Il Giorno di Giuseppe Parini Testo dell’edizione Mondadori, Milano 1940. Trascrizione di Wikisource (https://it.wikisource.org/wiki/Il_Giorno), licenza CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.it). Da Libri di dominio pubblico: https://libridominiopubblico.it/libri/il-giorno/ Il Mattino Alla Moda Lungi da queste carte i cisposi occhi già da un secolo rintuzzati, lungi i fluidi nasi de’ malinconici vegliardi. Qui non si tratta di gravi ministerii nella patria esercitati, non di severe leggi, non di annoiante domestica economia, misero appannaggio della canuta età. A te, vezzosissima Dea, che con sí dolci redine oggi temperi e governi la nostra brillante gioventú, a te sola questo piccolo Libretto si dedica e si consagra. Chi è che te qual sommo Nume oggimai non riverisca ed onori, poiché in sí breve tempo se’ giunta a debellar la ghiacciata Ragione, il pedante Buon Senso e l’Ordine seccaginoso, tuoi capitali nemici, ed hai sciolto dagli antichissimi lacci questo tuo secolo avventurato? Piacciati dunque di accogliere sotto alla tua protezione, ché forse non n’è indegno, questo piccolo Poemetto. Tu il reca su i pacifici altari, ove le gentil Dame e gli amabili Garzoni sagrificano a sé medesimi le mattutine ore. Di questo solo egli è vago, e di questo solo andrà superbo e contento. Per esserti piú caro egli ha scosso il giogo della servile rima, e se ne va libero in versi sciolti, sapendo che tu di questi specialmente ora godi e ti compiaci. Esso non aspira all’immortalità, come altri libri, troppo lusingati da’ loro Autori, che tu, repentinamente sopravvenendo, hai seppelliti nell’oblio. Siccome egli è per te nato, e consagrato a te sola, cosí fie pago di vivere quel solo momento, che tu ti mostri sotto un medesimo aspetto, e pensi a cangiarti e risorgere in più graziose forme. Se a te piacerà di riguardare con placid’occhio questo Mattino, forse gli succederanno il Mezzogiorno e la Sera; e il loro Autore si studierà di comporli ed ornarli in modo, che non meno di questo abbiano ad esserti cari. Il Mattino Giovin Signore, o a te scenda per lungo Di magnanimi lombi ordine il sangue Purissimo celeste, o in te del sangue Emendino il difetto i compri onori E le adunate in terra o in mar ricchezze Dal genitor frugale in pochi lustri, Me Precettor d’amabil rito ascolta. Come ingannar questi noiosi e lenti Giorni di vita, cui sí lungo tedio E fastidio insoffribile accompagna, Or io t’insegnerò. Quali al Mattino, Quai dopo il Mezzodí, quali la Sera Esser debban tue cure apprenderai, Se in mezzo a gli ozi tuo ozio ti resta Pur di tender gli orecchi a’ versi miei. Già l’are a Vener sacre e al giocatore Mercurio ne le Gallie e in Albïone Devotamente hai visitate, e porti Pur anco i segni del tuo zelo impressi: Ora è tempo di posa. In vano Marte A sé t’invita; ché ben folle è quegli Che a rischio de la vita onor si merca, E tu naturalmente il sangue aborri. Né i mesti de la dea Pallade studi Ti son meno odïosi: avverso ad essi Ti feron troppo i queruli ricinti Ove l’arti migliori e le scïenze, Cangiate in mostri e in vane orride larve, Fan le capaci volte eccheggiar sempre Di giovanili strida. Or primamente Odi quali il Mattino a te soavi Cure debba guidar con facil mano. Sorge il Mattino in compagnia dell’Alba Innanzi al Sol che di poi grande appare Su l’estremo orizzonte a render lieti Gli animali e le piante e i campi e l’onde. Allora il buon villan sorge dal caro Letto cui la fedel moglie e i minori Suoi figlioletti intiepidîr la notte; Poi sul collo recando i sacri arnesi Che prima ritrovâr Cerere e Pale, Va col bue lento innanzi al campo, e scuote Lungo il picciol sentier da’ curvi rami Il rudagioso umor che, quasi gemma, I nascenti del Sol raggi rifrange. Allora sorge il fabbro, e la sonante Officina riapre, e all’opre torna L’altro dí non perfette, o se di chiave Ardua e ferrati ingegni all’inquïeto Ricco l’arche assecura, o se d’argento E d’oro incider vuol gioielli e vasi Per ornamento a nova sposa o a mense. Ma che? Tu inorridisci, e mostri in capo, Qual istrice pungente, irti i capegli Al suon di mie parole? Ah non è questo, Signore, il tuo mattin. Tu col cadente Sol non sedesti a parca mensa, e al lume Dell’incerto crepuscolo non gisti Ieri a corcarti in male agiate piume, Come dannato è a far l’umile vulgo. A voi, celeste prole, a voi, concilio Di Semidei terreni, altro concesse Giove benigno: e con altr’arti e leggi Per novo calle a me convien guidarvi. Tu tra le veglie e le canore scene E il patetico gioco oltre piú assai Producesti la notte; e stanco alfine In aureo cocchio, col fragor di calde Precipitose rote e il calpestio Di volanti corsier, lunge agitasti Il queto aere notturno; e le tenébre Con fiaccole superbe intorno apristi, Siccome allor che il Siculo terreno Da l’uno a l’altro mar rimbombar fèo Pluto col carro, a cui splendeano innanzi Le tede de le Furie anguicrinite. Così tornasti a la magion; ma quivi A novi studi ti attendea la mensa Cui ricopríen pruriginosi cibi E licor lieti di Francesi colli O d’Ispani, o di Toschi, o l’Ongarese Bottiglia a cui di verde edera Bacco Concedette corona, e disse: Siedi De le mense reina. Alfine il Sonno Ti sprimacciò le morbide coltríci Di propria mano, ove, te accolto, il fido Servo calò le seriche cortine: E a te soavemente i lumi chiuse Il gallo che li suole aprire altrui. Dritto è perciò, che a te gli stanchi sensi Non sciolga da’ papaveri tenaci Morfeo, prima che già grande il giorno Tenti di penetrar fra gli spiragli De le dorate imposte, e la parete Pingano a stento in alcun lato i raggi Del sol ch’eccelso a te pende sul capo. Or qui principio le leggiadre cure Denno aver del tuo giorno; e quinci io debbo Sciorre il mio legno; e co’ precetti miei Te ad alte imprese ammaestrar cantando. Già i valetti gentili udîr lo squillo Del vicino metal, cui da lontano Scosse tua man col propagato moto; E accorser pronti a spalancar gli opposti Schermi a la luce; e rigidi osservâro Che con tua pena non osasse Febo Entrar diretto a saettarti i lumi. Ergiti or tu alcun poco, e sí ti appoggia Alli origlieri i quai, lenti gradando All’omero ti fan molle sostegno. Poi coll’indice destro, lieve lieve Sopra gli occhi scorrendo, indi dilegua Quel che riman de la Cimmeria nebbia; E de’ labbri formando un picciol arco, Dolce a vedersi, tacito sbadiglia. Oh se te in sí gentile atto mirasse Il duro Capitan qualor tra l’armi, Sgangherando le labbra, innalza un grido Lacerator di ben costrutti orecchi, Onde a le squadre vari moti impone; Se te mirasse allor, certo vergogna Avría di sé piú che Minerva il giorno Che, di flauto sonando, al fonte scorse Il turpe aspetto de le guance enfiate. Ma già il ben pettinato entrar di nuovo Tuo damigello i’ veggo; egli a te chiede Quale oggi piú delle bevande usate Sorbir ti piaccia in preziosa tazza: Indiche merci son tazze e bevande; Scegli qual più desii. S’oggi ti giova Porger dolci allo stomaco fomenti, Sí che con legge il natural calore V’arda temprato, e al digerir ti vaglia, Scegli il brun cioccolatte, onde tributo Ti dà il Guatimalese e il Caribbèo C’ha di barbare penne avvolto il crine: Ma se noiosa ipocondria t’opprime, O troppo intorno a le vezzose membra Adipe cresce, de’ tuoi labbri onora La nettarea bevanda, ove abbronzato Fuma et arde il legume a te d’Aleppo Giunto, e da Moca, che di mille navi Popolata mai sempre insuperbisce. Certo fu d’uopo che dal prisco seggio Uscisse un regno, e con ardite vele Fra straniere procelle e novi mostri E teme e rischi ed inumane fami Superasse i confin, per lunga etade Invïolati ancora; e ben fu dritto Se Cortes e Pizzarro umano sangue Non istimâr quel ch’oltre l’Oceàno Scorrea le umane membra, onde tonando E fulminando, alfin spietatamente Balzaron giú da’ loro aviti troni Re Messicani e generosi Incassi; Poiché nuove cosí venner delizie, O gemma degli eroi, al tuo palato! Cessi ’l Cielo però, che in quel momento Che la scelta bevanda a sorbir prendi, Servo indiscreto a te improvviso annunzi Il villano sartor che, non ben pago D’aver teco diviso i ricchi drappi, Oso sia ancor con pòlizza infinita A te chieder mercede. Ahimè, che fatto Quel salutar licore agro e indigesto Tra le viscere tue, te allor farebbe E in casa e fuori e nel teatro e al corso Ruttar plebeiamente il giorno intero! Ma non attenda già ch’altri lo annunzi, Gradito ognor, benché improvviso, il dolce Mastro che i piedi tuoi, come a lui pare, Guida e corregge. Egli all’entrar si fermi Ritto sul limitare: indi elevando Ambe le spalle, qual testudo il collo Contragga alquanto; e ad un medesmo tempo Inchini ’l mento, e con l’estrema falda Del piumato cappello il labbro tocchi. Non meno di costui, facile al letto Del mio Signor t’accosta, o tu che addestri A modular con la flessibil voce Teneri canti, e tu che mostri altrui Come vibrar con maestrevol arco Sul cavo legno armonïose fila. Né la squisita a terminar corona Dintorno al letto tuo, manchi, o Signore, Il Precettor del tenero idioma Che da la Senna, de le Grazie madre, Or ora a sparger di celeste ambrosia Venne all’Italia nauseata i labbri. All’apparir di lui l’itale voci Tronche cedano il campo al lor tiranno; E a la nova ineffabile armonia De’ sovrumani accenti, odio ti nasca Piú grande in sen contro a le impure labbra Ch’osan macchiarsi ancor di quel sermone Onde in Valchiusa fu lodata e pianta Già la bella Francese, et onde i campi All’orecchio dei Re cantati fûro «Lungo il fonte gentil de le bell’acque.» Misere labbra che temprar non sanno Con le Galliche grazie il sermon nostro, Sí che men aspro a’ dilicati spirti, E men barbaro suon fieda gli orecchi! Or te questa, o Signor, leggiadra schiera Trattenga al novo giorno; e di tue voglie Irresolute ancora or l’uno or l’altro Con piacevoli detti il vano occúpi, Mentre tu chiedi lor tra i lenti sorsi Dell’ardente bevanda a qual cantore Nel vicin verno si darà la palma Sopra le scene; e s’egli è il ver, che rieda L’astuta Frine che ben cento folli Milordi rimandò nudi al Tamigi; O se il brillante danzator Narcisso Tornerà pure ad agghiacciare i petti De’ palpitanti Italici mariti. Poiché cosí gran pezzo a’ primi albori Del tuo mattin teco scherzato fia, Non senz’aver licenzïato prima L’ipocrita pudore, e quella schifa Cui le accigliate gelide matrone Chiaman modestia, alfine o a lor talento, O da te congedati escan costoro. Doman si potrà poscia, o forse l’altro Giorno a’ precetti lor porgere orecchio, Se meno ch’oggi a te cure dintorno Porranno assedio. A voi, divina schiatta, Vie piú che a noi mortali il ciel concesse