Non muro cinto di profonda fossa, Non gran torrente, o monte alpestre, o folta Selva, che ’l lor viaggio arrestar possa. Così degli altri fiumi il Re talvolta, Quando superbo oltra misura ingrossa, Sovra le sponde ruinoso scorre: Nè cosa è mai che gli s’ardisca opporre. Sol di Tripoli il Re, che ’n ben guardate Mura, genti, tesori, ed arme serra, Forse le schiere Franche avria tardate; Ma non osò di provocarle in guerra. Lor con messi, e con doni anco placate Ricettò volontario entro la terra: E ricevè condizion di pace, Siccome imporle al pio Goffredo piace. Quì del Monte Seir, ch’alto e sovrano Dall’Oriente alla Cittade è presso, Gran turba scese di fedeli al piano, D’ogni età mescolata, e d’ogni sesso. Portò suoi doni al vincitor Cristiano: Godea in mirarlo, e in ragionar con esso: Stupia dell’armi peregrine: e guida Ebbe da lor Goffredo amica e fida. Conduce ei sempre alle marittime onde Vicino il campo per diritte strade; Sapendo ben che le propinque sponde L’amica armata costeggiando rade: La qual può far che tutto il campo abbonde De’ necessarj arnesi; e che le biade Ogn’isola de’ Greci a lui sol mieta: E Scio pietrosa gli vendemmi, e Creta. Geme il vicino mar sotto l’incarco Dell’alte navi, e de’ più levi pini: Sicchè non s’apre omai sicuro varco Nel mar Mediterraneo ai Saracini. Ch’oltre a quei c’ha Giorgio armati, e Marco Ne’ Viniziani, e Liguri confini; Altri Inghilterra, e Francia, ed altri Olanda, E la fertil Sicilia altri ne manda. E questi che son tutti insieme uniti Con saldissimi laccj in un volere, S’eran carchi, e provvisti in varj liti Di ciò ch’è d’uopo alle terrestri schiere: Le quai trovando liberi e sforniti I passi de’ nemici alle frontiere; In corso velocissimo sen vanno Là ’ve Cristo soffrì mortale affanno. Ma precorsa è la fama apportatrice De’ veraci romori, e de’ bugiardi: Ch’unito è il campo vincitor felice: Che già s’è mosso, e che non è chi ’l tardi: Quante e quai sian le squadre ella ridice: Narra il nome, e ’l valor de’ più gagliardi: Narra i lor vanti, e con terribil faccia Gli usurpatori di Sion minaccia. E l’aspettar del male è mal peggiore, Forse, che non parrebbe il mal presente; Pende ad ogn’aura incerta di romore Ogni orecchia sospesa, ed ogni mente: E un confuso bisbiglio, entro e di fuore, Trascorre i campi, e la città dolente. Ma il vecchio Re ne’ già vicin periglj Volge nel dubbio cor feri consiglj. Aladin detto è il Re, che di quel regno Novo signor, vive in continua cura. Uom già crudel; ma ’l suo feroce ingegno Pur mitigato avea l’età matura. Egli, che de’ Latini udì il disegno C’han d’assalir di sua città le mura, Giunge al vecchio timor novi sospetti; E de’ nemici pave, e de’ soggetti. Perocchè dentro a una città commisto Popolo alberga, di contraria fede, La debil parte e la minore in Cristo, La grande e forte in Macometto crede: Ma quando il Re fe’ di Sion l’acquisto, E vi cercò di stabilir la sede, Scemò i publici pesi a’ suoi Pagani; Ma più gravonne i miseri Cristiani. Questo pensier, la ferità nativa Che dagli anni sopita, e fredda langue, Irritando inasprisce, e la ravviva Sì, ch’assetata è più che mai di sangue. Tal fero torna alla stagione estiva Quel che parve nel giel piacevol angue: Così leon domestico riprende L’innato suo furor, s’altri l’offende. Veggio (dicea) della letizia nova Veraci segni in questa turba infida. Il danno universal solo a lei giova: Sol nel pianto comun par ch’ella rida. E forse insidie e tradimenti or cova, Rivolgendo fra sè come m’uccida: O come al mio nemico, e suo consorte Popolo, occultamente apra le porte. Ma nol farà; prevenirò questi empj Disegni loro, e sfogherommi appieno. Gli ucciderò, faronne acerbi scempj: Svenerò i figlj alle lor madri in seno: Arderò loro alberghi, e insieme i tempj. Questi i debiti roghi ai morti fieno, E su quel lor sepolcro, in mezzo ai voti, Vittime pria farò de’ Sacerdoti. Così l’iniquo fra suo cor ragiona; Pur non segue pensier sì mal concetto. Ma s’a quegli innocenti egli perdona, È di viltà, non di pietade effetto. Chè s’un timor a incrudelir lo sprona, Il ritien più potente altro sospetto: Troncar le vie d’accordo, e de’ nemici Troppo teme irritar l’arme vittrici. Tempra dunque il fellon la rabbia insana: Anzi altrove pur cerca ove la sfoghi; I rustici edifizj abbatte e spiana, E dà in preda alle fiamme i culti luoghi; Parte alcuna non lascia integra o sana, Ove il Franco si pasca, ove s’alloghi. Turba le fonti e i rivi, e le pure onde Di veneni mortiferi confonde. Spietatamente è cauto: e non obblia Di rinforzar Gerusalem frattanto. Da tre lati fortissima era pria: Sol verso Borea è men sicura alquanto. Ma da’ primi sospetti ei le munia D’alti ripari il suo men forte canto; E v’accogliea gran quantitade, in fretta, Di gente mercenaria e di soggetta. Canto secondo Novo incanto fa Ismen, che vano uscito, Vuole Aladin che muoja ogni Cristiano. La pudíca Sofronia e Olindo ardito, Perchè cessi il furor del Re Pagano, Voglion morir. Clorinda, il caso udito, Non lascia lor più de’ ministri in mano. Argante, poi che quel ch’Alete dice Non cura il Franco, a lui guerra aspra indice. CANTO SECONDO. Mentre il Tiranno s’apparecchia all’armi, Soletto Ismeno un dì gli s’appresenta: Ismen, che trar di sotto ai chiusi marmi Può corpo estinto, e far che spiri e senta: Ismen, che al suon de’ mormoranti carmi Fin nella reggia sua Pluto spaventa, E i suoi Demon negli empj uficj impiega Pur come servi, e gli discioglie, e lega. Questi or Macone adora, e fu Cristiano, Ma i primi riti anco lasciar non puote; Anzi sovente in uso empio e profano Confonde le due leggi a sè mal note. Ed or dalle spelonche, ove, lontano Dal volgo, esercitar suol l’arti ignote, Vien nel pubblico rischio al suo Signore; A Re malvagio consiglier peggiore. Signor, dicea, senza tardar sen viene Il vincitor esercito temuto; Ma facciam noi ciò che a noi far conviene; Darà il Ciel, darà il mondo ai forti ajuto. Ben tu di Re, di duce hai tutte piene Le parti, e lunge hai visto e provveduto. S’empie in tal guisa ogn’altro i propri uficj, Tomba fia questa terra a’ tuoi nemici. Io quanto a me ne vengo, e del periglio, E dell’opre compagno ad aitarte. Ciò che può dar di vecchia età consiglio, Tutto prometto, e ciò che magica arte. Gli Angeli che dal Cielo ebbero esiglio Costringerò delle fatiche a parte. Ma dond’io voglia incominciar gl’incanti, E con quai modi, or narrerotti avanti. Nel tempio de’ Cristiani occulto giace Un sotterraneo altare; e quivi è il volto Di colei, che sua diva, e madre face, Quel volgo, del suo Dio nato e sepolto. Dinanzi al simulacro accesa face Continua splende: egli è in un velo avvolto; Pendono intorno, in lungo ordine, i voti Che vi portaro i creduli devoti. Or questa effigie lor, di là rapita, Voglio che tu di propria man trasporte, E la riponga entro la tua Meschita: Io poscia incanto adoprerò sì forte, Ch’ognor, mentre ella quì fia custodita, Sarà fatal custodia a queste porte; Tra mura inespugnabili il tuo impero Sicuro fia, per novo alto mistero. Sì disse, e ’l persuase: e impaziente Il Re sen corse alla magion di Dio, E sforzò i Sacerdoti, e irreverente Il casto simulacro indi rapío; E portollo a quel tempio, ove sovente S’irrita il Ciel col folle culto e rio. Nel profan loco, e su la sacra imago Susurrò poi le sue bestemmie il Mago. Ma come apparse in ciel l’alba novella, Quel, cui l’immondo tempio in guardia è dato, Non rivide l’immagine, dov’ella Fu posta, e invan cerconne in altro lato. Tosto n’avvisa il Re, ch’alla novella Di lui si mostra fieramente irato: Ed immagina ben ch’alcun fedele Abbia fatto quel furto, e che se ’l cele. O fu di man fedele opra furtiva, O pur il Ciel quì sua potenza adopra: Che di colei ch’è sua Regina e diva, Sdegna che loco vil l’immagin copra: Ch’incerta fama è ancor, se ciò s’ascriva Ad arte umana, od a mirabil’opra. Ben è pietà, che la pietade e ’l zelo Uman cedendo, autor sen creda il Cielo. Il Re ne fa con importuna inchiesta Ricercar ogni chiesa, ogni magione: Ed a chi gli nasconde, o manifesta Il furto o il reo, gran pene, e premj impone. E’l Mago di spiarne anco non resta Con tutte l’arti il ver; ma non s’appone: Chè ’l Cielo (opra sua fosse, o fosse altrui) Celolla, ad onta degl’incanti, a lui. Ma poichè ’l Re crudel vide occultarse Quel che peccato de’ fedeli ei pensa; Tutto in lor d’odio infellonissi, ed arse D’ira, e di rabbia immoderata immensa. Ogni rispetto obblia; vuol vendicarse, (Segua che puote) e sfogar l’alma accensa: Morrà, dicea, non andrà l’ira a voto, Nella strage comune il ladro ignoto. Purchè ’l reo non si salvi, il giusto pera E l’innocente. Ma qual giusto io dico? È colpevol ciascun, nè in loro schiera Uom fu giammai del nostro nome amico. S’anima v’è nel novo error sincera, Basti a novella pena un fallo antico. Su, su, fedeli miei, su via prendete Le fiamme, e ’l ferro, ardete, ed uccidete. Così parla alle turbe, e se n’intese La fama tra’ fedeli immantinente, Ch’attoniti restar, sì gli sorprese Il timor della morte omai presente. E non è chi la fuga o le difese, Lo scusare o ’l pregare ardisca, o tente; Ma le timide genti e irresolute, Donde meno speraro ebber salute. Vergine era fra lor di già matura Verginità, d’alti pensieri e regj: D’alta beltà, ma sua beltà non cura, O tanto sol quant’onestà sen fregi. È il suo pregio maggior, che tra le mura D’angusta casa asconde i suoi gran pregj: E de’ vagheggiatori ella s’invola Alle lodi, agli sguardi, inculta e sola. Pur guardia esser non può che’n tutto celi Beltà degna ch’appaja, e che s’ammiri: Nè tu il consenti, Amor; ma la riveli D’un giovenetto ai cupidi desiri. Amor, ch’or cieco, or Argo, ora ne veli Di benda gli occhj, ora ce gli apri e giri; Tu per mille custodie entro ai più casti Verginei alberghi il guardo altrui portasti. Colei Sofronia, Olindo egli s’appella, D’una cittade entrambi, e d’una fede. Ei che modesto è sì, com’essa è bella, Brama assai, poco spera, e nulla chiede; Nè sa scoprirsi, o non ardisce: ed ella O lo sprezza, o nol vede, o non s’avvede. Così finora il misero ha servito O non visto, o mal noto, o mal gradito. S’ode l’annunzio intanto, e che s’appresta Miserabile strage al popol loro. A lei che generosa è quanto onesta, Viene in pensier come salvar costoro. Move fortezza il gran pensier; l’arresta Poi la vergogna, e ’l virginal decoro. Vince fortezza, anzi s’accorda, e face Sè vergognosa, e la vergogna audace. La vergine tra ’l volgo uscì soletta, Non coprì sue bellezze, e non l’espose; Raccolse gli occhj, andò nel vel ristretta, Con ischive maniere, e generose. Non sai ben dir, s’adorna, o se negletta, Se caso, od arte il bel volto compose; Di Natura, d’Amor, de’ Cieli amici Le negligenze sue sono artificj. Mirata da ciascun passa, e non mira L’altera donna, e innanzi al Re sen viene; Nè perchè irato il veggia, il piè ritira, Ma il fero aspetto intrepida sostiene. Vengo, Signor (gli disse) e ’ntanto l’ira Prego sospenda, e ’l tuo popolo affrene: Vengo a scoprirti, e vengo a darti preso Quel reo che cerchi, onde sei tanto offeso. All’onesta baldanza, all’improvviso Folgorar di bellezze altere e sante, Quasi confuso il Re, quasi conquiso, Frenò lo sdegno, e placò il fier sembiante. S’egli era d’alma, o se costei di viso Severa manco, ei diveniane amante; Ma ritrosa beltà ritroso core Non prende: e sono i vezzi esca d’Amore. Fu stupor, fu vaghezza, e fu diletto, S’amor non fu, che mosse il cor villano. Narra (ei le dice) il tutto: ecco io commetto, Che non s’offenda il popol tuo Cristiano. Ed ella: il reo si trova al tuo cospetto: Opra è il furto, Signor, di questa mano: Io l’immagine tolsi: io son colei, Che tu ricerchi, e me punir tu dei. Così al pubblico fato il capo altero Offerse, e ’l volle in se sola raccorre. Magnanima menzogna! or quando è il vero Sì bello, che si possa a te preporre? Riman sospeso, e non sì tosto il fero Tiranno all’ira, come suol, trascorre. Poi la richiede: Io vuo’ che tu mi scopra Chi diè consiglio, e chi fu insieme all’opra. Non volli far della mia gloria altrui Nè pur minima parte, ella gli dice; Sol di me stessa io consapevol fui, Sol consigliera, e sola esecutrice. Dunque in te sola, ripigliò colui, Caderà l’ira mia vendicatrice. Disse ella: è giusto; esser a me conviene, Se fui sola all’onor, sola alle pene. Quì comincia il Tiranno a risdegnarsi; Poi le dimanda: Ov’hai l’imago ascosa? Non la nascosi, a lui risponde, io l’arsi; E l’arderla stimai laudabil cosa. Così almen non potrà più violarsi Per man de’ miscredenti ingiuriosa. Signore, o chiedi il furto, o ’l ladro chiedi; Quel non vedrai in eterno, e questo il vedi. Benchè nè furto è il mio, nè ladra io sono; Giusto è ritor ciò ch’a gran torto è tolto. Or questo udendo, in minaccevol suono Freme il Tiranno; e ’l fren dell’ira è sciolto. Non speri più di ritrovar perdono Cor pudíco, alta mente, o nobil volto: E indarno Amor, contra lo sdegno crudo, Di sua vaga bellezza a lei fa scudo. Presa è la bella donna, e incrudelito Il Re la danna entro un incendio a morte. Già ’l velo, e ’l casto manto è a lei rapito; Stringon le molli braccia aspre ritorte. Ella si tace; e in lei non sbigottito, Ma pur commosso alquanto è il petto forte; E smarrisce il bel volto in un colore, Che non è pallidezza, ma candore. Divulgossi il gran caso, e quivi tratto Già ’l popol s’era: Olindo anco v’accorse; Dubbia era la persona, e certo il fatto, Venia, che fosse la sua donna in forse. Come la bella prigionera in atto Non pur di rea, ma di dannata ei scorse; Come i ministri al duro uficio intenti Vide, precipitoso urtò le genti. Al Re gridò: non è, non è già rea Costei del furto, e per follia sen vanta. Non pensò, non ardì, nè far potea Donna sola e inesperta opra cotanta. Come ingannò i custodi? e della Dea Con qual’arte involò l’immagin santa? Se ’l fece, il narri. Io l’ho, Signor, furata. Ahi tanto amò la non amante amata! Soggiunse poscia: io là, donde riceve L’alta vostra Meschita e l’aura e ’l die; Di notte ascesi, e trapassai per breve Foro, tentando inaccessibil vie. A me l’onor, la morte a me si deve; Non usurpi costei le pene mie. Mie son quelle catene, e per me questa Fiamma s’accende, e ’l rogo a me s’appresta. Alza Sofronia il viso, e umanamente Con occhj di pietade in lui rimira. A chè ne vieni, o misero innocente? Qual consiglio o furor, ti guida o tira? Non son’io dunque senza te possente A sostener ciò che d’un uom può l’ira? Ho petto anch’io ch’ad una morte crede Di bastar solo, e compagnia non chiede. Parla così all’amante, e nol dispone Sì ch’egli si disdica, e pensier mute. O spettacolo grande, ove a tenzone Sono amore e magnanima virtute! Ove la morte al vincitor si pone In premio; e ’l mal del vinto è la salute! Ma più s’irrita il Re, quant’ella, ed esso È più costante in incolpar se stesso. Pargli che vilipeso egli ne resti; E che’n disprezzo suo sprezzin le pene. Credasi, dice, ad ambo, e quella e questi Vinca, e la palma sia qual si conviene. Indi accenna ai sergenti, i quai son presti A legar il garzon di lor catene. Sono ambo stretti al palo stesso, e volto È il tergo al tergo, e ’l volto ascoso al volto. Composto è lor d’intorno il rogo omai, E già le fiamme il mantice v’incíta: Quando il fanciullo in dolorosi lai Proruppe, e disse a lei ch’è seco unita: Questo dunque è quel laccio, ond’io sperai Teco accoppiarmi in compagnia di vita? Questo è quel foco, ch’io credea che i cori Ne dovesse infiammar d’eguali ardori? Altre fiamme, altri nodi Amor promise: Altri ce n’apparecchia iniqua sorte. Troppo, ahi ben troppo, ella già noi divise! Ma duramente or ne congiunge in morte. Piacemi almen, poichè in sì strane guise Morir pur dei, del rogo esser consorte, Se del letto non fui: duolmi il tuo fato, Il mio non già, poich’io ti moro a lato. Ed oh mia sorte avventurosa appieno! O fortunati miei dolci martirj! S’impetrerò che giunto seno a seno, L’anima mia nella tua bocca io spiri; E venendo tu meco a un tempo meno, In me fuor mandi gli ultimi sospiri. Così dice piangendo; ella ripiglia Soavemente, e in tai detti il consiglia: Amico, altri pensieri, altri lamenti Per più alta cagione il tempo chiede. Chè non pensi a tue colpe? e non rammenti Qual Dio prometta ai buoni ampia mercede? Soffri in suo nome, e fian dolci i tormenti, E lieto aspira alla superna sede. Mira il Ciel com’è bello, e mira il Sole, Ch’a sè par che n’inviti, e ne console. Quì il volgo de’ Pagani il pianto estolle: Piange il fedel, ma in voci assai più basse. Un non so chè d’inusitato e molle Par che nel duro petto al Re trapasse. Ei presentillo, e si sdegnò; nè volle Piegarsi, e gli occhj torse, e si ritrasse. Tu sola il duol comun non accompagni, Sofronia, e pianta da ciascun non piagni. Mentre sono in tal rischio, ecco un guerriero (Chè tal parea) d’alta sembianza, e degna: E mostra d’arme, e d’abito straniero, Che di lontan, peregrinando, vegna. La tigre che sull’elmo ha per cimiero, Tutti gli occhj a se trae; famosa insegna, Insegna usata da Clorinda in guerra, Onde la credon lei, nè ’l creder erra. Costei gl’ingegni femminili, e gli usi Tutti sprezzò sin dall’età più acerba: Ai lavori d’Aracne, all’ago, ai fusi Inchinar non degnò la man superba: Fuggì gli abiti molli, e i lochi chiusi; Chè ne’ campi onestate anco si serba: Armò d’orgoglio il volto, e si compiacque Rigido farlo, e pur rigido piacque. Tenera ancor, con pargoletta destra Strinse, e lentò d’un corridore il morso: Trattò l’asta e la spada, ed in palestra Indurò i membri, ed allenogli al corso: Poscia o per via montana, o per silvestra, L’orme seguì di fier leone e d’orso: Seguì le guerre, e in esse e fra le selve, Fera agli uomini parve, uomo alle belve. Viene or costei dalle contrade Perse, Perchè ai Cristiani a suo poter resista; Bench’altre volte ha di lor membra asperse Le piaggie, e l’onda di lor sangue ha mista. Or quivi in arrivando a lei s’offerse L’apparato di morte a prima vista. Di mirar vaga, e di saper qual fallo Condanna i rei, sospinge oltre il cavallo. Cedon le turbe, e i duo legati insieme Ella si ferma a riguardar dappresso Mira che l’una tace, e l’altro geme, E più vigor mostra il men forte sesso. Pianger lui vede in guisa d’uom, cui preme Pietà, non doglia, o duol non di se stesso: E tacer lei con gli occhj ai ciel sì fisa, Ch’anzi ’l morir par di quaggiù divisa. Clorinda intenerissi, e si condolse D’ambeduo loro, e lacrimonne alquanto. Pur maggior sente il duol per chi non duolse, Più la move il silenzio, e meno il pianto. Senza troppo indugiare ella si volse Ad un uom che canuto avea daccanto. Deh dimmi, chi son questi? ed al martoro Qual gli conduce o sorte, o colpa loro? Così pregollo: e da colui risposto Breve, ma pieno alle dimande fue. Stupissi udendo, e immaginò ben tosto Ch’egualmente innocenti eran que’ due. Già di vietar lor morte ha in se proposto, Quanto potranno i preghi o l’armi sue. Pronta accorre alla fiamma, e fa ritrarla, Che già s’appressa: ed ai ministri parla. Alcun non sia di voi, che ’n questo duro Uficio oltra seguire abbia baldanza, Finch’io non parli al Re: ben v’assicuro, Ch’ei non v’accuserà della tardanza. Ubbidiro i sergenti, e mossi furo Da quella grande sua regal sembianza. Poi verso il Re si mosse, e lui tra via Ella trovò, che ’ncontra lei venia. Io son Clorinda, disse; hai forse intesa Talor nomarmi, e quì, Signor, ne vegno, Per ritrovarmi teco alla difesa Della fede comune, e del tuo regno. Son pronta (imponi pure) ad ogni impresa: L’alte non temo, e l’umili non sdegno. Voglimi in campo aperto, o pur tra ’l chiuso Delle mura impiegar, nulla ricuso. Tacque, e rispose il Re: qual sì disgiunta Terra è dall’Asia, o dal cammin del Sole, Vergine gloriosa, ove non giunta Sia la tua fama, e l’onor tuo non vole? Or che s’è la tua spada a me congiunta, D’ogni timor m’affidi, e mi console. Non, s’esercito grande unito insieme Fosse in mio scampo, avrei più certa speme. Già già mi par ch’a giunger quì Goffredo Oltra il dover indugi. Or tu dimandi Ch’impieghi io te: sol di te degne credo L’imprese malagevoli, e le grandi. Sovra i nostri guerrieri a te concedo Lo scettro, e legge sia quel che comandi. Così parlava: ella rendea cortese Grazie per lodi: indi il parlar riprese. Nova cosa parer dovrà per certo Che preceda ai servigj il guiderdone; Ma tua bontà m’affida: io vuo’ che’n merto Del futuro servir que’ rei mi done. In don gli chieggio, e pur se ’l fallo è incerto, Gli danna inclementissima ragione. Ma taccio questo, e taccio i segni espressi, Ond’argomento l’innocenza in essi. E dirò sol, ch’è quì comun sentenza Che i Cristiani togliessero l’imago; Ma discord’io da voi; nè però senza Alta ragion del mio parer m’appago. Fu delle nostre leggi irriverenza Quell’opra far che persuase il Mago; Chè non convien ne’ nostri tempj a nui Gl’idoli avere, e men gl’idoli altrui. Dunque suso a Macon recar mi giova Il miracol dell’opra, ed ei lo fece Per dimostrar che i tempj suoi con nova Religion contaminar non lece. Faccia Ismeno, incantando, ogni sua prova, Egli, a cui le malíe son d’arme in vece: Trattiamo il ferro pur noi cavalieri; Quest’arte è nostra, e ’n questa sol si speri. Tacque, ciò detto: e ’l Re, bench’a pietade L’irato cor difficilmente pieghi, Pur compiacer la volle: e ’l persuade Ragione, e ’l move autorità di preghi. Abbian vita, rispose, e libertade, E nulla a tanto intercessor si neghi. Siasi questa o giustizia, ovver perdono, Innocenti gli assolvo, e rei gli dono. Così furon disciolti. Avventuroso Ben veramente fu d’Olindo il fato; Ch’atto potè mostrar, che ’n generoso Petto alfine ha d’amore amor destato. Va dal rogo alle nozze, ed è già sposo Fatto di reo, non pur d’amante amato. Volle con lei morire: ella non schiva, Poichè seco non muor, che seco viva. Ma il sospettoso Re stimò periglio Tanta virtù congiunta aver vicina; Onde, com’egli volle, ambo in esiglio Oltra i termini andar di Palestina. Ei pur seguendo il suo crudel consiglio, Bandisce altri fedeli, altri confina. Oh come lascian mesti i pargoletti Figlj, e gli antichi padri, e i dolci letti! Dura division! scaccia sol quelli Di forte corpo, e di svegliato ingegno; Ma il mansueto sesso, e gli anni imbelli Seco ritien, siccome ostaggj, in pegno. Molti n’andaro errando; altri rubelli Fersi, e più che ’l timor, potè lo sdegno. Questi unirsi co’ Franchi, e gl’incontraro Appunto il dì che in Emaus entraro. Emaus è Città, cui breve strada Dalla regal Gerusalem disgiunge: Ed uom che lento a suo diporto vada, Se parte matutino, a nona giunge. O quanto intender questo ai Franchi aggrada: Oh quanto più ’l desio gli affretta e punge! Ma perch’oltre il meriggio il sol già scende, Quì fa spiegare il Capitan le tende. L’avean già tese: e poco era remota L’alma luce del Sol dall’Oceano; Quando due gran Baroni in veste ignota Venir son visti, e ’n portamento estrano. Ogni atto lor pacifico dinota Che vengon come amici al Capitano. Del gran Re dell’Egitto eran messaggj, E molti intorno avean scudieri e paggj. Alete è l’un, che da principio indegno Tra le brutture della plebe è sorto; Ma l’innalzaro ai primi onor del regno Parlar facondo e lusinghiero e scorto, Pieghevoli costumi, e vario ingegno, Al finger pronto, all’ingannare accorto: Gran fabbro di calunnie, adorne in modi Novi, che son accuse, e pajon lodi. L’altro è il Circasso Argante, uom che straniero Sen venne alla regal corte d’Egitto; Ma de’ satrapi fatto è dell’impero, E in sommi gradi alla milizia ascritto: Impaziente, inesorabil, fero, Nell’arme infaticabile ed invitto; D’ogni Dio sprezzator, e che ripone Nella spada sua legge, e sua ragione. Chieser questi udienza, ed al cospetto Del famoso Goffredo ammessi entraro: E in umil seggio, e in un vestire schietto Fra’ suoi Duci sedendo il ritrovaro; Ma verace valor, benchè negletto, È di se stesso a se fregio assai chiaro. Picciol segno d’onor gli fece Argante, In guisa pur d’uom grande, e non curante. Ma la destra si pose Alete al seno, E chinò il capo, e piegò a terra i lumi; E l’onorò con ogni modo appieno, Che di sua gente portino i costumi. Cominciò poscia; e di sua bocca uscieno Più che mel dolci d’eloquenza i fiumi; E perchè i Franchi han già il sermone appreso Della Soria, fu ciò ch’ei disse inteso. O degno sol, cui d’ubbidire or degni Questa adunanza di famosi eroi, Che per l’addietro ancor le palme e i regni Da te conobbe, e dai consiglj tuoi. Il nome tuo, che non riman tra i segni D’Alcide, omai risuona anco fra noi: E la fama d’Egitto in ogni parte Del tuo valor chiare novelle ha sparte. Nè v’è fra tanti alcun che non le ascolte, Come egli suol le maraviglie estreme; Ma dal mio Re con istupore accolte Sono non sol, ma con diletto insieme: E s’appaga in narrarle anco più volte, Amando in te ciò ch’altri invidia e teme. Ama il valore, e volontario elegge Teco unirsi d’amor, se non di legge. Da sì bella cagion dunque sospinto, L’amicizia e la pace a te richiede; E l’ mezzo, onde l’un resti all’altro avvinto, Sia la virtù, s’esser non può la fede. Ma perchè inteso avea che t’eri accinto Per iscacciar l’amico suo di sede; Volle, pria ch’altro male indi seguisse, Ch’a te la mente sua per noi s’aprisse. E la sua mente è tal: che s’appagarti Vorrai di quanto hai fatto in guerra tuo, Nè Giudea molestar, nè l’altre parti Che ricopre il favor del regno suo; Ei promette all’incontro assicurarti Il non ben fermo stato: e se voi duo Sarete uniti, or quando i Turchi e i Persi Potranno unqua sperar di riaversi? Signor, gran cose in picciol tempo hai fatte, Che lunga età porre in obblio non puote; Eserciti, città, vinti, e disfatte, Superati disagj, e strade ignote; Sicch’al grido, o smarrite o stupefatte Son le provincie intorno, e le remote; E se ben acquistar puoi novi imperj, Acquistar nova gloria indarno speri. Giunta è tua gloria al sommo, e per l’innanzi Fuggir le dubbie guerre a te conviene; Ch’ove tu vinca, sol di stato avanzi, Nè tua gloria maggior quinci diviene: Ma l’imperio acquistato e preso dianzi, E l’onor perdi, se ’l contrario avviene. Ben gioco è di fortuna audace e stolto, Por contra il poco e incerto, il certo e ’l molto. Ma il consiglio di tal, cui forse pesa Ch’altri gli acquisti a lungo andar conserve, E l’aver sempre vinto in ogni impresa, E quella voglia natural che ferve, E sempre è più ne’ cor più grandi accesa, D’aver le genti tributarie e serve; Faran, per avventura, a te la pace Fuggir, più che la guerra altri non face. T’esorteranno a seguitar la strada Che t’è dal fato largamente aperta: A non depor questa famosa spada, Al cui valore ogni vittoria è certa, Finchè la legge di Macon non cada: Finchè l’Asia per te non sia deserta. Dolci cose ad udire, e dolci inganni, Ond’escon poi sovente estremi danni. Ma s’animosità gli occhj non benda, Nè il lume oscura in te della ragione, Scorgerai ch’ove tu la guerra prenda, Hai di temer, non di sperar cagione; Chè fortuna quaggiù varia a vicenda, Mandandoci venture or triste, or buone: Ed ai voli troppo alti e repentini Sogliono i precipizj esser vicini. Dimmi, s’a danni tuoi l’Egitto move, D’oro e d’arme potente, e di consiglio: E s’avvien che la guerra anco rinove Il Perso e ’l Turco, e di Cassano il figlio; Quai forzi opporre a sì gran furia, o dove Ritrovar potrai scampo al tuo periglio? Ti affida forse il Re malvagio Greco, Il qual dai sacri patti unito è teco? La fede Greca a chi non è palese? Tu da un sol tradimento ogn’altro impara: Anzi da mille; perchè mille ha tese Insidie a voi la gente infida, avara. Dunque chi dianzi il passo a voi contese, Per voi la vita esporre or si prepara? Chi le vie, che comuni a tutti sono, Negò, del proprio sangue or farà dono? Ma forse hai tu riposta ogni tua speme In queste squadre, ond’ora cinto siedi. Quei che sparsi vincesti, uniti insieme Di vincer anco agevolmente credi: Sebben son le tue schiere or molto sceme, Tra le guerre e i disagj, e tu tel vedi: Sebben novo nemico a te s’accresce, E co’ Persi e co’ Turchi Egizj mesce. Or, quando pur estimi esser fatale, Che vincer non ti possa il ferro mai; Siati concesso: e siati a punto tale Il decreto del Ciel, qual tu tel fai. Vinceratti la fame: a questo male Che rifugio, per Dio, che schermo avrai? Vibra contra costei la lancia, e stringi La spada, e la vittoria anco ti fingi. Ogni campo d’intorno arso e distrutto Ha la provida man degli abitanti; E in chiuse mura, e in alte torri il frutto Riposto, al tuo venir più giorni avanti. Tu ch’ardito sin quì ti sei condutto, Onde speri nutrir cavalli e fanti? Dirai: l’armata in mar cura ne prende. Da’ venti dunque il viver tuo dipende? Comanda forse tua fortuna ai venti, E gli avvince a sua voglia, e gli dislega? Il mar ch’ai preghi è sordo, ed ai lamenti, Te sol udendo, al tuo voler si piega? O non potranno pur le nostre genti, E le Perse e le Turche, unite in lega, Così potente armata in un raccorre, Ch’a questi legni tuoi si possa opporre? Doppia vittoria a te, Signor, bisogna, S’hai dell’impresa a riportar l’onore. Una perdita sola, alta vergogna Può cagionarti, e danno anco maggiore; Ch’ove la nostra armata in rotta pogna La tua; quì poi di fame il campo more: E se tu sei perdente, indarno poi Saran vittoriosi i legni tuoi. Ora se in tale stato anco rifiuti Col gran Re dell’Egitto e pace e tregua (Diasi licenza al ver) l’altre virtuti, Questo consiglio tuo non bene adegua. Ma voglia il Ciel che ’l tuo pensier si muti, S’a guerra è volto, e che ’l contrario segua; Sicchè l’Asia respiri omai dai lutti, E goda tu della vittoria i frutti. Nè voi, che del periglio e degli affanni, E della gloria a lui sete consorti, Il favor di fortuna or tanto inganni, Che nove guerre a provocar v’esorti. Ma, qual nocchier che dai marini inganni Ridutti ha i legni ai desiati porti, Raccor dovreste omai le sparse vele, Nè fidarvi di nuovo al mar crudele. Quì tacque Alete; e ’l suo parlar seguiro Con basso mormorar que’ forti eroi: E ben, negli atti disdegnosi, apriro Quanto ciascun quella proposta annoi. Il capitan rivolse gli occhj in giro Tre volte e quattro, e mirò in fronte i suoi; E poi nel volto di colui gli affisse Ch’attendea la risposta, e così disse: Messaggier, dolcemente a noi sponesti Ora cortese, or minaccioso invito. Se ’l tuo Re m’ama, e loda i nostri gesti, È sua mercede, e m’è l’amor gradito. A quella parte poi, dove protesti La guerra a noi del Paganesmo unito; Risponderò, come da me si suole, Liberi sensi in semplici parole. Sappi che tanto abbiam sin or sofferto In mare, in terra, all’aria chiara e scura, Solo acciocchè ne fosse il calle aperto A quelle sacre e venerabil mura; Per acquistar appo Dio grazia e merto, Togliendo lor di servitù sì dura: Nè mai grave ne fia, per fin sì degno, Esporre onor mondano, e vita e regno. Chè non ambiziosi avari affetti Ne spronaro all’impresa, e ne fur guida: Sgombri il Padre del Ciel dai nostri petti Peste sì rea, s’in alcun pur s’annida; Nè soffra che l’asperga, o che l’infetti Di venen dolce, che piacendo ancida; Ma la sua man, che i duri cor penétra Soavemente, e gli ammolisce e spetra; Questa ha noi mossi, e questa ha noi condutti, Tratti d’ogni periglio e d’ogni impaccio: Questa fa piani i monti, e i fiumi asciutti, L’ardor toglie alla state, al verno il ghiaccio: Placa del mare i tempestosi flutti: Stringe e rallenta questa a’ venti il laccio: Quindi son l’alte mura aperte ed arse, Quindi l’armate schiere uccise e sparse. Quindi l’ardir, quindi la speme nasce, Non dalle frali nostre forze, e stanche, Non dall’armata, e non da quante pasce Genti la Grecia, e non dall’armi Franche. Pur ch’ella mai non ci abbandoni e lasce, Poco dobbiam curar ch’altri ci manche. Chi sa come difende, e come fere, Soccorso ai suoi periglj altro non chere. Ma quando di sua aita ella ne privi Per gli error nostri, o per giudícj occulti; Chi fia di noi ch’esser sepolto schivi Ove i membri di Dio fur già sepulti? Noi morirem, nè invidia avremo ai vivi: Noi morirem, ma non morremo inulti; Nè l’Asia riderà di nostra sorte: Nè pianta fia da noi la nostra morte. Non creder già che noi fuggiam la pace, Come guerra mortal si fugge e pave; Chè l’amicizia del tuo Re ne piace, Nè l’unirci con lui ne sarà grave. Ma s’al suo impero la Giudea soggiace, Tu ’l sai, perchè tal cura ei dunque n’ave? De’ regni altrui l’acquisto ei non ci vieti, E regga in pace i suoi tranquilli e lieti. Così rispose, e di pungente rabbia La risposta ad Argante il cor trafisse: Nè ’l celò già, ma con enfiate labbia Si trasse avanti al Capitano, e disse: Chi la pace non vuol, la guerra s’abbia; Chè penuria giammai non fu di risse: E ben la pace ricusar tu mostri, Se non t’acqueti ai primi detti nostri. Indi il suo manto per lo lembo prese, Curvollo, e fenne un seno, e ’l seno sporto, Così pur anco a ragionar riprese, Via più che prima dispettoso e torto: O sprezzator delle più dubbie imprese, E guerra, e pace in questo sen t’apporto: Tua sia l’elezione; or ti consiglia Senz’altro indugio, e qual più vuoi, ti piglia. L’atto fiero, e ’l parlar tutti commosse A chiamar guerra in un concorde grido; Non attendendo che risposto fosse Dal magnanimo lor Duce Goffrido. Spiegò quel crudo il seno, e ’l manto scosse, Ed a guerra mortal, disse, vi sfido. E ’l disse in atto sì feroce ed empio, Che parve aprir di Giano il chiuso tempio. Parve ch’aprendo il seno, indi traesse Il furor pazzo, e la discordia fera; E che ne gli occhj orribili gli ardesse La gran face d’Aletto e di Megera. Quel grande già, che incontra il cielo eresse L’alta mole d’error, forse tal era; E in cotal atto il rimirò Babelle Alzar la fronte, e minacciar le stelle. Soggiunse allor Goffredo: Or riportate Al vostro Re che venga e che s’affretti; Chè la guerra accettiam che minacciate: E s’ei non vien, fra ’l Nilo suo n’aspetti. Accommiatò lor poscia in dolci e grate Maniere, e gli onorò di doni eletti: Ricchissimo ad Alete un elmo diede, Ch’a Nicea conquistò fra l’altre prede. Ebbe Argante una spada, e ’l fabro egregio L’else e ’l pomo le fè gemmato, e d’oro, Con magisterio tal che perde il pregio Della ricca materia appo il lavoro. Poi che la tempra, e la ricchezza e ’l fregio, Sottilmente da lui mirati foro, Disse Argante al Buglion: vedrai ben tosto Come da me il tuo dono in uso è posto. Indi tolto congedo, e da lui ditto Al suo compagno, or ce n’andremo omai, Io ver Gerusalem, tu verso Egitto, Tu col sol nuovo, io co’ notturni rai, Ch’uopo di mia presenza, o di mio scritto Essere non può colà dove tu vai; Reca tu la risposta, io dilungarmi Quinci non vuò, dove si trattan l’armi. Così di messaggier fatto è nemico; Sia fretta intempestiva o sia matura, La ragion delle genti, e l’uso antico S’offenda o no, ne ’l pensa egli, ne ’l cura: Senza risposta aver va per l’amico Silenzio delle stelle all’alte mura, D’indugio impaziente; ed a chi resta Già non men la dimora anco è molesta. Era la notte allor ch’alto riposo Han l’onde e i venti, e parea muto il mondo, Gli animai lassi, e quei che ’l mare ondoso, O de’ liquidi laghi alberga il fondo, E chi si giace in tana, o in mandra ascoso, E i pinti augelli nell’oblio giocondo Sotto il silenzio de’ secreti orrori Sopían gli affanni, e raddolciano i cori. Ma ne ’l campo fedel, ne ’l Franco Duca Si discioglie dal sonno, o almen s’accheta; Tanta in lor cupidigia è che riluca Omai del ciel l’alba aspettata e lieta, Perchè il cammin lor mostri, e gli conduca Alla città che al gran passaggio è meta, Mirando ad or ad or se raggio alcuno Spunti, o rischiari della notte il bruno. Canto terzo Giunge a Gerusalemme il campo: e quivi In fera guisa è da Clorinda accolto. Sveglia in Erminia amor Tancredi: e vivi Fa i proprj incendj al discoprir d’un volto. Restan gli Avventurier di duce privi: Ch’un sol colpo d’Argante a lor l’ha tolto. Pietose essequie fangli. Il pio Buglione, Ch’antica selva si recida, impone. CANTO TERZO. Già l’aura messaggiera erasi desta A nunziar che se ne vien l’aurora: Ella intanto s’adorna, e l’aurea testa Di rose, colte in Paradiso, infiora; Quando il campo, ch’ all’arme omai s’appresta, In voce mormorava alta e sonora, E prevenia le trombe: e queste poi Dier più lieti e canori i segni suoi. Il saggio Capitan con dolce morso I desiderj lor guida e seconda: Chè più facil saria svolger il corso Presso Cariddi alla volubil’onda, O tardar Borea, allor che scuote il dorso Dell’Apennino, e i legni in mare affonda. Gli ordina, gl’incammina, e ’n suon gli regge Rapido sì, ma rapido con legge. Ali ha ciascuno al core, ed ali al piede: Nè del suo ratto andar però s’accorge. Ma quando il sol gli aridi campi fiede Con raggj assai ferventi, e in alto sorge; Ecco apparir Gerusalem si vede: Ecco additar Gerusalem si scorge: Ecco da mille voci unitamente Gerusalemme salutar si sente. Così di naviganti audace stuolo, Che mova a ricercar estranio lido, E in mar dubbioso, e sotto ignoto polo Provi l’onde fallaci, e ’l vento infido; S’alfin discopre il desiato suolo, Il saluta da lunge in lieto grido: E l’uno all’altro il mostra, e intanto oblia La noja, e ’l mal della passata via. Al gran piacer che quella prima vista Dolcemente spirò nell’altrui petto, Alta contrizion successe, mista Di timoroso e riverente affetto. Osano appena d’innalzar la vista Ver la Città, di Cristo albergo eletto; Dove morì, dove sepolto fue, Dove poi rivestì le membra sue. Sommessi accenti, e tacite parole, Rotti singulti, e flebili sospiri Della gente, che in un s’allegra, e duole, Fan che per l’aria un mormorio s’aggiri; Qual nelle folte selve udir si suole, S’avvien che tra le frondi il vento spiri: O quale infra gli scoglj, o presso ai lidi Sibila il mar, percosso, in rauchi stridi. Nudo ciascuno il piè calca il sentiero; Chè l’esempio de’ Duci ogni altro move. Serico fregio o d’or, piuma o cimiero Superbo dal suo capo ogn’un rimove: Ed insieme del cor l’abito altero Depone, e calde e píe lagrime piove. Pur, quasi al pianto abbia la via rinchiusa, Così parlando ogn’un se stesso accusa: Dunque ove tu, Signor, di mille rivi Sanguinosi il terren lasciasti asperso, D’amaro pianto almen duo fonti vivi In sì acerba memoria oggi non verso? Agghiacciato mio cor, chè non derivi Per gli occhj, e stilli in lagrime converso? Duro mio cor, chè non ti spetri e frangi? Pianger ben merti ogn’or, s’ora non piangi. Dalla Cittade intanto un ch’alla guarda Sta d’alta torre, e scopre i monti e i campi, Colà giuso la polve alzarsi guarda, Sicchè par che gran nube in aria stampi: Par che baleni quella nube ed arda, Come di fiamme gravida e di lampi: Poi lo splendor di lucidi metalli Scerne, e distingue gli uomini, e i cavalli. Allor gridava: oh qual per l’aria stesa Polvere i’ veggio! o come par che splenda! Su, suso, o cittadini, alla difesa S’armi ciascun veloce, e i muri ascenda: Già presente è il nemico. E poi ripresa La voce: ogn’un s’affretti, e l’arme prenda: Ecco il nemico, è quì: mira la polve, Che sotto orrida nebbia il cielo involve. I semplici fanciulli, e i vecchj inermi, E ’l volgo delle donne sbigottite, Che non sanno ferir, nè fare schermi, Traean supplici e mesti alle Meschite. Gli altri di membra, e d’animo più fermi Già frettolosi l’arme avean rapite. Accorre altri alle porte, altri alle mura: Il Re va intorno, e ’l tutto vede e cura. Gli ordini diede, e poscia ei si ritrasse Ove sorge una torre infra due porte, Sicch’è presso al bisogno; e son più basse Quindi le piaggie, e le montagne scorte. Volle che quivi seco Erminia andasse: Erminia bella, ch’ei raccolse in corte, Poi ch’a lei fu dalle Cristiane squadre Presa Antiochia, e morto il Re suo padre. Clorinda intanto incontra ai Franchi è gita: Molti van seco, ed ella a tutti è innante. Ma in altra parte, ond’è secreta uscita, Sta preparato alle riscosse Argante. La generosa i suoi seguaci incíta Co’ detti, e con l’intrepido sembiante: Ben con alto principio a noi conviene, Dicea, fondar dell’Asia oggi la spene. Mentre ragiona a’ suoi, non lunge scorse Un Franco stuolo addur rustiche prede; Che (come è l’uso) a depredar precorse; Or con gregge, ed armenti al campo riede. Ella ver lor, e verso lei sen corse Il Duce lor, ch’a se venir la vede. Gardo il Duce è nomato, uom di gran possa, Ma non già tal ch’a lei resister possa. Gardo a quel fero scontro è spinto a terra In su gli occhj de’ Franchi e de’ Pagani, Ch’allor tutti gridar, di quella guerra Lieti augurj prendendo, i quai fur vani. Spronando addosso agli altri ella si serra, E val la destra sua per cento mani. Seguirla i suoi guerrier per quella strada Che spianar gli urti, e che s’aprì la spada. Tosto la preda al predator ritoglie: Cede lo stuol de’ Franchi a poco a poco; Tanto che’n cima a un colle ei si raccoglie, Ove ajutate son l’arme dal loco. Allor, siccome turbine si scioglie E cade dalle nubi aereo foco, Il buon Tancredi, a cui Goffredo accenna, Sua squadra mosse, ed arrestò l’antenna. Porta sì salda la gran lancia, e in guisa Vien feroce e leggiadro il giovinetto; Che veggendolo d’alto il Re, s’avvisa Che sia guerriero infra gli scelti eletto. Onde dice a colei ch’è seco assisa, E che già sente palpitarsi il petto: Ben conoscer dei tu per sì lungo uso Ogni Cristian, benchè nell’armi chiuso. Chi è dunque costui che così bene S’adatta in giostra, e fero in vista è tanto? A quella, in vece di risposta, viene Su le labra un sospir, su gli occhj il pianto. Pur gli spirti e le lagrime ritiene, Ma non così che lor non mostri alquanto: Chè gli occhj pregni un bel purpureo giro Tinse, e roco spuntò mezzo il sospiro. Poi gli dice infingevole, e nasconde Sotto il manto dell’odio altro desio: Oimè! bene il conosco, ed ho ben donde Deggia fra mille riconoscerl’io: Chè spesso il vidi i campi e le profonde Fosse del sangue empir del popol mio. Ahi quanto è crudo nel ferire! a piaga Ch’ei faccia, erba non giova, od arte maga. Egli è il Prence Tancredi: oh prigioniero Mio fosse un giorno! e nol vorrei già morto: Vivo il vorrei, perchè’n me desse al fero Desio dolce vendetta alcun conforto. Così parlava, e de’ suoi detti il vero, Da chi l’udiva, in altro senso è torto; E fuor n’uscì con le sue voci estreme Misto un sospir ch’indarno ella già preme. Clorinda intanto ad incontrar l’assalto Va di Tancredi, e pon la lancia in resta. Ferirsi alle visiere, e i tronchi in alto Volaro, e parte nuda ella ne resta: Chè, rotti i laccj all’elmo suo, d’un salto (Mirabil colpo!) ei le balzò di testa: E le chiome dorate al vento sparse, Giovane donna in mezzo ’l campo apparse. Lampeggiar gli occhj, e folgorar gli sguardi Dolci nell’ira, or che sarian nel riso? Tancredi, a chè pur pensi? a chè pur guardi? Non riconosci tu l’amato viso? Quest’è pur quel bel volto, onde tutt’ardi: Tuo core il dica, ov’è il suo esempio inciso: Questa è colei che rinfrescar la fronte Vedesti già nel solitario fonte. Ei ch’al cimiero, ed al dipinto scudo Non badò prima, or, lei veggendo, impetra. Ella, quanto può meglio, il capo ignudo Si ricopre, e l’assale; ed ei s’arretra. Va contra gli altri, e ruota il ferro crudo; Ma però da lei pace non impetra; Che minacciosa il segue, e volgi, grida: E di due morti in un punto lo sfida. Percosso il cavalier non ripercote; Nè sì dal ferro a riguardarsi attende, Come a guardar i begli occhj e le gote, Ond’Amor l’arco inevitabil tende. Fra se dicea: van le percosse vote Talor che la sua destra armata scende: Ma colpo mai del bello ignudo volto Non cade in fallo, e sempre il cor m’è colto. Risolve alfin, benchè pietà non spere, Di non morir, tacendo, occulto amante. Vuol ch’ella sappia ch’un prigion suo fere Già inerme, e supplichevole e tremante. Onde le dice: o tu che mostri avere Per nemico me sol fra turbe tante, Usciam di questa mischia; ed in disparte Io potrò teco, e tu meco provarte. Così me’ si vedrà s’al tuo s’agguaglia Il mio valore; ella accettò l’invito: E come esser senz’elmo a lei non caglia, Gía baldanzosa, ed ei seguia smarrito. Recata s’era in atto di battaglia Già la Guerriera, e già l’avea ferito; Quand’egli, or ferma, disse; e siano fatti Anzi la pugna della pugna i patti. Fermossi, e lui di pauroso audace Rendè in quel punto il disperato amore. I patti sian, dicea, poichè tu pace Meco non vuoi, che tu mi tragga il core. Il mio cor, non più mio, s’a te dispiace Ch’egli più viva, volontario more. È tuo gran tempo: e tempo è ben che trarlo Omai tu debba; e non debb’io vietarlo: Ecco, le braccia inchino, e t’appresento Senza difesa il petto: or che nol fiedi? Vuoi ch’agevoli l’opra? io son contento Trarmi l’usbergo or or, se nudo il chiedi. Distinguea forse in più duro lamento I suoi dolori il misero Tancredi; Ma calca l’impedisce intempestiva De’ Pagani e de’ suoi che soprarriva. Cedean cacciati dallo stuol Cristiano I Palestini, o sia temenza od arte. Un de’ persecutori, uomo inumano, Videle sventolar le chiome sparte, E da tergo in passando, alzò la mano Per ferir lei ne la sua ignuda parte; Ma Tancredi gridò, che se n’accorse, E con la spada a quel gran colpo accorse. Pur non gì tutto invano, e ne’ confini Del bianco collo il bel capo ferille. Fu levissima piaga, e i biondi crini Rosseggiaron così d’alquante stille, Come rosseggia l’or che di rubini Per man d’illustre artefice sfaville. Ma il Prence infuriato, allor si spinse Addosso a quel villano, e ’l ferro strinse. Quel si dilegua, e questi acceso d’ira Il segue; e van come per l’aria strale. Ella riman sospesa, ed ambo mira Lontani molto, nè seguir le cale: Ma co’ suoi fuggitivi si ritira; Talor mostra la fronte, e i Franchi assale: Or si volge, or rivolge, or fugge, or fuga; Nè si può dir la sua caccia, nè fuga. Tal gran tauro talor nell’ampio agone, Se volge il corno ai cani, onde è seguito, S’arretran essi; e s’a fuggir si pone, Ciascun ritorna a seguitarlo ardito. Clorinda, nel fuggir, da tergo oppone Alto lo scudo, e ’l capo è custodito. Così coperti van ne’ giuochi Mori Dalle palle lanciate i fuggitori. Già questi seguitando, e quei fuggendo S’erano all’alte mura avvicinati; Quando alzaro i Pagani un grido orrendo, E indietro si fur subito voltati: E fecero un gran giro, e poi volgendo Ritornaro a ferir le spalle e i lati: E intanto Argante giù movea dal monte La schiera sua, per assalirgli a fronte. Il feroce Circasso uscì di stuolo; Ch’esser voll’egli il feritor primiero: E quegli, in cui ferì, fu steso al suolo, E sossopra in un fascio il suo destriero: E pria che l’asta in tronchi andasse a volo, Molti, cadendo, compagnia gli fero; Poi stringe il ferro, e quando giunge appieno, Sempre uccide, od abbatte, o piaga almeno. Clorinda emula sua tolse di vita Il forte Ardelio, uom già d’età matura; Ma di vecchiezza indomita, e munita Di due gran figlj, e pur non fu sicura; Ch’Alcandro il maggior figlio aspra ferita Rimosso avea dalla paterna cura: E Poliferno, che restogli appresso, A gran pena salvar potè se stesso. Ma Tancredi, dappoi ch’egli non giunge Quel villan, che destriero ha più corrente, Si mira addietro, e vede ben che lunge Troppo è trascorsa la sua audace gente: Vedela intorniata, e ’l corsier punge, Volgendo il freno, e là s’invia repente: Ned egli solo i suoi guerrier soccorre; Ma quello stuol ch’a tutti i rischj accorre. Quel di Dudon avventurier drappello, Fior degli eroi, nerbo e vigor del campo. Rinaldo il più magnanimo e ’l più bello, Tutti precorre; ed è men ratto il lampo. Ben tosto il portamento e ’l bianco augello Conosce Erminia nel celeste campo; E dice al Re che ’n lui fissa lo sguardo: Eccoti il domator d’ogni gagliardo. Questi ha nel pregio della spada eguali Pochi, o nessuno, ed è fanciullo ancora. Se fosser tra’ nemici altri sei tali, Già Soria tutta vinta e serva fora: E già domi sarebbono i più australi Regni, e i regni più prossimi all’aurora: E forse il Nilo occulterebbe invano, Dal giogo, il capo incognito e lontano. Rinaldo ha nome; e la sua destra irata Teman più d’ogni machina le mura. Or volgi gli occhj ov’io ti mostro, e guata Colui che d’oro e verde ha l’armatura: Quegli è Dudone, ed è da lui guidata Questa schiera, che schiera è di ventura: È guerrier d’alto sangue, e molto esperto, Che d’età vince, e non cede di merto. Mira quel grande ch’è coperto a bruno, È Gernando il fratel del Re Norvegio: Non ha la terra uom più superbo alcuno; Questo sol de’ suoi fatti oscura il pregio. E son que’ due che van sì giunti in uno, Ed han bianco il vestir, bianco ogni fregio, Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi, In valor d’arme, e in lealtà famosi. Così parlava; e già vedean là sotto Come la strage più e più s’ingrosse, Chè Tancredi e Rinaldo il cerchio han rotto, Benchè d’uomini denso e d’armi fosse. E poi lo stuol ch’è da Dudon condotto Vi giunse, ed aspramente anco il percosse. Argante, Argante stesso, ad un grand’urto Di Rinaldo, abbattuto, appena è surto. Nè sorgea forse; ma in quel punto stesso Al figliuol di Bertoldo il destrier cade: E restandogli sotto il piede oppresso, Convien ch’indi a ritrarlo alquanto bade. Lo stuol Pagan frattanto in rotta messo, Si ripara fuggendo alla Cittade. Soli Argante e Clorinda, argine e sponda Sono al furor che lor da tergo inonda. Ultimi vanno, e l’impeto seguente In lor s’arresta alquanto, e si reprime; Sicchè potean men perigliosamente Quelle genti fuggir, che fuggian prime. Segue Dudon nella vittoria ardente I fuggitivi, e ’l fer Tigrane opprime Con l’urto del cavallo; e con la spada Fa che scemo del capo a terra cada. Nè giova ad Algazzarre il fino usbergo, Ned a Corban robusto il forte elmetto; Chè in guisa lor ferì la nuca e ’l tergo, Che ne passò la piaga al viso, al petto: E per sua mano ancor del dolce albergo L’alma uscì d’Amuratte, e di Meemetto, E del crudo Almansor; nè ’l gran Circasso Può sicuro da lui mover il passo. Freme in se stesso Argante, e pur talvolta Si ferma e volge, e poi cede pur anco. Alfin così improvviso a lui si volta, E di tanto rovescio il coglie al fianco, Che dentro il ferro vi s’immerge, e tolta È dal colpo la vita al Duce Franco. Cade, e gli occhj ch’appena aprir si ponno, Dura quiete preme, e ferreo sonno. Gli aprì tre volte, e i dolci rai del Cielo Cercò fruire, e sovra un braccio alzarsi: E tre volte ricadde, e fosco velo Gli occhj adombrò, che stanchi alfin serrarsi. Si dissolvono i membri, e ’l mortal gelo Irrigiditi, e di sudor gli ha sparsi. Sovra il corpo già morto il fero Argante Punto non bada, e via trascorre avante. Con tutto ciò, sebben d’andar non cessa, Si volge ai Franchi, e grida: o cavalieri, Questa sanguigna spada è quella stessa, Che ’l Signor vostro mi donò pur jeri: Ditegli come in uso oggi l’ho messa; Ch’udirà la novella ei volentieri: E caro esser gli dee che ’l suo bel dono Sia conosciuto al paragon sì buono. Ditegli che vederne omai s’aspetti Nelle viscere sue più certa prova: E quando d’assalirne ei non s’affretti, Verrò, non aspettato, ov’ei si trova. Irritati i Cristiani ai feri detti, Tutti ver lui già si moveano a prova; Ma con gli altri esso è già corso in sicuro Sotto la guardia dell’amico muro. I difensori a grandinar le pietre Dall’alte mura in guisa incominciaro; E quasi innumerabili faretre, Tante saette agli archi ministraro; Che forza è pur, che ’l Franco stuol s’arretre: E i Saracin nella cittade entraro. Ma già Rinaldo, avendo il piè sottratto Al giacente destrier, s’era quì tratto. Venia per far nel barbaro omicida Dell’estinto Dudone aspra vendetta; E fra’ suoi giunto, alteramente grida: Or qual indugio è questo? e chè s’aspetta? Poich’è morto il Signor che ne fu guida, Chè non corriamo a vendicarlo in fretta? Dunque in sì grave occasion di sdegno Esser può fragil muro a noi ritegno? Non, se di ferro doppio, o d’adamante Questa muraglia impenetrabil fosse, Colà dentro sicuro il fero Argante S’appiatteria dalle vostr’alte posse. Andiam pure all’assalto: ed egli innante A tutti gli altri in questo dir si mosse; Chè nulla teme la sicura testa O di sassi o di strai, nembo o tempesta. Ei crollando il gran capo, alza la faccia Piena di sì terribile ardimento, Che sin dentro alle mura i cori agghiaccia Ai difensor d’insolito spavento. Mentre egli altri rincora, altri minaccia, Sopravvien chi reprime il suo talento: Chè Goffredo lor manda il buon Sigiero, De’ gravi imperj suoi nunzio severo. Questi sgrida, in suo nome, il troppo ardire, E incontinente il ritornar impone. Tornatene, dicea, ch’alle vostr’ire Non è il loco opportuno, o la stagione. Goffredo il vi comanda. A questo dire Rinaldo sè frenò, ch’altrui fu sprone: Benchè dentro ne frema, e in più d’un segno Dimostri fuore il mal celato sdegno. Tornar le schiere indietro, e dai nemici Non fu il ritorno lor punto turbato. Nè in parte alcuna de gli estremi uficj Il corpo di Dudon restò fraudato. Su le pietose braccia i fidi amici Portarlo, caro peso ed onorato. Mira intanto il Buglion d’eccelsa parte Della forte Cittade il sito e l’arte. Gerusalem sovra due colli è posta D’impari altezza, e volti fronte a fronte: Va per lo mezzo suo valle interposta Che lei distingue, e l’un dall’altro monte. Fuor da tre lati ha malagevol costa: Per l’altro vassi, e non par che si monte. Ma d’altissime mura è più difesa La parte piana, e incontra Borea stesa. La Città dentro ha lochi, in cui si serba L’acqua che piove, e laghi e fonti vivi: Ma fuor la terra intorno è nuda d’erba, E di fontane sterile, e di rivi. Nè si vede fiorir lieta e superba D’alberi, e fare schermo ai raggj estivi; Se non se in quanto oltra sei miglia un bosco Sorge d’ombre nocenti orrido e fosco. Ha da quel lato donde il giorno appare, Del felice Giordan le nobil’onde. E dalla parte occidental del mare Mediterraneo le arenose sponde. Verso Borea è Betel, ch’alzò l’altare Al bue dell’oro, e la Samaria; e donde Austro portar le suol piovoso nembo, Betelem che ’l gran parto ascose in grembo. Or mentre guarda e l’alte mura e ’l sito Della Città, Goffredo, e del paese; E pensa ove s’accampi, onde assalito Sia il muro ostil più facile all’offese; Erminia il vide, e dimostrollo a dito Al Re pagano, e così a dir riprese: Goffredo è quel che nel purpureo manto Ha di regio e d’augusto in se cotanto. Veramente è costui nato all’impero, Sì del regnar, del comandar sa l’arti: E non minor che Duce è Cavaliero; Ma del doppio valor tutte ha le parti. Nè fra turba sì grande uom più guerriero, O più saggio di lui potrei mostrarti. Sol Raimondo in consiglio, ed in battaglia Sol Rinaldo e Tancredi a lui s’agguaglia. Risponde il Re pagan: ben ho di lui Contezza, e ’l vidi alla gran corte in Francia, Quand’io d’Egitto messaggier vi fui: E ’l vidi in nobil giostra oprar la lancia. E sebben gli anni giovinetti sui Non gli vestian di piume ancor la guancia, Pur dava, ai detti all’opre alle sembianze, Presagio omai d’altissime speranze. Presagio ahi troppo vero! e quì le ciglia Turbate inchina, e poi le innalza, e chiede: Dimmi chi sia colui c’ha pur vermiglia La sopravveste, e seco a par si vede. Oh quanto di sembianti a lui simiglia, Sebben alquanto di statura cede. È Baldovin, risponde, e ben si scopre Nel volto a lui fratel, ma più nell’opre. Or rimira colui, che quasi in modo D’uomo che consigli, sta dall’altro fianco: Quegli è Raimondo, il qual tanto ti lodo D’accorgimento, uom già canuto e bianco. Non è chi tesser me’ bellico frodo Di lui sapesse, o sia Latino o Franco. Ma quell’altro più in là, ch’orato ha l’elmo, Del Re Britanno è il buon figliuol Guglielmo. V’è Guelfo seco, egli è d’opre leggiadre Emulo, e d’alto sangue, e d’alto stato. Ben il conosco alle sue spalle quadre, Ed a quel petto colmo e rilevato. Ma ’l gran nemico mio tra queste squadre Già riveder non posso, e pur vi guato. Io dico Boemondo il micidiale, Distruggitor del sangue mio reale. Così parlavan questi; e ’l Capitano, Poi ch’intorno ha mirato, ai suoi discende. E perchè crede che la Terra invano S’oppugneria, dove il più erto ascende; Contra la porta aquilonar, nel piano Che con lei si congiunge, alza le tende; E quinci procedendo, infra la torre Che chiamano Angolar, gli altri fa porre. Da quel giro del campo è contenuto Della cittade il terzo, o poco meno: Chè d’ogni intorno non avria potuto (Cotanto ella volgea) cingerla appieno. Ma le vie tutte, ond’aver puote ajuto, Tenta Goffredo d’impedirle almeno: Ed occupar fa gli opportuni passi, Onde da lei si viene, ed a lei vassi. Impon che sian le tende indi munite E di fosse profonde, e di trinciere: Che d’una parte a cittadine uscite, Dall’altra oppone a correríe straniere. Ma poi che fur queste opere fornite, Voll’egli il corpo di Dudon vedere: E colà trasse, ove il buon Duce estinto Da mesta turba e lagrimosa è cinto. Di nobil pompa i fidi amici ornaro Il gran feretro, ove sublime ei giace. Quando Goffredo entrò, le turbe alzaro La voce assai più flebile e loquace. Ma con volto nè torbido, nè chiaro Frena il suo affetto il pio Buglione, e tace. E poi che ’n lui, pensando, alquanto fisse Le luci ebbe tenute, alfin sì disse. Già non si deve a te doglia nè pianto; Chè se muori nel mondo, in Ciel rinasci: E quì dove ti spogli il mortal manto, Di gloria impresse alte vestigia lasci. Vivesti qual guerrier Cristiano e santo; E come tal sei morto: or godi, e pasci In Dio gli occhj bramosi, o felice alma, Ed hai del ben oprar corona e palma. Vivi beata pur; chè nostra sorte, Non tua sventura a lagrimar n’invita: Posciach’al tuo partir sì degna e forte Parte di noi fa col tuo piè partita. Ma se questa, che ’l volgo appella morte, Privati ha noi d’una terrena aita; Celeste aita ora impetrar ne puoi, Che ’l Ciel t’accoglie infra gli eletti suoi. E come, a nostro pro, veduto abbiamo Ch’usavi, uom già mortal, l’arme mortali; Così vederti oprare anco speriamo, Spirto divin, l’arme del Ciel fatali. Impara i voti omai, ch’a te porgiamo, Raccorre, e dar soccorso ai nostri mali: Indi vittoria annunzio: a te devoti Solverem trionfando, al tempio, i voti. Così diss’ egli: e già la notte oscura Avea tutti del giorno i raggj spenti; E con l’oblío d’ogni nojosa cura Ponea tregua alle lagrime, ai lamenti. Ma il Capitan ch’espugnar mai le mura Non crede senza i bellici stromenti, Pensa ond’abbia le travi, ed in quai forme Le machine componga, e poco dorme. Sorse a pari col Sole, ed egli stesso Seguir la pompa funeral poi volle. A Dudon d’odorifero cipresso Composto hanno il sepolcro appiè d’un colle, Non lunge agli steccati; e sovra ad esso Un’altissima palma i rami estolle. Or quì fu posto; e i sacerdoti intanto Quiete all’alma gli pregar col canto. Quinci e quindi fra i rami erano appese Insegne, e prigioniere arme diverse, Già da lui tolte in più felici imprese Alle genti di Siria, ed alle Perse. Della corazza sua, dell’altro arnese In mezzo il grosso tronco si coperse. Quì (vi fu scritto poi) giace Dudone: Onorate l’altissimo campione. Ma il pietoso Buglion, poi che da questa Opra si tolse dolorosa e pia; Tutti i fabbri del campo alla foresta Con buona scorta di soldati invia. Ella è tra valli ascosa, e manifesta L’avea fatta a i Francesi uom di Soria. Qui per troncar le machine n’andaro, A cui non abbia la Città riparo. L’un l’altro esorta, che le piante atterri, E faccia al bosco inusitati oltraggj. Caggion recise da’ taglienti ferri Le sacre palme, e i frassini selvaggj: I funebri cipressi, e i pini, e i cerri, L’elci frondose, e gli alti abeti, e i faggj: Gli olmi mariti, a cui talor s’appoggia La vite, e con piè torto al ciel sen poggia. Altri i tassi, e le quercie altri percote, Che mille volte rinnovar le chiome; E mille volte ad ogni incontro immote L’ire de’ venti han rintuzzate e dome: Ed altri impone alle stridenti rote D’orni e di cedri l’odorate some. Lascian al suon dell’arme, al vario grido, E le fere e gli augei la tana e ’l nido. Canto quarto Tutti i numi d’Inferno à se raccoglie L’imperador del tenebroso regno; E per dare a’ Cristiani acerbe doglie Vuol, ch’ usi ognun di lor suo iniquo ingegno. Per lor opra Idraote a crude voglie Si volge, e vuol ch’ Armida al suo disegno Spiani la via, parlando in dolci modi: E sue machine son bellezze, e frodi. CANTO QUARTO. Me n t r e son questi alle bell’opre intenti, Perchè debbano tosto in uso porse; Il gran nemico dell’umane genti Contra i Cristiani i lividi occhj torse, E scorgendogli omai lieti, e contenti, Ambo le labbra per furor si morse, E qual tauro ferito, il suo dolore Versò, mugghiando e sospirando, fuore. Quinci avendo per tutto il pensier volto A recar ne’ Cristiani ultima doglia, Che sia, comanda, il popol suo raccolto (Concilio orrendo!) entro la regia soglia: Come sia pur leggiera impresa (ahi stolto!) Il repugnare alla divina voglia; Stolto, ch’al Ciel s’agguaglia, e in oblio pone, Come di Dio la destra irata tuone. Chiama gli abitator dell’ombre eterne Il rauco suon della tartarea tromba: Treman le spaziose atre caverne, E l’aer cieco a quel romor rimbomba. Nè sì stridendo mai dalle superne Regioni del Cielo il folgor piomba, Nè sì scossa giammai tréma la terra, Quando i vapori in sen gravida serra. Tosto gli Dei d’abisso in varie torme Concorron d’ogn’intorno all’alte porte, Oh come strane, o come orribil forme, Quant’è negli occhj lor terrore, e morte! Stampano alcuni il suol di ferine orme, E ’n fronte umana han chiome d’angui attorte, E lor s’aggira dietro immensa coda, Che quasi sferza si ripiega, e snoda. Quì mille immonde Arpie vedresti, e mille Centauri, e Sfingi, e pallide Gorgoni, Molte e molte latrar voraci Scille, E fischiar Idre, e sibilar Pitoni, E vomitar Chimere atre faville, E Polifemi orrendi, e Gerioni, E in nuovi mostri, e non più intesi o visti, Diversi aspetti in un confusi, e misti. D’essi parte a sinistra, e parte a destra A seder vanno al crudo Re davante. Siede Pluton nel mezzo, e con la destra Sostien lo scetro ruvido e pesante: Nè tanto scoglio in mar, nè rupe alpestra, Nè pur Calpe s’innalza, o ’l magno Atlante, Ch’anzi lui non paresse un picciol colle; Sì la gran fronte, e le gran corna estolle. Orrida maestà nel fero aspetto Terrore accresce, e più superbo il rende: Rosseggian gli occhj, e di veneno infetto, Come infausta cometa, il guardo splende: Gl’involve il mento, e su l’irsuto petto Ispida e folta la gran barba scende: E in guisa di voragine profonda, S’apre la bocca d’atro sangue immonda. Qual’i fumi sulfurei, ed infiammati Escon di Mongibello, e ’l puzzo e ’l tuono; Tal della fera bocca i negri fiati, Tale il fetore e le faville sono. Mentre ei parlava, Cerbero i latrati Ripresse, e l’Idra si fè muta al suono: Restò Cocíto, e ne tremar gli abissi; E in questi detti il gran rimbombo udissi: Tartarei Numi, di seder più degni Là sovra il Sole, ond’è l’origin vostra, Che meco già dai più felici regni Spinse il gran caso in questa orribil chiostra; Gli antichi altrui sospetti, e i fieri sdegni Noti son troppo, e l’alta impresa nostra. Or colui regge a suo voler le stelle, E noi siam giudicate alme rubelle. Ed in vece del dì sereno e puro, Dell’aureo Sol, degli stellati giri, N’ha quì rinchiusi in questo abisso oscuro, Nè vuol ch’al primo onor per noi s’aspiri. E poscia (ahi quanto a ricordarlo è duro! Quest’è quel che più inaspra i miei martíri) Ne’ bei seggj celesti ha l’uom chiamato; L’uom vile, e di vil fango in terra nato. Nè ciò gli parve assai; ma in preda a morte, Sol per farne più danno, il Figlio diede. Ei venne, e ruppe le tartaree porte, E porre osò ne’ regni nostri il piede, E trarne l’alme a noi dovute in sorte, E riportarne al Ciel sì ricche prede; Vincitor trionfando; e in nostro scherno Le insegne ivi spiegar del vinto Inferno. Ma chè rinnovo i miei dolor parlando? Chi non ha già l’ingiurie nostre intese? Ed in qual parte si trovò, nè quando Ch’egli cessasse dalle usate imprese? Non più dèssi alle antiche andar pensando, Pensar dobbiamo alle presenti offese. Deh non vedete omai come egli tenti Tutte al suo culto richiamar le genti? Noi trarrem neghittosi i giorni, e l’ore, Nè degna cura fia che ’l cor n’accenda? E soffrirem che forza ognor maggiore Il suo popol fedele in Asia prenda? E che Giudea soggioghi, e che ’l suo onore, Che ’l nome suo più si dilati e stenda? Che suoni in altre lingue, e in altri carmi Si scriva, e incida in nuovi bronzi, e marmi? Che sian gl’Idoli nostri a terra sparsi? Che i nostri altari il mondo a lui converta? Ch’a lui sospesi i voti, a lui sol’arsi Siano gl’incensi, ed auro e mirra offerta? Ch’ove a noi tempio non solea serrarsi, Or via non resti all’arti nostre aperta? Che di tant’alme il solito tributo Ne manchi, e in voto regno alberghi Pluto? Ah non fia ver, chè non sono anco estinti Gli spirti in noi di quel valor primiero, Quando di ferro e d’alte fiamme cinti Pugnammo già contra il celeste impero. Fummo, io nol nego, in quel conflitto vinti; Pur non mancò virtute al gran pensiero: Ebbero i più felici allor vittoria; Rimase a noi d’invitto ardir la gloria. Ma perchè più v’indugio? Itene, o miei Fidi consorti, o mia potenza e forze: Ite veloci, ed opprimete i rei, Prima che ’l lor poter più si rinforze; Pria che tutt’arda il regno degli Ebrei, Questa fiamma crescente omai s’ammorze: Fra loro entrate, e in ultimo lor danno Or la forza s’adopri, ed or l’inganno. Sia destin ciò ch’io voglio; altri disperso Sen vada errando: altri rimanga ucciso: Altri in cure d’amor lascive immerso, Idol si faccia un dolce sguardo e un riso: Sia 'l ferro incontro al suo rettor converso Dallo stuol ribellante e in se diviso: Pera il campo e ruini, e resti in tutto Ogni vestigio suo con lui distrutto. Non aspettar già l’alme a Dio rubelle Che fosser queste voci al fin condotte; Ma fuor volando, a riveder le stelle Già se n’uscian dalla profonda notte; Come sonanti e torbide procelle, Che vengan fuor delle natíe lor grotte Ad oscurar il cielo, a portar guerra Ai gran regni del mare e della terra. Tosto spiegando in varj lati i vanni, Si furon questi per lo mondo sparti; E incominciaro a fabbricar inganni Diversi e nuovi, e ad usar lor arti. Ma di’ tu, Musa, come i primi danni Mandassero ai Cristiani, e di quai parti: Tu ’l sai; ma di tant’opra a noi sì lunge Debil aura di fama appena giunge. Reggea Damasco e le città vicine Idraote famoso e nobil mago; Che fin da’ suoi prim’anni all’indovine Arti si diede, e ne fu ognor più vago. Ma che giovar, se non potè del fine Di quella incerta guerra esser presago? Ned aspetto di stelle erranti o fisse, Nè risposta d’Inferno il ver predisse? Giudicò questi (ahi cieca umana mente, Come i giudícj tuoi son vani e torti!) Ch’all’esercito invitto d’Occidente Apparecchiasse il Ciel ruine e morti: Però credendo che l’Egizia gente La palma dell’impresa alfin riporti, Desia che ’l popol suo nella vittoria Sia dell’acquisto a parte, e della gloria. Ma perchè il valor Franco ha in grande stima, Di sanguigna vittoria i danni teme; E va pensando con qual’arte in prima Il poter de’ Cristiani in parte sceme: Sicchè più agevolmente indi s’opprima Dalle sue genti, e dall’Egizie insieme. In questo suo pensier il sovraggiunge L’Angelo iniquo, e più l’instiga e punge. Esso il consiglia, e gli ministra i modi Onde l’impresa agevolar si puote. Donna, a cui di beltà le prime lodi Concedea l’Oriente, è sua nipote. Gli accorgimenti e le più occulte frodi, Ch’usi o femmina o maga, a lei son note. Questa a se chiama, e seco i suoi consiglj Comparte, e vuol che cura ella ne pigli. Dice: o diletta mia, che sotto biondi Capelli, e fra sì tenere sembianze, Canuto senno, e cor virile ascondi, E già nell’arti mie me stesso avanze; Gran pensier volgo; e se tu lui secondi, Seguiteran gli effetti alle speranze: Tessi la tela ch’io ti mostro ordita, Di cauto vecchio esecutrice ardita. Vanne al campo nemico: ivi s’impieghi Ogn’arte femminil, ch’amore alletti: Bagna di pianto, e fà melati i preghi: Tronca e confondi co’ sospiri i detti: Beltà dolente e miserabil pieghi Al tuo volere i più ostinati petti: Vela il soverchio ardir con la vergogna, E fà manto del vero alla menzogna. Prendi, s’esser potrà, Goffredo all’esca De’ dolci sguardi, e de’ bei detti adorni; Sicch’all’uomo invaghito omai rincresca L’incominciata guerra, e la distorni. Se ciò non puoi, gli altri più grandi adesca: Menagli in parte, ond’alcun mai non torni. Poi distingue i consiglj: alfin le dice: Per la fe, per la patria il tutto lice. La bella Armida di sua forma altera, E de’ doni del sesso e dell’etate, L’impresa prende; e in su la prima sera Parte, e tiene sol vie chiuse e celate: E ’n treccia, e ’n gonna femminile spera Vincer popoli invitti, e schiere armate. Ma son del suo partir tra ’l volgo, ad arte, Diverse voci poi diffuse e sparte. Dopo non molti dì vien la Donzella Dove spiegate i Franchi avean le tende. All’apparir della beltà novella Nasce un bisbiglio, e ’l guardo ognun v’intende; Siccome là, dove cometa o stella, Non più vista di giorno, in ciel risplende: E traggon tutti per veder chi sia Sì bella peregrina, e chi l’invia. Argo non mai, non vide Cipro o Delo, D’abito o di beltà forme sì care. D’auro ha la chioma; ed or dal bianco velo Traluce involta, or discoperta appare. Così qualor si rasserena il cielo, Or da candida nube il Sol traspare; Or dalla nube uscendo, i raggj intorno Più chiari spiega, e ne raddoppia il giorno. Fa nove crespe l’aura al crin disciolto, Che natura per se rincrespa in onde: Stassi l’avaro sguardo in se raccolto, E i tesori d’amore, e i suoi nasconde. Dolce color di rose in quel bel volto Fra l’avorio si sparge e si confonde: Ma nella bocca, ond’esce aura amorosa, Sola rosseggia, e semplice la rosa. Mostra il bel petto le sue nevi ignude, Onde il foco d’amor si nutre e desta: Parte appar delle mamme acerbe e crude, Parte altrui ne ricopre invida vesta: Invida, ma s’agli occhj il varco chiude, L’amoroso pensier già non arresta; Chè non ben pago di bellezza esterna, Negli occulti secreti anco s’interna. Come per acqua, o per cristallo intero Trapassa il raggio, e nol divide o parte; Per entro il chiuso manto osa il pensiero Sì penetrar nella vietata parte: Ivi si spazia, ivi contempla il vero Di tante maraviglie a parte a parte: Poscia al desio le narra e le descrive, E ne fa le sue fiamme in lui più vive. Lodata passa, e vagheggiata Armida, Fra le cupide turbe, e se n’avvede. Nol mostra già, benchè in suo cor ne rida, E ne disegni alte vittorie e prede. Mentre sospesa alquanto, alcuna guida Che la conduca al Capitan, richiede; Eustazio occorse a lei, che del sovrano Principe delle squadre era germano. Come al lume farfalla, ei si rivolse Allo splendor della beltà divina; E rimirar dappresso i lumi volse, Che dolcemente atto modesto inchina: E ne trasse gran fiamma, e la raccolse, Come da foco suole esca vicina: E disse verso lei, ch’audace e baldo Il fea degli anni e dell’amore il caldo: Donna, se pur tal nome a te conviensi; Chè non somigli tu cosa terrena: Nè v’è figlia d’Adamo, in cui dispensi Cotanto il ciel di sua luce serena: Chè da te si ricerca? e donde viensi? Qual tua ventura o nostra or quì ti mena? Fà ch’io sappia chi sei; fà ch’io non erri Nell’onorarti, e s’è ragion, m’atterri. Risponde: Il tuo lodar troppo alto sale; Nè tanto in suso il merto nostro arriva: Cosa vedi, Signor, non pur mortale, Ma già morta ai diletti, al duol sol viva. Mia sciagura mi spinge in loco tale, Vergine peregrina e fuggitiva: Ricorro al pio Goffredo, e in lui confido; Tal va di sua bontade intorno il grido. Tu l’adito m’impetra al Capitano, S’hai, come pare, alma cortese e pia. Ed egli: è ben ragion ch’all’un germano L’altro ti guidi, e intercessor ti sia. Vergine bella, non ricorri invano: Non è vile appo lui la grazia mia: Spender tutto potrai, come t’aggrada, Ciò che vaglia il suo scettro, o la mia spada. Tace, e la guida ove tra i grandi eroi Allor dal volgo il pio Buglion s’invola. Essa inchinollo riverente, e poi Vergognosetta non facea parola. Ma quei rossor, ma quei timori suoi Rassicura il guerriero, e riconsola; Sicchè i pensati inganni alfine spiega In suon che di dolcezza i sensi lega. Principe invitto, disse, il cui gran nome Sen vola adorno di sì chiari fregj; Chè l’esser da te vinte, e in guerra dome Recansi a gloria le provincie e i Regi: Noto per tutto è il tuo valore, e come Sin dai nemici avvien che s’ami e pregi; Così anco i tuoi nemici affida, e invita Di ricercarti, e d’impetrarne aita. Ed io che nacqui in sì diversa fede, Che tu abbassasti, e ch’or d’opprimer tenti, Per te spero acquistar la nobil sede, E lo scettro regal de’ miei parenti: E s’altri aita ai suoi congiunti chiede Contra il furor delle straniere genti; Io, poichè ’n lor non ha pietà più loco, Contra il mio sangue il ferro ostíle invoco. Te chiamo, ed in te