Domabile midollo entro al cerébro, Sí che breve lavor basta a stamparvi Novelle idee. In oltre a voi fu dato Tal de’ sensi e de’ nervi e degli spirti Moto e struttura, che ad un tempo mille Penetrar puote, e concepir vostr’alma Cose diverse, e non però turbarle O confonder giammai, ma scevre e chiare Ne’ loro alberghi ricovrarle in mente. Il vulgo intanto, a cui non dessi il velo Aprir de’ venerabili misteri, Fie pago assai, poi che vedrà sovente Ire e tornar dal tuo palagio i primi D’arte maestri, e con aperte fauci Stupefatto berrà le tue sentenze. Ma già vegg’io che le ozïose lane Soffrir non puoi piú lungamente, e in vano Te l’ignavo tepor lusinga e molce, Però che or te piú glorïosi affanni Aspettan l’ore a trapassar del giorno. Su dunque, o voi, del primo ordine servi Che degli alti Signor ministri al fianco Siete incontaminati, or dunque voi Al mio divino Achille, al mio Rinaldo L’armi apprestate. Ed ecco in un baleno I tuoi valetti a’ cenni tuoi star pronti. Già ferve il gran lavoro. Altri ti veste La serica zimarra ove disegno Diramasi Chinese; altri, se il chiede Piú la stagione, a te le membra copre Di stese infino al piè tiepide pelli. Questi al fianco ti adatta il bianco lino Che sciorinato poi cada, e difenda I calzonetti; e quei, d’alto curvando Il cristallino rostro, in su le mani Ti versa acque odorate, e da le mani In limpido bacin sotto le accoglie. Quale il sapon del redivivo muschio Olezzante all’intorno, e qual ti porge Il macinato di quell’arbor frutto, Che a Ròdope fu già vaga donzella, E chiama in van sotto mutate spoglie Demofoonte ancor Demofoonte. L’un di soavi essenze intrisa spugna Onde tergere i denti, e l’altro appresta Ad imbianchir le guance util licore. Assai pensasti a te medesmo; or volgi Le tue cure per poco ad altro obbietto Non indegno di te. Sai che compagna Con cui divider possa il lungo peso Di quest’inerte vita il ciel destina Al giovane Signore. Impallidisci? No, non parlo di nozze: antiquo e vieto Dottor sarei se cosí folle io dessi A te consiglio. Di tant’alte doti Tu non orni cosí lo spirto, e i membri, Perché in mezzo a la tua nobil carriera Sospender debbi ’l corso, e fuora uscendo Di cotesto a ragion detto Bel Mondo, In tra i severi di famiglia padri Relegato ti giacci, a un nodo avvinto Di giorno in giorno piú penoso, e fatto Stallone ignobil de la razza umana. D’altra parte il Marito ahi quanto spiace, E lo stomaco move ai dilicati Del vostr’Orbe leggiadro abitatori Qualor de’ semplicetti avoli nostri Portar osa in ridicolo trïonfo La rimbambita Fe’, la Pudicizia, Severi nomi! E qual non suole a forza In que’ melati seni eccitar bile, Quando i calcoli vili del castaldo Le vendemmie, i ricolti, i pedagoghi Di que’ sí dolci suoi bambini altrui, Gongolando ricorda; e non vergogna Di mischiar cotai fole a peregrini Subbietti, a nuove del dir forme, a sciolti Da volgar fren concetti onde s’avviva Da’ begli spirti il vostro amabil Globo. Pèra dunque chi a te nozze consiglia, Ma non però senza compagna andrai, Che fia giovane dama, e d’altrui sposa; Poiché sí vuole invïolabil rito Del Bel Mondo onde tu se’ cittadino. Tempo già fu, che il pargoletto Amore Dato era in guardia al suo fratello Imene; Poiché la madre lor temea che il cieco Incauto Nume perigliando gisse Misero e solo per oblique vie, E che, bersaglio agl’indiscreti colpi Di senza guida e senza freno arciero, Troppo immaturo alfin corresse il seme Uman ch’è nato a dominar la terra. Perciò la prole mal secura all’altra In cura dato avea, sí lor dicendo: «Ite, o figli, del par; tu piú possente Il dardo scocca, e tu piú cauto il guida A certa meta». Cosí ognor compagna Iva la dolce coppia, e in un sol regno E d’un nodo comun l’alme stringea. Allora fu che il Sol mai sempre uniti Vedea un pastore ed una pastorella Starsi al prato, a la selva, al colle, al fonte; E la Suora di lui vedeali poi Uniti ancor nel talamo beato Ch’ambo gli amici Numi a piene mani Gareggiando spargean di gigli e rose. Ma che non puote anco in divino petto, Se mai s’accende ambizïon di regno? Crebber l’ali ad Amore a poco a poco, E la forza con esse; ed è la forza Unica e sola del regnar maestra. Perciò a poc’aere prima, indi piú ardito A vie maggior fidossi, e fiero alfine Entrò nell’alto, e il grande arco crollando, E il capo, risonar fece a quel moto Il duro acciar che la faretra a tergo Gli empie, e gridò: Solo regnar vogl’io! Disse, e volto a la madre: «Amore adunque, Il piú possente infra gli Dei, il primo Di Citerèa figliuol, ricever leggi, E dal minor german ricever leggi, Vile alunno, anzi servo? Or dunque Amore Non oserà fuor ch’una unica volta Ferire un’alma, come questo schifo Da me vorrebbe? E non potrò giammai, Dappoi ch’io strinsi un laccio, anco slegarlo A mio talento, e, qualor parmi, un altro Stringerne ancora? E lascerò pur ch’egli Di suoi unguenti impeci a me i miei dardi Perché men velenosi e men crudeli Scendano ai petti? Or via, perché non togli A me dalle mie man quest’arco, e queste Armi da le mie spalle, e ignudo lasci Quasi rifiuto de gli Dei Cupido? Oh il bel viver che fia qualor tu solo Regni in mio loco! Oh il bel vederti, lasso! Studiarti a tôrre da le languid’alme La stanchezza e ’l fastidio, e spander gelo Di foco in vece! Or, genitrice, intendi: Vaglio, e vo’ regnar solo. A tuo piacere Tra noi pàrti l’impero, ond’io con teco Abbia omai pace, e in compagnia d’Imene Me non trovin mai piú le umane genti». Qui tacque Amore, e, minaccioso in atto, Parve all’Idalia Dea chieder risposta. Ella tenta placarlo, e pianti e preghi Sparge ma in vano; onde a’ due figli volta Con questo dir pose al contender fine: «Poiché nulla tra voi pace esser puote, Si dividano i regni. E perché l’uno Sia dall’altro germano ognor disgiunto, Sieno tra voi diversi e ’l tempo e l’opra. Tu che di strali altero a fren non cedi, L’alme ferisci, e tutto il giorno impera: E tu che di fior placidi hai corona Le salme accoppia e coll’ardente face Regna la notte». Ora di qui, Signore, Venne il rito gentil che a’ freddi sposi Le tenebre concede, e de le spose Le caste membra; e a voi beata gente Di piú nobile mondo il cor di queste, E il dominio del dí, largo destina. Fors’anco un dí piú liberal confine Vostri diritti avran, se Amor piú forte Qualche provincia al suo germano usurpa: Cosí giova sperar. Tu volgi intanto A’ miei versi l’orecchio, et odi or quale Cura al mattin tu debbi aver di lei Che, spontanea o pregata, a te donossi Per tua Dama quel dí lieto che a fida Carta, non senza testimoni, fûro A vicenda commessi i patti santi, E le condizïon del caro nodo. Già la Dama gentil, de’ cui bei lacci Godi avvinto sembrar, le chiare luci Col novo giorno aperse; e suo primiero Pensier fu dove teco abbia piuttosto A vegliar questa sera, e consultonne Contegnosa lo sposo il qual pur dianzi Fu la mano a baciarle in stanza ammesso. Or dunque è tempo che il piú fido servo E il piú accorto tra i tuoi mandi al palagio Di lei, chiedendo se tranquilli sonni Dormío la notte, e se d’imagin liete Le fu Morfeo cortese. È ver che ieri Sera tu l’ammirasti in viso tinta Di freschissime rose; e piú che mai Vivace e lieta uscío teco del cocchio, E la vigile tua mano per vezzo Ricusò sorridendo allor che l’ampie Scale salí del maritale albergo: Ma ciò non basti ad acquetarti, e mai Non oblïar sí giusti ufici. Ahi quanti Geni malvagi tra ’l notturno orrore Godono uscire, ed empier di perigli La placida quïete de’ mortali! Potría, tolgalo il cielo, il picciol cane Con latrati improvvisi i cari sogni Troncare a la tua Dama; ond’ella, scossa Da subito capriccio, a rannicchiarsi Astretta fosse, di sudor gelato E la fronte bagnando e il guancial molle. Anco potría colui che sí de’ tristi Come de’ lieti sogni è genitore, Crearle in mente di diverse idee In un congiunte orribile chimera; Onde agitata in ansïoso affanno Gridar tentasse, e non però potesse Aprire ai gridi tra le fauci il varco. Sovente ancor ne la trascorsa sera La perduta tra ’l gioco aurea moneta, Non men che al Cavalier, suole a la Dama Lunga vigilia cagionar: talora Nobile invidia de la bella amica Vagheggiata da molti, e talor breve Gelosia n’è cagione. A questo aggiugni Gl’importuni mariti, i quali in mente Ravvolgendosi ancor le viete usanze, Poi che cessero ad altri il giorno, quasi Abbian fatto gran cosa, aman d’Imene Con superstizïon serbare i dritti, E dell’ombre notturne esser tiranni, Non senza affanno de le caste spose Ch’indi preveggon tra pochi anni il fiore De la fresca beltade a sé rapirsi. Or dunque ammaestrato a quali e quanti Miseri casi espor soglia il notturno Orror le Dame, tu non esser lento, Signore, a chieder de la tua novelle. Mentre che il fido messaggier si attende, Magnanimo Signor, tu non starai Ozïoso però. Nel dolce campo Pur in questo momento il buon cultore Suda, e incallisce al vomere la mano, Lieto che i suoi sudor ti fruttin poi Dorati cocchi, e peregrine mense. Ora per te l’industre artier sta fiso Allo scalpello, all’asce, al subbio, all’ago; Ed ora a tuo favor contende o veglia Il ministro di Temi. Ecco te pure, Te la toilette attende: ivi i bei pregi De la natura accrescerai con l’arte, Ond’oggi uscendo, del beante aspetto Beneficar potrai le genti, e grato Ricompensar di sue fatiche il mondo. Ma già tre volte e quattro il mio Signore Velocemente il gabinetto scórse Col crin disciolto e su gli omeri sparso, Quale a Cuma solea l’orribil maga Quando agitata dal possente Nume Vaticinar s’udía. Cosí dal capo Evaporar lasciò de gli oli sparsi Il nocivo fermento, e de le polvi Che roder gli potríen la molle cute, O d’atroce emicrania a lui le tempie Trafigger anco. Or egli avvolto in lino Candido siede. Avanti a lui lo specchio Altero sembra di raccôr nel seno L’imagin diva: e stassi agli occhi suoi Severo esplorator de la tua mano O di bel crin volubile Architetto. Mille d’intorno a lui volano odori Che a le varie manteche ama rapire L’auretta dolce, intorno ai vasi ugnendo Le leggerissim’ale di farfalla. Tu chiedi in prima a lui qual piú gli aggrada Sparger sul crin, se il gelsomino, o il biondo Fior d’arancio piuttosto, o la giunchiglia, O l’ambra prezïosa agli avi nostri. Ma se la Sposa altrui, cara al Signore, Del talamo nuzial si duole, e scosse Pur or da lungo peso il molle lombo, Ah fuggi allor tutti gli odori, ah fuggi! Ché micidial potresti a un sol momento Tre vite insidïar: semplici sieno I tuoi balsami allor, né oprarli ardisci Pria che su lor deciso abbian le nari Del mio Signore, e tuo. Pon mano poscia Al pettin liscio, e coll’ottuso dente Lieve solca i capegli; indi