spero; e in quell’altezza Puoi tu sol pormi, onde sospinta io fui. Nè la tua destra esser dee meno avvezza Di sollevar, che d’atterrar altrui: Nè meno il vanto di pietà si prezza, Che ’l trionfar degli avversarj sui; E s’hai potuto a molti il regno torre, Fia gloria egual nel regno or me riporre. Ma se la nostra fe varia ti move A disprezzar forse i miei preghi onesti, La fe ch’ho certa in tua pietà, mi giove: Nè dritto par ch’ella delusa resti. Testimon è quel Dio ch’a tutti è Giove, Ch’altrui più giusta aita unqua non desti. Ma perchè il tutto appieno intenda, or odi Le mie sventure insieme, e le altrui frodi. Figlia i’ son d’Arbilan, che ’l regno tenne Del bel Damasco, e in minor sorte nacque: Ma la bella Cariclia in sposa ottenne, Cui farlo erede del suo imperio piacque. Costei col suo morir quasi prevenne Il nascer mio; chè in tempo estinta giacque, Ch’io fuori uscia dell’alvo: e fu il fatale Giorno ch’a lei diè morte, a me natale. Ma il primo lustro appena era varcato Dal dì ch’ella spogliossi il mortal velo; Quando il mio genitor, cedendo al fato, Forse con lei si ricongiunse in Cielo: Di me cura lasciando e dello stato Al fratel ch’egli amò con tanto zelo; Chè se in petto mortal pietà risiede, Esser certo dovea della sua fede. Preso dunque di me questi il governo, Vago d’ogni mio ben si mostrò tanto, Che d’incorrotta fe, d’amor paterno, E d’immensa pietade ottenne il vanto. O che ’l maligno suo pensiero interno Celasse allor sotto contrario manto; O che sincere avesse ancor le voglie, Perch’al figliuol mi destinava in moglie. Io crebbi, e crebbe il figlio; e mai nè stile Di cavalier, nè nobil’arte apprese; Nulla di pellegrino o di gentile Gli piacque mai, nè mai troppo alto intese: Sotto deforme aspetto animo vile, E in cor superbo avare voglie accese: Ruvido in atti, ed in costumi è tale, Ch’è sol ne’ vizj a se medesmo eguale. Ora il mio buon custode ad uom sì degno Unirmi in matrimonio in se prefisse; E farlo del mio letto e del mio regno Consorte; e chiaro a me più volte il disse. Usò la lingua e l’arte, usò l’ingegno, Perchè ’l bramato effetto indi seguisse: Ma promessa da me non trasse mai; Anzi ritrosa ognor tacqui, o negai. Partissi alfin con un sembiante oscuro, Onde l’empio suo cor chiaro trasparve. E ben l’istoria del mio mal futuro Leggergli scritta in fronte allor mi parve; Quinci i notturni miei riposi furo Turbati ognor da strani sogni e larve: Ed un fatale orror nell’alma impresso, M’era presagio de’ miei danni espresso. Spesso l’ombra materna a me s’offria, Pallida imago, e dolorosa in atto; Quanto diversa, oimè, da quel che pria Visto altrove il suo volto avea ritratto. Fuggi, figlia, dicea, morte sì ria Che ti sovrasta omai, partiti ratto. Già veggio il tosco e ’l ferro in tuo sol danno Apparecchiar dal perfido Tiranno. Ma che giovava, oimè, che del periglio Vicino omai fosse presago il core; Se irresoluta in ritrovar consiglio La mia tenera età rendea il timore? Prender fuggendo volontario esiglio, E ignuda uscir del patrio regno fuore Grave era sì, ch’io fea minore stima Di chiuder gli occhj, ove gli apersi in prima. Temea, lassa, la morte, e non avea (Chi ’l crederia?) poi di fuggirla ardire; E scoprir la mia tema anco temea, Per non affrettar l’ore al mio morire. Così inquieta e torbida traea La vita in un continuo martíre; Qual uom ch’aspetti, che sul collo ignudo Ad or ad or gli caggia il ferro crudo. In tal mio stato, o fosse amica sorte, O ch’a peggio mi serbi il mio destino, Un de’ ministri della regia corte, Che ’l Re mio padre s’allevò bambino, Mi scoperse che ’l tempo alla mia morte, Dal Tiranno prescritto, era vicino; E ch’egli a quel crudele avea promesso Di porgermi il velen quel giorno stesso. E mi soggiunse poi, ch’ alla mia vita, Sol fuggendo, allungar poteva il corso; E poich’altronde io non sperava aita, Pronto offrì se medesmo al mio soccorso; E confortando mi rendè sì ardita, Che del timor non mi ritenne il morso; Sicch’io non disponessi, all’aer cieco, La patria e ’l zio fuggendo, andarne seco. Sorse la notte oltra l’usato oscura, Che sotto l’ombre amiche ne coperse: Talchè con due donzelle uscii sicura, Compagne elette alle fortune avverse. Ma pure indietro alle mie patrie mura Le luci io rivolgea di pianto asperse: Nè della vista del natío terreno Potea, partendo, saziarle appieno. Fea l’istesso cammin l’occhio, e ’l pensiero; E mal suo grado il piede innanzi giva: Siccome nave ch’improvviso e fero Turbine scioglia dall’amata riva. La notte andammo, e ’l dì seguente intero Per lochi ov’orma altrui non appariva. Ci ricovrammo in un castello alfine, Che siede del mio regno in sul confine. È d’Aronte il castel, (ch’Aronte fue Quel che mi trasse di periglio, e scorse) Ma poichè me fuggito aver le sue Mortali insidie, il traditor, s’accorse; Acceso di furor contr’ambidue, Le sue colpe medesme in noi ritorse; Ed ambo fece rei di quell’eccesso, Che commetter in me volle egli stesso. Disse ch’Aronte i’ avea con doni spinto Fra sue bevande a mescolar veneno; Per non aver, poi ch’egli fosse estinto, Chi legge mi prescriva, o tenga a freno: E ch’io seguendo un mio lascivo instinto, Volea raccormi a mille amanti in seno. Ahi, che fiamma dal Cielo anzi in me scenda, Santa Onestà, ch’io le tue leggi offenda! Ch’avara fame d’oro, e sete insieme Del mio sangue innocente il crudo avesse, Grave m’è si; ma via più il cor mi preme, Che ’l mio candido onor macchiar volesse. L’empio, che i popolari impeti teme, Così le sue menzogne adorna e tesse, Chè la città, del ver dubbia e sospesa, Sollevata non s’armi a mia difesa. Nè, perch’or sieda nel mio seggio, e ’n fronte Già gli risplenda la regal corona, Pone alcun fine a’ miei gran danni, all’onte; Sì la sua feritate oltre lo sprona. Arder minaccia entro ’l castello Aronte, Se di proprio voler non s’imprigiona; Ed a me, lassa, e insieme ai miei consorti Guerra annunzia non pur, ma strazj, e morti. Ciò dice egli di far, perchè dal volto Così levarsi la vergogna crede; E ritornar nel grado, ond’io l’ho tolto, L’onor del sangue, e della regia sede. Ma il timor n’è cagion, chè non ritolto Gli sia lo scettro, ond’io son vera erede; Chè sol, s’io caggio, por fermo sostegno, Con le ruine mie, puote al suo regno. E ben quel fine avrà l’empio desire, Che già il Tiranno ha stabilito in mente; E saran nel mio sangue estinte l’ire, Che dal mio lagrimar non fiano spente, Se tu nol vieti: a te rifuggo, o Sire, Io misera fanciulla, orba, innocente: E questo pianto, ond’ho i tuoi piedi aspersi, Vagliami sì, che ’l sangue io poi non versi. Per questi piedi, onde i superbi e gli empj Calchi: per questa man che ’l dritto aita: Per l’alte tue vittorie, e per que’ tempj Sacri, cui desti, e cui dar cerchi aita; Il mio desir, tu che puoi solo, adempi; E in un col regno a me serbi la vita La tua pietà; ma pietà nulla giove, S’anco te il dritto e la ragion non move. Tu, cui concesse il Cielo, e dielti in fato Voler il giusto, e poter ciò che vuoi; A me salvar la vita, a te lo stato (Chè tuo fia, s’io ’l ricovro) acquistar puoi. Fra numero sì grande a me sia dato Dieci condur de’ tuoi più forti eroi: Ch’avendo i padri amici, e ’l popol fido, Bastan questi a ripormi entro al mio nido. Anzi un de’ primi, alla cui fe commessa È la custodia di secreta porta, Promette aprirla, e nella reggia stessa Porci di notte tempo; e sol m’esorta Ch’io da te cerchi alcuna aita; e in essa, Per picciola che sia, si riconforta Più che s’altronde avesse un grande stuolo: Tanto l’insegne estima, e ’l nome solo! Ciò detto tace, e la risposta attende Con atto che, in silenzio, ha voce e preghi. Goffredo il dubbio cor volve e sospende Fra pensier varj, e non sa dove il pieghi. Teme i barbari inganni, e ben comprende Che non è fede in uom ch’a Dio la neghi. Ma d’altra parte in lui pietoso affetto Si desta, che non dorme in nobil petto. Nè pur l’usata sua pietà natía Vuol che costei della sua grazia degni, Ma il move utile ancor: ch’util gli fia Che nell’imperio di Damasco regni Chi, da lui dipendendo, apra la via Ed agevoli il corso ai suoi disegni; E genti, ed arme gli ministri, ed oro Contra gli Egizj, e chi sarà con loro. Mentre ei, così dubbioso, a terra volto Lo sguardo tiene, e ’l pensier volve e gira; La donna in lui s’affissa, e dal suo volto Intenta pende, e gli atti osserva e mira: E perchè tarda, oltra ’l suo creder, molto La risposta, ne teme e ne sospira. Quegli la chiesta grazia al fin negolle: Ma diè risposta assai cortese e molle. Se in servigio di Dio, ch’a ciò n’elesse, Non s’impiegasser quì le nostre spade, Ben tua speme fondar potresti in esse, E soccorso trovar, non che pietade: Ma se queste sue gregge, e queste oppresse Mura non torniam prima in libertade, Giusto non è, con iscemar le genti, Che di nostra vittoria il corso allenti. Ben ti prometto, e tu per nobil pegno Mia fe ne prendi, e vivi in lei sicura; Che se mai sottrarremo al giogo indegno Queste sacre, e dal Ciel dilette mura; Di ritornarti al tuo perduto regno, Come pietà n’esorta, avrem poi cura. Or mi farebbe la pietà men pio, S’anzi il suo dritto io non rendessi a Dio. A quel parlar chinò la donna, e fisse Le luci a terra, e stette immota alquanto: Poi sollevolle rugiadose, e disse, Accompagnando i flebil’atti al pianto: Misera! ed a qual’altra il Ciel prescrisse Vita mai grave, ed immutabil tanto? Chè si cangia in altrui mente e natura, Pria che si cangi in me sorte sì dura. Nulla speme più resta: invan mi doglio: Non han più forza in uman petto i preghi. Forse lece sperar che ’l mio cordoglio, Che te non mosse, il reo Tiranno pieghi? Nè già te d’inclemenza accusar voglio, Perchè ’l picciol soccorso a me si neghi; Ma il Cielo accuso, onde il mio mal discende, Che ’n te pietade innesorabil rende. Non tu, Signor, nè tua bontade è tale; Ma ’l mio destino è che mi nega aita: Crudo destino, empio destin fatale, Uccidi omai questa odiosa vita. L’avermi priva, oimè, fu picciol male De’ dolci padri in loro età fiorita; Se non mi vedi ancor, del regno priva, Qual vittima al coltello andar cattiva. Chè poichè legge d’onestate, e zelo Non vuol che quì sì lungamente indugi, A cui ricorro intanto? ove mi celo? O quai contra il Tiranno avrò rifugj? Nessun loco sì chiuso è sotto il Cielo, Ch’a lor non s’apra: or perchè tanti indugj? Veggio la morte, e se ’l fuggirla è vano, Incontro a lei n’andrò con questa mano. Quì tacque; e parve ch’un regale sdegno E generoso l’accendesse in vista: E ’l piè volgendo, di partir fea segno, Tutta negli atti dispettosa e trista. Il pianto si spargea senza ritegno, Com’ira suol produrlo a dolor mista: E le nascenti lagrime, a vederle, Erano a’ rai del Sol cristalli e perle. Le guance asperse di que’ vivi umori, Che giù cadean sin della veste al lembo, Parean vermiglj insieme, e bianchi fiori; Se pur gl’irriga un rugiadoso nembo, Quando su l’apparir de’ primi albóri Spiegano all’aure liete il chiuso grembo: E l’alba che gli mira, e se n’appaga, D’adornarsene il crin diventa vaga. Ma il chiaro umor, che di sì spesse stille Le belle gote e ’l seno adorno rende, Opra effetto di foco, il qual in mille Petti serpe celato, e vi s’apprende. O miracol d’Amor, che le faville Tragge del pianto, e i cor nell’acqua accende! Sempre sovra natura egli ha possanza; Ma in virtù di costei se stesso avanza. Questo finto dolor da molti elíce Lagrime vere, e i cor più duri spetra. Ciascun con lei s’affligge, e fra se dice: Se mercè da Goffredo or non impetra, Ben fu rabbiosa tigre a lui nutrice, E ’l produsse in aspr’alpe orrida pietra, O l’onda che nel mar si frange e spuma: Crudel, che tal beltà turba e consuma. Ma il giovinetto Eustazio, in cui la face Di pietade e d’amore è più fervente, Mentre bisbiglia ciascun altro, e tace, Si tragge avanti, e parla audacemente: O germano e Signor, troppo tenace Del suo primo proposto è la tua mente; Se al consenso comun che brama e prega, Arrendevole alquanto or non si piega. Non dico io già, che i Principi, che a cura Si stanno quì de’ popoli soggetti, Torcano il piè dalle oppugnate mura, E sian gli uficj lor da lor negletti: Ma fra noi che guerrier siam di ventura, Senza alcun proprio peso, e meno astretti Alle leggi degli altri, elegger diece Difensori del giusto a te ben lece. Ch’al servigio di Dio già non si toglie L’uom ch’innocente vergine difende; Ed assai care al Ciel son quelle spoglie, Che d’ucciso tiranno altri gli appende. Quando dunque all’impresa or non m’invoglie Quell’util certo che da lei s’attende, Mi ci move il dover, ch’a dar tenuto È l’ordin nostro alle donzelle ajuto. Ah non sia ver, per Dio, che si ridica In Francia, o dove in pregio è cortesia, Che si fugga da noi rischio o fatica Per cagion così giusta, e così pia. Io per me quì depongo elmo e lorica: Quì mi scingo la spada, e più non fia Ch’adopri indegnamente arme o destriero, O ’l nome usurpi mai di cavaliero. Così favella, e seco in chiaro suono Tutto l’ordine suo concorde freme; E chiamando il consiglio utile e buono, Co’ preghi il Capitan circonda e preme. Cedo, egli disse allora, e vinto sono Al concorso di tanti uniti insieme. Abbia, se parvi, il chiesto don costei, Dai vostri si, non dai consiglj miei. Ma se Goffredo di credenza alquanto Pur trova in voi, temprate i vostri affetti. Tanto sol disse; e basta lor ben tanto, Perchè ciascun quel ch’ei concede, accetti. Or chè non può di bella donna il pianto, Ed in lingua amorosa i dolci detti? Esce da vaghe labbra aurea catena, Che l’alme a suo voler prende ed affrena. Eustazio lei richiama, e dice: omai Cessi, vaga donzella, il tuo dolore: Chè tal da noi soccorso in breve avrai, Qual par che più richiegga il tuo timore. Serenò allora i nubilosi rai Armida, e sì ridente apparve fuore, Ch’innamorò di sue bellezze il Cielo, Asciugandosi gli occhj col bel velo. Rendè lor poscia in dolci e care note Grazie per l’alte grazie a lei concesse, Mostrando che sariano al mondo note Mai sempre, e sempre nel suo core impresse: E ciò che lingua esprimer ben non puote, Muta eloquenza ne’ suoi gesti espresse: E celò sì sotto mentito aspetto Il suo pensier, ch’altrui non diè sospetto. Quinci vedendo che furtuna arriso Al gran principio di sue frodi avea, Prima che ’l suo pensier le sia preciso, Dispon di trarre al fine opra sì rea; E far con gli atti dolci, e col bel viso, Più che con l’arti lor Circe o Medea; E in voce di Sirena, ai suoi concenti Addormentar le più svegliate menti. Usa ogni arte la donna, onde sia colto Nella sua rete alcun novello amante: Nè con tutti, nè sempre un stesso volto Serba; ma cangia a tempo atti e sembiante. Or tien pudíca il guardo in se raccolto; Or lo rivolge cupido e vagante. La sferza in quegli, il freno adopra in questi, Come lor vede in amar lenti o presti. Se scorge alcun che dal suo amor ritiri L’alma, e i pensier per diffidenza affrene; Gli apre un benigno riso, e in dolci giri Volge le luci in lui liete e serene: E così i pigri e timidi desiri Sprona, ed affida la dubbiosa spene: Ed infiammando le amorose voglie, Sgombra quel gel che la paura accoglie. Ad altri poi, ch’audace il segno varca, Scorto da cieco e temerario duce, De’ cari detti, e de’ begli occhj è parca, E in lui timore e riverenza induce: Ma fra lo sdegno, onde la fronte è carca, Pur anco un raggio di pietà riluce; Sicch’altri teme ben, ma non dispera: E più s’invoglia, quanto appar più altera. Stassi talvolta ella in disparte alquanto, E ’l volto e gli atti suoi compone e finge Quasi dogliosa; e infin su gli occhj il pianto Tragge sovente, e poi dentro il respinge. E con quest’arti a lagrimar intanto Seco mill’alme semplicette astringe; E in fuoco di pietà strali d’amore Tempra, onde pera a sì fort’arme il core. Poi, siccome ella a quei pensier s’invole, E novella speranza in lei si deste, Ver gli amanti il piè drizza, e le parole, E di gioja la fronte adorna e veste: E lampeggiar fa quasi un doppio Sole, Il chiaro sguardo, e ’l bel riso celeste Su le nebbie del duolo oscure e folte, Ch’avea lor prima intorno al petto accolte. Ma mentre dolce parla, e dolce ride, E di doppia dolcezza inebria i sensi; Quasi dal petto lor l’alma divide, Non prima usata a quei diletti immensi. Ahi crudo Amor, ch’egualmente n’ancide L’assenzio e ’l mel, che tu fra noi dispensi: E d’ogni tempo egualmente mortali Vengon da te le medicine e i mali. Fra sì contrarie tempre, in ghiaccio e in foco, In riso e in pianto, e fra paura e spene, Inforsa ognun suo stato; e di lor gioco, L’ingannatrice donna, a prender viene. E s’alcun mai con suon tremante e fioco Osa, parlando, d’accennar sue pene; Finge, quasi in amor rozza e inesperta, Non veder l’alma ne’ suoi detti aperta. O pur le luci vergognose e chine Tenendo, d’onestà s’orna e colora; Sicchè viene a celar le fresche brine Sotto le rose, onde il bel viso infiora. Qual nell’ore più fresche e mattutine Del primo nascer suo veggiam l’aurora; E ’l rossor dello sdegno insieme n’esce Con la vergogna, e si confonde e mesce. Ma se prima negli atti ella s’accorge D’uom che tenti scoprir le accese voglie, Or gli s’invola e fugge, ed or gli porge Modo onde parli, e in un tempo il ritoglie. Così il dì tutto in vano error lo scorge, Stanco e deluso poi di speme il toglie. Ei si riman, qual cacciator, ch’a sera Perda alfin l’orma di seguita fera. Queste fur l’arti, onde mill’alme e mille Prender furtivamente ella poteo; Anzi pur furon l’arme, onde rapille Ed, a forza, d’Amor serve le feo. Qual maraviglia or fia, se’l fero Achille D’Amor fu preda, ed Ercole, e Teseo; S’ancor chi per Gesù la spada cinge, L’empio, ne’ laccj suoi talora stringe? Canto quinto Sdegna Gernando che Rinaldo aspire Al grado ov’egli esser assunto agogna: Perciò, ministro a se del suo morire, Lui, che l’uccide poi, forte rampogna. Va l’uccisor in bando: nè patire Vuol che catena, o ceppi altri gli pogna. Parte Armida contenta; ma dal mare Vengono al gran Buglion novelle amare. CANTO QUINTO. Mentre in tal guisa i cavalieri alletta Nell’amor suo l’insidiosa Armida, Nè solo i dieci a lei promessi aspetta, Ma di furto menarne altri confida; Volge tra se Goffredo a cui commetta La dubbia impresa, ov’ella esser dee guida; Chè degli avventurier la copia e ’l merto, E ’l desir di ciascuno il fanno incerto. Ma con provido avviso alfin dispone, Ch’essi un di loro scelgano a sua voglia, Che succeda al magnanimo Dudone, E quella elezion sovra se toglia. Così non avverrà ch’ei dia cagione Ad alcun d’essi che di lui si doglia: E insieme mostrerà d’aver nel pregio, In cui debbe a ragion, lo stuolo egregio. A se dunque li chiama, e lor favella: Stata è da voi la mia sentenza udita, Ch’era, non di negare alla Donzella, Ma di darle, in stagion matura, aita: Di novo or la propongo, e ben puote ella Esser dal parer vostro anco seguita; Chè nel mondo mutabile e leggiero, Costanza è spesso il variar pensiero. Ma se stimate ancor, che mal convegna Al vostro grado il rifiutar periglio: E se pur generoso ardire sdegna Quel che troppo gli par cauto consiglio; Non sia ch’involontarj io vi ritegna, Nè quel, che già vi diedi, or mi ripiglio; Ma sia con esso voi, com’esser deve, Il fren del nostro imperio lento e leve. Dunque lo starne o ’l girne i’ son contento Che dal vostro piacer libero penda. Ben vuò che pria facciate al Duce spento Successor nuovo, e di voi cura ei prenda: E tra voi scelga i dieci a suo talento; Non già di dieci il numero trascenda, Ch’in questo il sommo imperio a me riservo: Non fia l’arbitrio suo per altro servo. Così disse Goffredo; e ’l suo germano, Consentendo ciascun, risposta diede: Siccome a te conviensi, o Capitano, Questa lenta virtù che lunge vede; Così il vigor del core e della mano, Quasi debito a noi, da noi si chiede: E saria la matura tarditate, Ch’in altri è provvidenza, in noi viltate. E poichè ’l rischio è di sì leve danno Posto in lance col pro, che ’l contrappesa; Te permettente, i dieci eletti andranno Con la Donzella all’onorata impresa. Così conclude; e con sì adorno inganno Cerca di ricoprir la mente accesa Sotto altro zelo: e gli altri anco d’onore Fingon desio, quel ch’è desio d’amore. Ma il più giovin Buglione, il qual rimira Con geloso occhio il figlio di Sofia, La cui virtute invidiando ammira, Che in sì bel corpo più cara venia; Nol vorrebbe compagno, e al cor gli inspira Cauti pensier l’astuta gelosia; Onde, tratto il rivale a se, in disparte Ragiona a lui con lusinghevol’arte. O di gran genitor maggior figliuolo, Che ’l sommo pregio in arme hai giovinetto: Or chi sarà del valoroso stuolo, Di cui parte noi siamo, in Duce eletto? Io, ch’a Dudon famoso appena, e solo Per l’onor dell’età, vivea soggetto: Io, fratel di Goffredo, a chi più deggio Cedere omai? Se tu non sei, nol veggio. Te, la cui nobiltà tutt’altre agguaglia, Gloria e merito d’opre a me prepone: Nè sdegnerebbe, in pregio di battaglia, Minor chiamarsi anco il maggior Buglione; Te dunque in Duce bramo, ove non caglia A te di questa Sira esser campione: Nè già cred’io che quell’onor tu curi, Che da’ fatti verrà notturni e scuri. Nè mancherà quì loco, ove s’impieghi Con più lucida fama il tuo valore. Or io procurerò, se tu nol nieghi, Ch’a te concedan gli altri il sommo onore. Ma perchè non so ben dove si pieghi L’irresoluto mio dubbioso core, Impetro or io da te, ch’a voglia mia O segua poscia Armida, o teco stia. Qui tacque Eustazio, e questi estremi accenti Non proferì senza arrossirsi in viso: E i mal celati suoi pensieri ardenti L’altro ben vide, e mosse ad un sorriso. Ma perch’a lui colpi d’amor più lenti Non hanno il petto oltre la scorza inciso; Nè molto impaziente è di rivale, Nè la Donzella di seguir gli cale. Ben altamente ha nel pensier tenace L’acerba morte di Dudon scolpita: E si reca a disnor, ch’Argante audace Gli soprastía lunga stagion in vita: E parte di sentire anco gli piace Quel parlar, ch’al dovuto onor l’invita: E ’l giovinetto cor s’appaga, e gode Del dolce suon della verace lode. Onde così rispose: i gradi primi Più meritar, che conseguir desio; Nè, purchè me la mia virtù sublimi, Di scettri altezza invidiar degg’io. Ma s’all’onor mi chiami, e che lo stimi Debito a me, non ci verrò restío: E caro esser mi dee, che mi sia mostro Sì bel segno da voi del valor nostro. Dunque io nol chiedo, e nol rifiuto: e quando Duce io pur sia, sarai tu degli eletti. Allora il lascia Eustazio, e va piegando De’ suoi compagni, al suo voler, gli affetti. Ma chiede a prova il Principe Gernando Quel grado, e bench’Armida in lui saetti, Men può nel cor superbo amor di donna, Ch’avidità d’onor che se n’indonna. Sceso Gernando è da’ gran Re Norvegj, Che di molte provincie ebber l’impero; E le tante corone, e’ scettri regj E del padre e degli avi il fanno altero. Altero è l’altro de’ suoi proprj pregj Più che dell’opre che i passati fero; Ancor che gli avi suoi cento e più lustri Stati sian chiari in pace, e ’n guerra illustri. Ma il barbaro Signor, che sol misura Quanto l’oro, e ’l dominio oltre si stenda, E per se stima ogni virtute oscura, Cui titolo regal chiara non renda; Non può soffrir, che in ciò ch’egli procura, Seco di merto il cavalier contenda: E se ne cruccia sì, ch’oltra ogni segno Di ragione il trasporta ira e disdegno. Talchè ’l maligno spirito d’Averno, Ch’in lui strada sì larga aprir si vede, Tacito in sen gli serpe, ed al governo De’ suoi pensieri lusingando siede: E quì più sempre l’ira, e l’odio interno Inacerbisce, e ’l cor stimola e fiede: E fa che ’n mezzo all’alma ognor risuoni Una voce ch’a lui così ragioni: Teco giostra Rinaldo; or tanto vale Quel suo numero van d’antichi eroi? Narri costui, ch’a te vuol farsi eguale, Le genti serve, e i tributarj suoi: Mostri gli scettri, e in dignità regale Paragoni i suoi morti ai vivi tuoi. Ah quanto osa un signor d’indegno stato, Signor, che nella serva Italia è nato! Vinca egli, o perda omai; fu vincitore Sin da quel dì ch’emulo tuo divenne. Che dirà il mondo? (e ciò fia sommo onore) Questi già con Gernando in gara venne. Poteva a te recar gloria e splendore Il nobil grado, che Dudon pria tenne: Ma già non meno esso da te n’attese; Costui scemò suo pregio allor che ’l chiese. E se, poich’altri più non parla o spira, De’ nostri affari alcuna cosa sente; Come credi che in Ciel, di nobil’ira, Il buon vecchio Dudon si mostri ardente? Mentre in questo superbo i lumi gira, Ed al suo temerario ardir pon mente; Che seco ancor, l’età sprezzando e ’l merto, Fanciullo osa agguagliarsi ed inesperto. E l’osa pure, e ’l tenta, e ne riporta In vece di castigo onor e laude: E v’è chi ne ’l consiglia, e ne l’esorta, (O vergogna comune!) e chi gli applaude. Ma se Goffredo il vede, e gli comporta Che di ciò ch’a te dessi, egli ti fraude; No ’l soffrir tu; nè già soffrir lo dei, Ma ciò che puoi dimostra, e ciò che sei. Al suon di queste voci arde lo sdegno, E cresce in lui quasi commossa face: Nè capendo nel cor gonfiato e pregno, Per gli occhj n’esce, e per la lingua audace. Ciò che di riprensibile e d’indegno Crede in Rinaldo, a suo disnor, non tace: Superbo e vano il finge, e ’l suo valore Chiama temerità pazza e furore. E quanto di magnanimo, e d’altero, E d’eccelso, e d’illustre in lui risplende, Tutto (adombrando con mal’arti il vero) Pur, come vizio sia, biasma e riprende: E ne ragiona sì, che ’l cavaliero Emulo suo, pubblico il suon n’intende. Non però sfoga l’ira, o si raffrena Quel cieco impeto in lui, ch’a morte il mena. Chè ’l reo demon, che la sua lingua move Di spirto in vece, e forma ogni suo detto, Fa che gl’ingiusti oltraggj ognor rinnove, Esca aggiungendo all’infiammato petto. Loco è nel campo assai capace, dove S’aduna sempre un bel drappello eletto; E quivi insieme, in torneamenti e in lotte, Rendon le membra vigorose e dotte. Or quivi, allor che v’è turba più folta, Pur, com’è suo destin, Rinaldo accusa: E quasi acuto strale in lui rivolta La lingua del venen d’Averno infusa: E vicino è Rinaldo, e i detti ascolta; Nè puote l’ira omai tener più chiusa: Ma grida: menti; e addosso a lui si spinge, E nudo nella destra il ferro stringe. Parve un tuono la voce, e ’l ferro un lampo Che di folgor cadente annunzio apporte. Tremò colui, nè vide fuga, o scampo Dalla presente irreparabil morte: Pur, tutto essendo testimonio il campo, Fa sembiante d’intrepido e di forte; E ’l gran nemico attende, e ’l ferro tratto, Fermo si reca di difesa in atto. Quasi in quel punto mille spade ardenti Furon vedute fiammeggiar insieme; Chè varia turba di mal caute genti D’ogn’intorno v’accorre, e s’urta e preme. D’incerte voci, e di confusi accenti Un suon per l’aria si raggira e freme, Qual s’ode in riva al mare, ove confonda Il vento i suoi co’ mormorii dell’onda. Ma per le voci altrui già non s’allenta Nell’offeso guerrier l’impeto e l’ira. Sprezza i gridi, e i ripari, e ciò che tenta Chiudergli il varco, ed a vendetta aspira; E fra gli uomini, e l’arme oltre s’avventa, E la fulminea spada in cerchio gira, Sì, che le vie si sgombra; e solo, ad onta Di mille difensor, Gernando affronta. E con la man, nell’ira anco maestra, Mille colpi ver lui drizza e comparte. Or al petto, or al capo, or alla destra Tenta ferirlo, ora alla manca parte; E impetuosa, e rapida la destra È in guisa tal, che gli occhj inganna e l’arte: Talch’improvvisa, e inaspettata giunge Ove manco si teme; e fère e punge. Nè cessò mai, finchè nel seno immersa Gli ebbe una volta, e due la fera spada. Cade il meschin su la ferita, e versa Gli spirti, e l’alma fuor per doppia strada. L’arme ripone ancor di sangue aspersa Il vincitor, nè sovra lui più bada; Ma si rivolge altrove, e insieme spoglia L’animo crudo, e l’adirata voglia. Tratto al tumulto il pio Goffredo intanto Vede fero spettacolo improvviso: Steso Gernando, il crin di sangue e ’l manto Sordido e molle, e pien di morte il viso. Ode i sospiri, e le querele, e ’l pianto Che molti fan sovra il guerriero ucciso. Stupido chiede: or quì, dove men lece, Chi fu ch’ardì cotanto, e tanto fece? Arnaldo, un de’ più cari al Prence estinto, Narra, e ’l caso in narrando aggrava molto, Che Rinaldo l’uccise, e che fu spinto Da leggiera cagion d’impeto stolto: E che quel ferro, che per Cristo è cinto, Ne’ campioni di Cristo avea rivolto; E sprezzato il suo impero, e quel divieto Che fè pur dianzi, e che non è secreto. E che per legge è reo di morte, e deve, Come l’editto impone, esser punito: Sì perchè ’l fallo in se medesmo è greve, Sì perchè ’n loco tale egli è seguito. Chè se dell’error suo perdon riceve, Fia ciascun altro, per l’esempio, ardito; E che gli offesi poi quella vendetta Vorranno far, ch’a i giudici s’aspetta. Onde, per tal cagion, discordie e risse Germoglieran fra quella parte e questa: Rammentò i merti dell’estinto, e disse Tutto ciò, ch’o pietate, o sdegno desta. Ma s’oppose Tancredi, e contradisse, E la causa del reo dipinse onesta. Goffredo ascolta, e in rigida sembianza Porge più di timor, che di speranza. Soggiunse allor Tancredi: or ti sovvegna, Saggio Signor, chi sia Rinaldo, e quale: Qual per se stesso onor gli si convegna, E per la stirpe sua chiara e regale, E per Guelfo suo zio: non dee chi regna, Nel castigo, con tutti esser eguale. Vario è l’istesso error ne’ gradi varj: E sol l’egualità giusta è co’ pari. Risponde il Capitan: da i più sublimi Ad ubbidire imparino i più bassi. Mal, Tancredi, consigli, e male stimi, Se vuoi che i grandi in sua licenza io lassi. Qual fora imperio il mio, s’a’vili ed imi, Sol Duce della plebe, io comandassi? Scettro impotente, e vergognoso impero; Se con tal legge è dato, io più nol chero. Ma libero fu dato, e venerando: Nè vuo’ ch’alcun d’autorità lo scemi. E so ben io come si deggia, e quando Ora diverse impor le pene e i premj, Ora, tenor d’egualità serbando, Non separar dagl’infimi i supremi. Così dicea, nè rispondea colui, Vinto da riverenza, ai detti sui. Raimondo, imitator della severa Rigida antichità, lodava i detti. Con quest’arti, dicea, chi bene impera Si rende venerabile ai soggetti; Chè già non è la disciplina intera, Ov’uom perdono, e non castigo aspetti. Cade ogni regno, e ruinosa è senza La base del timor ogni clemenza. Tal ei parlava: e le parole accolse Tancredi, e più fra lor non si ritenne; Ma ver Rinaldo immantinente volse Un suo destrier, che parve aver le penne. Rinaldo, poi ch’al fier nemico tolse L’orgoglio e l’alma, al padiglion sen venne. Quì Tancredi trovollo, e delle cose Dette e risposte appien la somma espose. Soggiunse poi: bench’io sembianza esterna Del cor non stimi testimon verace; Chè ’n parte troppo cupa, e troppo interna Il pensier de’ mortali occulto giace: Pur ardisco affermar, a quel ch’io scerna Nel Capitan, che in tutto anco nol tace, Ch’egli ti voglia all’obbligo soggetto De’ rei comune, e in suo poter ristretto. Sorrise allor Rinaldo, e con un volto In cui tra ’l riso lampeggiò lo sdegno: Difenda sua ragion ne’ ceppi involto Chi servo è, disse, o d’esser servo è degno; Libero i’ nacqui e vissi, e morrò sciolto, Pria che man porga o piede a laccio indegno: Usa alla spada è questa destra ed usa Alle palme, e vil nodo ella ricusa. Ma, s’ai meriti miei questa mercede Goffredo rende, e vuol impregionarme Pur com’io fossi un uom del volgo, e crede A carcere plebeo legato trarme; Venga egli, o mandi, io terrò fermo il piede: Giudici fian tra noi la sorte, e l’arme: Fera tragedia vuol che s’appresenti, Per lor diporto, alle nemiche genti? Ciò detto, l’armi chiede, e ’l capo e ’l busto Di finissimo acciajo adorno rende, E fa del grande scudo il braccio onusto, E la fatale spada al fianco appende: E in sembiante magnanimo ed augusto, Come folgore suol, nell’armi splende. Marte, e’ rassembra te, qualor dal quinto Cielo, di ferro scendi e d’orror cinto. Tancredi intanto i feri spirti, e ’l core Insuperbito d’ammollir procura. Giovine invitto, dice, al tuo valore So che fia piana ogni erta impresa e dura: So che fra l’armi sempre, e fra ’l terrore La tua eccelsa virtute è più sicura. Ma non consenta Dio, ch’ella si mostri Oggi sì crudelmente a’ danni nostri. Dimmi, che pensi far? vorrai le mani Del civil sangue tuo dunque bruttarte? E con le piaghe indegne de’ Cristiani Trafigger Cristo, ond’ei son membra e parte? Di transitorio onor rispetti vani, Che, qual onda di mar sen viene e parte, Potranno in te più che la fede, e ’l zelo Di quella gloria, che n’eterna in Cielo? Ah non per Dio: vinci te stesso, e spoglia Questa feroce tua mente superba. Cedi: non fia timor, ma santa voglia, Ch’a questo ceder tuo palma si serba. E se pur degna, ond’altri esempio toglia, È la mia giovinetta etate acerba; Anch’io fui provocato, e pur non venni Co’ fedeli in contesa, e mi contenni. Ch’avendo io preso di Cilicia il regno, E l’insegne spiegatevi di Cristo; Baldovin sopraggiunse, e con indegno Modo occupollo, e ne fè vile acquisto: Chè, mostrandosi amico ad ogni segno, Del suo avaro pensier non m’era avvisto; Ma con l’arme però di ricovrarlo Non tentai poscia, e forse i’ potea farlo. E se pur anco la prigion ricusi, E i laccj schivi quasi ignobil pondo: E seguir vuoi l’opinioni e gli usi, Che per leggi d’onore approva il mondo; Lascia quì me ch’al Capitan ti scusi; Tu in Antiochia vanne a Boemondo: Chè di sopporti, in questo impeto primo, A’ suoi giudícj assai sicuro stimo. Ben tosto fia (se pur quì contra avremo L’arme d’Egitto, od altro stuol Pagano) Ch’assai più chiaro il tuo valore estremo N’apparirà, mentre starai lontano: E senza te parranne il campo scemo, Quasi corpo, cui tronco è braccio o mano. Qui Guelfo sopraggiunge, e i detti approva: E vuol che senza indugio indi si mova. Ai lor consiglj la sdegnosa mente Dell’audace garzon si volge e piega: Tal ch’egli di partirsi immantinente Fuor di quell’oste ai fidi suoi non nega. Molta intanto è concorsa amica gente: E seco andarne, ognun procura e prega. Egli tutti ringrazia, e seco prende Sol due scudieri, e sul cavallo ascende. Parte; e porta un desio d’eterna ed alma Gloria, ch’a nobil core è sferza e sprone: A magnanime imprese intenta ha l’alma, Ed insolite cose oprar dispone: Gir fra’ nemici; ivi o cipresso o palma Acquistar per la fede, ond’è campione: Scorrer l’Egitto, e penetrar sin dove Fuor d’incognito fonte il Nilo move. Ma Guelfo, poi che ’l giovine feroce, Affrettato al partir, preso ha congedo; Quivi non bada, e se ne va veloce Ove egli stima ritrovar Goffredo. Il qual, come lui vede, alza la voce; Guelfo, dicendo, appunto or te richiedo: E mandato ho pur ora in varie parti Alcun de’ nostri araldi a ricercarti. Poi fa ritrarre ogn’altro, e in basse note Ricomincia con lui grave sermone: Veracemente, o Guelfo, il tuo nipote Troppo trascorre, ov’ira il cor gli sprone; E male addursi, a mia credenza, or puote Di questo fatto suo giusta cagione. Ben caro avrò, che la ci rechi tale; Ma Goffredo con tutti è Duce eguale. E sarà del legitimo e del dritto Custode in ogni caso e difensore; Serbando sempre, al giudicare, invitto Dalle tiranne passioni il core. Or se Rinaldo a violar l’editto, E della disciplina il sacro onore Costretto fu, come alcun dice; ai nostri Giudícj venga ad inchinarsi, e ’l mostri. A sua ritenzion libero vegna; Questo ch’io posso, ai merti suoi consento. Ma s’egli sta ritroso, e se ne sdegna, (Conosco quel suo indomito ardimento) Tu di condurlo, e provveder t’ingegna Ch’ei non isforzi uom mansueto e lento Ad esser delle leggi, e dell’impero Vendicator, quanto è ragion, severo. Così disse egli; e Guelfo a lui rispose: Anima non potea, d’infamia schiva, Voci sentir di scorno ingiuriose, E non farne repulsa ove l’udiva. E se l’oltraggiatore a morte ei pose, Chi è che meta a giust’ira prescriva? Chi conta i colpi, o la dovuta offesa, Mentre arde la tenzon, misura e pesa? Ma quel che chiedi tu, ch’al tuo soprano Arbitrio il garzon venga a sottoporse, Duolmi ch’esser non può; ch’egli lontano Dall’oste immantinente il passo torse. Ben m’offro io di provar con questa mano A lui, ch’a torto in falsa accusa il morse, O s’altri v’è di sì maligno dente, Ch’ei punì l’onta ingiusta giustamente. A ragion, dico, al tumido Gernando Fiaccò le corna del superbo orgoglio. Sol, s’egli errò, fu nell’oblio del bando: Ciò ben mi pesa, ed a lodar nol toglio. Tacque, e disse Goffredo: Or vada errando, E porti risse altrove: io quì non voglio Che sparga seme tu di nuove liti: Deh, per Dio, sian gli sdegni anco finiti. Di procurare il suo soccorso intanto Non cessò mai l’ingannatrice rea. Pregava il giorno, e ponea in uso quanto L’arte, e l’ingegno, e la beltà potea. Ma poi, quando stendendo il fosco manto La notte in Occidente il dì chiudea, Fra duo suoi cavalieri e due matrone, Ricovrava in disparte al padiglione. Ma benchè sia mastra d’inganni, e i suoi Modi gentili, e le parole accorte, E bella sì, che ’l ciel prima nè poi Altrui non diè maggior bellezza in sorte; Talchè del campo i più famosi eroi Ha presi d’un piacer tenace e forte; Non è però, ch’all’esca de’ diletti Il pio Goffredo lusingando alletti. Invan cerca invaghirlo, e con mortali Dolcezze attrarlo all’amorosa vita: Chè qual satúro augel, che non si cali Ove, il cibo mostrando, altri l’invita; Tal ei, sazio del mondo, i piacer frali Sprezza, e sen poggia al ciel per via romita; E quante insidie al suo bel volo tende L’infido Amor, tutte fallaci rende. Nè impedimento alcun torcer dall’orme Puote, che Dio ne segna, i pensier santi. Tentò ella mill’arti, e in mille forme, Quasi Proteo novel, gli apparve innanti: E desto Amor, dove più freddo ei dorme, Avrian gli atti dolcissimi, e i sembianti; Ma quì (grazie divine) ogni sua prova Vana riesce, e ritentar non giova. La bella donna, ch’ogni cor più casto Arder credeva ad un girar di ciglia, Oh come perde or l’alterezza e ’l fasto, E quale ha di ciò sdegno, e maraviglia! Rivolger le sue forze ove contrasto Men duro trovi, alfin si riconsiglia: Qual capitan ch’inespugnabil terra Stanco abbandoni, e porti altrove guerra. Ma contra l’arme di costei, non meno, Si mostrò di Tancredi invitto il core; Peroch’altro desio gl’ingombra il seno, Nè vi può loco aver novello ardore: Chè siccome dall’un l’altro veleno Guardar ne suol, tal l’un dall’altro amore. Questi soli non vinse: o molto, o poco Avvampò ciascun altro al suo bel foco. Ella, sebben si duol che non succeda Sì pienamente il suo disegno e l’arte, Pur, fatto avendo così nobil preda Di tanti eroi, si riconsola in parte. E pria che di sue frodi altri s’avveda, Pensa condurgli in più sicura parte, Ove gli stringa poi d’altre catene, Che non son queste ond’or presi gli tiene. E, sendo giunto il termine che fisse Il Capitano a darle alcun soccorso, A lui sen venne riverente, e disse: Sire, il dì stabilito è già trascorso: E se per sorte il reo tiranno udisse Ch’i’ abbia fatto all’arme tue ricorso, Prepareria sue forze alla difesa: Nè così agevol poi fora l’impresa. Dunque, prima ch’a lui tal nova apporti Voce incerta di fama o certa spia, Scelga la tua pietà fra’ tuoi più forti, Alcuni pochi, e meco or or gl’invia: Chè, se non mira il Ciel con occhj torti L’opre mortali, o l’innocenza oblia, Sarò riposta in regno, e la mia terra Sempre avrai tributaria in pace, e in guerra. Così diceva; e ’l Capitano ai detti Quel che negar non si potea, concede: Sebben, ov’ella il suo partir affretti, In se tornar l’elezion ne vede: Ma nel numero ognun de’ dieci eletti Con insolita instanza esser richiede: E l’emulazion che ’n lor si desta, Più importuni gli fa nella richiesta. Ella, che in essi mira aperto il core, Prende, vedendo ciò, novo argomento: E sul lor fianco adopra il rio timore Di gelosia per sferza e per tormento; Sapendo ben, ch’alfin s’invecchia amore Senza quest’arti, e divien pigro e lento; Quasi destrier che men veloce corra, Se non ha chi lui segua, o chi ’l precorra. E in tal modo comparte i detti sui, E ’l guardo lusinghiero, e ’l dolce riso, Ch’alcun non è che non invídi altrui: Nè il timor dalla speme è in lor diviso. La folle turba de gli amanti, a cui Stimolo è l’arte d’un fallace viso, Senza fren corre, e non gli tien vergogna, E loro indarno il Capitan rampogna. Ei ch’egualmente satisfar desira Ciascuna delle parti, e in nulla pende; Sebben alquanto or di vergogna, or d’ira Al vaneggiar de’ cavalier s’accende; Poich’ostinati in quel desio li mira, Novo consiglio in accordarli prende. Scrivansi i vostri nomi, ed in un vaso Pongansi, disse, e sia giudice il caso. Subito il nome di ciascun si scrisse, E in picciol’urna posti e scossi foro, E tratti a sorte: e ’l primo che n’uscisse Fu il Conte di Pembrozia Artemidoro. Legger poi di Gherardo il nome udisse: Ed uscì Vincilao dopo costoro: Vincilao, che sì grave e saggio innante, Canuto or pargoleggia e vecchio amante. Oh come il volto han lieto, e gli occhj pregni Di quel piacer che dal cor pieno inonda, Questi tre primi eletti, i cui disegni La fortuna in amor destra seconda. D’incerto cor, di gelosia dan segni Gli altri, il cui nome avvien che l’urna asconda: E dalla bocca pendon di colui Che spiega i brevi, e legge i nomi altrui. Guasco quarto fuor venne, a cui successe Ridolfo, ed a Ridolfo indi Olderico; Quinci Guglielmo Ronciglion si lesse, E ’l Bavaro Eberardo, e ’l Franco Enrico: Rambaldo ultimo fu, che farsi elesse Poi, fe cangiando, di Gesù nemico; Tanto puote Amor dunque? e questi chiuse Il numero de’ dieci, e gli altri escluse. D’ira, di gelosia, d’invidia ardenti Chiaman gli altri Fortuna ingiusta e ria: A te accusano, Amor, che le consenti Che nell’imperio tuo giudice sia. Ma perchè instinto è dell’umane menti, Che ciò che più si vieta, uom più desia, Dispongon molti, ad onta di Fortuna, Seguir la donna, come il ciel s’imbruna. Voglion sempre seguirla all’ombra, al Sole, E per lei, combattendo, espor la vita. Ella fanne alcun motto, e con parole Tronche, e dolci sospiri a ciò gl’invita: Ed or con questo, ed or con quel si duole, Che far convienle senza lui partita. S’erano armati intanto, e da Goffredo Toglieano i dieci cavalier congedo. Gli ammonisce quel saggio a parte a parte, Come la fe Pagana è incerta e leve, E mal sicuro pegno: e con qual’arte L’insidie, e i casi avversi uom fuggir deve. Ma son le sue parole al vento sparte: Nè consiglio d’uom saggio Amor riceve. Lor dà commiato alfine, e la Donzella Non aspetta al partir l’alba novella. Parte la vincitrice, e quei rivali, Quasi prigioni, al suo trionfo innanti Seco n’adduce, e tra infiniti mali Lascia la turba poi degli altri amanti. Ma come uscì la notte, e sotto l’ali Menò il silenzio, e i lievi sogni erranti; Secretamente, com’Amor gl’informa, Molti d’Armida seguitaron l’orma. Segue Eustazio il primiero, e puote appena Aspettar l’ombre che la notte adduce. Vassene frettoloso, ove nel mena Per le tenebre cieche un cieco duce. Errò la notte tepida e serena; Ma poi, nell’apparir dell’alma luce, Gli apparse insieme Armida e ’l suo drappello, Dove un borgo lor fu notturno ostello. Ratto ei ver lei si muove, ed all’insegna Tosto Rambaldo il riconosce, e grida Chè ricerchi fra loro, e perchè vegna. Vengo, risponde, a seguitarne Armida, Ned ella avrà da me, se non la sdegna, Men pronta aita, o servitù men fida. Replica l’altro: Ed a cotanto onore, Dì, chi t’elesse? egli soggiunge: Amore. Me scelse Amor, te la Fortuna: or quale Da più giusto elettore eletto parti? Dice Rambaldo allor: nulla ti vale Titolo falso, ed usi inutil’arti: Nè potrai della vergine regale Fra i campioni legitimi mischiarti, Illegittimo servo: e chi, riprende Cruccioso il giovinetto, a me il contende? Io tel difenderò, colui rispose; E feglisi all’incontro in questo dire: E con voglie egualmente in lui sdegnose L’altro si mosse, e con eguale ardire. Ma quì stese la mano, e si frappose La tiranna dell’alme in mezzo all’ire; Ed all’uno dicea: deh non t’incresca Ch’a te compagno, a me campion s’accresca. S’ami che salva i’ sia, perchè mi privi In sì grand’uopo della nova aita? Dice all’altro: opportuno, e grato arrivi Difensor di mia fama, e di mia vita. Nè vuol ragion, nè sarà mai ch’io schivi Compagnia nobil tanto, e sì gradita. Così parlando, ad or ad or tra via Alcun novo campion le sorvenia. Chi di là giunge, e chi di qua: nè l’uno Sapea dell’altro; e’l mira bieco e torto. Essa lieta gli accoglie, ed a ciascuno Mostra del suo venir gioja e conforto. Ma già nello schiarir dell’aer bruno S’era del lor partir Goffredo accorto: E la mente, indovina de’ lor danni, D’alcun futuro mal par che s’affanni. Mentre a ciò pur ripensa, un messo appare Polveroso, anelante, in vista afflitto, In atto d’uom, ch’altrui novelle amare Porti, e mostri il dolore in fronte scritto. Disse costui: Signor, tosto nel mare La grande armata apparirà d’Egitto: E l’avviso, Guglielmo il qual comanda Ai liguri naviglj, a te ne manda. Soggiunse a questo poi, che dalle navi Sendo condotta vettovaglia al campo, I cavalli, e i cammeli onusti e gravi Trovato aveano a mezza strada inciampo: E che i lor difensori uccisi, o schiavi Restar pugnando, e nessun fece scampo; Da’ ladroni d’Arabia, in una valle, Assaliti alla fronte ed alle spalle. E che l’insano ardire, e la licenza Di que’ barbari erranti è omai sì grande, Ch’in guisa d’un diluvio intorno, senza Alcun contrasto, si dilata e spande; Onde convien ch’a porre in lor temenza Alcuna squadra di guerrier si mande, Ch’assicuri la via che dalle arene Del mar di Palestina al campo viene. D’una in un’altra lingua in un momento Ne trapassa la fama e si distende: E ’l volgo de’ soldati alto spavento Ha della fame che vicina attende. Il saggio Capitan, che l’ardimento Solito loro in essi or non comprende, Cerca con lieto volto, e con parole, Come li rassicuri e riconsole. O per mille periglj, e mille affanni Meco passati in quelle parti, e in queste, Campion di Dio, ch’a ristorare i danni Della Cristiana sua fede nasceste; Voi, che l’armi di Persia e i Greci inganni, E i monti e i mari, e ’l vento e le tempeste, Della fame i disagj e della sete Superaste; voi dunque ora temete? Dunque il Signor, che n’indirizza, e move, Già conosciuto in caso assai più rio, Non v’assicura? quasi or volga altrove La man della clemenza, e ’l guardo pio? Tosto un dì fia, che rimembrar vi giove Gli scorsi affanni, e sciorre i voti a Dio. Or durate magnanimi, e voi stessi Serbate, prego, ai prosperi successi. Con questi detti le smarrite menti Consola, e con sereno e lieto aspetto; Ma preme mille cure egre e dolenti, Altamente riposte in mezzo al petto. Come possa nutrir sì varie genti Pensa, fra la penuria e fra ’l difetto: Come all’armata in mar s’opponga, e come Gli Arabi predatori affreni, e dome. Canto sesto Argante ogni Cristiano a giostra appella: Indi Otton, non eletto, a lui s’oppone Audace troppo, e tolto vien di sella; Onde sen va nella città prigione. Tancredi pur con lui pugna novella Comincia; ma a lei tregua il bujo impone. Erminia che del suo Signor si crede Curare il mal, muove notturna il piede. CANTO SESTO. Ma d’altra parte le assediate genti Speme miglior conforta e rassicura: Ch’oltre il cibo raccolto, altri alimenti Son lor dentro portati a notte oscura: Ed han munite d’arme e d’instrumenti Di guerra, verso l’aquilon, le mura, Che d’altezza accresciute, e sode, e grosse, Mostran di non temer d’urti o di scosse. E ’l Re pur sempre queste parti, e quelle Lor fa innalzare, e rinforzare i fianchi, O l’aureo Sol risplenda, od alle stelle Ed alla Luna il fosco ciel s’imbianchi: E in far continuamente arme novelle Sudano i fabbri affaticati e stanchi. In sì fatto apparecchio, intollerante A lui sen venne, e ragionogli Argante. E insino a quando ci terrai prigioni Fra queste mura in vile assedio, e lento? Odo ben io stridere incudi, e suoni D’elmi e di scudi e di corazze io sento; Ma non veggio a qual uso: e quei ladroni Scorrono i campi, e i borghi a lor talento: Nè v’è di noi chi mai lor passo arresti, Nè tromba che dal sonno almen li desti. A lor nè i prandj mai turbati e rotti, Nè molestate son le cene liete; Anzi egualmente i dì lunghi, e le notti Traggon con sicurezza e con quiete. Voi da i disagj, e dalla fame indotti A darvi vinti a lungo andar sarete, Od a morirne quì come codardi, Quando d’Egitto pur l’ajuto tardi. Io per me non vuò già ch’ignobil morte I giorni miei d’oscuro oblio ricopra: Nè vuò ch’al novo dì, fra queste porte, L’alma luce del Sol chiuso mi scopra. Di questo viver mio faccia la sorte Quel che già stabilito è là di sopra: Non farà già, che senza oprar la spada, Inglorioso e invendicato io cada. Ma quando pur del valor vostro usato Così non fosse in voi spento ogni seme, Non di morir pugnando ed onorato, Ma di vita, e di palma anco avrei speme. A incontrare i nemici e ’l nostro fato Andianne pur deliberati insieme; Chè spesso avvien che ne’ maggior periglj Sono i più audaci gli ottimi consiglj. Ma se nel troppo osar tu non isperi, Nè sei d’uscir con ogni squadra ardito; Procura almen, che sia per due guerrieri Questo tuo gran litigio or difinito. E perchè accetti ancor più volentieri Il capitan de’ Franchi il nostro invito; L’arme egli scelga, e ’l suo vantaggio toglia: E le condizion formi a sua voglia. Chè se ’l nemico avrà due mani, ed una Anima sola, ancor ch’audace e fera; Temer non dei per isciagura alcuna, Che la ragion, da me difesa, pera. Puote, in vece di Fato e di Fortuna, Darti la destra mia vittoria intera: Ed a te se medesma or porge in pegno; Chè, se ’l confidi in lei, salvo è il tuo regno. Tacque; e rispose il Re: giovane ardente, Sebben me vedi in grave età seníle, Non sono al ferro queste man sì lente, Nè sì quest’alma è neghittosa e vile; Ch’anzi morir volesse ignobilmente, Che di morte magnanima e gentile; Quand’io temenza avessi, o dubbio alcuno De’ disagj ch’annunzi, e del digiuno. Cessi Dio tanta infamia. Or quel ch’ad arte Nascondo altrui, vuò ch’a te sia palese. Soliman di Nicea, che brama in parte Di vendicar le ricevute offese, Degli Arabi le schiere erranti e sparte Raccolte ha fin dal Libico paese: E i nemici assalendo all’aria nera, Darne soccorso, e vettovaglia spera. Tosto fia che quì giunga: or se frattanto Son le nostre castella oppresse e serve, Non ce ne caglia, purchè ’l regal manto E la mia nobil reggia io mi conserve. Tu l’ardimento, e questo ardore alquanto Tempra, per Dio, che ’n te soverchio ferve: Ed opportuna la stagione aspetta Alla tua gloria, ed alla mia vendetta. Forte sdegnossi il Saracino audace, Ch’era di Solimano emulo antico; Sì amaramente ora d’udir gli spiace Che tanto sen prometta il Rege amico. A tuo senno, risponde, e guerra e pace Farai, Signor, nulla di ciò più dico. S’indugi pure, e Soliman s’attenda; Ei, che perdè il suo regno, il tuo difenda. Vengane a te, quasi celeste messo, Liberator del popolo Pagano: Ch’io, quanto a me, bastar credo a me stesso, E sol vuò libertà da questa mano. Or, nel riposo altrui, siami concesso Ch’io ne discenda a guerreggiar nel piano: Privato cavalier, non tuo campione, Verrò co’ Franchi a singolar tenzone. Replica il Re: sebben l’ira e la spada Dovresti riserbare a miglior uso; Che tu sfidi però, se ciò t’aggrada, Alcun guerrier nemico, io non ricuso. Così gli disse; ed ei punto non bada. Và, dice ad un araldo, or colà giuso, Ed al Duce de’ Franchi, udendo l’oste, Fà queste mie non picciole proposte. Ch’un cavalier, che d’appiattarsi in questo Forte cinto di muri a sdegno prende, Brama di far con l’armi or manifesto Quanto la sua possanza oltre si stende: E ch’a duello di venirne è presto, Nel pian ch’è fra le mura e l’alte tende, Per prova di valore: e che disfida Qual più de’ Franchi in sua virtù si fida. E che non solo è di pugnare accinto E con uno, e con due del campo ostíle; Ma dopo il terzo, il quarto accetta, e ’l quinto, Sia di volgare stirpe, o di gentile: Dia, se vuol, la franchigia, e serva il vinto Al vincitor, come di guerra è stile. Così gl’impone: ed ei vestissi allotta La purpurea dell’arme aurata cotta. E poi che giunse alla regal presenza Del Principe Goffredo, e de’ Baroni, Chiese: o Signore, ai messaggier licenza Dassi tra voi di liberi sermoni? Dassi, rispose il Capitano, e senza Alcun timor la tua proposta esponi. Riprese quegli: or si parrà, se grata O formidabil fia l’alta ambasciata. E seguì poscia, e la disfida espose Con parole magnifiche, ed altere. Fremer s’udiro, e si mostrar sdegnose Al suo parlar quelle feroci schiere: E senza indugio il pio Buglion rispose: Dura impresa intraprende il cavaliere: E tosto io creder vuò, che gliene incresca Sì, che d’uopo non fia che ’l quinto n’esca. Ma venga in prova pur, che d’ogn’oltraggio Gli offero campo libero e sicuro; E seco pugnerà senza vantaggio Alcun de’ miei campioni: e così giuro. Tacque; e tornò il Re d’arme al suo viaggio Per l’orme, ch’al venir calcate furo: E non ritenne il frettoloso passo, Finchè non diè risposta al fier Circasso. Armati, dice, alto Signor, chè tardi? La disfida accettata hanno i Cristiani: E d’affrontarsi teco i men gagliardi Mostran desio, non che i guerrier soprani. E mille i’ vidi minacciosi sguardi, E mille al ferro apparecchiate mani: Loco sicuro il Duce a te concede. Così gli dice; e l’arme esso richiede. E se ne cinge intorno, e impaziente Di scenderne s’affretta alla campagna. Disse a Clorinda il Re, ch’era presente: Giusto non è ch’ei vada, e tu rimagna. Mille dunque con te di nostra gente Prendi in sua sicurezza, e l’accompagna; Ma vada innanzi a giusta pugna ei solo: Tu lunge alquanto a lui ritien lo stuolo. Tacque ciò detto: e poi che furo armati, Quei del chiuso n’uscivano all’aperto: E giva innanzi Argante, e dagli usati Arnesi in sul cavallo era coperto. Loco fu tra le mura e gli steccati Che nulla avea di diseguale, o d’erto, Ampio e capace: e parea fatto ad arte, Perch’egli fosse altrui campo di Marte. Ivi solo discese, ivi fermosse In vista de’ nemici il fero Argante: Per gran cor, per gran corpo, e per gran posse Superbo, e minaccevole in sembiante: Qual Encelado in Flegra, o qual mostrosse Nell’ima valle il Filisteo gigante. Ma pur molti di lui tema non hanno, Ch’anco quanto sia forte appien non sanno. Alcun però dal pio Goffredo eletto Come il migliore, ancor non è fra molti. Ben si vedean con desioso affetto Tutti gli occhj in Tancredi esser rivolti: E dichiarato infra i miglior perfetto Dal favor manifesto era de’ volti: E s’udia non oscuro anco il bisbiglio: E l’approvava il Capitan col ciglio. Già cedea ciascun altro, e non secreto Era il volere omai del pio Buglione: Vanne, a lui disse, a te l’uscir non vieto, E reprimi il furor di quel fellone. Ei tutto in volto baldanzoso e lieto, Poichè d’impresa tal fatto è campione, Allo scudier chiedea l’elmo e ’l cavallo: Poi seguíto da molti uscia del vallo. Ed a quel largo pian fatto vicino, Ove Argante l’attende, anco non era; Quando in leggiadro aspetto e pellegrino S’offerse agli occhj suoi l’alta guerriera. Bianche, via più che neve in giogo alpino, Avea le sopravveste, e la visiera Alta tenea dal volto, e sovra un’erta, Tutta, quanto ella è grande, era scoperta. Già non mira Tancredi ove il Circasso La spaventosa fronte al cielo estolle; Ma move il suo destrier con lento passo, Volgendo gli occhj ov’è colei sul colle. Poscia immobil si ferma, e pare un sasso; Gelido tutto fuor, ma dentro bolle: Sol di mirar s’appaga, e di battaglia Sembiante fa che poco or più gli caglia. Argante, che non vede alcun che in atto Dia segno ancor d’apparecchiarsi in giostra, Da desir di contesa io quì fui tratto, Grida; or chi viene innanzi, e meco giostra? L’altro attonito quasi e stupefatto Pur là s’affissa, e nulla udir ben mostra. Ottone innanzi allor spinse il destriero, E nell’arringo voto entrò primiero. Questi un fu di color, cui dianzi accese Di gir contra il Pagano alto desio: Pur cedette a Tancredi, e ’n sella ascese Fra gli altri, che ’l seguiro, e seco uscío. Or veggendo sue voglie altrove intese, E starne lui quasi al pugnar restío; Prende, giovine audace e impaziente, L’occasione offerta avidamente. E veloce così, che tigre, o pardo Va men ratto talor per la foresta, Corre a ferir il Saracin gagliardo, Che d’altra parte la gran lancia arresta. Si scuote allor Tancredi, e dal suo tardo Pensier, quasi da un sonno, alfin si desta: E grida ei ben: la pugna è mia; rimanti. Ma troppo Ottone è già trascorso innanti. Onde si ferma, e d’ira e di dispetto Avvampa dentro, e fuor qual fiamma è rosso; Perch’ad onta si reca, ed a difetto, Ch’altri si sia primiero in giostra mosso. Ma intanto a mezzo il corso in su l’elmetto Dal giovin forte è il Saracin percosso. Egli all’incontro a lui col ferro nudo Fende l’usbergo, e pria rompe lo scudo. Cade il Cristiano; e ben è il colpo acerbo, Posciach’avvien che dall’arcion lo svella. Ma il Pagan di più forza, e di più nerbo Non cade già, nè pur si torce in sella. Indi con dispettoso atto superbo Sovra il caduto cavalier favella: Renditi vinto, e per tua gloria basti Che dir potrai, che contra me pugnasti. No, gli risponde Otton, fra noi non s’usa Così tosto depor l’arme, e l’ardire. Altri del mio cader farà la scusa; Io vuò far la vendetta, o quì morire. In sembianza d’Aletto, e di Medusa Freme il Circasso, e par che fiamma spire. Conosci or, dice, il mio valore a prova, Poichè la cortesia sprezzar ti giova. Spinge il destrier in questo, e tutto oblia Quanto virtù cavalleresca chiede. Fugge il Franco l’incontro, e si desvia, E ’l destro fianco nel passar gli fiede: Ed è sì grave la percossa e ria, Che ’l ferro sanguinoso indi ne riede. Ma che pro, se la piaga al vincitore Forza non toglie, e giunge ira e furore? Argante il corridor dal corso affrena, E indietro il volge; e così tosto è volto, Che se n’accorge il suo nemico appena, E d’un grand’urto all’improviso è colto. Tremar le gambe, indebolir la lena, Sbigottir l’alma, e impallidire il volto Gli fè l’aspra percossa; e frale e stanco Sovra il duro terren battere il fianco. Nell’ira Argante infellonisce, e strada Sovra il petto del vinto al destrier face. E così, grida, ogni superbo vada Come costui che sotto i piè mi giace. Ma l’invitto Tancredi allor non bada; Chè l’atto crudelissimo gli spiace: E vuol che ’l suo valor con chiara emenda Copra il suo fallo, e, come suol, risplenda. Fassi innanzi gridando: anima vile, Che ancor nelle vittorie infame sei: Qual titolo di laude alto, e gentile Da modi attendi sì scortesi e rei? Fra i ladroni d’Arabia, o fra simíle Barbara turba avezzo esser tu dei. Fuggi la luce, e và con l’altre belve A incrudelir ne’ monti, e tra le selve. Tacque: e ’l Pagano al sofferir poco uso Morde le labbra, e di furor si strugge. Risponder vuol, ma ’l suono esce confuso, Siccome strido d’animal che rugge: O come apre le nubi, ond’egli è chiuso, Impetuoso il fulmine, e se ’n fugge; Così pareva a forza ogni suo detto, Tuonando, uscir dall’infiammato petto. Ma poi che in ambo il minacciar feroce A vicenda irritò l’orgoglio e l’ira; L’un come l’altro rapido e veloce, Spazio al corso prendendo, il destrier gira. Or quì, Musa, rinforza in me la voce, E furor pari a quel furor m’inspira: Sì, che non sian dell’opre indegni i carmi, Ed esprima il mio canto il suon dell’armi. Posero in resta, e dirizzaro in alto I due guerrier le noderose antenne: Nè fu di corso mai, nè fu di salto, Nè fu mai tal velocità di penne, Nè furia eguale a quella, ond’all’assalto Quinci Tancredi, e quindi Argante venne. Rupper l’aste su gli elmi, e volar mille Tronconi e schegge, e lucide faville. Sol de’ colpi il rimbombo intorno mosse L’immobil terra, e risonarne i monti; Ma l’impeto, e ’l furor delle percosse Nulla piegò delle superbe fronti. L’uno e l’altro cavallo in guisa urtosse, Che non fur poi, cadendo, a sorger pronti. Tratte le spade, i gran mastri di guerra Lasciar le staffe, e i piè fermaro in terra. Cautamente ciascuno ai colpi move La destra, ai guardi l’occhio, ai passi il piede: Si reca in atti varj, e’n guardie nove. Or gira intorno, or cresce innanzi, or cede: Or quì ferire accenna, e poscia altrove, Dove non minacciò, ferir si vede: Or di se discoprire alcuna parte, E tentar di schernir l’arte con l’arte. Della spada Tancredi, e dello scudo Mal guardato al Pagan dimostra il fianco. Corre egli per ferirlo, e intanto nudo Di riparo si lascia il lato manco. Tancredi con un colpo il ferro crudo Del nemico ribatte, e lui fere anco: Nè poi, ciò fatto, in ritirarsi tarda, Ma si raccoglie, e si ristringe in guarda. Il fero Argante, che se stesso mira Del proprio sangue suo macchiato e molle, Con insolito orror freme, e sospira, Di cruccio e di dolor, turbato e folle: E portato dall’impeto e dall’ira, Con la voce la spada insieme estolle: E torna per ferire, ed è di punta Piagato, ov’è la spalla al braccio giunta. Qual nelle alpestri selve orsa, che senta Duro spiedo nel fianco, in rabbia monta: E contra l’arme se medesma avventa, E i periglj, e la morte audace affronta; Tale il Circasso indomito diventa, Giunta or piaga alla piaga, ed onta all’onta: E la vendetta far tanto desia, Che sprezza i rischj, e le difese oblia. E congiungendo a temerario ardire Estrema forza, e infaticabil lena, Vien che sì impetuoso il ferro gire, Che ne trema la terra, e ’l ciel balena: Nè tempo ha l’altro ond’un sol colpo tire, Onde si copra, onde respiri appena: Nè schermo v’è ch’assicurare il possa Dalla fretta d’Argante e dalla possa. Tancredi, in se raccolto, attende invano Che de’ gran colpi la tempesta passi. Or v’oppon le difese, ed or lontano Sen va co’ giri, e co’ maestri passi. Ma poichè non s’allenta il fier Pagano, È forza alfin che trasportar si lassi: E cruccioso egli ancor con quanta puote Violenza maggior la spada rote. Vinta dall’ira è la ragione e l’arte, E le forze il furor ministra, e cresce. Sempre che scende il ferro, o fora o parte, O piastra, o maglia: e colpo invan non esce. Sparsa è d’arme la terra, e l’arme sparte Di sangue, e ’l sangue col sudor si mesce. Lampo nel fiammeggiar, nel romor tuono, Fulmini nel ferir le spade sono. Questo popolo e quello incerto pende Da sì nuovo spettacolo ed atroce: E fra tema, e speranza il fin n’attende, Mirando or ciò che giova, or ciò che nuoce: E non si vede pur, ne pur s’intende Picciol cenno fra tanti, o bassa voce; Ma se ne sta ciascun tacito e immoto, Se non se inquanto ha il cor tremante in moto. Già lassi erano entrambi, e giunti forse Sarian, pugnando, ad immaturo fine; Ma sì oscura la notte intanto sorse, Che nascondea le cose anco vicine. Quinci un araldo, e quindi un altro accorse Per dipartirgli, e gli partiro al fine. L’uno il Franco Arideo, Pindoro è l’altro, Che portò la disfida, uom saggio e scaltro. I pacifici scettri osar costoro Fra le spade interpor de’ combattenti, Con quella sicurtà che porgea loro L’antichissima legge delle genti. Siete, o guerrieri, incominciò Pindoro, Con pari onor di pari ambo possenti. Dunque cessi la pugna, e non sian rotte Le ragioni, e ’l riposo della notte. Tempo è da travagliar mentre il Sol dura; Ma nella notte ogni animale ha pace: E generoso cor non molto cura Notturno pregio, che s’asconde e tace. Risponde Argante: a me per ombra oscura La mia battaglia abbandonar non piace: Ben avrei caro il testimon del giorno; Ma che giuri costui di far ritorno. Soggiunse l’altro allora: e tu prometti Di tornar, rimenando il tuo prigione; Perch’altrimenti non fia mai ch’aspetti Per la nostra contesa altra stagione. Così giuraro: e poi gli araldi eletti A prescriver il tempo alla tenzone, Per dare spazio alle lor piaghe onesto, Stabiliro il mattin del giorno sesto. Lasciò la pugna orribile, nel core De’ Saracini e de’ Fedeli impressa Un’alta maraviglia, ed un orrore Che per lunga stagione in lor non cessa. Sol dell’ardir si parla, e del valore Che l’un guerriero e l’altro ha mostro in essa. Ma qual si debba di lor due preporre, Vario e discorde, il volgo in se discorre. E sta sospeso, in aspettando, quale Avrà la fera lite avvenimento: E se ’l furore alla virtù prevale, O se cede l’audacia all’ardimento. Ma più di ciascun altro, a cui ne cale, La bella Erminia n’ha cura e tormento: Chè da i giudícj dell’incerto Marte Vede pender di se la miglior parte. Costei, che figlia fu del Re Cassano Che d’Antiochia già l’imperio tenne, Preso il suo regno, al vincitor Cristiano Fra l’altre prede anch’ella in poter venne. Ma fulle in guisa allor Tancredi umano, Che nulla ingiuria in sua balía sostenne: Ed onorata fu, nella ruina Dell’alta patria sua, come Reina. L’onorò, la servì, di libertate Dono le fece il cavaliero egregio: E le furo da lui tutte lasciate Le gemme, e gli ori, e ciò ch’avea di pregio. Ella vedendo in giovinetta etate, E in leggiadri sembianti animo regio, Restò presa d’Amor, che mai non strinse Laccio di quel più fermo onde lei cinse. Così se ’l corpo libertà riebbe, Fu l’alma sempre in servitute astretta. Ben molto a lei d’abbandonar increbbe Il signor caro, e la prigion diletta; Ma l’onestà regal, che mai non debbe Da magnanima donna esser negletta, La costrinse a partirsi, e con l’antica Madre a ricoverarsi in terra amica. Venne a Gerusalemme, e quivi accolta Fu dal Tiranno del paese Ebreo; Ma tosto pianse, in nere spoglie avvolta, Della sua genitrice il fato reo. Pur, nè ’l duol che le sia per morte tolta, Nè l’esilio infelice unqua poteo L’amoroso desio sveller dal core, Nè favilla ammorzar di tanto ardore. Ama, ed arde la misera, e sì poco In tale stato chè sperar le avanza, Che nudrisce nel sen l’occulto foco, Di memoria via più, che di speranza: E quanto è chiuso in più secreto loco, Tanto ha l’incendio suo maggior possanza. Tancredi alfine, a risvegliar sua spene, Sovra Gerusalemme ad oste viene. Sbigottir gli altri all’apparir di tante Nazioni, e sì indomite, e sì fere; Fè sereno ella il torbido sembiante, E lieta vagheggiò le squadre altere: E con avidi sguardi il caro amante Cercando gía fra quelle armate schiere. Cercollo invan sovente, ed anco spesso Raffigurollo; e disse: egli è pur desso. Nel palagio regal sublime sorge Antica torre assai presso alle mura: Dalla cui sommità tutta si scorge L’oste Cristiana, e ’l monte, e la pianura. Quivi, da che il suo lume il Sol ne porge, Infin che poi la notte il mondo oscura, S’asside, e gli occhj verso il campo gira, E co’ pensieri suoi parla, e sospira. Quinci vide la pugna, e ’l cor nel petto Sentì tremarsi in quel punto sì forte, Che parea che dicesse: il tuo diletto È quegli là, che in rischio è della morte. Così, d’angoscia piena e di sospetto, Mirò i successi della dubbia sorte: E sempre che la spada il Pagan mosse, Sentì nell’alma il ferro e le percosse. Ma poichè ’l vero intese, e intese ancora Che dee l’aspra tenzon rinovellarsi; Insolito timor così l’accora, Che sente il sangue suo di ghiaccio farsi. Talor secrete lagrime, e talora Sono occulti da lei gemiti sparsi: Pallida, esangue, e sbigottita in atto, Lo spavento e ’l dolor v’avea ritratto. Con orribile imago il suo pensiero Ad or ad or la turba e la sgomenta: E via più che la morte il sonno è fiero; Sì strane larve il sogno le appresenta. Parle veder l’amato cavaliero Lacero e sanguinoso: e par che senta Ch’egli aita le chieda: e desta intanto, Si trova gli occhj e ’l sen molle di pianto. Nè sol la tema di futuro danno Con sollecito moto il cor le scuote; Ma delle piaghe, ch’egli avea, l’affanno È cagion che quetar l’alma non puote. E i fallaci romor, ch’intorno vanno, Crescon le cose incognite e remote: Sicch’ella avvisa, che vicino a morte Giaccia oppresso languendo il guerrier forte. E perocch’ella dalla madre apprese Qual più secreta sia virtù dell’erbe: E con quai carmi nelle membra offese Sani ogni piaga, e ’l duol si disacerbe: Arte, che per usanza in quel paese Nelle figlie de’ Re par che si serbe; Vorria, di sua man propria, alle ferute Del suo caro signor recar salute. Ella l’amato medicar desia, E curar il nemico a lei conviene. Pensa talor d’erba nocente e ria Succo sparger in lui che l’avvelene; Ma schiva poi la man vergine e pia Trattar l’arti maligne, e se n’astiene. Brama ella almen che in uso tal sia vota Di sua virtude ogn’erba, ed ogni nota. Nè già d’andar fra la nemica gente Temenza avria; chè peregrina era ita: E viste guerre e stragi avea sovente, E scorsa dubbia e faticosa vita: Sicchè per l’uso la femminea mente Sovra la sua natura è fatta ardita: Nè così di leggier si turba, o pave Ad ogni immagin di terror men grave. Ma più ch’altra cagion, dal molle seno Sgombra Amor temerario ogni paura: E crederia fra l’ugne, e fra ’l veneno Delle Africane belve andar sicura. Pur, se non della vita, avere almeno Della sua fama dee temenza e cura. E fan dubbia contesa entro al suo core Duo potenti nemici Onore, e Amore. L’un così le ragiona: o verginella, Che le mie leggi insino ad or serbasti, Io mentre ch’eri de’ nemici ancella, Ti conservai la mente, e i membri casti: E tu, libera, or vuoi perder la bella Verginità che in prigionia guardasti? Ahi nel tenero cor questi pensieri Chi svegliar può? chè pensi?, oimè, chè speri? Dunque il titolo tu d’esser pudíca Sì poco stimi, e d’onestate il pregio; Che te n’andrai fra nazion nemica, Notturna amante, a ricercar dispregio? Onde il superbo vincitor ti dica: Perdesti il regno, e in un l’animo regio: Non sei di me tu degna; e ti conceda Volgare agli altri e mal gradita preda? Dall’altra parte il consiglier fallace Con tai lusinghe al suo piacer l’alletta: Nata non sei tu già d’orsa vorace, Nè d’aspro e freddo scoglio, o giovinetta, Ch’abbia a sprezzar d’Amor l’arco e la face, Ed a fuggir ognor quel che diletta: Nè petto hai tu di ferro, o di diamante, Che vergogna ti sia l’esser amante. Deh vanne omai dove il desio t’invoglia. Ma qual ti fingi vincitor crudele? Non sai com’egli al tuo dolor si doglia, Come compianga al pianto, alle querele? Crudel sei tu, che con sì pigra voglia Muovi a portar salute al tuo fedele. Langue, o fera ed ingrata, il pio Tancredi: E tu dell’altrui vita a cura siedi. Sana tu pur Argante, acciocchè poi Il tuo liberator sia spinto a morte. Così disciolti avrai gli obblighi tuoi, E sì bel premio fia ch’ei ne riporte. È possibil però che non t’annoi Quest’empio ministero or così forte, Che la noja non basti e l’orror solo A far che tu di qua ten fugga a volo? Deh ben fora all’incontro uficio umano, E ben n’avresti tu gioja e diletto, Se la pietosa tua medica mano Avvicinassi al valoroso petto; Chè per te fatto il tuo signor poi sano Colorirebbe il suo smarrito aspetto: E le bellezze sue, che spente or sono, Vagheggeresti in lui, quasi tuo dono. Parte ancor poi nelle sue lodi avresti, E nell’opre ch’ei fesse alte e famose; Ond’egli te d’abbracciamenti onesti Faria lieta, e di nozze avventurose. Poi mostra a dito, ed onorata andresti Fra le madri Latine, e fra le spose Là nella bella Italia, ov’è la sede Del valor vero, e della vera fede. Da tai speranze lusingata (ahi stolta!) Somma felicitate a se figura. Ma pur si trova in mille dubbj avvolta, Come partir si possa indi sicura: Perchè vegghian le guardie, e sempre in volta Van di fuori al palagio, e su le mura: Nè porta alcuna, in tal rischio di guerra, Senza grave cagion mai si disserra. Soleva Erminia in compagnia sovente Della Guerriera far lunga dimora. Seco la vide il Sol dall’Occidente: Seco la vide la novella aurora. E quando son del dì le luci spente, Un sol letto le accolse ambe talora: E null’altro pensier, che l’amoroso, L’una vergine all’altra avrebbe ascoso. Questo sol tiene Erminia a lei secreto, E se udita da lei talor si lagna, Reca ad altra cagion del cor non lieto Gli affetti, e par che di sua sorte piagna. Or in tanta amistà, senza divieto, Venir sempre ne puote alla compagna: Nè stanza al giunger suo giamai si serra, Siavi Clorinda, o sia in consiglio, o ’n guerra. Vennevi un giorno ch’ella in altra parte Si ritrovava, e si fermò pensosa, Pur tra se rivolgendo i modi e l’arte Della bramata sua partenza ascosa. Mentre in varj pensier divide e parte L’incerto animo suo che non ha posa; Sospese di Clorinda in alto mira L’arme, e le sopravveste: allor sospira. E tra se dice, sospirando: o quanto Beata è la fortissima Donzella! Quant’io la invidio! e non le invidio il vanto, O ’l femminil onor dell’esser bella. A lei non tarda i passi il lungo manto: Nè ’l suo valor rinchiude invida cella; Ma veste l’armi, e se d’uscirne agogna, Vassene, e non la tien tema o vergogna. Ah perchè forti a me Natura, e ’l Cielo Altrettanto non fer le membra, e ’l petto, Onde potessi anch’io la gonna, e ’l velo Cangiar nella corazza, e nell’elmetto? Chè sì non riterrebbe arsura, o gelo, Non turbo, o pioggia il mio infiammato affetto; Ch’al Sol non fossi ed al notturno lampo, Accompagnata