li turba Col pettine e scompiglia: ordin leggiadro Abbiano alfin da la tua mente industre. Io breve a te parlai; ma non pertanto Lunga fia l’opra tua; né al termin giunta Prima sarà, che da piú strani eventi Turbisi e tronchi a la tua impresa il filo. Fisa i lumi allo speglio, e vedrai quivi Non di rado il Signor morder le labbra Impazïente, ed arrossir nel viso. Sovente ancor, se artificiosa meno Fia la tua destra, del convulso piede Udrai lo scalpitar breve e frequente, Non senza un tronco articolar di voce Che condanni e minacci. Anco t’aspetta Veder talvolta il mio Signor gentile Furïando agitarsi, e destra e manca Porsi nel crine; e scompigliar con l’ugna Lo studio di molt’ore in un momento. Che piú? Se per tuo male un dí vaghezza D’accordar ti prendesse al suo sembiante L’edificio del capo, ed oblïassi Di prender legge da colui che giunse Pur ier di Francia, ahi quale atroce folgore, Meschino! allor ti pendería sul capo? Ché il tuo Signor vedresti ergers’in piedi; E versando per gli occhi ira e dispetto, Mille strazi imprecarti; e scender fino Ad usurpar le infami voci al vulgo Per farti onta maggiore; e di bastone Il tergo minacciarti; e vïolento Rovesciare ogni cosa, al suol spargendo Rotti cristalli e calamistri e vasi E pettini ad un tempo. In cotal guisa, Se del Tonante all’ara o de la Dea, Che ricovrò dal Nilo il turpe Phallo, Tauro spezzava i raddoppiati nodi E libero fuggía, vedeansi al suolo Vibrar tripodi, tazze, bende, scuri, Litui, coltelli, e d’orridi muggiti Commosse rimbombar le arcate volte, E d’ogni lato astanti e sacerdoti Pallidi all’urto e all’impeto involarsi Del feroce animal che pria sí queto Gía di fior cinto, e sotto a la man sacra Umilïava le dorate corna. Tu non pertanto coraggioso e forte Soffri, e ti serba a la miglior fortuna. Quasi foco di paglia è il foco d’ira In nobil cor. Tosto il Signor vedrai Mansuefatto a te chieder perdono, E sollevarti oltr’ogni altro mortale Con preghi e scuse a niun altro concesse; Onde securo sacerdote allora L’immolerai qual vittima a Filauzio, Sommo Nume de’ Grandi, e pria d’ognaltro Larga otterrai del tuo lavor mercede. Or, Signore, a te riedo. Ah non sia colpa Dinanzi a te s’io travviai col verso Breve parlando ad un mortal cui degni Tu degli arcani tuoi. Sai che a sua voglia Questi ogni dí volge e governa i capi De’ piú felici spirti; e le matrone, Che da’ sublimi cocchi alto disdegnano Volgere il guardo a la pedestre turba, Non disdegnan sovente entrar con lui In festevoli motti allor ch’esposti A la sua man sono i ridenti avori Del bel collo e del crin l’aureo volume. Perciò accogli, ti prego, i versi miei Tuttor benigno: et odi or come possi L’ore a te render grazïose mentre Dal pettin creator tua chioma acquista Leggiadra o almen non piú veduta forma. Picciol libro elegante a te dinanzi Tra gli arnesi vedrai che l’arte aduna Per disputare a la natura il vanto Del renderti sí caro agli occhi altrui. Ei ti lusingherà forse con liscia Purpurea pelle onde fornito avrallo O Mauritano conciatore o Siro; E d’oro fregi dilicati e vago Mutabile color che il collo imíti De la colomba v’avrà posto intorno Squisito legator Batavo o Franco. Ora il libro gentil con lenta mano Togli; e non senza sbadigliare un poco Aprilo a caso, o pur là dove il parta Tra una pagina e l’altra indice nastro. O de la Francia Proteo multiforme, Voltaire troppo biasmato, e troppo a torto Lodato ancor, che sai con novi modi Imbandir ne’ tuoi scritti eterno cibo Ai semplici palati, e se’ maestro Di coloro che mostran di sapere; Tu appresta al mio Signor leggiadri studi Con quella tua Fanciulla agli Angli infesta, Che il grande Enrico tuo vince d’assai, L’Enrico tuo che non peranco abbatte L’Italïan Goffredo, ardito scoglio Contro a la Senna d’ogni vanto altera. Tu de la Francia onor, tu in mille scritti Celebrata Ninon, novella Aspasia, Taide novella, ai facili sapienti De la Gallica Atene, i tuoi precetti Pur dona al mio Signore: e a lui non meno Pasci la nobil mente, o tu ch’a Italia, Poi che rapîrle i tuoi l’oro e le gemme, Invidïasti il fedo loto ancora Onde macchiato è il Certaldese, e l’altro Per cui va sí famoso il pazzo Conte. Questi, o Signore, i tuoi studiati autori Fíeno e mill’altri che guidâro in Francia A novellar con le vezzose schiave I bendati Sultani, i regi Persi, E le peregrinanti Arabe dame; O che con penna liberale ai cani Ragion donâro e ai barbari sedili, E diêr feste e conviti e liete scene Ai polli ed a le gru d’amor maestre. Oh pascol degno d’anima sublime! Oh chiara oh nobil mente! A te ben dritto È che si curvi riverente il vulgo, E gli oracoli attenda. Or chi fia dunque Sí temerario che in suo cor ti beffi Qualor partendo da sí begli studi Del tuo paese l’ignoranza accusi, E tenti aprir col tuo felice raggio La Gotica caligine che annosa Siede su gli occhi a le misere genti? Cosí non mai ti venga estranea cura Questi a troncar sí prezïosi istanti, In cui non meno de la docil chioma Coltivi ed orni il penetrante ingegno. Non pertanto avverrà, che tu sospenda Quindi a pochi momenti i cari studi, E che ad altro ti volga. A te quest’ora Condurrà il merciaiuol che in patria or torna Pronto inventor di lusinghiere fole, E liberal di forestieri nomi A merci che non mai varcâro i monti. Tu a lui credi ogni detto: e chi vuoi ch’osi Unqua mentire ad un tuo pari in faccia? Ei fia che venda, se a te piace, o cambi Mille fregi e giojelli a cui la moda Di viver concedette un giorno intero Tra le folte d’inezie illustri tasche. Poi lieto se n’andrà con l’una mano Pesante di molt’oro; e in cor gioiendo, Spregerà le bestemmie imprecatrici, E il gittato lavoro, e i vani passi Del calzolar diserto e del drappiere; E dirà lor: «Ben degna pena avete, O troppo ancor religïosi servi De la necessitade! antiqua è vero Madre e donna dell’arti, or nondimeno Fatta cenciosa e vile. Al suo possente Amabil vincitor v’era assai meglio, O miseri, ubbidire. Il Lusso, il Lusso Oggi sol puote dal ferace corno Versar su l’arti a lui vassalle applausi E non contesi mai premi e dovizie». L’ora fia questa ancor che a te conduca Il dilicato miniator di belle, Ch’è de la Corte d’Amatunta e Pafo Stipendiato ministro atto a gli affari Sollecitar dell’amorosa Dea. Impazïente or tu l’affretta e sprona Perché a te porga il desïato avorio Che de le amate forme impresso ride, O che il pennel cortese ivi dispieghi L’alme sembianze del tuo viso, ond’abbia Tacito pasco, allor che te non vede La pudica d’altrui sposa a te cara; O che di lei medesma al vivo esprima L’imagin vaga; o se ti piace, ancora D’altra fiamma furtiva a te presenti Con piú largo confin le amiche membra. Ma poi che al fine a le tue luci esposto Fia il ritratto gentil, tu cauto osserva Se bene il simulato al ver risponda, Vie piú rigido assai se il tuo sembiante Esprimer denno i colorati punti Che l’arte ivi dispose. Oh quante mende Scorger tu vi saprai! Or brune troppo A te parran le guance; or fia ch’ecceda Mal frenata la bocca; or qual conviensi Al camuso Etiòpe il naso fia. Ti giovi ancora d’accusar sovente Il dipintor che non atteggi industre L’agili membra e il dignitoso busto, O che con poca legge a la tua imago Dia contorno o la posi o la panneggi. È ver, che tu del grande di Crotone Non conosci la scuola, e mai tua mano Non abbassossi a la volgar matita Che fu nell’altra età cara a’ tuoi pari Cui sconosciute ancora eran piú dolci E piú nobili cure a te serbate. Ma che non puote quel d’ogni precetto Gusto trionfator che all’ordin vostro In vece di maestro il Ciel concesse, Et onde a voi coniò le altere menti Acciò che possan de’ volgari ingegni Oltre passar la paludosa nebbia, E d’aere piú puro abitatrici Non fallibili scêrre il vero e il bello? Perciò qual piú ti par loda, riprendi, Non men fermo d’allor che a scranna siedi Rafael giudicando o l’altro eguale Che del gran nome suo l’Adige onora, E a le tavole ignote i noti nomi Grave comparti di color che primi Fûr tra’ Pittori. Ah s’altri è sí procace Ch’osi rider di te, costui paventi L’augusta maestà del tuo cospetto, Si volga a la parete; e mentre cerca Por freno in van col morder de le labbra Allo scrosciar de le importune risa Che scoppian da’ precordi, vïolenta Convulsïone a lui deformi il volto, E lo affoghi aspra tosse; e lo punisca Di sua temerità! Ma tu non pensa Ch’altri ardisca di te rider giammai; E mai sempre imperterrito decidi. Or l’immagin compiuta intanto serba Perché in nobile arnese un dí si chiuda Con opposto cristallo, ove tu facci Sovente paragon di tua beltade Con la beltà de la tua Dama, o agli occhi Degl’invidi la tolga, e in sen l’asconda Sagace tabacchiera, o a te riluca Sul minor dito fra le gemme e l’oro; O de le grazie del tuo viso desti Soavi rimembranze al braccio avvolta De la pudica altrui Sposa a te cara. Ma giunta è al fin del dotto pettin l’opra. Già il maestro elegante intorno spande Da la man scossa un polveroso nembo Onde a te innanzi tempo il crine imbianchi. D’orribil piato risonar s’udío Già la corte d’Amore. I tardi vegli Grinzuti osâr coi giovani nipoti Contendere di grado in faccia al soglio Del comune Signor. Rise la fresca Gioventude animosa, e d’agri motti Libera punse la senil baldanza. Gran tumulto nascea; se non che Amore, Ch’ogni diseguaglianza odia in sua corte, A spegner mosse i perigliosi sdegni: E a quei che militando incanutîro Suoi servi impose d’imitar con arte I duo bei fior che in giovenile gota Educa e nutre di sua man natura: Indi fe’ cenno, e in un balen fûr visti Mille alati ministri alto volando Scoter le piume, e lieve indi fiocconne Candida polve che a posar poi venne Su le giovani chiome; e in bianco volse Il biondo, il nero, e l’odïato rosso. L’occhio cosí nell’amorosa reggia Piú non distinse le due opposte etadi, E solo vi restò giudice il Tatto. Or tu adunque, o Signor, tu che se’ il primo Fregio ed onor dell’amoroso regno, I sacri usi ne serba. Ecco che sparsa Pria da provvida man la bianca polve In piccolo stanzin con l’aere pugna, E degli atomi suoi tutto riempie Egualmente divisa. Or ti fa’ core E in seno a quella vorticosa nebbia Animoso ti avventa. Oh bravo! oh forte! Tale il grand’Avo tuo tra ’l fumo e ’l foco Orribile di Marte, furïando Gittossi allor che i palpitanti Lari De la Patria difese, e ruppe e in fuga Mise l’oste feroce. Ei non pertanto Fuliginoso il volto, d’atro sangue Asperso e di sudore, e co’ capegli Stracciati ed irti, da la mischia uscío Spettacol fero a’ cittadini istessi Per sua man salvi; ove tu assai piú dolce E leggiadro a vedersi, in bianca spoglia Uscirai quindi a poco