o sola, armata in campo. Già non avresti, o dispietato Argante, Col mio signor pugnato tu primiero; Ch’io sarei corsa ad incontrarlo innante, E forse or fora quì mio prigionero: E sosterria dalla nemica amante Giogo di servitù dolce e leggiero. E già per li suoi nodi i’ sentirei Fatti soavi, e alleggeriti i miei. Ovvero a me, dalla sua destra il fianco Sendo percosso, e riaperto il core; Pur risanata in cotal guisa almanco Colpo di ferro avria piaga d’Amore. Ed or la mente in pace, e ’l corpo stanco Riposeriansi: e forse il vincitore Degnato avrebbe il mio cenere e l’ossa D’alcun onor di lagrime, e di fossa. Ma lassa! i’ bramo non possibil cosa, E tra folli pensier invan m’avvolgo. Dunque io starò quì timida e dogliosa, Com’una pur del vil femmineo volgo? Ah non starò; cor mio confida, ed osa. Perchè l’arme una volta anch’io non tolgo? Perchè per breve spazio non potrolle Sostener, benchè sia debile e molle? Sì potrò, sì; chè mi farà possente Amor, ond’alta forza i men forti hanno; Da cui spronati ancor s’arman sovente D’ardire i cervi imbelli, e guerra fanno. Io guerreggiar non già, vuò solamente Far con quest’armi un ingegnoso inganno: Finger mi vuò Clorinda, e, ricoperta Sotto l’immagin sua, d’uscir son certa. Non ardirieno a lei fare i custodi Dell’alte porte resistenza alcuna. Io pur ripenso, e non veggio altri modi: Aperta è, credo, questa via sol’una. Or favorisca le innocenti frodi Amor, che le m’inspira, e la fortuna. E ben al mio partir comoda è l’ora, Mentre col Re Clorinda anco dimora. Così risolve, e stimolata e punta Dalle furie d’amor più non aspetta; Ma da quella alla sua stanza congiunta L’arme involate di portar s’affretta. E far lo può, chè quando ivi fu giunta Diè loco ogn’altro, e si restò soletta: E la notte i suoi furti ancor copria, Ch’ai ladri amica ed agli amanti uscia. Essa veggendo il ciel, d’alcuna stella Già sparso intorno, divenir più nero; Senza frapporvi alcun indugio, appella Secretamente un suo fedel scudiero, Ed una sua leal diletta ancella: E parte scopre lor del suo pensiero; Scopre il disegno della fuga, e finge Ch’altra cagione a dipartir l’astringe. Lo scudiero fedel subito appresta Ciò ch’al bisogno necessario crede. Erminia intanto la pomposa vesta Si spoglia, che le scende insino al piede: E in ischietto vestir leggiadra resta E snella sì, ch’ogni credenza eccede: Nè, trattane colei ch’alla partita Scelta s’avea compagna, altra l’aita. Col durissimo acciar preme ed offende Il delicato collo, e l’aurea chioma: E la tenera man lo scudo prende, Pur troppo grave, e insopportabil soma. Così tutta di ferro intorno splende, E in atto militar se stessa doma. Gode Amor, ch’è presente e tra se ride, Come allor già ch’avvolse in gonna Alcide. O con quanta fatica ella sostiene L’inegual peso, e muove lenti i passi! Ed alla fida compagnia s’attiene, Che per appoggio andar dinanzi fassi. Ma rinforzan gli spirti amore, e spene, E ministran vigore ai membri lassi: Sicchè giungono al loco ove le aspetta Lo scudiero, e in arcion sagliono in fretta. Travestiti ne vanno, e la più ascosa E più riposta via prendono ad arte. Pur s’avvengono in molti, e l’aria ombrosa Veggion lucer di ferro in ogni parte: Ma impedir lor viaggio alcun non osa, E cedendo il sentier ne va in disparte; Chè quel candido ammanto, e la temuta Insegna anco nell’ombra è conosciuta. Erminia benchè quivi alquanto sceme Del dubbio suo, non va però sicura; Chè d’essere scoperta alla fin teme, E del suo troppo ardir sente or paura. Ma pur giunta alla porta il timor preme, Ed inganna colui che n’ha la cura. Io son Clorinda, disse, apri la porta; Chè ’l Re m’invia dove l’andare importa. La voce femminil, sembiante a quella Della Guerriera, agevola l’inganno. (Chi crederia veder armata in sella Una dell’altre ch’arme oprar non sanno?) Sicchè ’l portier tosto ubbidisce, ed ella N’esce veloce, e i due che seco vanno. E per lor sicurezza entro le valli Calando, prendon lunghi obliqui calli. Ma poi ch’Erminia in solitaria ed ima Parte si vede, alquanto il corso allenta; Chè i primi rischj aver passati estima, Nè d’esser ritenuta omai paventa. Or pensa a quello a chè pensato in prima Non bene aveva, ed or le s’appresenta Difficil più, ch’a lei non fu mostrata Dal frettoloso suo desir, l’entrata. Vede or che sotto il militar sembiante Ir tra fieri nemici è gran follia: Nè d’altra parte palesarsi, innante Ch’al suo signor giungesse, altrui vorria. A lui secreta ed improvvisa amante Con sicura onestà giunger desia. Onde si ferma, e da miglior pensiero Fatta più cauta, parla al suo scudiero: Essere, o mio fedele, a te conviene Mio precursor; ma sii pronto e sagace. Vattene al campo, e fa’ ch’alcun ti mene E t’introduca ove Tancredi giace: A cui dirai, che donna a lui ne viene Che gli apporta salute, e chiede pace: Pace, posciach’Amor guerra mi move, Ond’ei salute, io refrigerio trove. E ch’essa ha in lui sì certa e viva fede, Che ’n suo poter non teme onta nè scorno. Dì sol questo a lui solo; e s’altro ei chiede, Dì non saperlo, e affretta il tuo ritorno. Io (chè questa mi par sicura sede) In questo mezzo quì farò soggiorno. Così disse la donna: e quel leale Gía veloce così, come avesse ale. E seppe in guisa oprar, ch’amicamente Entro ai chiusi ripari ei fu raccolto: E poi condotto al cavalier giacente Che l’ambasciata udì con lieto volto. E già lasciando ei lui, che nella mente Mille dubbj pensier avea rivolto, Ne riportava a lei dolce risposta; Ch’entrar potrà, quando più lice, ascosta. Ma ella intanto impaziente, a cui Troppo ogni indugio par nojoso e greve, Numera fra se stessa i passi altrui, E pensa: or giunge, or entra, or tornar deve. E già le sembra, e se ne duol, colui Men del solito assai spedito e leve. Spingesi alfine innanzi, e ’n parte ascende Onde comincia a discoprir le tende. Era la notte, e ’l suo stellato velo Chiaro spiegava e senza nube alcuna: E già spargea rai luminosi, e gelo Di vive perle la sorgente Luna. L’innamorata Donna iva col Cielo Le sue fiamme sfogando ad una ad una: E secretarj del suo amore antico Fea i muti campi, e quel silenzio amico. Poi, rimirando il campo, ella dicea: O belle agli occhj miei tende Latine, Aura spira da voi che mi ricrea E mi conforta, pur che m’avvicine. Così a mia vita combattuta e rea Qualche onesto riposo il Ciel destine; Come in voi solo il cerco: e solo parmi Che trovar pace io possa in mezzo all’armi. Raccogliete me dunque, e in voi si trove Quella pietà che mi promise Amore; E ch’io già vidi prigioniera altrove Nel mansueto mio dolce signore: Nè già desio di racquistar mi move, Col favor vostro, il mio regale onore. Quando ciò non avvenga, assai felice Io mi terrò, se in voi servir mi lice. Così parla costei, che non prevede Qual dolente fortuna a lei s’appreste. Ella era in parte, ove per dritto fiede L’armi sue terse il bel raggio celeste: Sicchè da lunge il lampo lor si vede Col bel candor che le circonda e veste: E la gran Tigre nell’argento impressa Fiammeggia sì, ch’ognun direbbe: è dessa. Come volle sua sorte, assai vicini Molti guerrier disposti avean gli aguati: E n’eran duci duo fratei Latini Alcandro, e Poliferno: e fur mandati Per impedir che dentro, ai Saracini, Gregge non siano e non sian buoi menati: E se ’l servo passò, fu perchè torse Più lunge il passo, e rapido trascorse. Al giovin Poliferno, a cui fu il padre Sugli occhj suoi già da Clorinda ucciso, Viste le spoglie candide e leggiadre, Fu di veder l’alta Guerriera avviso, E contra le irritò le occulte squadre: Nè frenando del cor moto improviso (Com’era in suo furor subito e folle) Gridò: sei morta, e l’asta invan lanciolle. Siccome cerva, ch’assetata, il passo Mova a cercar d’acque lucenti e vive, Ove un bel fonte distillar da un sasso, O vide un fiume tra frondose rive; Se incontra i cani allor che ’l corpo lasso Ristorar crede all’onde, all’ombre estive; Volge indietro fuggendo, e la paura La stanchezza obliar face, e l’arsura. Così costei che dell’amor la sete, Onde l’infermo core è sempre ardente, Spegner nelle accoglienze oneste e liete Credeva, e riposar la stanca mente; Or che contra le vien chi gliel diviete, E ’l suon del ferro e le minacce sente; Sè stessa e ’l suo desir primo abbandona, E ’l veloce destrier timida sprona. Fugge Erminia infelice, e ’l suo destriero Con prontissimo piede il suol calpesta. Fugge ancor l’altra donna, e lor quel fero Con molti armati di seguir non resta. Ecco che dalle tende il buon scudiero Con la tarda novella arriva in questa: E l’altrui fuga ancor dubbio accompagna: E gli sparge il timor per la campagna. Ma il più saggio fratello, il quale anch’esso La non vera Clorinda avea veduto, Non la volle seguir, ch’era men presso; Ma nell’insidie sue s’è ritenuto: E mandò con l’avviso al campo un messo, Che non armento, od animal lanuto, Nè preda altra simíl; ma ch’è seguita Dal suo german Clorinda impaurita. E ch’ei non crede già, nè ’l vuol ragione, Ch’ella ch’è duce, e non è sol guerriera, Elegga all’uscir suo tale stagione Per opportunità che sia leggiera. Ma giudichi, e comandi il pio Buglione; Egli farà ciò che da lui s’impera. Giunge al campo tal nova, e se n’intende Il primo suon nelle Latine tende. Tancredi, cui dinanzi il cor sospese Quell’avviso primiero, udendo or questo, Pensa: deh forse a me venia cortese, E in periglio è per me; nè pensa al resto. E parte prende sol del grave arnese; Monta a cavallo, e tacito esce e presto: E seguendo gl’indizj e l’orme nuove, Rapidamente a tutto corso il muove. Canto settimo Fugge Erminia, e un pastor l’accoglie; intanto Tancredi, invan di lei cercando, il piede Pon ne’ laccj d’Armida: il fero vanto D’Argante riprovar Raimondo ha fede: Però difeso da custode santo Seco entra in campo: Belzebù che vede Ch’al Pagan male il folle ardir riesce, Per lui salvar guerra e procelle mesce. CANTO SETTIMO. Intanto Erminia infra l’ombrose piante D’antica selva dal cavallo è scorta: Nè più governa il fren la man tremante; E mezza quasi par tra viva e morta. Per tante strade si raggira e tante Il corridor che in sua balía la porta; Ch’alfin dagli occhj altrui pur si dilegua, Ed è soverchio omai ch’altri la segua. Qual dopo lunga e faticosa caccia Tornansi mesti ed anelanti i cani Che la fera perduta abbian di traccia, Nascosa in selva dagli aperti piani; Tal pieni d’ira e di vergogna in faccia Riedono stanchi i cavalier Cristiani. Ella pur fugge, e timida e smarrita Non si volge a mirar s’anco è seguita. Fuggì tutta la notte, e tutto il giorno Errò senza consiglio e senza guida, Non udendo o vedendo altro d’intorno Che le lagrime sue, che le sue strida. Ma nell’ora che ’l Sol dal carro adorno Scioglie i corsieri, e in grembo al mar s’annida, Giunse del bel Giordano alle chiare acque, E scese in riva al fiume, e quì si giacque. Cibo non prende già, chè de’ suoi mali Solo si pasce, e sol di pianto ha sete: Ma ’l sonno, che de’ miseri mortali È col suo dolce oblio posa e quiete, Sopì co’ sensi i suoi dolori, e l’ali Dispiegò sovra lei placide e chete: Nè però cessa Amor, con varie forme, La sua pace turbar mentre ella dorme. Non si destò finchè garrir gli augelli Non sentì lieti e salutar gli albóri, E mormorare il fiume e gli arboscelli, E con l’onda scherzar l’aura e co’ fiori: Apre i languidi lumi, e guarda quelli Alberghi solitarj de’ pastori: E parle voce udir, tra l’acqua e i rami, Ch’ai sospiri ed al pianto la richiami. Ma son, mentre ella piange, i suoi lamenti Rotti da un chiaro suon ch’a lei ne viene, Che sembra ed è di pastorali accenti Misto, e di boscarecce inculte avene. Risorge, e là s’indrizza a passi lenti, E vede un uom canuto all’ombre amene Tesser fiscelle alla sua greggia a canto, Ed ascoltar di tre fanciulli il canto. Vedendo quivi comparir repente Le insolite arme, sbigottir costoro; Ma gli saluta Erminia, e dolcemente Gli affida, e gli occhj scopre e i bei crin d’oro. Seguite, dice, avventurosa gente Al Ciel diletta, il bel vostro lavoro; Chè non portano già guerra quest’armi All’opre vostre, ai vostri dolci carmi. Soggiunse poscia: o padre, or che d’intorno D’alto incendio di guerra arde il paese, Come quì state in placido soggiorno Senza temer le militari offese? Figlio, ei rispose, d’ogni oltraggio e scorno La mia famiglia e la mia greggia illese Sempre quì fur; nè strepito di Marte Ancor turbò questa remota parte. O sia grazia del Ciel che l’umiltade D’innocente pastor salvi, e sublime; O che, siccome il folgore non cade In basso pian ma sulle eccelse cime; Così il furor di peregrine spade Sol de’ gran Re le altere teste opprime; Nè gli avidi soldati a preda alletta La nostra povertà vile e negletta. Altrui vile e negletta, a me sì cara, Chè non bramo tesor nè regal verga; Nè cura o voglia ambiziosa o avara Mai nel tranquillo del mio petto alberga. Spengo la sete mia nell’acqua chiara, Che non tem’io che di venen s’asperga: E questa greggia e l’orticel dispensa Cibi non compri alla mia parca mensa. Chè poco è il desiderio, e poco è il nostro Bisogno, onde la vita si conservi. Son figlj miei questi ch’addíto e mostro Custodi della mandra, e non ho servi. Così men vivo in solitario chiostro, Saltar veggendo i capri snelli e i cervi, Ed i pesci guizzar di questo fiume, E spiegar gli augelletti al ciel le piume. Tempo già fu, quando più l’uom vaneggia Nell’età prima, ch’ebbi altro desio, E disdegnai di pasturar la greggia, E fuggii dal paese a me natío: E vissi in Menfi un tempo, e nella reggia Fra i ministri del Re fui posto anch’io: E benchè fossi guardian degli orti, Vidi, e conobbi pur le inique corti. E lusingato da speranza ardita, Soffrii lunga stagion ciò che più spiace. Ma poi ch’insieme con l’età fiorita Mancò la speme, e la baldanza audace; Piansi i riposi di quest’umil vita, E sospirai la mia perduta pace: E dissi: o corte, addio. Così agli amici Boschi tornando, ho tratto i dì felici. Mentre ei così ragiona, Erminia pende Dalla soave bocca intenta e cheta: E quel saggio parlar, ch’al cor le scende, De’ sensi in parte le procelle acqueta. Dopo molto pensar, consiglio prende In quella solitudine secreta Infino a tanto almen farne soggiorno, Ch’agevoli fortuna il suo ritorno. Onde al buon vecchio dice: o fortunato, Ch’un tempo conoscesti il male a prova, Se non t’invidj il Ciel sì dolce stato, Delle miserie mie pietà ti mova: E me teco raccogli in questo grato Albergo; ch’abitar teco mi giova. Forse fia che ’l mio cor, infra quest’ombre, Del suo peso mortal parte disgombre. Chè se di gemme e d’or, che ’l volgo adora Siccome idoli suoi, tu fossi vago; Potresti ben, tante n’ho meco ancora, Renderne il tuo desio contento e pago. Quinci versando da’ begli occhj fuora Umor di doglia cristallino e vago, Parte narrò di sue fortune: e intanto Il pietoso pastor pianse al suo pianto. Poi dolce la consola, e sì l’accoglie, Come tutt’arda di paterno zelo; E la conduce ov’è l’antica moglie Che di conforme cor gli ha data il Cielo. La fanciulla regal di rozze spoglie S’ammanta, e cinge al crin ruvido velo; Ma nel moto degli occhj e delle membra Non già di boschi abitatrice sembra. Non copre abito vil la nobil luce E quanto è in lei d’altero e di gentile: E fuor la regia maestà traluce Per gli atti ancor dell’esercizio umíle. Guida la greggia ai paschi, e la riduce Con la povera verga al chiuso ovile; E dall’irsute mamme il latte preme, E in giro accolto poi lo stringe insieme. Sovente, allor che su gli estivi ardori Giacean le pecorelle all’ombra assise, Nella scorza de’ faggj e degli allori Segnò l’amato nome in mille guise: E de’ suoi strani ed infelici amori Gli aspri successi in mille piante incise: E in rileggendo poi le proprie note Rigò di belle lagrime le gote. Indi dicea piangendo: in voi serbate Questa dolente istoria, amiche piante: Perchè se fia ch’alle vostr’ombre grate Giammai soggiorni alcun fedele amante, Senta svegliarsi al cor dolce pietate Delle sventure mie sì varie e tante: E dica: ah troppo ingiusta empia mercede Diè Fortuna ed Amore a sì gran fede! Forse avverrà, se ’l Ciel benigno ascolta Affettuoso alcun prego mortale, Che venga in queste selve anco tal volta Quegli, a cui di me forse or nulla cale: E rivolgendo gli occhj ove sepolta Giacerà questa spoglia inferma e frale, Tardo premio conceda a’ miei martiri Di poche lagrimette, e di sospiri. Onde, se in vita il cor misero fue, Sia lo spirito in morte almen felice: E ’l cener freddo delle fiamme sue Goda quel ch’or godere a me non lice. Così ragiona ai sordi tronchi, e due Fonti di pianto da’ begli occhj elíce. Tancredi intanto, ove fortuna il tira Lunge da lei, per lei seguir, s’aggira. Egli, seguendo le vestigia impresse, Rivolse il corso alla selva vicina. Ma quivi dalle piante orride e spesse Nera e folta così l’ombra dechina; Che più non può raffigurar tra esse L’orme novelle, e ’n dubbio oltre cammina, Porgendo intorno pur l’orecchie intente, Se calpestío, se romor d’armi sente. E se pur la notturna aura percuote Tenera fronde mai d’olmo o di faggio: O se fera od augello un ramo scuote; Tosto a quel picciol suon drizza il viaggio. Esce alfin della selva, e per ignote Strade il conduce dela Luna il raggio Verso un romor che di lontano udiva, Insin che giunse al loco ond’egli usciva. Giunse dove sorgean da vivo sasso In molta copia chiare e lucide onde: E fattosene un rio volgeva abbasso Lo strepitoso piè tra verdi sponde. Quivi egli ferma addolorato il passo, E chiama, e solo ai gridi Eco risponde: E vede intanto con serene ciglia Sorger l’aurora candida e vermiglia. Geme cruccioso, e incontra il Ciel si sdegna Che sperata gli neghi alta ventura: Ma della donna sua, quand’ella vegna Offesa pur, far la vendetta giura. Di rivolgersi al campo alfin disegna, Benchè la via trovar non s’assicura; Chè gli sovvien che presso è il dì prescritto Che pugnar dee col cavalier d’Egitto. Partesi, e mentre va per dubbio calle, Ode un corso appressar ch’ognor s’avvanza: Ed alfine spuntar d’angusta valle Vede uom che di corriero avea sembianza. Scotea mobile sferza, e dalle spalle Pendea il corno sul fianco a nostra usanza. Chiede Tancredi a lui, per quale strada Al campo de’ Cristiani indi si vada. Quegli Italico parla: Or là m’invio, Dove m’ha Boemondo in fretta spinto. Segue Tancredi lui che del gran zio Messaggio stima, e crede al parlar finto. Giungono al fin là dove un sozzo e rio Lago impaluda, ed un castel n’è cinto, Nella stagion che ’l Sol par che s’immerga Nell’ampio nido ove la notte alberga. Suona il corriero in arrivando il corno, E tosto giù calar si vede un ponte. Quando Latin sia tu, quì far soggiorno Potrai, gli dice, infin che ’l Sol rimonte; Chè questo loco, e non è il terzo giorno, Tolse ai Pagani di Cosenza il Conte. Mira il loco il Guerrier, che d’ogni parte Inespugnabil fanno il sito e l’arte. Dubita alquanto poi ch’entro sì forte Magione alcuno inganno occulto giaccia. Ma come avvezzo ai rischj della morte, Motto non fanne, e nol dimostra in faccia; Ch’ovunque il guidi elezione o sorte, Vuol che sicuro la sua destra il faccia. Pur l’obligo ch’egli ha d’altra battaglia, Fa che di nova impresa or non gli caglia. Sicchè incontra al castello, ove in un prato Il curvo ponte si distende e posa, Ritiene alquanto il passo, ed invitato Non segue la sua scorta insidiosa. Sul ponte intanto un cavaliero armato Con sembianza apparia fera e sdegnosa; Ch’avendo nella destra il ferro ignudo, In suon parlava minaccioso e crudo. O tu, che (siasi tua fortuna, o voglia) Al paese fatal d’Armida arrive, Pensi indarno al fuggire: or l’arme spoglia, E porgi ai laccj suoi le man cattive. Entra pur dentro alla guardata soglia Con queste leggi ch’ella altrui prescrive: Nè più sperar di riveder il cielo Per volger d’anni, o per cangiar di pelo, Se non giuri d’andar con gli altri sui Contra ciascun che da Gesù s’appella. S’affisa a quel parlar Tancredi in lui, E riconosce l’arme, e la favella. Rambaldo di Guascogna era costui, Che partì con Armida, e sol per ella Pagan si fece, e difensor divenne Di quell’usanza rea ch’ivi si tenne. Di santo sdegno il pio guerrier si tinse Nel volto, e gli rispose: empio fellone, Quel Tancredi son io che ’l ferro cinse Per Cristo sempre, e fui di lui campione: E in sua virtute i suoi rubelli vinse, Come vuò che tu veggia al paragone; Chè dall’ira del Ciel ministra eletta È questa destra a far di te vendetta. Turbossi, udendo il glorioso nome, L’empio guerriero, e scolorissi in viso. Pur celando il timor, gli disse: or come, Misero, vieni ove rimanga ucciso? Quì saran le tue forze oppresse e dome, E questo altero tuo capo reciso: E manderollo ai Duci Franchi in dono, S’altro da quel che soglio oggi non sono. Così dice il Pagano; e perchè il giorno Spento era omai, sì che vedeasi appena; Apparir tante lampade d’intorno, Che ne fu l’aria lucida e serena. Splende il castel, come in teatro adorno Suol fra notturne pompe altera scena: Ed in eccelsa parte Armida siede, Onde, senz’esser vista, ed ode e vede. Il magnanimo eroe frattanto appresta Alla fera tenzon l’arme e l’ardire: Nè sul debil cavallo assiso resta, Già veggendo il nemico a piè venire. Vien chiuso nello scudo, e l’elmo ha in testa, La spada nuda, e in atto è di ferire. Gli move incontra il Principe feroce Con occhi torvi, e con terribil voce. Quegli con larghe rote aggira i passi Stretto nell’armi, e colpi accenna e finge. Questi, sebben ha i membri infermi e lassi, Va risoluto, e gli s’appressa, e stringe: E là donde Rambaldo addietro fassi, Velocissimamente egli si spinge: E s’avanza, e l’incalza, e fulminando Spesso alla vista gli dirizza il brando. E più ch’altrove, impetuoso fere Ove più di vital formò natura, Alle percosse le minacce altere Accompagnando, e ’l danno alla paura. Di qua, di là si volge, e sue leggiere Membra il presto Guascone ai colpi fura: E cerca or con lo scudo, or con la spada, Che ’l nemico furore indarno cada. Ma veloce allo schermo ei non è tanto, Che più l’altro non sia pronto alle offese. Già spezzato lo scudo, e l’elmo infranto, E forato e sanguigno avea l’arnese: E colpo alcun de’ suoi, che tanto o quanto Impiagasse il nemico, anco non scese: E teme, e gli rimorde insieme il core Sdegno, vergogna, conscienza, amore. Disponsi alfin con disperata guerra Far prova omai dell’ultima fortuna. Gitta lo scudo, ed a due mani afferra La spada ch’è di sangue ancor digiuna: E col nemico suo si stringe e serra, E cala un colpo, e non v’è piastra alcuna Che gli resista sì, che grave angoscia Non dia piagando alla sinistra coscia. E poi su l’ampia fronte il ripercuote, Sicchè ’l picchio rimbomba in suon di squilla: L’elmo non fende già, ma lui ben scuote, Talch’egli si rannicchia, e ne vacilla. Infiamma d’ira il Principe le gote, E negli occhj di foco arde e sfavilla: E fuor della visiera escono ardenti Gli sguardi, e insieme lo stridor de’ denti. Il perfido Pagan già non sostiene La vista pur di sì feroce aspetto. Sente fischiare il ferro, e tra le vene Già gli sembra d’averlo, e in mezzo al petto. Fugge dal colpo, e ’l colpo a cader viene Dove un pilastro è contra il ponte eretto. Ne van le schegge e le scintille al cielo, E passa al cor del traditore un gelo. Onde al ponte rifugge, e sol nel corso Della salute sua pone ogni speme. Ma il seguita Tancredi, e già sul dorso La man gli stende, e ’l piè col piè gli preme; Quando ecco (al fuggitivo alto soccorso) Sparir le faci, ed ogni stella insieme: Nè rimaner all’orba notte alcuna, Sotto povero ciel, luce di Luna. Fra l’ombre della notte e degl’incanti Il vincitor nol segue più, nel vede: Nè può cosa vedersi a lato, o innanti, E muove dubbio e mal sicuro il piede. Sul limitar d’un uscio i passi erranti A caso mette, nè d’entrar s’avvede; Ma sente poi che suona a lui diretro La porta, e ’n loco il serra oscuro e tetro. Come il pesce colà dove impaluda Ne’ seni di Comacchio il nostro mare, Fugge dall’onda impetuosa e cruda, Cercando in placide acque ove ripare: E vien che da se stesso ei si rinchiuda In palustre prigion, nè può tornare; Chè quel serraglio è con mirabil uso Sempre all’entrar aperto, all’uscir chiuso. Così Tancredi allor, qual che si fosse Dell’estrania prigion l’ordigno e l’arte, Entrò per se medesmo, e ritrovosse Poi là rinchiuso, ond’uom per se non parte. Ben con robusta man la porta scosse, Ma fur le sue fatiche indarno sparte; E voce intanto udì che, indarno, grida, Uscir procuri, o prigionier d’Armida. Quì menerai (non temer già di morte) Nel sepolcro de’ vivi i giorni, e gli anni. Non risponde, ma preme il Guerrier forte Nel cor profondo i gemiti e gli affanni: E fra se stesso accusa amor, la sorte, La sua schiocchezza e gli altrui feri inganni: E talor dice, in tacite parole, Leve perdita fia perdere il Sole. Ma di più vago Sol più dolce vista Misero i’ perdo, e non so già se mai In loco tornerò che l’alma trista Si rassereni agli amorosi rai. Poi gli sovvien d’Argante, e più s’attrista: E troppo, dice, al mio dover mancai: Ed è ragion ch’ei mi disprezzi e scherna. O mia gran colpa, o mia vergogna eterna! Così d’amor, d’onor cura mordace Quinci e quindi al Guerrier l’animo rode. Or mentre egli s’affligge, Argante audace Le molli piume di calcar non gode; Tanto è nel crudo petto odio di pace, Cupidigia di sangue, amor di lode; Che delle piaghe sue non sano ancora Brama che ’l sesto dì porti l’aurora. La notte che precede, il Pagan fero Appena inchina per dormir la fronte: E sorge poi che ’l cielo anco è sì nero, Che non dà luce in su la cima al monte. Recami l’arme, grida al suo scudiero, E quegli aveale apparecchiate e pronte: Non le solite sue; ma dal Re sono Dategli queste, e prezioso è il dono. Senza molto mirarle egli le prende, Nè dal gran peso è la persona onusta; E la solita spada al fianco appende, Ch’è di tempra finissima e vetusta. Qual con le chiome sanguinose orrende Splender cometa suol per l’aria adusta, Che i regni muta, i feri morbi adduce, E ai purpurei Tiranni infausta luce; Tal nell’arme ei fiammeggia, e bieche e torte Volge le luci ebre di sangue e d’ira. Spirano gli atti feri orror di morte, E minacce di morte il volto spira. Alma non è così sicura e forte Che non paventi, ove un sol guardo gira. Nuda ha la spada, e la solleva, e scuote Gridando, e l’aria, e l’ombre invan percuote. Ben tosto, dice, il predator Cristiano, Ch’audace è sì ch’a me vuole agguagliarsi, Caderà vinto e sanguinoso al piano, Bruttando nella polve i crini sparsi; E vedrà vivo ancor da questa mano, Ad onta del suo Dio, l’arme spogliarsi: Nè, morendo, impetrar potrà co’ preghi Che in pasto a’ cani le sue membra i’ neghi. Non altramente il tauro, ove l’irriti Geloso amor con stimoli pungenti, Orribilmente mugge, e co’ muggiti Gli spirti in se risveglia, e l’ire ardenti, E ’l corno aguzza ai tronchi; e par ch’inviti Con vani colpi alla battaglia i venti: Sparge col piè l’arena, e ’l suo rivale Da lunge sfida a guerra aspra e mortale. Da sì fatto furor commosso, appella L’araldo, e con parlar tronco gl’impone: Vattene al campo, e la battaglia fella Nunzia a colui ch’è di Gesù campione. Quinci alcun non aspetta, e monta in sella E fa condursi innanzi il suo prigione. Esce fuor della terra, e per lo colle In corso vien precipitoso e folle. Dà fiato intanto al corno, e n’esce un suono Che d’ogn’intorno orribile s’intende: E in guisa pur di strepitoso tuono Gli orecchj e ’l cor degli ascoltanti offende. Già i Principi Cristiani accolti sono Nella tenda maggior dell’altre tende. Quì fè l’araldo sue disfide, e incluse Tancredi pria, nè però gli altri escluse. Goffredo intorno gli occhj gravi e tardi Volge con mente allor dubbia e sospesa: Nè perchè molto pensi e molto guardi, Atto gli s’offre alcuno a tanta impresa. Vi manca il fior de’ suoi guerrier gagliardi: Di Tancredi non s’è novella intesa; E lunge è Boemondo, ed ito è in bando L’invitto Eroe ch’uccise il fier Gernando. Ed oltre i dieci che fur tratti a sorte, I migliori del campo e i più famosi Seguir d’Armida le fallaci scorte, Sotto il silenzio della notte ascosi. Gli altri, di mano e d’animo men forte, Taciti se ne stanno e vergognosi: Nè v’è chi cerchi in sì gran rischio onore; Chè vinta la vergogna è dal timore. Al silenzio, all’aspetto, ad ogni segno, Di lor temenza il Capitan s’accorse; E tutto pien di generoso sdegno, Dal loco ove sedea repente sorse, E disse: ah ben sarei di vita indegno, Se la vita negassi or porre in forse, Lasciando ch’un Pagan, così vilmente Calpestasse l’onor di nostra gente. Sieda in pace il mio campo, e, da sicura Parte, miri ozioso il mio periglio. Su su datemi l’arme: e l’armatura Gli fu recata in un girar di ciglio. Ma il buon Raimondo, che in età matura Parimente maturo avea il consiglio, E verdi ancor le forze a par di quanti Erano quivi, allor si trasse avanti. E disse a lui rivolto: ah non sia vero Che in un capo s’arrischi il campo tutto. Duce sei tu, non semplice guerriero: Pubblico fora, e non privato il lutto. In te la fe s’appoggia, e ’l santo impero. Per te fia il regno di Babel distrutto: Tu il senno sol, lo scettro solo adopra; Altri ponga l’ardire, e ’l ferro in opra. Ed io, bench’a gir curvo mi condanni La grave età, non fia che ciò ricusi. Schivino gli altri i marziali affanni; Me non vuò già che la vecchiezza scusi. Oh foss’io pur sul mio vigor degli anni Qual sete or voi, che quì temendo chiusi Vi state, e non vi move ira o vergogna Contra lui che vi sgrida, e vi rampogna: E quale allora fui, quando al cospetto Di tutta la Germania, alla gran corte Del secondo Corrado, apersi il petto Al feroce Leopoldo, e ’l posi a morte. E fu d’alto valor più chiaro effetto Le spoglie riportar d’uom così forte, Che s’alcuno or fugasse, inerme e solo, Di questa ignobil turba un grande stuolo. Se fosse in me quella virtù, quel sangue, Di questo altier l’orgoglio avrei già spento. Ma qualunque io mi sia, non però langue Il core in me, nè vecchio anco pavento. E s’io pur rimarrò nel campo esangue, Nè il Pagan di vittoria andrà contento: Armarmi io vuò; sia questo il dì ch’illustri, Con novo onor, tutti i miei scorsi lustri. Così parla il gran vecchio; e sproni acuti Son le parole onde virtù si desta. Quei che fur prima timorosi e muti, Hanno la lingua or baldanzosa e presta. Nè sol non v’è che la tenzon rifiuti; Ma ella omai da molti a gara è chiesta. Baldovin la domanda, e con Ruggiero Guelfo, i due Guidi, e Stefano, e Gerniero; E Pirro, quel che fè il lodato inganno, Dando Antiochia presa a Boemondo; Ed a prova richiesta anco ne fanno Eberardo, Ridolfo, e ’l prò Rosmondo: Un di Scozia, un d’Irlanda, ed un Britanno, Terre che parte il mar dal nostro mondo: E ne son parimente anco bramosi Gildippe ed Odoardo amanti e sposi. Ma sovra tutti gli altri il fiero vecchio Se ne dimostra cupido ed ardente. Armato è già; sol manca all’apparecchio Degli altri arnesi il fino elmo lucente. A cui dice Goffredo: o vivo specchio Del valor prisco, in te la nostra gente Miri, e virtù n’apprenda: in te di Marte Splende l’onor, la disciplina, e l’arte. Oh pur avessi fra l’etade acerba Dieci altri di valor al tuo simíle, Come ardirei vincer Babel superba, E la Croce spiegar da Battro a Tile. Ma cedi or, prego, e te medesmo serba A maggior opre, e di virtù seníle: E lascia che degli altri in picciol vaso Pongansi i nomi, e sia giudice il caso. Anzi giudice Dio, delle cui voglie Ministra e serva è la Fortuna, e ’l Fato. Ma non però dal suo pensier si toglie Raimondo, e vuol’anch’egli esser notato. Nell’elmo suo Goffredo i brevi accoglie: E poi che l’ebbe scosso ed agitato, Nel primo breve che di là traesse, Del Conte di tolosa il nome lesse. Fu il nome suo con lieto grido accolto: Nè di biasmar la sorte alcun ardisce. Ei di fresco vigor la fronte e ’l volto Riempie: e così allor ringiovenisce, Qual serpe fier, che in nuove spoglie avvolto, D’oro fiammeggi, e incontra il Sol si lisce. Ma più d’ogn’altro il Capitan gli applaude, E gli annunzia vittoria, e gli dà laude. E la spada togliendosi dal fianco, E porgendola a lui, così dicea: Questa è la spada, che in battaglia il Franco Rubello di Sassonia oprar solea; Ch’io già gli tolsi a forza, e gli tolsi anco La vita allor di mille colpe rea. Questa, che meco ogn’or fu vincitrice, Prendi; e sia così teco ora felice. Di loro indugio intanto è quell’altero Impaziente, e li minaccia, e grida: O gente invitta, o popolo guerriero D’Europa, un uomo solo è che vi sfida. Venga Tancredi omai che par sì fero, Se nella sua virtù tanto si fida; O vuol, giacendo in piume, aspettar forse La notte ch’altre volte a lui soccorse? Venga altri, s’egli teme: a stuolo a stuolo Venite insieme, o cavalieri, o fanti; Poichè di pugnar meco a solo a solo Non v’è fra mille schiere uom che si vanti. Vedete là il sepolcro, ove il figliuolo Di Maria giacque; or chè non gite avanti? Chè non sciogliete i voti? ecco la strada. A qual serbate uopo maggior la spada? Con tali scherni il Saracino atroce, Quasi con dura sferza, altrui percuote; Ma più ch’altri Raimondo a quella voce S’accende, e l’onte sofferir non puote. La virtù stimolata è più feroce, E s’aguzza dell’ira all’aspra cote: Sicchè tronca gl’indugj, e preme il dorso Del suo Aquilino, a cui diè ’l nome il corso. Sul Tago il destrier nacque, ove talora L’avida madre del guerriero armento, Quando l’alma stagion che n’innamora, Nel cor le instiga il natural talento, Volta l’aperta bocca incontra l’ora, Raccoglie i semi del fecondo vento: E de’ tepidi fiati (o maraviglia!) Cupidamente ella concépe, e figlia. E ben questo Aquilin nato diresti Di quale aura del Ciel più lieve spiri; O se veloce sì, ch’orma non resti, Stendere il corso per l’arena il miri; O se ’l vedi addoppiar leggieri e presti, A destra ed a sinistra, angusti giri. Sovra tal corridore il Conte assiso Move all’assalto, e volge al Cielo il viso. Signor, tu che drizzasti incontra l’empio Golía l’arme inesperte in Terebinto: Sicch’ei ne fu, che d’Israel fea scempio, Al primo sasso d’un garzone estinto; Tu fà ch’or giaccia (e fia pari l’esempio) Questo fellon da me percosso, e vinto: E debil vecchio or la superbia opprima, Come debil fanciul l’oppresse in prima. Così pregava il Conte: e le preghiere, Mosse dalla speranza in Dio sicura, S’alzar volando alle celesti spere, Come va foco al Ciel per sua natura. Le accolse il Padre eterno, e fra le schiere Dell’esercito suo tolse alla cura Un che ’l difenda: e sano, e vincitore Dalle man di quell’empio il tragga fuore. L’Angelo, che fu già custode eletto Dall’alta provvidenza al buon Raimondo, Insin dal primo dì che pargoletto Sen venne a farsi peregrin del mondo; Or che di novo il Re del ciel gli ha detto Che prenda in se della difesa il pondo, Nell’alta rocca ascende, ove dell’oste Divina tutte son l’arme riposte. Quì l’asta si conserva, onde il serpente Percosso giacque, e i gran fulminei strali: E quegli ch’invisibili alla gente Portan l’orride pesti e gli altri mali: E quì sospeso è in alto il gran tridente, Primo terror de’ miseri mortali, Quando egli avvien che i fondamenti scuota Dell’ampia terra, e le città percuota. Si vedea fiammeggiar fra gli altri arnesi Scudo di lucidissimo diamante: Grande che può coprir genti e paesi, Quanti ve n’ha fra il Caucaso, e l’Atlante: E sogliono da questo esser difesi Principi giusti, e città caste e sante. Questo l’Angelo prende, e vien con esso Occultamente al suo Raimondo appresso. Piene intanto le mura eran già tutte Di varia turba; e ’l barbaro Tiranno Manda Clorinda, e molte genti instrutte, Che, ferme a mezzo il colle, oltre non vanno. Dall’altro lato in ordine ridutte Alcune schiere di Cristiani stanno: E largamente a’ due campioni il campo Voto riman fra l’uno e l’altro Campo. Mirava Argante, e non vedea Tancredi, Ma d’ignoto campion sembianze nuove. Fecesi il Conte innanzi; e, quel che chiedi, È, disse a lui, per tua ventura altrove. Non superbir però chè me quì vedi Apparecchiato a riprovar tue prove: Ch’io di lui posso sostener la vice, O venir come terzo a me quì lice. Ne sorride il superbo, e gli risponde: Che fa dunque Tancredi, e dove stassi? Minaccia il Ciel con l’arme, e poi s’asconde, Fidando sol ne’ suoi fugaci passi. Ma fugga pur nel centro, o in mezzo l’onde, Chè non fia loco ove sicuro il lassi. Menti, replica l’altro, a dir ch’uom tale Fugga da te; ch’assai di te più vale. Freme il Circasso irato, e dice: or prendi Del campo tu, chè in vece sua t’accetto: E tosto e’ si parrà come difendi L’alta follia del temerario detto. Così mossero in giostra, e i colpi orrendi Parimente drizzaro ambi all’elmetto: E ’l buon Raimondo, ove mirò, scontrollo, Nè dar gli fece nell’arcion pur crollo. Dall’altra parte il fero Argante corse (Fallo insolito a lui) l’arringo invano: Chè ’l difensor celeste il colpo torse Dal custodito cavalier Cristiano. Le labbra, il crudo, per furor si morse, E ruppe l’asta, bestemmiando, al piano. Poi tragge il ferro, e va contra Raimondo Impetuoso al paragon secondo. E ’l possente corsiero urta per dritto, Quasi monton ch’al cozzo il capo abbassa. Schiva Raimondo l’urto, al lato dritto Piegando il corso, e ’l fere in fronte, e passa. Torna di novo il cavalier d’Egitto: Ma quegli pur di novo a destra il lassa; E pur sull’elmo il coglie, e indarno sempre; Chè l’elmo adamantine avea le tempre. Ma il feroce Pagan, che seco vuole Più stretta zuffa, a lui s’avventa e serra. L’altro, ch’al peso di sì vasta mole Teme d’andar col suo destriero a terra, Quì cede, ed indi assale; e par che vole, Intorniando con girevol guerra; E i lievi imperj il rapido cavallo Segue del freno, e non pone orma in fallo. Qual Capitan ch’oppugni eccelsa torre Infra paludi posta o in alto monte, Mille aditi ritenta, e tutte scorre L’arti e le vie; cotal s’aggira il Conte. E poi che non può scaglia all’arme torre Ch’armano il petto, e la superba fronte; Fere i men forti arnesi, ed alla spada Cerca, tra ferro e ferro, aprir la strada. Ed in due parti o in tre forate, e fatte L’arme nemiche ha già tepide e rosse: Ed egli ancor le sue conserva intatte, Nè di cimier, nè d’un sol fregio scosse. Argante indarno arrabbia, a voto batte, E spande senza pro l’ire e le posse. Non si stanca però; ma raddoppiando Va tagli e punte, e si rinforza errando. Alfin tra mille colpi il Saracino Cala un fendente, e ’l Conte è così presso, Che forse il velocissimo Aquilino Non sottraggeasi, e rimaneane oppresso; Ma l’ajuto invisibile vicino Non mancò a lui di quel superno messo, Che stese il braccio, e tolse il ferro crudo Sovra il diamante del celeste scudo. Frangesi il ferro allor (chè non resiste Di fucina mortal tempra terrena Ad armi incorruttibili ed immiste D’eterno fabbro) e cade in su l’arena. Il Circasso, ch’andarne a terra ha viste Minutissime parti, il crede appena. Stupisce poi, scorta la mano inerme, Ch’arme il campion nemico abbia sì ferme. E ben rotta la spada aver si crede Su l’altro scudo, onde è colui difeso: E ’l buon Raimondo ha la medesma fede, Chè non sa già chi sia dal Ciel disceso. Ma, perocch’egli disarmata vede La man nemica, si riman sospeso; Chè stima ignobil palma, e vili spoglie Quelle ch’altrui, con tal vantaggio, uom toglie. Prendi, volea già dirgli, un’altra spada: Quando novo pensier nacque nel core: Ch’alto scorno è de’ suoi, dove egli cada, Chè di pubblica causa è difensore. Così nè indegna a lui vittoria aggrada, Nè in dubbio vuol porre il comune onore. Mentre egli dubbio stassi, Argante lancia Il pomo e l’else alla nemica guancia. E in quel tempo medesmo il destrier punge, E per venire a lotta oltra si caccia. La percossa lanciata all’elmo giunge, Sicchè ne pesta al Tolosan la faccia. Ma però nulla sbigottisce, e lunge Ratto si svia dalle robuste braccia; Ed impiaga la man, ch’a dar di piglio Venia più fera che ferino artiglio. Poscia gira da questa a quella parte, E rigirasi a questa, indi da quella: E sempre, e dove riede, e donde parte Fere il Pagan d’aspra percossa e fella. Quanto avea di vigor, quanto avea d’arte, Quanto può sdegno antico, ira novella, A danno del Circasso or tutto aduna; E seco il Ciel congiura, e la Fortuna. Quei di fine arme, e di se stesso armato Ai gran colpi resiste, e nulla pave: E par senza governo, in mar turbato, Rotte vele ed antenne, eccelsa nave; Che pur contesto avendo ogni suo lato Tenacemente di robusta trave, Sdruciti i fianchi al tempestoso flutto Non mostra ancor, nè si dispera in tutto. Argante, il tuo periglio allor tal era, Quando ajutarti Belzebù dispose. Questi di cava nube ombra leggiera (Mirabil mostro!) in forma d’uom compose: E la sembianza di Clorinda altera Gli finse, e l’arme ricche e luminose: Diegli il parlare, e, senza mente, il noto Suon della voce e ’l portamento e ’l moto. Il simulacro ad Oradino esperto Sagittario famoso andonne, e disse: O famoso Oradin, ch’a segno certo, Come a te piace, le quadrella affisse; Ah gran danno saria, s’uom di tal merto, Difensor di Giudea, così morisse: E di sue spoglie il suo nemico adorno Sicuro ne facesse a’ suoi ritorno. Quì fà prova dell’arte, e le saette Tingi nel sangue del ladron Francese: Ch’oltra il perpetuo onor, vuò che n’aspette Premio al gran fatto egual dal Re cortese. Così parlò, nè quegli in dubbio stette, Tosto che ’l suon delle promesse intese. Dalla grave faretra un quadrel prende, E su l’arco l’adatta, e l’arco tende. Sibila il teso nervo, e fuori spinto Vola il pennuto stral per l’aria, e stride: Ed a percuoter va dove del cinto Si congiungon le fibbie, e le divide; Passa l’usbergo, e in sangue appena tinto Quivi si ferma, e sol la pelle incide; Chè ’l celeste guerrier soffrir non volse Ch’oltra passasse, e forza al colpo tolse. Dell’usbergo lo stral si tragge il Conte, Ed ispicciarne fuori il sangue vede: E con parlar pien di minacce ed onte Rimprovera al Pagan la rotta fede. Il Capitan, che non torcea la fronte Dall’amato Raimondo, allor s’avvede Che violato è il patto: e perchè grave Stima la piaga, ne sospira e pave. E con la fronte le sue genti altere, E con la lingua a vendicarlo desta: Vedi tosto inchinar giù le visiere, Lentare i freni, e por le lancie in resta; E quasi in un sol punto alcune schiere Da quella parte muoversi, e da questa. Sparisce il campo, e la minuta polve, Con densi globi, al ciel s’innalza e volve. D’elmi e scudi percossi, e d’aste infrante Ne’ primi scontri un gran romor s’aggira. Là giacere un cavallo, e girne errante Un altro là senza rettor si mira: Quì giace un guerrier morto, e quì spirante Altri singhiozza e geme, altri sospira. Fera è la pugna, e quanto più si mesce E stringe insieme, più s’inaspra e cresce. Salta Argante nel mezzo agile e sciolto, E toglie ad un guerrier ferrata mazza: E, rompendo lo stuol calcato e folto, La rota intorno, e si fa larga piazza. E sol cerca Raimondo, e in lui sol volto Ha il ferro, e l’ira impetuosa e pazza: E quasi avido lupo, ei par che brame Nelle viscere sue pascer la fame. Ma duro ad impedir viengli il sentiero E fero intoppo, acciocchè ’l corso ei tardi. Si trova incontra Ormanno, e con Ruggiero Di Balnavilla, un Guido, e due Gherardi. Non cessa, non s’allenta, anzi è più fero, Quanto ristretto è più da que’ gagliardi; Siccome, a forza, da rinchiuso loco Se n’esce e muove alte ruine il foco. Uccide Ormanno, piaga Guido, atterra Ruggiero infra gli estinti egro e languente. Ma contra lui crescon le turbe, e ’l serra D’uomini e d’arme cerchio aspro e pungente. Mentre, in virtù di lui, pari la guerra Si mantenea fra l’una e l’altra gente; Il buon Duce Buglion chiama il fratello, Ed a lui dice: or muovi il tuo drappello. E là dove battaglia è più mortale, Vattene ad investir nel lato manco. Quegli si mosse, e fu lo scontro tale Ond’egli urtò degli avversarj il fianco, Che parve il popol d’Asia imbelle e frale; Nè potè sostener l’impeto Franco Che gli ordini disperde, e co’ destrieri L’insegne insieme abbatte, e i cavalieri. Dall’impeto medesmo in fuga è volto Il destro corno: e non v’è alcun che faccia, Fuor che Argante, difesa; a freno sciolto Così il timor precipiti gli caccia. Egli sol ferma il passo, e mostra il volto: Nè chi con mani cento, e cento braccia Cinquanta scudi insieme ed altrettante Spade movesse, or più faria d’Argante. Ei gli stocchi e le mazze, egli dell’aste E de’ corsieri l’impeto sostenta: E solo par che incontra tutti baste: Ed ora a questo, ed ora a quel s’avventa. Peste ha le membra, e rotte l’arme e guaste, E sudor versa e sangue, e par nol senta. Ma così l’urta il popol denso e ’l preme, Ch’alfin lo svolge, e seco il porta insieme. Volge il tergo alla forza ed al furore Di quel diluvio che ’l rapisce, e ’l tira. Ma non già d’uom che fugga ha i passi, e ’l core; S’all’opre della mano il cor si mira. Serbano ancora gli occhj il lor terrore, E le minacce della solita ira: E cerca ritener con ogni prova La fuggitiva turba, e nulla giova. Non può far quel magnanimo ch’almeno Sia lor fuga più tarda, o più raccolta: Chè non ha la paura arte, nè freno, Nè pregar quì, nè comandar s’ascolta. Il pio Buglion, che i suoi pensieri appieno Vede Fortuna a favorir rivolta, Segue della vittoria il lieto corso, E invia novello ai vincitor soccorso. E se non che non era il dì che scritto Dio negli eterni suoi decreti avea; Quest’era forse il dì che ’l campo invitto, Delle sante fatiche al fin giungea. Ma la schiera infernal che in quel conflitto La tirannide sua cader vedea; Sendole ciò permesso, in un momento L’aria in nube ristrinse, e mosse il vento. Dagli occhj de’ mortali un negro velo Rapisce il giorno e ’l Sole: e par ch’avvampi Negro, via più ch’orror d’inferno, il Cielo; Così fiammeggia infra baleni e lampi. Fremono i tuoni, e pioggia accolta in gelo Si versa, e i paschi abbatte, e inonda i campi: Schianta i rami il gran turbo, e par che crolli Non pur le querce, ma le rocche, e i colli. L’acqua in un tempo, il vento, e la tempesta Negli occhj ai Franchi impetuosa fere: E l’improvvisa violenza arresta, Con un terror quasi fatal, le schiere. La minor parte d’esse accolta resta (Che veder non le puote) alle bandiere. Ma Clorinda, che quindi alquanto è lunge, Prende opportuno il tempo, e ’l destrier punge. Ella gridava ai suoi: per noi combatte, Compagni, il Cielo, e la giustizia aita. Dall’ira sua le facce nostre intatte Sono, e non è la destra indi impedita: E nella fronte solo irato ei batte Della nemica gente impaurita, E la scuote dell’arme, e della luce La priva: andianne pur, chè ’l Fato è duce. Così spinge le genti, e ricevendo Sol nelle spalle l’impeto d’Inferno, Urta i Francesi con assalto orrendo, E i vani colpi lor si prende a scherno. Ed in quel tempo Argante anco, volgendo, Fa de’ già vincitori aspro governo; E quei, lasciando il campo a tutto corso, Volgono al ferro e alle procelle il dorso. Percuotono le spalle ai fuggitivi L’ire mortali, e le mortali spade, E ’l sangue corre, e fa, commisto ai rivi Della gran pioggia, rosseggiar le strade. Quì, tra ’l volgo de’ morti e de’ mal vivi, E Pirro, e ’l buon Ridolfo estinto cade; E toglie a questo il fier Circasso l’alma, E Clorinda di quello ha nobil palma. Così fuggiano i Franchi, e di lor caccia Non rimaneano i Siri anco, o i Demoni. Sol contra l’arme, e contra ogni minaccia Di gragnuole, di turbini, e di tuoni Volgea Goffredo la sicura faccia, Rampognando aspramente i suoi Baroni; E fermo anzi la porta il gran cavallo, Le genti sparse raccogliea nel vallo. E ben due volte il corridor sospinse Contra il feroce Argante, e lui ripresse; Ed altrettante il nudo ferro spinse Dove le turbe ostíli eran più spesse; Alfin con gli altri insieme ei si ristrinse Dentro ai ripari, e la vittoria cesse. Tornano allora i Saracini: e stanchi Restan nel vallo, e sbigottiti i Franchi. Nè quivi ancor dell’orride procelle Ponno appieno schivar la forza, e l’ira; Ma sono estinte or queste faci, or quelle, E per tutto entra l’acqua: il vento spira, Squarcia le tele, e spezza i pali, e svelle Le tende intere, e lunge indi le gira; La pioggia ai gridi, ai venti, ai tuon s’accorda D’orribile armonia che ’l mondo assorda. Canto ottavo Narra a Goffredo del signor de’ Dani Il valor prima un messo, e poi la morte. Credendo quei d’Italia a’ segni vani, Stimano estinto il lor Rinaldo forte. Dunque al furor ch’Aletto spira, insani Di soverchia ira e d’odio, apron le porte: E minaccian Goffredo: ei con la voce Sola in lor frena l’impeto feroce. CANTO OTTAVO. Già cheti erano i tuoni e le tempeste, E cessato il soffiar d’Austro e di Coro: E l’alba uscia della magion celeste Colla fronte di rose, e co’ piè d’oro. Ma quei che le procelle avean già deste, Non rimaneansi ancor dall’arti loro; Anzi l’un d’essi, ch’Astagorre è detto, Così parlava alla compagna Aletto: Mira, Aletto, venirne (ed impedito Esser non può da noi) quel cavaliero, Che dalle fere mani è vivo uscito Del sovran difensor del nostro impero. Questi, narrando del suo Duce ardito E de’ compagni ai Franchi il caso fero, Paleserà gran cose: onde è periglio Che si richiami di Bertoldo il figlio. Sai quanto ciò rilevi, e se conviene Ai gran principj oppor forza ed inganno. Scendi tra i Franchi dunque, e ciò ch’a bene Colui dirà, tutto rivolgi in danno: Spargi le fiamme e ’l tosco entro le vene Del Latin, dell’Elvezio, e del Britanno: Movi l’ire e i tumulti, e fà tal’opra, Che tutto vada il campo alfin sossopra. L’opra è degna di te: tu nobil vanto Ten desti già dinanzi al signor nostro. Così le parla: e basta ben sol tanto, Perchè prenda l’impresa il fero mostro. Giunto è sul vallo de’ Cristiani intanto Quel cavaliero, il cui venir fu mostro: E disse lor: deh sia chi m’introduca Per mercede, o guerrieri, al sommo Duca. Molti scorta gli furo al Capitano, Vaghi d’udir del peregrin novelle. Egli inchinollo, e l’onorata mano Volea baciar che fa tremar Babelle. Signor, poi dice, che con l’Oceano Termini la tua fama, e con le stelle, Venirne a te vorrei più lieto messo.... Qui sospirava, e soggiungeva appresso: Sveno, del Re de’ Dani unico figlio, Gloria e sostegno alla cadente etade, Esser tra quei bramò, che ’l tuo consiglio Seguendo, han cinto per Gesù le spade: Nè timor di fatica, o di periglio, Nè vaghezza del regno, nè pietade Del vecchio genitor, sì degno affetto Intepidir nel generoso petto. Lo spingeva un desio d’apprender l’arte Della milizia faticosa e dura Da te sì nobil mastro: e sentia in parte Sdegno e vergogna di sua fama oscura; Già di Rinaldo il nome in ogni parte Con gloria udendo in verdi anni matura: Ma più ch’altra cagione, il mosse il zelo Non del terren, ma dell’onor del Cielo. Precipitò dunque gl’indugi, e tolse Stuol di scelti compagni audace e fero: E dritto inver la Tracia il cammin volse Alla Città che sede è dell’impero: Quì il Greco Augusto in sua magion l’accolse: Quì poi giunse in tuo nome un messaggiero: Questi appien gli narrò come già presa Fosse Antiochia, e come poi difesa. Difesa incontra al Perso, il qual con tanti Uomini armati ad assediarvi mosse, Che sembrava che d’arme, e d’abitanti Voto il gran regno suo rimaso fosse. Di te gli disse, e poi narrò d’alquanti Sinch’a Rinaldo giunse, e quì fermosse: Contò l’ardita fuga, e ciò che poi Fatto di glorioso avea tra voi. Soggiunse alfin come già il popol Franco Veniva a dar l’assalto a queste porte: E invitò lui ch’egli volesse almanco Dell’ultima vittoria esser consorte. Questo parlare, al giovenetto fianco Del fero Sveno, è stimolo sì forte, Ch’ognora un lustro pargli infra’ Pagani Rotare il ferro, e insanguinar le mani. Par che la sua viltà rimproverarsi Senta nell’altrui gloria, e se ne rode: E chi’l consiglia, e chi’l prega a fermarsi, O che non esaudisce, o che non ode. Rischio non teme, fuorchè ’l non trovarsi De’ tuoi gran rischj a parte e di tua lode: Questo gli sembra sol periglio grave; Degli altri o nulla intende, o nulla pave. Egli medesmo sua fortuna affretta; Fortuna che noi tragge, e lui conduce: Peroch’appena al suo partire aspetta I primi rai della novella luce. È per miglior la via più breve eletta; Tale ei la stima, ch’è Signore, e Duce: Nè i passi più difficili o i paesi Schivar si cerca de’ nemici offesi. Or difetto di cibo, or cammin duro Trovammo, or violenza, ed or aguati; Ma tutti fur vinti i disagj, e furo Or uccisi i nemici, ed or fugati. Fatto avean ne’ periglj ogni uom sicuro Le vittorie, e insolenti i fortunati: Quando un dì ci accampammo ove i confini Non lunge erano omai de’ Palestini. Quivi, da’ precursori, a noi vien detto Ch’alto strepito d’arme avean sentito: E viste insegne e indizj, onde han sospetto Che sia vicino esercito infinito. Non pensier, non color, non cangia aspetto, Non muta voce il Signor nostro ardito; Benchè molti vi sian ch’al fero avviso Tingan di bianca pallidezza il viso. Ma dice: oh quale omai vicina abbiamo Corona o di martirio, o di vittoria: L’una spero io ben più; ma non men bramo L’altra, ove è maggior merto, e pari gloria. Questo campo, o fratelli, ove or noi siamo, Fia tempio sacro ad immortal memoria: In cui l’età futura addíti e mostri Le nostre sepolture, o i trofei nostri. Così parla; e le guardie indi dispone, E gli ufficj comparte, e la fatica. Vuol ch’armato ognun giaccia, e non depone Ei medesmo gli arnesi, o la lorica. Era la notte ancor nella stagione Ch’è più del sonno e del silenzio amica; Allor che d’urli barbareschi udissi Romor che giunse al cielo ed agli abissi. Si grida all’arme, all’arme; e Sveno, involto Nell’arme, innanzi a tutti oltre si spinge: E magnanimamente i lumi e ’l volto Di color, d’ardimento, infiamma e tinge. Ecco siamo assaliti, e un cerchio folto Da tutti i lati ne circonda e stringe: E intorno un bosco abbiam d’aste e di spade, E sovra noi di strali un nembo cade. Nella pugna inegual (perocchè venti Gli assalitori sono incontra ad uno) Molti d’essi piagati, e molti spenti Son da cieche ferite all’aer bruno. Ma il numero degli egri e de’ cadenti Fra l’ombre oscure non discerne alcuno. Copre la notte i nostri danni, e l’opre Della nostra virtute insieme copre. Pur sì fra gli altri Sveno alza la fronte, Ch’agevol è che ognun vedere il possa: E nel bujo sue prove anco son conte A chi vi mira, e l’incredibil possa. Di sangue un rio, d’uomini uccisi un monte D’ogn’intorno gli fanno argine, e fossa: E dovunque ne va sembra che porte Lo spavento negli occhj, e in man la morte. Così pugnato fu, finchè l’albóre Rosseggiando nel Ciel già n’apparia. Ma poi che scosso fu il notturno orrore Che l’orror delle morti in se copria, La desiata luce a noi terrore Con vista accrebbe dolorosa e ria; Chè pien d’estinti il campo, e quasi tutta Nostra gente vedemmo omai distrutta. Duomila fummo, e non siam cento; or quando Tanto sangue egli mira e tante morti, Non so se ’l cor feroce al miserando Spettacolo si turbi, e si sconforti; Ma già no ’l mostra; anzi la voce alzando, Seguiam, ne grida, que’ compagni forti Ch’al Ciel, lunge dai laghi Averni e Stigj, N’han segnati col sangue alti vestigj. Disse; e lieto, cred′io, della vicina Morte, così nel cor come al sembiante, Incontro alla barbarica ruina Portonne il petto intrepido e costante. Tempra non sosterrebbe, ancor che fina Fosse, e d’acciajo nò, ma di diamante, I feri colpi ond′egli il campo allaga: E fatto è il corpo suo solo una piaga. La vita nò, ma la virtù sostenta Quel cadavero indomito e feroce. Ripercuote percosso, e non s’allenta; Ma quanto offeso è più, tanto più noce: Quando ecco, furiando, a lui s’avventa Uom grande c’ha sembiante e guardo atroce, E dopo lunga ed ostinata guerra, Con l’aita di molti, alfin l’atterra. Cade il Garzone invitto (ahi caso amaro!) Nè v’è fra noi chi vendicare il possa. Voi chiamo in testimonio, o del mio caro Signor sangue ben sparso e nobil’ossa, Ch’allor non fui della mia vita avaro, Nè schivai ferro, nè schivai percossa; E se piaciuto pur fosse là sopra Ch’io vi morissi, il meritai con l’opra. Fra gli estinti compagni io sol cadei Vivo: nè vivo forse è chi mi pensi. Nè de’ nemici più cosa saprei Ridir, sì tutti avea sopiti i sensi. Ma poichè tornò il lume agli occhj miei, Ch’eran d’atra caligine condensi, Notte mi parve; ed allo sguardo fioco S’offerse il vacillar d’un picciol foco. Non rimaneva in me tanta virtude Ch’a discerner le cose io fossi presto; Ma vedea come quei ch’or apre, or chiude Gli occhj, mezzo tra ’l sonno e l’esser desto: E ’l duolo omai delle ferite crude Più cominciava a farmisi molesto: Chè l’inaspria l’aura notturna e ’l gelo, In terra nuda e sotto aperto Cielo. Più e più ognor s’avvicinava intanto Quel lume, e insieme un tacito bisbiglio: Sicch’a me giunse, e mi si pose accanto. Alzo allor, bench’appena, il debil ciglio, E veggio due vestiti in lungo manto Tener due faci, e dirmi sento: o figlio, Confida in quel Signor ch’a’ pii sovviene, E con la grazia i preghi altrui previene. In tal guisa parlommi; indi la mano, Benedicendo, sovra me distese: E susurrò con suon devoto e piano Voci allor poco udite, e meno intese. Sorgi, poi disse, ed io leggiero e sano Sorgo, e non sento le nemiche offese: (Oh miracol gentile!) anzi mi sembra Piene di vigor novo aver le membra. Stupido li riguardo, e non ben crede L’anima sbigottita il certo e il vero: Onde l’un d’essi a me: di poca fede, Che dubbi? o che vaneggia il tuo pensiero? Verace corpo è quel che in noi si vede: Servi siam di Gesù, che ’l lusinghiero Mondo, e ’l suo falso dolce abbiam fuggito, E quì viviamo in loco aspro e romito. Me per ministro a tua salute eletto Ha quel Signor che in ogni parte regna: Chè per ignobil mezzo oprar effetto Maraviglioso ed alto ei non isdegna. Nè men vorrà che sì resti negletto Quel corpo in cui già visse alma sì degna: Lo qual con essa ancor, lucido e leve E immortal fatto, riunir si deve. Dico il corpo di Sveno, a cui fia data Tomba a tanto valor conveniente, La quale a dito mostra ed onorata Ancor sarà dalla futura gente. Ma leva omai gli occhj alle stelle, e guata Là splender quella come un Sol lucente: Questa co’ vivi raggj or ti conduce Là dove è il corpo del tuo nobil Duce. Allor vegg’io che dalla bella face, Anzi dal Sol notturno un raggio scende Che dritto là dove il gran corpo giace, Quasi aureo tratto di pennel, si stende: E sovra lui tal lume e tanto face, Ch’ogni sua piaga ne sfavilla e splende: E subito da me si raffigura Nella sanguigna orribile mistura. Giacea prono non già, ma come volto Ebbe sempre alle stelle il suo desire, Dritto ei teneva inverso il Cielo il volto, In guisa d’uom che pur là suso aspire. Chiusa la destra, e ’l pugno avea raccolto, E stretto il ferro, e in atto è di ferire: L’altra sul petto in modo umile e pio Si posa, e par che perdon chieggia a Dio. Mentre io le piaghe sue lavo col pianto, Nè però sfogo il duol che l’alma accora; Gli aprì la chiusa destra il vecchio santo, E ’l ferro che stringea trattone fuora: Questa, a me disse, ch’oggi sparso ha tanto Sangue nemico, e n’è vermiglia ancora, È, come sai, perfetta: e non è forse Altra spada che debba a lei preporse. Onde piace là su, che s’or la parte Dal suo primo signore acerba morte, Oziosa non resti in questa parte; Ma di man passi in mano ardita e forte, Che l’usi poi con egual forza ed arte; Ma più lunga stagion con lieta sorte: E con lei faccia, perchè a lei s’aspetta, Di chi Sveno le uccise aspra vendetta. Soliman Sveno uccise, e Solimano Dee per la spada sua restarne ucciso. Prendila dunque, e vanne ove il Cristiano Campo fia intorno all’alte mura assiso: E non temer che nel paese estrano Ti sia il sentier di novo anco preciso; Chè t’agevolerà per l’aspra via L’alta destra di lui ch’or là t’invia. Quivi egli vuol che da cotesta voce, Che viva in te servò, si manifesti La pietate, il valor, l’ardir feroce Che nel diletto tuo Signor vedesti; Perchè a segnar della purpurea Croce L’arme, con tale esempio, altri si desti: Ed ora, e dopo un corso anco di lustri Infiammati ne sian gli animi illustri. Resta che sappia tu chi sia colui Che deve della spada esser erede. Questi è Rinaldo il giovinetto, a cui Il pregio di fortezza ogn’altro cede. A lui la porgi, e dì, che sol da lui L’alta vendetta il Cielo e ’l mondo chiede. Or mentre io le sue voci intento ascolto, Fui da miracol novo a se rivolto. Chè là dove il cadavero giacea, Ebbi improvviso un gran sepolcro scorto, Che sorgendo rinchiuso in se l’avea, Come non so, nè con qual’arte sorto: E in brevi note altrui vi si sponea Il nome, e la virtù del guerrier morto. Io non sapea da tal vista levarmi, Mirando ora le lettre, ed ora i marmi. Quì, disse il vecchio, appresso ai fidi amici Giacerà del tuo Duce il corpo ascoso; Mentre gli spirti amando in Ciel felici Godon perpetuo bene e glorioso. Ma tu col pianto omai gli estremi uficj Pagato hai loro, e tempo è di riposo. Oste mio ne sarai sinch’al viaggio Mattutin ti risvegli il novo raggio. Tacque; e per lochi ora sublimi or cupi Mi scorse, onde a gran pena il fianco trassi; Sinch’ove pende da selvagge rupi Cava spelonca raccogliemmo i passi. Questo è il suo albergo: ivi fra gli orsi e i lupi, Col discepolo suo, sicuro stassi; Chè difesa miglior ch’usbergo e scudo, È la santa innocenza al petto ignudo. Silvestre cibo, e duro letto porse Quivi alle membra mie posa e ristoro. Ma poi ch’accesi in Oriente scorse I raggj del mattin purpurei e d’oro; Vigilante ad orar subito sorse L’uno e l’altro Eremita, ed io con loro. Dal santo vecchio poi congedo tolsi, E quì, dov’egli consigliò, mi volsi. Quì si tacque il Tedesco; e gli rispose Il pio Buglione: o cavalier, tu porte Dure novelle al campo e dolorose, Onde a ragion si turbi e si sconforte: Poichè genti sì amiche e valorose Breve ora ha tolte, e poca terra assorte: E in guisa d’un baleno il Signor vostro S’è in un sol punto dileguato, e mostro. Ma che? felice è cotal morte e scempio, Via più ch’acquisto di provincie e d’oro: Nè dar l’antico Campidoglio esempio D’alcun può mai sì glorioso alloro. Essi del Ciel nel luminoso tempio Han corona immortal del vincer loro. Ivi, cred’io, che le sue belle piaghe Ciascun lieto dimostri, e se n’appaghe. Ma tu ch’alle fatiche, ed al periglio Nella milizia ancor resti del mondo; Devi gioir de’ lor trionfi, e ’l ciglio Render, quanto conviene, omai giocondo. E perchè chiedi di Bertoldo il figlio, Sappi, ch’ei fuor dell’oste è vagabondo; Nè lodo io già che dubbia via tu prenda, Pria che di lui certa novella intenda. Questo lor ragionar nell’altrui mente Di Rinaldo l’amor desta, e rinnova: E v’è chi dice: ahi fra Pagana gente Il giovinetto errante or si ritrova: E non v’è quasi alcun che non rammente, Narrando al Dano, i suoi gran fatti a prova; E dell’opere sue la lunga tela Con istupor gli si dispiega, e svela. Or quando del garzon la rimembranza Avea gli animi tutti inteneriti; Ecco molti tornar che, per usanza, Eran d’intorno a depredare usciti. Conducean questi seco in abbondanza E mandre di lanuti, e buoi rapiti, E biade ancor, benchè non molte, e strame Che pasca de’ corsier l’avida fame. E questi di sciagura aspra e nojosa Segno portar, che in apparenza è certo: Rotta del buon Rinaldo e sanguinosa La sopravvesta, ed ogni arnese aperto. Tosto si sparse (e chi potria tal cosa Tener celata?) un romor vario, e incerto. Corre il volgo dolente alle novelle Del guerriero, e dell’arme, e vuol vedelle. Vede, e conosce ben l’immensa mole Del grande usbergo, e ’l folgorar del lume, E l’armi tutte, ove è l’augel ch’al Sole Prova i suoi figlj e mal crede alle piume: Chè di vederle già primiere o sole, Nelle imprese più grandi, ebbe in costume: Ed or, non senza alta pietate ed ira, Rotte e sanguigne ivi giacer le mira. Mentre bisbiglia il campo, e la cagione Della morte di lui varia si crede; A se chiama Aliprando il pio Buglione, Duce di quei che ne portar le prede, Uom di libera mente, e di sermone Veracissimo e schietto, ed a lui chiede: Dì come, e donde tu rechi quest’arme, E di buono o di reo nulla celarme. Gli rispose colui: Di quì lontano Quanto in due giorni un messaggiero andria, Verso il confin di Gaza, un picciol piano Chiuso tra colli alquanto è fuor di via: E in lui d’alto deriva, e lento e piano, Tra pianta e pianta, un fiumicel s’invia: E d’arbori e di macchie, ombroso e folto, Opportuno alle insidie il loco è molto. Quì greggia alcuna cercavam che fosse Venuta ai paschi dell’erbose sponde; E in sull’erbe, miriam, di sangue rosse Giacerne un guerrier morto in riva all’onde. All’arme, ed all’insegne ogn’uom si mosse: Chè furon conosciute, ancorchè immonde. Io m’appressai per discoprirgli il viso; Ma trovai ch’era il capo indi reciso. Mancava ancor la destra: e ’l busto grande Molte ferite avea dal tergo al petto: E non lontan con l’Aquila, che spande Le candide ali, giacea il voto elmetto. Mentre cerco d’alcuno a cui dimande, Un villanel sopraggiungea soletto: Che indietro il passo, per fuggirne, torse Subitamente che di noi s’accorse. Ma seguitato e preso, alla richiesta Che noi gli facevamo, alfin rispose Che ’l giorno innanzi uscir della foresta Scorse molti guerrieri, onde ei s’ascose: E ch’un d’essi tenea recisa testa Per le sue chiome bionde, e sanguinose, La qual gli parve, rimirando intento, D’uom giovinetto, e senza peli al mento. E che ’l medesmo poco poi l’avvolse In un zendado dall’arcion pendente. Soggiunse ancor, ch’all’abito raccolse Ch’erano i cavalier di nostra gente. Io spogliar feci il corpo, e sì men dolse, Che piansi nel sospetto amaramente: E portai meco l’arme, e lasciai cura Ch’avesse degno onor di sepoltura. Ma se quel nobil tronco è quel ch’io credo, Altra tomba, altra pompa egli ben merta. Così detto, Aliprando ebbe congedo, Perocchè cosa non avea più certa. Rimase grave, e sospirò Goffredo; Pur nel tristo pensier non si raccerta: E con più chiari segni il monco busto Conoscer vuole, e l’omicida ingiusto. Sorgea la notte intanto, e sotto l’ali Ricopriva del Cielo i campi immensi: E ’l sonno ozio dell’alme, oblio de’ mali, Lusingando sopía le cure, e i sensi; Tu sol punto, Argillan, d’acuti strali D’aspro dolor, volgi gran cose, e pensi: Nè l’agitato sen, nè gli occhj ponno La quiete raccorre, o ’l molle sonno. Costui pronto di man, di lingua ardito, Impetuoso, e fervido d’ingegno, Nacque in riva del Tronto, e fu nutrito, Nelle risse civil, d’odio e di sdegno. Poscia, in esiglio spinto, i colli e ’l lito Empì di sangue, e depredò quel regno, Sinchè nell’Asia a guerreggiar sen venne, E per fama miglior chiaro divenne. Alfin questi sull’alba i lumi chiuse: Nè già fu sonno il suo queto e soave; Ma fu stupor, ch’Aletto al cor gl’infuse, Non men che morte sia, profondo e grave. Sono le interne sue virtù deluse, E riposo dormendo anco non ave; Chè la furia crudel gli s’appresenta Sotto orribili larve, e lo sgomenta. Gli figura un gran busto, ond’è diviso Il capo, e della destra il braccio è mozzo: E sostien con la manca il teschio inciso, Di sangue e di pallor, livido e sozzo. Spira, e parla spirando il morto viso, E ’l parlar vien col sangue, e col singhiozzo: Fuggi Argillan, non vedi omai la luce? Fuggi le tende infami, e l’empio Duce. Chi dal fero Goffredo, e dalla frode Ch’uccise me, voi cari amici affida? D’astio dentro il fellon tutto si rode, E pensa sol come voi meco uccida. Pur, se cotesta mano a nobil lode Aspira, e in sua virtù tanto si fida, Non fuggir nò: plachi il Tiranno esangue Lo spirto mio col suo malvagio sangue. Io sarò teco ombra, di ferro e d’ira Ministra, e t’armerò la destra e ’l seno. Così gli parla; e nel parlar gli spira Spirito novo di furor ripieno. Si rompe il sonno: e sbigottito ei gira Gli occhj gonfj di rabbia e di veleno: Ed armato ch’egli è, con importuna Fretta, i guerrier d’Italia insieme aduna. Gli aduna là dove sospese stanno L’arme del buon Rinaldo, e con superba Voce, il furore e ’l conceputo affanno In tai detti divulga, e disacerba: Dunque un popolo barbaro e tiranno Che non prezza ragion, che fe non serba, Che non fu mai di sangue e d’or satollo, Ne terrà ’l freno in bocca, e ’l giogo al collo? Ciò che sofferto abbiam d’aspro e d’indegno Sette anni omai sotto sì iniqua soma, È tal, ch’arder di scorno, arder di sdegno Potrà da quì a mill’anni Italia e Roma. Taccio, che fu dall’arme e dall’ingegno Del buon Tancredi la Cilicia doma, E ch’ora il Franco a tradigion la gode: E i premj usurpa del valor la frode. Taccio, ch’ove il bisogno e ’l tempo chiede Pronta man, pensier fermo, animo audace; Alcuno ivi di noi primo si vede Portar fra mille morti o ferro, o face. Quando le palme poi, quando le prede Si dispensan nell’ozio e nella pace, Nostri non sono già, ma tutti loro I trionfi, gli onor, le terre, l’oro. Tempo forse già fu, che gravi e strane Ne potevan parer sì fatte offese; Quasi lievi or le passo: orrenda immane Ferità leggierissime le ha rese. Hanno ucciso Rinaldo, e con le umane L’alte leggi divine han vilipese. E non fulmina il Cielo? e non l’inghiotte La terra entro la sua perpetua notte? Rinaldo han morto, il qual fu spada e scudo Di nostra fede; ed ancor giace inulto? Inulto giace: e sul terreno ignudo Lacerato il lasciaro, ed insepulto. Ricercate saper chi fosse il crudo? A chi puote, o compagni, esser occulto? Deh chi non sa quanto al valor Latino Portin Goffredo invidia, e Baldovino? Ma chè cerco argomenti? Il Cielo io giuro, Il Ciel che n’ode, e ch’ingannar non lice; Ch’allor che si rischiara il mondo oscuro, Spirito errante il vidi ed infelice. Che spettacolo, oimè, crudele e duro! Quai frode di Goffredo a noi predice! Io ’l vidi, e non fu sogno: e ovunque or miri, Par che dinanzi agli occhj miei s’aggiri. Or che faremo noi? dee quella mano, Che di morte sì ingiusta è ancora immonda, Reggerci sempre? o pur vorrem lontano Girne da lei dove l’Eufrate inonda? Dove a popolo imbelle in fertil piano Tante ville e città nutre, e feconda: Anzi a noi pur; nostre saranno, io spero, Nè co’ Franchi comune avrem l’impero. Andianne, e resti invendicato il sangue (Se così parvi) illustre ed innocente. Benchè se la virtù, che fredda langue, Fosse ora in voi, quanto dovrebbe, ardente; Questo, che divorò pestifero angue Il pregio e ’l fior della Latina gente, Daria con la sua morte, e con lo scempio Agli altri mostri memorando esempio. Io io vorrei, se ’l vostro alto valore, Quanto egli può, tanto voler osasse, Ch’oggi per questa man nell’empio core, Nido di tradigion, la pena entrasse. Così parla agitato, e nel furore E nell’impeto suo ciascuno ei trasse. Arme arme freme il forsennato, e insieme La gioventù superba arme arme freme. Rota Aletto fra lor la destra armata, E col foco il velen ne’ petti mesce. Lo sdegno, la follia, la scellerata Sete del sangue ogn’or più infuria, e cresce; E serpe quella peste, e si dilata, E degli alberghi Italici fuor n’esce: E passa fra gli Elvezj, e vi s’apprende, E di là poscia anco agl’Inglesi tende. Nè sol l’estrane genti avvien che muova Il duro caso, e ’l gran pubblico danno: Ma le antiche cagioni all’ira nuova Materia insieme, e nutrimento danno. Ogni sopito sdegno or si rinnuova: Chiamano il popol Franco empio e tiranno: E in superbe minacce esce diffuso L’odio, che non può starne omai più chiuso. Così nel cavo rame umor che bolle Per troppo foco, entro gorgoglia e fuma: Nè capendo in se stesso, alfin s’estolle Sovra gli orli del vaso, e inonda, e spuma. Non bastano a frenar il volgo folle Que’ pochi, a cui la mente il vero alluma. E Tancredi, e Camillo eran lontani, Guglielmo, e gli altri in podestà soprani. Corrono già precipitosi all’armi Confusamente i popoli feroci: E già s’odon cantar bellici carmi Sediziose trombe in fere voci. Gridano intanto al pio Buglion che s’armi, Molti di qua di là nunzj veloci; E Baldovino innanzi a tutti armato Gli s’appresenta, e gli si pone a lato. Egli ch’ode l’accusa, i lumi al Cielo Drizza, e pur come suole, a Dio ricorre: Signor, tu che sai ben con quanto zelo La destra mia dal civil sangue abborre; Tu squarcia a questi della mente il velo, E reprimi il furor che sì trascorre: E l’innocenza mia, che costà sopra È nota, al mondo cieco anco si scopra. Tacque: e, dal Cielo infuso, ir fra le vene Sentissi un novo inusitato caldo: Colmo d’alto vigor, d’ardita spene Che nel volto si sparge, e ’l fa più baldo, E da’ suoi circondato, oltre sen viene Contra chi vendicar credea Rinaldo: Nè perchè d’arme e di minacce senta Fremito d’ogni intorno, il passo allenta. Ha la corazza indosso, e nobil veste Riccamente l’adorna oltra ’l costume: Nudo è le mani e ’l volto, e di celeste Maestà vi risplende un novo lume: Scuote l’aurato scettro; e sol con queste Arme acquetar quegl’impeti presume. Tal si mostra a coloro, e tal ragiona: Nè come d’uom mortal la voce suona. Quali