a bear gli occhi De la cara tua Patria, a cui dell’Avo Il forte braccio, e il viso almo celeste Del Nipote dovean portar salute. Ella ti attende impazïente, e mille Anni le sembra il tuo tardar poc’ore. È tempo omai che i tuoi valetti al dorso Con lieve man ti adattino le vesti Cui la moda e ’l buon gusto in su la Senna T’abbian tessute a gara, e qui cucite Abbia ricco sartor che in su lo scudo Mostri intrecciato a forbici eleganti Il titol di Monsieur. Non sol dia leggi A la materia la stagion diverse; Ma sien qual si conviene al giorno e all’ora Sempre vari il lavoro e la ricchezza. Fero Genio di Marte, a guardar posto De la stirpe de’ Numi il caro fianco, Tu al mio giovane Eroe la spada or cingi, Lieve e corta non già, ma, qual richiede La stagion bellicosa, al suol cadente, E di triplice taglio armata e d’elsa Immane. Quanto esser può mai sublime L’annoda pure, onde l’impugni all’uopo La furibonda destra in un momento: Nè disdegnar con le sanguigne dita Di ripulire et ordinar quel nodo Onde l’elsa è superba; industre studio È di candida mano; al mio Signore Dianzi, donollo, e gliel appese al brando, La pudica d’altrui Sposa a lui cara. Tal del famoso Artú vide la corte Le infiammate d’amor donzelle ardite Ornar di piume e di purpuree fasce I fatati guerrieri, onde piú ardenti Gisser poi questi ad incontrar periglio In selve orrende tra i giganti e i mostri. Figlie de la Memoria inclite Suore, Che invocate scendeste, e i feri nomi De le squadre diverse e de gli Eroi Annoveraste ai grandi che cantâro Achille, Enea, e il non minor Buglione, Or m’è d’uopo di voi: tropp’ardua impresa, E insuperabil senza vostr’aíta Fia ricordare al mio Signor di quanti Leggiadri arnesi graverà sue vesti Pria che di se medesmo esca a far pompa. Ma qual tra tanti e sí leggiadri arnesi Sí felice sarà che pria d’ogn’altro, Signor, venga a formar tua nobil soma? Tutti importan del par. Veggo l’Astuccio Di pelle rilucente ornato e d’oro Sdegnar la turba, e gli occhi tuoi primiero Occupar di sua mole: esso a mill’uopi Opportuno si vanta, e in grembo a lui Atta agli orecchi, ai denti, ai peli, all’ugne Vien forbita famiglia. A lui contende I primi onori d’odorifer’onda Colmo Cristal che a la tua vita in forse Rechi soccorso allor che il vulgo ardisce Troppo accosto vibrar da la vil salma Fastidïosi effluvi a le tue nari. Né men pronto di quello all’uopo istesso L’imitante un cuscin purpureo Drappo Mostra turgido il sen d’erbe odorate Che l’aprica montagna in tuo favore Al possente meriggio educa e scalda. Seco vien pur di cristallina rupe Prezïoso Vasello onde traluce Non volgare confetto ove agli aromi Stimolanti s’unío l’ambra o la terra Che il Giappon manda a profumar de’ Grandi L’etereo fiato; o quel che il Caramano Fa gemer latte dall’inciso capo De’ papaveri suoi, perché qualora Non ben felice amor l’alma t’attrista, Lene serpendo per le membra, acqueti A te gli spirti, e ne la mente induca Lieta stupidità che mille aduni Imagin dolci e al tuo desio conformi. A questi arnesi il Cannocchiale aggiugni, E la guernita d’oro anglica Lente. Quel notturno favor ti presti allora Che in teatro t’assidi, e t’avvicini Gli snelli piedi e le canore labbra Da la scena rimota, o con maligno Occhio ricerchi di qualch’altra loggia Le abitate tenèbre, o miri altrove Gli ognor nascenti e moribondi amori De le tenere Dame, onde s’appresti Per l’eloquenza tua nel dí vicino Lunga e grave materia. A te la Lente Nel giorno assista, e de gli sguardi tuoi Economa presieda, e sí li parta, Che il mirato da te vada superbo, Né i malvisti accusarti osin giammai. La Lente ancora all’occhio tuo vicina Irrefragabil giudice condanni O approvi di Palladio i muri e gli archi O di Tizian le tele: essa a le vesti, Ai libri, ai volti feminili applauda Severa o li dispregi. E chi del senso Comun sí privo fia che opporsi unquanco Osi al sentenzïar de la tua Lente? Non per questi però sdegna, o Signore, Giunto a lo specchio in gallico sermone Il vezzoso Giornal; non le notate Eburnee Tavolette a guardar preste Tuoi sublimi pensier fin ch’abbian luce Doman tra i begli spirti; e non isdegna La picciola Guaína ove a’ tuoi cenni Mille stan pronti ognora argentei spilli. Oh quante volte a cavalier sagace Ho vedut’io le man render beate Uno apprestato a tempo unico spillo! Ma dove, ahi dove inonorato e solo Lasci ’l coltello a cui l’oro e l’acciaro Donâr gemina lama, e a cui la madre De la gemma piú bella d’Anfitrite Diè manico elegante ove il colore Con dolce varïar l’iride imíta? Opra sol fia di lui se ne’ superbi Convivi ognaltro avanzerai per fama D’esimio Trinciatore, e se l’invidia De’ tuoi gran pari ecciterai qualora, Pollo o fagian con la forcina in alto Sospeso, a un colpo il priverai dell’anca Mirabilmente. Or ti ricolmi alfine D’ambo i lati la giubba, ed oleosa Spagna e Rapé, cui semplice Origuela Chiuda, o a molti colori oro dipinto; E cupide ad ornar tue bianche dita Salgan le anella in fra le quali assai Piú caro a te dell’adamante istesso Cerchietto inciso d’amorosi motti Stríngati alquanto, e sovvenir ti faccia De la pudica altrui Sposa a te cara. Compiuto è il gran lavoro. Odi, o Signore, Sonar già intorno la ferrata zampa De’ superbi corsier che irrequïeti Ne’ grand’atrii sospigne, arretra e volge La disciplina dell’ardito auriga. Sorgi, e t’appresta a render baldi e lieti Del tuo nobile incarco i bruti ancora. Ma a possente Signor scender non lice Da le stanze superne infin che al gelo, O al meriggio non abbia il cocchier stanco Durato un pezzo, onde l’uom servo intenda Per quanto immensa via natura il parta Dal suo Signore. I miei precetti intanto Io seguirò; ché varie al tuo mattino Portar dee cure il varïar dei giorni. Tal dí ti aspetta d’eloquenti fogli Serie a vergar che al Rodano, al Lemano All’Amstel, al Tirreno, all’Adria legga Il libraio che Momo e Citerea Colmâr di beni, o il piú di lui possente Appaltator di forestiere scene Con cui, per opra tua, facil donzella Sua virtú merchi, e non sperato ottenga Guiderdone al suo canto. O di grand’alma Primo fregio ed onor, Beneficenza, Che al merto porgi ed a virtú la mano! Tu il ricco e il grande sopra il vulgo innalzi Ed al concilio de gli Dei lo aggiugni. Tal giorno ancora, o d’ogni giorno forse Dên qualch’ore serbarsi al molle ferro Che il pelo a te rigermogliante a pena D’in su la guancia miete, e par che invidi Ch’altri fuor che lui solo esplori o scopra Unqua il tuo sesso. Arroge a questi il giorno Che di lavacro universal convienti Bagnar le membra, per tua propria mano, O per altrui, con odorose spugne Trascorrendo la cute. È ver che allora D’esser mortal ti sembrerà; ma innalza Tu allor la mente, e de’ grand’avi tuoi Le imprese ti rimembra e gli ozi illustri Che infino a te per secoli cotanti Misti scesero al chiaro altero sangue, E l’ubbioso pensier vedrai fuggirsi Lunge da te per l’aere rapito Su l’ale de la Gloria alto volanti; Et indi a poco sorgerai qual prima Gran Semidèo che a sé solo somiglia. Fama è cosí, che il dí quinto le Fate Loro salma immortal vedean coprirsi Già d’orribili scaglie, e in feda serpe Volta strisciar sul suolo a sé facendo De le inarcate spire impeto e forza; Ma il primo sol le rivedea piú belle Far beati gli amanti, e a un volger d’occhi Mescere a voglia lor la terra e il mare. Fia d’uopo ancor, che da le lunghe cure T’allevii alquanto, e con pietosa mano Il teso per gran tempo arco rallenti. Signore, al ciel non è piú cara cosa Di tua salute: e troppo a noi mortali È il viver de’ tuoi pari util tesoro. Tu adunque allor che placida mattina Vestita riderà d’un bel sereno, Esci pedestre, e le abbattute membra All’aura salutar snoda e rinfranca. Di nobil cuoio a te la gamba calzi Purpureo stivaletto, onde il tuo piede Non macchino giammai la polve e ’l limo Che l’uom calpesta. A te s’avvolga intorno Leggiadra veste che sul dorso sciolta Vada ondeggiando, e tue formose braccia Leghi in manica angusta a cui vermiglio O cilestro velluto orni gli estremi. Del bel color che l’elitropio tigne Sottilissima benda indi ti fasci La snella gola: e il crin... Ma il crin, Signore, Forma non abbia ancor da la man dotta Dell’artefice suo; ché troppo fôra, Ahi! troppo grave error lasciar tant’opra De le licenzïose aure in balía. Non senz’arte però vada negletto Su gli omeri a cader; ma, o che natura A te il nodrisca, o che da ignota fronte Il piú famoso parrucchier lo tolga E l’adatti al tuo capo, in sul tuo capo Ripiegato l’afferri e lo sospenda Con testugginei denti il pettin curvo. Poi che in tal guisa te medesmo ornato Con artificio negligente avrai, Esci pedestre a respirar talvolta L’aëre mattutino; e ad alta canna Appoggiando la man, quasi baleno Le vie trascorri, e premi ed urta il volgo Che s’oppone al tuo corso. In altra guisa Fôra colpa l’uscir, però che andrièno Mal distinti dal vulgo i primi eroi. Ciò ti basti per or. Già l’orïolo A girtene ti affretta. Ohimé che vago Arsenal minutissimo di cose Ciondola quindi, e ripercosso insieme Molce con soavissimo tintinno! Di costí che non pende? avvi per fino Piccioli cocchi e piccioli destrieri Finti in oro cosí, che sembran vivi. Ma v’hai tu il meglio? ah sì, che i miei precetti Sagace prevenisti: ecco che splende Chiuso in picciol cristallo il dolce pegno Di fortunato amor. Lunge, o profani, Ché a voi tant’oltre penetrar non lice. E voi, dell’altro secolo feroci Ed ispid’avi, i vostri almi nipoti Venite oggi a mirar. Co’ sanguinosi Pugnali a lato le campestri rôcche Voi godeste abitar, truci all’aspetto, E per gran baffi rigidi la guancia Consultando gli sgherri, e sol gioiendo Di trattar l’arme che d’orribil palla Givan notturne a traforar le porte Del non meno di voi rivale armato. Ma i vostri almi nipoti oggi si stanno Ad agitar tra le tranquille dita Dell’orïolo i ciondoli vezzosi; Ed opra è lor se all’innocenza antica Torna pur anco, e bamboleggia, il mondo. Or vanne, o mio Signore, e il pranzo allegra De la tua Dama: a lei dolce ministro Dispensa i cibi, e detta al suo palato E a la sua fame invïolabil legge. Ma tu non oblïar, che in nulla cosa Esser mediocre a gran Signor non lice: Abbia il popol confini; a voi natura Donò senza confini e mente e cuore. Dunque a la mensa, o tu schifo rifuggi Ogni vivanda, e te medesmo rendi Per inedia famoso, o nome acquista D’illustre voratore. Intanto addio, Degli uomini delizia, e di tua stirpe, E della patria tua gloria e sostegno. Ecco che umíli in bipartita schiera T’accolgono i tuoi servi: altri già pronto Via se ne corre ad annunciare al mondo, Che tu vieni a bearlo; altri a le braccia Timido ti sostien mentre il dorato Cocchio tu sali, e tacito e severo Sur un canto ti sdrai. Apriti, o vulgo, E cedi il passo al trono ove s’asside Il mio Signore: ahi te meschin s’ei perde Un sol per te de’ prezïosi istanti! Temi ’l non mai da legge o verga o fune Domabile cocchier, temi le rote, Che già piú volte le tue membra in giro Avvolser seco, e del tuo impuro sangue Corser macchiate, e il suol di lunga striscia, Spettacol miserabile! segnâro. Il Mezzogiorno Il Mezzogiorno Ardirò ancor tra i desinari illustri sul meriggio innoltrarmi umil cantore, poiché troppa di te cura mi punge, signor, ch’io spero un di veder maestro e dittator di graziosi modi all’alma gioventú che Italia onora. Tal, fra le tazze e i coronati vini, onde all’ospite suo fe’ lieta pompa la punica regina, i canti alzava Jopa crinito: e la regina intanto da’ begli occhi stranieri iva beendo l’oblivion del misero Sicheo. E tale, allor che l’orba Itaca in vano chiedea a Nettun la prole di Laerte, Femio s’udia co’ versi e con la cetra la facil mensa rallegrar de’ Proci, cui dell’errante Ulisse i pingui agnelli e i petrosi licori e la consorte invitavano al pranzo. Amici or piega, giovin signore, al mio cantar gli orecchi, or che tra nuove Elise e novi Proci, e tra fedeli ancor Penelopee, ti guidano a la mensa i versi miei. Giá dal meriggio ardente il sol fuggendo verge all’occaso: e i piccioli mortali dominati dal tempo escon di novo a popolar le vie ch’all’oriente volgon ombra giá grande: a te null’altro dominator fuor che te stesso è dato. Alfin di consigliarsi al fido speglio la tua dama cessò. Quante uopo è volte chiedette e rimandò novelli ornati; quante convien de le agitate ognora damigelle, or con vezzi or con garriti, rovesciò la fortuna; a sé medesma quante volte convien piacque e dispiacque; e quante volte è d’uopo a sé ragione fece e a’ suoi lodatori. I mille intorno dispersi arnesi alfin raccolse in uno la consapevol del suo cor ministra: alfin velata d’un leggier zendado è l’ara tutelar di sua beltate; e la seggiola sacra, un po’ rimossa, languidetta l’accoglie. Intorno ad essa pochi giovani eroi van rimembrando i cari lacci altrui, mentre da lungi ad altra intorno i cari lacci vostri pochi giovani eroi van rimembrando. Il marito gentil queto sorride a le lor celie; o, s’ei si cruccia alquanto, del tuo lungo tardar solo si cruccia. Nulla però di lui cura te prenda oggi, o signore, e s’egli a par del vulgo prostrò l’anima imbelle, e non sdegnosse di chiamarsi marito, a par del vulgo senta la fame esercitargl’in petto lo stimol fier degli oziosi sughi avidi d’ésca: o s’a un marito alcuna d’anima generosa orma rimane, ad altra mensa il piè rivolga, e d’altra dama al fianco s’assida, il cui marito pranzi altrove lontan, d’un’altra a lato ch’abbia lungi lo sposo: e cosí nuove anella intrecci alla catena immensa onde, alternando, Amor l’anime annoda. Ma sia che vuol; tu baldanzoso innoltra ne le stanze piú interne. Ecco, precorre per annunciarti al gabinetto estremo il noto stropiccio de’ piedi tuoi. Giá lo sposo t’incontra. In un baleno sfugge dall’altrui man l’accorta mano de la tua dama: e il suo bel labbro intanto t’apparecchia un sorriso. Ognun s’arretra, che conosce i tuoi dritti, e si conforta con le adulte speranze, a te lasciando libero e scarco il piú beato seggio. Tal, colá dove infra gelose mura Bizanzio ed Ispaán guardano il fiore de la beltá che il popolato Egeo manda e l’armeno e il tartaro e il circasso per delizia d’un solo, a bear entra l’ardente sposa il grave munsulmano. Tra ’l maestoso passeggiar gli ondeggiano le late spalle, e sopra l’alta testa le avvolte fasce: dall’arcato ciglio ei volge intorno imperioso il guardo; e vede al su’ apparire umil chinarsi e il piè ritrar l’effeminata, occhiuta turba, che sorridendo egli dispregia. Ora imponi, o signor, che tutte a schiera si dispongan tue grazie; e a la tua dama, quanto elegante esser piú puoi, ti mostra. Tengasi al fianco la sinistra mano sotto il breve giubbon celata; e l’altra sul finissimo Un posi, e s’asconda vicino al cor: sublime alzisi ’l petto; sorgali gli omeri entrambi, e verso lei piega il duttile collo; ai lati stringi le labbra un poco; vèr lo mezzo acute rendile alquanto, e da la bocca poi, compendiata in guisa tal, sen esca un non inteso mormorio. La destra ella intanto ti porga: e molle caschi sopra i tiepidi avori un doppio bacio. Siedi tu poscia; e d’una man trascina piú presso a lei la seggioletta. Ognuno tacciasi; ma tu sol, curvato alquanto, seco susurra ignoti detti a cui concordili vicendevoli sorrisi e sfavillar di cupidette luci, che amor dimostri, o che lo finga almeno. Ma rimembra, o signor, che troppo nuoce negli amorosi cor lunga e ostinata tranquillitá. Su l’oceáno ancora perigliosa è la calma: 0I1 quante volte dall’immobile prora il buon nocchiere invocò la tempesta! e si crudele soccorso ancor gli fu negato; e giacque affamato, assetato, estenuato, dal velenoso aere stagnante oppresso, tra l’inutile ciurma al suol languendo. Però ti giovi de la scorsa notte ricordar le vicende; e con obliqui motti pungerl’alquanto: o se, nel volto paga piú che non suole, accòr fu vista il novello straniere; e co’ bei labbri semiaperti aspettar, quasi marina conca, la soavissima rugiada de’ novi accenti: o se cupida troppo col guardo accompagnò di loggia in loggia il seguace di Marte, idol vegliarne de’ feminili voti, a la cui chioma col lauro trionfal s’avvolgon mille e mille frondi dell’idalio mirto. Colpevole o innocente, allor la bella dama improvviso adombrerá la fronte d’un nuvoletto di verace sdegno o simulato; e la nevosa spalla scoterá un poco; e premerá col dente l’infimo labbro: e volgeransi alfine gli altri a bear le sue parole estreme. Fors’anco rintuzzar di tue querele saprá l’agrezza; e sovvenir faratti le visite furtive ai tetti, ai cocchi ed a le logge de le mogli illustri di ricchi cittadini, a cui sovente, per calle che il piacer mostra, piegarsi la maestá di cavalier non sdegna. Felice te, se mesta e disdegnosa, la conduci a la mensa; e s’ivi puoi solo piegarla a comportar de’ cibi la nausea universal! Sorridan pure a le vostre dolcissime querele i convitati; e l’un l’altro percota col gomito maligno: ah nondimeno come fremon lor alme; e quanta invidia ti portan, te veggendo unico scopo di si bell’ire! Al solo sposo è dato nodrir nel cor magnanima quiete, mostrar nel volto ingenuo riso, e tanto docil fidanza ne le innocue luci. O tre fiate avventurosi e quattro, voi del nostro buon secolo mariti, quanto diversi da’ vostr’avi! Un tempo uscia d’Averno con viperei crini, con torbid’occhi irrequieti e fredde tenaci branche, un indomabil mostro, che ansando e anelando intorno giva ai nuziali letti; e tutto enipiea di sospetto e di fremito e di sangue. Allor gli antri domestici, le selve, Tonde, le rupi, alto ulular s’udiéno di feminili strida: allor le belle dame, con mani incrocicchiate e luci pavide al ciel, tremando, lagrimando, tra la pompa feral de le lugubri sale, vedean dal truce sposo offrirsi le tazze attossiccate o i nudi stili. Ahi pazza Italia! il tuo furor medesmo oltre l’Alpi, oltre ’l mar destò le risa presso agli emoli tuoi, che di gelosa titol ti diéro; e t’è serbato ancora ingiustamente. Non di cieco amore vicendevol desire, alterno impulso, non di costume simiglianza or guida gl’incauti sposi al talamo bramato; ma la Prudenza coi canuti padri siede, librando il molt’oro e i divini antiquissimi sangui: e allor che l’uno bene all’altro risponde, ecco Imeneo scoter sua face; e unirsi al freddo sposo, di lui non giá, ma delle nozze amante, la freddissima vergine, che in core giá volge i riti del bel mondo; e lieta l’indifferenza maritale affronta. Cosí non fien de la crudel Megera piú temuti gli sdegni. Oltre Pirene contenda or pur le desiate porte ai gravi amanti; e di feminee risse turbi Oriente: Italia oggi si ride di quello ond’era giá derisa; tanto puote una sola etá volger le menti! Ma giá rimbomba d’una in altra sala il tuo nome, o signor; di giá l’udiro l’ime officine, ove al volubil tatto degl’ingenui palati arduo s’appresta solletico che molle i nervi scota, e varia seco voluttá conduca fino al core dell’alma. In bianche spoglie s’affrettano a compir la nobil opra prodi ministri: e lor sue leggi détta una gran mente, del paese uscita ove Colbert e Richelieu fúr chiari. Forse con tanta maestade in fronte, presso a le navi ond’Uio arse e cadéo, per gli ospiti famosi il grande Achille disegnava la cena: e seco intanto le vivande cocean sui lenti fochi Pátroclo fido e il guidator di carri Automedonte. O tu, sagace mastro di lusinghe al palato, udrai fra poco sonar le lodi tue dall’alta mensa. Chi fia che ardisca di trovar pur macchia nel tuo lavoro? Il tuo signor farassi campion de le tue glorie; e male a quanti cercator di conviti oseran motto pronunciar contro te; ché sul cocente meriggio andran peregrinando poi miseri e stanchi, e non avran cui piaccia piú popolar con le lor bocche i pranzi. Imbandita è la mensa. In piè d’un salto alzati, e porgi, almo signor, la mano a la tua dama; e lei, dolce cadente sopra di te, col tuo valor sostieni, e al pranzo l’accompagna. I convitati vengan dopo di voi; quindi ’l marito ultimo segua. O prole alta di numi, non vergognate di donar voi anco pochi momenti al cibo: in voi non fia vil opra il pasto; a quei soltanto è vile che il duro, irresistibile bisogno stimola e caccia. All’impeto di quello cedan l’orso, la tigre, il falco, il nibbio, l’orca, il delfino e quant’altri mortali vivon quaggiú; ma voi con rosee labbra la sola Voluttade inviti al pasto, la sola Voluttá, che le celesti mense imbandisce, e al nettare convita i viventi per sé dèi sempiterni. Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fur plebe e nobiltade. Al cibo, al bere, al l’accoppi arsi d’ambo i sessi, al sonno un istinto medesmo, un’egual forza sospingeva gli umani: e niun consiglio, niuna scelta d’obbietti o lochi o tempi era lor conceduta. A un rivo stesso, a un medesimo frutto, a una stess’ombra convenivano insieme i primi padri dei tuo sangue, o signore, e i primi padri de la plebe spregiata. I medesm’antri il medesimo suolo oflrieno loro il riposo e l’albergo; e a le lor membra i medesmi animai le irsute vesti. Sol’una cura a tutti era comune di sfuggire il dolore, e ignota cosa era il desire agli uraan petti ancora. L’uniforme degli uomini sembianza spiacque a’ celesti; e a variar la terra fu spedito il Piacer. Quale giá i numi d’ilio su i campi, tal l’amico genio, lieve lieve per l’aere labendo, s’avvicina a la terra; e questa ride di riso ancor non conosciuto. Ei move, e l’aura estiva del cadente rivo e dei clivi odorosi a lui blandisce le vaghe membra, e lenemente sdrucciola sul tondeggiar dei muscoli gentile. Gli s’aggiran dintorno i Vezzi e i Giochi, e come ambrosia le lusinghe scorrongli da le fraghe del labbro: e da le luci socchiuse, languidette, umide fuori di tremulo fulgore escon scintille, ond’arde l’aere che scendendo ei varca. Alfin sul dorso tuo sentisti, o Terra, sua prim’orma stamparsi; e tosto un lento fremere soavissimo si sparse di cosa in cosa; e ognor crescendo, tutte di natura le viscere commosse: come nell’arsa state il tuono s’ode che di lontano mormorando viene; e col profondo suon di monte in monte sorge; e la valle e la foresta intorno mugon del fragoroso alto rimbombo, finché poi cade la feconda pioggia che gli uomini e le fere e i fiori e l’erbe ravviva, riconforta, allegra e abbella. Oh beati tra gli altri, oh cari al cielo viventi, a cui con miglior man Titano formò gli organi illustri, e meglio tese, e di fluido agilissimo inondolli! Voi l’ignoto solletico sentiste del celeste motore. In voi ben tosto le voglie fermentar, nacque il desio. Voi primieri scopriste il buono, il meglio; e con foga dolcissima correste a possederli. Allor quel de’ due sessi, che necessario in prima era soltanto, d’amabile e di bello il nome ottenne. Al giudizio di Paride voi deste il primo esempio: tra feminei volti a distinguer s’apprese; e voi sentiste primamente le grazie. A voi tra mille sapor fur noti i piú soavi: allora fu il vin preposto all’onda; e il vin s’elesse figlio de’ tralci piú riarsi e posti a piú fervido sol, ne’ piú sublimi colli dove piú zolfo il suolo impingua. Cosí l’uom si divise: e fu il signore dai volgari distinto, a cui nel seno troppo languir l’ebeti fibre, inette a rimbalzar sotto i soavi colpi de la nova cagione onde fur tocche: e quasi bovi, al suol curvati, ancora dinanzi al pungol del bisogno andáro; e tra la servitude e la viltade e’l travaglio e l’inopia a viver nati, ebber nome di plebe. Or tu, signore, che feltrato per mille invitte reni sangue racchiudi, poiché in altra etade arte, forza o fortuna i padri tuoi grandi rendette, poiché il tempo alfine lor divisi tesori in te raccolse, del tuo senso gioisci, a te dai numi concessa parte: e l’umil vulgo intanto, dell’industria donato, ora ministri a te i piaceri tuoi, nato a recarli su la mensa reai, non a gioirne. Ecco, la dama tua s’asside al desco: tu la man le abbandona; e mentre il servo, la seggiola avanzando, all’agil fianco la sottopon, si che lontana troppo ella non sia, né da vicin col petto prema troppo la mensa, un picciol salto spicca, e chino raccogli a lei del lembo il diffuso volume. A lato poscia di lei tu siedi: a cavalier gentile il fianco abbandonar de la sua dama non fia lecito mai, se giá non sorge strana cagione a meritar ch’egli usi tanta licenza. Un nume ebber gli antichi immobil sempre, e ch’alio stesso padre degli dèi non cedette, allor ch’ei venne il Campidoglio ad abitar, sebbene e Giuno e Febo e Venere e Gradivo e tutti gli altri dèi da le lor sedi per riverenza del Tonante uscirò. Indistinto ad ognaltro il loco sia presso al nobile desco: e s’alcun arde ambizioso di brillar fra gli altri, brilli altramente. O come i vari ingegni la libertá del genial convito desta ed infiamma! Ivi il gentil Motteggio, maliziosetto svolazzando intorno, reca su l’ali fuggitive ed agita ora i raccolti da la fama errori de le belle lontane, ora d’amante o di marito i semplici costumi: e gode di mirare il queto sposo rider primiero, e di crucciar con lievi minacce in cor de la sua fida sposa i timidi segreti. Ivi abbracciata co’ festivi Racconti intorno gira l’elegante Licenza: or nuda appare come le Grazie; or con leggiadro velo solletica vie meglio; e s’affatica di richiamar de le matrone al volto quella rosa gentil che fu giá un tempo onor di belle donne, all’Amor cara e cara ail’Onestade; ora ne’ campi cresce solinga, e tra i selvaggi scherzi a le rozze villane il viso adorna. Giá s’avanza la mensa. In mille guise e di mille sapor, di color mille la variata ereditá degli avi scherza ne’ piatti; e giust’ordine serba. Forse a la dama di sua man le dapi piacerá ministrar, che novo pregio acquisteran da lei. Veloce il ferro, che forbito ti attende al destro lato, nudo fuor esca; e come quel di Marte, scintillando lampeggi; indi la punta fra due dita ne stringi, e chino a lei tu il presenta, o signore. Or si vedranno de la candida mano, all’opra intenta, i muscoli giocar soavi e molli: e le grazie, piegandosi dintorno, vestiran nuove forme, or da le dita fuggevoli scorrendo, ora su l’alto de’ bei nodi insensibili aleggiando, et or de le pozzette in sen cadendo che dei nodi al confin v’impresse Amore. Mille baci, di freno impazienti, ecco sorgon dal labbro ai convitati; giá s’arrischian, giá volano, giá un guardo sfugge dagli occhi tuoi, che i vanni audaci fulmina et arde, e tue ragion difende. Sol de la fida sposa, a cui se’ caro, il tranquillo marito immoto siede: e nulla impressimi l’agita e scuote di brama o di timor; però che Imene da capo a piè fatollo. Imene or porta non piú serti di rose avvolti al crine, ma stupido papavero, grondante di crassa onda letea: Imene e il Sonno oggi han pari le insegne. Oh come spesso la dama dilicata invoca il Sonno, die al talamo presieda, e seco invece trova Imeneo; e stupida rimane, quasi al meriggio stanca villanella che tra l’erbe innocenti adagia il fianco queta e sicura; e d’improvviso vede un serpe; e balza in piedi inorridita; e le rigide man stende, e ritragge il gomito, e l’anelito sospende; e immota e muta e con le labbra aperte obliquamente il guarda! Oh come spesso incauto amante a la sua lunga pena cercò sollievo: et invocar credendo Imene, ahi folle! invocò il Sonno; e questi di fredda oblivion l’alma gli asperse: e d’invincibil noia e di torpente indifferenza gli ricinse il core. Ma se a la dama dispensar non piace le vivande, o non giova, allor tu stesso il bel lavoro imprendi. Agli occhi altrui piú brillerá cosí l’enorme gemma, do’.c’esca agli usurai, che quella osáro a le promesse di signor preporre villanamente; ed osservati fièno i manichetti, la piú nobil opra che tessesse giammai anglica Aracne. Invidieran tua dilicata mano i convitati; inarcheran le ciglia sul diffidi lavoro, e d’oggi in poi ti fia ceduto il trinciator coltello che al cadetto guerrier serban le mense. Teco son io, signor; giá intendo e veggo, felice osservatore, i detti e i moti de’ semidei che coronando stanno, e con vario costume ornan la mensa. Or chi è quell’eroe che tanta parte colá ingombra di loco, e mangia e fiuta e guata, e, de le altrui cure ridendo, si superba di ventre agita mole? Oh di mente acutissima dotate mamme del suo palato! oh da’ mortali invidiabil anima, che siede tra la mirabil lor testura, e quindi l’ultimo del piacer deliquio sugge! Chi piú saggio di lui penètra e intende la natura migliore? o chi piú industrie converte a suo piacer l’aria, la terra, e ’l ferace di mostri ondoso abisso? Qualor s’accosta al desco altrui, paventano suo gusto inesorabile le smilze ombre de’ padri, che per l’aria lievi s’aggirano, vegliando ancora intorno ai ceduti tesori; e piangon, lasse! le mal spese vigilie, i sobri pasti, le in preda all’aquilon case, le antique digiune rozze, gli scommessi cocchi, forte assordanti per stridente ferro le piazze e i tetti: e lamentando vanno gl’invan nudati rustici, le fami mal desiate, e de le sacre toghe l’armata in vano autoritá sul vulgo. Chi siede a lui vicin? Per certo il caso congiunse accorto i due leggiadri estremi, perché doppio spettacolo campeggi; e l’un dell’altro al par piú lustri e splenda. Falcato dio degli orti, a cui la greca Lámsaco d’asinelli offrir solea vittima degna, al giovine seguace del sapiente di Samo i doni tuoi reca sul desco: egli ozioso siede, dispregiando le carni; e le narici schifo raggrinza, in nauseanti rughe ripiega i labbri, e poco pane intanto rumina lentamente. Altro giammai a la squallida fame eroe non seppe durar si forte: né lassezza il vinse né deliquio giammai né febbre ardente; tanto importa lo aver scarze le membra, singolare il costume, e nel Bel Mondo onor di filosofico talento! Qual anima è volgar la sua pietade all’uom riserbi; e facile ribrezzo déstino in lei del suo simile i danni, i bisogni e le piaghe. Il cor di lui sdegna comune affetto; e i dolci moti a piú lontano limite sospinge. — Péra colui che prima osò la mano armata alzar su l’innocente agnella e sul placido bue: né il truculento cor gli piegáro i teneri belati, né i pietosi mugiti, né le molli lingue, lambenti tortuosamente la man che il loro fato, ahimè! stringea. — Tal ei parla, o signore; e sorge intanto, al suo pietoso favellar, dagli occhi de la tua dama dolce lagrimetta, pari a le stille tremule, brillanti, che a la nova stagion gemendo vanno dai palmiti di Bacco, entro commossi al tiepido spirar de le prim’aure fecondatrici. Or le sovviene il giorno, ahi fero giorno! allor che la sua bella vergine cuccia de le Grazie alunna, giovenilmente vezzeggiando, il piede villan del servo con l’eburneo dente segnò di lieve nota: ed egli audace con sacrilego piè lanciolla: e quella tre volte rotolò; tre volte scosse gli scompigliati peli, e da le molli nari soffiò la polvere rodente. Indi, i gemiti alzando: Aita, aita, parea dicesse; e da le aurate volte a lei l’impietosita Eco rispose: e dagl’infimi chiostri i mesti servi asceser tutti; e da le somme stanze le damigelle pallide, tremanti, precipitare. Accorse ognuno; il volto fu spruzzato d’essenze a la tua dama; ella rinvenne alfin: l’ira, il dolore l’agitavano ancor; fulminei sguardi gettò sul servo, e con languida voce chiamò tre volte la sua cuccia: e questa al sen le corse; in suo tenor vendetta chieder sembrolle: e tu vendetta avesti, vergine cuccia de le Grazie alunna. L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo udí la sua condanna. A lui non valse merito quadrilustre; a lui non valse zelo d’arcani ufici; in van per lui fu pregato e promesso; ei nudo andonne, dell’assisa spogliato ond’era un giorno venerabile al vulgo. In van novello signor sperò; che le pietose dame inorridirò, e del misfatto atroce odiar Fautore. 