stolte minacce, e quale or odo Vano strepito d’arme? e chi ’l commove? Così quì riverito, e in questo modo Noto son io dopo sì lunghe prove? Ch’ancor v’è chi sospetti, e chi di frodo Goffredo accusi, e chi le accuse approve? Forse aspettate ancor ch’a voi mi pieghi, E ragioni v’adduca, e porga preghi? Ah non sia ver che tanta indegnitate La terra, piena del mio nome, intenda: Me questo scettro, me delle onorate Opre mie la memoria, e ’l ver difenda: E per or la giustizia alla pietate Ceda, nè sovra i rei la pena scenda. Agli altri merti or questo error perdono, Ed al vostro Rinaldo anco vi dono. Col sangue suo lavi il comun difetto Solo Argillan, di tante colpe autore: Che mosso a leggierissimo sospetto, Sospinti gli altri ha nel medesmo errore. Lampi e folgori ardean nel regio aspetto, Mentre ei parlò, di maestà d’orrore; Talchè Argillano attonito e conquiso Teme (chi ’l crederia?) l’ira d’un viso. E ’l volgo, ch’anzi irriverente, audace Tutto fremer s’udia d’orgoglj e d’onte; E ch’ebbe al ferro, all’aste ed alla face Che ’l furor ministrò, le man sì pronte; Non osa (e i detti alteri ascolta, e tace) Fra timor e vergogna alzar la fronte: E sostien ch’Argillano, ancorchè cinto Dell’arme lor, sia da’ ministri avvinto. Così leon, ch’anzi l’orribil coma Con muggíto scotea superbo e fero; Se poi vede il maestro onde fu doma La natia ferità del core altero; Può del giogo soffrir l’ignobil soma, E teme le minacce, e ’l duro impero: Nè i gran velli, i gran denti, e l’unghie ch’hanno Tanta in se forza, insuperbire il fanno. È fama che fu visto, in volto crudo Ed in atto feroce e minacciante Un alato guerrier tener lo scudo Della difesa al pio Buglion davante: E vibrar fulminando il ferro ignudo, Che di sangue vedeasi ancor stillante. Sangue era forse di città, e di regni Che provocar del Cielo i tardi sdegni. Così, cheto il tumulto, ognun depone L’arme, e molti con l’arme il mal talento. E ritorna Goffredo al padiglione, A varie cose, a nove imprese intento: Ch’assalir la cittate egli dispone, Pria che ’l secondo, o ’l terzo dì sia spento: E rivedendo va l’incise travi, Già in machine conteste orrende, e gravi. Canto nono Trova la Furia Solimano, e ’l move A far a’ Franchi aspra notturna guerra. Il giusto Dio, che l’infernali prove Mira dal Ciel, manda Michele in terra. Così, poichè il soccorso si rimove Dell’Inferno ai Pagani, e si disserra A lor danni il drappel che seguì Armida, Fugge, e di vincer Soliman diffida. CANTO NONO. Ma il gran mostro infernal che vede queti Que’ già torbidi cori, e l’ire spente: E cozzar contra ’l fato, e i gran decreti Svolger non può dell’immutabil mente; Si parte, e, dove passa, i campi lieti Secca, e pallido il Sol si fa repente: E d’altre furie ancora e d’altri mali Ministro, a nova impresa affretta l’ali. Ella, che dall’esercito Cristiano, Per industria sapea de’ suoi consorti, Il figliuol di Bertoldo esser lontano, Tancredi e gli altri più temuti e forti; Disse: che più s’aspetta? or Solimano Inaspettato venga, e guerra porti. Certo (o ch’io spero) alta vittoria avremo Di campo mal concorde, e in parte scemo. Ciò detto, vola ove fra squadre erranti, Fattosen duce, Soliman dimora: Quel Soliman di cui non fu, tra quanti Ha Dio rubelli, uom più feroce allora: Nè, se per nova ingiuria i suoi giganti Rinnovasse la terra, anco vi fora: Questi fu Re de’ Turchi, ed in Nicea La sede dell’imperio aver solea. E distendeva, incontro ai Greci lidi, Dal Sangario al Meandro il suo confine: Ove albergar già Misi, e Frigj, e Lidj, E le genti di Ponto, e le Bitine. Ma poi che contra i Turchi, e gli altri infidi Passar nell’Asia l’armi peregrine, Fur sue terre espugnate, ed ei sconfitto Ben fu due fiate in general conflitto. E ritentata avendo invan la sorte, E spinto a forza dal natío paese, Ricoverò del Re d’Egitto in corte, Ch’oste gli fu magnanimo e cortese: Ed ebbe a grado che guerrier sì forte Gli s’offrisse compagno all’alte imprese; Proposto avendo già vietar l’acquisto Di Palestina ai cavalier di Cristo. Ma prima ch’egli apertamente loro La destinata guerra annunziasse: Volle che Solimano, a cui molto oro Diè per tal uso, gli Arabi assoldasse. Or mentre ei d’Asia, e dal paese Moro L’oste accogliea, Soliman venne, e trasse Agevolmente a se gli Arabi avari, Ladroni, in ogni tempo, e mercenarj. Così fatto lor duce, or d’ogn’intorno La Giudea scorre, e fa prede e rapine: Sicchè ’l venire è chiuso e ’l far ritorno Dall’esercito Franco alle marine. E rimembrando ognor l’antico scorno, E dell’imperio suo l’alte ruine, Cose maggior nel petto acceso volve; Ma non ben s’assicura, o si risolve. A costui viene Aletto: e da lei tolto È ’l sembiante d’un uom d’antica etade. Vota di sangue, empie di crespe il volto, Lascia barbuto il labbro, e ’l mento rade: Dimostra il capo in lunghe tele avvolto; La veste oltra ’l ginocchio al piè gli cade, La scimitarra al fianco, e ’l tergo carco Della faretra, e nelle mani ha l’arco. Noi, gli dice ella, or trascorriam le vote Piaggie, e le arene sterili e deserte: Ove nè far rapina omai si puote, Nè vittoria acquistar che loda merte. Goffredo intanto la Città percuote, E già le mura ha con le torri aperte: E già vedrem, s’ancor si tarda un poco, Insin di qua le sue ruine, e ’l foco. Dunque accesi tugurj, e gregge, e buoi Gli alti trofei di Soliman saranno? Così racquisti il regno? e così i tuoi Oltraggj vendicar ti credi, e ’l danno? Ardisci, ardisci: entro ai ripari suoi, Di notte, opprimi il barbaro Tiranno. Credi al tuo vecchio Araspe, il cui consiglio E nel regno provasti, e nell’esiglio. Non ci aspetta egli e non ci teme, e sprezza Gli Arabi, ignudi in vero e timorosi: Nè creder mai potrà che gente avvezza Alle prede alle fughe, or cotanto osi: Ma fieri gli farà la tua fierezza Contra un campo che giaccia inerme, e posi. Così gli disse; e le sue furie ardenti Spirogli al seno, e si mischiò tra’ venti. Grida il Guerrier, levando al Ciel la mano, O tu, che furor tanto al cor m’irriti, Ned uom sei già, sebben sembiante umano Mostrasti; ecco io ti seguo ove m’inviti. Verrò, farò là monti ov’ora è piano; Monti d’uomini estinti, e di feriti: Farò fiumi di sangue. Or tu sia meco, E reggi l’arme mie per l’aer cieco. Tace, e senza indugiar le turbe accoglie, E rincora parlando il vile e ’l lento: E nell’ardor delle sue stesse voglie Accende il campo a seguitarlo intento. Dà il segno Aletto della tromba, e scioglie Di sua man propria il gran vessillo al vento. Marcia il campo veloce, anzi sì corre, Che della fama il volo anco precorre. Va seco Aletto, e poi lo lascia, e veste D’uom che rechi novelle abito e viso: E nell’ora che par che ’l mondo reste Fra la notte e fra ’l dì dubbio e diviso, Entra in Gerusalemme, e, tra le meste Turbe passando, al Re dà l’alto avviso Del gran campo che giunge, e del disegno; E del notturno assalto e l’ora, e ’l segno. Ma già distendon l’ombre orrido velo Che di rossi vapor si sparge e tigne. La terra, in vece del notturno gelo, Bagnan rugiade tepide e sanguigne. S’empie di mostri, e di prodigj il Cielo: S’odon fremendo errar larve maligne: Votò Pluton gli abissi, e la sua notte Tutta versò dalle Tartaree grotte. Per sì profondo orror verso le tende Degl’inimici il fier Soldan cammina. Ma quando a mezzo dal suo corso ascende La notte, onde poi rapida dechina; A men d’un miglio, ove riposo prende Il sicuro Francese, ei s’avvicina. Quì fè cibar le genti, e poscia, d’alto Parlando, confortolle al crudo assalto. Vedete là di mille furti pieno Un campo più famoso assai che forte: Che quasi un mar nel suo vorace seno Tutte dell’Asia ha le ricchezze assorte. Questo ora a voi (nè già potria con meno Vostro periglio) espon benigna sorte. L’arme, e i destrier d’ostro guerniti e d’oro Preda fian vostra, e non difesa loro. Nè questa è già quell’oste, onde la Persa Gente, e la gente di Nicea fu vinta; Perchè, in guerra sì lunga e sì diversa, Rimasa n’è la maggior parte estinta: E s’anco integra fosse, or tutta immersa In profonda quiete, e d’arme è scinta. Tosto s’opprime chi di sonno è carco: Chè dal sonno alla morte è un picciol varco. Su su venite: io primo aprir la strada Vuò, su i corpi languenti, entro ai ripari: Ferir, da questa mia, ciascuna spada E l’arti usar di crudeltate impari. Oggi fia che di Cristo il regno cada: Oggi libera l’Asia: oggi voi chiari. Così gl’infiamma alle vicine prove: Indi tacitamente oltre lor move. Ecco tra via le sentinelle ei vede Per l’ombra mista d’una incerta luce: Nè ritrovar, come sicura fede Avea, puote improvviso il saggio Duce. Volgon quelle, gridando, indietro il piede, Scorto che sì gran turba egli conduce: Sicchè la prima guardia è da lor desta, Che, com’ può meglio, a guerreggiar s’appresta. Dan fiato allora ai barbari metalli Gli Arabi, certi omai d’essere sentiti. Van gridi orrendi al Cielo, e de’ cavalli Col suon del calpestio misti i nitriti. Gli alti monti muggir, muggir le valli, E risposer gli abissi ai lor muggiti: E la face innalzò di Flegetonte Aletto, e ’l segno diede a quei del monte. Corre innanzi il Soldano, e giunge a quella Confusa ancora e inordinata guarda, Rapido sì, che torbida procella Da’ cavernosi monti esce più tarda: Fiume ch’alberi insieme, e case svella: Folgore che le torri abbatta, ed arda: Terremoto che ’l mondo empia d’orrore, Son picciole sembianze al suo furore. Non cala il ferro mai ch’appien non colga: Nè coglie appien che piaga anco non faccia: Nè piaga fa che l’alma altrui non tolga: E più direi; ma il ver di falso ha faccia. E par ch’egli o s’infinga, o non sen dolga, O non senta il ferir dell’altrui braccia; Sebben l’elmo percosso, in suon di squilla Rimbomba, e orribilmente arde e sfavilla. Or quando ei solo ha quasi in fuga volto Quel primo stuol delle Francesche genti; Giungono, in guisa d’un diluvio accolto Di mille rivi, gli Arabi correnti. Fuggono i Franchi allora a freno sciolto, E misto il vincitor va tra’ fuggenti: E con lor entra ne’ ripari, e ’l tutto Di ruine e d’orror s’empie, e di lutto. Porta il Soldan su l’elmo orrido e grande Serpe che si dilunga, e ’l collo snoda: Su le zampe s’innalza, e l’ali spande, E piega in arco la forcuta coda: Par che tre lingue vibri, e che fuor mande Livida spuma, e che ’l suo fischio s’oda: Ed or ch’arde la pugna, anch’ei s’infiamma Nel moto, e fumo versa insieme e fiamma. E si mostra in quel lume a’ riguardanti Formidabil così l’empio Soldano, Come veggion nell’ombra i naviganti Fra mille lampi il torbido Oceano. Altri danno a la fuga i piè tremanti: Danno altri al ferro intrepida la mano: E la notte i tumulti ognor più mesce, Ed occultando i rischj, i rischj accresce. Fra color che mostraro il cor più franco, Latin, sul Tebro nato, allor si mosse: A cui nè le fatiche il corpo stanco, Nè gli anni dome aveano ancor le posse. Cinque suoi figlj quasi eguali al fianco Gli erano sempre, ovunque in guerra ei fosse, D’arme gravando, anzi il lor tempo molto, Le membra ancor crescenti, e ’l molle volto. Ed eccitati dal paterno esempio Aguzzavano al sangue il ferro, e l’ire. Dice egli loro: andianne ove quell’empio Veggiam ne’ fuggitivi insuperbire. Nè già ritardi il sanguinoso scempio, Ch’ei fa degli altri, in voi l’usato ardire: Perocchè quello, o figlj, è vile onore, Cui non adorni alcun passato orrore. Così feroce leonessa i figlj, Cui dal collo la coma anco non pende, Nè con gli anni lor sono i feri artiglj Cresciuti, e l’arme della bocca orrende, Mena seco alla preda, ed ai periglj: E con l’esempio a incrudelir gli accende Nel cacciator che le natíe lor selve Turba, e fuggir fa le men forti belve. Segue il buon genitor l’incauto stuolo De’ cinque, e Solimano assale e cinge: E in un sol punto, un sol consiglio e un solo Spirito quasi, sei lunghe aste spinge. Ma troppo audace il suo maggior figliuolo L’asta abbandona, e con quel fier si stringe; E tenta invan, con la pungente spada, Che sotto il corridor morto gli cada. Ma come alle procelle esposto monte, Che percosso dai flutti al mar sovraste, Sostien fermo in se stesso i tuoni, e l’onte Del Cielo irato, e i venti, e l’onde vaste; Così il fero Soldan l’audace fronte Tien salda incontro ai ferri, e incontro all’aste: Ed a colui, che ’l suo destrier percuote, Tra i ciglj parte il capo, e tra le gote. Aramante al fratel, che giù ruina, Porge pietoso il braccio e lo sostiene: Vana e folle pietà, ch’alla ruina Altrui la sua medesma a giunger viene: Chè ’l Pagan su quel braccio il ferro inchina, Ed atterra con lui chi a lui s’attiene. Caggiono entrambi, e l’un sull’altro langue, Mescolando i sospiri ultimi, e ’l sangue. Quinci egli, di Sabin l’asta recisa, Onde il fanciullo di lontan l’infesta, Gli urta il cavallo addosso, e ’l coglie in guisa, Che giù tremante il batte: indi il calpesta. Dal giovinetto corpo uscì divisa Con gran contrasto l’alma, e lasciò mesta L’aure soavi della vita, e i giorni Della tenera età lieti ed adorni. Rimanean vivi ancor Pico, e Laurente, Onde arricchì un sol parto il genitore: Similissima coppia, e che sovente Esser solea cagion di dolce errore. Ma se lei fè Natura indifferente, Differente or la fa l’ostil furore. Dura distinzion, ch’all’un divide Dal busto il collo, all’altro il petto incide. Il padre (ah non più padre! ahi fera sorte, Ch’orbo di tanti figlj a un punto il face!) Rimira in cinque morti or la sua morte, E della stirpe sua che tutta giace. Nè so come vecchiezza abbia sì forte Nelle atroci miserie, e sì vivace, Che spiri e pugni ancor: ma gli atti, e i visi Non mirò forse de’ figliuoli uccisi. E di sì acerbo lutto agli occhj sui Parte l’amiche tenebre celaro. Contuttociò nulla sarebbe a lui, Senza perder se stesso, il vincer caro. Prodigo del suo sangue, e dell’altrui Avidissimamente è fatto avaro: Nè si conosce ben qual suo desire Paja maggior, l’uccidere o ’l morire. Ma grida al suo nemico: è dunque frale Sì questa mano, e in guisa ella si sprezza, Che con ogni suo sforzo ancor non vale A provocare in me la tua fierezza? Tace, e percossa tira aspra e mortale Che le piastre e le maglie insieme spezza, E sul fianco gli cala e vi fa grande Piaga, onde il sangue tepido si spande. A quel grido, a quel colpo, in lui converse Il barbaro crudel la spada e l’ira. Gli aprì l’usbergo, e pria lo scudo aperse, Cui sette volte un duro cuojo aggira: E ’l ferro nelle viscere gl’immerse. Il misero Latin singhiozza e spira, E con vomito alterno or gli trabocca Il sangue per la piaga, or per la bocca. Come nell’Apennin robusta pianta, Che sprezzò d’Euro e d’Aquilon la guerra, Se turbo inusitato alfin la schianta, Gli alberi intorno ruinando atterra; Così cade egli, e la sua furia è tanta, Che più d’un seco tragge, a cui s’afferra. E ben d’uom sì feroce è degno fine, Che faccia ancor, morendo, alte ruine. Mentre il Soldan sfogando l’odio interno Pasce un lungo digiun ne’ corpi umani; Gli Arabi inanimiti aspro governo Anch’essi fanno de’ guerrier Cristiani. L’Inglese Enrico, e ’l Bavaro Oliferno Muojono, o fer Dragutte, alle tue mani. A Gilberto, a Filippo, Ariadeno Toglie la vita, i quai nacquer sul Reno. Albazar con la mazza abbatte Ernesto: Sotto Algazel cade Engerlan di spada. Ma chi narrar potria quel modo o questo Di morte, e quanta plebe ignobil cada? Sin da que’ primi gridi erasi desto Goffredo, e non istava intanto a bada. Già tutto è armato, e già raccolto un grosso Drappello ha seco, e già con lor s’è mosso. Egli, che dopo il grido udì il tumulto Che par che sempre più terribil suoni, Avvisò ben che repentino insulto Esser dovea degli Arabi ladroni: Chè già non era al Capitano occulto Ch’essi intorno scorrean le regioni; Benchè non istimò che sì fugace Vulgo, mai fosse d’assalirlo audace. Or mentre egli ne viene, ode repente Arme arme replicar dall’altro lato: Ed in un tempo il Cielo orribilmente Intonar di barbarico ululato. Questa è Clorinda che del Re la gente Guida all’assalto, ed have Argante a lato. Al nobil Guelfo, che sostien sua vice, Allor si volge il Capitano, e dice: Odi qual novo strepito di Marte Di verso il colle e la Città ne viene? D’uopo là fia che ’l tuo valore e l’arte I primi assalti de’ nemici affrene. Vanne tu dunque, e là provvedi, e parte Vuò che di questi miei teco ne mene: Con gli altri io me n’andrò dall’altro canto A sostener l’impeto ostíle intanto. Così fra lor concluso, ambo gli move Per diverso sentiero egual fortuna. Al colle Guelfo, e ’l Capitan va dove Gli Arabi omai non han contesa alcuna. Ma questi, andando, acquista forze, e nove Genti di passo in passo ognor raguna: Talchè, già fatto poderoso e grande, Giunge ove il fero Turco il sangue spande. Così scendendo dal natío suo monte Non empie umile il Po l’angusta sponda; Ma sempre più, quanto è più lunge al fonte, Di nuove forze insuperbito abbonda. Sovra i rotti confini alza la fronte Di tauro, e vincitor d’intorno inonda: E con più corna Adria respinge; e pare Che guerra porti, e non tributo al mare. Goffredo, ove fuggir l’impaurite Sue genti vede, accorre, e le minaccia. Qual timor, grida, è questo? ove fuggite? Guardate almen chi sia quel che vi caccia. Vi caccia un vile stuol, che le ferite Nè ricever nè dar sa nella faccia: E se ’l vedranno incontra a se rivolto, Temeran l’arme sol del vostro volto. Punge il destrier, ciò detto, e là si volve Ove di Soliman gl’incendj ha scorti. Va per mezzo del sangue, e della polve, E de’ ferri, e de’ rischj, e delle morti. Con la spada e con gli urti apre e dissolve Le vie più chiuse, e gli ordini più forti: E sossopra cader fa d’ambo i lati Cavalieri e cavalli, arme ed armati. Sovra i confusi monti, a salto a salto, Della profonda strage oltre cammina. L’intrepido Soldan, che ’l fero assalto Sente venir, nol fugge e nol declina; Ma se gli spinge incontra, e ’l ferro in alto Levando, per ferir, gli s’avvicina. O quai duo’ cavalier or la Fortuna Dagli estremi del mondo in prova aduna! Furor contra virtute or quì combatte D’Asia, in un picciol cerchio, il grande impero. Chi può dir come gravi e come ratte Le spade son? quanto il duello e fero? Passo quì cose orribili che fatte Furon, ma le coprì quell’aer nero: D’un chiarissimo Sol degne, e che tutti Siano i mortali a riguardar ridutti. Il popol di Gesù dietro a tal guida, Audace or divenuto, oltre si spinge: E de’ suoi meglio armati all’omicida Soldano intorno un denso stuol si stringe. Nè la gente fedel più che l’infida, Nè più questa che quella il campo tinge; Ma gli uni e gli altri, e vincitori e vinti, Egualmente dan morte, e sono estinti. Come pari d’ardir, con forza pare Quinci Austro in guerra vien, quindi Aquilone: Non ei fra lor, non cede il Cielo, o ’l mare; Ma nube a nube, e flutto a flutto oppone. Così nè ceder qua, nè là piegare Si vede l’ostinata aspra tenzone. S’affronta insieme orribilmente, urtando Scudo a scudo, elmo ad elmo, e brando a brando. Non meno intanto son feri i litigj Dall’altra parte, e i guerrier folti e densi. Mille nuvole e più d’Angioli stigj Tutti han pieni dell’aria i campi immensi, E dan forza ai Pagani; onde i vestigj Non è chi indietro di rivolger pensi. E la face d’inferno Argante infiamma, Acceso ancor della sua propria fiamma. Egli ancor dal suo lato in fuga mosse Le guardie, e ne’ ripari entrò d’un salto. Di lacerate membra empiè le fosse, Appianò il calle, agevolò l’assalto: Sicchè gli altri il seguiro, e fer poi rosse Le prime tende di sanguigno smalto. E seco a par Clorinda, o dietro poco Sen gía, sdegnosa del secondo loco. E già fuggiano i Franchi, allor che quivi Giunse Guelfo opportuno, e ’l suo drappello: E volger fè la fronte ai fuggitivi, E sostenne il furor del popol fello. Così si combatteva, e ’l sangue in rivi Correa egualmente in questo lato e in quello. Gli occhj frattanto alla battaglia rea, Dal suo gran seggio, il Re del Ciel volgea. Sedea colà, dond’egli e buono e giusto Dà legge al tutto, e ’l tutto orna e produce Sovra i bassi confin del mondo angusto, Ove senso o ragion non si conduce. E della eternità nel trono augusto Risplendea con tre lumi in una luce. Ha sotto i piedi il Fato e la Natura, Ministri umíli, e ’l moto, e chi ’l misura; E ’l loco, e quella che qual fumo o polve La gloria di qua giuso e l’oro e i regni, Come piace là su, disperde e volve: Nè, Diva, cura i nostri umani sdegni. Quivi ei così nel suo splendor s’involve, Che v’abbaglian la vista anco i più degni; D’intorno ha innumerabili immortali Disegualmente in lor letizia eguali. Al gran concento de’ beati carmi Lieta risuona la celeste reggia. Chiama egli a se Michele, il qual nell’armi Di lucido diamante arde e lampeggia: E dice a lui: non vedi or come s’armi Contra la mia fedel diletta greggia L’empia schiera d’Averno, e insin dal fondo Delle sue morti a turbar sorga il mondo? Và, dille tu, che lasci omai le cure Della guerra ai guerrier, cui ciò conviene: Nè il regno de’ viventi, nè le pure Piagge del Ciel conturbi ed avvelene. Torni alle notti d’Acheronte oscure, Suo degno albergo, alle sue giuste pene: Quivi se stessa, e l’anime d’abisso Cruci; così comando, e così ho fisso. Quì tacque: e ’l Duce de’ guerrieri alati S’inchinò riverente al divin piede. Indi spiega al gran volo i vanni aurati, Rapido sì ch’anco il pensiero eccede. Passa il foco e la luce, ove i beati Hanno lor gloriosa immobil sede: Poscia il puro cristallo, e ’l cerchio mira Che di stelle gemmato incontra gira. Quinci d’opre diversi e di sembianti Da sinistra rotar Saturno, e Giove, E gli altri, i quali esser non ponno erranti, Se angelica virtù gl’informa e move. Vien poi da’ campi lieti e fiammeggianti D’eterno dì, là donde tuona e piove: Ove se stesso il mondo strugge e pasce, E nelle guerre sue muore e rinasce. Venia scuotendo con l’eterne piume La caligine densa, e i cupi orrori. S’indorava la notte al divin lume, Che spargea scintillando il volto fuori. Tale il Sol nelle nubi ha per costume Spiegar, dopo la pioggia, i bei colori. Tal suol, fendendo il liquido sereno, Stella cader della gran madre in seno. Ma giunto ove la schiera empia infernale Il furor de’ Pagani accende e sprona; Si ferma in aria in sul vigor dell’ale, E vibra l’asta, e lor così ragiona: Pur voi dovreste omai saper con quale Folgore orrendo il Re del mondo tuona, O nel disprezzo e ne’ tormenti acerbi Dell’estrema miseria anco superbi. Fisso è nel Ciel, ch’al venerabil segno Chini le mura, apra Sion le porte. A chè pugnar col Fato? a chè lo sdegno Dunque irritar della celeste corte? Itene maledetti al vostro regno, Regno di pene, e di perpetua morte: E siano in quegli a voi dovuti chiostri Le vostre guerre, ed i trionfi vostri. Là incrudelite, là sovra i nocenti Tutte adoprate pur le vostre posse Fra i gridi eterni, e lo stridor de’ denti, E ’l suon del ferro, e le catene scosse. Disse: e quei ch’egli vide al partir lenti, Con la lancia fatal pinse, e percosse. Essi, gemendo, abbandonar le belle Regioni della luce, e l’auree stelle. E dispiegar verso gli abissi il volo Ad inasprir ne’ rei l’usate doglie. Non passa il mar d’augei sì grande stuolo, Quando ai Soli più tepidi s’accoglie: Nè tante vede mai l’autunno al suolo Cader, co’ primi freddi, aride foglie. Liberato da lor, quella sì negra Faccia depone il mondo, e sì rallegra. Ma non perciò nel disdegnoso petto D’Argante vien l’ardire o ’l furor manco; Benchè suo foco in lui non spiri Aletto, Nè flagello infernal gli sferzi il fianco. Rota il ferro crudel ove è più stretto E più calcato insieme il popol Franco. Miete i vili, e i potenti: e i più sublimi E più superbi capi adegua agl’imi. Non lontana è Clorinda, e già non meno Par che di tronche membra il campo asperga. Caccia la spada a Berlinghier nel seno, Per mezzo il cor, dove la vita alberga. E quel colpo a trovarlo andò sì pieno, Che sanguinosa uscì fuor delle terga. Poi fere Albin là ’ve primier s’apprende Nostro alimento, e ’l viso a Gallo fende. La destra di Gerniero, onde ferita Ella fu pria, manda recisa al piano. Tratta anco il ferro, e con tremanti dita Semiviva nel suol guizza la mano. Coda di serpe è tal, ch’indi partita Cerca d’unirsi al suo principio invano. Così mal concio la Guerriera il lassa: Poi si volge ad Achille, e ’l ferro abbassa. E tra ’l collo e la nuca il colpo assesta: E tronchi i nervi, e ’l gorgozzuol reciso, Gío rotando a cader prima la testa: Prima bruttò di polve immonda il viso, Che giù cadesse il tronco: il tronco resta (Miserabile mostro!) in sella assiso. Ma, libero del fren, con mille rote Calcitrando il destrier da se lo scuote. Mentre così l’indomita Guerriera Le squadre d’Occidente apre e flagella, Non fa, d’incontra a lei, Gildippe altera De’ Saracini suoi strage men fella. Era il sesso il medesmo, e simile era L’ardimento e ’l valore in questa e in quella. Ma far prova di lor non è lor dato: Ch’a nemico maggior le serba il Fato. Quinci una, e quindi l’altra urta e sospinge, Nè può la turba aprir calcata e spessa. Ma ’l generoso Guelfo allora stringe Contra Clorinda il ferro, e le s’appressa: E calando un fendente, alquanto tinge La fera spada nel bel fianco: ed essa Fa d’una punta a lui cruda risposta, Ch’a ferirlo ne va tra costa e costa. Doppia allor Guelfo il colpo, e lei non coglie; Chè a caso passa il Palestino Osmida, E la piaga non sua sopra se toglie, La qual vien che la fronte a lui recida. Ma intorno a Guelfo omai molta s’accoglie Di quella gente ch’ei conduce e guida: E d’altra parte ancor la turba cresce, Sicchè la pugna si confonde e mesce. L’Aurora intanto il bel purpureo volto Già dimostrava dal sovran balcone: E in quei tumulti già s’era disciolto Il feroce Argillan di sua prigione: E d’arme incerte il frettoloso avvolto, Quali il caso gli offerse, o triste o buone: Già sen venia per emendar gli errori Nuovi, con nuovi merti, e nuovi onori. Come destrier che dalle regie stalle, Ove all’uso dell’arme si riserba, Fugge, e libero alfin, per largo calle Va tra gli armenti, o al fiume usato, o all’erba: Scherzan sul collo i crini, e sulle spalle Si scuote la cervice alta e superba: Suonano i piè nel corso, e par ch’avvampi, Di sonori nitriti empiendo i campi. Tal ne viene Argillano: arde il feroce Sguardo, ha la fronte intrepida e sublime: Leve è ne’ salti, e sovra i piè veloce, Sicchè d’orme la polve appena imprime. E giunto fra’ nemici alza la voce, Pur com’uom che tutto osi, e nulla stime: O vil feccia del mondo, Arabi inetti, Ond’è ch’or tanto ardire in voi s’alletti? Non regger voi degli elmi e degli scudi Sete atti il peso, o ’l petto armarvi e ’l dorso; Ma commettete, paventosi e nudi, I colpi al vento, e la salute al corso. L’opere vostre, e i vostri egregj studj Notturni son: dà l’ombra a voi soccorso. Or ch’ella fugge, chi fia vostro schermo? D’arme è ben d’uopo, e di valor più fermo. Così parlando ancor diè per la gola Ad Algazel di sì crudel percossa, Che gli secò le fauci, e la parola Troncò ch’alla risposta era già mossa. A quel meschin subito orrore invola Il lume, e scorre un duro gel per l’ossa. Cade, e co’ denti l’odiosa terra, Pieno di rabbia, in sul morire afferra. Quinci per varj casi, e Saladino, Ed Agricalte, e Muleasse uccide: E dall’un fianco all’altro a lor vicino Con esso un colpo Aldiazil divide. Trafitto a sommo il petto Ariadino Atterra, e con parole aspre il deride. Ei gli occhj gravi alzando, alle orgogliose Parole, in sul morir, così rispose: Non tu, chiunque sia, di questa morte Vincitor lieto avrai gran tempo il vanto. Pari destin t’aspetta, e da più forte Destra, a giacer mi sarai steso a canto. Rise egli amaramente, e, di mia sorte Curi il Ciel, disse; or tu quì mori intanto D’augei pasto, e di cani: indi lui preme Col piede, e ne trae l’alma, e ’l ferro insieme. Un paggio del Soldan misto era in quella Turba di sagittarj e lanciatori, A cui non anco la stagion novella Il bel mento spargea de’ primi fiori. Pajon perle e rugiade, in su la bella Guancia irrigando, i tepidi sudori: Giunge grazia la polve al crine incolto: E sdegnoso rigor dolce è in quel volto. Sotto ha un destrier che, di candore, agguaglia Pur or nell’Apennin caduta neve: Turbo o fiamma non è, che roti o saglia Rapida sì, come è quel pronto e leve. Vibra ei, presa nel mezzo, una zagaglia: La spada al fianco tien ritorta e breve: E con barbara pompa in un lavoro Di porpora risplende intesta e d’oro. Mentre il fanciullo, a cui novel piacere Di gloria il petto giovenil lusinga, Di qua turba e di là tutte le schiere, E lui non è chi tanto o quanto stringa; Cauto osserva Argillan tra le leggiere Sue rote il tempo, in che l’asta sospinga: E colto il punto, il suo destrier di furto Gli uccide, e sovra gli è, ch’appena è surto. Ed al supplice volto, il quale invano Con l’arme di pietà fea sue difese, Drizzò, crudel, l’inesorabil mano, E di Natura il più bel pregio offese. Senso aver parve, e fu dell’uom più umano Il ferro, che si volse e piatto scese: Ma che pro? se, doppiando il colpo fero, Di punta colse ove egli errò primiero. Soliman, che di là non molto lunge Da Goffredo in battaglia è trattenuto, Lascia la zuffa, e ’l destrier volve e punge, Tosto che ’l rischio ha del garzon veduto: E i chiusi passi apre col ferro, e giunge Alla vendetta si, non all’ajuto: Perchè vede, ahi dolor! giacerne ucciso Il suo Lesbin, quasi bel fior succiso. E in atto sì gentil languir tremanti Gli occhj, e cader sul tergo il collo mira: Così vago è il pallore, e da’ sembianti Di morte una pietà sì dolce spira; Ch’ammollì il cor, che fu dur marmo innanti E ’l pianto scaturì di mezzo all’ira. Tu piangi, Soliman! tu che distrutto Mirasti il regno tuo col ciglio asciutto? Ma come ei vede il ferro ostil che molle Fuma del sangue ancor del giovinetto; La pietà cede, e l’ira avvampa e bolle, E le lagrime sue stagna nel petto. Corre sovra Argillano, e ’l ferro estolle, Parte lo scudo opposto, indi l’elmetto, Indi il capo e la gola; e dello sdegno Di Soliman ben quel gran colpo è degno. Nè di ciò ben contento, al corpo morto, Smontato del destriero, anco fa guerra; Quasi mastin che ’l sasso, ond’a lui porto Fu duro colpo, infellonito afferra. Oh d’immenso dolor vano conforto, Incrudelir nell’insensibil terra! Ma frattanto de’ Franchi il Capitano Non spendea l’ire, e le percosse invano. Mille Turchi avea quì che di loriche, E d’elmetti, e di scudi eran coperti, Indomiti di corpo alle fatiche, Di spirto audaci, e in tutti i casi esperti: E furon già delle milizie antiche Di Solimano, e seco ne’ deserti Seguir d’Arabia i suo’ errori infelici, Nelle fortune avverse ancora amici. Questi ristretti insieme in ordin folto Poco cedeano o nulla al valor Franco. In questi urtò Goffredo, e ferì il volto Al fier Corcutte, ed a Rosteno il fianco: A Selin dalle spalle il capo ha sciolto: Tronco a Rosseno il destro braccio e ’l manco. Nè già soli costor; ma in altre guise Molti piagò di loro, e molti uccise. Mentre ei così la gente Saracina Percuote, e lor percosse anco sostiene: E in nulla parte al precipizio inchina La fortuna de’ Barbari, e la spene: Nova nube di polve ecco vicina, Che folgori di guerra in grembo tiene; Ecco d’arme improvvise uscir un lampo, Che sbigottì degl’infedeli il campo. Son cinquanta guerrier, che in puro argento Spiegan la trionfal purpurea Croce. Non io, se cento bocche e lingue cento Avessi, e ferrea lena e ferrea voce, Narrar potrei quel numero che spento, Ne’ primi assalti, ha quel drappel feroce. Cade l’Arabo imbelle, e ’l Turco invitto, Resistendo e pugnando, anco è trafitto. L’orror, la crudeltà, la tema, il lutto Van d’intorno scorrendo: e in varia imago Vincitrice la Morte errar per tutto Vedresti, ed ondeggiar di sangue un lago. Già con parte de’ suoi s’era condutto Fuor d’una porta il Re, quasi presago Di fortunoso evento; e quinci d’alto Mirava il pian soggetto, e ’l dubbio assalto. Ma come prima egli ha veduto in piega L’esercito maggior, suona a raccolta, E con messi iterati, instando, prega Ed Argante, e Clorinda a dar di volta. La fera coppia d’esequir ciò nega, Ebra di sangue, e cieca d’ira, e stolta; Pur cede alfine, e unite almen raccorre Tenta le turbe, e freno ai passi imporre. Ma chi dà legge al volgo, ed ammaestra La viltade e ’l timor? la fuga è presa. Altri gitta lo scudo, altri la destra Disarma: impaccio è il ferro, e non difesa. Valle è tra il piano e la Città, ch’alpestra Dall’Occidente al Mezzogiorno è stesa; Quì fuggon’ essi, e si rivolge oscura Caligine di polve inver le mura. Mentre ne van precipitosi al chino, Strage d’essi i Cristiani orribil fanno; Ma poscia che, salendo, omai vicino L’ajuto avean del barbaro tiranno, Non vuol Guelfo d’alpestro erto cammino, Con tanto suo svantaggio, esporsi al danno; Ferma le genti, e ’l Re le sue riserra, Non poco avanzo d’infelice guerra. Fatto intanto ha il Soldan ciò che è concesso Fare a terrena forza, or più non puote; Tutto è sangue e sudore, e un grave e spesso Anelar gli ange il petto, e i fianchi scuote. Langue sotto lo scudo il braccio oppresso; Gira la destra il ferro in pigre rote; Spezza, e non taglia, e divenendo ottuso, Perduto il brando omai di brando ha l’uso. Come sentissi tal, ristette in atto D’uom che fra due sia dubbio, e in se discorre Se morir debba, e di sì illustre fatto, Colle sue mani, altrui la gloria torre; O pur sopravanzando al suo disfatto Campo, la vita in sicurezza porre. Vinca (alfin disse) il Fato, e questa mia Fuga, il trofeo di sua vittoria sia. Veggia il nemico le mie spalle, e scherna Di novo ancora il nostro esiglio indegno; Pur che di novo armato indi mi scerna Turbar sua pace, e ’l non mai stabil regno. Non cedo io, nò: fia con memoria eterna Delle mie offese, eterno anco il mio sdegno. Risorgerò nemico ognor più crudo, Cenere anco sepolto, e spirto ignudo. Canto decimo Al Soldan che dormia, si mostra Ismeno, E occultamente entro a Sion l’ha posto. Quivi il vigor dell’animo, che meno Nel Re venia, costui rinfranca tosto. De’ suoi Goffredo ode gli errori appieno; Ma poi che di Rinaldo ha ognun deposto Ch’ei sia morto il timor, fa Piero aperto De’ nepoti di lui le lodi e ’l merto. CANTO DECIMO. Così dicendo ancor, vicino scorse Un destrier ch’a lui volse errante il passo: Tosto al libero fren la mano ei porse, E su vi salse, ancorch’afflitto e lasso. Già caduto è il cimier ch’orribil sorse, Lasciando l’elmo inonorato e basso: Rotta è la sopravesta, e di superba Pompa regal vestigio alcun non serba. Come dal chiuso ovil cacciato viene Lupo talor, che fugge e si nasconde: Che sebben del gran ventre omai ripiene Ha l’ingorde voragini profonde; Avido pur di sangue anco fuor tiene La lingua, e ’l sugge dalle labra immonde; Tale ei sen gía, dopo il sanguigno strazio, Della sua cupa fame anco non sazio. E come è sua ventura, alle sonanti Quadrella ond’a lui intorno un nembo vola, A tante spade, a tante lance, a tanti Instrumenti di morte alfin s’invola: E sconosciuto pur cammina innanti Per quella via ch’è più deserta e sola: E rivolgendo in se quel che far deggia, In gran tempesta di pensieri ondeggia. Disponsi alfin di girne ove raguna Oste sì poderosa il Re d’Egitto: E giunger seco l’arme, e la fortuna Ritentar anco di novel conflitto. Ciò prefisso tra se, dimora alcuna Non pone in mezzo, e prende il cammin dritto (Chè sa le vie, nè d’uopo ha di chi ’l guidi) Di Gaza antica agli arenosi lidi. Nè perchè senta inacerbir le doglie Delle sue piaghe, e grave il corpo ed egro, Vien però che si posi, e l’arme spoglie; Ma, travagliando, il dì ne passa integro. Poi quando l’ombra oscura al mondo toglie I varj aspetti, e i color tinge in negro, Smonta, e fascia le piaghe, e come puote Meglio, d’un’alta palma i frutti scuote. E cibato di lor, sul terren nudo Cerca adagiare il travagliato fianco, E, la testa appoggiando al duro scudo, Quetar i moti del pensier suo stanco. Ma d’ora in ora a lui si fa più crudo Sentire il duol delle ferite, ed anco Roso gli è il petto e lacerato il core Dagl’interni avoltoj, sdegno e dolore. Alfin, quando già tutte intorno chete Nella più alta notte eran le cose, Vinto egli pur dalla stanchezza, in Lete Sopì le cure sue gravi e nojose; E in una breve e languida quiete L’afflitte membra e gli occhj egri compose: E mentre ancor dormia, voce severa Gl’intonò su le orecchie in tal maniera: Soliman Solimano, i tuoi sì lenti Riposi a miglior tempo omai riserva; Chè sotto il giogo di straniere genti La patria, ove regnasti, ancor è serva. In questa terra dormi, e non rammenti Ch’insepolte de’ tuoi l’ossa conserva? Ove sì gran vestigio è del tuo scorno, Tu, neghittoso, aspetti il novo giorno? Desto il Soldano, alza lo sguardo e vede Uom che d’età gravissima ai sembianti, Col ritorto baston, del vecchio piede Ferma e dirizza le vestigia erranti. E chi sei tu (sdegnoso a lui richiede) Che, fantasma importuno ai viandanti, Rompi i brevi lor sonni? e chè s’aspetta A te la mia vergogna, o la vendetta? Io mi son’un (risponde il vecchio) al quale In parte è noto il tuo novel disegno: E siccome uom, a cui di te più cale Che tu forse non pensi, a te ne vegno. Nè il mordace parlare indarno è tale: Perchè della virtù cote è lo sdegno. Prendi in grado, Signor, che ’l mio sermone Al tuo pronto valor sia sferza e sprone. Or perchè, s’io m’appongo, esser dee volto Al gran Re dell’Egitto il tuo cammino; Che inutilmente aspro viaggio tolto Avrai, s’innanzi segui, io m’indovino: Chè sebben tu non vai, fia tosto accolto E tosto mosso il campo Saracino: Nè loco è là dove s’impieghi e mostri La tua virtù contra i nemici nostri. Ma se in duce me prendi, entro a quel muro Che dall’armi Latine è intorno astretto, Nel più chiaro del dì porti sicuro, Senza che spada impugni, io ti prometto. Quivi con l’arme e co’ disagj un duro Contrasto aver ti fia gloria e diletto: Difenderai la terra, insin che giugna L’oste d’Egitto a rinnovar la pugna. Mentre ei ragiona ancor, gli occhj e la voce Dell’uomo antico il fero Turco ammira; E dal volto, e dall’animo feroce Tutto depone omai l’orgoglio e l’ira. Padre, risponde, io già pronto e veloce Sono a seguirti: ove tu vuoi mi gira. A me sempre miglior parrà il consiglio, Ove ha più di fatica e di periglio. Loda il vecchio i suoi detti: e perchè l’aura Notturna avea le piaghe incrudelite, Un suo licor v’instilla, onde ristaura Le forze, e salda il sangue e le ferite. Quinci veggendo omai ch’Apollo inaura Le rose che l’Aurora ha colorite; Tempo è, disse, al partir; chè già ne scopre Le strade il Sol ch’altrui richiama all’opre. E sovra un carro suo, che non lontano Quinci attendea, col fier Niceno ei siede: Le briglie allenta, e con maestra mano Ambo i corsieri alternamente fiede. Quei vanno sì, che ’l polveroso piano Non ritien della ruota orma, o del piede. Fumar gli vedi, ed anelar nel corso, E tutto biancheggiar di spuma il morso. Maraviglie dirò: s’aduna e stringe L’aer d’intorno, in nuvolo raccolto, Sicchè ’l gran carro ne ricopre e cinge; Ma non appar la nube o poco o molto: Nè sasso, che mural machina spinge, Penetreria per lo suo chiuso e folto: Ben veder ponno i duo’ dal curvo seno La nebbia intorno, e fuori il Ciel sereno. Stupido il cavalier le ciglia inarca, Ed increspa la fronte, e mira fiso La nube, e ’l carro ch’ogni intoppo varca Veloce sì, che di volar gli è avviso. L’altro, che di stupor l’anima carca Gli scorge all’atto dell’immobil viso, Gli rompe quel silenzio, e lui rappella; Ond’ei si scuote, e poi così favella: O chiunque tu sia che, fuor d’ogni uso, Pieghi natura ad opre altere e strane: E spiando i secreti, entro al più chiuso Spazi a tua voglia delle menti umane; S’arrivi col saper, ch’è d’alto infuso, Alle cose remote anco e lontane; Deh dimmi, qual riposo o qual ruina Ai gran moti dell’Asia il Ciel destina? Ma pria dimmi il tuo nome, e con qual arte Far cose tu sì inusitate soglia: Chè se pria lo stupor da me non parte, Com’esser può ch’io gli altri detti accoglia? Sorrise il vecchio, e disse: in una parte Mi sarà leve l’adempir tua voglia. Son detto Ismeno, e i Siri appellan Mago Me, che dell’arti incognite son vago. Ma ch’io scopra il futuro, e ch’io dispieghi Dell’occulto destin gli eterni annali, Troppo audace è il desio, troppo alti preghi: Non è tanto concesso a noi mortali. Ciascun, qua giù, le forze e ’l senno impieghi Per avanzar fra le sciagure e i mali: Chè sovente addivien che ’l saggio e ’l forte Fabbro a se stesso è di beata sorte. Tu, questa destra invitta, a cui fia poco Scuoter le forze del Francese impero, Non che munir, non che guardar il loco Che strettamente oppugna il popol fero, Contra l’arme apparecchia, e contra ’l foco: Osa, soffri, confida; io bene spero. Ma pur dirò, perchè piacer ti debbia, Ciò ch’oscuro vegg’io, quasi per nebbia. Veggio, o parmi vedere, anzi che lustri Molti rivolga il gran pianeta eterno, Uom che l’Asia ornerà co’ fatti illustri, E del fecondo Egitto avrà il governo. Taccio i pregj dell’ozio, e l’arti industri, Mille virtù, che non ben tutte io scerno: Basti sol questo a te, che da lui scosse Non pur saranno le Cristiane posse; Ma insin dal fondo suo l’imperio ingiusto Svelto sarà nell’ultime contese; E le afflitte reliquie entro un angusto Giro sospinte, e sol dal mar difese. Questi fia del tuo sangue; e quì il vetusto Mago si tacque: e quegli a dir riprese: O lui felice eletto a tanta lode! E parte ne l’invidia, e parte gode. Soggiunse poi: girisi pur Fortuna O buona o rea, come è là su prescritto: Chè non ha sovra me ragione alcuna, E non mi vedrà mai se non invitto. Prima dal corso distornar la Luna E le stelle potrà, che dal diritto Torcere un sol mio passo: e in questo dire Sfavillò tutto di focoso ardire. Così gir ragionando, insin che furo Là ’ve presso vedean le tende alzarse: Che spettacolo fu crudele e duro! In quante forme ivi la morte apparse! Si fè negli occhj allor torbido e scuro, E di doglia il Soldano il volto sparse. Ahi con quanto dispregio ivi le degne Mirò giacer sue già temute insegne! E scorrer lieti i Franchi, e i petti e i volti Spesso calcar de’ suoi più noti amici: E, con fasto superbo, agl’insepolti L’arme spogliare e gli abiti infelici: Molti onorare in lunga pompa accolti Gli amati corpi degli estremi uficj: Altri soppor le fiamme, e ’l volgo misto D’Arabi e Turchi, a un foco arder ha visto. Sospirò dal profondo, e ’l ferro trasse, E dal carro lanciossi, e correr volle; Ma il vecchio incantatore a se il ritrasse Sgridando, e raffrenò l’impeto folle. E fatto che di novo ei rimontasse, Drizzò il suo corso al più sublime colle. Così alquanto n’andaro, insin ch’a tergo Lasciar de’ Franchi il militare albergo. Smontaro allor del carro, e quel repente Sparve, e presono a piedi insieme il calle Nella solita nube occultamente, Discendendo a sinistra in una valle; Sinchè giunsero là, dove al Ponente L’alto monte Sion volge le spalle. Quivi si ferma il Mago, e poi s’accosta (Quasi mirando) alla scoscesa costa. Cava grotta s’apria nel duro sasso, Di lunghissimi tempi avanti fatta; Ma, disusando, or riturato il passo Era tra i pruni e l’erbe ove s’appiatta. Sgombra il Mago gl’intoppi, e curvo e basso Per l’angusto sentiero a gir s’adatta: E l’una man precede, e ’l varco tenta, L’altra per guida al Principe appresenta. Dice allora il Soldan: qual via furtiva È questa tua, dove convien ch’io vada? Altra forse miglior io me n’apriva, Se ’l concedevi tu, con la mia spada. Non sdegnar, gli risponde, anima schiva, Premer col forte piè la buja strada; Chè già solea calcarla il grande Erode, Quel c’ha nell’armi ancor sì chiara lode. Cavò questa spelonca, allor che porre Volse freno ai soggetti, il Re ch’io dico: E per essa potea, da quella torre Ch’egli Antonia appellò dal chiaro amico, Invisibile a tutti il piè raccorre Dentro la soglia del gran tempio antico: E quindi occulto uscir della Cittate, E trarne ed introdur genti celate. Ma nota è questa via solinga e bruna Or solo a me degli uomini viventi. Per questa andremo al loco, ove raguna I più saggj a consiglio e i più potenti Il Re, ch’al minacciar della fortuna, Più forse che non dee, par che paventi. Ben tu giungi a grand’uopo: ascolta, e taci; Poi muovi a tempo le parole audaci. Così gli disse; e ’l cavaliero allotta Col gran corpo ingombrò l’umil caverna: E per le vie, dove mai sempre annotta, Seguì colui che ’l suo cammin governa. Chini pria se n’andar; ma quella grotta Più si dilata, quanto più s’interna; Sicchè asceser con agio, e tosto furo A mezzo quasi di quell’antro oscuro. Apriva allora un picciol uscio Ismeno, E se ne gían per disusata scala, A cui luce mal certo e mal sereno L’aere che giù d’alto spiraglio cala. In sotterraneo chiostro alfin venieno, E salian quindi in chiara e nobil sala. Quì con lo scettro, e col diadema in testa Mesto sedeasi il Re fra gente mesta. Dalla concava nube il Turco fero, Non veduto, rimira e spia d’intorno; E ode il Re frattanto, il qual primiero Incomincia così dal seggio adorno: Veramente, o miei fidi, al nostro impero Fu il trapassato assai dannoso giorno: E caduti d’altissima speranza, Sol l’ajuto d’Egitto omai n’avanza. Ma ben vedete voi quanto la speme Lontana sia da sì vicin periglio. Dunque voi tutti ho quì raccolti insieme, Perchè ognun porti in mezzo il suo consiglio. Quì tace; e quasi in bosco aura che freme, Suona d’intorno un picciolo bisbiglio. Ma con la faccia baldanzosa e lieta Sorgendo Argante il mormorare accheta. O magnanimo Re (fu la risposta Del cavaliero indomito, e feroce) Perchè ci tenti? e cosa a nullo ascosta Chiedi, ch’uopo non ha di nostra voce? Pur dirò; sia la speme in noi sol posta: E s’egli è ver che nulla a virtù nuoce, Di questa armiamci: a lei chiediamo aita: Nè più, ch’ella si voglia, amiam la vita. Nè parlo io già così, perch’io dispere Dell’ajuto certissimo d’Egitto: Chè dubitar, se le promesse vere Sian del mio Re, non lece, e non è dritto; Ma il dico sol, perchè desio vedere In alcuni di noi spirto più invitto; Ch’egualmente apprestato ad ogni sorte Si prometta vittoria, e sprezzi morte. Tanto sol disse il generoso Argante, Quasi uom che parli di non dubbia cosa. Poi sorse in autorevole sembiante Orcano, uom d’alta nobiltà famosa, E già nell’arme d’alcun pregio avante; Ma or congiunto a giovinetta sposa, E lieto omai de’ figlj, era invilito Negli affetti di padre e di marito. Disse questi: o Signor, già non accuso Il fervor di magnifiche parole, Quando nasce d’ardir che star rinchiuso Tra i confini del cor non può, nè vuole. Però se ’l buon Circasso a te, per uso, Troppo in vero parlar fervido suole, Ciò si conceda a lui, chè poi nell’opre Il medesmo fervor non meno scopre. Ma si conviene a te, cui fatto il corso Delle cose e de’ tempi han sì prudente, Impor colà de’ tuoi consiglj il morso, Dove costui se ne trascorre ardente: Librar la speme del lontan soccorso Col periglio vicino, anzi presente: E con l’arme, e con l’impeto nemico I tuoi novi ripari, e ’l muro antico. Noi (se lece a me dir quel ch’io ne sento) Siamo in forte città di sito, e d’arte; Ma di machine grande e violento Apparato si fa dall’altra parte. Quel che sarà, non sò: spero, e pavento I giudizj incertissimi di Marte: E temo che s’a noi più fia ristretto L’assedio, alfin di cibo avrem difetto. Perocchè quegli armenti, e quelle biade Ch’jeri tu ricettasti entro le mura, Mentre nel campo a insanguinar le spade S’attendea solo (e fu somma ventura) Picciol’ esca a gran fame, ampia cittade Nutrir mal ponno, se l’assedio dura: E forza è pur che duri, ancorchè vegna L’oste d’Egitto il dì ch’ella disegna. Ma che fia se più tarda? orsù concedo Che tua speme prevenga, e sue promesse; La vittoria però, però non vedo Liberate, o Signor, le mura oppresse. Combatteremo, o Re, con quel Goffredo, E con que’ Duci, e con le genti istesse Che tante volte han già rotti e dispersi Gli Arabi, i Turchi, i Soriani, e i Persi. E quali sian tu ’l sai, chè lor cedesti Sì spesso il campo, o valoroso Argante: E sì spesso le spalle anco volgesti, Fidando assai nelle veloci piante: E ’l sa Clorinda teco, ed io con questi: Ch’un più dell’altro non convien si vante. Nè incolpo alcuno io già, chè vi fu mostro Quanto potea maggiore il valor nostro. E dirò pur, benchè costui di morte Bieco minacci, e ’l vero udir si sdegni; Veggio portar da inevitabil sorte Il nemico fatale a certi segni: Nè gente potrà mai nè muro forte Impedirlo così, ch’alfin non regni. Ciò mi fa dir (sia testimonio il Cielo) Del Signor, della patria, amore e zelo. O saggio il Re di Tripoli che pace Seppe impetrar dai Franchi e regno insieme! Ma il Soldano ostinato, o morto or giace O pur servil catena il piè gli preme: O nell’esiglio, timido e fugace, Si va serbando alle miserie estreme: E pur, cedendo parte, avria potuto Parte salvar co’ doni e col tributo. Così diceva; e s’avvolgea costui Con giro di parole obliquo e incerto; Ch’a chieder pace, a farsi uom ligio altrui Già non ardia di consigliarlo aperto. Ma sdegnoso il Soldano i detti sui Non potea omai più sostener coperto; Quando il Mago gli disse: or vuoi tu darli Agio, Signor, che in tal materia parli? Io per me, gli risponde, or quì mi celo Contra mio grado, e d’ira ardo e di scorno. Ciò disse appena, e immantinente il velo Della nube, che stesa è lor d’intorno, Si fende, e purga nell’aperto Cielo, Ed ei riman nel luminoso giorno: E magnanimamente in fiero viso Rifulge in mezzo, e lor parla improvviso: Io, di cui si ragiona, or son presente, Non fugace e non timido Soldano: Ed a costui, ch’egli è codardo e mente M’offero di provar con questa mano. Io, che sparsi di sangue ampio torrente, Che montagne di strage alzai sul piano, Chiuso nel vallo de’ nemici, e privo Alfin d’ogni compagno; io fuggitivo? Ma se più questi, o s’altri a lui simíle, Alla sua patria, alla sua fede infido, Motto osa far d’accordo infame e vile, Buon Re, sia con tua pace, io quì l’uccido. Gli agni e i lupi fian giunti in un ovile, E le colombe e i serpi in un sol nido, Prima che mai, di non discorde voglia, Noi co’ Francesi alcuna terra accoglia. Tien sulla spada, mentre ei sì favella, La fera destra in minaccevol’atto. Riman ciascuno, a quel parlare a quella Orribil faccia, muto e stupefatto. Poscia, con vista men turbata e fella, Cortesemente inverso il Re s’è tratto. Spera, gli dice, alto Signor; ch’io reco Non poco ajuto: or Solimano è teco. Aladin, ch’a lui contra era già sorto, Risponde: o come lieto or quì ti veggio, Diletto amico! or del mio stuol ch’è morto Non sento il danno; e ben temea di peggio. Tu lo mio stabilire, e in tempo corto Puoi ridrizzare il tuo caduto seggio, Se ’l Ciel nol vieta. Indi le braccia al collo, Così detto, gli stese e circondollo. Finita l’accoglienza, il Re concede Il suo medesmo soglio al gran Niceno. Egli poscia a sinistra in nobil sede Si pone, ed al suo fianco alluoga Ismeno. E mentre seco parla ed a lui chiede Di lor venuta, ed ei risponde appieno, L’alta Donzella ad onorar in pria Vien Solimano: ogni altro indi seguia. Seguì fra gli altri Ormusse, il qual la schiera Di quegli Arabi suoi a guidar tolse: E mentre la battaglia ardea più fera, Per disusate vie così s’avvolse, Ch’ajutando il silenzio, e l’aria nera, Lei salva alfin nella Città raccolse: E con le biade, e co’ rapiti armenti Aita porse alle affamate genti. Sol con la faccia torva e disdegnosa Tacito si rimase il fer Circasso: A guisa di leon, quando si posa, Girando gli occhj, e non movendo il passo: Ma nel Soldan feroce alzar non osa Orcano il volto, e ’l tien pensoso e basso. Così a consiglio il Palestin tiranno E ’l Re de’ Turchi, e i cavalier quì stanno. Ma il pio Goffredo la vittoria e i vinti Avea seguiti, e libere le vie: E fatto intanto ai suoi guerrieri estinti L’ultimo onor di sacre esequie e píe. Ed ora agli altri impon che siano accinti A dar l’assalto nel secondo díe: E, con maggiore e più terribil faccia, Di guerra i chiusi barbari minaccia. E perchè conosciuto avea il drappello, Ch’ajutò lui contra la gente infida, Esser de’ suoi più cari, ed esser quello Che già seguì l’insidiosa guida: E Tancredi con lor, che nel castello Prigion restò della fallace Armida; Nella presenza sol dell’Eremita E d’alcuni più saggj a se gl’invita. E dice lor: prego ch’alcun racconti De’ vostri brevi errori il dubbio corso: E come poscia vi trovaste pronti In sì grand’uopo a dar sì gran soccorso. Vergognando tenean basse le fronti: Ch’era al cor picciol fallo amaro morso. Alfin del Re Britanno il chiaro figlio Ruppe il silenzio, e disse, alzando il ciglio: Partimmo noi, che fuor dell’urna a sorte Tratti non fummo, ognun per se nascoso, D’Amor (nol nego) le fallaci scorte Seguendo; e un bel volto insidioso Per vie ne trasse disusate e torte: Fra noi discordi, e in se ciascun geloso, Nutrian gli amori, e i nostri sdegni (ahi tardi Troppo il conosco!) or parolette, or guardi. Alfin giungemmo al loco, ove già scese Fiamma dal Cielo in dilatate falde: E di natura vendicò le offese Sovra le genti in mal oprar sì salde. Fu già terra feconda, almo paese, Or acque son bituminose e calde, E steril lago: e quanto ei torce e gira, Compressa è l’aria, e grave il puzzo spira. Questo è lo stagno in cui nulla di greve Si getta mai che giunga insino al basso; Ma in guisa pur d’abete, o d’orno leve, L’uom vi sornuota, e ’l duro ferro, e ’l sasso. Siede in esso un castello: e stretto e breve Ponte concede a’ peregrini il passo. Ivi n’accolse: e non so con qual’arte, Vaga è là dentro, e ride ogni sua parte. V’è l’aura molle, e ’l Ciel sereno, e lieti Gli alberi e i prati, e pure e dolci l’onde: Ove fra gli amenissimi mirteti Sorge una fonte, e un fiumicel diffonde. Piovono in grembo all ’erbe i sonni queti Con un soave mormorio di fronde: Cantan gli augelli; i marmi io taccio e l’oro Meravigliosi d’arte, e di lavoro. Apprestar su l’erbetta, ov’è più densa L’ombra, e vicino al suon delle acque chiare, Fece di sculti vasi altera mensa, E ricca di vivande elette e care. Era quì ciò ch’ogni stagion dispensa: Ciò che dona la terra, o manda il mare: Ciò che l’arte condisce; e cento belle Servivano al convito accorte ancelle. Ella d’un parlar dolce, e d’un bel riso Temprava altrui cibo mortale e rio. Or, mentre ancor ciascuno a mensa assiso Beve con lungo incendio un lungo oblio, Sorse, e disse: or quì riedo; e con un viso Ritornò poi non sì tranquillo e pio. Con una man picciola verga scuote: Tien l’altra un libro, e legge in basse note. Legge la Maga: ed io pensiero e voglia Sento mutar, mutar vita ed albergo. (Strana virtù!) novo piacer m’invoglia: Salto nell’acqua, e mi vi tuffo e immergo. Non so come ogni gamba entro s’accoglia, Come l’un braccio e l’altro entri nel tergo. M’accorcio, e stringo: e su la pelle cresce Squammoso il cuojo, e d’uom son fatto un pesce. Così ciascun degli altri anco fu volto, E guizzò meco in quel vivace argento. Quale allor mi foss’io, come di stolto Vano e torbido sogno, or men rammento. Piacquele alfin tornarci il proprio volto: Ma tra la meraviglia e lo spavento Muti eravam; quando, turbata in vista, In tal guisa minaccia e ne contrista: Ecco a voi noto è il mio poter, ne dice, E quanto sopra voi l’impero ho pieno: Pende dal mio voler ch’altri infelice Perda, in prigione eterna, il Ciel sereno: Altri divenga augello: altri radice Faccia, e germogli nel terrestre seno: O che s’induri in selce, o in molle fonte Si liquefaccia, o vesta irsuta fronte. Ben potete schivar l’aspro mio sdegno, Quando servire al mio piacer v’aggrade: Farvi Pagani, e per lo nostro regno Contra l’empio Buglion mover le spade. Ricusar tutti, ed abborrir l’indegno Patto: solo a Rambaldo il persuade. Noi (chè non val difesa) entro una buca, Di laccj avvolse, ove non è che luca. Poi nel castello istesso a sorte venne Tancredi, ed egli ancor fu prigioniero. Ma poco tempo in carcere ci tenne La falsa Maga: e (s’io n’intesi il vero) Di seco trarne da quell’empia ottenne Del Signor di Damasco un messaggiero: Ch’al Re d’Egitto in don, fra cento armati, Ne conduceva inermi e incatenati. Così ce n’andavamo: e come l’alta Provvidenza del Cielo ordina e move, Il buon Rinaldo, il qual più sempre esalta La gloria sua con opre eccelse e nuove, In noi s’avviene, e i cavalieri assalta Nostri custodi, e fa le usate prove: Gli uccide e vince, e di quell’arme loro Fa noi vestir, che nostre in prima foro. Io ’l vidi, e ’l vider questi: e da lui porta Ci fu la destra, e fu sua voce udita. Falso è il romor che quì risuona e porta Sì rea novella, e salva è la sua vita: Ed oggi è il terzo dì che, con la scorta D’un peregrin, fece da noi partita Per girne in Antiochia: e pria depose L’arme che rotte aveva e sanguinose. Così parlava; e l’Eremita intanto Volgeva al Cielo l’una e l’altra luce. Non un color, non serba un volto: o quanto Più sacro e venerabile or riluce! Pieno di Dio, ratto dal zelo, accanto Alle angeliche menti ei si conduce: Gli si svela il futuro, e nell’eterna Serie degli anni e delle età s’interna. E la bocca sciogliendo, in maggior suono, Scopre le cose altrui ch’indi verranno. Tutti conversi alle sembianze, al tuono Dell’insolita voce attenti stanno. Vive, dice, Rinaldo: e le altre sono Arti e bugie di femminile inganno: Vive, e la vita giovinetta acerba A più mature glorie il Ciel riserba. Presagj sono, e fanciulleschi affanni Questi, ond’or l’Asia lui conosce, e noma. Ecco chiaro vegg’io, correndo gli anni, Ch’egli s’oppone all’empio Augusto, e ’l doma: E sotto l’ombra degli argentei vanni L’Aquila sua copre la Chiesa, e Roma, Che della fera avrà tolte agli artiglj: E ben di lui nasceran degni i figlj. De’ figlj i figlj, e chi verrà da quelli Quinci avran chiari e memorandi esempj: E da’ Cesari ingiusti, e da’ rubelli Difenderan le mitre, e i sacri tempj. Premer gli alteri, e sollevar gl’imbelli, Difender gli innocenti, e punir gli empj Fian l’arti lor: così verrà, che vole L’Aquila Estense oltra le vie del Sole. E dritto è ben che, se ’l ver mira e ’l lume, Ministri a Pietro i folgori mortali. U’ per Cristo si pugni, ivi le piume Spiegar dee sempre invitte e trionfali: Chè ciò per suo nativo alto costume Dielle il Cielo, e per leggi a lei fatali. Onde piace là su, ch’a questa degna Impresa, onde partì, chiamata vegna. Con questi detti ogni timor discaccia Di Rinaldo concetto il saggio Piero. Sol nel plauso comune avvien che taccia Il pio Buglione immerso in gran pensiero. Sorge intanto la notte, e su la faccia Della terra distende il velo nero. Vansene gli altri, e dan le membra al sonno; Ma i suoi pensieri in lui dormir non ponno. Canto undicesimo Con puro sacrifizio e sacre note, Il soccorso del Cielo invoca il campo. Poi dell’alta città le mura scote, Ch’al suo furore omai non avean scampo; Quando Clorinda il Capitan percote, E ’l colpo è a lui d’alta vittoria inciampo. Ben dall’Angel sanato ei torna in guerra: Ma già ’l diurno raggio ito è sotterra. CANTO UNDECIMO. Ma ’l Capitan delle Cristiane genti, Volto avendo all’assalto ogni pensiero, Giva apprestando i bellici instrumenti, Quando a lui venne il solitario Piero: E trattolo in disparte, in tali accenti Gli parlò venerabile e severo: Tu muovi, o Capitan, l’armi terrene; Ma di là non cominci onde conviene. Sia dal Cielo il principio; invoca avanti, Nelle preghiere pubbliche e devote, La milizia degli Angioli e de’ Santi, Chè ne impetri vittoria ella che puote. Preceda il Clero in sacre vesti, e canti Con pietosa armonia supplici note: E da voi duci gloriosi e magni Pietate il volgo apprenda, e v’accompagni. Così gli parla il rigido Romito: E ’l buon Goffredo il saggio avviso approva. Servo, risponde, di Gesù gradito, Il tuo consiglio di seguir mi giova. Or mentre i duci a venir meco invito, Tu i Pastori de’ popoli ritrova Guglielmo ed Ademaro: e vostra sia La cura della pompa sacra e pia. Nel seguente mattino il Vecchio accoglie Co’ duo’ gran sacerdoti altri minori, Ov’entro al vallo tra sacrate soglie Soleansi celebrar divini onori. Quivi gli altri vestir candide spoglie: Vestir dorato ammanto i duo Pastori, Che bipartito sovra i bianchi lini S’affibbia al petto, e incoronaro i crini. Va Pietro solo innanzi, e spiega al vento Il segno riverito in Paradiso: E segue il coro a passo grave e lento, In due lunghissimi ordini diviso. Alternando facean doppio concento In supplichevol canto, e in umil viso, E, chiudendo le schiere, ivano a paro I Principi Guglielmo ed Ademaro. Venia poscia il Buglion, pur come è l’uso Di Capitan, senza compagno a lato. Seguiano a coppia i Duci, e non confuso Seguiva il campo a lor difesa armato. Sì procedendo se n’uscia del chiuso Delle trinciere il popolo adunato. Nè s’udian trombe, o suoni altri feroci, Ma di pietate e d’umiltà sol voci. Te Genitor, te figlio eguale al Padre, E te che d’ambo uniti amando spiri: E te, d’uomo e di Dio, Vergine Madre Invocano propizia ai lor desiri. O Duci, e voi, che le fulgenti squadre Del Ciel movete in triplicati giri. O Divo, e te, che della diva fronte La monda umanità lavasti al fonte. Chiamano e te, che sei pietra e sostegno Della magion di Dio fondata e forte: Ove ora il novo successor tuo degno Di grazia e di perdono apre le porte. E gli altri messi del celeste regno, Che divulgar la vincitrice morte. E quei che ’l vero a confermar seguiro, Testimonj di sangue, e di martiro. Quegli ancor, la cui penna, o la favella Insegnata ha del Ciel la via smarrita: E la cara di Cristo e fida ancella, Ch’elesse il ben della più nobil vita: E le vergini chiuse in casta cella, Che Dio con alte nozze a se marita: E quelle altre magnanime ai tormenti, Sprezzatrici de’ Regi, e delle genti. Così cantando, il popolo devoto Con larghi giri si dispiega e stende: E drizza all’Oliveto il lento moto, Monte che dalle olive il nome prende: Monte per sacra fama al mondo noto, Ch’oriental contra le mura ascende: E sol da quelle il parte e ne ’l discosta La cupa Giosafà che in mezzo è posta. Colà s’invia l’esercito canoro, E ne suonan le valli ime e profonde, E gli alti colli, e le spelonche loro, E da ben mille parti Eco risponde: E quasi par che boscareccio coro Fra quegli antri si celi, e in quelle fronde; Sì chiaramente replicar s’udia Or di Cristo il gran nome, or di Maria. D’in sulle mura ad ammirar frattanto Cheti si stanno, e attoniti i Pagani Que’ tardi avvolgimenti, e l’umil canto, E le insolite pompe, e i riti estrani. Poi che cessò dello spettacol santo La novitate, i miseri profani Alzar le strida; e di bestemmie e d’onte Muggì il torrente, e la gran valle, e ’l monte. Ma dalla casta melodia soave La gente di Gesù però non tace: Nè si volge a que’ gridi, o cura n’have Più che di stormo avria d’augei loquace. Nè perchè strali avventino, ella pave Che giungano a turbar la santa pace Di sì lontano; onde a suo fin ben puote Condur le sacre incominciate note. Poscia in cima del colle ornan l’altare Che di gran cena al sacerdote è mensa: E d’ambo i lati luminosa appare Sublime lampa in lucid’oro accensa. Quivi altre spoglie, e pur dorate e care, Prende Guglielmo, e pria tacito pensa: Indi la voce in chiaro suon dispiega, Se stesso accusa, e Dio ringrazia e prega. Umili intorno ascoltano i primieri: Le viste i più lontani almen v’han fisse. Ma poichè celebrò gli alti misteri Del puro sacrifizio: itene, ei disse: E, in fronte alzando ai popoli guerrieri La man sacerdotal, gli benedisse. Allor sen ritornar le squadre píe Per le dianzi da lor calcate vie. Giunti nel vallo, e l’ordine disciolto, Si rivolge Goffredo a sua magione: E l’accompagna stuol calcato e folto Insino al limitar del padiglione. Quivi gli altri accomiata, indietro volto, Ma ritien seco i duci il pio Buglione: E gli raccoglie a mensa, e vuol ch’a fronte Di Tolosa gli sieda il vecchio Conte. Poi che de’ cibi il natural amore Fu in lor ripresso, e l’importuna sete, Disse ai duci il gran Duce: al novo albóre Tutti all’assalto voi pronti sarete. Quel sia giorno di guerra e di sudore, Questo sia d’apparecchio e di quiete. Dunque ciascun vada al riposo, e poi Se medesmo prepari e i guerrier suoi. Tolser’ essi congedo; e manifesto Quinci gli Araldi, a suon di trombe, fero Ch’essere all’arme apparecchiato e presto Dee con la nova luce ogni guerriero. Così in parte al ristoro, e in parte questo Giorno si diede all’opre ed al pensiero; Sinchè fè nova tregua alla fatica La cheta notte del riposo amica. Ancor dubbia l’aurora, ed immaturo Nell’Oriente il parto era del giorno: Nè i terreni fendea l’aratro duro: Nè fea il pastore ai prati anco ritorno. Stava tra i rami ogni augellin sicuro, E in selva non s’udia latrato, o corno; Quando a cantar la mattutina tromba Comincia all’arme, all’arme il Ciel rimbomba. All’arme all’arme subito ripiglia Il grido universal di cento schiere. Sorge il forte Goffredo, e già non piglia La gran corazza usata o lo schiniere: Ne veste un’altra, ed un pedon somiglia In arme speditissime e leggiere: Ed indosso avea già l’agevol pondo; Quando gli sovraggiunse il buon Raimondo. Questi, veggendo armato in cotal modo Il Capitano, il suo pensier comprese. Ov’è, gli disse, il grave usbergo e sodo? Ov’è, Signor, l’altro ferrato arnese? Perchè sei parte inerme? Io già non lodo Che vada con sì debili difese. Or, da tai segni, in te ben argomento Che sei di gloria ad umil meta intento. Deh che ricerchi tu? privata palma Di salitor di mura? altri le saglia: Ed esponga men degna ed util’alma (Rischio debito a lui) nella battaglia. Tu riprendi, Signor, l’usata salma: E di te stesso a nostro pro ti caglia. L’anima tua, mente del campo e vita, Cautamente, per Dio, sia custodita. Quì tace; ed ei risponde: or ti sia noto Che quando in Chiaramonte il grande Urbano Questa spada mi cinse, e me devoto Fè cavalier l’onnipotente mano: Tacitamente a Dio promisi in voto Non pur l’opera quì di Capitano; Ma d’impiegarvi ancor, quando che fosse, Qual privato guerrier l’armi e le posse. Dunque poscia che sian contra i nemici Tutte le genti mie mosse e disposte: E che appieno adempito avrò gli uficj Che son dovuti al Principe dell’oste, Ben è ragion, nè tu credo il disdici, Che alle mura, pugnando, anch’io m’accoste, E la fede promessa al Cielo osservi: Egli mi custodisca, e mi conservi. Così concluse; e i cavalier Francesi Seguir l’esempio, e i due minor Buglioni. Gli altri Principi ancor men gravi arnesi Parte vestiro e si mostrar pedoni. Ma i Pagani frattanto erano ascesi Là dove ai sette gelidi Trioni Si volge e piega all’Occidente il muro, Che nel più facil sito è men sicuro. Perocch’altronde la Città non teme Dell’assalto nemico offesa alcuna. Quivi non pur l’empio Tiranno insieme Il forte volgo e gli assoldati aduna; Ma chiama ancor alle fatiche estreme, Fanciulli e vecchj, l’ultima fortuna. E van questi portando ai più gagliardi Calce, zolfo, bitume, e sassi, e dardi. E di machine e d’arme han pieno innante Tutto quel muro a cui soggiace il piano. E quinci, in forma d’orrido gigante, Dalla cintola in su sorge il Soldano; Quindi tra’ merli il minaccioso Argante Torreggia, e discoperto è di lontano: E in su la Torre altissima angolare, Sovra tutti, Clorinda eccelsa appare. A costei la faretra e ’l grave incarco Delle acute quadrella al tergo pende. Ella già nelle mani ha preso l’arco, E già lo stral v’ha su la corda, e ’l tende: E, disiosa di ferire, al varco La bella arciera i suoi nemici attende. Tal già credean la vergine di Delo, Tra l’alte nubi, saettar dal Cielo. Scorre più sotto il Re canuto a piede Dall’una all’altra porta, e in su le mura Ciò che prima ordinò cauto rivede, E i difensor conforta e rassicura. E quì gente rinforza, e là provvede Di maggior copia d’arme, e ’l tutto cura. Ma se ne van le afflitte madri al tempio A ripregar nume bugiardo ed empio. Deh spezza tu del predator Francese L’asta, Signor, con la man giusta e forte; E lui che tanto il tuo gran nome offese Abbatti e spargi sotto l’alte porte. Così dicean, nè fur le voci intese Là giù tra ’l pianto dell’eterna morte. Or mentre la Città s’appresta e prega, Le genti e l’armi il pio Buglion dispiega. Tragge egli fuor l’esercito pedone Con molta provvidenza e con bell’arte: E contra il muro, ch’assalir dispone, Obliquamente in due lati il comparte. Le baliste per dritto in mezzo pone, E gli altri ordigni orribili di Marte; Onde, in guisa di fulmini, si lancia Ver le merlate cime or sasso or lancia. E mette in guardia i cavalier de’ fanti Da tergo, e manda intorno i corridori. Dà il segno poi della battaglia, e tanti I sagittarj sono e i frombatori E l’arme delle machine volanti, Che scemano fra i merli i difensori. Altri v’è morto, e ’l loco altri abbandona: Già men folta del muro è la corona. La gente Franca impetuosa e ratta Allor quanto più puote affretta i passi. E parte scudo a scudo insieme adatta, E di quegli un coperchio al capo fassi. E parte sotto machine s’appiatta Che fan riparo al grandinar de’ sassi. Ed arrivando al fosso, il cupo e ’l vano Cercano empirne, ed adeguarlo al piano. Non era il fosso di palustre limo (Chè nol consente il loco) o d’acqua molle: Onde l’empiano, ancorchè largo ed imo, Le pietre, i fasci, e gli alberi, e le zolle. L’audacissimo Alcasto intanto il primo Scopre la testa, ed una scala estolle: E nol ritien dura gragnuola, o pioggia Di fervidi bitumi, e su vi poggia. Vedeasi in alto il fero Elvezio asceso Mezzo l’aereo calle aver finito, Segno a mille saette, e non offeso D’alcuna sì che fermi il corso ardito: Quando un sasso ritondo e di gran peso, Veloce, come di bombarda uscito, Nell’elmo il coglie, e ’l risospinge a basso: E ’l colpo vien dal lanciator Circasso. Non è mortal, ma grave il colpo e ’l salto Sì ch’ei stordisce, e giace immobil pondo. Argante allora in suon feroce ed alto: Caduto è il primo, or chi verrà secondo? Chè non uscite a manifesto assalto, Appiattati guerrier, s’io non m’ascondo? Non gioveranvi le caverne estrane; Ma vi morrete come belve in tane. Così dice egli; e per suo dir non cessa La gente occulta; e tra i ripari cavi E sotto gli alti scudi unita e spessa Le saette sostiene, e i pesi gravi; Già l’ariete alla muraglia appressa Machine grandi, e smisurate travi C’han testa di monton ferrata e dura. Temon le porte il cozzo e l’alte mura. Gran mole intanto è di là su rivolta Per cento mani al gran bisogno pronte, Che sovra la testuggine più folta Ruina, e par che vi trabocchi un monte: E, degli scudi l’union disciolta, Più d’un elmo vi frange e d’una fronte: E ne riman la terra sparsa e rossa D’arme, di sangue, di cervella, e d’ossa. L’assalitor allor sotto al coperto Delle machine sue più non ripara: Ma da i ciechi periglj al rischio aperto Fuori se n’esce, e sua virtù dichiara. Altri appoggia le scale e va per l’erto: Altri percuote i fondamenti a gara. Ne crolla il muro, e ruinoso i fianchi Già fessi mostra all’impeto de’ Franchi. E ben cadeva alle percosse orrende Che doppia in lui l’espugnator montone; Ma sin da’ merli il popolo il difende Con usata di guerra arte e ragione: Ch’ovunque la gran trave in lui si stende, Cala fasci di lana, e gli frappone. Prende in se le percosse e fa più lente La materia arrendevole e cedente. Mentre con tal valor s’erano strette Le audaci schiere alla tenzon murale, Curvò Clorinda sette volte, e sette Rallentò l’arco, e ne avventò lo strale: E quante in giù se ne volar saette, Tante s’insanguinaro il ferro e l’ale, Non di sangue plebeo, ma del più degno: Chè sprezza quell’altera ignobil segno. Il primo cavalier ch’ella piagasse Fu l’erede minor del Rege Inglese. De’ suoi ripari appena il capo ei trasse, Che la mortal percossa in lui discese. E che la destra man non gli trapasse, Il guanto dell’acciar nulla contese; Sicchè inabile all’arme ei si ritira Fremendo, e meno di dolor che d’ira. Il buon Conte d’Ambuosa in ripa al fosso, E su la scala poi Clotareo il Franco: Quegli morì trafitto il petto e ’l dosso: Questi dall’un passato all’altro fianco. Sospingeva il monton, quando è percosso Al signor de’ Fiamminghi il braccio manco: Sicchè tra via s’allenta, e vuol poi trarne Lo strale, e resta il ferro entro la carne. All’incauto Ademar, ch’era da lunge La fera pugna a riguardar rivolto, La fatal canna arriva, e in fronte il punge. Stende ei la destra al loco ove fu colto, Quando nova saetta ecco sorgiunge Sovra la mano, e la configge al volto: Onde egli cade, e fa del sangue sacro Su l’arme femminili ampio lavacro. Ma non lungi da’ merli a Palamede, Mentre ardito disprezza ogni periglio E su per gli erti gradi indrizza il piede, Cala il settimo ferro al destro ciglio: E trapassando per la cava sede E tra i nervi dell’occhio, esce vermiglio Diretro per la nuca: egli trabocca, E muore a piè dell’assalita rocca. Tal saetta costei! Goffredo intanto Con novo assalto i difensori opprime. Avea condotto ad una porta accanto Delle machine sue la più sublime. Questa è torre di legno, e s’erge tanto Che può del muro pareggiar le cime: Torre, che grave d’uomini ed armata, Mobile è su le rote, e vien tirata. Viene avventando la volubil mole Lance e quadrella, e quanto può s’accosta: E, come nave in guerra nave suole, Tenta d’unirsi alla muraglia opposta. Ma chi lei guarda, ed impedir ciò vuole, Le urta la fronte, e l’una e l’altra costa: La respinge con l’aste, e le percuote Or con le pietre i merli ed or le rote. Tanti di qua, tanti di là fur mossi E sassi e dardi, ch’oscuronne il Cielo. S’urtar due nembi in aria, e là tornossi Talor respinto onde partiva il telo. Come di fronde sono i rami scossi Dalla pioggia indurata in freddo gelo, E ne caggiono i pomi anco immaturi; Così cadeano i Saracin da i muri. Perocchè scende in lor più grave il danno, Chè di ferro assai meno eran guerniti. Parte de’ vivi ancora in fuga vanno, Della gran mole al fulminar smarriti. Ma quel che già fu di Nicea Tiranno Vi resta, e fa restarvi i pochi arditi. E ’l fero Argante a contrapporsi corre, Presa una trave, alla nemica torre. E da sè la respinge e tien lontana Quanto l’abete è lungo, e ’l braccio forte. Vi scende ancor la Vergine sovrana, E de’ periglj altrui si fa consorte. I Franchi intanto alla pendente lana Le funi recideano e le ritorte Con lunghe falci; onde, cadendo a terra, Lasciava il muro disarmato in guerra. Così la torre sovra, e più di sotto L’impetuoso il batte aspro ariete: Onde comincia ormai forato e rotto A discoprir le interne vie secrete. Éssi non lunge il Capitan condotto Al conquassato e tremulo parete, Nel suo scudo maggior tutto rinchiuso, Che rade volte ha di portar in uso. E quinci cauto rimirando spia, E scender vede Solimano a basso; E porsi alla difesa ove s’apria, Tra le ruine, il periglioso passo: E rimaner della sublime via Clorinda in guardia, e ’l cavalier Circasso. Così guardava, e già sentiasi il core Tutto avvampar di generoso ardore. Onde rivolto dice al buon Sigiero Che gli portava un altro scudo e l’arco: Ora mi porgi, o fedel mio scudiero, Cotesto meno assai gravoso incarco; Chè tenterò di trapassar primiero Su’ dirupati sassi il dubbio varco. E tempo è ben che qualche nobil’ opra Della nostra virtute omai si scopra. Così, mutato scudo, appena disse, Quando a lui venne una saetta a volo, E nella gamba il colse, e la trafisse Nel più nervoso ove è più acuto il duolo. Che di tua man, Clorinda, il colpo uscisse, La fama il canta: e tuo l’onor n’è solo. Se questo dì servaggio o morte schiva La tua gente Pagana, a te s’ascriva. Ma il fortissimo Eroe, quasi non senta Il mortifero duol della ferita, Dal cominciato corso il piè non lenta, E monta su i dirupi, e gli altri invita. Pur s’avvede egli poi che nol sostenta La gamba, offesa troppo ed impedita; E che inaspra agitando ivi l’ambascia; Onde, sforzato, alfin l’assalto lascia. E chiamando il buon Guelfo a se con mano, A lui parlava: io me ne vo costretto. Sostien persona tu di Capitano, E di mia lontananza empi il difetto; Ma picciol’ora io vi starò lontano: Vado, e ritorno; e si partia ciò detto: Ed ascendendo in un leggier cavallo, Giunger non può, che non sia visto, al vallo. Al dipartir del Capitan, si parte E cede il campo la fortuna Franca. Cresce il vigor nella contraria parte: Sorge la speme, e gli animi rinfranca. E l’ardimento col favor di Marte, Ne’ cor fedeli, e l’impeto già manca. Già corre lento ogni lor ferro al sangue, E delle trombe istesse il suono langue. E già tra’ merli a comparir non tarda Lo stuol fugace che ’l timor caccionne. E mirando la Vergine gagliarda, Vero amor della patria arma le donne. Correr le vedi, e collocarsi in guarda Con chiome sparse e con succinte gonne: E lanciar dardi, e non mostrar paura D’esporre il petto per le amate mura. E quel ch’ai Franchi più spavento porge, E ’l toglie ai difensor della Cittade, È, che ’l possente Guelfo (e se n’accorge Questo popolo e quel) percosso cade. Tra mille il trova sua fortuna, e scorge D’un sasso il corso per lontane strade. E da sembiante colpo, al tempo stesso, Colto è Raimondo, onde giù cade anch’esso. Ed aspramente allora anco fu punto Nella proda del fosso Eustazio ardito. Nè in questo ai Franchi fortunoso punto Contra lor da’ nemici è colpo uscito (Chè n’uscir molti) onde non sia disgiunto Corpo dall’alma, o non sia almen ferito. E in tal prosperità via più feroce Divenendo il Circasso, alza la voce: Non è questa Antiochia, e non è questa La notte amica alle Cristiane frodi. Vedete il chiaro Sol, la gente desta, Altra forma di guerra ed altri modi. Dunque favilla in voi nulla più resta Dell’amor della preda, e delle lodi? Chè sì tosto cessate, e sete stanche Per breve assalto, o Franchi no, ma Franche? Così ragiona, e in guisa tal s’accende Nelle sue furie il Cavaliero audace: Che quell’ampia Città ch’egli difende, Non gli par campo del suo ardir capace: E si lancia a gran salti ove si fende Il muro, e la fessura adito face, Ed ingombra l’uscita: e grida intanto A Soliman che si vedeva da canto: Solimano, ecco il loco, ed ecco l’ora Che del nostro valor giudice fia. Chè cessi? o di chè temi? or costà fuora Cerchi il pregio sovran chi più ’l desia. Così gli disse; e l’uno e l’altro allora Precipitosamente a prova uscia: L’un da furor, l’altro da onor rapito, E stimolato dal feroce invito. Giunsero inaspettati ed improvvisi Sovra i nemici, e in paragon mostrarsi: E da lor tanti fur uomini uccisi, E scudi ed elmi dissipati e sparsi, E scale tronche, ed arieti incisi; Che di lor parve quasi un monte farsi: E mescolati alle ruine alzaro, In vece del caduto, alto riparo. La gente che pur dianzi ardì salire Al pregio eccelso di mural corona, Non ch’or d’entrar nella Cittate aspire, Ma sembra alle difese anco mal buona: E cede al novo assalto, e in preda all’ire De’ due guerrier le machine abbandona: Ch’ad altra guerra omai saran mal’atte; Tanto è ’l furor che le percuote e batte! L’uno e l’altro Pagan, come il trasporta L’impeto suo, già più e più trascorre. Già ’l foco chiede ai cittadini, e porta Due pini fiammeggianti inver la torre. Cotali uscir dalla tartarea porta Sogliono, e sottosopra il mondo porre, Le ministre di Pluto empie sorelle, Lor ceraste scuotendo e lor facelle. Ma l’invitto Tancredi, il quale altrove Confortava all’assalto i suoi Latini, Tosto che vide le incredibil prove, E la gemina fiamma, e i due gran pini: Tronca in mezzo le voci, e presto move A frenar il furor de’ Saracini. E tal del suo valor dà segno orrendo, Che chi vinse e fugò, fugge or perdendo. Così della battaglia or quì lo stato Col variar della fortuna è volto; E in questo mezzo il Capitan piagato Nella gran tenda sua già s’è raccolto, Col buon Sigier, con Baldovino a lato, Di mesti amici in gran concorso e folto. Ei che s’affretta, e di tirar s’affanna Della piaga lo stral, rompe la canna. E la via più vicina e più spedita Alla cura di lui vuol che si prenda: Scoprasi ogni latébra alla ferita, E largamente si risechi e fenda. Rimandatemi in guerra, onde finita Non sia col dì, prima ch’a lei mi renda. Così dice; e premendo il lungo cerro D’una gran lancia, offre la gamba al ferro. E già l’antico Erotimo, che nacque In riva al Po, s’adopra in sua salute: Il qual dell’erbe e delle nobil’ acque Ben conosceva ogni uso, ogni virtute: Caro alle Muse ancor; ma si compiacque Nella gloria minor dell’arti mute: Sol curò torre a morte i corpi frali, E potea far i nomi anco immortali. Stassi appoggiato, e con sicura faccia Freme immobile al pianto il Capitano. Quegli in gonna succinto, e dalle braccia Ripiegato il vestir leggiero e piano, Or con l’erbe potenti in van procaccia Trarne lo strale, or con la dotta mano: E con la destra il tenta, e col tenace Ferro il va riprendendo, e nulla face. L’arti sue non seconda, ed al disegno Par che per nulla via Fortuna arrida: E nel piagato Eroe giunge a tal segno L’aspro martir, che n’è quasi omicida. Or quì l’Angel custode, al duol indegno Mosso di lui, colse dittamo in Ida: Erba crinita di purpureo fiore, Ch’have in giovani foglie alto valore. E ben mastra Natura alle montane Capre n’insegna la virtù celata, Qualor vengon percosse, e lor rimane Nel fianco affissa la saetta alata. Ouesta, benchè da parti assai lontane, In un momento l’Angelo ha recata: E, non veduto, entro le mediche onde Degli apprestati bagni il succo infonde. E del fonte di Lidia i sacri umori, E l’odorata panacea vi mesce. Ne sparge il vecchio la ferita, e fuori Volontario per se lo stral se n’esce, E si ristagna il sangue: e già i dolori Fuggono dalla gamba, e ’l vigor cresce. Grida Erotimo allor: l’arte maestra Te non risana, o la mortal mia destra; Maggior virtù ti salva: un Angel, credo, Medico per te fatto, è sceso in terra; Chè di celeste mano i segni vedo: Prendi l’arme (che tardi?) e riedi in guerra. Avido di battaglia il pio Goffredo Già nell’ostro le gambe avvolge e serra: E l’asta crolla smisurata, e imbraccia Il già deposto scudo, e l’elmo allaccia. Uscì dal chiuso vallo e si converse, Con mille dietro, alla Città percossa. Sopra di polve il Ciel gli si coperse: Tremò sotto la terra al moto scossa: E lontano appressar le genti avverse D’alto il miraro, e corse lor per l’ossa Un tremor freddo, e strinse il sangue in gelo. Ed egli alzò tre fiate il grido al Cielo. Conosce il popol suo l’altera voce, E ’l grido eccitator della battaglia: E riprendendo l’impeto veloce Di novo ancora alla tenzon si scaglia. Ma già la coppia dei Pagan feroce Nel rotto accolta s’è della muraglia, Difendendo ostinata il varco fesso Dal buon Tancredi e da chi vien con esso. Quì disdegnoso giunge e minacciante, Chiuso nell’arme, il Capitan di Francia: E in su la prima giunta al fero Argante L’asta ferrata fulminando lancia. Nessuna mural machina si vante D’avventar con più forza alcuna lancia. Tuona per l’aria la nodosa trave: V’oppon lo scudo Argante, e nulla pave. S’apre lo scudo al frassino pungente: Nè la dura corazza anco il sostiene; Chè rompe tutte l’arme, e finalmente Il sangue Saracino a sugger viene. Ma si svelle il Circasso, e ’l duol non sente, Dall’arme il ferro affisso e dalle vene, E in Goffredo il ritorse: a te, dicendo, Rimando il tronco, e l’armi tue ti rendo. L’asta ch’offesa or porta, ed or vendetta, Per lo noto sentier vola e rivola. Ma già colui non fere ove è diretta; Ch’egli si piega, e ’l capo al colpo invola. Coglie il fedel Sigiero, il qual ricetta Profondamente il ferro entro la gola: Nè gli rincresce, del suo caro Duce Morendo in vece, abbandonar la luce. Quasi in quel punto Soliman percuote Con una selce il cavalier Normando: E questi al colpo si contorce e scuote, E cade in giù, come paléo, rotando. Or più Goffredo sostener non puote L’ira di tante offese, e impugna il brando: E sovra la confusa alta ruina Ascende, e move omai guerra vicina. E ben ei vi facea mirabil cose, E contrasti seguiano aspri e mortali; Ma fuori uscì la notte, e ’l mondo ascose Sotto il caliginoso orror dell’ali: E l’ombre sue pacifiche interpose Fra tante ire de’ miseri mortali: Sicchè cessò Goffredo, e fè ritorno. Cotal fin ebbe il sanguinoso giorno. Ma pria che ’l pio Buglione il campo ceda, Fa indietro riportar gli egri e i languenti: E già non lascia a’ suoi nemici in preda L’avanzo de’ suoi bellici tormenti. Pur salva la gran torre avvien che rieda, Primo terror delle nemiche genti: Comechè sia dall’orrida tempesta Sdrucita anch’essa in alcun loco, e pesta. Da’ gran periglj uscita ella sen viene Giungendo a loco omai di sicurezza. Ma qual nave talor ch’a vele piene Corre il mar procelloso, e l’onde sprezza; Poscia in vista del porto, o su le arene, O su i fallaci scoglj un fianco spezza: O qual destrier passa le dubbie strade, E presso al dolce albergo incespa e cade: Tale inciampa la torre; e tal da quella Parte che volse all’impeto de’ sassi, Frange due rote debili, sicch’ella Ruinosa pendendo arresta i passi. Ma le soppone appoggj, e la puntella Lo stuol che la conduce, e seco stassi, Insin che i pronti fabbri intorno vanno, Saldando in lei d’ogni sua piaga il danno. Così Goffredo impone, il qual desia Che si racconci innanzi al nuovo Sole. Ed occupando questa e quella via, Dispon le guardie intorno all’alta mole; Ma il suon dalla Città chiaro s’udia Di fabbrili instrumenti e di parole, E mille si vedean fiaccole accese, Onde seppesi il tutto, e si comprese. Canto dodicesimo Prima, da un suo fedel, Clorinda ascolta Del suo natal l’istoria, e poi sen viene Ignota al campo, a grand’impresa volta. Questa tragge ella a fine; indi s’avviene In Tancredi, da cui l’alma l’è tolta; Ma ben, anzi ’l morir, battesmo ottiene. Piange l’estinta il Prence. Argante giura Di dar a chi l’uccise aspra ventura. CANTO DUODECIMO. Era la notte, e non prendean ristoro Col sonno ancor le faticose genti: Ma quì, vegghiando, nel fabbril lavoro Stavano i Franchi alla custodia intenti: E là i Pagani le difese loro Gían rinforzando tremule e cadenti, E reintegrando le già rotte mura: E de’ feriti era comun la cura. Curate alfin le piaghe, e già finita Dell’opere notturne era qualch’una: E rallentando l’altre, al sonno invita L’ombra omai fatta più tacita e bruna. Pur non accheta la Guerriera ardita L’alma d’onor famelica e digiuna, E sollecita l’opre, ove altri cessa. Va seco Argante; e dice ella a se stessa: Ben oggi il Re de’ Turchi, e ’l buon Argante Fer maraviglie inusitate e strane: Chè soli uscir fra tante schiere e tante, E vi spezzar le machine Cristiane. Io (questo è il sommo pregio onde mi vante) D’alto, rinchiusa, oprai l’armi lontane, Sagittaria (nol nego) assai felice. Dunque sol tanto a donna, e più non lice? Quanto me’ fora in monte, od in foresta Alle fere avventar dardi e quadrella; Ch’ove il maschio valor si manifesta Mostrarmi quì tra’ cavalier donzella. Chè non riprendo la femminea vesta, S’io ne son degna, e non mi chiudo in cella? Così parla tra se; pensa, e risolve Alfin gran cose, ed al guerrier si volve. Buona pezza è, Signor, che in se raggira Un non so chè d’insolito e d’audace La mia mente inquieta: o Dio l’inspira, O l’uom del suo voler suo Dio si face. Fuor del vallo nemico accesi mira I lumi: io là n’andrò con ferro e face, E la torre arderò: vogl’io che questo Effetto segua, il Ciel poi curi il resto. Ma s’egli avverrà pur che mia ventura Nel mio ritorno mi rinchiuda il passo; D’uom, che in amor m’è padre, a te la cura E delle fide mie donzelle io lasso. Tu nell’Egitto rimandar procura Le donne sconsolate, e ’l vecchio lasso. Fallo, per Dio, Signor; chè di pietate Ben è degno quel sesso, e quella etate. Stupisce Argante, e ripercosso il petto Da stimoli di gloria acuti sente. Tu là n’andrai, rispose, e me negletto Qui lascierai tra la volgare gente? E da sicura parte avrò diletto Mirar il fumo e la favilla ardente? No, no, se fui nell’arme a te consorte, Esser vuò nella gloria e nella morte. Ho core anch’io che morte sprezza, e crede Che ben si cambi con l’onor la vita. Ben ne festi, diss’ella, eterna fede Con quella tua sì generosa uscita. Pure io femmina sono, e nulla riede Mia morte in danno alla Città smarrita. Ma se tu cadi (tolga il Ciel gli augurj) Or chi sarà che più difenda i muri? Replicò il Cavaliero: indarno adduci Al mio fermo voler fallaci scuse. Seguirò l’orme tue, se mi conduci; Ma le precorrerò, se mi ricuse. Concordi al Re ne vanno, il qual fra i duci E fra i più saggj suoi gli accolse e chiuse. E incominciò Clorinda: o Sire, attendi A ciò che dir voglianti, e in grado il prendi. Argante quì (nè sarà vano il vanto) Quella machina eccelsa arder promette. Io sarò seco: ed aspettiam sol tanto Che stanchezza maggiore il sonno allette. Sollevò il Re le palme, e un lieto pianto Giù per le crespe guancie a lui cadette: E, lodato sia tu, disse, ch’ai servi Tuoi volgi gli occhj, e ’l regno anco mi servi. Nè già sì tosto caderà, se tali Animi forti in sua difesa or sono. Ma qual poss’io, coppia onorata, eguali Dar ai meriti vostri o laude o dono? Laudi la fama voi con immortali Voci di gloria, e ’l mondo empia del suono. Premio v’è l’opra stessa, e premio in parte Vi fia del regno mio non poca parte. Sì parla il Re canuto; e si ristringe Or questa or quel teneramente al seno. Il Soldan ch’è presente, e non infinge La generosa invidia onde egli è pieno, Disse: nè questa spada invan si cinge, Verravvi a paro, o poco dietro almeno. Ah, rispose Clorinda, andremo a questa Impresa tutti? e se tu vien, chi resta? Così gli disse; e con rifiuto altero Già s’apprestava a ricusarlo Argante: Ma ’l Re il prevenne, e ragionò primiero A Soliman con placido sembiante: Ben sempre tu, magnanimo guerriero, Ne ti mostrasti a te stesso sembiante, Cui nulla faccia di periglio unquanco Sgomentò, nè mai fosti in guerra stanco. E so che, fuori andando, opre faresti Degne di te; ma sconvenevol parmi Che tutti usciate, e dentro alcun non resti Di voi che sete i più famosi in armi. Nemmen consentirei ch’andasser questi, Chè degno è il sangue lor che si risparmi, Se o men util tal opra, o mi paresse Che finita per altri esser potesse. Ma poichè la gran torre, in sua difesa, D’ogn’intorno le guardie ha così folte; Che da poche mie genti esser offesa Non puote, e inopportuno è uscir con molte; La coppia che s’offerse all’alta impresa E in simil rischio si trovò più volte, Vada felice pur; ch’ella è ben tale, Che sola più che mille insieme vale. Tu, come al regio onor più si conviene, Con gli altri, prego, in su le porte attendi. E quando poi (chè n’ho sicura spene) Ritornino essi, e desti abbian gl’incendj: Se stuol nemico seguitando viene, Lui risospingi, e lor salva e difendi. Così l’un Re diceva; e l’altro cheto Rimaneva al suo dir, ma non già lieto. Soggiunse allora Ismeno: attender piaccia A voi, ch’uscir dovete, ora più tarda; Sinchè, di varie tempre, un misto i’ faccia Ch’alla machina ostil s’appigli e l’arda. Forse allora avverrà che parte giaccia Di quello stuol che la circonda e guarda. Ciò fu concluso; e in sua magion ciascuno Aspetta il tempo al gran fatto opportuno. Depon Clorinda le sue spoglie inteste D’argento, e l’elmo adorno, e l’armi altere: E, senza piuma o fregio, altre ne veste (Infausto annunzio) rugginose e nere: Perocchè stima agevolmente in queste Occulta andar fra le nemiche schiere. È quivi Arsete eunuco il qual, fanciulla, La nudrì dalle fasce e dalla culla. E per l’orme di lei l’antico fianco D’ogn’intorno traendo, or la seguia. Vede costui l’arme cangiate, ed anco Del gran rischio s’accorge ove ella gía: E se n’affligge: e per lo crin, che bianco In lei servendo ha fatto, e per la pia Memoria de’ suo’ uficj istando, prega Che dall’impresa cessi: ed ella il nega. Onde ei le dice alfin: poichè ritrosa Sì la tua mente nel suo mal s’indura, Che nè la stanca età, nè la pietosa Voglia, nè i preghi miei, nè il pianto cura; Ti spiegherò più oltre: e saprai cosa, Di tua condizion, che t’era oscura: Poi tuo desir ti guidi, o mio consiglio; Ei segue, ed ella innalza attenta il ciglio. Resse già l’Etiopia, e forse regge Senapo ancor, con fortunato impero: Il qual del figlio di Maria la legge Osserva, e l’osserva anco il popol nero. Quivi io Pagan fui servo, e fui tra gregge D’ancelle avvolto in femminil mestiero, Ministro fatto della regia moglie, Che bruna è sì, ma il bruno il bel non toglie. N’arde il marito, e dell’amore al foco Ben della gelosia s’agguaglia il gelo. Si va in guisa avanzando appoco appoco Nel tormentoso petto il folle zelo, Che da ogn’uom la nasconde; in chiuso loco Vorria celarla ai tanti occhj del Cielo. Ella, saggia ed umíl, di ciò che piace Al suo Signor, fa suo diletto e pace. D’una pietosa istoria, e di devote Figure la sua stanza era dipinta. Vergine bianca il bel volto, e le gote Vermiglia, è quivi presso un drago avvinta. Con l’asta il mostro un cavalier percuote: Giace la fera nel suo sangue estinta. Quivi sovente ella s’atterra, e spiega Le sue tacite colpe, e piange e prega. Ingravida frattanto, ed espon fuori (e tu fosti colei) candida figlia. Si turba; e degl’insoliti colori, Quasi d’un novo mostro, ha maraviglia. Ma perchè il Re conosce e i suoi furori, Celargli il parto alfin si riconsiglia: Ch’egli avria dal candor, che in te si vede, Argomentato in lei non bianca fede. Ed in tua vece una fanciulla nera Pensa mostrargli, poco innanzi nata. E perchè fu la torre, ove chius’era, Dalle donne e da me solo abitata; A me, che le fui servo e con sincera Mente l’amai, ti diè non battezzata. Nè già poteva allor battesmo darti: Chè l’uso nol sostien di quelle parti. Piangendo, a me ti porse, e mi commise Ch’io lontana a nutrir ti conducessi. Chi può dire il suo affanno, e in quante guise Lagnossi, e raddoppiò gli ultimi amplessi? Bagnò i bacj di pianto, e fur divise Le sue querele da i singulti spessi. Levò alfin gli occhj, e disse: O Dio, che scerni L’opre più occulte, e nel mio cor t’interni: Se immaculato è questo cor, se intatte Son queste membra e ’l marital mio letto; Per me non prego, chè mille altre ho fatte Malvagità; son vile al tuo cospetto: Salva il parto innocente, al quale il latte Nega la madre del materno petto. Viva, e sol d’onestate a me somigli: L’esempio di fortuna altronde pigli. Tu, celeste guerrier, che la donzella Togliesti del serpente agli empj morsi; S’accesi ne’ tuo’ altari umil facella, S’auro o incenso odorato unqua ti porsi; Tu per lei prega sì, che fida ancella Possa in ogni fortuna a te raccorsi. Quì tacque, e ’l cor le si rinchiuse e strinse, E di pallida morte si dipinse. Io piangendo ti presi, e in breve cesta Fuor ti portai tra fiori e frondi ascosa: Ti celai da ciascun, chè nè di questa Diedi sospetto altrui, nè d’altra cosa. Me n’andai sconosciuto, e per foresta Camminando di piante orride ombrosa, Vidi una tigre, che minacce ed ire Avea negli occhj, incontro a me venire. Sovra un albero i’ salsi, e te su l’erba Lasciai; tanta paura il cor mi prese! Giunse l’orribil fera, e, la superba Testa volgendo, in te lo sguardo intese. Mansuefece, e raddolcío l’acerba Vista con atto placido e cortese. Lenta poi s’avvicina, e ti fa vezzi Con la lingua: e tu ridi e l’accarezzi. Ed ischerzando seco, al fero muso La pargoletta man sicura stendi. Ti porge ella le mamme, e, come è l’uso Di nutrice, s’adatta, e tu le prendi. Intanto io miro timido e confuso, Come uom faria novi prodigj orrendi. Poichè sazia ti vede omai la belva Del suo latte, si parte e si rinselva: Ed io giù scendo e ti ricolgo, e torno Là ’ve prima fur volti i passi miei: E preso in picciol borgo alfin soggiorno, Celatamente ivi nutrir ti fei. Vi stetti insin che ’l Sol, correndo intorno, Portò a’ mortali e dieci mesi e sei. Tu con lingua di latte anco snodavi Voci indistinte, e incerte orme segnavi. Ma sendo io colà giunto ove dechina L’etate omai cadente alla vecchiezza; Ricco e sazio dell’or che la Regina, Nel partir, diemmi con regale ampiezza; Da quella vita errante e peregrina Nella patria ridurmi ebbi vaghezza: E tra gli antichi amici in caro loco Viver, temprando il verno al proprio foco. Partomi, e ver l’Egitto, ove son nato, Te conducendo meco, il corso invio: E giungo ad un torrente, e riserrato Quinci da i ladri son, quindi dal rio. Che debbo far? te dolce peso amato Lasciar non voglio, e di campar desio. Mi getto a nuoto, ed una man ne viene Rompendo l’acqua, e te l’altra sostiene. Rapidissimo è il corso, e in mezzo l’onda In se medesma si ripiega e gira; Ma giunto ove più volge e si profonda, In cerchio ella mi torce, e giù mi tira. Ti lascio allor; ma t’alza e ti seconda L’acqua, e secondo all’acqua il vento spira, E t’espon salva in su la molle arena; Stanco anelando io poi vi giungo appena. Lieto ti prendo: e poi la notte, quando Tutte in alto silenzio eran le cose, Vidi in sogno un guerrier che, minacciando, A me sul volto il ferro ignudo pose. Imperioso disse: io ti comando Ciò che la madre sua primier t’impose Che battezzi l’infante; ella è diletta Del Cielo, e la sua cura a me s’aspetta. Io la guardo e difendo: io spirto diedi Di pietate alle fere, e mente all’acque. Misero te, se al sogno tuo non credi Ch’è del Ciel messaggiero; e quì si tacque. Svegliaimi e sorsi, e di là mossi i piedi, Come del giorno il primo raggio nacque: Ma perchè mia fe vera, e l’ombre false Stimai, di tuo battesmo a me non calse, Nè de i preghi materni; onde nudrita Pagana fosti, e ’l vero a te celai. Crescesti, e, in arme valorosa e ardita, Vincesti il sesso e la natura assai: Fama e terre acquistasti: e qual tua vita Sia stata poscia, tu medesma il sai: E sai non men che servo insieme e padre Io t’ho seguita fra guerriere squadre. Jer poi su l’alba alla mia mente, oppressa D’alta quiete e simile alla morte, Nel sonno s’offerì l’imago stessa; Ma in più turbata vista, e in suon più forte, Ecco (dicea) fellon, l’ora s’appressa Che dee cangiar Clorinda e vita e sorte: Mia sarà mal tuo grado, e tuo fia il duolo. Ciò disse, e poi n’andò per l’aria a volo. Or odi dunque tu, che ’l Ciel minaccia A te, diletta mia, strani accidenti. Io non so: forse a lui vien che dispiaccia Ch’altri impugni la fe de’ suoi parenti: Forse è la vera fede. Ah giù ti piaccia Depor quest’arme e questi spirti ardenti. Quì tace e piagne: ed ella pensa e teme; Chè un altro simil sogno il cor le preme. Rasserenando il volto, alfin gli dice: Quella fe seguirò che vera or parmi: Che tu col latte già della nutrice Sugger mi festi, e che vuoi dubbia or farmi: Nè per temenza lascerò (nè lice A magnanimo cor) l’impresa e l’armi. Non se la morte, nel più fer sembiante Che sgomenti i mortali, avessi innante. Poscia il consola: e perchè il tempo giunge Ch’ella deve ad effetto il vanto porre; Parte, e con quel guerrier si ricongiunge Che si vuol seco al gran periglio esporre. Con lor s’aduna Ismeno, e instiga e punge Quella virtù che per se stessa corre: E lor porge di zolfo e di bitumi Due palle, e in cavo rame ascosi lumi. Escon notturni, e piani, e per lo colle Uniti vanno a passo lungo e spesso; Tanto che a quella parte ove s’estolle La machina nemica omai son presso. Lor s’infiamman gli spirti, e ’l cor ne bolle, Nè può tutto capir dentro se stesso. Gl’invita al foco, al sangue un fero sdegno. Grida la guardia, e lor dimanda il segno. Essi van cheti innanzi; onde la guarda, All’arme all’arme in alto suon raddoppia. Ma più non si nasconde, e non è tarda Al corso allor la generosa coppia. In quel modo che fulmine o bombarda, Col lampeggiar, tuona in un punto e scoppia; Muovere, ed arrivar, ferir lo stuolo, Aprirlo, e penetrar, fu un punto solo. E forza è pur che, fra mill’arme e mille Percosse, il lor disegno alfin riesca; Scopriro i chiusi lumi, e le faville S’appreser tosto all’accensibil’ esca, Ch’ai legni poi le avvolse, e compartille. Chi può dir come serpa, e come cresca Già da più lati il foco? e come folto Turbi il fumo alle stelle il puro volto? Vedi globi di fiamme oscure e miste, Fra le rote del fumo, in Ciel girarsi. Il vento soffia, e vigor fa ch’acquiste L’incendio, e in un raccolga i fochi sparsi. Fere il gran lume con terror le viste De’ Franchi, e tutti son presti ad armarsi. La mole immensa e sì temuta in guerra, Cade; e breve ora opre sì lunghe atterra. Due squadre de’ Cristiani intanto al loco Dove sorge l’incendio accorron pronte. Minaccia Argante: io spegnerò quel foco Col vostro sangue, e volge lor la fronte. Pur ristretto a Clorinda appoco appoco Cede, e raccoglie i passi a sommo il monte. Cresce più che torrente a lunga pioggia La turba, e li rincalza, e con lor poggia. Aperta è l’aurea porta, e quivi tratto È il Re, ch’armato il popol suo circonda, Per raccorre i guerrier da sì gran fatto, Quando al tornar fortuna abbian seconda. Saltano i due sul limitare, e ratto Diretro ad essi il Franco stuol v’inonda. Ma l’urta e scaccia Solimano: e chiusa È poi la porta, e sol Clorinda esclusa. Sola esclusa ne fu, perchè in quell’ora Ch’altri serrò le porte, ella si mosse: E corse, ardente e incrudelita, fuora A punir Arimon che la percosse. Punillo; e ’l fero Argante avvisto ancora Non s’era ch’ella sì trascorsa fosse: Chè la pugna e la calca e l’aer denso Ai cor togliea la cura, agli occhj il senso. Ma poi che intepidì la mente irata Nel sangue del nemico, e in se rivenne, Vide chiuse le porte, e intorniata Sè da’ nemici: e morta allor si tenne. Pur veggendo ch’alcuno in lei non guata, Nov’arte di salvarsi le sovvenne. Di lor gente s’infinge, e fra gl’ignoti Cheta s’avvolge; e non è chi la noti. Poi, come lupo tacito s’imbosca Dopo occulto misfatto, e si desvia: Dalla confusion, dall’aura fosca Favorita e nascosa ella sen gía. Solo Tancredi avvien che lei conosca. Egli quivi è sorgiunto alquanto pria; Vi giunse allor ch’essa Arimone uccise: Vide, e segnolla, e dietro a lei si mise. Vuol nell’armi provarla: un uom la stima Degno, a cui sua virtù si paragone. Va girando colei l’alpestre cima Verso altra porta, ove d’entrar dispone. Segue egli impetuoso; onde assai prima Che giunga, in guisa avvien che d’armi suone Ch’ella si volge, e grida: o tu, chè porte, Chè corri sì? Risponde: guerra, e morte. Guerra e morte avrai, disse, io non rifiuto Darlati, se la cerchi: e ferma attende. Non vuol Tancredi, che pedon veduto Ha il suo nemico, usar cavallo, e scende. E impugna l’uno e l’altro il ferro acuto, Ed aguzza l’orgoglio, e l’ire accende. E vansi a ritrovar non altrimenti Che due tori gelosi, e d’ira ardenti. Degne d’un chiaro Sol, degne d’un pieno Teatro, opre sarian sì memorande. Notte, che nel profondo oscuro seno Chiudesti e nell’oblio fatto sì grande, Piacciati ch’io ne ’l tragga, e in bel sereno Alle future età lo spieghi, e mande. Viva la fama loro, e tra lor gloria Splenda del fosco tuo l’alta memoria. Non schivar, non parar, non ritirarsi Voglion costor, nè quì destrezza ha parte. Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi: Toglie l’ombra e ’l furor l’uso dell’arte. Odi le spade orribilmente urtarsi A mezzo il ferro; il piè d’orma non parte: Sempre è il piè fermo, e la man sempre in moto: Nè scende taglio in van, nè punta a vuoto. L’onta irrita lo sdegno alla vendetta: E la vendetta poi l’onta rinnova: Onde sempre al ferir, sempre alla fretta Stimol novo s’aggiunge, e cagion nova. D’or in or più si mesce, e più ristretta Si fa la pugna, e spada oprar non giova: Dansi co’ pomi, e, infelloniti e crudi, Cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi. Tre volte il Cavalier la donna stringe Con le robuste braccia: ed altrettante Da que’ nodi tenaci ella si scinge; Nodi di fier nemico, e non d’amante. Tornano al ferro: e l’uno e l’altro il tinge Con molte piaghe, e stanco ed anelante E questi e quegli alfin pur si ritira, E dopo lungo faticar respira. L’un l’altro guarda, e del suo corpo esangue Sul pomo della spada appoggia il peso. Già dell’ultima stella il raggio langue Al primo albór ch’è in Oriente acceso. Vede Tancredi in maggior copia il sangue Del suo nemico, e sè non tanto offeso. Ne gode, e superbisce. Oh nostra folle Mente, ch’ogni aura di fortuna estolle! Misero, di che godi? oh quanto mesti Fiano i trionfi, ed infelice il vanto! Gli occhj tuoi pagheran (se in vita resti) Di quel sangue ogni stilla un mar di pianto. Così tacendo e rimirando, questi Sanguinosi guerrier cessaro alquanto. Ruppe il silenzio alfin Tancredi, e disse, Perchè il suo nome a lui l’altro scoprisse: Nostra sventura è ben che quì s’impieghi Tanto valor, dove silenzio il copra. Ma poichè sorte rea vien che ci neghi E lode, e testimon degno dell’opra: Pregoti (se fra l’arme han loco i preghi) Che ’l tuo nome e ’l tuo stato a me tu scopra: Acciocch’io sappia o vinto, o vincitore, Chi la mia morte, o la vittoria onore. Risponde la feroce: indarno chiedi Quel ch’ho per uso di non far palese. Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi Un di que’ due che la gran torre accese. Arse di sdegno a quel parlar Tancredi, E, in mal punto il dicesti, indi riprese: Il tuo dir e ’l tacer di par m’alletta, Barbaro discortese, alla vendetta. Torna l’ira ne’ cori, e gli trasporta, Benchè debili, in guerra. Oh fera pugna; U’ l’arte in bando, u’ già la forza è morta: Ove in vece d’entrambi il furor pugna! Oh che sanguigna e spaziosa porta Fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna Nell’arme e nelle carni! e se la vita Non esce, sdegno tienla al petto unita. Qual l’alto Egeo, perchè Aquilone o Noto Cessi, che tutto prima il volse e scosse, Non s’accheta però; ma ’l suono e ’l moto Ritien dell’onde anco agitate e grosse; Tal, sebben manca in lor col sangue voto Quel vigor che le braccia ai colpi mosse; Serbano ancor l’impeto primo, e vanno Da quel sospinti a giunger danno a danno. Ma ecco omai l’ora fatale è giunta Che ’l viver di Clorinda al suo fin deve. Spinge egli il ferro nel bel sen di punta, Che vi s’immerge, e ’l sangue avido beve: E la vesta, che d’or vago trapunta Le mammelle stringea tenera e leve, L’empie d’un caldo fiume: ella già sente Morirsi, e ’l piè le manca egro e languente. Segue egli la vittoria, e la trafitta Vergine, minacciando, incalza e preme. Ella, mentre cadea, la voce afflitta Movendo, disse le parole estreme: Parole ch’a lei novo un spirto ditta; Spirto di fe, di carità, di speme: Virtù ch’or Dio le infonde: e se rubella In vita fu, la vuole in morte ancella. Amico hai vinto; io ti perdon: perdona Tu ancora, al corpo no che nulla pave, All’alma si: deh per lei prega, e dona Battesmo a me, ch’ogni mia colpa lave. In queste voci languide risuona Un non so che di flebile e soave Ch’al cor gli scende, ed ogni sdegno ammorza, E gli occhj a lagrimar gli invoglia e sforza. Poco quindi lontan nel sen del monte Scaturia, mormorando, un picciol rio. Egli v’accorse, e l’elmo empiè nel fonte, E tornò mesto al grande uficio e pio. Tremar sentì la man, mentre la fronte, Non conosciuta ancor, sciolse e scoprío. La vide, la conobbe; e restò senza E voce, e moto. Ahi vista, ahi conoscenza! Non morì già; chè sua virtute accolse Tutta in quel punto, e in guardia al cor la mise: E, premendo il suo affanno, a dar si volse Vita con l’acqua a chi col ferro uccise. Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse, Colei di gioja trasmutossi, e rise: E in atto di morir lieto e vivace Dir parea: s’apre il Cielo: io vado in pace. D’un bel pallore ha il bianco volto asperso, Come a’ giglj sarian miste viole: E gli occhj al Cielo affisa, e in lei converso Sembra, per la pietate, il Cielo e ’l Sole: E la man nuda e fredda alzando verso Il cavaliero, in vece di parole, Gli dà pegno di pace: in questa forma Passa la bella donna, e par che dorma. Come l’alma gentile uscita ei vede, Rallenta quel vigor ch’avea raccolto: E l’imperio di se libero cede Al duol già fatto impetuoso e stolto, Ch’al cor si stringe, e, chiusa in breve sede La vita, empie di morte i sensi e ’l volto. Già simile all’estinto il vivo langue Al colore, al silenzio, agli atti, al sangue. E ben la vita sua, sdegnosa e schiva Spezzando a forza il suo ritegno frale, La bella anima sciolta alfin seguiva, Che poco innanzi a lei spiegava l’ale; Ma quivi stuol de’ Franchi a caso arriva, Cui trae bisogno d’acqua, o d’altro tale; E con la donna il cavalier ne porta, In se mal vivo, e morto in lei ch’è morta. Perocchè ’l Duce loro ancor discosto Conosce all’arme il principe Cristiano. Onde v’accorre, e poi ravvisa tosto La vaga estinta, e duolsi al caso strano. E già lasciar non vuole ai lupi esposto Il bel corpo che stima ancor Pagano. Ma sovra l’altrui braccia ambi gli pone, E ne vien di Tancredi al padiglione. Affatto ancor nel piano e lento moto Non si risente il cavalier ferito: Pur fievolmente geme, e quinci è noto Che ’l suo corso vital non è finito. Ma l’altro corpo tacito ed immoto Dimostra ben che n’è lo spirto uscito. Così portati e l’uno e l’altro appresso, Ma in differente stanza alfine è messo. I pietosi scudier già sono intorno Con varj ufizj al cavalier giacente: E già sen riede ai languidi occhj il giorno, E le mediche mani e i detti ei sente. Ma pur dubbiosa ancor del suo ritorno Non s’assicura attonita la mente. Stupido intorno ei guarda, e i servi e ’l loco Alfin conosce; e dice afflitto e fioco: Io vivo? io spiro ancora? e gli odiosi Rai miro ancor di questo infausto die? Dì testimon de’ miei misfatti ascosi, Che rimprovera a me le colpe mie. Ahi man timida e lenta, or che non osi, Tu che sai tutte del ferir le vie, Tu ministra di morte empia ed infame, Di questa vita rea troncar lo stame? Passa pur questo petto, e fieri scempj Col ferro tuo crudel fà del mio core. Ma forse, usata a’ fatti atroci ed empj, Stimi pietà dar morte al mio dolore. Dunque i’ vivrò tra memorandi esempj Misero mostro d’infelice amore: Misero mostro, a cui sol pena è degna Dell’immensa empietà la vita indegna. Vivrò fra i miei tormenti, e fra le cure Mie giuste furie, forsennato errante. Paventerò l’ombre solinghe e scure Che ’l primo error mi recheranno innante; E del Sol, che scoprì le mie sventure, A schivo ed in orrore avrò il sembiante. Temerò me medesmo, e da me stesso Sempre fuggendo, avrò me sempre appresso. Ma dove (oh lasso me!) dove restaro Le reliquie del corpo e bello e casto? Ciò ch’in lui sano i miei furor lasciaro, Dal furor delle fere è forse guasto. Ahi troppo nobil preda! ahi dolce e caro Troppo, e pur troppo prezioso pasto! Ahi sfortunato! in cui l’ombre e le selve Irritaron me prima, e poi le belve. Io pur verrò là dove sete, e voi Meco avrò, s’anco sete, amate spoglie. Ma s’egli avvien che i vaghi membri suoi Stati sian cibo di ferine voglie; Vuò che la bocca stessa anco me ingoi, E ’l ventre chiuda me che lor raccoglie. Onorata per me tomba e felice, Ovunque sia, s’esser con lor mi lice. Così parla quel misero; e gli è detto Ch’ivi quel corpo avean per cui si duole. Rischiarar parve il tenebroso aspetto, Qual le nubi un balen che passi e vole: E da i riposi sollevò del letto L’inferma delle membra e tarda mole: E traendo a gran pena il fianco lasso, Colà rivolse, vacillando, il passo. Ma come giunse, e vide in quel bel seno, Opera di sua man, l’empia ferita: E quasi un Ciel notturno anco sereno, Senza splendor la faccia scolorita; Tremò così che ne cadea, se meno Era vicina la fedele aita. Poi disse: o viso, che puoi far la morte Dolce; ma raddolcir non puoi mia sorte; O bella destra, che ’l soave pegno D’amicizia e di pace a me porgesti; Quali or, lasso, vi trovo? e qual ne vegno? E voi leggiadre membra, or non son questi Del mio ferino e scellerato sdegno Vestigj miserabili e funesti? O, di par con la man, luci spietate! Essa le piaghe fè, voi le mirate. Asciutte le mirate: or corra, dove Nega d’andare il pianto, il sangue mio. Quì tronca le parole; e come il move Suo disperato di morir desio, Squarcia le fasce e le ferite; e piove Dalle sue piaghe esacerbate un rio. E s’uccidea; ma quella doglia acerba, Col trarlo di se stesso, in vita il serba. Posto è sul letto, e l’anima fugace Fu richiamata agli odiosi uficj. Ma la garrula fama omai non tace L’aspre sue angoscie e i suoi casi infelici. Vi tragge il pio Goffredo, e la verace Turba v’accorre de’ più degni amici. Ma nè grave ammonir, nè parlar dolce L’ostinato dell’alma affanno molce. Qual’in membro gentil piaga mortale Tocca s’inaspra, e in lei cresce il dolore; Tal da i dolci conforti, in sì gran male, Più inacerbisce medicato il core. Ma il venerabil Piero, a cui ne cale Come d’agnella inferma a buon pastore, Con parole gravissime ripiglia Il vaneggiar suo lungo, e lui consiglia. O Tancredi, Tancredi, o da te stesso Troppo diverso e da i princípj tuoi; Chi sì t’assorda? e qual nuvol sì spesso Di cecità fa che veder non puoi? Questa sciagura tua del Cielo è un messo: Non vedi lui? non odi i detti suoi? Che ti sgrida, e richiama alla smarrita Strada che pria segnasti, e te l’addita? Agli atti del primiero uficio degno Di cavalier di Cristo ei ti rappella: Che lasciasti per farti (ahi cambio indegno!) Drudo d’una fanciulla a Dio rubella. Seconda avversità, pietoso sdegno Con leve sferza di là su flagella Tua folle colpa, e fa di tua salute Te medesmo ministro; e tu’l rifiute? Rifiuti dunque, ahi sconoscente, il dono Del Ciel salubre, e ’ncontra lui t’adiri? Misero, dove corri in abbandono A’ tuoi sfrenati e rapidi martírj Sei giunto, e pendi già cadente e prono Sul precipizio eterno: e tu nol miri? Miralo, prego, e te raccogli, e frena Quel dolor ch’a morir doppio ti mena. Tace: e in colui dell’un morir la tema Potè dell’altro intepidir la voglia. Nel cor dà loco a que’ conforti, e scema L’impeto interno dell’intensa doglia; Ma non così, che ad or ad or non gema, E che la lingua a lamentar non scioglia, Ora seco parlando, or con la sciolta Anima, che dal Ciel forse l’ascolta. Lei nel partir, lei nel tornar del Sole Chiama con voce stanca, e prega, e plora; Come usignuol cui ’l villan duro invole Dal nido i figlj non pennuti ancora; Che in miserabil canto, afflitte e sole Piange le notti, e n’empie i boschi, e l’ora. Alfin col novo dì rinchiude alquanto I lumi: e ’l sonno in lor serpe fra ’l pianto. Ed ecco, in sogno, di stellata veste Cinta gli appar la sospirata amica Bella assai più; ma lo splendor celeste L’orna, e non toglie la notizia antica. E, con dolce atto di pietà, le meste Luci par che gli asciughi, e così dica: Mira come son bella e come lieta, Fedel mio caro, e in me tuo duolo acqueta. Tale i’ son, tua mercè: tu me da i vivi Del mortal mondo, per error, togliesti: Tu in grembo a Dio fra gl’immortali e divi, Per pietà, di salir degna mi festi. Quivi io beata amando godo, e quivi Spero che per te loco anco s’appresti; Ove al gran Sole e nell’eterno die Vagheggerai le sue bellezze e mie. Se tu medesmo non t’invídi il Cielo, E non travii col vaneggiar de’ sensi, Vivi, e sappi ch’io t’amo, e non te ’l celo, Quanto più creatura amar conviensi. Così dicendo, fiammeggiò di zelo Per gli occhj, fuor del mortal uso, accensi: Poi nel profondo de’ suoi rai si chiuse E sparve, e novo in lui conforto infuse. Consolato ei si desta, e si rimette De’ medicanti alla discreta aita. E intanto seppellir fa le dilette Membra ch’informò già la nobil vita. E se non fu di ricche pietre elette La tomba, e da man Dedala scolpita; Fu scelto almeno il sasso e chi gli diede Figura, quanto il tempo ivi concede. Quivi da faci, in lungo ordine accese, Con nobil pompa accompagnar la feo. E le sue arme, a un nudo pin sospese, Vi spiegò sovra in forma di trofeo. Ma come prima alzar le membra offese Nel dì seguente il cavalier poteo, Di riverenza pieno e di pietate, Visitò le sepolte ossa onorate. Giunto alla tomba ove al suo spirto vivo Dolorosa prigione il Ciel prescrisse; Pallido, freddo, muto, e quasi privo Di movimento, al marmo gli occhj affisse. Alfin sgorgando un lagrimoso rivo, In un languido oimè proruppe, e disse: O sasso amato ed onorato tanto Che dentro hai le mie fiamme, e fuori il pianto: Non di morte sei tu, ma di vivaci Ceneri albergo, ove è riposto Amore: E ben sento io da te le usate faci Men dolci si, ma non men calde al core. Deh prendi i miei sospiri, e questi baci Prendi ch’io bagno di doglioso umore: E dagli tu, poich’io non posso, almeno Alle amate reliquie ch’hai nel seno. Dagli lor tu: chè se mai gli occhj gira L’anima bella alle sue belle spoglie; Tua pietate e mio ardir non avrà in ira, Chè odio o sdegno là su non si raccoglie. Perdona ella il mio fallo: e sol respira In questa speme il cor fra tante doglie. Sa ch’empia è sol la mano: e non l’è noja, Che s’amando lei, vissi; amando moja. Ed amando morrò: felice giorno, Quando che sia; ma più felice molto, Se come errando or vado a te d’intorno, Allor sarò dentro al tuo grembo accolto. Faccian l’anime amiche in Ciel soggiorno; Sia l’un cenere e l’altro in un sepolto: Ciò che ’l viver non ebbe, abbia la morte. Oh (se sperar ciò lice) altera sorte! Confusamente si bisbiglia intanto Del caso reo nella rinchiusa terra. Poi s’accerta e divulga: e in ogni canto Della Città smarrita il romor erra Misto di gridi, e di femmineo pianto: Non altramente che se presa in guerra Tutta ruini: e ’l foco, e i nemici empj Volino per le case, e per i tempj. Ma tutti gli occhj Arsete in se rivolve, Miserabil di gemito e d’aspetto. Ei, come gli altri, in lagrime non solve Il duol, che troppo è d’indurato affetto; Ma i bianchi crini suoi d’immonda polve Si sparge e brutta, e fiede il volto e ’l petto. Or mentre in lui volte le turbe sono, Va in mezzo Argante, e parla in cotal suono: Ben volev’io, quando primier m’accorsi Che fuor si rimanea la donna forte, Seguirla immantinente, e ratto corsi Per correr seco una medesma sorte. Chè non feci, e non dissi? o quai non porsi Preghiere al Re chè fesse aprir le porte? Ei me, pregante e contendente invano, Con l’imperio affrenò che ha quì sovrano. Ahi che s’io allora usciva, o dal periglio Quì ricondotta la guerriera avrei, O chiusi, ov’ella il terren fè vermiglio, Con memorabil fine i giorni miei. Ma che poteva io più? Parve al consiglio Degli uomini altramente, e degli Dei. Ella morì di fatal morte, ed io Quant’or conviensi a me già non oblio. Odi, Gerusalem, ciò che prometta Argante: odil tu Cielo: e se in ciò manco, Fulmina sul mio capo: io la vendetta Giuro di far, nell’omicida Franco, Che per la costei morte a me s’aspetta: Nè questa spada mai depor dal fianco, Insin ch’ella a Tancredi il cor non passi, E ’l cadavero infame ai corvi lassi. Così disse egli: e l’aure popolari Con applauso seguir le voci estreme. E immaginando sol, temprò gli amari L’aspettata vendetta in quel che geme. O vani giuramenti! Ecco contrarj Seguir tosto gli effetti all’alta speme: E cader questi, in tenzon pari, estinto Sotto colui ch’ei fa già preso e vinto. Canto tredicesimo A custodir la selva Ismeno caccia Gli empj Demonj; e questi in strani mostri Conversi, sol l’aspetto lor discaccia Quei che van per tagliar gli ombrosi chiostri. Vavvi Tancredi con sicura faccia; Ma pietà il tien che ’l suo valor non mostri. Il campo, cui soverchia arsura offende, Copiosa pioggia vigoroso rende. CANTO DECIMOTERZO. Ma cade appena in cenere l’immensa Machina espugnatrice delle mura; Che in se novi argomenti Ismen ripensa Perchè più resti la Città sicura: Onde ai Franchi impedir ciò che dispensa Lor di materia il bosco egli procura: Tal che, contra Sion battuta e scossa, Torre nova rifarsi indi non possa. Sorge non lunge alle Cristiane tende Tra solitarie valli alta foresta, Foltissima di piante antiche orrende Che spargon d’ogn’intorno ombra funesta. Quì nell’ora che ’l Sol più chiaro splende, È luce incerta e scolorita e mesta; Quale in nubilo Ciel dubbia si vede, Se ’l dì alla notte, o s’ella a lui succede. Ma quando parte il Sol, quì tosto adombra Notte, nube, caligine, ed orrore Che rassembra infernal, che gli occhj ingombra Di cecità, ch’empie di tema il core. Nè quì gregge od armenti, a’ paschi all’ombra Guida bifolco mai, guida pastore: Nè v’entra peregrin, se non smarrito, Ma lunge passa, e la dimostra a dito. Quì s’adunan le streghe, ed il suo vago Con ciascuna di lor, notturno, viene: Vien sovra i nembi, e chi d’un fero drago, E chi forma d’un irco informe tiene. Concilio infame, che fallace imago Suol allettar di desiato bene A celebrar con pompe immonde e sozze I profani conviti e l’empie nozze. Così credeasi; ed abitante alcuno Dal fero bosco mai ramo non svelse: Ma i Franchi il violar; perch’ei sol uno Somministrava lor machine eccelse. Or quì sen venne il Mago, e l’opportuno Alto silenzio della notte scelse: Della notte che prossima successe, E suo cerchio formovvi, e i segni impresse. E scinto, e nudo un piè, nel cerchio accolto, Mormorò potentissime parole. Girò tre volte all’Oriente il volto, Tre volte ai regni ove dechina il Sole; E tre scosse la verga, ond’uom sepolto Trar della tomba e dargli moto suole; E tre col piede scalzo il suol percosse; Poi con terribil grido il parlar mosse: Udite, udite, o voi che dalle stelle Precipitar giù i folgori tonanti: Si, voi che le tempeste e le procelle Movete, abitator dell’aria erranti; Come voi ch’alle inique anime felle Ministri sete degli eterni pianti: Cittadini d’Averno, or quì v’invoco, E te, Signor de’ regni empj del foco. Prendete in guardia questa selva, e queste Piante che, numerate, a voi consegno. Come il corpo è dell’alma albergo e veste, Così d’alcun di voi sia ciascun legno: Onde il Franco ne fugga, o almen s’arreste Ne’ primi colpi e tema il vostro sdegno. Disse: e quelle ch’aggiunse orribil note, Lingua, s’empia non è, ridir non puote. A quel parlar le faci, onde s’adorna Il seren della notte, egli scolora: E la Luna si turba, e le sue corna Di nube avvolge, e non appar più fuora. Irato i gridi a raddoppiar ei torna: Spirti invocati, or non venite ancora? Onde tanto indugiar? forse attendete Voci ancor più potenti, o più secrete? Per lungo disusar già non si scorda Dell’arti crude il più efficace ajuto: E so con lingua anch’io di sangue lorda Quel nome proferir grande e temuto, A cui nè Dite mai ritrosa o sorda, Nè trascurato in ubbidir fu Pluto. Che si? che si? volea più dir; ma intanto Conobbe ch’eseguito era l’incanto. Veniano innumerabili infiniti Spirti, parte che in aria alberga ed erra, Parte di quei che son dal fondo usciti Caliginoso e tetro della terra: Lenti, e del gran divieto anco smarriti Che impedì loro il trattar l’arme in guerra: Ma già venirne quì lor non si toglie, E ne’ tronchi albergare e tra le foglie. Il Mago, poi ch’omai nulla più manca Al suo disegno, al Re lieto sen riede: Signor, lascia ogni dubbio e ’l cor rinfranca, Chè omai sicura è la regal tua sede. Nè potrà rinnovar più l’oste Franca L’alte machine sue, come ella crede. Così gli dice, e poi di parte in parte Narra i successi della magica arte. Soggiunse appresso: or cosa aggiungo, a queste Fatte da me, ch’a me non meno aggrada. Sappi che tosto nel leon celeste Marte col Sol fia ch’ad unirsi vada. Nè tempreran le fiamme lor moleste Aure, o nembi di pioggia, o di rugiada: Chè quanto in Cielo appar, tutto predice Aridissima arsura ed infelice. Onde quì caldo avrem qual l’hanno appena Gli adusti Nasamoni o i Garamanti. Pur a noi fia men grave in Città piena D’acque, e d’ombre sì fresche, e d’agj tanti. Ma i Franchi, in terra asciutta e non amena, Già non saranlo a tollerar bastanti: E pria domi dal Ciel, agevolmente Fian poi sconfitti dall’Egizia gente. Tu vincerai sedendo, e la fortuna Non credo io che tentar più ti convegna. Ma se ’l Circasso altier, che posa alcuna Non vuole, e benchè onesta anco la sdegna, T’affretta, come suole, e t’importuna; Trova modo pur tu ch’a freno il tegna: Chè molto non andrà che ’l Cielo amico A te pace darà, guerra al nemico. Or questo udendo, il Re ben s’assicura, Sì che non teme le nemiche posse. Già riparate in parte avea le mura Che de’ montoni l’impeto percosse. Con tutto ciò non rallentò la cura Di ristorarle ove sian rotte o smosse. Le turbe tutte, e cittadine e serve, S’impiegan quì: l’opra continua ferve. Ma in questo mezzo il pio Buglion non vuole Che la forte Cittade invan si batta, Se non è prima la maggior sua mole, Ed alcuna altra machina rifatta. E i fabbri al bosco invia che porger suole Ad uso tal pronta materia ed atta. Vanno costor su l’alba alla foresta, Ma timor nuovo al suo apparir gli arresta. Qual semplice bambin mirar non osa Dove insolite larve abbia presenti; O come pave nella notte ombrosa, Immaginando pur mostri e portenti; Così temean, senza saper qual cosa Siasi quella però che gli sgomenti: Se non che ’l timor forse ai sensi finge Maggior prodigj di Chimera, o Sfinge. Torna la turba, e, timida e smarrita Varia e confonde sì le cose e i detti, Ch’ella nel riferir n’è poi schernita, Nè son creduti i mostruosi effetti. Allor vi manda il Capitano ardita E forte squadra di guerrieri eletti Perchè sia scorta all’altra, e in eseguire I magisterj suoi le porga ardire. Questi appressando ove lor seggio han posto Gli empj Demonj in quel selvaggio orrore: Non rimirar le nere ombre sì tosto, Che lor si scosse e tornò ghiaccio il core. Pur oltre ancor sen gían, tenendo ascosto Sotto audaci sembianti il vil timore; E tanto s’avanzar, che lunge poco Erano omai dall’incantato loco. Esce allor della selva un suon repente Che par rimbombo di terren che treme. E ’l mormorar degli Austri in lui si sente, E ’l pianto d’onda che fra scoglj geme: Come rugge il leon, fischia il serpente, Come urla il lupo, e come l’orso freme, V’odi; e v’odi le trombe, e v’odi il tuono Tanti e sì fatti suoni esprime un suono! In tutti allor s’impallidir le gote, E la temenza a mille segni apparse. Nè disciplina tanto, o ragion puote, Ch’osin di gire innanzi, o di fermarse: Chè all’occulta virtù che gli percuote, Son le difese loro anguste e scarse. Fuggono alfine; e un d’essi, in cotal guisa Scusando il fatto, il pio Buglion n’avvisa. Signor, non è di noi chi più si vante Troncar la selva; ch’ella è sì guardata, Ch’io credo (e ’l giurerei) che in quelle piante Abbia la reggia sua Pluton traslata. Ben ha tre volte e più d’aspro diamante Ricinto il cor chi intrepido la guata: Nè senso v’ha colui ch’udir s’arrischia Come, tonando, insieme rugge e fischia. Così costui parlava. Alcasto v’era, Fra molti che l’udian, presente a sorte: Uom di temerità stupida e fera: Sprezzator de’ mortali e della morte: Che non avria temuto orribil fera, Nè mostro formidabile ad uom forte, Nè tremoto, nè folgore, nè vento, Nè s’altro ha il mondo più di violento. Crollava il capo, e sorridea dicendo: Dove costui non osa, io gir confido: Io sol quel bosco di troncar intendo Che di torbidi sogni è fatto nido. Già nol mi vieterà fantasma orrendo, Nè di selva o d’augei fremito o grido. O pur tra quei sì spaventosi chiostri D’ir nell’inferno il varco a me si mostri. Cotal si vanta al Capitano; e, tolta Da lui licenza, il cavalier s’invia: E rimira la selva, e poscia ascolta Quel che da lei nuovo rimbombo uscia: Nè però il piede audace indietro volta, Ma sicuro e sprezzante è come pria. E già calcato avrebbe il suol difeso; Ma gli s’oppone (o pargli) un foco acceso. Cresce il gran foco, e in forma d’alte mura Stende le fiamme torbide e fumanti: E ne cinge quel bosco, e l’assicura Ch’altri gli alberi suoi non tronchi o schianti. Le maggiori sue fiamme hanno figura Di castelli superbi e torreggianti: E di tormenti bellici ha munite Le rocche sue questa novella Dìte. Oh quanti appajon mostri armati in guarda Degli alti merli, e in che terribil faccia! De’ quai con occhj biechi altri il riguarda, E dibattendo l’arme altri il minaccia. Fugge egli alfine: e ben la fuga è tarda, Qual di leon che si ritiri in caccia. Ma pure è fuga: e pur gli scuote il petto Timor, sin a quel punto ignoto affetto. Non s’avvide esso allor d’aver temuto; Ma fatto poi lontan ben se n’accorse: E stupor n’ebbe, e sdegno: e dente acuto D’amaro pentimento il cor gli morse. E di trista vergogna acceso e muto, Attonito in disparte i passi torse: Chè quella faccia alzar, già sì orgogliosa, Nella luce degli uomini non osa. Chiamato da Goffredo, indugia, e scuse Trova all’indugio; e di restarsi agogna. Pur va, ma lento: e tien le labbra chiuse, O gli ragiona in guisa d’uom che sogna. Difetto e fuga il Capitan conchiuse In lui, da quella insolita vergogna, Poi disse: or ciò che fia? forse prestigj Son questi, o di natura alti prodigj? Ma s’alcun v’è cui nobil voglia accenda Di cercar que’ salvatichi soggiorni; Vadane pure, e la ventura imprenda, E nunzio almen più certo a noi ritorni. Così diss’egli; e la gran selva orrenda Tentata fu ne’ tre seguenti giorni Da i più famosi: e pur alcun non fue Che non fuggisse alle minacce sue. Era il Prence Tancredi intanto sorto A sepellir la sua diletta amica: E benchè in volto sia languido e smorto, E mal atto a portar elmo o lorica, Nulladimen, poichè ’l bisogno ha scorto, Ei non ricusa il rischio o la fatica: Chè ’l cor vivace il suo vigor trasfonde Al corpo sì, che par ch’esso n’abbonde. Vassene il valoroso, in se ristretto E tacito e guardingo, al rischio ignoto: E sostien della selva il fero aspetto, E ’l gran romor del tuono e del tremoto: E nulla sbigottisce: e sol nel petto Sente, ma tosto il seda, un picciol moto. Trapassa; ed ecco in quel silvestre loco Sorge improvvisa la Città del foco. Allor s’arretra, e dubbio alquanto resta, Fra sè dicendo: or quì che vaglion l’armi? Nelle fauci de’ mostri, e in gola a questa Divoratrice fiamma andrò a gettarmi? Non mai la vita, ove cagione onesta Del comun pro la chieda, altri risparmi; Ma nè prodigo sia d’anima grande Uom degno; e tale è ben chi quì la spande. Pur l’oste che dirà se indarno i’ riedo? Qual’altra selva ha di troncar speranza? Nè intentato lasciar vorrà Goffredo Mai questo varco; or s’oltre alcun s’avanza? Forse l’incendio, che quì sorto i’ vedo, Fia d’effetto minor che di sembianza. Ma seguane che puote: e in questo dire Dentro saltovvi. O memorando ardire! Nè sotto l’arme già sentir gli parve Caldo o fervor come di foco intenso: Ma pur, se fosser vere fiamme o larve, Mal potè giudicar sì tosto il senso: Perchè repente, appena tocco, sparve Quel simulacro, e giunse un nuvol denso Che portò notte e verno: e ’l verno ancora, E l’ombra dileguossi in picciol’ora. Stupido si, ma intrepido rimane Tancredi: e poi che vede il tutto cheto, Mette sicuro il piè nelle profane Soglie, e spia della selva ogni secreto. Nè più apparenze inusitate e strane, Nè trova alcun fra via scontro o divieto; Se non quanto per se ritarda il bosco La vista e i passi, inviluppato e fosco. Alfine un largo spazio in forma scorge d’Anfiteatro: e non è pianta in esso; Salvo che nel suo mezzo altero sorge, Quasi eccelsa piramide, un cipresso. Colà si drizza; e, nel mirar, s’accorge Ch’era di varj segni il tronco impresso, Simili a quei che in vece usò di scritto L’antico già misterioso Egitto. Fra i segni ignoti, alcune note ha scorte Del sermon di Soria ch’ei ben possiede. O tu che dentro ai chiostri della morte Osasti por, guerriero audace, il piede; Deh, se non sei crudel quanto sei forte, Deh non turbar questa secreta sede. Perdona all’alme omai di luce prive: Non dee guerra co’ morti aver chi vive. Così dicea quel motto; egli era intento Delle brevi parole ai sensi occulti. Fremere intanto udia continuo il vento Tra le frondi del bosco, e tra i virgulti: E trarne un suon che flebile concento Par d’umani sospiri e di singulti: E un non so che confuso instilla al core Di pietà, di spavento, e di dolore. Pur tragge alfin la spada, e con gran forza Percuote l’alta pianta. Oh maraviglia! Manda fuor sangue la recisa scorza, E fa la terra intorno a se vermiglia. Tutto si raccapriccia, e pur rinforza Il colpo, e ’l fin vederne ei si consiglia. Allor, quasi di tomba, uscir ne sente Un indistinto gemito dolente; Che poi distinto in voci: Ahi troppo, disse, M’hai tu, Tancredi, offeso: or tanto basti. Tu dal corpo, che meco e per me visse, Felice albergo già, mi discacciasti: Perchè il misero tronco, a cui m’affisse Il mio duro destino, anco mi guasti? Dopo la morte gli avversarj tuoi, Crudel, ne’ lor sepolcri offender vuoi? Clorinda fui: nè sol quì spirto umano Albergo in questa pianta rozza e dura: Ma ciascun altro ancor, Franco o Pagano, Che lassi i membri a piè dell’alte mura, Astretto è quì, da novo incanto e strano, Non so, s’io dica in corpo, o in sepoltura. Son di senso animati i rami e i tronchi, E micidial sei tu, se legno tronchi. Qual l’infermo talor che in sogno scorge Drago, o cinta di fiamme alta Chimera; Sebben sospetta, o in parte anco s’accorge Che ’l simulacro sia non forma vera; Pur desia di fuggir; tanto gli porge Spavento la sembianza orrida e fera! Tal il timido amante appien non crede Ai falsi inganni, e pur ne teme, e cede. E dentro, il cor gli è in modo tal conquiso Da varj affetti, che s’agghiaccia e trema: E nel moto potente ed improvviso Gli cade il ferro: e ’l manco è in lui la tema. Va fuor di se: presente aver gli è avviso L’offesa donna sua che plori e gema: Nè può soffrir di rimirar quel sangue, Nè quei gemiti udir d’egro che langue. Così quel contra morte audace core Nulla forma turbò d’alto spavento; Ma lui, che solo è fievole in amore, Falsa imago deluse, e van lamento. Il suo caduto ferro intanto fuore Portò del bosco impetuoso vento; Sicchè vinto partissi: e in su la strada Ritrovò poscia e ripigliò la spada. Pur non tornò, nè ritentando ardío Spiar di novo le cagioni ascose. E poi che, giunto al sommo Duce, unío Gli spirti alquanto e l’animo compose: Incominciò: Signor, nunzio son io Di non credute e non credibil cose. Ciò che dicean dello spettacol fero E del suon paventoso, è tutto vero. Maraviglioso foco indi m’apparse, Senza materia in un istante appreso: Che sorse, e, dilatando, un muro farse Parve, e d’armati mostri esser difeso. Pur vi passai: chè nè l’incendio m’arse, Nè dal ferro mi fu l’andar conteso. Vernò in quel punto, ed annottò: fè il giorno E la serenità poscia ritorno. Di più dirò; ch’agli alberi dà vita Spirito uman che sente e che ragiona. Per prova sollo; io n’ho la voce udita Che nel cor flebilmente anco mi suona. Stilla sangue de’ tronchi ogni ferita, Quasi di molle carne abbian persona. No, no, più non potrei (vinto mi chiamo) Nè corteccia scorzar, nè sveller ramo. Così dice egli; e ’l Capitano ondeggia In gran tempesta di pensieri intanto. Pensa s’egli medesmo andar là deggia (Chè tal lo stima) a ritentar l’incanto: O se pur di materia altra proveggia Lontana più, ma non difficil tanto. Ma dal profondo de’ pensieri suoi L’Eremita il rappella, e dice poi: Lascia il pensier audace; altri conviene Che delle piante sue la selva spoglie. Già già la fatal nave all’erme arene La prora accosta, e l’auree vele accoglie. Già, rotte le indegnissime catene, L’aspettato Guerrier dal lido scioglie. Non è lontana omai l’ora prescritta Che sia presa Sion, l’oste sconfitta. Parla ei così, fatto di fiamma in volto, E risuona più ch’uomo in sue parole. E ’l pio Goffredo a pensier nuovi è volto; Chè neghittoso già cessar non vuole. Ma nel Cancro celeste omai raccolto Apporta arsura inusitata il Sole: Ch’a’ suoi disegni, a’ suoi guerrier nemica Insopportabil rende ogni fatica. Spenta è del Cielo ogni benigna lampa, Signoreggiano in lui crudeli stelle: Onde piove virtù che informa e stampa L’aria d’impression maligne e felle. Cresce l’ardor nocivo, e sempre avvampa Più mortalmente in queste parti e in quelle: A giorno reo notte più rea succede, E dì peggior di lei dopo lei vede. Non esce il Sol giammai che, asperso e cinto Di sanguigni vapori entro e d’intorno, Non mostri nella fronte assai distinto Mesto presagio d’infelice giorno. Non parte mai che, in rosse macchie tinto, Non minacci egual noja al suo ritorno: E non inaspri i già sofferti danni Con certa tema di futuri affanni. Mentre egli i raggj poi d’alto diffonde, Quanto d’intorno occhio mortal si gira, Seccarsi i fiori, e impallidir le fronde, Assetate languir l’erbe rimira, E fendersi la terra, e scemar l’onde, Ogni cosa del Ciel soggetta all’ira: E le sterili nubi in aria sparse In sembianza di fiamme altrui mostrarse. Sembra il Ciel nell’aspetto atra fornace: Nè cosa appar che gli occhj almen ristaure. Nelle spelonche sue Zefiro tace: E in tutto è fermo il vaneggiar dell’aure. Solo vi soffia (e par vampa di face) Vento che move dalle arene Maure: Che gravoso e spiacente, e seno e gote Co’ densi fiati ad or ad or percuote. Non ha poscia la notte ombre più liete, Ma del caldo del Sol pajono impresse: E di travi di foco, e di comete, E d’altri fregj ardenti il velo intesse. Nè pur, misera terra, alla tua sete Son dall’avara Luna almen concesse Sue rugiadose stille; e l’erbe e i fiori Bramano indarno i lor vitali umori. Dalle notti inquiete il dolce sonno Bandito fugge: e i languidi mortali, Lusingando, ritrarlo a se non ponno; Ma pur la sete è il pessimo de’ mali: Perocchè di Giudea l’iniquo Donno, Con veneni e con succhi, aspri e mortali Più dell’inferna Stige e d’Acheronte, Torbido fece e livido ogni fonte. E il picciol Siloè, che puro e mondo Offria cortese ai Franchi il suo tesoro, Or di tepide linfe appena il fondo Arido copre, e dà scarso ristoro. Nè il Po, qualor di Maggio è più profondo, Parria soverchio ai desiderj loro: Nè il Gange, o ’l Nilo allor che non s’appaga De’ sette alberghi, e ’l verde Egitto allaga. S’alcun giammai tra frondeggianti rive Puro vide stagnar liquido argento: O giù precipitose ir acque vive Per Alpe, o in piaggia erbosa a passo lento; Quelle al vago desio forma e descrive, E ministra materia al suo tormento; Chè l’immagine lor gelida e molle L’asciuga e scalda, e nel pensier ribolle. Vedi le membra de’ guerrier robuste, Cui nè cammin per aspra terra preso, Nè ferrea salma, onde gir sempre onuste, Nè domò ferro alla lor morte inteso; Ch’or risolute, e dal calore aduste, Giacciono a se medesme inutil peso. E vive nelle vene occulto foco, Che pascendo le strugge a poco a poco. Langue il corsier già sì feroce, e l’erba Che fu suo caro cibo a schifo prende: Vacilla il piede infermo, e la superba Cervice dianzi, or giù dimessa pende. Memoria di sue palme or più non serba: Nè più nobil di gloria amor l’accende. Le vincitrici spoglie e i ricchi fregj Par che, quasi vil soma, odj e dispregi. Languisce il fido cane, ed ogni cura Del caro albergo e del signor oblia: Giace disteso, ed alla interna arsura, Sempre anelando, aure novelle invia. Ma se altrui diede il respirar natura, Perchè il caldo del cor temprato sia; Or nulla o poco refrigerio n’have: Sì quello, onde si spira, è denso e grave. Così languia la terra, e in tale stato Egri giaceansi i miseri mortali: E ’l buon popol fedel, già disperato Di vittoria, temea gli ultimi mali: E risonar s’udia per ogni lato Universal lamento in voci tali: Che più spera Goffredo? o che più bada? Sinchè tutto il suo campo a morte vada? Deh con quai forze superar si crede Gli alti ripari de’ nemici nostri? Onde machine attende? ei sol non vede L’ira del Cielo a tanti segni mostri? Della sua mente avversa a noi fan fede Mille novi prodigj, e mille mostri: Ed arde a noi sì il Sol, che minor uopo Di refrigerio ha l’Indo e l’Etiópo. Dunque stima costui che nulla importe Che n’andiam noi, turba negletta indegna, Vili ed inutil alme a dura morte, Purch’ei lo scettro imperial mantegna? Cotanto dunque fortunata sorte Rassembra quella di colui che regna, Che ritener si cerca avidamente A danno ancor della soggetta gente? Or mira d’uom c’ha il titolo di pio, Provvidenza pietosa, animo umano; La salute de’ suoi porre in oblio, Per conservarsi onor dannoso e vano. E veggendo a noi secchi i fonti e ’l rio, Per se l’acque condur fin dal Giordano: E fra pochi sedendo a mensa lieta Mescolar l’onde fresche al vin di Creta. Così i Franchi dicean; ma ’l Duce Greco Che il lor vessillo è di seguir già stanco, Perchè morir quì, disse, e perchè meco Far che la schiera mia ne vegna manco? Se nella sua follia Goffredo è cieco, Siasi in suo danno, e del suo popol Franco: A noi che nuoce? E senza tor licenza, Notturna fece e tacita partenza. Mosse l’esempio assai, come al dì chiaro Fu noto: e d’imitarlo alcun risolve. Quei che seguir Clotareo, ed Ademaro, E gli altri Duci ch’or son ossa e polve, Poi che la fede che a color giuraro, Ha disciolto colei che tutto solve, Già trattano di fuga: e già qualch’uno Parte furtivamente all’aer bruno. Ben se l’ode Goffredo, e ben se ’l vede: E i più aspri rimedj avria ben pronti; Ma gli schiva ed abborre: e con la fede Che faria stare i fiumi, e gir i monti, Devotamente al Re del mondo chiede Che gli apra omai della sua grazia i fonti; Giunge le palme, e fiammeggianti in zelo Gli occhj rivolge e le parole al Cielo. Padre e Signor, se al popol tuo piovesti Già le dolci rugiade entro al deserto: Se a mortal mano già virtù porgesti Romper le pietre, e trar del monte aperto Un vivo fiume; or rinnovella in questi Gli stessi esempj: e se ineguale è il merto, Adempi di tua grazia i lor difetti: E giovi lor che tuoi guerrier sian detti. Tarde non furon già queste preghiere, Che derivar da giusto umil desio; Ma sen volaro al Ciel pronte e leggiere, Come pennuti augelli, innanzi a Dio. Le accolse il Padre eterno, ed alle schiere Fedeli sue rivolse il guardo pio: E di sì gravi lor rischj e fatiche Gl’increbbe, e disse con parole amiche: Abbia sin quì sue dure e perigliose Avversità sofferto il campo amato: E contra lui, con armi ed arti ascose, Siasi l’inferno e siasi il mondo armato. Or cominci novello ordin di cose, E gli si volga prospero e beato: Piova, e ritorni il suo Guerriero invitto; E venga, a gloria sua, l’oste d’Egitto. Così dicendo, il capo mosse: e gli ampj Cieli tremaro, e i lumi erranti, e i fissi: E tremò l’aria riverente, e i campi Dell’Oceano, e i monti, e i ciechi abissi. Fiammeggiare a sinistra accesi lampi Fur visti, e chiaro tuono insieme udissi. Accompagnan le genti il lampo e ’l tuono Con allegro di voci ed alto suono. Ecco subite nubi; e non di terra Già, per virtù del Sole, in alto ascese; Ma giù dal Ciel, che tutte apre e disserra Le porte sue, veloci in giù discese. Ecco notte improvvisa il giorno serra Nell’ombre sue, che d’ogni intorno ha stese. Segue la pioggia impetuosa, e cresce Il rio così, che fuor del letto n’esce. Come talor nella stagione estiva, Se dal Ciel pioggia desiata scende, Stuol d’anitre loquaci in secca riva Con rauco mormorar lieto l’attende: E spiega l’ali al freddo umor, nè schiva Alcuna di bagnarsi in lui si rende: E là ’ve in maggior copia ei si raccoglia, Si tuffa, e spegne l’assetata voglia; Così gridando, la cadente piova, Che la destra del Ciel pietosa versa, Lieti salutan questi: a ciascun giova La chioma averne, non che ’l manto, aspersa. Chi bee ne’ vetri, e chi negli elmi a prova: Chi tien la man nella fresca onda immersa: Chi se ne spruzza il volto, e chi le tempie: Chi scaltro a miglior uso i vasi n’empie. Nè pur l’umana gente or si rallegra, E de’ suoi danni a ristorar si viene; Ma la terra, che dianzi afflitta ed egra Di fessure le membra avea ripiene, La pioggia in se raccoglie, e si rintegra, E la comparte alle più interne vene: E largamente i nutritivi umori Alle piante ministra, all’erbe, ai fiori. Ed inferma somiglia, a cui vitale Succo l’interne parti arse rinfresca: E disgombrando la cagion del male, A cui le membra sue fur cibo ed esca; La rinfranca, e ristora, e rende quale Fu nella sua stagion più verde e fresca: Tal ch’obliando i suoi passati affanni Le ghirlande ripiglia, e i lieti panni. Cessa la pioggia alfine, e torna il Sole: Ma dolce spiega e temperato il raggio, Pien di maschio valor, siccome suole Tra ’l fin d’Aprile, e il cominciar di Maggio. Oh fidanza gentil! chi Dio ben cole, L’aria sgombrar d’ogni mortale oltraggio: Cangiare alle stagioni ordine e stato: Vincer la rabbia delle stelle, e ’l fato. Canto quattordicesimo Così l’avvinse, e così preso il tiene. ARGOMENTO. Intende in sogno il Capitan Francese Come Dio vuol che si richiami all’oste Il buon Rinaldo: ond’egli poi cortese De’ Principi risponde alle proposte. Ma Piero che già prima il tutto intese, I messi invia là dov’han cortese oste Un mago; il qual lor pria d’Armida scopre Gli occulti inganni, indi gli ajuta all’opre. CANTO DECIMOQUARTO. Usciva omai dal molle e fresco grembo Della gran madre sua la notte oscura; Aure lievi portando, e largo nembo Di sua rugiada preziosa e pura: E scuotendo del vel l’umido lembo Ne spargeva i fioretti e la verdura: E i venticelli, dibattendo l’ali, Lusingavano il sonno de’ mortali. Ed essi ogni pensier, che ’l dì conduce, Tuffato aveano in dolce oblio profondo. Ma vigilando nell’eterna luce Sedeva al suo governo il Re del mondo: E rivolgea dal Cielo al Franco Duce Lo sguardo favorevole e giocondo. Quinci a lui n’inviava un sogno cheto, Perchè gli rivelasse alto decreto. Non lunge all’auree porte ond’esce il Sole, È cristallina porta in Oriente Che, per costume, innanzi aprir si suole Che si dischiuda l’uscio al dì nascente. Da questa escono i sogni, i quai Dio vuole Mandar per grazia a pura e casta mente. Da questa or quel ch’al pio Buglion discende, L’ali dorate inverso lui distende. Nulla mai vision nel sonno offerse Altrui sì vaghe immagini o sì belle, Come ora questa a lui, la qual gli aperse I secreti del Cielo e delle stelle. Onde, siccome entro uno speglio, ei scerse Ciò che là suso è veramente in elle. Pareagli esser traslato in un sereno Candido, e d’auree fiamme adorno e pieno. E mentre ammira in quell’eccelso loco