11 misero si giacque, con la squallida prole e con la nuda consorte a lato su la via spargendo al passeggiere inutile lamento: e tu, vergine cuccia, idol placato da le vittime umane, isti superba. Fia tua cura, o signore, or che piú ferve la mensa, di vegliar su i cibi; e pronto scoprir qual d’essi a la tua dama ò caro: o qual di raro augel, di stranio pesce parte le aggrada. Il tuo coltello Amore anatomico renda, Amor, che tutte degli animali noverar le membra puote, e discerner sa qual abbian tutte uso e natura. Piú d’ognaltra cosa però ti caglia rammentar mai sempre qual piú cibo le nuoca, o qual piú giovi e l’un rapisci a lei, l’altro concedi, come d’uopo ti par. Serbala, oh dio! serbala ai cari figli. Essi dal giorno che le alleviáro il dilicato fianco, non la rivider piú: d’ignobil petto esaurirono i vasi, e la ricolma nitidezza serbáro al sen materno. Sgridala, se a te par ch’avida troppo agogni al cibo; e le ricorda i mali, che forse avranno altra cagione, e ch’ella al cibo imputerá nel di venturo. Xé al cucinier perdona, a cui non calse tanta salute. A te sui servi altrui ragion donossi in quel felice istante che la noia o l’amor vi strinser ambo in dolce nodo, e dièr ordini e leggi. Per te sgravato d’odioso incarco, ti fia grato colui che dritto vanta d’impor novo cognome a la tua dama; e pinte trascinar su gli aurei cocchi, giunte a quelle di lei, le proprie insegne: dritto illustre per lui, e ch’altri seco audace non tentò divider mai. Ma non sempre, o signor, tue cure fieno a la dama rivolte: anco talora ti fia lecito aver qualche riposo; e de la quercia trionfale all’ombra, te de la polve olimpica tergendo, al vario ragionar degli altri eroi porgere orecchio, e il tuo sermone ai loro ozioso mischiar. Giá scote un d’essi le architettate del bel crine anella su l’orecchio ondeggianti; e, ad ogni scossa, de’ convitati a le narici manda vezzoso nembo d’arabi profumi. Allo spirto di lui l’alma Natura fu prodiga cosí, che piú non seppe di che il volto abbellirgli; e all’Arte disse: — Compisci il mio lavoro; — e l’Arte suda sollecita d’intorno all’opra illustre. Molli tinture, preziose linfe, polvi, pastiglie, dilicati unguenti, tutto arrischia per lui. Quanto di novo e mostruoso piú sa tesser spola, o bulino intagliar francese ecl anglo, a lui primo concede. Oh lui beato che primo può di non piú viste forme tabacchiera mostrar! L’etica invidia i grandi, eguali a lui, lacera e mangia; ed ei, pago di sé, superbamente crudo fa loro balenar su gli occhi l’ultima gloria onde Parigi ornollo. Forse altera cosí, d’Egitto in faccia, vaga prole di Semele, apparisti, i giocondi rubini alto levando del grappolo primiero: c tal tu forse, tessalico garzon, mostrasti a Jolco Lauree lane rapite al fero drago. Vedi, o signor, quanto magnanim’ira nell’eroe che vicino all’altro siede a quel novo spettacolo si desta: vedi come s’affanna, e sembra il cibo obliar declamando! Al certo, al certo. il nemico è a le porte: ohimè! i Penati tremano, e in forse è la ci vii salute. Ah no; piú grave a lui, piú preziosa cura lo infiamma: — O depravati ingegni degli artefici nostri! In van si spera dall’inerte lor man lavoro industre, felice invenzion d’uom nobil degna. Chi sa intrecciar, chi sa pulir fermaglio a nobile calzar? chi tesser drappo soffribil tanto, che d’ornar presuma le membra di signor che un lustro a pena di feudo conti? In van s’adopra e stanca chi ’l genio lor bituminoso e crasso osa destar. Di lá dall’Alpi è forza ricercar l’eleganza. E chi giammai, fuor che il genio di Francia, osato avrebbe su i menomi lavori i grechi ornati recar felicemente? Andò romito il Bongusto finora, spaziando su le auguste cornici e su gli eccelsi timpani de le moli al nume sacre e agli uomini scettrati; oggi ne scende, vago alfin di condurre i gravi fregi infra le man di cavalieri e dame: tosto forse il vedrem trascinar anco su molli veli e nuziali doni le greche travi; e docile trastullo fien de la Moda le colonne e gli archi ove sedeano i secoli canuti. — — Commercio! — alto gridar; gridar: — commercio! — all’altro lato de la mensa or odi con fanatica voce: e tra ’l fragore d’un peregrino d’eloquenza fiume, di bella novitá stampate al conio le forme apprendi, onde assai meglio poi brillantati i pensier picchin la mente. Tu pur grida: Commercio! e la tua dama anco un motto ne dica. Empiono, è vero, il nostro suol di Cerere i favori, che tra i folti di biade immensi campi move sublime; e fuor ne mostra a pena tra le spighe confuso il crin dorato: Bacco e Vertunno i lieti poggi intorno ne coronan di poma: e Pale amica latte ne preme a larga mano, e tonde candidi velli, e per li prati pasce mille al palato uman vittime sacre: cresce fecondo il lin, soave cura del verno rusticale; e d’infinita serie ne cinge le campagne il tanto per la morte di Tisbe arbor famoso. Che vale or ciò? Su le natie lor balze rodan le capre: ruminando il bue lungo i prati natii vada; e la plebe, non dissimile a lor, si nutra e vesta de le fatiche sue; ma a le grand’al me, di troppo agevol ben schife, Cillenio il comodo presenti a cui le miglia pregio acquistino e l’oro: e d’ogn’intorno: commercio, risonar s’oda, commercio. Tale dai letti de la molle rosa Sibari ancor gridar soleva; i lumi disdegnando volgea dai campi aviti, troppo per lei ignobil cura; e mentre Cartagin, dura a le fatiche, e Tiro, pericolando per l’immenso sale, con l’oro altrui le voluttá cambiava, Sibari si volgea sull’altro lato; e non premute ancor rose cercando, pur di commercio novellava e d’arti, Né senza i miei precetti e senza scorta inerudito andrai, signor, qualora il perverso destin dal fianco amato t’allontani a la mensa. Avvien sovente, che un grande illustre or l’Alpi, or l’oceano varca e scende in Ausonia, orribil ceffo per natura o per arte, a cui Ciprigna róse le nari; e sale impuro e crudo snudò i denti ineguali. Ora il distingue risibil gobba, or furiosi sguardi, obliqui o loschi; or rantoloso avvolge tra le tumide fauci ampio volume di voce che gorgoglia, ed esce alfine come da inverso fiasco onda che goccia. Or d’avi, or di cavalli, ora di Friní instancabile parla, or de’ celesti le folgori deride. Aurei monili e gemme e nastri, gloriose pompe, l’ingombran tutto; e gran titolo suona dinanzi a lui. Qual piú tra noi risplende inclita stirpe, ch’onorar non voglia d’un ospite si degno i lari suoi? Ei però sederá de la tua dama al fianco ancora: e tu, lontan da Giuno, tra i silvani capripedi n’andrai presso al marito; e pranzerai negletto col popol folto degli dèi minori. Ma negletto non giá dagli occhi andrai de la dama gentil, che, a te rivolti, incontreranno i tuoi. L’aere a quell’urto arderá di faville: e Amor con l’ali l’agiterá. Nel fortunato incontro i messaggier pacifici dell’alma cambieran lor novelle, e alternamente spinti, rifluiranno a voi con dolce delizioso tremito sui cori. Tu le ubbidisci allora, o se t’invita le vivande a gustar che a lei vicine l’ordin dispose, o se a te chiede in vece quella che innanzi a te sue voglie punge non col soave odor, ma con le nove leggiadre forme onde abbellir la seppe dell’ammirato cucinier la mano. Con la mente si pascono gli dèi sopra le nubi del brillante Olimpo: e le labbra immortali irrita e move non la materia, ma il divin lavoro. Né intento meno ad ubbidir sarai i cenni del bel guardo, allor che quella di licor peregrino ai labbri accosta colmo bicchiere, a lo cui orlo intorno serpe dorata striscia, o a cui vermiglia cera la base impronta, e par che dica: — Lungi, o labbra profane: al labbro solo de la diva che qui soggiorna e regna il castissimo calice si serbi: né cavalier con l’alito maschile osi appannarne il nitido cristallo, né dama convitata unqua presuma di porvi i labbri; e sien pur casti e puri, e quant’esser si può cari all’amore. Nessun’altra è di lei piú pura cosa; chi macchiarla oserá? Le ninfe invano, da le arenose loro urne versando cento limpidi rivi, al candor primo tornar vorrieno il profanato vaso, e degno farlo di salir di novo a le labbra celesti, a cui non lice inviolate approssimarsi ai vasi che convitati cavalieri e dame convitate macchiar coi labbri loro. — Tu ai cenni del bel guardo, e de la mano che reggendo il bicchier sospesa ondeggia, affettuoso attendi. I guardi tuoi, sfavillando di gioia, accolgan lieti il brindisi segreto; e tu ti accingi in simil modo a tacita risposta. Immortal come voi, la nostra Musa brindisi grida all’uno e all’altro amante; all’altrui fida sposa a cui se’ caro, e a te, signor, sua dolce cura e nostra. Come annoso licor Lieo vi mesce, tale Amore a voi mesca eterna gioia, non gustata al marito, e da coloro invidiata che gustata l’hanno. Veli con l’ali sue sagace oblio le alterne infedeltá che un cor dall’altro potrieno un giorno separar per sempre; e sole agli occhi vostri Amor discopra le alterne infedeltá che in ambo i cori ventilar possan le cedenti fiamme. Un sempiterno, indissolubil nodo áuguri ai vostri cor volgar cantore; nostra nobile Musa a voi desia sol fin che piace a voi durevol nodo. Duri fin che a voi piace; e non si sciolga senza che Fama sopra l’ali immense tolga l’alta novella, e grande n’empia, col reboato dell’aperta tromba, l’ampia cittade e dell’Enotria i monti e le piagge sonanti, e, s’esser puote, la bianca Teti e Guadiana e Tuie. Il mattutino gabinetto, il corso, il teatro, la mensa, in vario stile ne ragionin gran tempo: ognun ne chieda il dolente marito; ed ei dall’alto la lamentabil favola cominci. Tal su le scene, ove agitar solea l’ombre tinte di sangue Argo piagnente, squallido messo al palpitante coro narrava come furiando Edipo al talamo corresse incestuoso; come le porte rovescionne, e come al subito spettacolo risté, quando vicina del nefando letto vide in un corpo solo e sposa e madre pender strozzata; e del fatale uncino le mani armossi; e con le proprie mani a sé le care luci da la testa, con le man proprie, misero! strapposse. Ecco, volge al suo fine il pranzo illustre. Giá Como e Dionisio al desco intorno rapidissimamente in danza girano con la libera Gioia: ella saltando, or questo or quel dei convitati lieve tocca col dito; e al suo toccar scoppiettano brillanti vivacissime scintille ch’altre ne destan poi. Sonan le risa; e il clamoroso disputar s’accende. La nobil vanitá punge le menti; e l’Amor di sé sol, baldo scorrendo, porge un scettro a ciascuno, e dice: — Regna. — Onesti i concili di Bellona, e quegli penetra i tempii de la Pace. Un guida i condottieri: ai consiglier consiglio l’altro dona, e divide e capovolge con seste ardite il pelago e la terra. Qual di Fallacie Parti e de le Muse giudica e libra: qual ne scopre acuto l’alte cagioni, e i gran principi abbatte cui creò la natura, e che tiranni sopra il senso degli uomini regnáro gran tempo in Grecia; e ne la tosca terra rinacquer