L’ampiezza, i moti, i lumi, e l’armonia: Ecco, cinto di rai cinto di foco, Un cavaliero incontra a lui venia. E in suono, a lato a cui sarebbe roco Qual più dolce è qua giù, parlar l’udia: Goffredo, non m’accogli? e non ragione Al fido amico? or non conosci Ugone? Ed ei gli rispondea: quel nuovo aspetto Che par d’un Sol mirabilmente adorno, Dall’antica notizia il mio intelletto Sviato ha sì, che tardi a lui ritorno. Gli stendea poi con dolce amico affetto Tre fiate le braccia al collo intorno: E tre fiate invan cinta l’imago Fuggia, qual leve sogno od aer vago. Sorridea quegli: e, non già come credi, Dicea, son cinto di terrena veste: Semplice forma, e nudo spirto vedi Quì, cittadin della Città celeste. Questo è tempio di Dio: quì son le sedi De’ suoi guerrieri, e tu avrai loco in queste. Quando ciò fia? rispose; il mortal laccio Sciolgasi omai, s’al restar quì m’è impaccio. Ben, replicogli Ugon, tosto raccolto Nella gloria sarai de’ trionfanti. Pur, militando, converrà che molto Sangue e sudor là giù tu versi innanti. Da te prima ai Pagani esser ritolto Deve l’imperio de’ paesi santi: E stabilirsi in lor Cristiana reggia, In cui regnare il tuo fratel poi deggia. Ma perchè più lo tuo desir s’avvive Nell’amor di qua su, più fiso or mira Questi lucidi alberghi e queste vive Fiamme, che mente eterna informa e gira: E in angeliche tempre odi le dive Sirene, e ’l suon di lor celeste lira. China (poi disse, e gli additò la terra) Gli occhj a ciò che quel globo ultimo serra. Quanto è vil la cagion ch’alla virtude Umana è colà giù premio e contrasto! In che picciolo cerchio, e fra che nude Solitudini è stretto il vostro fasto! Lei, come isola, il mare intorno chiude; E lui, ch’or Ocean chiamate or vasto, Nulla eguale a tai nomi ha in sè di magno; Ma è bassa palude, e breve stagno. Così l’un disse; e l’altro in giuso i lumi Volse, quasi sdegnando, e ne sorrise; Chè vide un punto sol, mar, terre, e fiumi, Che quì pajon distinti in tante guise: Ed ammirò che pur all’ombre, ai fumi, La nostra folle umanità s’affise, Servo imperio cercando, e muta fama: Nè miri il Ciel che a se n’invita e chiama. Onde rispose: poiche Dio non piace Del mio carcer terreno anco disciorme; Prego che del cammin ch’è men fallace Fra gli errori del mondo or tu m’informe. È, replicogli Ugon, la via verace Questa che tieni: ondi non torcer l’orme. Sol che richiami dal lontano esiglio Il figliuol di Bertoldo, io ti consiglio. Perchè se l’alta provvidenza elesse Te dell’impresa sommo Capitano; Destinò insieme ch’egli esser dovesse De’ tuoi consiglj esecutor soprano. A te le prime parti, a lui concesse Son le seconde: tu sei capo, ei mano Di questo campo: e sostener sua vece Altrui non puote, e farlo a te non lece. A lui sol di troncar non fia disdetto Il bosco che ha gl’incanti in sua difesa: E da lui il campo tuo che, per difetto Di gente, inabil sembra a tanta impresa, E par che sia di ritirarsi astretto, Prenderà maggior forza a nova impresa. E i rinforzati muri e d’Oriente Supererà l’esercito possente. Tacque; e ’l Buglion rispose: o quanto grato Fora a me che tornasse il cavaliero! Voi, che vedete ogni pensier celato, Sapete s’amo lui, se dico il vero. Ma dì, con quai proposte, od in qual lato Si deve a lui mandarne il messaggiero? Vuoi ch’io preghi, o comandi? E come questo Atto sarà legittimo ed onesto? Allor ripigliò l’altro: il Rege eterno, Che te di tante somme grazie onora, Vuol che da quegli, onde ti diè il governo, Tu sia onorato e riverito ancora. Però non chieder tu (nè senza scherno Forse del sommo imperio il chieder fora) Ma richiesto concedi, ed al perdono Scendi degli altrui preghi al primo suono. Guelfo ti pregherà (Dio sì l’inspira) Ch’assolva il fier garzon di quell’errore In cui trascorse per soverchio d’ira; Sicchè al campo egli torni, ed al suo onore: E bench’or lunge il giovine delira, E vaneggia nell’ozio e nell’amore; Non dubitar però che in pochi giorni, Opportuno al grand’uopo, ei non ritorni. Chè ’l vostro Piero, a cui lo Ciel comparte L’alta notizia de’ secreti sui, Saprà drizzare i messaggieri in parte Ove certe novelle avran di lui. E sarà lor dimostro il modo e l’arte Di liberarlo, e di condurlo a vui. Così alfin tutti i tuoi compagni erranti Ridurrà il Ciel sotto i tuoi segni santi. Or chiuderò il mio dir con una breve Conclusion che so ch’a te fia cara. Sarà il tuo sangue al suo commisto: e deve Progenie uscirne gloriosa e chiara. Quì tacque, e sparve come fumo leve Al vento, o nebbia al Sole arida e rara: E sgombrò il sonno, e gli lasciò nel petto Di gioja e di stupor confuso affetto. Apre allora le luci il pio Buglione, E nato vede e già cresciuto il giorno: Onde lascia i riposi, e sovrappone L’arme alle membra faticose intorno. E poco stante a lui nel padiglione Veniano i duci al solito soggiorno, Ove a consiglio siedono, e per uso Ciò ch’altrove si fa, quivi è concluso. Quivi il buon Guelfo, che il novel pensiero Infuso avea nell’inspirata mente, Incominciando a ragionar primiero, Disse a Goffredo: o principe clemente, Perdono a chieder ne vegn’io, che in vero È perdon di peccato anco recente: Onde potrà parer, per avventura, Frettolosa dimanda ed immatura. Ma pensando che chiesto al pio Goffredo Per lo forte Rinaldo è tal perdono: E riguardando a me che in grazia il chiedo, Che vile affatto intercessor non sono; Agevolmente d’impetrar mi credo Questo ch’a tutti fia giovevol dono. Deh consenti ch’ei rieda, e che, in ammenda Del fallo, in pro comune il sangue spenda. E chi sarà, s’egli non è, quel forte Ch’osi troncar le spaventose piante? Chi girà incontra ai rischj della morte Con più intrepido petto e più costante? Scuoter le mura, ed atterrar le porte Vedrailo, e salir solo a tutti innante. Rendi al tuo campo omai rendi, per Dio, Lui ch’è sua alta speme e suo desio. Rendi il nipote a me sì valoroso, E pronto esecutor rendi a te stesso: Nè soffrir ch’egli torpa in vil riposo; Ma rendi insieme la sua gloria ad esso. Segua il vessillo tuo vittorioso: Sia testimonio a sua virtù concesso: Faccia opre di se degne in chiara luce, E rimirando te maestro e duce. Così pregava; e ciascun altro i preghi, Con favorevol fremito, seguia. Onde Goffredo allor, quasi egli pieghi La mente a cosa non pensata in pria, Come esser può, dicea, che grazia i’ neghi Che da voi si dimanda e si desia? Ceda il rigore: e sia ragione e legge Ciò che il consenso universale elegge. Torni Rinaldo, e da quì innanzi affrene Più moderato l’impeto dell’ire: E risponda con l’opre all’alta spene Di lui concetta, ed al comun desire. Ma il richiamarlo, o Guelfo, a te conviene: Frettoloso egli fia, credo, al venire. Tu scegli il messo, e tu l’indrizza dove Pensi che ’l fero giovine si trove. Tacque; e disse sorgendo il guerrier Dano: Esser io chieggio il messaggier che vada; Nè ricuso cammin dubbio o lontano, Per far il don dell’onorata spada. Questi è di cor fortissimo e di mano, Onde al buon Guelfo assai l’offerta aggrada. Vuol ch’ei sia l’un de’ messi, e che sia l’altro Ubaldo, uom cauto, ed avveduto, e scaltro. Veduti Ubaldo, in giovinezza, e cerchi Varj costumi avea, varj paesi, Peregrinando dai più freddi cerchj Del nostro mondo agli Etiópi accesi: E com’uom che virtute e senno merchi, Le favelle, le usanze, e i riti appresi. Poscia, in matura età, da Guelfo accolto Fu tra’ compagni, e caro a lui fu molto. A tai messaggj l’onorata cura Di richiamar l’alto campion si diede: E gl’indrizzava Guelfo a quelle mura Tra cui Boemondo ha la sua regia sede; Chè per pubblica fama, e per sicura Opinion ch’egli vi sia si crede. Ma ’l buon Romito che lor mal diretti Conosce, entra fra loro, e tronca i detti; E dice: o cavalier, seguendo il grido Della fallace opinion volgare, Duce seguite temerario e infido Che vi fa gire indarno, e traviare. Or d’Ascalona nel propinquo lido Itene, dove un fiume entra nel mare. Quivi fia che v’appaja uom nostro amico; Credete a lui: ciò ch’ei diravvi, io ’l dico. Ei molto per se vede; e molto intese Del preveduto vostro alto viaggio, Già gran tempo ha, da me: so che cortese Altrettanto vi fia quanto egli è saggio. Così lor disse; e più da lui non chiese Carlo, o l’altro che seco iva messaggio; Ma furo ubbidienti alle parole Che spirito divin dettar gli suole. Preser commiato, e sì il desio gli sprona Che, senza indugio alcun posti in cammino, Drizzaro il lor corso ad Ascalona, Dove ai lidi si frange il mar vicino. E non udian ancor come risuona Il roco ed alto fremito marino, Quando giunsero a un fiume, il qual di nuova Acqua accresciuto è per novella piova; Sicchè non può capir dentro al suo letto, E sen va più che stral corrente e presto. Mentre essi stan sospesi, a lor, d’aspetto Venerabile, appare un vecchio onesto Coronato di faggio, in lungo e schietto Vestir che di lin candido è contesto: Scuote questi una verga, e il fiume calca Co’ piedi asciutti, e contra il corso il valca. Siccome soglion là vicino al polo, S’avvien che ’l verno i fiumi agghiacci e indure, Correr sul Ren le villanelle a stuolo Con lunghi striscj, e sdrucciolar sicure, Tal ei ne vien sovra l’instabil suolo Di queste acque non gelide e non dure: E tosto colà giunse, onde in lui fisse Tenean le luci i due guerrieri, e disse: Amici, dura e faticosa inchiesta Seguite: e d’uopo è ben ch’altri vi guidi; Chè il cercato guerrier lunge è da questa Terra in paesi inospiti ed infidi. Quanto, o quanto dell’opra anco vi resta! Quanti mar correrete, e quanti lidi! E convien che si stenda il cercar vostro Oltre i confini ancor del mondo nostro. Ma non vi spiaccia entrar nelle nascose Spelonche ov’ho la mia secreta sede: Chè ivi udrete da me non lievi cose, E ciò ch’a voi saper più si richiede. Disse; e che lor dia loco all’acqua impose; Ed ella tosto si ritira e cede: E quinci e quindi, di montagna in guisa, Curvata pende, e in mezzo appar divisa. Ei, presigli per man, nelle più interne Profondità sotto quel rio lor mena. Debile e incerta luce ivi si scerne, Qual tra’ boschi di Cintia ancor non piena: Ma pur gravide d’acque ampie caverne Veggiono, onde tra noi sorge ogni vena, La qual zampilli in fonte, o in fiume vago Discorra, o stagni, o si dilati in lago. E veder ponno onde il Po nasca, ed onde Idaspe, Gange, Eufrate, Istro derivi: Onde esca pria la Tana: e non asconde Gli occulti suoi principj il Nilo quivi. Trovano un rio più sotto, il qual diffonde Vivaci zolfi, e vaghi argenti e vivi. Questi il Sol poi raffina, e il licor molle Stringe in candide masse, e in auree zolle. E miran d’ogni intorno al ricco fiume Di care pietre il margine dipinto; Onde, come a più fiaccole s’allume, Splende quel loco, e ’l fosco orror n’è vinto. Quivi scintilla con ceruleo lume Il celeste zaffiro, ed il giacinto: Vi fiammeggia il carbonchio, e luce il saldo Diamante, e lieto ride il bel smeraldo. Stupidi i Guerrier vanno, e nelle nove Cose sì tutto il lor pensier s’impiega, Che non fanno alcun motto; alfin pur move La voce Ubaldo, e la sua scorta prega: Deh, Padre, dinne ove noi siamo: ed ove Ci guidi: e tua condizion ne spiega; Ch’io non so se ’l ver miri, o sogno od ombra; Così alto stupore il cor m’ingombra. Risponde: sete voi nel grembo immenso Della terra che tutto in se produce. Nè già potreste penetrar nel denso Delle viscere sue senza me duce. Vi scorgo al mio palagio, il qual accenso Tosto vedrete di mirabil luce. Nacqui io Pagan; ma poi nelle sante acque Rigenerarmi a Dio per grazia piacque. Nè in virtù fatte son d’Angioli stigj L’opere mie maravigliose e conte. Tolga Dio ch’usi note o suffumigj, Per isforzar Cocíto, o Flegetonte. Ma spiando men vo da’ lor vestigj Qual’ in sè virtù celi o l’erba, o ’l fonte: E gli altri arcani di Natura ignoti Contemplo, e delle stelle i varj moti. Perocchè non ognor lunge dal Cielo Tra sotterranei chiostri è la mia stanza; Ma sul Libano spesso, e sul Carmelo In aerea magion fo dimoranza. Ivi spiegansi a me, senza alcun velo, Venere e Marte in ogni lor sembianza: E veggio come ogni altra o presto o tardi Roti: o benigna o minaccevol guardi. E sotto i piè mi veggio or folte or rade Le nubi, or negre ed or pinte da Iri: E generar le piogge e le rugiade Risguardo: e come il vento obliquo spiri: Come il folgor s’infiammi: e per quai strade Tortuose, in giù spinto, ei si raggiri: Scorgo comete, e fochi altri sì presso, Ch’io soleva invaghir già di me stesso. Di me medesmo fui pago cotanto, Ch’io stimai già che il mio saper misura Certa fosse e infallibile di quanto Può far l’alto fattor della Natura. Ma quando il vostro Piero al fiume santo M’asperse il crine, e lavò l’alma impura, Drizzò più su il mio guardo, e ’l fece accorto; Ch’ei per se stesso è tenebroso e corto. Conobbi allor ch’augel notturno al Sole È nostra mente ai rai del primo vero: E di me stesso risi e delle fole Che già cotanto insuperbir mi fero. Ma pur seguito ancor, come egli vuole, Le solite arti, e l’uso mio primiero. Ben sono in parte altr’uom da quel ch’io fui: Ch’or da lui pendo, e mi rivolgo a lui; E in lui m’acqueto; egli comanda e insegna, Mastro insieme e signor sommo e sovrano: Nè già per nostro mezzo oprar disdegna Cose degne talor della sua mano. Or sarà cura mia ch’al campo vegna L’invitto eroe dal suo carcer lontano; Ch’ei la m’impose, e già gran tempo aspetto Il venir vostro, a me per lui predetto. Così con lor parlando al loco viene Ov’egli ha il suo soggiorno e ’l suo riposo. Questo è in forma di speco, e in se contiene Camare e sale, grande e spazioso. E ciò che nudre entro le ricche vene Di più chiaro la terra e prezioso, Splende ivi tutto: ed ei n’è in guisa ornato, Ch’ogni suo fregio è non fatto, ma nato. Non mancar quì cento ministri e cento Che accorti e pronti a servir gli osti foro. Nè poi in mensa magnifica d’argento Mancar gran vasi, e di cristallo, e d’oro. Ma quando sazio il natural talento Fu de’ cibi, e la sete estinta in loro: Tempo è ben, disse ai cavalieri il mago, Che il maggior desir vostro omai sia pago. Quivi ricominciò: l’opre e le frodi Note in parte a voi son dell’empia Armida: Come ella al campo venne, e con quai modi Molti guerrier ne trasse, e lor fu guida. Sapete ancor che di tenaci nodi Gli avvinse poscia, albergatrice infida: E ch’indi a Gaza gl’inviò con molti Custodi, e che tra via furon disciolti. Or vi narrerò quel ch’appresso occorse; Vera istoria, da voi non anco intesa. Poichè la maga rea vide ritorse La preda sua, già con tant’arte presa, Ambe le mani per dolor si morse; E fra se disse, di disdegno accesa: Ah vero unqua non fia, che d’aver tanti Miei prigion liberati egli si vanti: Se gli altri sciolse, ei serva, ed ei sostegna Le pene altrui serbate, e ’l lungo affanno. Nè questo anco mi basta; i’ vuò che vegna Sugli altri tutti universale il danno. Così tra se dicendo, ordir disegna Questo, ch’or udirete, iniquo inganno. Viensene al loco ove Rinaldo vinse In pugna i suoi guerrieri, e parte estinse. Quivi egli avendo l’arme sue deposto, Indosso quelle d’un Pagan si pose: Forse perchè bramava irsene ascosto Sotto insegne men note e men famose. Prese l’armi la maga, e in esse tosto Un tronco busto avvolse, e poi l’espose: L’espose in riva a un fiume, ove doveva Stuol de’ Franchi arrivare; e ’l prevedeva. E questo antiveder potea ben ella, Che mandar mille spie solea d’intorno; Onde spesso del campo avea novella, E s’altri indi partiva, o fea ritorno; Oltrechè con gli spirti anco favella Sovente, e fa con lor lungo soggiorno. Collocò dunque il corpo morto in parte Molto opportuna a sua ingannevol’arte. Non lunge un sagacissimo valletto Pose, di panni pastorai vestito: E impose lui ciò ch’esser fatto o detto Fintamente doveva; e fu eseguito. Questi parlò co’ vostri, e di sospetto Sparse quel seme in lor, ch’indi nutrito Fruttò risse e discordie, e quasi alfine Sediziose guerre e cittadine. Che fu, com’ella disegnò, creduto Per opra del Buglion Rinaldo ucciso: Benchè alfine il sospetto, a torto avuto, Del ver si dileguasse al primo avviso. Cotal d’Armida l’artificio astuto Primieramente fu qual io diviso. Or udirete ancor come seguisse Poscia Rinaldo, e quel ch’indi avvenisse. Qual cauta cacciatrice Armida aspetta Rinaldo al varco: ei sull’Oronte giunge, Ove un rio si dirama, e, un’isoletta Formando, tosto a lui si ricongiunge: E in su la riva una colonna eretta Vede, e un picciol battello indi non lunge. Fissa egli tosto gli occhj al bel lavoro Del bianco marmo, e legge in lettre d’oro: O chiunque tu sia, che voglia o caso Peregrinando adduce a queste sponde; Maraviglia maggior l’orto o l’occaso Non ha di ciò che l’isoletta asconde. Passa, se vuoi vederla: è persuaso Tosto l’incauto a girne oltra quell’onde. E perchè mal capace era la barca, Gli scudieri abbandona, ed ei sol varca. Come è là giunto, cupido e vagante Volge intorno lo sguardo, e nulla vede, Fuorch’antri, ed acque, e fiori, ed erbe, e piante; Onde quasi schernito esser si crede. Ma pur quel loco è così lieto, e in tante Guise l’alletta, ch’ei si ferma e siede E disarma la fronte, e la ristaura Al soave spirar di placid’aura. Il fiume gorgogliar frattanto udío Con nuovo suono, e là con gli occhj corse; E muover vide un’onda in mezzo al rio Che in se stessa si volse, e si ritorse: E quinci alquanto d’un crin biondo uscío, E quinci di donzella un volto sorse, E quinci il petto, e le mammelle, e de la Sua forma infin dove vergogna cela. Così dal palco di notturna scena O Ninfa o Dea tarda sorgendo appare. Questa, benchè non sia vera Sirena Ma sia magica larva, una ben pare Di quelle che già presso alla Tirrena Piaggia abitar l’insidioso mare: Nè men ch’in viso bella, in suono è dolce: E così canta, e ’l Cielo e l’aure molce. O giovinetti, mentre Aprile e Maggio V’ammantan di fiorite e verdi spoglie; Di gloria e di virtù fallace raggio La tenerella mente ah non v’invoglie. Solo chi segue ciò che piace è saggio, E in sua stagion degli anni il frutto coglie; Questo grida natura: or dunque voi Indurerete l’alma ai detti suoi? Folli, perchè gettate il caro dono, Che breve è sì, di vostra età novella? Nomi senza soggetto, idoli sono Ciò che pregio e valore il mondo appella. La fama che invaghisce a un dolce suono Voi superbi mortali, e par sì bella, È un Eco, un sogno, anzi del sogno un’ombra Ch’ad ogni vento si dilegua e sgombra. Goda il corpo sicuro, e in lieti oggetti L’alma tranquilla appaghi i sensi frali: Oblii le noje andate, e non affretti Le sue miserie in aspettando i mali. Nulla curi, se ’l Ciel tuoni o saetti: Minacci egli a sua voglia, e infiammi strali. Questo è saper, questa è felice vita: Sì l’insegna natura, e sì l’addita. Sì canta l’empia; e ’l giovinetto al sonno Con note invoglia sì soavi e scorte. Quel serpe a poco a poco, e si fa donno Sovra i sensi di lui possente e forte. Nè i tuoni omai destar, non ch’altri, il ponno Da quella queta immagine di morte. Esce d’aguato allor la falsa maga, E gli va sopra, di vendetta vaga. Ma quando in lui fissò lo sguardo, e vide Come placido in vista egli respira: E ne’ begli occhj un dolce atto che ride, Benchè sian chiusi, (or che fia s’ei gli gira?) Pria s’arresta sospesa: e gli s’asside Poscia vicina, e placar sente ogn’ira Mentre il risguarda: e in su la vaga fronte Pende omai sì, che par Narciso al fonte. E quei ch’ivi sorgean vivi sudori Accoglie lievemente in un suo velo: E, con un dolce ventilar, gli ardori Gli va temprando dell’estivo Cielo. Così (chi ’l crederia?) sopíti ardori D’occhj nascosi distemprar quel gelo Che s’indurava al cor più che diamante, E di nemica ella divenne amante. Di ligustri, di giglj, e delle rose Le quai fiorian per quelle piaggie amene, Con nov’arte congiunte, indi compose Lente ma tenacissime catene. Queste al collo, alle braccia, ai piè gli pose: Così l’avvinse, e così preso il tiene: Quinci, mentre egli dorme, il fa riporre Sovra un suo carro, e ratta il Ciel trascorre. Nè già ritorna di Damasco al regno, Nè dove ha il suo castello in mezzo all’onde; Ma, ingelosita di sì caro pegno E vergognosa del suo amor, s’asconde Nell’Oceano immenso, ove alcun legno Rado o non mai va dalle nostre sponde, Fuor tutti i nostri lidi: e quivi eletta Per solinga sua stanza è un’isoletta. Un’isoletta la qual nome prende, Con le vicine sue, dalla Fortuna. Quinci ella in cima a una montagna ascende Disabitata, e d’ombre oscura e bruna. E per incanto a lei nevose rende Le spalle, e i fianchi: e senza neve alcuna Gli lascia il capo verdeggiante e vago: E vi fonda un palagio appresso un lago; Ove, in perpetuo April, molle amorosa Vita seco ne mena il suo diletto. Or da così lontana e così ascosa Prigion trar voi dovete il giovinetto: E vincer della timida e gelosa Le guardie, ond’è difeso il monte e ’l tetto. E già non mancherà chi là vi scorga, E chi per l’alta impresa arme vi porga. Troverete, del fiume appena sorti, Donna giovin di viso, antica d’anni: Ch’ai lunghi crini in su la fronte attorti Fia nota, ed al color vario de’ panni. Questa per l’alto mar fia che vi porti Più ratta che non spiega aquila i vanni, Più che non vola il folgore: nè guida La troverete al ritornar men fida. A piè del monte, ove la maga alberga, Sibilando strisciar novi Pitoni, E cinghiali arricciar l’aspre lor terga, Ed aprir la gran bocca orsi e leoni Vedrete; ma scuotendo una mia verga, Temeranno appressarsi ove ella suoni. Poi via maggior (se dritto il ver s’estima) Troverete il periglio in su la cima. Un fonte sorge in lei che vaghe e monde Ha l’acque sì, che i riguardanti asseta; Ma dentro ai freddi suoi cristalli asconde Di tosco estran malvagità secreta; Chè un picciol sorso di sue lucide onde Inebria l’alma tosto, e la fa lieta: Indi a rider uom muove, e tanto il riso S’avanza alfin, ch’ei ne rimane ucciso. Lunge la bocca disdegnosa e schiva Torcete voi dall’acque empie omicide Nè le vivande poste in verde riva V’allettin poi, nè le donzelle infide: Chè voce avran piacevole e lasciva, E dolce aspetto che lusinga e ride. Ma voi, gli sguardi e le parole accorte Sprezzando, entrate pur nelle alte porte. Dentro è di muri inestricabil cinto, Che mille torce in se confusi giri: Ma in breve foglio io ve ’l darò distinto Sì che nessun error fia che v’aggiri. Siede in mezzo un giardin del laberinto, Che par che da ogni fronde amore spiri. Quivi in grembo alla verde erba novella Giacerà il cavaliero e la donzella. Ma come essa, lasciando il caro amante, In altra parte il piede avrà rivolto; Vuò ch’a lui vi scopriate, e d’adamante Un scudo, ch’io darò, gli alziate al volto; Sicch’egli vi si specchi, e ’l suo sembiante Veggia, e l’abito molle onde fu involto: Chè a tal vista potrà vergogna e sdegno Scacciar dal petto suo l’amor indegno. Altro che dirvi omai nulla m’avanza, Se non ch’assai sicuri ir ne potrete, E penetrar dell’intricata stanza Nelle più interne parti e più secrete: Perchè non fia che magica possanza A voi ritardi il corso, o ’l passo viete: Nè potrà pur (cotal virtù vi guida!) Il giunger vostro antiveder Armida. Nè men sicura dagli alberghi suoi L’uscita vi sarà poscia e ’l ritorno. Ma giunge omai l’ora del sonno, e voi Sorger diman dovete a par col giorno. Così lor disse; e gli menò dipoi Ove essi avean la notte a far soggiorno. Ivi lasciando lor lieti e pensosi, Si ritrasse il buon vecchio a’ suoi riposi. Canto quindicesimo Mosser le natatrici ignude e belle, D’e duo guerrieri alquanto i dudri petti. ARGOMENTO. Dal Mago instrutti, i duo guerrier sen vanno Dove il pino fatal gli attende in porto: Spiegan la vela, e pria del gran Tiranno D’Egitto i legni e l’apparecchio han scorto: Poi tale il vento, e tale il nocchiero hanno, Che ben lungo viaggio estiman corto. All’Isola remota alfine spinti, Da lor le forze sono e i vezzi vinti. CANTO DECIMOQUINTO. Già richiamava il bel nascente raggio All’opre ogni animal che in terra alberga; Quando venendo ai due guerrieri il Saggio Portò il foglio, e lo scudo, e l’aurea verga. Accingetevi, disse, al gran viaggio Prima che ’l dì, che spunta omai, più s’erga. Eccovi quì quanto ho promesso, e quanto Può della maga superar l’incanto. Erano essi già sorti, e l’arme intorno Alle robuste membra avean già messe: Onde, per vie che non rischiara il giorno, Tosto seguono il vecchio; e son l’istesse Vestigia ricalcate, or nel ritorno, Che furon prima nel venire impresse. Ma giunti al letto del suo fiume: amici, Io v’accommiato, ei disse; ite felici. Gli accoglie il rio nell’alto seno, e l’onda Soavemente in su gli spinge e porta Come suole innalzar leggiera fronda, La qual da violenza in giù fu torta: E poi gli espon sovra la molle sponda: Quinci mirar la già promessa scorta. Vider picciola nave, e in poppa quella, Che guidar gli dovea, fatal donzella. Crinita fronte essa dimostra, e ciglia Cortesi e favorevoli e tranquille: E nel sembiante agli Angioli somiglia; Tanta luce ivi par ch’arda e sfaville! La sua gonna or azzurra, ed or vermiglia Diresti, e si colora in guise mille: Sicch’uom sempre diversa a se la vede, Quantunque volte a riguardarla riede. Così piuma talor, che di gentile Amorosa colomba il collo cinge, Mai non si scorge a se stessa simíle; Ma in diversi colori al Sol si tinge. Or d’accesi rubin sembra un moníle: Or di verdi smeraldi il lume finge: Or insieme gli mesce: e varia e vaga, In cento modi, i riguardanti appaga. Entrate, dice, o fortunati, in questa Nave ond’io l’Ocean, sicura, varco: Cui destro è ciascun vento, ogni tempesta Tranquilla, e lieve ogni gravoso incarco. Per ministra e per duce or mi v’appresta Il mio signor, del favor suo non parco. Così parlò la donna; e più vicino Fece poscia alla sponda il curvo pino. Come la nobil coppia ha in quel raccolta, Spinge la ripa, e gli rallenta il morso: Ed avendo la vela all’aure sciolta, Ella siede al governo, e regge il corso. Gonfio il torrente è sì ch’a questa volta I naviglj portar ben può sul dorso; Ma questo è sì leggier, che ’l sosterrebbe Qual altro rio per novo umor men crebbe. Veloce sovra il natural costume Spingon la vela in verso il lido i venti. Biancheggian l’acque di canute spume, E rotte dietro mormorar le senti. Ecco giungono omai là dove il fiume Queta, in letto maggior, l’onde correnti: E nell’ampie voragini del mare Disperso, o divien nulla o nulla appare. Appena ha tocco la mirabil nave Della marina, allor turbata, il lembo; Che spariscon le nubi, e cessa il grave Noto che minacciava oscuro nembo. Spiana i monti dell’onde aura soave, E solo increspa il bel ceruleo grembo: E d’un dolce seren diffuso ride Il Ciel, che sè più chiaro unqua non vide. Trascorse oltre Ascalona, ed a mancina Andò la navicella inver Ponente. E tosto a Gaza si trovò vicina, Che fu porto di Gaza anticamente. Ma poi, crescendo dell’altrui rovina, Città divenne assai grande e possente: Ed eranvi le piagge allor ripiene Quasi d’uomini sì come d’arene. Volgendo il guardo a terra, i naviganti Scorgean di tende numero infinito. Miravan cavalier, miravan fanti Ire e tornar dalla cittade al lito: E da cammeli onusti, e da elefanti L’arenoso sentier calpesto e trito: Poi del porto vedean ne’ fondi cavi Sorte, e legate all’ancore le navi; Altre spiegar le vele, e ne vedieno Altre i remi trattar veloci e snelle: E da essi e da’ rostri il molle seno Spumar percosso in queste parti e in quelle. Disse la donna allor: benchè ripieno Il lido e ’l mar sia delle genti felle; Non ha insieme però le schiere tutte Il potente Tiranno anco ridutte. Sol dal regno d’Egitto, e dal contorno Raccolte ha queste; or le lontane attende: Chè verso l’Oriente e ’l Mezzo giorno Il vasto imperio suo molto si stende. Sicchè sper’io che prima assai ritorno Fatto avrem noi, che mova egli le tende: Egli, o quel che in sua vece esser soprano Dell’esercito suo de’ capitano. Mentre ciò dice, come aquila suole Tra gli altri augelli trapassar sicura, E sorvolando ir tanto appresso il Sole Che nulla vista più la raffigura; Così la nave sua sembra che vole Tra legno e legno: e non ha tema o cura Che vi sia chi l’arresti, o chi la segua: E da lor s’allontana, e si dilegua. E in un momento incontra Raffia arriva, Città la qual in Siria appar primiera A chi d’Egitto muove: indi alla riva Sterilissima vien di Rinocera. Non lunge un monte poi le si scopriva, Che sporge sovra ’l mar la chioma altera, E i piè si lava nelle instabili onde, E l’ossa di Pompeo nel grembo asconde. Poi Damiata scopre: e come porte Al mar tributo di celesti umori Per sette il Nilo sue famose porte, E per cento altre ancor foci minori. E naviga oltre la Città dal forte Greco fondata ai Greci abitatori: Ed oltra Faro, isola già che lunge Giacque dal lido, al lido or si congiunge. Rodi e Creta lontane inverso ’l polo Non scerne; e pur lungo Africa sen viene, Sul mar culta e ferace: addentro solo Fertil di mostri, e d’infeconde arene. La Marmarica rade: e rade il suolo Dove cinque Cittadi ebbe Cirene: Qui Tolomita, e poi con l’onde chete Sorger si mira il favoloso Lete. La maggior Sirte a’ naviganti infesta, Trattasi in alto, inver le piaggie lassa. E ’l capo di Giudeca indietro resta: E la foce di Magra indi trapassa. Tripoli appar sul lido, e in contra a questa Giace Malta fra l’onde occulta e bassa: E poi riman con l’altre Sirti a tergo Alzerbe, già de’ Lotofagi albergo. Nel curvo lido poi Tunisi vede, Che ha d’ambo i lati del suo golfo un monte: Tunisi ricca ed onorata sede A par di quante n’ha Libia più conte. A lui di costa la Sicilia siede, Ed il gran Lilibeo gl’innalza a fronte. Or quinci addita la donzella, ai due Guerrieri, il loco ove Cartagin fue. Giace l’alta Cartago; appena i segni Dell’alte sue ruine il lido serba. Muojono le Città, muojono i regni: Copre i fasti e le pompe arena ed erba: E l’uom d’esser mortal par che si sdegni: O nostra mente cupida e superba! Giungon quinci a Biserta, e più lontano Han l’isola de’ Sardi all’altra mano. Trascorser poi le piaggie ove i Numidi Menar già vita pastorale erranti. Trovar Bugia, ed Algieri, infami nidi Di corsari: ed Oran trovar più innanti. E costeggiar di Tingitana i lidi, Nutrice di leoni e d’elefanti: Ch’or di Marocco è il regno, e quel di Fessa: E varcar la Granata incontro ad essa. Son già là dove il mar fra terra inonda, Per via ch’esser d’Alcide opra si finse. E forse è ver ch’una continua sponda Fosse, ch’alta ruina in due distinse. Passovvi a forza l’Oceano: e l’onda Abila quinci, e quindi Calpe spinse. Spagna e Libia partío con foce angusta; Tanto mutar può lunga età vetusta! Quattro volte era apparso il Sol nell’Orto, Dacchè la nave si spiccò dal lito: Nè mai (ch’uopo non fu) s’accolse in porto, E tanto del cammino ha già fornito. Or entra nello stretto, e passa il corto Varco, e s’ingolfa in pelago infinito. Se il mar quì è tanto, ove il terreno il serra, Che fia colà dov’egli ha in sen la terra? Più non si mostra omai tra gli alti flutti La fertil Gade, e l’altre due vicine. Fuggite son le terre, e i lidi tutti: Dell’onda il Ciel, del Ciel l’onda è confine. Diceva Ubaldo allor: tu che condutti N’hai, donna, in questo mar che non ha fine; Dì, s’altri mai quì giunse: e se più innante Nel mondo, ove corriamo, have abitante. Risponde: Ercole poich’uccisi i mostri Ebbe di Libia, e del paese Ispano: E tutti scorsi, e vinti i lidi vostri, Non osò di tentar l’alto Oceáno. Segnò le mete, e in troppo brevi chiostri L’ardir ristrinse dell’ingegno umano. Ma quei segni sprezzò ch’egli prescrisse, Di veder vago e di sapere, Ulisse. Ei passò le colonne, e per l’aperto Mare spiegò de’ remi il volo audace: Ma non giovogli esser nell’onde esperto, Perchè inghiottillo l’Ocean vorace: E giacque col suo corpo anco coperto Il suo gran caso, ch’or tra voi si tace. S’altri vi fu da’ venti a forza spinto, O non tornonne, o vi rimase estinto. Sicchè ignoto è il gran mar che solchi: ignote Isole mille e mille regni asconde, Nè già d’abitator le terre han vote; Ma son come le vostre anco feconde. Son esse atte al produr: nè steril puote Esser quella virtù che ’l Sol v’infonde. Ripiglia Ubaldo allor: del mondo occulto, Dimmi, quai son le leggi e quale il culto. Gli soggiunse colei: diverse bande Diversi han riti, ed abiti e favelle. Altri adora le belve: altri la grande Comune madre: il Sole altri e le stelle. V’è chi d’abbominevoli vivande Le mense ingombra scellerate e felle. E in somma ognun, che in qua da Calpe siede, Barbaro è di costumi, empio di fede. Dunque (a lei replicava il cavaliero) Quel Dio che scese a illuminar le carte, Vuole ogni raggio ricoprir del vero A questa che del mondo è sì gran parte? No, rispose ella, anzi la fe di Piero Fiavi introdotta, ed ogni civil’ arte. Nè già sempre sarà che la via lunga Questi da’ vostri popoli disgiunga. Tempo verrà che fian d’Ercole i segni Favola vile ai naviganti industri: E i mar riposti, or senza nome, e i regni Ignoti, ancor tra voi saranno illustri. Fia che il più ardito allor di tutti i legni Quanto circonda il mar circondi e lustri. E la terra misuri, immensa mole, Vittorioso ed emulo del Sole. Un uom della Liguria avrà ardimento All’incognito corso esporsi in prima, Nè ’l minaccevol fremito del vento, Nè l’inospito mar, nè ’l dubbio clima, Nè s’altro di periglio, o di spavento Più grave e formidabile or si stima; Faran che il generoso, entro ai divieti D’Abila angusti, l’alta mente accheti. Tu spiegherai, Colombo, a un nuovo polo Lontane sì le fortunate antenne, Ch’appena seguirà con gli occhj il volo La Fama, c’ha mille occhj e mille penne. Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo Basti a’ posteri tuoi ch’alquanto accenne: Chè quel poco darà lunga memoria Di poema degnissima e d’istoria. Così dice ella; e per le ondose strade Corre al Ponente, e piega al Mezzogiorno. E vede come incontra il Sol giù cade, E come a tergo lor rinasce il giorno. E quando appunto i raggj e le rugiade La bella aurora seminava intorno, Lor s’offrì, di lontano, oscuro un monte Che tra le nubi nascondea la fronte. E ’l vedean poscia, procedendo avante, Quando ogni nuvol già n’era rimosso, Alle acute piramidi sembiante, Sottile inver la cima, e in mezzo grosso: E mostrarsi talor così fumante, Come quel che d’Encelado è sul dosso: Che per propria natura il giorno fuma, E poi la notte il Ciel di fiamme alluma. Ecco altre isole insieme, altre pendíci Scoprian alfin men erte ed elevate. Ed eran queste l’isole felici; Così le nominò la prisca etate, A cui tanto stimava i Cieli amici, Che credea volontarie, e non arate Quì partorir le terre, e in più graditi Frutti, non culte, germogliar le viti. Quì non fallaci mai fiorir gli olivi, E ’l mel dicea stillar dall’elci cave: E scender giù da lor montagne i rivi Con acque dolci, e mormorio soave: E zefiri e rugiade i raggj estivi Temprarvi sì, che nullo ardor v’è grave: E quì gli Elisj campi, e le famose Stanze delle beate anime pose. A queste or vien la donna, ed, omai sete Dal fin del corso, lor dicea, non lunge. L’isole di Fortuna ora vedete, Di cui gran fama a voi, ma incerta, giunge. Ben son elle feconde, e vaghe e liete; Ma pur molto di falso al ver s’aggiunge. Così parlando, assai presso si fece A quella che la prima è delle diece. Carlo incomincia allor: se ciò concede, Donna, quell’alta impresa ove ci guidi; Lasciami omai por nella terra il piede, E veder questi inconosciuti lidi: Veder le genti, e ’l culto di lor fede, E tutto quello ond’uom saggio m’invídi, Quando mi gioverà narrar altrui Le novità vedute, e dire: io fui. Gli rispose colei: ben degna invero La domanda è di te; ma che poss’io, S’egli osta inviolabile e severo Il decreto de’ Cieli al bel desio? Chè ancor volto non è lo spazio intero Ch’al grande scoprimento ha fisso Dio: Nè lece a voi dall’Ocean profondo Recar vera notizia al vostro mondo. A voi, per grazia, e sovra l’arte e l’uso De’ naviganti, ir per quest’acque è dato: E scender là dove è il guerrier rinchiuso, E ridurlo del mondo all’altro lato. Tanto vi basti: e l’aspirar più suso Superbir fora, e calcitrar col fato. Quì tacque: e già parea più bassa farsi L’isola prima, e la seconda alzarsi. Ella mostrando gía che all’Oriente Tutte, con ordin lungo, eran dirette: E che largo è fra lor quasi egualmente Quello spazio di mar che si frammette. Ponsi veder d’abitatrice gente Case e culture ed altri segni in sette: Tre deserte ne sono; e v’han le belve Sicurissima tana in monti e in selve. Luogo è in una dell’erme assai riposto, Ove si curva il lido e in fuori stende Due lunghe corna, e fra lor tiene ascosto Un ampio seno, e porto un scoglio rende, Ch’a lui la fronte, e ’l tergo all’onda ha opposto Che vien dall’alto, e la respinge e fende. S’innalzan quinci e quindi, e torreggianti Fan due gran rupi segno a’ naviganti. Tacciono sotto i mar sicuri in pace: Sovra ha di negre selve opaca scena: E in mezzo d’esse una spelonca giace, D’edere, e d’ombre, e di dolci acque amena. Fune non lega quì, nè col tenace Morso le stanche navi áncora frena. La donna in sì solinga e queta parte Entrava, e raccogliea le vele sparte. Mirate, disse poi, quell’alta mole Che di quel monte in su la cima siede. Quivi fra cibi, ed ozio, e scherzi, e fole Torpe il campion della Cristiana fede. Voi, con la guida del nascente Sole, Su per quell’erto moverete il piede: Nè vi gravi il tardar; perocchè fora, Se non la mattutina, infausta ogni ora. Ben col lume del dì, ch’anco riluce, Insino al monte andar per voi potrassi. Essi al congedo della nobil duce Poser nel lido desiato i passi: E ritrovar la via, ch’a lui conduce, Agevol sì che i piè non ne fur lassi; E quando v’arrivar, dall’Oceáno Era il carro di Febo anco lontano. Veggion che per dirupi, e fra ruine S’ascende alla sua cima alta e superba: E ch’è fin là di nevi e di pruine Sparsa ogni strada: ivi ha poi fiori ed erba. Presso al canuto mento il verde crine Frondeggia: e ’l ghiaccio fede ai giglj serba Ed alle rose tenere; cotanto Puote sovra natura arte d’incanto! I duo’ guerrieri, in loco ermo e selvaggio Chiuso d’ombre, fermarsi a piè del monte: E come il Ciel rigò col novo raggio Il Sol, dell’aurea luce eterno fonte; Su su, gridaro entrambi, e ’l lor viaggio Ricominciar con voglie ardite e pronte. Ma esce, non so donde, e s’attraversa Fiera serpendo orribile e diversa. Innalza d’oro squallido squamose Le creste e ’l capo, e gonfia il collo d’ira: Arde negli occhj; e le vie tutte ascose Tien sotto il ventre; e tosco e fumo spira. Or rientra in se stessa, or le nodose Rote distende, e sè dopo sè tira. Tal s’appresenta alla solita guarda; Nè però de’ guerrieri i passi tarda. Già Carlo il ferro stringe, e ’l serpe assale: Ma l’altro grida a lui: che fai? che tente? Per isforzo di man, con arme tale, Vincer avvisi il difensor serpente? Egli scuote la verga aurea immortale, Sicchè la belva il sibilar ne sente: E impaurita al suon, fuggendo ratta, Lascia quel varco libero, e s’appiatta. Più suso alquanto il passo a lor contende Fero leon che rugge e torvo guata: E i velli arrizza, e le caverne orrende Della bocca vorace apre e dilata: Si sferza con la coda, e l’ire accende. Ma non è pria la verga a lui mostrata, Ch’un secreto spavento al cor gli agghiaccia Ogni nativo ardire, e in fuga il caccia. Segue la coppia il suo cammin veloce; Ma formidabile oste han già davante Di guerrieri animai, varj di voce, Varj di moto, e varj di sembiante. Ciò che di mostruoso e di feroce Erra fra ’l Nilo e i termini d’Atlante, Par quì tutto raccolto, e quante belve L’Ercinia ha in sen, quante l’Ircane selve. Ma pur sì fero esercito e sì grosso Non vien che lor respinga, o lor resista: Anzi (miracol novo!) in fuga è mosso Da un picciol fischio, e da una breve vista. La coppia omai vittoriosa il dosso Della montagna, senza intoppo, acquista; Se non se inquanto il gelido e l’alpino Delle rigide vie tarda il cammino. Ma poi che già le nevi ebber varcate, E superato il discosceso e l’erto; Un bel tepido Ciel di dolce state Trovaro, e ’l pian sul monte ampio ed aperto. Aure fresche maisempre ed odorate Vi spiran con tenor stabile e certo: Nè i fiati lor, siccome altrove suole, Sopisce o desta, ivi girando, il Sole. Nè, come altrove suol, ghiaccj ed ardori, Nubi e sereni a quelle piaggie alterna; Ma il Ciel di candidissimi splendori Sempre s’ammanta, e non s’infiamma o verna; E nutre ai prati l’erba, all’erba i fiori, Ai fior l’odor, l’ombra alle piante eterna. Siede sul lago, e signoreggia intorno I monti e i mari il bel palagio adorno. I Cavalier per l’alta aspra salita Sentiansi alquanto affaticati e lassi: Onde ne gían per quella via fiorita Lenti, or movendo ed or fermando i passi; Quando ecco un fonte, che a bagnar gl’invita Le asciutte labbra, alto cader da’ sassi E da una larga vena, e con ben mille Zampilletti spruzzar l’erbe di stille. Ma tutta insieme poi tra verdi sponde, In profondo canal, l’acqua s’aduna: E sotto l’ombra di perpetue fronde Mormorando sen va gelida e bruna; Ma trasparente sì che non asconde Dell’imo letto suo vaghezza alcuna; E sovra le sue rive alta s’estolle L’erbetta, e vi fa seggio fresco e molle. Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio Che mortali periglj in se contiene. Or quì tener a fren nostro desio, Ed esser cauti molto a noi conviene. Chiudiam l’orecchie al dolce canto e rio Di queste del piacer false Sirene. Così n’andar fin dove il fiume vago Si spande in maggior letto, e forma un lago. Quivi di cibi preziosa e cara Apprestata è una mensa in su le rive: E scherzando sen van per l’acqua chiara Due donzellette garrule e lascive: Ch’or si spruzzano il volto, or fanno a gara Chi prima a un segno destinato arrive. Si tuffano talora: e ’l capo e ’l dorso Scoprono alfin dopo il celato corso. Mosser le natatrici ignude e belle De’ duo’ guerrieri alquanto i duri petti; Sicchè fermarsi a riguardarle: ed elle Seguian pure i lor giochi, e i lor diletti. Una intanto drizzossi, e le mammelle E tutto ciò che più la vista alletti Mostrò, dal seno insuso, aperto al Cielo: E ’l lago all’altre membra era un bel velo. Qual mattutina stella esce dall’onde Rugiadosa e stillante: o come fuore Spuntò nascendo già dalle feconde Spume dell’Ocean la Dea d’Amore; Tale apparve costei: tal le sue bionde Chiome stillavan cristallino umore. Poi girò gli occhj, e pur allor s’infinse Que’ duo’ vedere, e in se tutta si strinse. E ’l crin, che in cima al capo avea raccolto In un sol nodo, immantinente sciolse, Che, lunghissimo in giù cadendo e folto, D’un aureo manto i molli avorj involse. O che vago spettacolo è lor tolto! Ma non men vago fu chi loro il tolse. Così dall’acque e da’ capelli ascosa A lor si volse lieta e vergognosa. Rideva insieme, e insieme ella arrossia: Ed era nel rossor più bello il riso, E nel riso il rossor che le copria Insino al mento il delicato viso. Mosse la voce poi sì dolce e pia, Che fora ciascun altro indi conquiso: O fortunati peregrin, cui lice Giungere in questa sede alma e felice! Questo è il porto del mondo; e quì il ristoro Delle sue noje, e quel piacer si sente Che già sentì ne’ secoli dell’oro L’antica e senza fren libera gente. L’arme che sin a quì d’uopo vi foro, Potete omai depor sicuramente, E sacrarle in quest’ombra alla quiete: Chè guerrieri quì sol d’Amor sarete. E dolce campo di battaglia il letto Fiavi, e l’erbetta morbida de’ prati. Noi menerenvi anzi il regale aspetto Di lei, che quì fa i servi suoi beati: Che v’accorrà nel bel numero eletto Di quei ch’alle sue gioje ha destinati. Ma pria la polve in queste acque deporre Vi piaccia, e ’l cibo a quella mensa torre. L’una disse così: l’altra concorde L’invito accompagnò d’atti e di sguardi, Siccome al suon delle canore corde S’accompagnano i passi or presti or tardi. Ma i cavalieri hanno indurate e sorde L’alme a que’ vezzi perfidi e bugiardi: E il lusinghiero aspetto e il parlar dolce Di fuor s’aggira, e solo i sensi molce. E se di tal dolcezza entro trasfusa Parte penétra, onde il desio germoglie; Tosto ragion, nell’armi sue rinchiusa, Sterpa e riseca le nascenti voglie. L’una coppia riman vinta e delusa: L’altra sen va, neppur congedo toglie. Essi entrar nel palagio: esse nell’acque Tuffarsi; a lor sì la repulsa spiacque. Canto sedicesimo Entrano i due guerrier nell’ampio tetto, Ove in dolce prigion Rinaldo stassi: E fan sì, ch’ei pien d’ira e di dispetto, Move al partir di là con loro i passi. Per ritenere il cavalier diletto, Prega e piange la Maga; egli al fin vassi. Essa per vendicare il suo gran duolo, Strugge il palagio, e va per l’aria a volo. CANTO DECIMOSESTO. Tondo è il ricco edifizio, e nel più chiuso Grembo di lui, ch’è quasi centro al giro, Un giardin v’ha, ch’adorno è sovra l’uso Di quanti più famosi unqua fioriro. D’intorno inosservabile e confuso Ordin di logge i Demon fabbri ordiro: E tra le oblique vie di quel fallace Ravvolgimento impenetrabil giace. Per l’entrata maggior (però che cento L’ampio albergo n’avea) passar costoro. Le porte quì d’effigiato argento Su i cardini stridean di lucid’oro. Fermar nelle figure il guardo intento: Chè vinta la materia è dal lavoro. Manca il parlar: di vivo altro non chiedi: Nè manca questo ancor, se gli occhj credi. Mirasi quì, fra le Meonie ancelle, Favoleggiar con la conocchia Alcide. Se l’inferno espugnò, resse le stelle, Or torce il fuso; Amor se ’l guarda, e ride. Mirasi Jole con la destra imbelle, Per ischerno, trattar l’armi omicide: E in dosso ha il cuojo del leon, che sembra Ruvido troppo a sì tenere membra. D’incontro è un mare; e di canuto flutto Vedi spumanti i suoi cerulei campi. Vedi nel mezzo un doppio ordine instrutto Di navi, e d’arme: e uscir dall’arme i lampi. D’oro fiammeggia l’onda: e par che tutto D’incendio marzial Leucate avvampi. Quinci Augusto i Romani, Antonio quindi Trae l’Oriente, Egizj, Arabi, ed Indi. Svelte nuotar le Cicladi diresti Per l’onde, e i monti coi gran monti urtarsi: L’impeto è tanto, onde quei vanno e questi Co’ legni torreggianti ad incontrarsi. Già volar faci, e dardi: e già funesti Vedi di nova strage i mari sparsi. Ecco (nè punto ancor la pugna inchina) Ecco fuggir la barbara Reina. E fugge Antonio! e lasciar può la speme Dell’imperio del mondo ov’egli aspira? Non fugge no, non teme il fier non teme; Ma segue lei che fugge, e seco il tira. Vedresti lui simile ad uom che freme D’amore, a un tempo, e di vergogna e d’ira, Mirar alternamente or la crudele Pugna ch’è in dubbio, or le fuggenti vele. Nelle latébre poi del Nilo accolto Attender pare in grembo a lei la morte: E nel piacer d’un bel leggiadro volto Sembra che il duro fato egli conforte. Di cotai segni variato e scolto Era il metallo delle regie porte. I due guerrier, poichè dal vago obbietto Rivolser gli occhj, entrar nel dubbio tetto. Qual Meandro fra rive oblique e incerte Scherza, e con dubbio corso or cala or monta: Queste acque ai fonti, e quelle al mar converte: E mentre ei vien, sè che ritorna, affronta: Tali, e più inestricabili conserte Son queste vie: ma il libro in se le impronta: Il libro, don del Mago; e d’esse in modo Parla, che le risolve, e spiega il nodo. Poichè lasciar gli avviluppati calli, In lieto aspetto il bel giardin s’aperse. Acque stagnanti, mobili cristalli, Fior varj e varie piante, erbe diverse, Apriche collinette, ombrose valli, Selve e spelonche in una vista offerse: E quel che il bello, e il caro accresce all’opre, L’arte che tutto fa, nulla si scopre. Stimi (sì misto il culto è col negletto) Sol naturali e gli ornamenti, e i siti. Di natura arte par, che per diletto L’imitatrice sua scherzando imiti. L’aura, non ch’altro, è della Maga effetto, L’aura che rende gli alberi fioriti: Co’ fiori eterni eterno il frutto dura, E mentre spunta l’un, l’altro matura. Nel tronco istesso, e tra l’istessa foglia Sovra il nascente fico invecchia il fico. Pendono a un ramo, un con dorata spoglia, L’altro con verde, il novo e il pomo antico. Lussureggiante serpe alto, e germoglia La torta vite, ov’è più l’orto apríco: Quì l’uva ha in fiori acerba, e quì d’or l’have E di pirópo, e già di nettar grave. Vezzosi augelli infra le verdi fronde Temprano a prova lascivette note. Mormora l’aura, e fa le foglie e l’onde Garrir, che variamente ella percote: Quando taccion gli augelli, alto risponde; Quando cantan gli augei, più lieve scote: Sia caso od arte, or accompagna ed ora Alterna i versi lor la musica ora. Vola fra gli altri un che le piume ha sparte Di color varj, ed ha purpureo il rostro; E lingua snoda in guisa larga, e parte La voce sì, ch’assembra il sermon nostro: Quest’ivi allor continuò con arte Tanta il parlar, che fu mirabil mostro. Tacquero gli altri ad ascoltarlo intenti, E fermaro i susurri in aria i venti. Deh mira (egli cantò) spuntar la rosa Dal verde suo modesta e verginella; Che mezzo aperta ancora, e mezzo ascosa, Quanto si mostra men, tanto è più bella. Ecco poi nudo il sen già baldanzosa Dispiega: ecco poi langue, e non par quella, Quella non par che desiata innanti Fu da mille donzelle e mille amanti. Così trapassa al trapassar d’un giorno Della vita mortale il fiore, e ’l verde: Nè perchè faccia indietro April ritorno, Si rinfiora ella mai, nè si rinverde. Cogliam la rosa in sul mattino adorno Di questo dì, chè tosto il seren perde: Cogliam d’Amor la rosa: amiamo or quando Esser si puote riamato amando. Tacque, e concorde degli augelli il coro, Quasi approvando, il canto indi ripiglia; Raddoppian le colombe i bacj loro: Ogni animal d’amar si riconsiglia: Par che la dura quercia, e ’l casto alloro, E tutta la frondosa ampia famiglia, Par che la terra e l’acqua, e formi e spiri Dolcissimi d’Amor sensi e sospiri. Fra melodia sì tenera, e fra tante Vaghezze allettatrici e lusinghiere Va quella coppia; e rigida e costante Se stessa indura ai vezzi del piacere. Ecco tra fronde e fronde il guardo innante Penetra, e vede, o pargli di vedere: Vede pur certo il vago, e la diletta, Ch’egli è in grembo alla donna, essa all’erbetta. Ella dinanzi al petto ha il vel diviso, E il crin sparge incomposto al vento estivo. Langue per vezzo: e ’l suo infiammato viso Fan biancheggiando i bei sudor più vivo. Qual raggio in onda, le scintilla un riso Negli umidi occhj tremulo e lascivo. Sovra lui pende: ed ei nel grembo molle Le posa il capo, e ’l volto al volto attolle. E i famelici sguardi avidamente In lei pascendo, or si consuma e strugge. S’inchina, e i dolci bacj ella sovente Liba or dagli occhj, e dalle labbra or sugge: Ed in quel punto ei sospirar si sente Profondo sì, che pensi, or l’alma fugge E in lei trapassa peregrina. Ascosi Mirano i due guerrier gli atti amorosi. Dal fianco dell’amante, estranio arnese, Un cristallo pendea lucido e netto. Sorse, e quel fra le mani a lui sospese, Ai misterj d’Amor ministro eletto. Con luci ella ridenti, ei con accese, Mirano in varj oggetti un sol oggetto: Ella del vetro a se fa specchio: ed egli Gli occhj di lei sereni a sè fa speglj. L’uno di servitù, l’altra d’impero Si gloria: ella in se stessa, ed egli in lei. Volgi, dicea, deh volgi, il cavaliero a me quegli occhj, onde beata bei: Chè son, se tu no ’l sai, ritratto vero Delle bellezze tue gl’incendj miei. La forma lor, le meraviglie appieno, Più che ’l cristallo tuo, mostra il mio seno. Deh, poichè sdegni me, com’egli è vago Mirar tu almen potessi il proprio volto: Chè ’l guardo tuo, ch’altrove non è pago, Gioirebbe felice in se rivolto. Non può specchio ritrar sì dolce imago: Nè in picciol vetro è un paradiso accolto. Specchio t’è degno il Cielo, e nelle stelle Puoi riguardar le tue sembianze belle. Ride Armida a quel dir: ma non che cesse Dal vagheggiarsi, o da’ suoi bei lavori. Poichè intrecciò le chiome, e che ripresse Con ordin vago i lor lascivi errori, Torse in anella i crin minuti, e in esse, Quasi smalto su l’or, consparse i fiori: E nel bel sen le peregrine rose Giunse ai nativi giglj, e ’l vel compose. Nè il superbo pavon sì vago in mostra Spiega la pompa delle occhiute piume: Nè l’Iride sì bella indora e inostra Il curvo grembo e rugiadoso al lume. Ma bel sovra ogni fregio il cinto mostra, Che neppur nuda ha di lasciar costume. Diè corpo a chi non l’ebbe; e, quando il fece Tempre mischiò ch’altrui mescer non lece; Teneri sdegni, e placide e tranquille Repulse, e cari vezzi, e liete paci, Sorrisi, parolette, e dolci stille Di pianto, e sospir tronchi, e molli bacj; Fuse tai cose tutte, e poscia unille, Ed al foco temprò di lente faci: E ne formò quel sì mirabil cinto, Di ch’ella aveva il bel fianco succinto. Fine alfin posto al vagheggiar, richiede A lui commiato, e ’l bacia, e si diparte. Ella per uso il dì n’esce, e rivede Gli affari suoi, le sue magiche carte. Egli riman; chè a lui non si concede Por orma, o trar momento in altra parte: E tra le fere spazia e tra le piante, Se non quanto è con lei, romito amante. Ma quando l’ombra co’ silenzj amici Rappella ai furti lor gli amanti accorti; Traggono le notturne ore felici Sotto un tetto medesmo entro a quegli orti. Ma poichè volta a più severi uficj Lasciò Armida il giardino, e i suoi diporti; I duo, che tra i cespuglj eran celati, Scoprirsi a lui pomposamente armati. Qual feroce destrier ch’al faticoso Onor dell’arme vincitor sia tolto: E lascivo marito, in vil riposo, Fra gli armenti e ne’ paschi erri disciolto; Se ’l desta o suon di tromba, o luminoso Acciar, colà tosto annitrendo è volto; Già già brama l’arringo, e l’uom sul dorso Portando, urtato riurtar nel corso. Tal si fece il Garzon, quando repente Dell’arme il lampo gli occhj suoi percosse. Quel sì guerrier, quel sì feroce ardente Suo spirto a quel fulgor tutto si scosse: Benchè tra gli agj morbidi languente, E tra i piaceri ebbro e sopito ei fosse. Intanto Ubaldo oltra ne viene, e ’l terso Adamantino scudo ha in lui converso. Egli al lucido scudo il guardo gira; Onde si specchia in lui qual siasi, e quanto, Con delicato culto adorno, spira Tutto odori e lascivie il crine e ’l manto: E ’l ferro, il ferro aver non ch’altro, mira Dal troppo lusso effeminato a canto. Guernito è sì che inutile ornamento Sembra, non militar fero instrumento. Qual’uom da cupo e grave sonno oppresso Dopo vaneggiar lungo in se riviene; Tal ei tornò nel rimirar se stesso: Ma se stesso mirar già non sostiene. Giù cade il guardo: e timido e dimesso Guardando, a terra la vergogna il tiene. Si chiuderebbe e sotto il mare e dentro Il foco, per celarsi, e giù nel centro. Ubaldo incominciò parlando allora: Va l’Asia tutta, e va l’Europa in guerra: Chiunque pregio brama, e Cristo adora, Travaglia in arme or nella Siria terra. Te solo, o figlio di Bertoldo, fuora Del mondo, in ozio, un breve angolo serra; Te sol dell’universo il moto nulla Move, egregio campion d’una fanciulla! Qual sonno, o qual letargo ha sì sopita La tua virtute? o qual viltà l’alletta? Su su, te il campo, e te Goffredo invita: Te la fortuna, e la vittoria aspetta. Vieni, o fatal guerriero, e sia finita La ben comincia impresa: e l’empia setta, Che già crollasti, a terra estinta cada Sotto l’inevitabile tua spada. Tacque; e ’l nobil Garzon restò per poco Spazio confuso, e senza moto e voce. Ma poi che diè vergogna a sdegno loco, Sdegno guerrier della ragion feroce, E che al rossor del volto un novo foco Successe che più avvampa, e che più coce; Squarciossi i vani fregj, e quelle indegne Pompe, di servitù misera insegne. Ed affrettò il partire, e della torta Confusione uscì del laberinto. Intanto Armida della regal porta Mirò giacere il fier custode estinto. Sospettò prima, e si fu poscia accorta Ch’era il suo caro al dipartirsi accinto: E ’l vide (ahi fera vista!) al dolce albergo Dar frettoloso fuggitivo il tergo. Volea gridar: dove, o crudel, me sola Lasci? ma il varco al suon chiuse il dolore: Sicchè tornò la flebile parola Più amara indietro a rimbombar sul core. Misera, i suoi diletti ora le invola Forza e saper del suo saper maggiore. Ella se ’l vede, e invan pur s’argomenta Di ritenerlo, e l’arti sue ritenta. Quante mormorò mai profane note Tessala maga con la bocca immonda: Ciò ch’arrestar può le celesti rote, E l’ombre trar della prigion profonda, Sapea ben tutto: e pur oprar non puote, Ch’almen l’Inferno al suo parlar risponda. Lascia gl’incanti, e vuol provar se vaga E supplice beltà sia miglior maga. Corre, e non ha d’onor cura o ritegno. Ahi dove or sono i suoi trionfi e i vanti? Costei d’Amor, quanto egli è grande, il regno Volse e rivolse sol col cenno innanti: E così pari al fasto ebbe lo sdegno, Ch’amò d’esser amata, odiò gli amanti: Sè gradì sola, e fuor di sè in altrui Sol qualche effetto de’ begli occhj sui. Or negletta e schernita, e in abbandono Rimasa, segue pur chi fugge e sprezza: E procura adornar co’ pianti il dono Rifiutato per se di sua bellezza. Vassene; ed al piè tenero non sono Quel gelo intoppo e quella alpina asprezza, E invia per messaggieri innanzi i gridi: Nè giunge lui pria ch’ei sia giunto ai lidi. Forsennata gridava: o tu che porte Teco parte di me, parte ne lassi; O prendi l’una o rendi l’altra, o morte Dà insieme ad ambe: arresta, arresta i passi, Sol che ti sian le voci ultime porte, Non dico i bacj; altra più degna avrassi Questi da te. Chè temi, empio, se resti? Potrai negar, poi che fuggir potesti. Dissegli Ubaldo allor: già non conviene Che d’aspettar costei, Signor, ricusi. Di beltà armata, e de’ suoi preghi or viene Dolcemente nel pianto amaro infusi. Qual più forte di te, se le Sirene Vedendo ed ascoltando a vincer t’usi? Così ragion pacifica Reina De’ sensi fassi, e se medesma affina. Allor ristette il Cavaliero: ed ella Sovraggiunse anelante e lagrimosa: Dolente sì che nulla più, ma bella Altrettanto però quanto dogliosa. Lui guarda, e in lui s’affisa, e non favella: O che sdegna, o che pensa, o che non osa. Ei lei non mira, e se pur mira, il guardo Furtivo volge e vergognoso e tardo. Qual musico gentil, prima che chiara Altamente la lingua al canto snodi; All’armonia gli animi altrui prepara Con dolci ricercate in bassi modi: Così costei, che nella doglia amara Già tutte non oblia l’arti e le frodi; Fa di sospir breve concento in prima, Per dispor l’alma in cui le voci imprima. Poi cominciò: non aspettar ch’io preghi, Crudel, te, come amante amante deve: Tai fummo un tempo: or se tal esser neghi, E di ciò la memoria anco t’è greve; Come nemico almeno ascolta: i preghi D’un nemico talor l’altro riceve. Ben quel ch’io chieggio è tal che darlo puoi, E integri conservar gli sdegni tuoi. Se m’odj, e in ciò diletto alcun tu senti, Non ten’vengo a privar: godi pur d’esso. Giusto a te pare, e siasi; anch’io le genti Cristiane odiai (nol nego) odiai te stesso. Nacqui Pagana: usai varj argomenti, Chè per me fosse il vostro imperio oppresso: Te perseguii, te presi, e te lontano Dall’arme trassi in loco ignoto e strano. Aggiungi a questo ancor quel ch’a maggiore Onta tu rechi, ed a maggior tuo danno: T’ingannai, t’allettai nel nostro amore; Empia lusinga, certo, iniquo inganno, Lasciarsi corre il virginal suo fiore; Far delle sue bellezze altrui tiranno: Quelle ch’a mille antichi in premio sono Negate, offrire a novo amante in dono. Sia questa pur tra le mie frodi: e vaglia Sì di tante mie colpe in te il difetto, Che tu quinci ti parta, e non ti caglia Di questo albergo tuo già sì diletto. Vattene: passa il mar: pugna, travaglia: Struggi la fede nostra; anch’io t’affretto. Chè dico nostra? ah non più mia; fedele Sono a te solo, idolo mio crudele. Solo ch’io segua te mi si conceda: Picciola fra’ nemici anco richiesta; Non lascia indietro il predator la preda: Va il trionfante, il prigionier non resta. Me fra l’altre tue spoglie il campo veda, Ed all’altre tue lodi aggiunga questa; Che la tua schernitrice abbia schernito, Mostrando me sprezzata ancella a dito. Sprezzata ancella, a chi fo più conserva Di questa chioma, or ch’a te fatta è vile? Raccorcierolla: al titolo di serva Vuò portamento accompagnar servile. Te seguirò, quando l’ardor più ferva Della battaglia, entro la turba ostíle. Animo ho bene, ho ben vigor che baste A condurti i cavalli, a portar l’aste. Sarò qual più vorrai scudiere o scudo: Non fia che in tua difesa io mi risparmi. Per questo sen, per questo collo ignudo, Pria che giungano a te, passeran l’armi. Barbaro forse non sarà sì crudo, Che ti voglia ferir per non piagarmi; Condonando il piacer della vendetta A questa, qual si sia, beltà negletta. Misera, ancor presumo? ancor mi vanto Di schernita beltà che nulla impetra? Volea più dir; ma l’interruppe il pianto, Che qual fonte sorgea d’alpina pietra. Prendergli cerca allor la destra o ’l manto, Supplichevole in atto, ed ei s’arretra. Resiste, e vince: e in lui trova impedita Amor l’entrata, il lagrimar l’uscita. Non entra Amor a rinovar nel seno, Che ragion congelò, la fiamma antica. V’entra pietate in quella vece almeno, Pur compagna d’Amor, benchè pudíca: E lui commove in guisa tal ch’a freno Può ritener le lagrime a fatica. Pur quel tenero affetto entro ristringe, E quanto può gli atti compone, e infinge. Poi le risponde: Armida, assai mi pesa Di te; sì potess’io, come il farei, Del mal concetto ardor l’anima accesa Sgombrarti; odj non son, nè sdegni i miei: Nè vuò vendetta: nè rammento offesa: Nè serva tu, nè tu nemica sei. Errasti, è vero, e trapassasti i modi, Ora gli amori esercitando, or gli odj. Ma che? son colpe umane, e colpe usate. Scuso la natia legge, il sesso, e gli anni. Anch’io parte fallii: se a me pietate Negar non vuò, non fia ch’io te condanni. Fra le care memorie ed onorate Mi sarai nelle gioje, e negli affanni: Sarò tuo cavalier, quanto concede La guerra d’Asia, e con l’onor la fede. Deh! che del fallir nostro or quì sia il fine; E di nostre vergogne omai ti spiaccia: Ed in questo del mondo ermo confine La memoria di lor sepolta giaccia. Sola, in Europa e nelle due vicine Parti, fra l’opre mie questa si taccia. Deh non voler che segni ignobil fregio Tua beltà, tuo valor, tuo sangue regio. Rimanti in pace; i’ vado: a te non lice Meco venir; chi mi conduce il vieta. Rimanti, o va per altra via felice, E come saggia i tuoi consiglj acqueta. Ella, mentre il guerrier così le dice, Non trova loco torbida inquieta: Già buona pezza in dispettosa fronte Torva il riguarda, alfin prorompe all’onte. Nè te Sofia produsse, e non sei nato Dell’Azzio sangue tu: te l’onda insana Del mar produsse, e ’l Caucaso gelato, E le mamme allattar di tigre Ircana. Che dissimulo io più? l’uomo spietato Pur un segno non diè di mente umana. Forse cambiò color? forse al mio duolo Bagnò almen gli occhj, o sparse un sospir solo? Quali cose tralascio, e quai ridico? S’offre per mio: mi fugge, e m’abbandona. Quasi buon vincitor, di reo nemico Oblia le offese, e i falli aspri perdona. Odi come consiglia, odi il pudíco Senocrate d’Amor come ragiona. O Cielo, o Dei, perchè soffrir questi empj, Fulminar poi le torri, e i vostri tempj? Vattene pur, crudel, con quella pace Che lasci a me: vattene iniquo omai; Me tosto ignudo spirto, ombra seguace Indivisibilmente a tergo avrai. Nuova furia co’ serpi e con la face Tanto t’agiterò quanto t’amai. E s’è destin ch’esca del mar, che schivi Gli scoglj e l’onde, e ch’alla pugna arrivi: Là tra ’l sangue e le morti egro giacente Mi pagherai le pene, empio guerriero. Per nome Armida chiamerai sovente Negli ultimi singulti; udir ciò spero..... Or quì mancò lo spirto alla dolente; Nè quest’ultimo suono espresse intero: E cadde tramortita, e si diffuse Di gelato sudore, e i lumi chiuse. Chiudesti i lumi, Armida: il Cielo avaro Invidiò il conforto a’ tuoi martírj. Apri, misera, gli occhj; il pianto amaro Negli occhj al tuo nemico or chè non miri? O s’udir tu ’l potessi, o come caro T’addolcirebbe il suon de’ suoi sospiri! Dà quanto ei puote; ei prende (e tu nol credi) Pietoso in vista gli ultimi congedi. Or che farà? dee su l’ignuda arena Costei lasciar così tra viva e morta? Cortesia lo ritien, pietà l’affrena, Dura necessità seco ne ’l porta. Parte, e di lievi zefiri è ripiena La chioma di colei che gli fa scorta. Vola per l’alto mar l’aurata vela: Ei guarda il lido; e ’l lido ecco si cela. Poi ch’ella in se tornò, deserto e muto, Quanto mirar potè, d’intorno scorse. Ito se n’è pur, disse, ed ha potuto Me quì lasciar della mia vita in forse? Nè un momento indugiò: nè un breve ajuto Nel caso estremo il traditor mi porse? Ed io pur anco l’amo? e in questo lido Invendicata ancor piango, e m’assido? Che fa più meco il pianto? altr’arme, altr’arte Io non ho dunque? ahi seguirò pur l’empio: Nè l’abisso, per lui riposta parte, Nè il Ciel sarà per lui sicuro tempio. Già ’l giungo, e ’l prendo, e ’l cor gli svello, e sparte Le membra appendo, ai dispietati esempio. Mastro è di ferità: vuò superarlo Nell’arti sue; ma dove son? che parlo? Misera Armida, allor dovevi, e degno Ben era, in quel crudele incrudelire Che tu prigion l’avesti: or tardo sdegno T’infiamma, e movi neghittosa a l’ire. Pur se beltà può nulla, o scaltro ingegno, Non fia vuoto d’effetto il mio desire. O mia sprezzata forma, a te s’aspetta (Chè tua l’ingiuria fu) l’alta vendetta. Questa bellezza mia sarà mercede Del troncator dell’esecrabil testa. O miei famosi amanti, ecco si chiede Difficil sì, da voi, ma impresa onesta. Io che sarò d’ampie ricchezze erede, D’una vendetta in guiderdon son presta. S’esser compra a tal prezzo indegna io sono, Beltà, sei di natura inutil dono. Dono infelice, io ti rifiuto: e insieme Odio l’esser Reina, e l’esser viva, E l’esser nata mai; sol fa la speme Della dolce vendetta ancor ch’io viva. Così in voci interrotte irata freme, E torce il piè dalla deserta riva, Mostrando ben quanto ha furor raccolto, Sparsa il crin, bieca gli occhj, accesa il volto. Giunta agli alberghi suoi chiamò trecento, Con lingua orrenda, deità d’Averno. S’empie il Ciel d’atre nubi, e in un momento Impallidisce il gran pianeta eterno: E soffia, e scuote i gioghi alpestri il vento: Ecco già sotto i piè mugghiar l’Inferno. Quanto gira il palagio, udresti irati Sibili, ed urli, e fremiti, e latrati. Ombra più che di notte, in cui di luce Raggio misto non è, tutto il circonda; Se non se in quanto un lampeggiar riluce Per entro la caligine profonda. Cessa alfin l’ombra, e i raggj il Sol riduce Pallidi, nè ben l’aura anco è gioconda: Nè più il palagio appar, nè pur le sue Vestigia, nè dir puossi: egli quì fue. Come immagin talor d’immensa mole Forman nubi nell’aria, e poco dura, Chè ’l vento la disperde, o solve il Sole; Come sogno sen va, ch’egro figura; Così sparver gli alberghi, e restar sole L’alpi, e l’orror che fece ivi natura. Ella sul carro suo, che presto aveva, S’assise, e come ha in uso, al Ciel si leva. Calca le nubi, e tratta l’aure a volo, Cinta di nembi, e turbini sonori; Passa i lidi soggetti all’altro Polo, E le terre d’ignoti abitatori; Passa d’Alcide i termini, nè ’l suolo Appressa degli Esperj, o quel de’ Mori; Ma su i mari sospeso il corso tiene, Insin che ai lidi di Soria perviene. Quinci a Damasco non s’invia, ma schiva Il già sì caro della patria aspetto, E drizza il carro all’infeconda riva, Ove è tra l’onde il suo castello eretto. Qui giunta, i servi e le donzelle priva Di sua presenza, e sceglie ermo ricetto, E fra varj pensier dubbia s’aggira; Ma tosto cede la vergogna all’ira. Io n’andrò pur, dice ella, anzi che l’armi Dell’Oriente il Re d’Egitto muova: Ritentar ciascun’arte, e trasmutarmi In ogni forma insolita mi giova, Trattar l’arco, e la spada, e serva farmi De’ più potenti, e concitargli a prova; Pur che le mie vendette io veggia in parte, Il rispetto e l’onor stiasi in disparte. Non accusi già me, biasmi se stesso Il mio custode e zio, che così volse; Ei l’alma baldanzosa, e ’l fragil sesso Ai non debiti ufficj in prima volse. Esso mi fè donna vagante, ed esso Spronò l’ardire, e la vergogna sciolse; Tutto si rechi a lui ciò che d’indegno Fei per amore, o che farò di sdegno. Così risolse: e cavalieri, e donne, Paggj, e sergenti frettolosa aduna, E ne’ superbi arnesi, e nelle gonne L’arte dispiega, e la regal fortuna, E in via si pone, e non è mai ch’assonne, O che si posi al Sole, od alla Luna, Sin che non giunge ove le schiere amiche Coprian di Gaza le campagne apriche. Canto diciassettesimo Il suo esercito immenso in mostra chiama L’Egizio, e poi contra i Cristian l’invia. Armida che pur di Rinaldo brama La morte, con sua gente anco giungía; E per meglio saziar sua crudel brama, Sè in guiderdon della vendetta offria. Ei vestia intanto armi fatali, e dove Mira impresse degli avi illustri prove. CANTO DECIMOSETTIMO. Gaza è Città della Giudea nel fine, Su quella via che inver Pelusio mena: Posta in riva del mare, ed ha vicine Immense solitudini d’arena, Le quai, come austro suol l’onde marine, Mesce il turbo spirante; onde a gran pena Ritrova il peregrin riparo o scampo Nelle tempeste dell’instabil campo. Del Re d’Egitto è la Città frontiera, Da lui gran tempo innanzi ai Turchi tolta; E però ch’opportuna e prossima era All’alta impresa ove la mente ha volta: Lasciando Menfi, ch’è sua reggia altera, Quì traslato il gran seggio, e quì raccolta Già da varie provincie insieme avea L’innumerabil’ oste all’assemblea. Musa, quale stagione e qual là fosse Stato di cose, or tu mi reca a mente: Qual’arme il grande Imperator, quai posse, Qual serva avesse, e qual compagna gente, Quando del Mezzogiorno in guerra mosse Le forze, e i Regi, e l’ultimo Oriente. Tu sol le schiere e i duci, e sotto l’arme Mezzo il mondo raccolto, or puoi dettarme. Poscia che, ribellante, al Greco impero Si sottrasse l’Egitto, e mutò fede; Del sangue di Macon nato un guerriero Sen fè Tiranno, e vi fondò la sede. Ei fu detto Califfo, e del primiero Chi tien lo scettro al nome anco succede. Così per ordin lungo il Nilo i suoi Faraon vide, e i Tolommei dappoi. Volgendo gli anni, il regno è stabilito Ed accresciuto in guisa tal che viene, Asia e Libia ingombrando, al Sirio lito Da’ Marmarici fini, e da Cirene: E passa addentro incontra all’infinito Corso del Nilo assai sovra Siene: E quinci alle campagne inabitate Va della sabbia, e quindi al grande Eufrate. A destra ed a sinistra in se comprende L’odorata maremma e ’l ricco mare. E, fuor dell’Eritreo, molto si stende Incontro al Sol che mattutino appare. L’imperio ha in se gran forze, e più le rende Il Re, ch’or le governa, illustri e chiare: Ch’è per sangue Signor, ma più per merto, Nell’arti regie e militari esperto. Questi, or co’ Turchi or con le genti Perse Più guerre fè: le mosse, e le respinse: Fu perdente, e vincente: e nell’avverse Fortune fu maggior che quando vinse. Poi che la grave età più non sofferse Dell’arme il peso, alfin la spada scinse; Ma non depose il suo guerriero ingegno, Nè d’onor il desio vasto, e di regno. Ancor guerreggia per ministri: ed have Tanto vigor di mente e di parole, Che della monarchia la soma grave Non sembra agli anni suoi soverchia mole. Sparsa in minuti regni Africa pave Tutta al suo nome, e ’l remoto Indo il cole: E gli porge altri volontario ajuto D’armate genti, ed altri d’or tributo. Tanto e sì fatto Re l’arme raguna: Anzi pur adunate omai le affretta Contra il sorgente imperio, e la fortuna Franca, nelle vittorie omai sospetta. Armida ultima vien: giunge opportuna Nell’ora appunto alla rassegna eletta. Fuor delle mura in spazioso campo Passa dinanzi a lui schierato il Campo. Egli in sublime soglio, a cui per cento Gradi eburnei s’ascende, altero siede: E sotto l’ombra d’un gran ciel d’argento Porpora intesta d’or preme col piede: E ricco di barbarico ornamento, In abito regal splender si vede. Fan, torti in mille fasce, i bianchi lini Alto diadema in nova forma ai crini. Lo scettro ha nella destra: e per canuta Barba appar venerabile e severo. E dagli occhj, ch’etade ancor non muta, Spira l’ardire e ’l suo vigor primiero. E ben da ciascun atto è sostenuta La maestà degli anni, e dell’impero. Apelle forse o Fidia in tal sembiante Giove formò; ma Giove allor tonante. Stannogli a destra l’un, l’altro a sinistra Due Satrapi i maggiori: alza il più degno La nuda spada del rigor ministra; L’altro il sigillo, del suo uficio in segno. Custode un de’ secreti, al Re ministra Opra civil ne’ grandi affar del regno: Ma Prence degli eserciti, e con piena Possanza, è l’altro ordinator di pena. Sotto, folta corona al seggio fanno Con fedel guardia i suoi Circassi astati: Ed oltra l’aste hanno corazze, ed hanno Spade lunghe e ricurve all’un de’ lati. Così sedea, così scopria il Tiranno Da eccelsa parte i popoli adunati. Tutte a’ suoi piè, nel trapassar, le schiere Chinan, quasi adorando, armi e bandiere. Il popol dell’Egitto in ordin primo Fa di se mostra: e quattro i duci sono, Duo’ dell’alto paese, e duo’ dell’imo, Ch’è del celeste Nilo opera e dono. Al mare usurpò il letto il fertil limo, E rassodato al coltivar fu buono. Sì crebbe Egitto: o quanto addentro è posto Quel che fu lido ai naviganti esposto! Nel primiero squadron appar la gente Ch’abitò d’Alessandria il ricco piano, Ch’abitò il lido volto all’Occidente, Ch’esser comincia omai lido Africano. Araspe è il duce lor, duce potente D’ingegno più che di vigor di mano; Ei di furtivi aguati è mastro egregio, E d’ogni arte Moresca in guerra ha il pregio. Secondan quei che, posti inver l’Aurora, Nella costa Asiatica albergaro: E gli guida Aronteo, cui nulla onora Pregio o virtù; ma i titoli il fan chiaro. Non sudò il molle sotto l’elmo ancora: Nè mattutine trombe anco il destaro; Ma dagli agj e dall’ombre a dura vita Intempestiva ambizion l’invita. Quella che terza è poi, squadra non pare; Ma un’oste immensa: e campi e lidi tiene. Non crederai ch’Egitto mieta ed are Per tanti: e pur da una Città sua viene: Città ch’alle provincie emula e pare, Mille cittadinanze in se contiene: Del Cairo i’ parlo; indi il gran volgo adduce, Volgo all’arme restío, Campsone il duce. Vengon sotto Gazel quei che le biade Segaron nel vicin campo fecondo, E più suso, infin là dove ricade Il fiume al precipizio suo secondo. La turba Egizia avea sol archi e spade: Nè sosterria d’elmo o corazza il pondo. D’abito è ricca: onde altrui vien che porte Desio di preda, e non timor di morte. Poi la plebe di Barca, e nuda e inerme Quasi, sotto Alarcon passar si vede: Che la vita famelica nell’erme Piagge gran tempo sostentò di prede. Con istuol manco reo, ma inetto a ferme Battaglie, di Zumara il Re succede. Quel di Tripoli poscia: e l’uno e l’altro Nel pugnar volteggiando è dotto e scaltro. Diretro ad essi apparvero i cultori Dell’Arabia Petrea, della Felice, Che ’l soverchio del gelo e degli ardori Non sente mai; se ’l ver la fama dice: Ove nascon gl’incensi, e gli altri odori: Ove rinasce l’immortal fenice Che tra i fiori odoriferi, ch’aduna All’esequie ai natali, ha tomba e cuna. L’abito di costoro è meno adorno; Ma l’armi a quei d’Egitto han simiglianti. Ecco altri Arabi poi che, di soggiorno Certo, non sono stabili abitanti. Peregrini perpetui usano intorno Trarne gli alberghi, e le Cittadi erranti. Han questi femminil voce, e statura: Crin lungo, e negro; e negra faccia, e scura. Lunghe canne Indiane arman di corte Punte di ferro: e in su destrier correnti Diresti ben che un turbine lor porte; Se pur han turbo sì veloce i venti. Da Siface le prime erano scorte: Aldino in guardia ha le seconde genti: Le terze guida Albiazar ch’è fiero Omicida ladron, non cavaliero. La turba è appresso che lasciate avea L’isole cinte dalle Arabiche onde, Da cui, pescando, già raccor solea Conche di perle gravide e feconde. Sono i Negri con lor, sull’Eritrea Marina posti alle sinistre sponde: Quegli Agricalte, e questi Osmida regge Che schernisce ogni fede ed ogni legge. Gli Etiópi di Meroe indi seguiro: Meroe che quindi il Nilo isola face, Ed Astrabora quinci, il cui gran giro È di tre regni, e di due fe capace. Gli conducea Canario, ed Assimiro: Re l’uno e l’altro, e di Macon seguace, E tributario al Califè; ma tenne Santa credenza il terzo, e quì non venne. Poi due Regi soggetti anco veniano Con squadre d’arco armate e di quadrella. Un Soldano è d’Ormus, che dal gran seno Persico è cinta, nobil terra e bella. L’altro di Boecan: questa è nel pieno Del gran flusso marino, isola anch’ella; Ma quando poi, scemando, il mar s’abbassa, Col piede asciutto il peregrin vi passa. Nè te, Altamoro, entro al pudíco letto Potuto ha ritener la sposa amata. Pianse, percosse il biondo crine e ’l petto Per distornar la tua fatale andata. Dunque, dicea, crudel, più che ’l mio aspetto Del mar l’orrida faccia a te fia grata? Fian l’arme al braccio tuo più caro peso, Che ’l picciol figlio ai dolci scherzi inteso? È questi il Re di Sarmacante; e ’l manco Che in lui si pregi è il libero diadema: Così dotto è nell’arme, e così franco Ardir congiunge a gagliardia suprema! Saprallo ben (l’annunzio) il popol Franco: Ed è ragion che insino ad or ne tema. I suoi guerrieri indosso han la corazza, La spada al fianco, ed all’arcion la mazza. Ecco poi, fin dagl’Indi e dall’albergo Dell’aurora, venuto Adrasto il fero: Che d’un serpente indosso ha per usbergo Il cuojo verde, e maculato a nero: E smisurato a un elefante il tergo Preme così, come si suol destriero. Gente guida costui di qua dal Gange, Che si lava nel mar che l’Indo frange. Nella squadra che segue è scelto il fiore Della regal milizia; e v’ha quei tutti, Che con larga mercè, con degno onore, E per guerra e per pace eran condutti: Ch’armati a sicurezza, ed a terrore Vengono in su destrier possenti instrutti: E de’ purpurei manti, e della luce Dell’acciajo e dell’oro il Ciel riluce. Fra questi è il crudo Alarco, ed Odemaro Ordinator di squadre, ed Idraorte: E Rimedon, che per l’audacia è chiaro, Sprezzator de’ mortali, e della morte: E Tigrane, e Rapoldo il gran corsaro, Già de’ mari tiranno, e Ormondo il forte, E Marlabusto Arabico, a chi il nome L’Arabie dier, che ribellanti ha dome. Evvi Orindo, Arimon, Pirga, Brimarte Espugnator delle Città, Suifante Domator de’ cavalli, e tu dell’arte Della lotta maestro, Aridamante, E Tisaferno il folgore di Marte, A cui non è chi d’agguagliar si vante, O se in arcione, o se pedon contrasta, O se rota la spada, o corre l’asta. Guida un Armen la squadra, il qual tragitto Al Paganesmo nell’età novella Fè dalla vera fede: ed ove ditto Fu già Clemente, ora Emiren s’appella: Per altro uom fido, e caro al Re d’Egitto Sovra quanti per lui calcar mai sella; E duce insieme, e cavalier soprano Per cor, per senno, e per valor di mano. Nessun più rimanea; quando improvvisa Armida apparve, e dimostrò sua schiera. Venia sublime in un gran carro assisa, Succinta in gonna, e faretrata arciera. E mescolato il novo sdegno in guisa Col natío dolce in quel bel volto s’era, Che vigor dalle; e cruda ed acerbetta Par che minacci, e minacciando alletta. Somiglia il carro a quel che porta il giorno, Lucido di pirópi e di giacinti: E frena il dotto auriga al giogo adorno Quattro unicorni a coppia a coppia avvinti: Cento donzelle e cento paggj intorno Pur di faretra gli omeri van cinti, Ed a bianchi destrier premono il dorso, Che sono al giro pronti, e lievi al corso. Segue il suo stuolo, ed Aradin con quello Ch’Idraote assoldò nella Soria. Come allor che ’l rinato unico augello I suo’ Etiópi a visitar s’invia, Vario e vago la piuma, e ricco e bello Di monil, di corona aurea natía; Stupisce il mondo, e va dietro ed ai lati, Maravigliando, esercito d’alati: Così passa costei, maravigliosa D’abito, di maniere, e di sembiante. Non è allor sì inumana o sì ritrosa Alma d’Amor, che non divenga amante. Veduta appena, e in gravità sdegnosa, Invaghir può genti sì varie e tante! Che sarà poi quando, in più lieto viso, Co’ begli occhj lusinghi e col bel riso? Ma poi ch’ella è passata, il Re de’ Regi Comanda ch’Emireno a se nè vegna: Chè lui preporre a tutti i duci egregj, E duce farlo universal disegna. Quel, già presago, ai meritati pregj Con fronte vien che ben del grado è degna: La guardia de’ Circassi in due si fende E gli fa strada al seggio, ed ei v’ascende. E chino il capo e le ginocchia, al petto Giunge la destra; e’l Re così gli dice: Tè questo scettro; a te, Emiren, commetto Le genti, e tu sostieni in lor mia vice: E porta, liberando il Re soggetto, Su’ Franchi l’ira mia vendicatrice. Và, vedi, e vinci: e non lasciar de’ vinti Avanzo, e mena presi i non estinti. Così parlò il Tiranno; e del soprano Imperio il cavalier la verga prese. Prendo scettro, Signor, d’invitta mano, Disse, e vo co’ tuo’ auspicj all’alte imprese: E spero in tua virtù, tuo capitano, Dell’Asia vendicar le gravi offese. Nè tornerò, se vincitor non torno; E la perdita avrà morte, non scorno. Ben prego il Ciel che, s’ordinato male (Ch’io già nol credo) di là su minaccia; Tutta sul capo mio quella fatale Tempesta accolta di sfogar gli piaccia: E salvo rieda il campo, e in trionfale Più che in funebre pompa il duce giaccia. Tacque; e seguì co’ popolari accenti Misto un gran suon di barbari instrumenti. E fra le grida e i suoni, in mezzo a densa Nobile turba, il Re de’ Re si parte: E giunto alla gran tenda, a lieta mensa Raccoglie i duci, e siede egli in disparte: Ond’or cibo, or parole altrui dispensa; Nè lascia inonorata alcuna parte. Armida all’arte sue ben trova loco Quivi opportun, fra l’allegrezza e ’l gioco. Ma già tolte le mense, ella che vede Tutte le viste in se fisse ed intente: E che a’ segni ben noti omai s’avvede Che sparso è il suo velen per ogni mente: Sorge, e si volge al Re dalla sua sede Con atto insieme altero e riverente: E quanto può, magnanima e feroce Cerca parer nel volto e nella voce. O Re supremo, dice, anch’io ne vegno Per la fe, per la patria ad impiegarmi. Donna son’io; ma regal donna: indegno Già di Reina il guerreggiar non parmi. Usi ogn’arte regal chi vuole il regno: Dansi all’istessa man lo scettro, e l’armi. Saprà la mia (nè torpe al ferro, o langue) Ferire, e trar delle ferite il sangue. Nè creder che sia questo il dì primiero, Ch’a ciò nobil m’invoglia alta vaghezza; Chè in pro di nostra legge, e del tuo impero Son’io già prima a militar avvezza. Ben rammentar dei tu s’io dico il vero; Chè d’alcun’opra nostra hai pur contezza: E sai, che molti de’ maggior campioni Che dispieghin la Croce, io fei prigioni. Da me presi ed avvinti, e da me furo In magnifico dono a te mandati: Ed ancor si stariano in fondo oscuro Di perpetua prigion per te guardati: E saresti ora tu via più sicuro Di terminar, vincendo, i tuoi gran piati; Se non che ’l fier Rinaldo, il qual uccise I miei guerrieri, in libertà gli mise. Chi sia Rinaldo è noto: e quì di lui Lunga istoria di cose anco si conta: Questi è il crudele, ond’aspramente i’ fui Offesa poi, nè vendicata ho l’onta. Onde sdegno a ragione aggiunge i sui Stimoli, e più mi rende all’arme pronta. Ma qual sia la mia ingiuria, a lungo detta Saravvi: or tanto basti. Io vuò vendetta. E la procurerò: chè non invano Soglion portarne ogni saetta i venti. E la destra del Ciel di giusta mano Drizza l’arme talor contra i nocenti. Ma s’alcun fia ch’al barbaro inumano Tronchi il capo odioso, e me ’l presenti, A grado avrò questa vendetta ancora; Benchè fatta da me più nobil fora. A grado sì, che gli sarà concessa Quella ch’io posso dar maggior mercede. Me d’un tesor dotata, e di me stessa, In moglie avrà, se in guiderdon mi chiede. Così ne faccio quì stabil promessa: Così ne giuro inviolabil fede: Or s’alcuno è che stimi i premj nostri Degni del rischio, parli e si dimostri. Mentre la donna in guisa tal favella, Adrasto affigge in lei cupidi gli occhj. Tolga il Ciel, dice poi, che le quadrella Nel barbaro omicida unqua tu scocchi: Chè non è degno un cor villano, o bella Saettatrice, che tuo colpo il tocchi. Atto, dell’ira tua, ministro io sono: Ed io del capo suo ti farò dono. Io sterperogli il core: io darò in pasto Le membra lacerate agli avoltoj. Così parlava l’Indiano Adrasto: Nè soffrì Tisaferno i vanti suoi. E chi sei, disse, tu che sì gran fasto Mostri, presente il Re, presenti noi? Forse è quì tal ch’ogni tuo vanto audace Supererà co’ fatti, e pur si tace. Rispose l’Indo fero: io mi sono uno Ch’appo l’opre il parlare ho scarso e scemo. Ma s’altrove che quì così importuno Parlavi tu, parlavi il detto estremo. Seguíto avrian; ma raffrenò ciascuno, Distendendo la destra, il Re supremo. Disse ad Armida poi: Donna gentile, Ben hai tu cor magnanimo e virile; E ben sei degna, a cui suoi sdegni ed ire L’uno e l’altro di lor conceda e done: Perchè tu poscia a voglia tua le gire Contra quel forte predator fellone. Là fian meglio impiegate; e ’l loro ardire Là può chiaro mostrarsi in paragone. Tacque ciò detto; e quegli offerta nova Fecero a lei di vendicarla a prova. Nè quelli pur, ma qual più in guerra è chiaro La lingua al vanto ha baldanzosa e presta. S’offerser tutti a lei: tutti giuraro Vendetta far sull’esecrabil testa: Tante contra il guerrier, ch’ebbe sì caro, Arme or costei commove, e sdegni desta! Ma esso, poi ch’abbandonò la riva, Felicemente al gran corso veniva. Per le medesme vie, che in prima corse, La navicella in dietro si raggira: E l’aura ch’alle vele il volo porse, Non men seconda al ritornar vi spira. Il giovinetto or guarda il Polo, e l’Orse, Ed or le stelle rilucenti mira, Via dell’opaca notte; or fiumi, or monti Che sporgono sul mar le alpestre fronti. Or lo stato del campo, or il costume Di varie genti investigando intende. E tanto van per le salate spume, Che lor dall’Orto il quarto Sol risplende. E quando omai n’è disparito il lume, La nave terra finalmente prende. Disse la donna allor: le Palestine Piaggie son quì: quì del viaggio è il fine. Quinci i tre cavalier sul lido spose, E sparve in men che non si forma un detto. Sorgea la notte intanto, e delle cose Confondea i varj aspetti un solo aspetto. E in quelle solitudini arenose Essi veder non ponno o muro o tetto: Nè d’uomo, o di destriero appajon l’orme; Od altro pur, che del cammin gl’informe. Poi che stati sospesi alquanto foro, Mossero i passi, e dier le spalle al mare: Ed ecco di lontano agli occhj loro Un non so che di luminoso appare, Che con raggj d’argento e lampi d’oro La notte illustra, e fa l’ombre più rare. Essi ne vanno allor contra la luce: E già veggion chè sia quel che sì luce. Veggiono a un grosso tronco armi novelle, Incontra i raggj della Luna, appese: E fiammeggiar, più che nel Ciel le stelle, Gemme nell’elmo aurato e nell’arnese: E scoprono a quel lume immagin belle Nel grande scudo in lungo ordine stese. Presso, quasi custode, un vecchio siede, Che contra lor sen va, come gli vede. Ben è dai due guerrier riconosciuto Del saggio amico il venerabil volto. Ma poi ch’ei ricevè lieto saluto, E ch’ebbe lor cortesemente accolto; Al giovinetto, il qual tacito e muto Il riguardava, il ragionar rivolto: Signor, te sol, gli disse, io quì soletto In cotal’ ora desiando aspetto. Chè, se no’l sai, ti sono amico: e quanto Curi le cose tue chiedilo a questi: Ch’essi, scorti da me, vinser l’incanto Ove tu vita misera traesti. Or odi i detti miei contrarj al canto Delle Sirene, e non ti sian molesti; Ma gli serba nel cor, fin che distingua Meglio a te il ver più saggia e santa lingua. Signor, non sotto l’ombra in piaggia molle Tra fonti e fior, tra Ninfe e tra Sirene; Ma in cima all’erto e faticoso colle Della virtù riposto è il nostro bene. Chi non gela, e non suda, e non s’estolle Dalle vie del piacer, là non perviene. Or vorrai tu lungi dall’alte cime Giacer, quasi tra valli augel sublime? T’alzò Natura inverso il Ciel la fronte, E ti diè spirti generosi ed alti, Perchè in su miri: e con illustri e conte Opre, te stesso al sommo pregio esalti. E ti diè l’ire ancor veloci e pronte; Non perchè l’usi ne’ civili assalti: Nè perchè sian di desiderj ingordi Elle ministre, ed a ragion discordi; Ma perchè il tuo valore, armato d’esse, Più fero assalga gli avversarj esterni; E sian con maggior forza indi ripresse Le cupidigie, empj nemici interni. Dunque nell’uso per cui fur concesse, Le impieghi il saggio duce, e le governi: Ed a suo senno or tepide or ardenti Le faccia: ed or le affretti ed or le allenti. Così parlava; e l’altro attento e cheto Alle parole sue d’alto consiglio, Fea de’ detti conserva: e mansueto Volgeva a terra e vergognoso il ciglio. Ben vide il saggio Veglio il suo secreto, E gli soggiunse: alza la fronte, o figlio: E in questo scudo affissa gli occhj omai, Ch’ivi de’ tuoi maggior l’opre vedrai. Vedrai degli avi il divulgato onore, Lunge precorso in luogo erto e solingo: Tu dietro anco riman, lento cursore, Per questo della gloria illustre arringo. Su su, te stesso incíta: al tuo valore Sia sferza e spron quel ch’io colà dipingo. Così diceva; e ’l cavaliero affisse Lo sguardo là, mentre colui sì disse. Con sottil magistero, in campo angusto, Forme infinite espresse il fabbro dotto. Del sangue d’Azzio glorioso augusto L’ordin vi si vedea nulla interrotto. Vedeasi dal Roman fonte vetusto I suoi rivi dedur puro e incorrotto. Stan coronati i Principi d’alloro: Mostra il Vecchio le guerre, e i pregj loro. Mostragli Cajo, allor ch’a strane genti Va prima in preda il già inclinato impero, Prendere il fren de’ popoli volenti, E farsi d’Este il Principe primiero; Ed a lui ricovrarsi i men potenti Vicini, a cui rettor facea mestiero; Poscia quando ripassa il varco noto Agl’inviti d’Onorio il fero Goto; E quando sembra che più avvampi e ferva Di barbarico incendio Italia tutta: E quando Roma, prigioniera e serva, Sin dal suo fondo teme esser distrutta; Mostra ch’Aurelio in libertà conserva La gente sotto al suo scettro ridutta. Mostragli poi Foresto che s’oppone All’Unno regnator dell’Aquilone. Ben si conosce al volto Attila il fello, Che con occhj di drago par che guati: Ed ha faccia di cane, ed a vedello Dirai che ringhi, e udir credi i latrati. Poi vinto il fiero in singolar duello Mirasi rifuggir tra gli altri armati: E la difesa d’Aquilea poi torre Il buon Foresto dell’Italia Ettorre. Altrove è la sua morte; e ’l suo destino È destin della patria. Ecco l’erede Del padre grande il gran figlio Acarino, Che all’Italico onor campion succede. Cedeva ai fati, e non agli Unni Altino: Poi riparava in più secura sede: Poi raccoglieva una Città di mille In val di Po case disperse in ville. Contra il gran fiume, che in diluvio ondeggia, Muniasi, e quindi la Città sorgea Che ne’ futuri secoli la reggia De’ magnanimi Estensi esser dovea. Par che rompa gli Alani: e che si veggia Contra Odoacro aver poi sorte rea: E morir per l’Italia. O nobil morte, Che dell’onor paterno il fa consorte! Cader seco Alforisio: ire in esiglio Azzo si vede, e ’l suo fratel con esso: E ritornar con l’arme, e col consiglio Dapoi che fu il Tiranno Erulo oppresso. Trafitto di saetta il destro ciglio, Segue l’Estense Epaminonda appresso: E par lieto morir; poscia che ’l crudo Totila è vinto, e salvo il caro scudo. Di Bonifacio parlo: e fanciulletto Premea Valerian l’orme del padre: Già di destra viril, viril di petto Cento nol sostenean Gotiche squadre. Non lunge ferocissimo in aspetto Fea contra Schiavi Ernesto opre leggiadre. Ma innanzi a lui l’intrepido Aldoardo Da Monselce escludeva il Re Lombardo. Enrico v’era, e Berengario: e dove Spiega il gran Carlo la sua augusta insegna, Par ch’egli il primo feritor si trove Ministro o capitan d’impresa degna. Poi segue Lodovico: e quegli il move Contra il nipote che in Italia regna: Ecco in battaglia il vince, e ’l fa prigione. Eravi poi co’ cinque figlj Ottone. V’era Almerico: e si vedea già fatto Della Città, donna del Po, Marchese. Devotamente il Ciel riguarda, in atto Di contemplante, il fondator di chiese. D’incontro Azzo secondo avean ritratto Far contra Berengario aspre contese: Che dopo un corso di fortuna alterno Vinceva, e dell’Italia avea il governo. Vedi Alberto il figliuolo ir fra’ Germani, E colà far le sue virtù sì note, Che, vinti in giostra e vinti in guerra i Dani, Genero il compra Otton con larga dote. Vedigli a tergo Ugon, quel ch’ai Romani Fiaccar le corna impetuoso puote: E che Marchese dell’Italia fia Detto, e Toscana tutta avrà in balía. Poscia Tedaldo, e Bonifacio accanto A Beatrice sua poi v’era espresso. Non si vedea virile erede a tanto Retaggio, a sì gran padre esser successo. Seguia Matilda, ed adempía ben quanto Difetto par nel numero, e nel sesso: Chè può la saggia e valorosa Donna Sovra corone e scettri alzar la gonna. Spira spiriti maschj il nobil volto: Mostra vigor più che viril lo sguardo. Là sconfiggea i Normandi, e in fuga volto Si dileguava il già invitto Guiscardo. Quì rompea Enrico il quarto: ed, a lui tolto, Offriva al tempio imperial stendardo: Quì riponea il Pontefice soprano Nel gran soglio di Pietro in Vaticano. Poi vedi in guisa d’uom che onori ed ami, Ch’or l’è al fianco Azzo il quinto, or la seconda: Ma d’Azzo il quarto in più felici rami Germogliava la prole alma e feconda. Va dove par che la Germania il chiami Guelfo il figliuol, figliuol di Cunigonda: E ’l buon germe Roman con destro fato È ne’ campi Bavarici traslato. Là d’un gran ramo Estense ei par ch’innesti L’arbore di Guelfon, ch’è per se vieto. Quel ne’ suoi Guelfi rinnovar vedresti Scettri e corone d’or, più che mai lieto: E col favor de’ bei lumi celesti Andar poggiando, e non aver divieto. Già confina col Ciel, già mezza ingombra La gran Germania, e tutta anco l’adombra. Ma ne’ suoi rami Italici fioriva Bella non men la regal pianta a prova; Bertoldo quì d’incontra a Guelfo usciva: Quì Azzo il sesto i suoi prischi rinnova. Questa è la serie degli eroi, che viva Nel metallo spirante par si mova. Rinaldo sveglia, in rimirando, mille Spirti d’onor dalle natíe faville. E d’emula virtù l’animo altero Commosso avvampa: ed è rapito in guisa, Che ciò che immaginando ha nel pensiero, Città battuta e presa, e gente uccisa, Pur come sia presente, e come vero Dinanzi agli occhj suoi vedere avvisa: E s’arma frettoloso: e con la spene Già la vittoria usurpa, e la previene. Ma Carlo, il quale a lui del regio erede Di Dania già narrata avea la morte, La destinata spada allor gli diede. Prendila, disse, e sia con lieta sorte: E solo in pro della Cristiana fede L’adopra, giusto e pio, non men che forte. E fa del primo suo signor vendetta, Che t’amò tanto: e ben a te s’aspetta. Rispose egli al Guerriero: ai Cieli piaccia, Che la man che la spada ora riceve Con lei del suo signor vendetta faccia: Paghi con lei ciò che per lei si deve. Carlo rivolto a lui, con lieta faccia, Lunghe grazie ristrinse in sermon breve. Ma lor s’offriva intento, ed al viaggio Notturno gli affrettava il nobil Saggio. Tempo è, dicea, di girne ove t’attende Goffredo e ’l campo; e ben giungi opportuno. Or n’andiam pur; chè alle Cristiane tende Scorger ben vi saprò per l’aer bruno. Così dice egli; e poi sul carro ascende, E lor v’accoglie senza indugio alcuno: E rallentando a’ suoi destrieri il morso, Gli sferza, e drizza all’Oriente il corso. Taciti se ne gían per l’aria nera; Quando al Garzon si volge il Vecchio, e dice: Veduto hai tu della tua stirpe altera I rami, e la vetusta alta radice. E sebben ella dell’età primiera Stata è fertil d’eroi madre, e felice; Non è, nè fia di partorir mai stanca; Chè per vecchiezza in lei virtù non manca. Oh, come tratto ho fuor del fosco seno Dell’età prisca i primi padri ignoti; Così potessi ancor scoprire appieno Ne’ secoli avvenire i tuoi nipoti! E pria ch’essi apran gli occhj al bel sereno Di questa luce, fargli al mondo noti; Chè de’ futuri eroi già non vedresti L’ordin men lungo, o pur men chiari i gesti. Ma l’arte mia per se dentro al futuro Non scorge il ver, che troppo occulto giace, Se non caliginoso e dubbio e scuro, Quasi lunge per nebbia incerta face. E se cosa qual certo io m’assicuro Affermarti, non sono in questo audace; Ch’io l’intesi da tal che, senza velo, I secreti talor scopre del Cielo. Quel ch’a lui rivelò luce divina, E ch’egli a me scoperse, io a te predíco. Non fu mai greca, o barbara, o latina Progenie, in questo o nel buon tempo antico, Ricca di tanti eroi, quanti destina A te chiari nipoti il Cielo amico: Ch’agguaglieran qual più chiaro si noma Di Sparta, di Cartagine, e di Roma. Ma fra gli altri, mi disse, Alfonso io sceglio Primo in virtù, ma in titolo secondo, Che nascer dee quando, corrotto e veglio, Povero fia d’uomini illustri il mondo. Questo fia tal, che non sarà chi meglio La spada usi o lo scettro, o meglio il pondo O dell’arme sostegna o del diadema, Gloria del sangue tuo somma e suprema. Darà fanciullo, in varie immagin fere Di guerra, indizio di valor sublime. Fia terror delle selve e delle fere: E negli arringhi avrà le lodi prime. Poscia riporterà da pugne vere Palme vittoriose, e spoglie opíme: E sovente avverrà che ’l crin si cigna Or di lauro, or di quercia, or di gramigna. Della matura età pregj men degni Non fiano stabilir pace e quiete: Mantener sue Città, fra l’arme e i regni Di possenti vicin, tranquille e chete: Nutrire e fecondar l’arti e gl’ingegni, Celebrar giochi illustri, e pompe liete: Librar con giusta lance e pene e premj, Mirar da lunge, e preveder gli estremi. Oh s’avvenisse mai che contra gli empj, Che tutte infesteran le terre e i mari, E della pace, in quei miseri tempi, Daran le leggi ai popoli più chiari, Duce sen gisse a vendicare i tempj Da lor distrutti, e i violati altari; Qual’ei giusta faria grave vendetta Sul gran Tiranno, e sull’iniqua setta! Indarno a lui con mille schiere armate Quinci il Turco opporriasi, e quindi il Mauro; Ch’egli portar potrebbe oltre l’Eufrate, Ed oltre i gioghi del nevoso Tauro, Ed oltre i regni ov’è perpetua state, La Croce, e ’l bianco augello, e i giglj d’auro: E, per battesmo delle nere fronti, Del gran Nilo scoprir le ignote fonti. Così parlava il Veglio; e le parole Lietamente accoglieva il giovinetto, Che del pensier della futura prole Un tacito piacer sentía nel petto. L’Alba intanto sorgea, nunzia del Sole, E ’l Ciel cangiava in Oriente aspetto: E sulle tende già potean vedere Da lunge il tremolar delle bandiere. Ricominciò di novo allora il Saggio: Vedete il Sol che vi riluce in fronte, E vi discopre, con l’amico raggio, Le tende e ’l piano e la Cittade e ’l monte. Sicuri d’ogni intoppo e d’ogni oltraggio Io scorti v’ho fin quì per vie non conte. Potete senza guida ir per voi stessi Omai; nè lece a me che più m’appressi. Così tolse congedo, e fè ritorno, Lasciando i cavalieri ivi pedoni. Ed essi pur contra il nascente giorno Seguir la strada, e giro ai padiglioni. Portò la Fama, e divulgò d’intorno L’aspettato venir de’ tre baroni: E innanzi ad essi al pio Goffredo corse, Che per raccorgli dal suo seggio sorse. Canto diciottesimo Prima i suoi falli piange, e poi l’impresa Del bosco tenta, e vince il buon Rinaldo. Del campo Egizio s’è novella intesa, Ch’omai s’appressa; però astuto e baldo Va a spiarne Vafrino: aspra contesa Fassi intorno a Sion; ma tanto è saldo L’ajuto che han dal Ciel l’armi Cristiane, Ch’ai nostri in preda la Città rimane. CANTO DECIMOTTAVO. Giunto Rinaldo ove Goffredo è sorto Ad incontrarlo, incominciò: Signore, A vendicarmi del guerrier ch’è morto, Cura mi spinse di geloso onore: E s’io n’offesi te, ben disconforto Ne sentii poscia, e penitenza al core. Or vegno a’ tuoi richiami: ed ogni emenda Son pronto a far, che grato a te mi renda. A lui, ch’umil gli s’inchinò, le braccia Stese al collo Goffredo, e gli rispose: Ogni trista memoria omai si taccia, E pongansi in oblio le andate cose. E per emenda io vorrò sol che faccia, Quai per uso faresti, opre famose: Chè in danno de’ nemici, e ’n pro de’ nostri Vincer convienti della selva i mostri. L’antichissima selva, onde fu innanti De’ nostri ordigni la materia tratta, (Qual si sia la cagione) ora è d’incanti Secreta stanza e formidabil fatta: Nè v’è chi legno ivi troncar si vanti: Nè vuol ragion che la Città si batta Senza tali instrumenti: or colà dove Paventan gli altri, il tuo valor si prove. Così disse egli: e ’l cavalier s’offerse, Con brevi detti, al rischio e alla fatica: Ma negli atti magnanimi si scerse Ch’assai farà, benchè non molto ei dica. E verso gli altri poi lieto converse La destra e ’l volto all’accoglienza amica. Quì Guelfo, quì Tancredi, e quì già tutti S’eran dell’oste i Principi ridutti. Poi che le dimostranze oneste e care Con que’ soprani egli iterò più volte; Placido affabilmente e popolare L’altre genti minori ebbe raccolte. Non saria già più allegro il militare Grido, o le turbe intorno a lui più folte, Se, vinto l’Oriente e ’l Mezzogiorno, Trionfante ei n’andasse in carro adorno. Così ne va sino al suo albergo; e siede In cerchio quivi ai cari amici accanto: E molto lor risponde, e molto chiede Or della guerra, or del silvestre incanto. Ma quando ogn’un partendo agio lor diede, Così gli disse l’Eremita santo: Ben gran cose, signore, e lungo corso (Mirabil peregrino) errando hai scorso. Quanto devi al gran Re che ’l mondo regge! Tratto egli t’ha dalle incantate soglie: Ei te smarrito agnel fra le sue gregge Or riconduce, e nel suo ovile accoglie: E per la voce del Buglion t’elegge Secondo esecutor delle sue voglie. Ma non conviensi già che, ancor profano, Nei suoi gran ministerj armi la mano. Chè sei della caligine del mondo E della carne tu di modo asperso, Che ’l Nilo, o ’l Gange, o l’Ocean profondo Non ti potrebbe far candido e terso. Sol la grazia del Ciel quanto hai d’immondo Può render puro; al Ciel dunque converso Riverente perdon richiedi, e spiega Le tue tacite colpe, e piangi e prega. Così gli disse; ed ei prima in se stesso Pianse i superbi sdegni, e i folli amori: Poi chinato a’ suoi piè, mesto e dimesso, Tutti scoprigli i giovanili errori. Il ministro del Ciel, dopo il concesso Perdono, a lui dicea: co’ novi albóri Ad orar te n’andrai là su quel monte Che al raggio mattutin volge la fronte. Quinci al bosco t’invia, dove cotanti Son fantasmi ingannevoli e bugiardi. Vincerai (questo so) mostri e giganti; Purch’altro folle error non ti ritardi. Deh nè voce che dolce o pianga, o canti, Nè beltà che soave o rida, o guardi, Con tenere lusinghe il cor ti pieghi: Ma sprezza i finti aspetti, e i finti preghi. Così il consiglia; e ’l Cavalier s’appresta, Desiando e sperando, all’alta impresa. Passa pensoso il dì, pensosa e mesta La notte: e pria che in Ciel sia l’alba accesa, Le belle arme si cinge, e sopravvesta Nova, ed estrania di color s’ha presa: E tutto solo, e tacito, e pedone Lascia i compagni, e lascia il padiglione. Era nella stagion che anco non cede Libero ogni confin la notte al giorno; Ma l’Oriente rosseggiar si vede, Ed anco è il Ciel d’alcuna stella adorno; Quando ei drizzò ver l’Oliveto il piede, Con gli occhj alzati contemplando intorno Quinci notturne e quindi mattutine Bellezze incorruttibili e divine. Fra se stesso pensava: o quante belle Luci il tempio celeste in se raguna! Ha il suo gran carro il dì: l’aurate stelle Spiega la notte, e l’argentata Luna; Ma non è chi vagheggi o questa o quelle: E miriam noi torbida luce e bruna, Ch’un girar d’occhj, un balenar di riso Scopre in breve confin il fragil viso. Così pensando, alle più eccelse cime Ascese; e quivi, inchino e riverente, Alzò il pensier sovra ogni Ciel sublime E le luci fissò ne l’Oriente: La prima vita e le mie colpe prime Mira con occhio di pietà clemente, Padre e Signor, e in me tua grazia piovi, Sì che ’l mio vecchio Adam purghi e rinnovi. Così pregava, e gli sorgeva a fronte Fatta già d’auro la vermiglia aurora Che l’elmo e l’arme e intorno a lui del monte Le verdi cime illuminando indora; E ventillar nel petto e ne la fronte Sentia gli spirti di piacevol’ ora, Che sovra il capo suo scotea dal grembo De la bell’alba un rugiadoso nembo. La rugiada del Ciel su le sue spoglie Cade, che parean cenere al colore, E sì l’asperge che ’l pallor ne toglie E induce in esse un lucido candore; Tal rabbellisce le smarrite foglie Ai mattutini geli arido fiore; E tal di vaga gioventù ritorna Lieto il serpente, e di novo or s’adorna. Il bel candor della mutata vesta Egli medesmo riguardando ammira. Poscia verso l’antica alta foresta Con sicura baldanza i passi gira. Era là giunto ove i men forti arresta Solo il terror che di sua vista spira. Pur nè spiacente a lui, nè pauroso Il bosco par, ma lietamente ombroso. Passa più oltre, ed ode un suono intanto Che dolcissimamente si diffonde. Vi sente d’un ruscello il roco pianto, E ’l sospirar dell’aura infra le fronde: E di musico cigno il flebil canto, E l’usignol che plora, e gli risponde: Organi, e cetre, e voci umane in rime. Tanti e sì fatti suoni un suono esprime! Il Cavalier (pur come agli altri avviene) N’attendeva un gran tuon d’alto spavento. E v’ode poi di Ninfe, e di Sirene, D’aure, d’acque, e d’augei dolce concento. Onde, maravigliando, il piè ritiene, E poi sen va tutto sospeso e lento: E fra via non ritrova altro divieto Che quel d’un fiume trasparente e cheto. L’un margo e l’altro del bel fiume adorno Di vaghezze e d’odori olezza e ride. Ei tanto stende il suo girevol corno, Che tra ’l suo giro il gran bosco s’asside: Nè pur gli fa dolce ghirlanda intorno; Ma un canaletto suo v’entra, e ’l divide. Bagna egli il bosco, e ’l bosco il fiume adombra, Con bel cambio fra lor d’umore e d’ombra. Mentre mira il guerriero ove si guade; Ecco un ponte mirabile appariva: Un ricco ponte d’or, che larghe strade Su gli archi stabilissimi gli offriva. Passa il dorato varco: e quel giù cade Tosto che ’l piè toccata ha l’altra riva: E se ne ’l porta in giù l’acqua repente: L’acqua ch’è, d’un bel rio, fatta un torrente. Ei si rivolge, e dilatato il mira E gonfio assai, quasi per nevi sciolte, Che in se stesso volubil si raggira Con mille rapidissime rivolte. Ma pur desio di novitade il tira A spiar tra le piante antiche e folte; E in quelle solitudini selvagge Sempre a se nova maraviglia il tragge. Dove in passando le vestigia ei posa, Par ch’ivi scaturisca, o che germoglie. Là s’apre il giglio, e quì spunta la rosa; Quì sorge un fonte, ivi un ruscel si scioglie. E sovra, e intorno a lui la selva annosa Tutte parea ringiovenir le foglie. S’ammolliscon le scorze, e si rinverde Più lietamente in ogni pianta il verde. Rugiadosa di manna era ogni fronda, E distillava dalle scorze il mele. E di nuovo s’udia quella gioconda Strana armonia di canto, e di querele. Ma il coro uman ch’a i cigni, all’aura, all’onda Facea tenor, non sa dove si cele: Non sa veder chi formi umani accenti, Nè dove siano i musici stromenti. Mentre riguarda, e fede il pensier nega A quel che ’l senso gli offeria per vero; Vede un mirto in disparte, e là si piega, Ove in gran piazza termina un sentiero. L’estranio mirto i suoi gran rami spiega, Più del cipresso e della palma, altero: E sovra tutti gli arbori frondeggia: Ed ivi par del bosco esser la reggia. Fermo il guerrier nella gran piazza, affisa A maggior novitate allor le ciglia. Quercia gli appar, che per se stessa incisa Apre feconda il cavo ventre, e figlia: E n’esce fuor vestita in strana guisa Ninfa d’età cresciuta; (o maraviglia!) E vede insieme poi cento altre piante Cento ninfe produr dal sen pregnante. Quai le mostra la scena, o quai dipinte Talvolta rimiriam Dee boscarecce, Nude le braccia, e l’abito succinte, Con bei coturni, e con disciolte trecce: Tali in sembianza si vedean le finte Figlie delle selvatiche cortecce; Se non che in vece d’arco o di faretra, Chi tien leuto, e chi viola, o cetra. E incominciar costor danze e carole: E di se stesse una corona ordiro, E cinsero il guerrier, siccome suole Esser punto rinchiuso entro il suo giro. Cinser la pianta ancora: e tai parole Nel dolce canto lor da lui s’udiro: Ben caro giungi in queste chiostre amene, O della donna nostra amore e spene. Giungi aspettato a dar salute all’egra, D’amoroso pensiero arsa e ferita. Questa selva che dianzi era sì negra, Stanza conforme alla dolente vita; Vedi che tutta al tuo venir s’allegra, E in più leggiadre forme è rivestita. Tale era il canto; e poi dal mirto uscia Un dolcissimo suono: e quel s’apria. Già nell’aprir di un rustico Sileno Maraviglie vedea l’antica etade; Ma quel gran mirto dall’aperto seno Immagini mostrò più belle e rade: Donna mostrò ch’assomigliava appieno, Nel falso aspetto, angelica beltade. Rinaldo guata, e di veder gli è avviso Le sembianze d’Armida, e il dolce viso. Quella lui mira in un lieta e dolente: Mille affetti in un guardo appajon misti. Poi dice: io pur ti veggio: e finalmente Pur ritorni a colei da cui fuggisti. A chè ne vieni? a consolar presente Le mie vedove notti e i giorni tristi? O vieni a mover guerra, a discacciarme; Chè mi celi il bel volto, e mostri l’arme? Giungi amante, o nemico? il ricco ponte Io già non preparava ad uom nemico; Nè gli apriva i ruscelli, i fior, la fonte, Sgombrando i dumi, e ciò ch’a’ passi è intrico. Togli quest’elmo omai: scopri la fronte, E gli occhj agli occhj miei, s’arrivi amico: Giungi i labbri alle labbra, il seno al seno: Porgi la destra alla mia destra almeno. Seguia parlando, e in bei pietosi giri Volgeva i lumi, e scoloria i sembianti; Falseggiando i dolcissimi sospiri, E i soavi singulti, e i vaghi pianti: Tal che incauta pietade a quei martírj Intenerir potea gli aspri diamanti. Ma il Cavaliero, accorto si non crudo, Più non v’attende, e stringe il ferro ignudo. Vassene al mirto; allor colei s’abbraccia Al caro tronco, e s’interpone, e grida: Ah non sarà mai ver che tu mi faccia Oltraggio tal, che l’alber mio recida. Deponi il ferro, o dispietato, o ’l caccia Pria nelle vene all’infelice Armida; Per questo sen, per questo cor, la spada Solo al bel mirto mio trovar può strada. Egli alza il ferro, e ’l suo pregar non cura: Ma colei si trasmuta (o novi mostri!) Siccome avvien che d’una altra figura Trasformando repente il sogno mostri. Così ingrossò le membra, e tornò scura La faccia; e vi sparìr gli avorj e gli ostri: Crebbe in gigante altissimo, e si feo Con cento armate braccia un Briareo. Cinquanta spade impugna, e con cinquanta Scudi risuona, e minacciando freme. Ogn’altra Ninfa ancor d’arme s’ammanta, Fatta un Ciclope orrendo: ed ei non teme; Ma doppia i colpi alla difesa pianta Che pur, come animata, ai colpi geme. Sembran dell’aria i campi, i campi Stigj: Tanti appajono in lor mostri e prodigj! Sopra il turbato Ciel, sotto la terra, Tuona e fulmina quello, e trema questa: Vengono i venti e le procelle in guerra, E gli soffiano al volto aspra tempesta. Ma pur mai colpo il Cavalier non erra: Nè per tanto furor punto s’arresta; Tronca la noce: e noce e mirto parve. Quì l’incanto finì, sparir le larve. Tornò sereno il Cielo, e l’aura cheta: Tornò la selva al natural suo stato: Non d’incanti terribile, e non lieta, Piena d’orror, ma dell’orror innato. Ritenta il vincitor s’altro più vieta Ch’esser non possa il bosco omai troncato, Poscia sorride, e fra se dice: o vane Sembianze; o folle chi per voi rimane! Quinci s’invia verso le tende; e intanto Colà gridava il solitario Piero: Già vinto è della selva il fero incanto: Già sen ritorna il vincitor guerriero. Vedilo; ed ei da lunge, in bianco manto, Comparia venerabile ed altero: E dell’aquila sua le argentee piume Splendeano al Sol d’inusitato lume. Ei dal campo giojoso alto saluto Ha con sonoro replicar di gridi: E poi con lieto onore è ricevuto Dal pio Buglione; e non è chi l’invídi. Dice al Duce il Guerriero: a quel temuto Bosco n’andai, come imponesti, e ’l vidi: Vidi, e vinsi gl’incanti: or vadan pure Le genti là, chè son le vie sicure. Vassi all’antica selva: e quindi è tolta Materia tal qual buon giudizio elesse. E benchè oscuro fabbro arte non molta Por nelle prime machine sapesse; Pur artefice illustre a questa volta È colui ch’alle travi i vinchi intesse; Guglielmo, il Duce Ligure, che pria Signor del mare corseggiar solía. Poi sforzato a ritrarsi, ei cesse i regni Al gran navigio Saracin de’ mari. Ed ora al campo conducea dai legni E le marittime arme, e i marinari. Ed era questi infra i più industri ingegni Ne’ meccanici ordigni uom senza pari. E cento seco avea fabbri minori, Di ciò ch’egli disegna esecutori. Costui non solo incominciò a comporre Catapulte, baliste, ed arieti; Onde alle mura le difese torre Possa, e spezzar le sode alte pareti; Ma fece opra maggior: mirabil torre, Ch’entro di pin tessuta era, e d’abeti; E nelle cuoja avvolto ha quel di fuore, Per ischermirsi da lanciato ardore. Si scommette la mole, e ricompone Con sottili giunture in un congiunta: E la trave che testa ha di montone Dall’ime parti sue cozzando spunta. Lancia dal mezzo un ponte: e spesso il pone Sull’opposta muraglia a prima giunta: E fuor da lei su per la cima n’esce Torre minor, che in suso è spinta, e cresce. Per le facili vie destra e corrente Sovra ben cento sue volubil rote, Gravida d’arme, e gravida di gente Senza molta fatica ella gir puote. Stanno le schiere in rimirando intente La prestezza de’ fabbri, e l’arti ignote. E due torri in quel punto anco son fatte, Della prima ad immagine ritratte. Ma non eran frattanto ai Saracini L’opre, ch’ivi si fean, del tutto ascoste; Perchè nell’alte mura ai più vicini Lochi le guardie ad ispiar son poste. Questi gran salmeríe d’orni e di pini Vedean dal bosco esser condotte all’oste: E machine vedean; ma non appieno Riconoscer la forma indi potieno. Fan lor machine anch’essi; e con molt’arte Rinforzano le torri e la muraglia: E l’alzaron così, da quella parte Ov’è men’atta a sostener battaglia, Che, a lor credenza, omai sforzo di Marte Esser non può che ad espugnarla vaglia. Ma sovra ogni difesa Ismen prepara Copia di fochi inusitata e rara. Mesce il Mago fellon zolfo e bitume, Che dal lago di Sodoma ha raccolto, E fu, credo, in Inferno: e dal gran fiume, Che nove volte il cerchia, anco n’ha tolto; Così fa che quel foco e puta e fume, E che s’avventi, fiammeggiando, al volto. E ben co’ feri incendj egli s’avvisa Di vendicar la cara selva incisa. Mentre il campo all’assalto, e la Cittade S’apparecchia in tal modo alle difese; Una colomba per l’aeree strade Vista è passar sovra lo stuol Francese: Che ne dimena i presti vanni, e rade Quelle liquide vie con l’ali tese. E già la messaggiera peregrina Dall’alte nubi alla Città s’inchina; Quando, di non so donde, esce un falcone D’adunco rostro armato e di grand’ugna, Che fra ’l campo e le mura a lei s’oppone. Non aspetta ella del crudel la pugna; Quegli, d’alto volando, al padiglione Maggior l’incalza, e par ch’omai l’aggiugna: Ed al tenero capo il piede ha sovra; Essa nel grembo al pio Buglion ricovra. La raccoglie Goffredo, e la difende: Poi scorge, in lei guardando, estrania cosa. Chè dal collo ad un filo avvinta pende Rinchiusa carta, e sotto un’ala ascosa. La disserra, e dispiega: e bene intende Quella che in se contien non lunga prosa. Al Signor di Giudea (dicea lo scritto) Invia salute il Capitan d’Egitto. Non sbigottir, Signor: resisti e dura Insino al quarto, o insino al giorno quinto; Ch’io vengo a liberar coteste mura: E vedrai tosto il tuo nemico vinto. Questo il secreto fu che la scrittura, In barbariche note, avea distinto, Dato in custodia al portator volante: Chè tai messi in quel tempo usò il Levante. Libera il Prence la colomba: e quella, Che de’ secreti fu rivelatrice, Come esser creda al suo Signor rubella, Non ardì più tornar nunzia infelice. Ma il sopran Duce i minor duci appella, E lor mostra la carta, e così dice: Vedete come il tutto a noi riveli La provvidenza del Signor de’ Cieli. Già più di ritardar tempo non parmi. Nuova spianata or cominciar potrassi: E fatica e sudor non si risparmi, Per superar d’inverso l’Austro i sassi. Duro fia si far colà strada all’armi: Pur far si può; notato ho il loco e i passi. E ben quel muro, che assicura il sito, D’arme e d’opre men deve esser munito. Tu, Raimondo, vogl’io, che da quel lato Con le machine tue le mura offenda. Vuò, che dell’arme mie l’alto apparato Contra la porta aquilonar si stenda; Sì che il nemico il vegga, ed, ingannato, Indi il maggior impeto nostro attenda. Poi la gran torre mia, ch’agevol move, Trascorra alquanto, e porti guerra altrove. Tu drizzerai, Camillo, al tempo stesso Non lontana da me la terza torre. Tacque; e Raimondo, che gli siede appresso, E che, parlando lui, fra se discorre; Disse: al consiglio da Goffredo espresso Nulla giunger si puote, e nulla torre. Lodo solo, oltre ciò, ch’alcun s’invii Nel campo ostil, che i suoi secreti spii. E ne ridica il numero, e ’l pensiero (Quanto raccor potrà) certo e verace. Soggiunge allor Tancredi: ho un mio scudiero, Che a questo ufficio di propor mi piace: Uom pronto e destro, e sovra i piè leggiero: Audace si, ma cautamente audace: Che parla in molte lingue, e varia il noto Suon della voce, e ’l portamento, e ’l moto. Venne colui chiamato; e poi ch’intese Ciò che Goffredo, e ’l suo Signor desia; Alzò ridendo il volto, ed intraprese La cura, e disse: or or mi pongo in via. Tosto sarò, dove quel campo tese Le tende avrà, non conosciuta spia; Vuò penetrar di mezzodì nel vallo, E numerarvi ogn’uomo, ogni cavallo. Quanta e qual sia quell’oste, e ciò che pensi Il Duce loro, a voi ridir prometto. Vantomi in lui scoprir gl’intimi sensi, E i secreti pensier trargli del petto. Così parla Vafrino, e non trattiensi; Ma cangia in lungo manto il suo farsetto: E mostra fa del nudo collo: e prende D’intorno al capo attorcigliate bende. La faretra s’adatta, e l’arco Siro: E barbarico sembra ogni suo gesto. Stupiron quei che favellar l’udiro, Ed in diverse lingue esser sì presto, Ch’Egizio in Menfi, o pur Fenice in Tiro L’avria creduto e quel popolo e questo. Egli sen va sovra un destrier ch’appena Segna nel corso la più molle arena. Ma i Franchi, pria che ’l terzo dì sia giunto, Appianaron le vie scoscese e rotte: E finir gl’instromenti anco in quel punto, Chè non fur le fatiche unqua interrotte; Anzi all’opre de’ giorni avean congiunto, Togliendola al riposo, anco la notte. Nè cosa è più che ritardar gli possa Dal far l’estremo omai d’ogni lor possa. Del dì, cui dell’assalto il dì successe, Gran parte orando il pio Buglion dispensa: E impon che ogn’altro i falli suoi confesse, E pasca il pan dell’alme alla gran mensa. Machine ed arme poscia ivi più spesse Dimostra, ove adoprarle egli men pensa. E ’l deluso Pagan si riconforta, Ch’oppor le vede alla munita porta. Col bujo della notte è poi la vasta Agil machina sua colà traslata, Ove è men curvo il muro, e men contrasta, Ch’angulosa non fa parte, e piegata. E d’in sul colle alla Città sovrasta Raimondo ancor con la sua torre armata. La sua Camillo a quel lato avvicina, Che dal Borea all’Occaso alquanto inchina. Ma come furo in Oriente apparsi I mattutini messaggier del Sole, S’avvidero i Pagani (e ben turbarsi) Che la torre non è dove esser suole: E mirar quinci e quindi anco innalzarsi, Non più veduta, una ed un’altra mole. E in numero infinito anco son viste Catapulte, monton, gatti, e baliste. Non è la turba di Soria già lenta A trasportarne là molte difese, Ove il Buglion le machine appresenta Da quella parte, ove primier l’attese. Ma il Capitan, ch’a tergo aver rammenta L’oste d’Egitto, ha quelle vie già prese. E Guelfo, e i due Roberti a se chiamati: State, dice, a cavallo in sella armati. E procurate voi che mentre ascendo Colà dove quel muro appar men forte, Schiera non sia che subita venendo S’atterghi agli occupati, e guerra porte. Tacque; e già da tre lati assalto orrendo Movon le tre sì valorose scorte. E da tre lati ha il Re sue genti opposte: Chè riprese quel dì l’arme deposte. Egli medesmo al corpo omai tremante Per gli anni, e grave del suo proprio pondo, L’arme che disusò gran tempo innante, Circonda, e se ne va contra Raimondo. Solimano a Goffredo, e ’l fero Argante Al buon Camillo oppon, che di Boemondo Seco ha il nipote: e lui fortuna or guida, Perchè ’l nemico a se dovuto uccida. Incominciaro a saettar gli arcieri, Infette di veleno, arme mortali: Ed adombrato il Ciel par che s’anneri Sotto un immenso nuvolo di strali. Ma con forza maggior colpi più feri Ne venian dalle machine murali. Indi gran palle uscian marmoree e gravi, E con punta d’acciar ferrate travi. Par fulmine ogni sasso, e così trita L’armatura e le membra a chi n’è colto, Che gli toglie non pur l’alma e la vita, Ma la forma del corpo anco e del volto. Non si ferma la lancia alla ferita: Dopo il colpo del corso avanza molto: Entra da un lato, e fuor per l’altro passa Fuggendo, e nel fuggir la morte lassa. Ma non togliea però dalla difesa Tanto furor le Saracine genti. Contra quelle percosse avean già tesa Pieghevol tela, e cose altre cedenti. L’impeto, che in lor cade, ivi contesa Non trova, e vien che vi si fiacchi e lenti: Essi, ove miran più la calca esposta, Fan con l’arme volanti aspra risposta. Con tutto ciò d’andarne oltre non cessa L’assalitor, che tripartito move. E chi va sotto gatti, ove la spessa Gragnuola di saette indarno piove: E chi le torri all’alto muro appressa, Che loro a suo poter da se rimove; Tenta ogni torre omai lanciare il ponte, Cozza il monton con la ferrata fronte. Rinaldo intanto irresoluto bada, Chè quel rischio di lui degno non era. E stima onor plebeo, quando egli vada Per le comuni vie col volgo in schiera. E volge intorno gli occhj, e quella strada Sol gli piace tentar ch’altri dispera. Là dove il muro più munito ed alto In pace stassi, ei vuol portar l’assalto. E volgendosi a quegli, i quai già furo Guidati da Dudon guerrier famosi: O vergogna, dicea, che là quel muro Fra cotante arme in pace or si riposi. Ogni rischio al valor sempre è sicuro: Tutte le vie son piane agli animosi. Moviam la guerra, e contra ai colpi crudi Facciam densa testuggine di scudi. Giunsersi tutti seco a questo detto: Tutti gli scudi alzar sovra la testa: E gli uniron così, che ferreo tetto Facean contra l’orribile tempesta. Sotto il coperchio il fero stuol ristretto Va di gran corso, e nulla il corso arresta: Chè la soda testuggine sostiene Ciò che di ruinoso in giù ne viene. Son già sotto le mura; allor Rinaldo Scala drizzò di cento gradi e cento: E lei con braccio maneggiò sì saldo, Ch’agile è men picciola canna al vento. Or lancia o trave, or gran colonna o spaldo D’alto discende: ei non va su più lento; Ma intrepido ed invitto ad ogni scossa, Sprezzeria, se cadesse, Olimpo ed Ossa. Una selva di strali e di ruine Sostien sul dosso, e sullo scudo un monte. Scuote una man le mura a se vicine, L’altra, sospesa, in guardia è della fronte. L’esempio all’opre ardite e peregrine Spinge i compagni: ei non è sol che monte: Chè molti appoggian seco eccelse scale, Ma ’l valore e la sorte è disuguale. More alcuno, altri cade; egli sublime Poggia, e questi conforta, e quei minaccia. Tanto è già in su, che le merlate cime Puote afferrar con le distese braccia. Gran gente allor vi trae, l’urta, il reprime, Cerca precipitarlo, e pur nol caccia. (Mirabil vista!) a un grande e fermo stuolo Resister può, sospeso in aria, un solo. E resiste, e s’avanza, e si rinforza: E come palma suol, cui pondo aggreva, Suo valor combattuto ha maggior forza, E nella oppression più si solleva. E vince alfin tutti i nemici, e sforza L’aste e gl’intoppi che d’incontro aveva: E sale il muro, e ’l signoreggia, e ’l rende Sgombro e sicuro a chi diretro ascende. Ed egli stesso all’ultimo germano Del pio Buglion, ch’è di cadere in forse, Stesa la vincitrice amica mano, Di salirne secondo aita porse. Frattanto erano altrove al Capitano Varie fortune e perigliose occorse: Ch’ivi non pur fra gli uomini si pugna; Ma le machine insieme anco fan pugna. Sul muro aveano i Siri un tronco alzato Ch’antenna un tempo esser solea di nave: E sovra lui col capo aspro e ferrato, Per traverso, sospesa è grossa trave: È indietro quel da canapi tirato, Poi torna innanzi impetuoso e grave: Talor rientra nel suo guscio, ed ora La testuggin rimanda il collo fuora. Urtò la trave immensa, e così dure Nella torre addoppiò le sue percosse; Che le ben teste in lei salde giunture Lentando aperse, e la rispinse, e scosse. La torre a quel bisogno armi sicure Avea già in punto, e due gran falci mosse, Che, avventate con arte incontra al legno, Quelle funi troncar ch’eran sostegno. Qual gran sasso talor, che o la vecchiezza Solve d’un monte, o svelle ira de’ venti, Ruinoso dirupa: e porta, e spezza Le selve, e con le case anco gli armenti; Tal giù traea dalla sublime altezza L’orribil trave e merli, ed arme, e genti. Diè la torre, a quel moto, uno e duo’ crolli: Tremar le mura, e rimbombaro i colli. Passa il Buglion vittorioso avanti, E già le mura d’occupar si crede; Ma fiamme allora fetide e fumanti Lanciarsi incontra immantinente ei vede. Nè dal sulfureo sen fochi mai tanti Il cavernoso Mongibel fuor diede: Nè mai cotanti, negli estivi ardori, Piove l’Indico Ciel caldi vapori. Quì vasi, e cerchj, ed aste ardenti sono: Qual fiamma nera, e qual sanguigna splende. L’odore appuzza, assorda il rombo e ’l tuono, Accieca il fumo, il foco arde e s’apprende. L’umido cuojo alfin saria mal buono Schermo alla torre: appena or la difende. Già suda, e si rincrespa, e se più tarda Il soccorso del Ciel, convien pur ch’arda. Il magnanimo Duce innanzi a tutti Stassi, e non muta nè color nè loco: E quei conforta che su’ cuoj asciutti Versan l’onde apprestate incontra al foco. In tale stato eran costor ridutti: E già dell’acque rimanea lor poco. Quando ecco un vento, ch’improvviso spira, Contra gli autori suoi l’incendio gira. Vien contro al foco il turbo, e indietro volto Il foco, ove i Pagan le tele alzaro, Quella molle materia in se raccolto L’ha immantinente, e n’arde ogni riparo. O glorioso Capitano, o molto Dal gran Dio custodito, al gran Dio caro! A te guerreggia il Cielo: ed ubbidienti Vengon chiamati, a suon di trombe, i venti. Ma l’empio Ismen, che le sulfuree faci Vide da Borea incontra se converse, Ritentar volle l’arti sue fallaci Per sforzar la natura, e l’aure avverse: E fra due maghe, che di lui seguaci Si fer, sul muro agli occhj altrui s’offerse: E torvo, e nero, e squallido, e barbuto Fra due Furie parea Caronte, o Pluto. Già il mormorar s’udia delle parole Di cui teme Cocíto, e Flegetonte: Già si vedea l’aria turbare, e ’l Sole Cinger d’oscuri nuvoli la fronte; Quando avventato fu dall’alta mole Un gran sasso, che fu parte d’un monte: E tra lor colse sì, ch’una percossa Sparse di tutti insieme il sangue e l’ossa. In pezzi minutissimi e sanguigni Si disperser così le inique teste; Che di sotto ai pesanti aspri macigni Soglion poco le biade uscir più peste. Lasciar, gemendo, i tre spirti maligni L’aria serena, e ’l bel raggio celeste: E sen fuggir tra l’ombre empie infernali. Apprendete pietà quinci, o mortali. In questo mezzo alla Città la torre, Cui dall’incendio il turbine assicura, S’avvicina così, che può ben porre E fermare il suo ponte in su le mura; Ma Solimano intrepido v’accorre, E ’l passo angusto di tagliar procura: E doppia i colpi, e ben l’avria reciso; Ma un’altra torre apparse all’improvviso. La gran mole crescente oltra i confini De’ più alti edifizj in aria passa. Attoniti a quel mostro i Saracini Restar, vedendo la Città più bassa. Ma il fero Turco, ancor che’n lui ruini Di pietre un nembo, il loco suo non lassa: Nè di tagliare il ponte anco diffida, E gli altri che temean rincora, e sgrida. S’offerse agli occhj di Goffredo allora, Invisibile altrui, l’Angel Michele Cinto d’armi celesti: e vinto fora Il Sol da lui, cui nulla nube vele. Ecco, disse, Goffredo, è giunta l’ora Ch’esca Sion di servitù crudele. Non chinar, non chinar gli occhj smarriti: Mira con quante forze il Ciel t’aiti. Drizza pur gli occhj a riguardar l’immenso Esercito immortal ch’è in aria accolto: Ch’io dinanzi torrotti il nuvol denso Di vostra umanità, ch’intorno avvolto Adombrando t’appanna il mortal senso, Sì che vedrai gl’ignudi spirti in volto: E sostener per breve spazio i rai Delle angeliche forme anco potrai. Mira di quei che fur campion di Cristo, L’anime fatte in Cielo or cittadine, Che pugnan teco, e di sì alto acquisto Si trovan teco al glorioso fine. Là ’ve ondeggiar la polve, e ’l fumo misto Vedi, e di rotte moli alte ruine; Tra quella folta nebbia Ugon combatte, E delle torri i fondamenti abbatte. Ecco poi là Dudon che l’alta porta Aquilonar con ferro e fiamma assale: Ministra l’arme ai combattenti, esorta Ch’altri su monti, e drizza, e tien le scale. Quel ch’è sul colle, e ’l sacro abito porta, E la corona ai crin sacerdotale, È il pastore Ademaro, alma felice: Vedi ch’ancor vi segna, e benedice. Leva più in su le ardite luci, e tutta La grande oste del Ciel congiunta guata. Egli alzò il guardo: e vide in un ridutta Milizia innumerabile, ed alata. Tre folte squadre, ed ogni squadra instrutta In tre ordini gira, e si dilata; Ma si dilata più quanto più in fuori I cerchj son: son gl’intimi i minori. Quì chinò vinti i lumi, e gli alzò poi: Nè lo spettacol grande ei più rivide. Ma riguardando d’ogni parte i suoi, Scorge che a tutti la vittoria arride. Molti dietro a Rinaldo illustri eroi Saliano: ei già salito i Siri uccide. Il Capitan, che più indugiar si sdegna, Toglie di mano al fido alfier l’insegna. E passa primo il ponte, ed impedita Gli è a mezzo il corso dal Soldan la via. Un picciol varco è campo ad infinita Virtù, che in pochi colpi ivi apparia. Grida il fier Solimano: all’altrui vita Dono e consacro io quì la vita mia. Tagliate, amici, alle mie spalle or questo Ponte: chè quì non facil preda i’ resto. Ma venirne Rinaldo, in volto orrendo, E fuggirne ciascun vedea lontano. Or che farò? se quì la vita spendo, La spando, disse, e la disperdo invano. E in se nove difese anco volgendo, Cedea libero il passo al Capitano, Che minacciando il segue, e della santa Croce il vessillo in su le mura pianta. La vincitrice insegna in mille giri Alteramente si rivolge intorno: E par che in lei più riverente spiri L’aura, e che splenda in lei più chiaro il giorno: Ch’ogni dardo, ogni stral che in lei si tiri, O la declini, o faccia indi ritorno: Par che Sion, par che l’opposto monte Lieto l’adori, e inchini a lei la fronte. Allor tutte le squadre il grido alzaro Della vittoria altissimo e festante: E risonarne i monti, e replicaro Gli ultimi accenti: e quasi in quello istante Ruppe e vinse Tancredi ogni riparo Che gli aveva all’incontro opposto Argante: E, lanciando il suo ponte, anch’ei veloce Passò nel muro, e v’innalzò la Croce. Ma verso il Mezzogiorno, ove il canuto Raimondo pugna, e ’l Palestin Tiranno, I guerrier di Guascogna anco potuto Giunger la torre alla Città non hanno: Chè ’l nerbo delle genti ha il Re in ajuto, Ed ostinati alla difesa stanno: E sebben quivi il muro era men fermo, Di machine v’avea maggior lo schermo. Oltrechè, men che altrove, in questo canto La gran mole il sentier trovò spedito. Nè tanto arte potè, che pur alquanto Di sua natura non ritegna il sito. Fu l’alto segno di vittoria intanto Dai difensori, e dai Guasconi udito: Ed avvisò il Tiranno, e ’l Tolosano, Che la Città già presa è verso il piano. Onde Raimondo ai suoi, dall’altra parte, Grida: o compagni, è la Città già presa. Vinta ancor ne resiste? or soli a parte Non sarem noi di sì onorata impresa? Ma il Re cedendo alfin di là si parte: Perch’ivi disperata è la difesa: E sen rifugge in loco forte ed alto, Ove egli spera sostener l’assalto. Entra allor vincitore il campo tutto Per le mura non sol, ma per le porte. Ch’è già aperto, abbattuto, arso, e distrutto Ciò che lor s’opponea, rinchiuso e forte. Spazia l’ira del ferro: e va col lutto E con l’orror, compagni suoi, la morte. Ristagna il sangue in gorghi, e corre in rivi Pieni di corpi estinti, e di mal vivi. Canto diciannovesimo Intera palma del famoso Argante Tancredi ottiene in singolar tenzone. Salvo è il Re nella rocca. Erminia ha innante Vafrino; e questa a lui gran cose espone. Riede instrutto: ella è seco; e ’l caro amante Di lei trovano esangue in sul sabbione. Piange ella, e ’l cura poi. Goffredo intende Quali insidie il Pagan contra gli tende. CANTO DECIMONONO. Già la morte, o il consiglio, o la paura Dalle difese ogni Pagano ha tolto: E sol non s’è dall’espugnate mura Il pertinace Argante anco rivolto. Mostra ei la faccia intrepida e sicura, E pugna pur fra gli avversarj avvolto, Più che morir, temendo esser rispinto: E vuol morendo anco parer non vinto. Ma sovra ogni altro feritore infesto Sovraggiunge Tancredi e lui percote. Ben è il Circasso a riconoscer presto, Al portamento agli atti all’arme note, Lui che pugnò già seco, e ’l giorno sesto Tornar promise, e le promesse ir vote. Onde gridò: così la fe, Tancredi, Mi servi tu? così alla pugna or riedi? Tardi riedi, e non solo. Io non rifiuto Però combatter teco, e riprovarmi; Benchè non qual guerrier, ma quì venuto Quasi inventor di machine tu parmi. Fatti scudo de’ tuoi: trova in ajuto Novi ordigni di guerra, e insolite armi; Chè non potrai dalle mie mani, o forte Delle donne uccisor, fuggir la morte. Sorrise il buon Tancredi un cotal riso Di sdegno, e in detti alteri ebbe risposto: Tardo è il ritorno mio; ma pur avviso Che frettoloso e’ ti parrà ben tosto: E bramerai che te da me diviso O l’alpe avesse, o fosse il mar frapposto; E che del mio indugiar non fu cagione Tema o viltà, vedrai col paragone. Vienne in disparte pur, tu che omicida Sei de’ giganti solo e degli eroi: L’uccisor delle femmine ti sfida. Così gli dice: indi si volge ai suoi, E fa ritrargli dall’offesa, e grida: Cessate pur di molestarlo or voi: Ch’è proprio mio più che comun nemico Questi, ed a lui mi stringe obbligo antico. Or discendine giù solo, o seguíto Come più vuoi (ripiglia il fier Circasso) Và in frequentato loco, od in romíto, Chè per dubbio, o svantaggio io non ti lasso. Sì fatto ed accettato il fero invito, Muovon concordi alla gran lite il passo. L’odio in un gli accompagna, e fa il rancore L’un nemico dell’altro or difensore. Grande è il zelo d’onor, grande il desire Che Tancredi del sangue ha del Pagano; Nè la sete ammorzar crede dell’ire, Se n’esce stilla fuor per altrui mano. E con lo scudo il copre, e: non ferire, Grida a quanti rincontra anco lontano: Sì che salvo il nemico infra gli amici Tragge dall’arme irate e vincitrici. Escon della Cittade, e dan le spalle Ai padiglion delle accampate genti: E se ne van dove un girevol calle Gli porta per secreti avvolgimenti: E ritrovano ombrosa angusta valle Tra più colli giacer; non altrimenti Che se fosse un teatro: o fosse ad uso Di battaglie, e di cacce intorno chiuso. Quì si fermano entrambi: e pur sospeso Volgeasi Argante alla Cittade afflitta. Vede Tancredi che ’l Pagan difeso Non è di scudo, e ’l suo lontano ei gitta. Poscia lui dice: or qual pensier t’ha preso? Pensi ch’è giunta l’ora a te prescritta? S’antivedendo ciò timido stai, È il tuo timore intempestivo omai. Penso, risponde, alla Città del regno Di Giudea antichissima Regina, Che vinta or cade; e indarno esser sostegno Io procurai della fatal ruina. E ch’è poca vendetta al mio disdegno Il capo tuo, che ’l Cielo or mi destina. Tacque, e incontra si van con gran risguardo: Chè ben conosce l’un l’altro gagliardo. È di corpo Tancredi agile e sciolto, E di man velocissimo, e di piede. Sovrasta a lui con l’alto capo, e molto Di grossezza di membra Argante eccede. Girar Tancredi inchino, e in se raccolto Per avventarsi, e sottentrar si vede: E con la spada sua la spada trova Nemica, e in disviarla usa ogni prova. Ma disteso ed eretto il fero Argante Dimostra arte simíle, atto diverso. Quanto egli può va col gran braccio innante: E cerca il ferro no, ma il corpo avverso; Quel tenta aditi novi in ogni instante: Questi gli ha il ferro al volto ogn’or converso. Minaccia, e intento a proibirgli stassi Furtive entrate, e subiti trapassi. Così pugna naval, quando non spira Per lo piano del mare Africo o Noto, Fra due legni ineguali egual si mira; Ch’un d’altezza preval, l’altro di moto. L’un con volte e rivolte assale e gira Da prora a poppa: e si sta l’altro immoto; E quando il più leggier se gli avvicina, D’alta parte minaccia alta ruina. Mentre il Latin di sottentrar ritenta, Sviando il ferro che si vede opporre, Vibra Argante la spada, e gli appresenta La punta agli occhj: egli al riparo accorre; Ma lei sì presta allor, sì violenta Cala il Pagan, che ’l difensor precorre, E ’l fere al fianco; e visto il fianco infermo Grida: lo schermitor vinto è di schermo. Fra lo sdegno Tancredi e la vergogna Si rode, e lascia i soliti riguardi: E in cotal guisa la vendetta agogna, Che sua perdita stima il vincer tardi. Sol risponde col ferro alla rampogna, E ’l drizza all’elmo, ove apre il passo ai guardi. Ribatte Argante il colpo, e risoluto Tancredi a mezza spada è già venuto. Passa veloce allor col piè sinestro, E con la manca al dritto braccio il prende; E con la destra intanto il lato destro Di punte mortalissime gli offende. Questa, diceva, al vincitor maestro Il vinto schermidor risposta rende. Freme il Circasso, e si contorce, e scuote, Ma il braccio prigionier ritrar non puote. Alfin lasciò la spada alla catena Pendente, e sotto al buon Latin si spinse. Fè l’istesso Tancredi, e con gran lena L’un calcò l’altro, e l’un l’altro ricinse. Nè con più forza dall’adusta arena Sospese Alcide il gran gigante, e strinse, Di quella onde facean tenaci nodi Le nerborute braccia in varj modi. Tai fur gli avvolgimenti e tai le scosse, Ch’ambi in un tempo il suol presser col fianco. Argante, od arte o sua ventura fosse, Sovra ha il braccio migliore, e sotto il manco. Ma la man ch’è più atta alle percosse, Sottogiace impedita al guerrier Franco, Ond’ei, che ’l suo svantaggio e ’l rischio vede, Si sviluppa dall’altro, e salta in piede. Sorge più tardi, e un gran fendente, in prima Che sorto ei sia, vien sopra al Saracino. Ma come all’Euro la frondosa cima Piega, e in un tempo la solleva il pino, Così lui sua virtute alza e sublima, Quando ei ne gía per ricader più chino. Or ricomincian quì colpi a vicenda. La pugna ha manco d’arte, ed è più orrenda. Esce a Tancredi in più d’un loco il sangue; Ma ne versa il Pagan quasi torrenti. Già nelle sceme forze il furor langue, Siccome fiamma in deboli alimenti. Tancredi che ’l vedea col braccio esangue Girar i colpi ad or ad or più lenti, Dal magnanimo cor deposta l’ira, Placido gli ragiona, e ’l piè ritira. Cedimi, uom forte; o riconoscer voglia Me per tuo vincitore, o la Fortuna. Nè ricerco da te trionfo, o spoglia: Nè mi riserbo in te ragione alcuna. Terribile il Pagan, più che mai soglia, Tutte le furie sue desta e raguna. Risponde: or dunque il meglio aver ti vante, Ed osi di viltà tentare Argante? Usa la sorte tua; chè nulla io temo: Nè lascerò la tua follia impunita. Come face rinforza anzi l’estremo Le fiamme, e luminosa esce di vita; Tal riempiendo ei d’ira il sangue scemo, Rinvigorì la gagliardía smarrita: E l’ore della morte omai vicine Volle illustrar con generoso fine. La man sinistra alla compagna accosta, E con ambe congiunte il ferro abbassa: Cala un fendente: e benchè trovi opposta La spada ostil, la sforza ed oltre passa: Scende alla spalla, e giù di costa in costa Molte ferite in un sol punto lassa. Se non teme Tancredi, il petto audace Non fè natura di timor capace. Quel doppia il colpo orribile, ed al vento Le forze e l’ire inutilmente ha sparte: Perchè Tancredi, alla percossa intento, Se ne sottrasse, e si lanciò in disparte. Tu, dal tuo peso tratto, in giù col mento N’andasti, Argante, e non potesti aitarte: Per te cadesti; avventuroso intanto, Ch’altri non ha di tua caduta il vanto. Il cader dilatò le piaghe aperte, E ’l sangue espresso dilagando scese. Punta ei la manca in terra, e si converte, Ritto sovra un ginocchio, alle difese: Renditi, grida: e gli fa nuove offerte, Senza nojarlo, il vincitor cortese. Quegli di furto intanto il ferro caccia, E sul tallone il fiede: indi il minaccia. Infuriossi allor Tancredi, e disse: Così abusi, fellon, la pietà mia? Poi la spada gli fisse, e gli rifisse Nella visiera, ove accertò la via. Moriva Argante, e tal moría qual visse: Minacciava morendo, e non languia. Superbi, formidabili, e feroci Gli ultimi moti fur, l’ultime voci. Ripon Tancredi il ferro, e poi devoto Ringrazia Dio del trionfal onore. Ma lasciato di forze ha quasi vuoto La sanguigna vittoria il vincitore. Teme egli assai che del viaggio al moto Durar non possa il suo fievol vigore. Pur s’incammina, e così passo passo Per le già corse vie move il piè lasso. Trar molto il debil fianco oltra non puote, E quanto più si sforza, più s’affanna. Onde in terra s’asside, e pon le gote Su la destra che par tremula canna. Ciò che vedea, pargli veder che rote: E di tenebre il dì già gli s’appanna. Al fin isviene: e ’l vincitor dal vinto Non ben saria, nel rimirar, distinto. Mentre quì segue la solinga guerra, Che privata cagion fè così ardente, L’ira de’ vincitor trascorre, ed erra Per la Città sul popolo nocente. Or chi giammai dell’espugnata terra Potrebbe appien l’immagine dolente Ritrarre in carte? od adeguar, parlando, Lo spettacolo atroce e miserando? Ogni cosa di strage era già pieno: Vedeansi in mucchj e in monti i corpi avvolti. Là i feriti su i morti, e quì giacieno Sotto morti insepolti egri sepolti. Fuggian, premendo i pargoletti al seno, Le meste madri co’ capelli sciolti; E ’l predator, di spoglie e di rapine Carco, stringea le vergini nel crine. Ma per le vie che al più sublime colle Saglion verso Occidente, ov’è il gran Tempio, Tutto del sangue ostíle orrido e molle Rinaldo corre, e caccia il popolo empio. La fera spada il generoso estolle Sovra gli armati capi, e ne fa scempio. È schermo frale ogni elmo ed ogni scudo: Difesa è quì l’esser dell’arme ignudo. Sol contra il ferro il nobil ferro adopra, E sdegna negl’inermi esser feroce: E quei ch’ardir non armi, arme non copra, Caccia col guardo, e con l’orribil voce. Vedresti, di valor mirabil opra, Come or disprezza, ora minaccia, or nuoce; Come con rischio disegual fugati Sono egualmente pur nudi ed armati. Già col più imbelle volgo anco ritratto S’è non picciolo stuol del più guerriero Nel Tempio che, più volte arso e rifatto, Si noma ancor, dal fondator primiero, Di Salomone; e fu per lui già fatto Di cedri, e d’oro, e di bei marmi altero. Or non sì ricco già; pur saldo e forte È d’alte torri, e di ferrate porte. Giunto il gran Cavaliero ove raccolte S’eran le turbe in loco ampio e sublime; Trovò chiuse le porte, e trovò molte Difese apparecchiate in su le cime. Alzò lo sguardo orribile, e due volte Tutto il mirò dall’alte parti all’ime, Varco angusto cercando; ed altrettante Il circondò con le veloci piante. Qual lupo predatore all’aer bruno Le chiuse mandre insidiando aggira, Secco l’avide fauci, e nel digiuno Da nativo odio stimolato e d’ira; Tale egli intorno spia s’adito alcuno (Piano od erto che siasi) aprirsi mira. Si ferma alfin nella gran piazza: e d’alto Stanno aspettando i miseri l’assalto. In disparte giacea (qual che si fosse L’uso a cui si serbava) eccelsa trave: Nè così alte mai, nè così grosse Spiega l’antenne sue Ligura nave. Ver la gran porta il Cavalier la mosse Con quella man, cui nessun pondo è grave: E recandosi lei di lancia in modo, Urtò d’incontro impetuoso e sodo. Restar non può marmo o metallo innanti Al duro urtare, al riurtar più forte. Svelse dal sasso i cardini sonanti: Ruppe i serraglj, ed abbattè le porte. Non l’ariete di far più si vanti; Non la bombarda fulmine di morte. Per la dischiusa via la gente inonda, Quasi un diluvio, e ’l vincitor seconda. Rende misera strage atra e funesta L’alta magion, che fu magion di Dio. O giustizia del Ciel, quanto men presta Tanto più grave sovra il popol rio! Dal tuo secreto provveder fu desta L’ira ne’ cor pietosi, e incrudelío. Lavò col sangue suo l’empio Pagano Quel tempio che già fatto avea profano. Ma intanto Soliman ver la gran torre Ito se n’è, che di David s’appella: E quì fa de’ guerrier l’avanzo accorre, E sbarra intorno e questa strada e quella: E ’l Tiranno Aladino anco vi corre. Come il Soldan lui vede, a lui favella: Vieni, o famoso Re, vieni, e là sovra Alla rocca fortissima ricovra. Chè dal furor delle nemiche spade Guardar vi puoi la tua salute, e ’l regno. Oimè, risponde, oimè, che la Cittade Strugge dal fondo suo barbaro sdegno: E la mia vita, e ’l nostro imperio cade. Vissi, e regnai: non vivo or più, nè regno. Ben si può dir: noi fummo; a tutti è giunto L’ultimo dì, l’inevitabil punto. Ov’è, Signor, la tua virtute antica? (Disse il Soldan tutto cruccioso allora) Tolgaci i regni pur sorte nemica; Chè ’l regal pregio è nostro, e in noi dimora. Ma colà dentro omai dalla fatica Le stanche e gravi tue membra ristora. Così gli parla; e fa che si raccoglia Il vecchio Re nella guardata soglia. Egli ferrata mazza a due man prende, E si ripon la fida spada al fianco. E stassi al varco intrepido, e difende Il chiuso delle strade al popol Franco. Eran mortali le percosse orrende: Quella che non uccide, atterra almanco. Già fugge ogn’un dalla sbarrata piazza, Dove appressar vede l’orribil mazza. Ecco, da fera compagnia seguíto, Sopraggiungeva il Tolosan Raimondo. Al periglioso passo il vecchio ardito Corse, e sprezzò di quei gran colpi il pondo. Primo ei ferì; ma invano ebbe ferito: Non ferì invano il feritor secondo; Chè in fronte il colse, e l’atterrò col peso Supin, tremante, a braccia aperte, e steso. Finalmente ritorna anco ne’ vinti La virtù che ’l timore avea fugata: E i Franchi vincitori o son rispinti, O pur caggiono uccisi in su l’entrata. Ma il Soldan, che giacere infra gli estinti Il tramortito duce ai piè si guata, Grida ai suoi cavalier: costui sia tratto Dentro alle sbarre, e prigionier sia fatto. Si movon quegli ad eseguir l’effetto; Ma trovan dura e faticosa impresa: Perchè non è d’alcun de’ suoi negletto Raimondo, e corron tutti in sua difesa. Quinci furor, quindi pietoso affetto Pugna: nè vil cagione è di contesa. Di sì grand’uom la libertà, la vita, Questi a guardar, quegli a rapir invita. Pur vinto avrebbe a lungo andar la prova Il Soldano ostinato alla vendetta; Ch’alla fulminea mazza oppor non giova O doppio scudo, o tempra d’elmo eletta: Ma grande aita, a’ suoi nemici, e nova Di qua di là vede arrivare in fretta: Chè da’ due lati opposti, in un sol punto, Il sopran Duce e ’l gran Guerriero è giunto. Come pastor quando, fremendo intorno Il vento e i tuoni, e balenando i lampi, Vede oscurar di mille nubi il giorno, Ritrae la greggia dagli aperti campi: E sollecito cerca alcun soggiorno Ove l’ira del Ciel sicuro scampi; Ei col grido indrizzando e con la verga Le mandre innanzi, agli ultimi s’atterga; Così il Pagan, che già venir sentía L’irreparabil turbo e la tempesta, Che di fremiti orrendi il Ciel feria, D’arme ingombrando e quella parte e questa; Le custodite genti innanzi invia Nella gran torre, ed egli ultimo resta. Ultimo parte, e sì cede al periglio, Ch’audace appare in provvido consiglio. Pur a fatica avvien che si ripari Dentro alle porte, e le riserra appena; Chè già, rotte le sbarre, ai limitari Rinaldo vien, nè quivi anco s’affrena. Desio di superar chi non ha pari In opra d’arme, e giuramento il mena: Chè non oblia, che in voto egli promise Di dar morte a colui che ’l Dano uccise. E ben allor allor l’invitta mano Tentato avria l’inespugnabil muro: Nè forse colà dentro era il Soldano Dal fatal suo nemico assai sicuro; Ma già suona a ritratta il Capitano: Già l’orizonte d’ogn’intorno è scuro. Goffredo alloggia nella terra, e vuole Rinnovar poi l’assalto al novo Sole. Diceva ai suoi, lietissimo in sembianza, Favorito ha il gran Dio l’armi Cristiane: Fatto è il sommo de’ fatti, e poco avanza Dell’opra, e nulla del timor rimane. La torre (estrema, e misera speranza Degl’infedeli) espugnerem dimane. Pietà frattanto a confortar v’inviti, Con sollecito amor, gli egri e i feriti. Ite, e curate quei c’han fatto acquisto Di questa patria a noi col sangue loro. Ciò più conviensi ai cavalier di Cristo, Che desio di vendetta o di tesoro. Troppo, ahi troppo di strage oggi s’è visto, Troppa in alcuni avidità dell’oro. Rapir più oltra, e incrudelir i’ vieto. Or divulghin le trombe il mio divieto. Tacque: e poi se n’andò là dove il Conte Riavuto dal colpo anco ne geme. Nè Soliman con meno ardita fronte Ai suoi ragiona, e ’l duol nell’alma preme: Siate, o compagni, di Fortuna all’onte Invitti, insin che verde è fior di speme: Chè sotto alta apparenza di fallace Spavento, oggi men grave il danno giace. Prese i nemici han sol le mura e i tetti E ’l volgo umil, non la Cittade han presa: Chè nel capo del Re, ne’ vostri petti, Nelle man vostre è la Città compresa. Veggio il Re salvo, e salvi i suoi più eletti: Veggio che ne circonda alta difesa. Vano trofeo d’abbandonata terra Abbiansi i Franchi, alfin perdran la guerra. E certo i’ son che perderanla alfine; Chè nella sorte prospera insolenti Fian volti agli omicidj, alle rapine, Ed agl’ingiuriosi abbracciamenti: E saran di leggier tra le ruine, Tra gli stupri e le prede oppressi e spinti, Se in tanta tracotanza omai sorgiunge L’oste d’Egitto: e non puote esser lunge. Intanto noi signoreggiar co’ sassi Potrem della Città gli alti edificj: Ed ogni calle, onde al Sepolcro vassi, Torran le nostre machine ai nemici. Così, vigor porgendo ai cor già lassi, La speme rinnovò negl’infelici. Or mentre quì tai cose eran passate, Errò Vafrin tra mille schiere armate. All’esercito avverso eletto in spia, Già declinando il Sol, partì Vafrino: E corse oscura e solitaria via Notturno e sconosciuto peregrino. Ascalona passò, che non uscia Dal balcon d’Oriente anco il mattino. Poi, quando è nel meriggio il solar lampo, A vista fu del poderoso campo. Vide tende infinite, e ventilanti Stendardi in cima azzurri e persi e gialli; E tante udì lingue discordi, e tanti Timpani e corni e barbari metalli, E voci di cammelli, e d’elefanti, Tra ’l nitrir de’ magnanimi cavalli, Che fra se disse: quì l’Africa tutta Translata viene, e quì l’Asia è condutta. Mira egli alquanto pria come sia forte Del campo il sito, e qual vallo il circonde. Poscia non tenta vie furtive e torte: Nè dal frequente popolo s’asconde; Ma, per dritto sentier, tra regie porte Trapassa, ed or dimanda ed or risponde. A dimande a risposte astute e pronte Accoppia baldanzosa audace fronte. Di qua di là sollecito s’aggira Per le vie, per le piazze, e per le tende. I guerrier, i destrier, l’arme rimira; L’arti, e gli ordini osserva, e i nomi apprende. Nè di ciò pago, a maggior cose aspira: Spia gli occulti disegni, e parte intende. Tanto s’avvolge, e così destro e piano, Ch’adito s’apre al padiglion soprano. Vede, mirando quì, sdruscita tela, Ond’ha varco la voce, onde si scerne: Che là proprio risponde, ove son de la Stanza regal le ritirate interne: Sicchè i secreti del signor mal cela Ad uom ch’ascolti dalle parti esterne. Vafrin vi guata, e par ch’ad altro intenda, Come sia cura sua conciar la tenda. Stavasi il Capitan la testa ignudo, Le membra armato, e con purpureo ammanto. Lunge due paggj avean l’elmo e lo scudo. Preme egli un’asta, e vi s’appoggia alquanto. Guardava un uom di torvo aspetto e crudo, Membruto, ed alto, il qual gli era da canto. Vafrino è attento, e di Goffredo a nome Parlar sentendo, alza gli orecchj al nome. Parla il Duce a colui: dunque sicuro Sei così tu di dar morte a Goffredo? Risponde quegli: io sonne, e in corte giuro Non tornar mai, se vincitor non riedo. Preverrò ben color che meco furo Al congiurare: e premio altro non chiedo, Se non ch’io possa un bel trofeo dell’armi Drizzar nel Cairo, e sottopor tai carmi: Queste arme in guerra al Capitan Francese, Distruggitor dell’Asia, Ormondo trasse, Quando gli trasse l’alma; e le sospese, Perchè memoria ad ogni età ne passe. Non fia (l’altro dicea) che ’l Re cortese L’opera grande inonorata lasse. Ben ei darà ciò che per te si chiede; Ma congiunto l’avrai d’alta mercede. Or apparecchia pur l’armi mentite: Chè ’l giorno omai della battaglia è presso. Son, rispose, già preste; e quì finite Queste parole, e ’l Duce tacque, ed esso. Restò Vafrino, alle gran cose udite, Sospeso e dubbio, e rivolgea in se stesso Qual’arti di congiura, e quali sieno Le mentite arme, e nol comprese appieno. Indi partissi; e quella notte intera Desto passò, ch’occhio serrar non volse. Ma, quando poi di novo ogni bandiera All’aure mattutine il campo sciolse, Anch’ei marciò con l’altra gente in schiera: Fermossi anch’egli ov’ella albergo tolse: E pur anco tornò di tenda in tenda Per udir cosa, onde il ver meglio intenda. Cercando trova in sede alta e pomposa Fra cavalieri Armida, e fra donzelle: Che stassi in se romíta, e sospirosa Fra se co’ suoi pensier par che favelle. Su la candida man la guancia posa, E china a terra le amorose stelle. Non sa se pianga o no: ben può vederle Umidi gli occhj, e gravidi di perle. Vedele incontra il fero Adrasto assiso Che par ch’occhio non batta e che non spiri; Tanto da lei pendea: tanto in lei fiso Pasceva i suoi famelici desiri! Ma Tisaferno, or l’uno or l’altro in viso Guardando, or vien che brami, or che s’adiri: E segna il mobil volto or di colore Di rabbioso disdegno, ed or d’amore. Scorge poscia Altamor che, in cerchio accolto Fra le donzelle, alquanto era in disparte. Non lascia il desir vago a freno sciolto; Ma gira gli occhj cupidi con arte. Volge un guardo alla mano, uno al bel volto: Talora insidia più guardata parte: E là s’interna ove mal cauto apria, Fra due mamme, un bel vel secreta via. Alza alfin gli occhj Armida, e pur alquanto La bella fronte sua torna serena; E repente fra i nuvoli del pianto Un soave sorriso apre, e balena. Signor, dicea, membrando il vostro vanto, L’anima mia puote scemar la pena: Chè d’esser vendicata in breve aspetta: E dolce è l’ira in aspettar vendetta. Risponde l’Indian: la fronte mesta Deh, per Dio, rasserena, e ’l duolo alleggia: Ch’assai tosto avverrà che l’empia testa Di quel Rinaldo a piè tronca ti veggia: O menarolti prigionier con questa Ultrice mano, ove prigion tu ’l chieggia. Così promisi in voto; or l’altro, ch’ode, Motto non fa; ma tra suo cor si rode. Volgendo in Tisaferno il dolce sguardo: Tu, che dici, Signor? colei soggiunge. Risponde egli infingendo: io, che son tardo, Seguiterò il valor così da lunge Di questo tuo terribile e gagliardo: E con tai detti amaramente il punge. Ripiglia l’Indo allor: ben è ragione, Che lunge segua, e tema il paragone. Crollando Tisaferno il capo altero Disse: o foss’io signor del mio talento: Libero avessi in questa spada impero; Chè tosto e’ si parria chi sia più lento. Non temo io te, nè i tuoi gran vanti, o fero; Ma il Cielo, e ’l mio nemico amor pavento. Tacque; e sorgeva Adrasto a far disfida; Ma la prevenne, e s’interpose Armida. Diss’ella: o Cavalier, perchè quel dono, Donatomi più volte, anco togliete? Miei campion sete voi; pur esser buono Dovria tal nome a por tra voi quiete. Meco s’adira, chi s’adira: io sono Nell’offese l’offesa; e voi ’l sapete. Così lor parla; e così avvien che accordi Sotto giogo di ferro alme discordi. È presente Vafrino, e ’l tutto ascolta: E, sottrattone il vero, indi si toglie. Spia dell’alta congiura, e lei ravvolta Trova in silenzio, e nulla ne raccoglie. Chiedene improntamente anco talvolta: E la difficoltà cresce le voglie. O quì lasciar la vita egli è disposto, O riportarne il gran secreto ascosto. Mille e più vie d’accorgimento ignote, Mille e più pensa inusitate frodi. E pur con tutto ciò non gli son note Dell’occulta congiura o l’arme, o i modi. Fortuna alfin (quel ch’ei per se non puote) Isviluppò d’ogni suo dubbio i nodi. Sì ch’ei distinto e manifesto intese, Come l’insidie al pio Buglion sian tese. Era tornato ov’è pur anco assisa, Fra’ suoi campioni, la nemica amante: Ch’ivi opportun l’investigarne avvisa, Ove traean genti sì varie e tante. Or quì s’accosta a una donzella, in guisa Che par che v’abbia conoscenza innante; Par v’abbia d’amistade antica usanza, E ragiona in affabile sembianza. Egli dicea, quasi per gioco, anch’io Vorrei d’alcuna bella esser campione: E troncar penserei col ferro mio Il capo o di Rinaldo o del Buglione. Chiedila pure a me, se n’hai desio, La testa d’alcun barbaro barone. Così comincia, e pensa appoco appoco A più grave parlar ridurre il gioco. Ma in questo dir sorrise, e fè, ridendo, Un cotal atto suo nativo usato. Una dell’altre allor quì sorgiungendo, L’udì, guardollo, e poi gli venne a lato; Disse: involarti a ciascun’altra intendo: Nè ti dorrai d’amor male impiegato. In mio campion t’eleggo; ed in disparte, Come a mio cavalier, vuò ragionarte. Ritirollo, e parlò: riconosciuto Ho te, Vafrin, tu me conoscer dei: Nel cor turbossi lo scudiero astuto; Pur si rivolse, sorridendo, a lei: Non t’ho (che mi sovvenga) unqua veduto; E degna pur d’esser mirata sei. Questo so ben, ch’assai vario da quello, Che tu dicesti, è il nome, ond’io m’appello. Me, su la piaggia di Biserta apríca, Lesbin produsse, e mi nomò Almanzorre: Tosto, disse ella, ho conoscenza antica, D’ogni esser tuo: nè già mi voglio apporre. Non ti celar da me, ch’io sono amica, Ed in tuo pro vorrei la vita esporre. Erminia son, già di Re figlia, e serva Poi di Tancredi un tempo, e tua conserva. Nella dolce prigion due lieti mesi Pietoso prigionier m’avesti in guarda: E mi servisti in bei modi cortesi. Ben dessa i’ son, ben dessa i’ son: riguarda. Lo scudier, come pria v’ha gli occhj intesi, La bella faccia a ravvisar non tarda. Vivi (ella soggiungea) da me sicuro: Per questo Ciel, per questo Sol te ’l giuro. Anzi pregar ti vuò che, quando torni, Mi riconduca alla prigion mia cara. Torbide notti e tenebrosi giorni, Misera, vivo in libertate amara. E se quì per ispia forse soggiorni, Ti si fa incontro alta fortuna e rara. Saprai da me congiure, e ciò ch’altrove Malagevol sarà che tu ritrove. Così gli parla; e intanto ei mira e tace; Pensa all’esempio della falsa Armida. Femina è cosa garrula e fallace: Vuole, e disvuole: è folle uom che sen fida. Sì tra se volge: or se venir ti piace, Alfin le disse, io ne sarò tua guida. Sia fermato tra noi questo e conchiuso Serbisi il parlar d’altro a miglior uso. Gli ordini danno di salire in sella Anzi il mover del campo allora allora. Parte Vafrin del padiglione, ed ella Si torna all’altre, e alquanto ivi dimora. Di scherzar fa sembiante, e pur favella Del campion novo, e se ne vien poi fuora: Viene al loco prescritto, e s’accompagna: Ed escon poi del campo alla campagna. Già eran giunti in parte assai romíta: E già sparian le Saracine tende; Quando ei le disse: or dì come alla vita Del pio Goffredo altri l’insidie tende. Allor colei della congiura ordita L’iniqua tela a lui dispiega e stende. Son (gli divisa) otto guerrier di Corte, Tra’ quali il più famoso è Ormondo il forte. Questi (che che lor mova, odio o disdegno) Han conspirato, e l’arte lor fia tale: Quel dì che in lite verrà d’Asia il regno, Tra’ duo’ gran campi in gran pugna campale; Avran su l’arme della Croce il segno, E l’arme avranno alla Francesca: e quale La guardia di Goffredo ha bianco e d’oro Il suo vestir, sarà l’abito loro. Ma ciascun terrà cosa in su l’elmetto, Che noto a’ suoi per uom Pagano il faccia. Quando fia poi rimescolato e stretto L’un campo e l’altro, elli porransi in traccia, E insidieranno al valoroso petto, Mostrando di custodi amica faccia. E ’l ferro armato di veleno avranno, Perchè mortal sia d’ogni piaga il danno. E perchè fra’ Pagani anco risassi Ch’io so vostri usi, ed arme, e sopravveste; Fer che le false insegne io divisassi, E fui costretta ad opere moleste. Queste son le cagion che ’l campo io lassi: Fuggo l’imperiose altrui richieste. Schivo ed abborro in qual si voglia modo Contaminarmi in atto alcun di frodo. Queste son le cagion, ma non già sole; E quì si tacque, e di rossor si tinse, E chinò gli occhj, e l’ultime parole Ritener volle, e non ben le distinse. Lo scudier, che da lei ritrar pur vuole Ciò ch’ella vergognando in se ristrinse, Di poca fede, disse, or perchè cele Le più vere cagioni al tuo fedele? Ella dal petto un gran sospiro apriva, E parlava con suon tremante e roco: Mal guardata vergogna intempestiva, Vattene omai; non hai tu quì più loco. A chè pur tenti, o in van ritrosa e schiva, Celar col foco tuo d’amore il foco? Debiti fur questi rispetti innante; Non or, che fatta son donzella errante. Soggiunse poi: la notte a me fatale, Ed alla patria mia che giacque oppressa, Perdei più che non parve: e ’l mio gran male Non ebbi in lei; ma derivò da essa. Lieve perdita è il regno; io col regale Mio alto stato anco perdei me stessa; Per mai non ricovrarla, allor perdei La mente folle, e ’l core, e i sensi miei. Vafrin, tu sai, che timidetta accorsi, Tanta strage vedendo e tante prede, Al tuo signore e mio, che prima i’ scorsi Armato por nella mia reggia il piede: E chinandomi a lui tai voci porsi: Invitto vincitor, pietà, mercede: Non prego io te per la mia vita: il fiore Salvami sol del verginale onore. Egli, la sua porgendo alla mia mano, Non aspettò che ’l mio pregar finisse: Vergine bella, non ricorri in vano; Io ne sarò tuo difensor, mi disse. Allora un non so chè soave e piano Sentii ch’al cor mi scese, e vi s’affisse: Che serpendomi poi per l’alma vaga, Non so come, divenne incendio e piaga. Visitommi egli spesso, e in dolce suono, Consolando il mio duol, meco si dolse; Dicea: l’intera libertà ti dono, E delle spoglie mie spoglia non volse. Oimè, che fu rapina e parve dono: Chè rendendomi a me da me mi tolse. Quel mi rendè ch’è via men caro e degno; Ma s’usurpò del core, a forza, il regno. Mal amor si nasconde. A te sovente Desiosa i’ chiedea del mio signore. Veggendo i segni tu d’inferma mente: Erminia, mi dicesti, ardi d’amore. Io te ’l negai; ma un mio sospiro ardente Fu più verace testimon del core: E in vece forse della lingua, il guardo Manifestava il foco onde tutt’ardo. Sfortunato silenzio; avessi io almeno Chiesta allor medicina al gran martíre; S’esser poscia dovea lentato il freno, Quando non gioverebbe, al mio desire. Partimmi in somma, e le mie piaghe in seno Portai celate, e ne credei morire. Alfin, cercando al viver mio soccorso, Mi sciolse amor d’ogni rispetto il morso. Sicchè a trovarne il mio signor io mossi, Ch’egra mi fece, e mi potea far sana. Ma tra via fero intoppo attraversossi Di gente inclementissima e villana. Poco mancò che preda lor non fossi; Pur in parte fuggimmi erma e lontana: E colà vissi, in solitaria cella, Cittadina di boschi e pastorella. Ma poichè quel desio, che fu ripresso Alcun dì per la tema, in me risorse; Tornarmi ritentando al loco stesso, La medesma sciagura anco m’occorse. Fuggir non potei già; ch’era omai presso Predatrice masnada, e troppo corse. Così fui presa: e quei che mi rapiro Egizj fur, ch’a Gaza indi sen giro. E in don menarmi al Capitano, a cui Diedi di me contezza, e ’l persuasi, Sicch’onorata, e inviolata fui Que’ dì che con Armida ivi rimasi. Così venni più volte in forza altrui, E men sottrassi: ecco i miei duri casi. Pur le prime catene anco riserva La tante volte liberata, e serva. Oh! pur colui, che circondolle intorno All’alma sì che non fia chi le scioglia, Non dica: errante ancella, altro soggiorno Cercati pure: e me seco non voglia; Ma pietoso gradisca il mio ritorno, E nell’antica mia prigion m’accoglia. Così diceagli Erminia: e insieme andaro La notte e ’l giorno ragionando a paro. Il più usato sentier lasciò Vafrino, Calle cercando o più sicuro o corto. Giunsero in loco alla Città vicino, Quando è il Sol nell’Occaso, e imbruna l’Orto: E trovaron di sangue atro il cammino: E poi vider nel sangue un guerrier morto, Che le vie tutte ingombra, e la gran faccia Tien volta ai Cielo, e morto anco minaccia. L’uso dell’arme, e ’l portamento estrano Pagan mostrarlo: e lo scudier trascorse. Un altro alquanto ne giacea lontano, Che tosto agli occhj di Vafrino occorse. Egli disse fra se: questi è Cristiano. Più il mise poscia il vestir bruno in forse. Salta di sella, e gli discopre il viso: Ed oimè, grida, è quì Tancredi ucciso. A riguardar sovra il guerrier feroce La male avventurosa era fermata; Quando dal suon della dolente voce Per lo mezzo del cor fu saettata. Al nome di Tancredi ella veloce Accorse in guisa d’ebra e forsennata. Vista la faccia scolorita e bella, Non scese no, precipitò di sella. E in lui versò d’inessicabil vena Lacrime, e voce di sospiri mista: In che misero punto or quì mi mena Fortuna! ah che veduta amara e trista! Dopo gran tempo i’ ti ritrovo appena, Tancredi, e ti riveggio, e non son vista; Vista non son da te, benchè presente, E trovando ti perdo eternamente. Misera, non credea ch’agli occhj miei Potessi in alcun tempo esser nojoso: Or cieca farmi volentier torrei Per non vederti, e riguardar non oso. Oimè! de’ lumi già sì dolci e rei Ov’è la fiamma? ov’è il bel raggio ascoso? Delle fiorite guancie il bel vermiglio Ov’è fuggito? ov’è il seren del ciglio? Ma chè? squallido e scuro anco mi piaci; Anima bella, se quinci entro gire, S’odi il mio pianto, alle mie voglie audaci Perdona il furto, e ’l temerario ardire. Dalle pallide labbra i freddi bacj, Che più caldi sperai, vuò pur rapire. Parte torrò di sue ragioni a morte, Baciando queste labbra esangui e smorte. Pietosa bocca, che solevi in vita Consolar il mio duol di tue parole, Lecito sia ch’anzi la mia partita D’alcun tuo caro bacio io mi console. E forse allor, s’era a cercarlo ardita, Quel davi tu, ch’ora convien che invole. Lecito sia ch’ora ti stringa, e poi Versi lo spirto mio fra i labbri tuoi. Raccogli tu l’anima mia seguace: Drizzala tu dove la tua sen gío. Così parla gemendo, e si disface Quasi per gli occhj, e par conversa in rio. Rivenne quegli a quell’umor vivace, E le languide labbra alquanto aprío: Aprì le labbra, e, con le luci chiuse, Un suo sospir con que’ di lei confuse. Sente la donna il cavalier che geme; E forza è pur che si conforti alquanto. Apri gli occhj, Tancredi, a queste estreme Esequie, grida, ch’io ti fo col pianto. Riguarda me, chè vuò venirne insieme La lunga strada, e vuò morirti accanto. Riguarda me: non ten fuggir sì presto. L’ultimo don ch’io ti dimando è questo. Apre Tancredi gli occhj, e poi gli abbassa Torbidi e gravi: ed ella pur si lagna. Dice Vafrino a lei: questi non passa; Curisi adunque prima, e poi si piagna. Egli il disarma: ella tremante e lassa Porge la mano all’opere compagna. Mira, e tratta le piaghe, e di ferute Giudice esperta, spera indi salute. Vede che ’l mal dalla stanchezza nasce, E dagli umori in troppa copia sparti. Ma non ha, fuor che un velo, onde gli fasce Le sue ferite in sì solinghe parti. Amor le trova inusitate fasce, E di pietà le insegna insolite arti: Le asciugò con le chiome, e rilegolle Pur con le chiome che troncarsi volle; Perocchè ’l velo suo bastar non puote, Breve e sottile, alle sì spesse piaghe. Dittamo e croco non avea; ma note Per uso tal sapea potenti e maghe. Già il mortifero sonno ei da se scuote: Già può le luci alzar mobili e vaghe. Vede il suo servo, e la pietosa donna Sopra si mira in peregrina gonna. Chiede: o Vafrin, quì come giungi, e quando? E tu chi sei, medica mia pietosa? Ella fra lieta e dubbia, sospirando, Tinse il bel volto di color di rosa. Saprai, rispose, il tutto: or (te ’l comando, Come medica tua) taci, e riposa. Salute avrai: prepara il guiderdone. Ed al suo capo il grembo indi soppone. Pensa intanto Vafrin come all’ostello Agiato il porti anzi più fosca sera: Ed ecco di guerrier giunge un drappello. Conosce ei ben che di Tancredi è schiera. Quando affrontò il Circasso, e per appello Di battaglia chiamollo, insieme egli era. Non seguì lui, perch’ei non volle allora, Poi dubbioso il cercò della dimora. Seguian molti altri la medesma inchiesta; Ma ritrovarlo avvien che lor succeda. Delle stesse lor braccia essi han contesta Quasi una sede, ov’ei s’appoggi, e sieda. Disse Tancredi allora: adunque resta Il valoroso Argante ai corvi in preda? Ah per Dio non si lasci, e non si frodi O della sepoltura, o delle lodi. Nessuna a me, col busto esangue e muto, Riman più guerra; egli morì qual forte: Onde a ragion gli è quell’onor dovuto, Che solo in terra avanzo è della morte. Così, da molti ricevendo ajuto, Fa che ’l nemico suo dietro si porte. Vafrino al fianco di colei si pose, Siccome uom suole alle guardate cose. Soggiunse il Prence: alla Città regale, Non alle tende mie vuò che si vada; Chè s’umano accidente a questa frale Vita sovrasta, è ben ch’ivi m’accada. Chè ’l loco ove morì l’uomo immortale, Può forse al Cielo agevolar la strada: E sarà pago un mio pensier devoto D’aver peregrinato al fin del voto. Disse; e colà portato egli fu posto Sovra le piume, e ’l prese un sonno cheto. Vafrino alla donzella, e non discosto, Ritrova albergo assai chiuso e secreto. Quinci s’invia, dov’è Goffredo: e tosto Entra, chè non gli è fatto alcun divieto: Sebben allor della futura impresa In bilance i consiglj appende, e pesa. Del letto, ove la stanca egra persona Posa Raimondo, il Duce è sulla sponda: E d’ogn’intorno nobile corona De’ più potenti e più saggj il circonda. Or, mentre lo scudiero a lui ragiona, Non v’è chi d’altro chieda, o chi risponda. Signor, dicea, come imponesti andai Tra gl’infedeli, e ’l campo lor cercai. Ma non aspettar già che di quell’oste L’innumerabil numero ti conti. I’ vidi che, al passar, le valli ascoste Sotto e’ teneva e i piani tutti e i monti. Vidi che dove giunga, ove s’accoste, Spoglia la terra, e secca i fiumi e i fonti: Perchè non bastan l’acque alla lor sete: E poco è lor ciò che la Siria miete. Ma sì de’ cavalier, sì de’ pedoni Sono in gran parte inutili le schiere: Gente che non intende ordini o suoni, Nè stringe ferro, e di lontan sol fere. Ben ve ne sono alquanti eletti e buoni Che seguite di Persia han le bandiere. E forse squadra anco migliore è quella Che la squadra immortal del Re s’appella. Ella è detta immortal, perchè difetto In quel numero mai non fu pur d’uno: Ma empie il loco voto, e sempre eletto Sottentra uom novo, ove ne manchi alcuno. Il Capitan del campo, Emiren detto, Pari ha in senno e in valor pochi o nessuno. E gli comanda il Re che provocarti Debba a pugna campal con tutte l’arti. Nè credo già che al dì secondo tardi L’esercito nemico a comparire. Ma tu Rinaldo assai convien che guardi Il capo, ond’è fra lor tanto desire: Chè i più famosi in arme, e i più gagliardi Gli hanno incontra arrotato il ferro e l’ire: Perchè Armida se stessa in guiderdone, A qual di loro il troncherà, propone. Fra questi è il valoroso e nobil Perso: Dico Altamoro il Re di Sarmacante. Adrasto v’è che ha il regno suo là verso I confin dell’Aurora, ed è gigante: Uom d’ogni umanità così diverso, Che frena per cavallo un elefante. V’è Tisaferno a cui, nell’esser prode, Concorde fama dà sovrana lode. Così dice egli; e ’l Giovinetto in volto Tutto scintilla, ed ha negli occhj il foco. Vorria già tra’ nemici essere avvolto: Nè cape in se, nè ritrovar può loco. Quinci Vafrino al Capitan rivolto: Signor, soggiunse, insin quì detto è poco. La somma delle cose or quì si chiuda: Impugneransi in te l’arme di Giuda. Di parte in parte poi tutto gli espose Ciò che di fraudolente in lui si tesse: L’arme, e ’l velen, le insegne insidiose, Il vanto udito, i premj, e le promesse. Molto chiesto gli fu, molto rispose: Breve tra lor silenzio indi successe. Poscia innalzando il Capitano il ciglio Chiede a Raimondo: Or qual’è il tuo consiglio? Ed egli: È mio parer ch’ai novi albóri, Come concluso fu, più non s’assaglia; Ma si stringa la torre: onde uscir fuori Chi dentro stassi a suo piacer non vaglia: E posi il nostro campo, e si ristori Frattanto ad uopo di maggior battaglia. Pensa poi tu s’è meglio usar la spada Con forza aperta, o ’l gir tenendo a bada. Mio giudizio è però ch’a te convegna Di te stesso curar sovra ogni cura; Chè per te vince l’oste, e per te regna. Chi senza te l’indrizza, e l’assicura? E perchè i traditor non celi insegna; Mutar le insegne a’ tuoi guerrier procura. Così la fraude a te palese fatta Sarà da quel medesmo in chi s’appiatta. Risponde il capitan: come hai per uso, Mostri amico volere e saggia mente; Ma quel che dubbio lasci, or sia conchiuso. Uscirem contro alla nemica gente. Nè già star deve in muro o in vallo chiuso Il campo domator dell’Oriente. Sia da quegli empj il valor nostro esperto Nella più aperta luce, in loco aperto. Non sosterran delle vittorie il nome, Non che de’ vincitor l’aspetto altero, Non che l’arme: e lor forze saran dome, Fermo stabilimento al nostro impero. La torre o tosto renderassi, o come Altri nol vieti, il prenderla è leggiero. Quì il magnanimo tace, e fa partita; Chè ’l cader delle stelle al sonno invita. Canto ventesimo Giunge l’oste Pagana, e crudel guerra Fa col campo fedele. Il fier Soldano L’assediata rocca anco disserra; Vago d’andare a guerreggiar nel piano, N’esce col Re; ma l’uno e l’altro a terra Estinto cade da famosa mano. Placa Rinaldo Armida. I Cristian scempio Fan de’ nemici, e poi van lieti al tempio. CANTO VIGESIMO. Già il Sole avea desti i mortali all’opre: Già dieci ore del giorno eran trascorse; Quando lo stuol ch’alla gran torre è sopre, Un non so che da lunge ombroso scorse, Quasi nebbia che a sera il mondo copre: E ch’era il campo amico alfin s’accorse, Che tutto intorno il Ciel di polve adombra, E i colli sotto, e le campagne ingombra. Alzano allor dall’alta cima i gridi Insino al Ciel le assediate genti: Con quel romor con che, dai Tracj nidi, Vanno a stormi le gru ne’ giorni algenti: E tra le nubi a più tepidi lidi Fuggon stridendo innanzi ai freddi venti: Ch’or la giunta speranza in lor fa pronte La mano al saettar, la lingua all’onte. Ben s’avvisano i Franchi, onde dell’ire L’impeto novo, e ’l minacciar procede: E miran d’alta parte, ed apparire Il poderoso campo indi si vede. Subito avvampa il generoso ardire In que’ petti feroci, e pugna chiede. La gioventute altera accolta insieme, Dà, grida, il segno, invitto Duce: e freme. Ma nega il saggio offrir battaglia innante Ai novi albóri, e tien gli audaci a freno. Nè pur con pugna instabile e vagante Vuol che si tentin gli avversarj almeno. Ben è ragion, dicea, che dopo tante Fatiche un giorno io vi ristori appieno. Forse ne’ suoi nemici anco la folle Credenza di se stessi ei nudrir volle. Si prepara ciascun, della novella Luce aspettando cupido il ritorno. Non fu mai l’aria sì serena e bella, Come all’uscir del memorabil giorno. L’alba lieta rideva, e parea ch’ella Tutti i raggj del Sole avesse intorno: E ’l lume usato accrebbe, e senza velo Volle mirar l’opere grandi il Cielo. Come vide spuntar l’aureo mattino, Mena fuori Goffredo il campo instrutto. Ma pon Raimondo intorno al Palestino Tiranno, e de’ fedeli il popol tutto, Che dal paese di Soria vicino A’ suoi liberator s’era condutto: Numero grande, e pur non questo solo, Ma di Guasconi ancor lascia uno stuolo. Vassene, e tal’ è in vista il sommo Duce, Ch’altri certa vittoria indi presume. Novo favor del Cielo in lui riluce, E ’l fa grande ed augusto oltra il costume. Gli empie d’onor la faccia, e vi riduce Di giovinezza il bel purpureo lume: E nell’atto degli occhj e delle membra Altro che mortal cosa egli rassembra. Ma non molto sen va, che giunge a fronte Dell’attendato esercito Pagano: E prender fa, nell’arrivare, un monte Ch’egli ha da tergo, e da sinistra mano. E l’ordinanza poi, larga di fronte, Di fianchi angusta, spiega inverso il piano; Stringe in mezzo i pedoni, e rende alati Con l’ale de’ cavalli entrambi i lati. Nel corno manco, il qual s’appressa all’erto Dell’occupato colle e s’assicura, Pon l’uno e l’altro principe Roberto. Dà le parti di mezzo al frate in cura. Egli a destra s’alluoga, ove è l’aperto E ’l periglioso più della pianura: Ove il nemico, che di gente avanza, Di circondarlo aver potea speranza. E quì i suoi Loteringhi, e quì dispone Le meglio armate genti e le più elette. Quì, tra’ cavalli arcieri, alcun pedone Uso a pugnar tra’ cavalier frammette. Poscia d’avventurier forma un squadrone, E d’altri altronde scelti, e presso il mette. Mette loro in disparte al lato destro: E Rinaldo ne fa duce e maestro. Ed a lui dice: in te, Signor, riposta La vittoria e la somma è delle cose. Tieni tu la tua schiera alquanto ascosta Dietro a queste ali grandi e spaziose. Quando appressa il nemico, e tu di costa L’assali, e rendi van quanto e’ propose. Proposto avrà (se ’l mio pensier non falle) Girando, ai fianchi urtarci ed alle spalle. Quindi, sovra un corsier, di schiera in schiera Parea volar tra’ cavalier, tra’ fanti. Tutto il volto scopria per la visiera: Fulminava negli occhj e ne’ sembianti. Confortò il dubbio, e confermò chi spera: Ed all’audace rammentò i suoi vanti, E le sue prove al forte: a chi maggiori Gli stipendj promise, a chi gli onori. Alfin colà fermossi, ove le prime E più nobili squadre erano accolte: E cominciò, da loco assai sublime, Parlare, ond’è rapito ogn’uom ch’ascolte. Come in torrenti dalle alpestri cime Soglion giù derivar le nevi sciolte, Così correan volubili e veloci Dalla sua bocca le canore voci. O de’ nemici di Gesù flagello, Campo mio domator dell’Oriente; Ecco l’ultimo giorno: eccovi quello Che già tanto bramaste omai presente. Nè senza alta cagion, che’l suo rubello Popolo in un s’accoglia, il Ciel consente. Ogni vostro nimico ha quì congiunto, Per finir molte guerre in un sol punto. Noi raccorrem molte vittorie in una: Nè fia maggiore il rischio o la fatica. Non sia, non sia tra voi temenza alcuna In veder così grande oste nemica: Chè, discorde fra se, mal si raguna: E negli ordini suoi se stessa intrica. E di chi pugni il numero fia poco; Mancherà il core a molti, a molti il loco. Quei che incontra verranci, uomini ignudi Fian per lo più, senza vigor, senz’arte; Che dal lor ozio, o dai servili studj Sol violenza or allontana e parte. Le spade omai tremar, tremar gli scudi, Tremar veggio le insegne in quella parte: Conosco i suoni incerti, e i dubbj moti: Veggio la morte loro ai segni noti. Quel Capitan che cinto d’ostro e d’oro Dispon le squadre, e par sì fero in vista; Vinse forse talor l’Arabo, o ’l Moro; Ma il suo valor non fia ch’a noi resista. Che farà (benchè saggio) in tanta loro Confusione e sì torbida e mista? Mal noto è, credo, e mal conosce i sui: Ed a pochi può dir: tu fosti, io fui. Ma Capitano i’ son di gente eletta: Pugnammo un tempo, e trionfammo insieme. E poscia un tempo a mio voler l’ho retta. Di chi di voi non so la patria e ’l seme? Quale spada m’è ignota? o qual saetta, Benchè per l’aria ancor sospesa treme, Non saprei dir s’è Franca, o se d’Irlanda, E quale appunto il braccio è che la manda? Chiedo solite cose; ogn’un quì sembri Quel medesmo ch’altrove i’ l’ho già visto: E l’usato suo zelo abbia, e rimembri L’onor suo, l’onor mio, l’onor di Cristo. Ite, abbattete gli empj, e i tronchi membri Calcate, e stabilite il santo acquisto. Chè più vi tegno a bada? assai distinto Negli occhj vostri il veggio; avete vinto. Parve che nel finir di tai parole Scendesse un lampo lucido e sereno, Come tal volta estiva notte suole Scuoter dal manto suo stella o baleno. Ma questo creder si potea che ’l Sole Giuso il mandasse dal più interno seno: E parve al capo irgli girando: e segno Alcun pensollo di futuro regno. Forse (se deve infra’ celesti arcani Prosuntuosa entrar lingua mortale) Angel custode fu, che dai soprani Cori discese, e ’l circondò con l’ale. Mentre ordinò Goffredo i suoi Cristiani, E parlò fra le schiere in guisa tale; L’Egizio Capitan lento non fue Ad ordinare, a confortar le sue. Trasse le squadre fuor, come veduto Fu da lunge venirne il popol Franco. E fece anch’ei l’esercito cornuto, Co’ fanti in mezzo, e i cavalieri al fianco. E per se il corno destro ha ritenuto: E prepose Altamoro al lato manco. Muleasse fra loro i fanti guida: E in mezzo è poi della battaglia Armida. Col Duce a destra è il Re degl’Indiani, E Tisaferno, e tutto il regio stuolo. Ma dove stender può ne’ larghi piani L’ala sinistra più spedito il volo, Altamoro ha i Re Persi, e i Re Africani, E i due che manda il più fervente suolo. Quinci le frombe, e le balestre, e gli archi Esser tutti dovean rotate e scarchi. Così Emiren gli schiera, e corre anch’esso Per le parti di mezzo, e per gli estremi: Per interpreti or parla, or per se stesso, Mesce lodi, e rampogne, e pene, e premj. Talor dice ad alcun: perchè dimesso Mostri, Soldato, il volto? e di che temi? Chè puote un contra cento? io mi confido Sol con l’ombra fugargli, e sol col grido. Ad altri: o valoroso, or via con questa Faccia a ritor la preda a noi rapita. L’immagine ad alcuno in mente desta, Gliela figura quasi e gliel’addita, Della pregante patria, e della mesta Supplice famigliuola sbigottita. Credi, dicea, che la tua patria spieghi Per la mia lingua in tai parole i preghi: Guarda tu le mie leggi, e i sacri tempj Fa ch’io del sangue mio non bagni e lavi. Assicura le vergini dagli empj, E i sepolcri e le ceneri degli avi. A te, piangendo i lor passati tempi, Mostran la bianca chioma i vecchj gravi: A te la moglie le mammelle e ’l petto, Le cune, e i figlj, e ’l marital suo letto. A molti poi dicea: l’Asia campioni Vi fa dell’onor suo: da voi s’aspetta Contra que’ pochi barbari ladroni Acerba, ma giustissima vendetta. Così con arti varie, in varj suoni Le varie genti alla battaglia alletta. Ma già tacciono i duci, e le vicine Schiere non parte omai largo confine. Grande e mirabil cosa era il vedere Quando quel campo e questo a fronte venne: Come, spiegate in ordine le schiere, Di mover già, già d’assalire accenne: Sparse al vento ondeggiando ir le bandiere, E ventolar su i gran cimier le penne: Abiti, fregj, imprese, arme, e colori, D’oro e di ferro, al Sol lampi e fulgóri. Sembra d’alberi densi alta foresta L’un campo e l’altro; di tant’aste abbonda! Son tesi gli archi, e son le lance in resta: Vibransi i dardi, e rotasi ogni fionda. Ogni cavallo in guerra anco s’appresta; Gli odj, e ’l furor del suo signor seconda: Raspa, batte, nitrisce, e si raggira, Gonfia le nari, e fumo e foco spira. Bello in sì bella vista anco è l’orrore: E di mezzo la tema esce il diletto. Nè men le trombe orribili e canore Sono agli orecchj lieto e fero oggetto. Pur il campo fedel, benchè minore, Par di suon più mirabile, e d’aspetto. E canta in più guerriero e chiaro carme Ogni sua tromba: e maggior luce han l’arme. Fer le trombe Cristiane il primo invito: Risposer l’altre, ed accettar la guerra. S’inginocchiaro i Franchi, e riverito Da lor fu il Cielo: indi baciar la terra. Decresce in mezzo il campo: ecco è sparito: L’un con l’altro nemico omai si serra. Già fera zuffa è nelle corna: e innanti Spingonsi già con lor battaglia i fanti. Or chi fu il primo feritor Cristiano, Che facesse d’onor lodati acquisti? Fosti Gildippe tu che ’l grande Ircano, Che regnava in Ormus, prima feristi, (Tanto di gloria alla femminea mano Concesse il Cielo) e ’l petto a lui partisti. Cade il trafitto, e nel cadere egli ode Dar gridando i nemici al colpo lode. Con la destra viril la donna stringe, Poi c’ha rotto il troncon, la buona spada: E contra i Persi il corridor sospinge, E ’l folto delle schiere apre, e dirada. Coglie Zopiro là dove uom si cinge, E fa che quasi bipartito ei cada: Poi fer la gola, e tronca al crudo Alarco Della voce e del cibo il doppio varco. D’un mandritto Artaserse, Argeo di punta, L’uno atterra stordito, e l’altro uccide. Poscia i pieghevol nodi, ond’è congiunta La manca al braccio, ad Ismael recide. Lascia, cadendo, il fren la man disgiunta; Sugli orecchj al destriero il colpo stride. Ei che si sente in suo poter la briglia, Fugge a traverso, e gli ordini scompiglia. Questi, e molti altri che in silenzio preme L’età vetusta, ella di vita toglie. Stringonsi i Persi, e vanle addosso insieme, Vaghi d’aver le gloriose spoglie. Ma lo sposo fedel, che di lei teme, Corre in soccorso alla diletta moglie. Così congiunta la concorde coppia, Nella fida union le forze addoppia. Arte di schermo nova e non più udita Ai magnanimi amanti usar vedresti: Oblia di se la guardia, e l’altrui vita Difende intentamente a quella e questi. Ribatte i colpi la guerriera ardita, Che vengono al suo caro aspri e molesti: Egli all’arme, a lei dritte, oppon lo scudo; V’opporria, s’uopo fosse, il capo ignudo. Propria l’altrui difesa, e propria face L’uno e l’altro di lor l’altrui vendetta. Egli dà morte ad Artabano audace, Per cui di Boecan l’Isola è retta: E per l’istessa mano Alvante giace, Ch’osò pur di colpir la sua diletta. Ella fra ciglio e ciglio ad Arimonte, Che ’l suo fedel battea, partì la fronte. Tal fean de’ Persi strage: e via maggiore La fea de’ Franchi il Re di Sarmacante: Ch’ove il ferro volgeva o ’l corridore, Uccideva, abbattea cavallo o fante. Felice è quì colui che prima more, Nè geme poi sotto il destrier pesante; Perchè il destrier (se dalla spada resta Alcun mal vivo avanzo) il morde e pesta. Riman da i colpi d’Altamoro ucciso Brunellone il membruto, Ardonio il grande. L’elmetto all’uno e ’l capo è sì diviso, Ch’ei ne pende sugli omeri a due bande. Trafitto è l’altro insin là dove il riso Ha suo principio, e ’l cor dilata e spande: Talchè (strano spettacolo ed orrendo!) Ridea sforzato, e si moria ridendo. Nè solamente discacciò costoro La spada micidial dal dolce mondo; Ma spinti insieme a crudel morte foro Gentonio, Guasco, Guido, e ’l buon Rosmondo. Or chi narrar potria quanti Altamoro N’abbatte, e frange il suo destrier col pondo? Chi dire i nomi delle genti uccise? Chi del ferir, chi del morir le guise? Non è chi con quel fero omai s’affronte: Nè chi pur lunge d’assalirlo accenne. Sol rivolse Gildippe in lui la fronte, Nè da quel dubbio paragon s’astenne. Nulla Amazone mai sul Termodonte Imbracciò scudo, o maneggiò bipenne Audace sì, com’ella audace inverso Al furor va del formidabil Perso. Ferillo, ove splendea d’oro e di smalto Barbarico diadema in sull’elmetto: E ’l ruppe, e sparse; onde il superbo ed alto Suo capo a forza egli è chinar costretto. Ben di robusta man parve l’assalto Al Re Pagano, e n’ebbe onta e dispetto: Nè tardò in vendicar le ingiurie sue: Chè l’onta e la vendetta a un tempo fue. Quasi in quel punto in fronte egli percosse La donna di ferita in modo fella; Che d’ogni senso e di vigor la scosse: Cadea; ma ’l suo fedel la tenne in sella. Fortuna loro, o sua virtù pur fosse; Tanto bastogli, e non ferì più in ella; Quasi leon magnanimo, che lassi Sdegnando uom che si giaccia, e guardi e passi. Ormondo intanto, alle cui fere mani Era commessa la spietata cura, Misto con false insegne è fra’ Cristiani: E i compagni con lui di sua congiura. Così lupi notturni, i quai di cani Mostrin sembianza, per la nebbia oscura Vanno alle mandre, e spían come in lor s’entre, La dubbia coda ristringendo al ventre. Gíansi appressando: e non lontano al fianco Del pio Goffredo il fier Pagan si mise. Ma come il Capitan l’orato e ’l bianco Vide apparir delle sospette assise: Ecco, gridò, quel traditor che Franco Cerca mostrarsi in simulate guise. Ecco i suoi congiurati in me già mossi; Così dicendo, al perfido avventossi. Mortalmente piagollo: e quel fellone Non fere, non fa schermo, e non s’arretra; Ma come innanzi agli occhj abbia ’l Gorgone (E fu cotanto audace) or gela e impetra. Ogni spada, ed ogni asta a lor s’oppone: E si vota in lor soli ogni faretra. Va in tanti pezzi Ormondo e i suoi consorti, Che il cadavero pur non resta ai morti. Poi che di sangue ostil si vede asperso, Entra in guerra Goffredo, e là si volve Ove appresso vedea che il Duce Perso Le più ristrette squadre apre e dissolve: Sì che ’l suo stuolo omai n’andria disperso Come anzi l’Austro l’Africana polve. Ver lui si drizza, e i suoi sgrida e minaccia, E fermando chi fugge, assal chi caccia. Comincian quì le due feroci destre Pugna, qual mai non vide Ida nè Xanto. Ma segue altrove aspra tenzon pedestre Fra Baldovino e Muleasse intanto. Nè ferve men l’altra battaglia equestre Appresso il colle, all’altro estremo canto, Ove il barbaro Duce delle genti Pugna in persona, e seco ha i due potenti. Il rettor delle turbe, e l’un Roberto Fan crudel zuffa: e lor virtù s’agguaglia. Ma l’Indian dell’altro ha l’elmo aperto, E l’arme tuttavia gli fende e smaglia. Tisaferno non ha nemico certo Che gli sia paragon degno in battaglia; Ma scorre ove la calca appar più folta, E mesce varia uccisione e molta. Così si combatteva, e in dubbia lance Col timor le speranze eran sospese. Pien tutto il campo è di spezzate lance, Di rotti scudi, e di troncato arnese: Di spade ai petti, alle squarciate pance Altre confitte, altre per terra stese: Di corpi, altri supini, altri co’ volti, Quasi mordendo il suolo, al suol rivolti. Giace il cavallo al suo signore appresso: Giace il compagno appo il compagno estinto: Giace il nemico appo il nemico, e spesso Sul morto il vivo, il vincitor sul vinto. Non v’è silenzio, e non v’è grido espresso; Ma odi un non so chè roco e indistinto: Fremiti di furor, mormori d’ira, Gemiti di chi langue, e di chi spira. L’arme, che già sì liete in vista foro, Faceano or mostra spaventosa e mesta. Perduti ha i lampi il ferro, i raggj l’oro: Nulla vaghezza ai bei color più resta. Quanto apparia d’adorno e di decoro Ne’ cimieri e ne’ fregj, or si calpesta. La polve ingombra ciò ch’al sangue avanza. Tanto i campi mutata avean sembianza! Gli Arabi allora, e gli Etiópi, e i Mori, Che l’estremo tenean del lato manco, Gíansi spiegando e distendendo in fuori: Indi giravan de’ nemici al fianco. Ed omai sagittarj e frombatori Molestavan da lunge il popol Franco; Quando Rinaldo e ’l suo drappel si mosse: E parve che tremoto, e tuono fosse. Assimiro di Meroe, infra l’adusto Stuol d’Etiopia, era il primier de’ forti. Rinaldo il colse ove s’annoda al busto Il nero collo, e ’l fè cader tra’ morti. Poich’eccitò della vittoria il gusto L’appetito del sangue e delle morti Nel fero vincitore, egli fè cose Incredibili, orrende, e mostruose. Diè più morti che colpi; e pur frequente De’ suoi gran colpi la tempesta cade. Qual tre lingue vibrar sembra il serpente, Chè la prestezza d’una il persuade; Tal credea lui la sbigottita gente Con la rapida man girar tre spade. L’occhio al moto deluso il falso crede, E ’l terrore a que’ mostri accresce fede. I Libici Tiranni, e i negri Regi, L’un nel sangue dell’altro a morte stese. Dier sovra gli altri i suoi compagni egregj, Cui d’emulo furor l’esempio accese. Cadeane con orribili dispregj L’infedel plebe, e non facea difese. Pugna questa non è, ma strage sola, Che quinci oprano il ferro, indi la gola. Ma non lunga stagion volgon la faccia, Ricevendo le piaghe in nobil parte. Fuggon le turbe: e sì il timor le caccia, Ch’ogni ordinanza lor scompagna e parte. Ma segue pur senza lasciar la traccia, Sinchè le ha in tutto dissipate e sparte: Poi si raccoglie il vincitor veloce, Che sovra i più fugaci è men feroce. Qual vento a cui s’oppone o selva o colle, Doppia nella contesa i soffj e l’ira; Ma con fiato più placido e più molle Per le campagne libere poi spira. Come fra scoglj il mar spuma e ribolle: E nell’aperto onde più chete aggira. Così quanto contrasto avea men saldo, Tanto scemava il suo furor Rinaldo. Poichè sdegnossi in fuggitivo dorso Le nobil’ire ir consumando invano; Verso la fanteria voltò il suo corso, Ch’ebbe l’Arabo al fianco, e l’Africano; Or nuda è da quel lato, e chi soccorso Dar le doveva, o giace od è lontano. Vien da traverso, e le pedestri schiere La gente d’arme impetuosa fere. Ruppe l’aste, e gl’intoppi, e ’l violento Impeto vinse, e penetrò fra esse: Le sparse, e le atterrò: tempesta o vento Men tosto abbatte la pieghevol messe. Lastricato col sangue è il pavimento D’arme e di membra perforate e fesse: E la cavalleria correndo il calca Senza ritegno, e fera oltra sen valca. Giunse Rinaldo ove, sul carro aurato, Stavasi Armida in militar sembianti: E nobil guardia avea da ciascun lato De’ baroni seguaci, e degli amanti. Noto a più segni, egli è da lei mirato Con occhj d’ira e di desio tremanti. Ei si tramuta in volto un cotal poco: Ella si fa di gel, divien poi foco. Declina il carro il Cavaliero, e passa, E fa sembiante d’uom cui d’altro cale. Ma senza pugna già passar non lassa Il drappel congiurato il suo rivale. Chi’l ferro stringe in lui, chi l’asta abbassa: Ella stessa in sull’arco ha già lo strale. Spingea le mani e incrudelia lo sdegno: Ma le placava, e n’era Amor ritegno. Sorse Amor contra l’ira, e fè palese Che vive il foco suo ch’ascoso tenne. Le man tre volte a saettar distese, Tre volte essa inchinolla, e si ritenne. Pur vinse alfin lo sdegno, e l’arco tese E fè volar del suo quadrel le penne. Lo stral volò; ma con lo strale un voto Subito uscì, che vada il colpo a voto. Torria ben ella che’l quadrel pungente Tornasse indietro, e le tornasse al core: Tanto poteva in lei, benchè perdente, (Or che potria vittorioso?) Amore. Ma di tal suo pensier poi si ripente: E nel discorde sen cresce il furore. Così or paventa, ed or desia che tocchi Appieno il colpo: e ’l segue pur con gli occhj. Ma non fu la percossa invan diretta, Chè al Cavalier sul duro usbergo è giunta Duro ben troppo a femminil saetta, Chè di pungere in vece ivi si spunta. Egli le volge il fianco: ella negletta Esser credendo, e d’ira arsa e compunta, Scocca l’arco più volte, e non fa piaga: E mentre ella saetta, Amor lei piaga. Sì dunque impenetrabile è costui, (Fra se dicea) che forza ostil non cura? Vestirebbe mai forse i membri sui Di quel diaspro, ond’ei l’alma ha sì dura? Colpo d’occhio o di man non puote in lui: Di tai tempre è il rigor che l’assicura! E inerme io vinta sono, e vinta armata: Nemica, amante, egualmente sprezzata. Or qual’arte novella, e qual m’avanza Nova forma in cui possa anco mutarmi? Misera, e nulla aver degg’io speranza Ne’ cavalieri miei; chè veder parmi, Anzi pur veggio, alla costui possanza Tutte le forze frali e tutte l’armi. E ben vedea de’ suoi campioni estinti Altri giacerne, altri abbattuti e vinti. Soletta a sua difesa ella non basta: E già le pare esser prigiona e serva: Nè s’assicura (e presso l’arco ha l’asta) Nell’arme di Diana, o di Minerva. Qual’è il timido cigno a cui sovrasta, Col fero artiglio, l’aquila proterva, Che a terra si rannicchia, e china l’ali; I suoi timidi moti eran cotali. Ma il Principe Altamor, che sino allora Fermar de’ Persi procurò lo stuolo Ch’era già in piega, e in fuga ito sen fora, Ma il ritenea (bench’a fatica) ei solo; Or tal veggendo lei ch’amando adora, Là si volge di corso, anzi di volo: E ’l suo onor abbandona e la sua schiera; Purchè costei si salvi, il mondo pera. Al mal difeso carro egli fa scorta, E col ferro le vie gli sgombra innante. Ma da Rinaldo e da Goffredo è morta, E fugata sua schiera in quell’istante. Il misero se ’l vede, e se ’l comporta, Assai miglior che capitano, amante. Scorge Armida in sicuro; e torna poi, Intempestiva aita, ai vinti suoi. Chè da quel lato de’ Pagani il Campo Irreparabilmente è sparso e sciolto. Ma dall’opposto, abbandonando il campo Agl’infedeli, i nostri il tergo han volto. Ebbe l’un de’ Roberti appena scampo, Ferito dal nemico il petto e ’l volto: L’altro è prigion d’Adrasto. In cotal guisa La sconfitta egualmente era divisa. Prende Goffredo allor tempo opportuno: Riordina sue squadre, e fa ritorno Senza indugio alla pugna; e così l’uno Viene ad urtar nell’altro intero corno. Tinto sen vien di sangue ostil ciascuno: Ciascun di spoglie trionfali adorno. La vittoria e l’onor vien da ogni parte: Sta dubbia in mezzo la Fortuna, e Marte. Or mentre in guisa tal fera tenzone È tra ’l Fedele esercito e ’l Pagano; Salse in cima alla torre ad un balcone, E mirò (benchè lunge) il fier Soldano, Mirò (quasi in teatro, od in agone) L’aspra tragedia dello stato umano: I varj assalti, e ’l fero orror di morte, E i gran giochi del caso e della sorte. Stette attonito alquanto e stupefatto A quelle prime viste, e poi s’accese: E desiò trovarsi anch’egli in atto Nel periglioso campo alle alte imprese. Nè pose indugio al suo desir; ma ratto D’elmo s’armò, ch’aveva ogni altro arnese. Su su, gridò, non più, non più dimora, Convien ch’oggi si vinca, o che si mora. O che sia forse il provveder divino Che spira in lui la furiosa mente, Perchè quel giorno sian del Palestino Imperio le reliquie in tutto spente, O che sia ch’alla morte omai vicino D’andarle incontra stimolar si sente; Impetuoso e rapido disserra La porta, e porta inaspettata guerra. E non aspetta pur che i feri inviti Accettino i compagni; esce sol esso, E sfida sol mille nemici uniti: E sol fra mille, intrepido, s’è messo. Ma dall’impeto suo quasi rapiti Seguon poi gli altri, ed Aladino stesso. Chi fu vil chi fu cauto or nulla teme; Opera di furor più che di speme. Quel che prima ritrova il Turco atroce, Caggiono ai colpi orribili improvvisi: E in condur loro a morte è sì veloce, Ch’uom non gli vede uccidere, ma uccisi. Dai primieri ai sezzaj, di voce in voce, Passa il terror, vanno i dolenti avvisi; Tal che ’l volgo fedel della Soria, Tumultuando, già quasi fuggia. Ma con men di terrore e di scompiglio L’ordine e ’l loco suo fu ritenuto Dal Guascon; benchè, prossimo al periglio, All’improvviso ei sia colto e battuto. Nessun dente giammai, nessun artiglio O di silvestre, o d’animal pennuto Insanguinossi in mandra, o tra gli augelli, Come la spada del Soldan tra quelli. Sembra quasi famelica e vorace: Pasce le membra quasi, e ’l sangue sugge. Seco Aladin, seco lo stuol seguace Gli assediatori suoi percuote e strugge. Ma il buon Raimondo accorre ove disface Soliman le sue squadre, e già nol fugge, Sebben la fera destra ei riconosce Onde percosso ebbe mortali angosce. Pur di novo l’affronta, e pur ricade Pur ripercosso ove fu prima offeso: E colpa è sol della soverchia etade, A cui soverchio è de’ gran colpi il peso. Da cento scudi fu, da cento spade Oppugnato in quel tempo anco e difeso. Ma trascorre il Soldano, o che sel creda Morto del tutto, o ’l pensi agevol preda. Sovra gli altri ferisce, e tronca, e svena, E in poca piazza fa mirabil prove. Ricerca poi, come furore il mena, A nova uccision materia altrove. Qual da povera mensa a ricca cena Uom, stimolato dal digiun, si move; Tal vanne a maggior guerra, ov’egli sbrame La sua di sangue infuriata fame. Scende egli giù per le abbattute mura, E s’indirizza alla gran pugna in fretta. Ma il furor ne’ compagni e la paura Riman, che i suoi nemici han già concetta: E l’una schiera d’asseguir procura Quella vittoria ch’ei lasciò imperfetta. L’altra resiste si; ma non è senza Segno di fuga omai la resistenza. Il Guascon ritirandosi cedeva; Ma se ne gía disperso il popol Siro. Eran presso all’albergo, ove giaceva Il buon Tancredi, e i gridi entro s’udiro. Dal letto il fianco infermo egli solleva: Vien sulla vetta, e volge gli occhj in giro. Vede, giacendo il Conte, altri ritrarsi, Altri del tutto già fugati e sparsi. Virtù ch’a’ valorosi unqua non manca, Perchè languisca il corpo fral, non langue; Ma le piagate membra in lui rinfranca Quasi in vece di spirito e di sangue. Del gravissimo scudo arma ei la manca: E non par grave il peso al braccio esangue. Prende con l’altra man l’ignuda spada (Tanto basta all’uom forte) e più non bada. Ma giù sen viene, e grida: ove fuggite, Lasciando il Signor vostro in preda altrui? Dunque i barbari chiostri, e le meschite Spiegheran per trofeo l’arme di lui? Or tornando in Guascogna al figlio dite, Che morì il padre, onde fuggiste vui. Così lor parla; e ’l petto nudo e infermo A mille armati e vigorosi è schermo. E col grave suo scudo, il qual di sette Dure cuoja di tauro era composto, E che alle terga poi di tempre elette Un coperchio d’acciajo ha sovrapposto; Tien dalle spade, e tien dalle saette, Tien da tutte arme il buon Raimondo ascosto: E col ferro i nemici intorno sgombra Sì, che giace sicuro, e quasi all’ombra. Respirando risorge in spazio poco Sotto il fido riparo il Vecchio accolto. E si sente avvampar di doppio foco, Di sdegno il core, e di vergogna il volto. E drizza gli occhj accesi a ciascun loco, Per riveder quel fiero onde fu colto. Ma nol vedendo freme, e far prepara Ne’ seguaci di lui vendetta amara. Ritornan gli Aquitani, e tutti insieme Seguono il Duce al vendicarsi intento. Lo stuol che dianzi osava tanto, or teme: Audacia passa ov’era pria spavento. Cede chi rincalzò, chi cesse or preme. Così varian le cose in un momento. Ben fa Raimondo or sua vendetta, e sconta Pur di sua man con cento morti un’onta. Mentre Raimondo il vergognoso sdegno Sfogar ne’ capi più sublimi tenta; Vede l’usurpator del nobil regno Che fra’ primi combatte, e gli s’avventa. E ’l fere in fronte, e nel medesmo segno Tocca e ritocca, e ’l suo colpir non lenta; Onde il Re cade, e, con singulto orrendo, La terra ove regnò morde morendo. Poi ch’una scorta è lunge, e l’altra uccisa, In color che restar vario è l’affetto. Alcun, di belva infuriata in guisa, Disperato nel ferro urta col petto: Altri, temendo, di campar s’avvisa, E là rifugge ov’ebbe pria ricetto. Ma tra’ fuggenti il vincitor commisto Entra, e fin pone al glorioso acquisto. Presa è la Rocca; e su per l’alte scale Chi fugge è morto, o in su le prime soglie; E nel sommo di lei Raimondo sale, E nella destra il gran vessillo toglie: E incontra ai due gran campi il trionfale Segno della vittoria al vento scioglie. Ma già nol guarda il fier Soldan, chè lunge È di là fatto, ed alla pugna giunge. Giunge in campagna tepida e vermiglia, Che d’ora in ora più di sangue ondeggia, Sì che il regno di morte omai somiglia, Ch’ivi i trionfi suoi spiega, e passeggia. Vede un destrier che con pendente briglia, Senza rettor, trascorso è fuor di greggia; Gli gitta al fren la mano, e ’l voto dorso Montando preme, e poi lo spinge al corso. Grande, ma breve aita apportò questi Ai Saracini impauriti e lassi. Grande, ma breve fulmine il diresti, Che inaspettato sopraggiunga, e passi: Ma del suo corso momentaneo resti Vestigio eterno in dirupati sassi. Cento ei n’uccise e più; pur di due soli Non fia che la memoria il tempo involi. Gildippe ed Odoardo, i casi vostri Duri ed acerbi e i fatti onesti e degni (Se tanto lice ai miei Toscani inchiostri) Consacrerò fra’ pellegrini ingegni: Sicchè ogni età, quasi ben nati mostri Di virtute e d’amor, v’additi e segni: E, col suo pianto, alcun servo d’Amore La morte vostra e le mie rime onore. La magnanima Donna il destrier volse Dove le genti distruggea quel crudo, E di due gran fendenti appieno il colse: Ferigli il fianco, e gli partì lo scudo. Grida il crudel, ch’all’abito raccolse Chi costei fosse: ecco la putta, e ’l drudo. Meglio per te s’avessi il fuso e l’ago, Che in tua difesa aver la spada e ’l Vago. Quì tacque; e di furor più che mai pieno, Drizzò percossa temeraria e fera Ch’osò, rompendo ogn’arme, entrar nel seno Che de’ colpi d’Amor degno sol’era. Ella repente abbandonando il freno, Sembiante fa d’uom che languisca e pera. E ben sel vede il misero Odoardo, Mal fortunato difensor, non tardo. Che far dee nel gran caso? ira e pietade A varie parti in un tempo l’affretta. Questa, all’appoggio del suo ben che cade: Quella, a pigliar del percussor vendetta. Amore indifferente il persuade Che non sia l’ira o la pietà negletta. Con la sinistra man corre al sostegno, L’altra ministra ei fa del suo disdegno. Ma voler e poter che si divida, Bastar non può contra il Pagan sì forte: Tal che nè sostien lei, nè l’omicida Della dolce alma sua conduce a morte. Anzi avvien che ’l Soldano a lui recida Il braccio, appoggio alla fedel consorte; Onde cader lasciolla: ed egli presse Le membra a lei con le sue membra stesse. Come olmo a cui la pampinosa pianta Cupida s’avviticchi, e si marite; Se ferro il tronca, o turbine lo schianta, Trae seco a terra la compagna vite: Ed egli stesso il verde, onde s’ammanta, Le sfronda, e pesta l’uve sue gradite: Par che sen dolga, e più che ’l proprio fato, Di lei gl’incresca che gli muore a lato. Così cade egli; e sol di lei gli duole, Che ’l Cielo eterna sua compagna fece. Vorrian formar, nè pon formar parole: Forman sospiri di parole in vece. L’un mira l’altro: e l’un, pur come suole, Si stringe all’altro, mentre ancor ciò lece: E si cela in un punto ad ambi il díe: E congiunte sen van l’anime píe. Allor scioglie la Fama i vanni al volo, Le lingue al grido, e ’l duro caso accerta: Nè pur n’ode Rinaldo il romor solo, Ma da un messaggio ancor nova più certa. Sdegno, dover, benevolenza, e duolo Fan che all’alta vendetta ei si converta. Ma il sentier gli attraversa, e fa contrasto Sugli occhj del Soldano il grande Adrasto. Gridava il Re feroce: ai segni noti Tu sei pur quegli alfin ch’io cerco e bramo. Scudo non è ch’io non riguardi e noti, Ed a nome tutt’oggi invan ti chiamo. Or solverò della vendetta i voti Col tuo capo al mio Nume. Omai facciamo Di valor, di furor quì paragone, Tu nemico d’Armida, ed io campione. Così lo sfida; e di percosse orrende Pria sulla tempia il fere, indi nel collo. L’elmo fatal (chè non si può) non fende, Ma lo scuote in arcion con più d’un crollo. Rinaldo lui sul fianco in guisa offende, Che vana vi saria l’arte d’Apollo. Cade l’uom smisurato, il Rege invitto: E n’è l’onore ad un sol colpo ascritto. Lo stupor, di spavento e d’orror misto, Il sangue e i cori ai circostanti agghiaccia: E Soliman, ch’estranio colpo ha visto, Nel cor si turba e impallidisce in faccia. E, chiaramente il suo morir previsto, Non si risolve e non sa quel che faccia: Cosa insolita in lui: ma chè non regge Degli affari quaggiù l’eterna legge? Come vede talor torbidi sogni Ne’ brevi sonni suoi l’egro o l’insano: Pargli ch’al corso avidamente agogni Stender le membra, e che s’affanni invano: Che ne’ maggiori sforzi, a’ suoi bisogni Non corrisponde il piè stanco, e la mano. Scioglier talor la lingua, e parlar vuole; Ma non segue la voce, o le parole. Così allora il Soldan vorria rapire Pur se stesso all’assalto, e se ne sforza; Ma non conosce in se le solite ire, Nè sè conosce alla scemata forza. Quante scintille in lui sorgon d’ardire, Tante un secreto suo terror n’ammorza. Volgonsi nel suo cor diversi sensi: Non che fuggir, non che ritrarsi pensi. Giunge all’irresoluto il vincitore: E in arrivando (o che gli pare) avanza E di velocitade, e di furore, E di grandezza ogni mortal sembianza. Poco ripugna quel; pur, mentre muore, Già non oblia la generosa usanza. Non fugge i colpi, e gemito non spande: Nè atto fa, se non se altero e grande. Poi che ’l Soldan che spesso in lunga guerra, Quasi novello Anteo, cadde e risorse Più fero ogn’ora, alfin calcò la terra Per giacer sempre: intorno il suon ne corse. E Fortuna, che varia e instabil erra, Più non osò por la vittoria in forse. Ma fermò i giri, e sotto i Duci stessi S’unì co’ Franchi, e militò con essi. Fugge, non ch’altri, omai la regia schiera, Ov’è dell’Oriente accolto il nerbo. Già fu detta immortale; or vien che pera Ad onta di quel titolo superbo. Emireno a colui che ha la bandiera Tronca la fuga, e parla in modo acerbo: Non se’ tu quel ch’a sostener gli eccelsi Segni dei mio Signor fra mille i’ scelsi? Rimedon, questa insegna a te non diedi Acciò che indietro tu la riportassi. Dunque, codardo, il capitan tuo vedi In zuffa co’ nemici, e solo il lassi? Che brami? di salvarti? or meco riedi; Chè per la strada presa a morte vassi. Combatta quì chi di campar desia: La via d’onor della salute è via. Riede in guerra colui ch’arde di scorno. Usa ei con gli altri poi sermon più grave: Talor minaccia e fere, onde ritorno Fa contra il ferro chi del ferro pave. Così rintegra del fiaccato corno La miglior parte, e speme anco pur have. E Tisaferno più ch’altri il rincora, Ch’orma non torse per ritrarsi ancora. Maraviglie quel dì fè Tisaferno. I Normandi per lui furon disfatti: Fè de’ Fiamminghi strano empio governo: Gernier, Ruggier, Gherardo a morte ha tratti. Poi ch’alle mete dell’onor eterno La vita breve prolungò co’ fatti; Quasi di viver più poco gli caglia, Cerca il rischio maggior della battaglia. Vide ei Rinaldo; e benchè omai vermiglj Gli azzurri suoi color sian divenuti: E insanguinati l’Aquila gli artiglj E ’l rostro s’abbia; i segni ha conosciuti. Ecco, disse, i grandissimi periglj. Quì prego il Ciel che ’l mio ardimento ajuti: E veggia Armida il desiato scempio. Macon, s’io vinco, i’ voto l’arme al tempio. Così pregava; e le preghiere ir vote; Chè ’l sordo suo Macon nulla n’udiva. Come il leon si sferza e si percuote, Per isvegliar la ferità nativa; Tale ei suoi sdegni desta, ed alla cote D’Amor gli aguzza, ed alle fiamme avviva. Tutte sue forze aduna, e si ristringe Sotto l’arme all’assalto, e ’l destrier spinge. Spinse il suo contra lui, che in atto scerse D’assalitore, il cavalier Latino. Fè lor gran piazza in mezzo, e si converse Allo spettacol fero ogni vicino. Tante fur le percosse, e sì diverse Dell’Italico eroe, del Saracino, Ch’altri per maraviglia obliò quasi L’ire e gli affetti proprj e i proprj casi. Ma l’un percuote sol, percuote e impiaga L’altro che ha maggior forza, armi più ferme. Tisaferno di sangue il campo allaga Con l’elmo aperto, e dello scudo inerme. Mira del suo campion la bella Maga Rotti gli arnesi, e più le membra inferme: E gli altri tutti impauriti in modo, Che frale omai gli stringe e debil nodo. Già di tanti guerrier cinta e munita, Or rimasa nel carro era soletta. Teme di servitute, odia la vita, Dispera la vittoria, e la vendetta. Mezza tra furiosa e sbigottita Scende, ed ascende un suo destriero in fretta. Vassene, e fugge; e van seco pur anco Sdegno, ed Amor, quasi due veltri al fianco. Tal Cleopatra al secolo vetusto Sola fuggia dalla tenzon crudele, Lasciando incontra al fortunato Augusto, Ne’ maritimi rischj, il suo fedele, Che per amor fatto a se stesso ingiusto Tosto seguì le solitarie vele. E ben la fuga di costei secreta Tisaferno seguia; ma l’altro il vieta. Al Pagan, poi che sparve il suo conforto, Sembra che insieme il giorno e ’l Sol tramonte: Ed a lui che ’l ritiene a sì gran torto, Disperato si volge, e ’l fiede in fronte. A fabbricare il fulmine ritorto Via più leggier cade il martel di Bronte. E col grave fendente in modo il carca, Che ’l percosso la testa al petto inarca. Tosto Rinaldo si dirizza ed erge, E vibra il ferro, e, rotto il grosso usbergo, Gli apre le coste, e l’aspra punta immerge In mezzo ’l cor, dove ha la vita albergo. Tanto oltre va, che piaga doppia asperge Quinci al Pagano il petto, e quindi il tergo: E largamente all’anima fugace Più d’una via nel suo partir si face. Allor si ferma a rimirar Rinaldo Ove drizzi gli assalti, ove gli ajuti; E de’ Pagan non vede ordine saldo; Ma gli stendardi lor tutti caduti. Quì pon fine alle morti, e in lui quel caldo Disdegno marzial par che s’attuti. Placido è fatto; e gli si reca a mente La Donna che fuggia sola e dolente. Ben rimirò la fuga: or da lui chiede Pietà, che n’abbia cura e cortesia. E gli sovvien, che si promise in fede Suo cavalier, quando da lei partia. Si drizza ov’ella fugge, ov’egli vede Il piè del palafren segnar la via. Giunge ella intanto in chiusa opaca chiostra, Che a solitaria morte atta si mostra. Piacquele assai che in quelle valli ombrose L’orme sue erranti il caso abbia condutte. Quì scese dal destriero, e quì depose E l’arco, e la faretra, e l’armi tutte: Armi infelici, disse, e vergognose Ch’usciste fuor della battaglia asciutte, Quì vi depongo: e quì sepolte state, Poichè l’ingiurie mie mal vendicate. Ah, ma non fia che fra tant’armi e tante Una di sangue oggi si bagni almeno? S’ogni altro petto a voi par di diamante, Osarete piagar femminil seno; In questo mio, che vi sta nudo avante, I pregj vostri e le vittorie sieno. Tenero ai colpi è questo mio; ben sallo Amor, che mai non vi saetta in fallo. Dimostratevi in me (ch’io vi perdono La passata viltà) forti ed acute: Misera Armida, in qual fortuna or sono, Se sol posso da voi sperar salute! Poich’ogni altro rimedio è in me non buono, Se non sol di ferute alle ferute; Sani piaga di stral piaga d’Amore: E sia la morte medicina al core. Felice me, se nel morir non reco Questa mia peste ad infettar l’Inferno. Restine Amor; venga sol sdegno or meco, E sia dell’ombra mia compagno eterno: O ritorni con lui dal regno cieco A colui che di me fè l’empio scherno: E se gli mostri tal, che, in fere notti, Abbia riposi orribili e interrotti. Quì tacque; e stabilito il suo pensiero, Strale sceglieva il più pungente e forte; Quando giunse, e mirolla il Cavaliero Tanto vicina alla sua estrema sorte, Già compostasi in atto atroce e fero, Già tinta in viso di pallor di morte. Da tergo ei se le avventa, e ’l braccio prende Che già la fera punta al petto stende. Si volse Armida, e ’l rimirò improvviso; Chè nol sentì quando da prima ei venne. Alzò le strida, e dall’amato viso Torse le luci disdegnosa, e svenne. Ella cadea, quasi fior mezzo inciso, Piegando il lento collo: ei la sostenne. Le fè d’un braccio al bel fianco colonna: E intanto al sen le rallentò la gonna. E ’l bel volto, e ’l bel seno alla meschina Bagnò d’alcuna lagrima pietosa. Quale a pioggia d’argento e mattutina Si rabbellisce scolorita rosa, Tal’ ella, rivenendo, alzò la china Faccia, del non suo pianto or lagrimosa. Tre volte alzò le luci: e tre chinolle Dal caro oggetto, e rimirar nol volle. E con man languidetta il forte braccio Ch’era sostegno suo, schiva, respinse. Tentò più volte, e non uscì d’impaccio: Chè via più stretta ei rilegolla e cinse. Alfin raccolta entro quel caro laccio, Che le fu caro forse, e se n’infinse, Parlando incominciò di spander fiumi, Senza mai dirizzargli al volto i lumi. O sempre, e quando parti e quando torni Egualmente crudele, or chi ti guida? Gran maraviglia che ’l morir distorni, E di vita cagion sia l’omicida. Tu di salvarmi cerchi? a quali scorni, A quali pene è riservata Armida? Conosco l’arti del fellone ignote; Ma ben può nulla, chi morir non puote. Certo è scemo il tuo onor, se non s’addita Incatenata al tuo trionfo innanti Femmina or presa a forza, e pria tradita. Quest’è ’l maggior de’ titoli, e de’ vanti. Tempo fu ch’io ti chiesi e pace, e vita: Dolce or saria con morte uscir di pianti; Ma non la chiedo a te; chè non è cosa Ch’essendo dono tuo, non mi sia odiosa. Per me stessa, crudel, spero sottrarmi Alla tua feritade in alcun modo. E se all’incatenata il tosco e l’armi Pur mancheranno, e i precipizj, e ’l nodo: Veggio sicure vie, che tu vietarmi Il morir non potresti: e ’l Ciel ne lodo. Cessa omai da’ tuoi vezzi. Ah par ch’ei finga: Deh come le speranze egre lusinga! Così doleasi; e con le flebil’onde Ch’amor e sdegno da’ begli occhj stilla, L’affettuoso pianto egli confonde, In cui pudíca la pietà sfavilla, E con modi dolcissimi risponde: Armida, il cor turbato omai tranquilla: Non agli scherni, al regno io ti riservo, Nemico no; ma tuo campione e servo. Mira negli occhj miei, s’al dir non vuoi Fede prestar, della mia fede il zelo. Nel soglio, ove regnar gli avoli tuoi, Riporti giuro; ed oh piacesse al Cielo, Ch’alla tua mente alcun de’ raggj suoi Del paganesmo dissolvesse il velo: Com’io farei che in Oriente alcuna Non t’agguagliasse di regal fortuna. Sì parla, e prega; e i preghi bagna e scalda Or di lagrime rare or di sospiri. Onde siccome suol nevosa falda Dov’arda il Sole o tepid’aura spiri; Così l’ira, che in lei parea sì salda, Solvesi, e restan sol gli altri desiri. Ecco l’ancilla tua: d’essa a tuo senno Dispon (gli disse) e le fia legge il cenno. In questo mezzo il Capitan d’Egitto A terra vede il suo regal stendardo: E vede a un colpo di Goffredo invitto Cadere insieme Rimedon gagliardo: E l’altro popol suo morto e sconfitto; Nè vuol nel duro fin parer codardo. Ma va cercando (e non la cerca invano) Illustre morte da famosa mano. Contra il maggior Buglione il destrier punge: Chè nemico veder non sa più degno. E mostra, ov’egli passa ov’egli giunge, Di valor disperato ultimo segno. Ma pria ch’arrivi a lui, grida da lunge; Ecco per le tue mani a morir vegno; Ma tenterò, nella caduta estrema, Che la ruina mia ti colga e prema. Così gli disse; e in un medesmo punto L’un verso l’altro per ferir si lancia. Rotto lo scudo, e disarmato, e punto È il manco braccio al Capitan di Francia. L’altro da lui con sì gran colpo è giunto Sovra i confin della sinistra guancia, Che ne stordisce in sulla sella: e mentre Risorger vuol, cade trafitto il ventre. Morto il duce Emireno, omai sol resta Picciol avanzo di gran campo estinto. Segue i vinti Goffredo, e poi s’arresta; Ch’Altamor vede a piè di sangue tinto, Con mezza spada e con mezzo elmo in testa, Da cento lance ripercosso e cinto. Grida egli a’ suoi: cessate; e tu barone, Renditi (io son Goffredo) a me prigione. Colui, che sino allor l’animo grande Ad alcun atto d’umiltà non torse, Ora ch’ode quel nome, onde si spande Sì chiaro suon dagli Etiópi all’Orse; Gli risponde: farò quanto dimande, Chè ne sei degno (e l’arme in man gli porse) Ma la vittoria tua sovra Altamoro Nè di gloria fia povera, nè d’oro. Me l’oro del mio regno, e me le gemme Ricompreran della pietosa moglie. Replica a lui Goffredo: il Ciel non diemme Animo tal che di tesor s’invoglie. Ciò che ti vien dall’Indiche maremme, Abbiti pure, e ciò che Persia accoglie: Chè della vita altrui prezzo non cerco; Guerreggio in Asia, e non vi cambio o merco. Tace; ed a’ suoi custodi in cura dallo, E segue il corso poi de’ fuggitivi. Fuggon quegli ai ripari, ed intervallo Dalla morte trovar non ponno quivi. Preso è repente, e pien di strage il vallo: Corre di tenda in tenda il sangue in rivi, E vi macchia le prede, e vi corrompe Gli ornamenti barbarici e le pompe. Così vince Goffredo; ed a lui tanto Avanza ancor della diurna luce, Ch’alla Città già liberata, al santo Ostel di Cristo i vincitor conduce. Nè pur deposto il sanguinoso manto, Viene al tempio con gli altri il sommo Duce: E quì l’arme sospende: e quì devoto Il gran sepolcro adora, e scioglie il voto. FINE.