poi piú poderosi e forti. Cotanto adunque di sapere è dato a nobil mente? Oh letto, oh specchio, oh mensa, oh corso, oh scena, oh feudi, oh sangue, oh avi, che per voi non s’apprende? Or tu, signore, col volo ardito del felice ingegno t’ergi sopra d’ognaltro. Il campo è questo ove splender piú dèi: nulla scienza, sia quant’esser si vuole arcana e grande, ti spaventi giammai. Se cosa udisti o leggesti al mattino, onde tu possa gloria sperar, qual cacciator che segue circuendo la fera, e si la guida e volge di lontan, che a poco a poco s’avvicina a le insidie e dentro piomba, tal tu il sermone altrui volgi sagace finché lá cada ove spiegar ti giovi il tuo novo tesor. Se nova forma del parlare apprendesti, allor ti piaccia materia espor che, favellando, ammetta la nova gemma: e poi che il punto hai còlto, ratto la scopri, e sfolgorando abbaglia qual altra è mente che superba andasse di squisita eloquenza ai gran convivi. In simil guisa il favoloso amante dell’animosa vergin di Dordona ai cavalier che l’assalien superbi usar lasciava ogni lor possa ed arte; poi nel miglior de la terribil pugna svelava il don dell’amoroso mago: e quei, sorpresi dall’immensa luce, cadeano ciechi e soggiogati a terra. Se alcun di Zoroastro e d’Archimede discepol sederá teco a la mensa, a lui ti volgi: seco lui ragiona; suo linguaggio ne apprendi, e quello poi, quas’innato a te fosse, alto ripeti: Né paventar quel che l’antica fama narrò de’ suoi compagni. Oggi la diva Urania il crin compose: e gl’irti alunni smarriti, vergognosi, balbettanti, trasse da le lor cave, ove pur dianzi, col profondo silenzio e con la notte tenea consiglio: indi le serve braccia fornien di leve onnipotenti, ond’alto salisser poi piramidi, obelischi, ad eternar de’ popoli superbi i gravi casi: oppur con feri dicchi stavan contro i gran letti; o di pignone audace armati spaventosamente cozzavan con la piena, e giú a traverso spezzate, dissipate rovesciavano le tetre corna, decima fatica d’Èrcole invitto. Ora i selvaggi amici Urania incivili: baldi e leggiadri nel gran mondo li guida, o tra ’l clamore de’ frequenti convivi, oppur tra i vezzi de’ gabinetti, ove a la docil dama e al saggio cavalier mostran qual via Venere tenga, e in quante forme o quali suo volto lucidissimo si cambi. Né del poeta temerai, che beffi con satira indiscreta i detti tuoi; né che a maligne risa esponer osi tuo talento immortal. Voi l’innalzaste all’alta mensa; e tra la vostra luce beato 1 ’avvolgeste; e de le Muse a dispetto e d’Apollo, al sacro coro l’ascriveste de’ vati. Egli ’l suo Pindo feo de la mensa: e guai a lui, se quinci le dèe sdegnate giú precipitando con le forchette il cacciano! Meschino! Piú non potria su le dolenti membra del suo infermo signor chiedere aita da la buona Salute; o con alate odi ringraziar, né tesser inni al barbato figliuol di Febo intonso: piú del giorno natale i chiari albori salutar non potrebbe, e l’auree frecce nomi-sempiternanti all’arco imporre: non piú gli urti festevoli, o sul naso, l’elegante scoccar d’illustri dita fòra dato sperare. A lui tu dunque non isdegna, o signor, volger talvolta tu’ amabil voce: a lui declama i versi del dilicato cortigian d’Augusto, o di quel che tra Venere e Lieo pinse Trimalcion. La Moda impone Ch’Arbitro o Fiacco a un bello spirto ingombri spesso le tasche. Il vostro amico vate t’udrá, maravigliando, il sermon prisco or sciogliere, or frenar, qual piú ti piace: e per la sua faretra, e per li cento destrier focosi che in Arcadia pasce, ti giurerá che di Donato al paro il diffidi sermone intendi e gusti. Cotesto ancor di rammentar fia tempo i novi sofi che la Gallia e l’Alpe, esecrando, persegue; e dir qual arse de’ volumi infelici e andò macchiato d’infame nota: e quale asilo appresti filosofia al morbido Aristippo del secol nostro; e qual ne appresti al novo Diogene, dell’auro spregiatore e della opinione de’ mortali. Lor volumi famosi a te verranno, da le fiamme fuggendo a gran giornate, per calle obliquo e compri a gran tesoro: o, da cortese man prestati, fièno lungo ornamento a lo tuo speglio innanzi. Poiché scorsi gli avrai pochi momenti, specchiandoti e a la man garrendo indotta del parrucchier; poiché t’avran la sera conciliato il facil sonno, allora a la toilette passeran di quella che comuni ha con te studi e liceo, ove togato in cattedra elegante siede interprete Amor. Ma fui la mensa il favorevol loco, ove al sol esca de’ brevi studi il glorioso frutto. Qui ti segnalerai co’ novi sofi, schernendo il fren che i creduli maggiori atto solo stimar l’impeto folle a vincer de’ mortali, a stringer forte nodo fra questi, e a sollevar lor speme con penne oltre natura alto volanti. Chi por freno oserá d’almo signore a la mente od al cor? Paventi il vulgo oltre natura: il debole prudente rispetti il vulgo; e quei, cui dona il vulgo titol di saggio, mediti romito il ver celato; e alfin cada adorando la sacra nebbia che lo avvolge intorno. Ma il mio signor, com’aquila sublime, dietro ai sofi novelli il volo spieghi. Perché piú generoso il volo sia, voli senz’ale ancor; né degni ’l tergo affaticar con penne. Applauda intanto tutta la mensa al tuo poggiare ardito. Te con lo sguardo e con l’orecchio beva la dama dalle tue labbra rapita: con cenno approvator vezzosa il capo pieghi sovente: e il «calcolo» e la «massa» e l’«inversa ragion» sonino ancora su la bocca amorosa. Or piú non odia delle scole il sermone Amor maestro; ma l’accademia e i portici passeggia de’ filosofi al fianco, e con la molle mano accarezza le cadenti barbe. Ma guardati, o signor, guardati, oh Dio! dal tossico mortai che fuora esala dai volumi famosi; e occulto poi sa, per le luci penetrato all’alma, gir serpendo nei cori; e con fallace lusinghevole stil corromper tenta il generoso de le stirpi orgoglio che ti scevra dal vulgo. Udrai da quelli, che ciascun de’ mortali all’altro è pari; che caro a la natura e caro al cielo è non meno di te colui che regge i tuoi destrieri e quei ch’ara i tuoi campi; e che la tua pietade e il tuo rispetto dovrien fino a costor scender vilmente. Folli sogni d’infermo! Intatti lascia cosí strani consigli; e sol ne apprendi quel che la dolce voluttá rinfranca, io io quel che scioglie i desiri, e quel che nutre la libertá magnanima. Tu questo reca solo a la mensa: e sol da questo cerca plausi ed onor. Cosí dell’api l’industrioso popolo, ronzando, gira di fiore in fior, di prato in prato; e i dissimili sughi raccogliendo, tesoreggia nell’arnie: un giorno poi ne van colme le pátere dorate sopra l’ara de’numi; e d’ogn’intorno ribocca la fragrante alma dolcezza. Or versa pur dall’odorato grembo i tuoi doni, o Pomona; e l’ampie colma tazze, che d’oro e di color diversi fregiò il sassone industre; il fine è giunto de la mensa divina. E tu dai greggi, rustica Pale, coronata vieni di melissa olezzante e di ginebro; e co’ lavori tuoi di presso latte vergognando t’accosta a chi ti chiede; ma deporli non osa. In su la mensa potrien, deposti, le celesti nari commover troppo, e con volgare olezzo gli stomachi agitar. Torreggili solo su’ ripiegati lini in varie forme i latti tuoi, cui di serbato verno rassodarono i sali, e reser atti a dilettar con súbito rigore di convitato cavalier le labbra. Tu, signor, che farai poi che fie posto line a la mensa, e che, lieve puntando, la tua dama gentil fatto avrá cenno che di sorger è tempo? In piè d’un salto balza prima di tutti; a lei t’accosta, la seggiola rimovi, la man porgi; guidala in altra stanza, e piú non soffri che lo stagnante de le dapi odore il cèlabro le offenda. Ivi con gli altri gratissimo vapor t’invita, ond’empie l’aria il caffè che preparato fuma in tavola minor, cui vela ed orna indica tela. Ridolente gomma quinci arde intanto; e va lustrando e purga l’aere profano, e fuor caccia del cibo le volanti reliquie. Egri mortali, cui la miseria e la fidanza un giorno sul meriggio guidáro a queste porte, tumultuosa, ignuda, atroce folla di tronche membra e di squallide facce e di bare e di grucce, ora da lungi vi confortate, e per le aperte nari del divin pranzo il nèttare beete che favorevol aura a voi conduce; ma non osate i limitari illustri assediar, fastidioso offrendo spettacolo di mali a chi ci regna. Or la piccola tazza a te conviene apprestare, o signor, che i lenti sorsi ministri poi de la tua dama ai labbri; or memore avvertir s’ella piú goda, o sobria, o liberal, temprar col dolce la bollente bevanda; o se piú forse l’ami cosí, come sorbir la suole barbara sposa, allor che, molle assisa su’ broccati di Persia, al suo signore con le dita pieghevoli ’l selvoso mento vezzeggia, e, la svelata fronte alzando, il guarda; e quelli sguardi han possa di far che a poco a poco di man cada al suo signore la fumante canna. Mentre il labbro e la man v’occupa e scalda l’odorosa bevanda, altere cose macchinerá tua infaticabil mente. Qual coppia di destrieri oggi de’ il carro guidar de la tua dama; o l’alte moli che su le fredde piagge educa il cimbro, o quei che abbeverò la Orava, o quelli che a le vigili guardie un di fuggirò da la stirpe campana. Oggi qual meglio si convenga ornamento ai dorsi alteri: se semplici e negletti; o se pomposi di ricche nappe e variate stringhe andran su l’alto collo i crin volando; e sotto a cuoi vermigli e ad auree fibbie ondeggeranno li ritondi fianchi. Quale oggi cocchio trionfanti al corso vi porterá: se quel cui l’oro copre; o quel su le cui tavole pesanti saggio pennello i dilicati finse studi dell’ago, onde si fregia il capo e il bel sen la tua dama; e pieni vetri di freschissima linfa e di fior vari gli diede a trascinar. Cotanta mole di cose a un tempo sol nell’alta mente rivolgerai: poi col supremo auriga arduo consiglio ne terrai, non senza qualche lieve garrir con la tua dama. Servi le leggi tue l’auriga: e intanto altre v’occupin cure. Il gioco puote ora il tempo ingannare: ed altri ancora forse ingannar potrá. Tu il gioco eleggi che due soltanto a un tavoliere ammetta; tale Amor ti consiglia. Occulto ardea giá di ninfa gentil misero amante, cui null’altra eloquenza usar con lei, fuor che quella degli occhi era concesso; poiché il rozzo marito, ad Argo eguale, vigilava mai sempre; e, quasi biscia, ora piegando, or allungando il collo, ad ogni verbo con gli orecchi acuti era presente. Oimè! come con cenni, o con notata tavola giammai, o con servi sedotti, a la sua ninfa chieder pace ed aita? Ogni d’Amore stratagemma finissimo vinceva la gelosia del rustico marito. Che piú lice sperare? Al tempio ei corre dei nume accorto che le serpi intreccia all’aurea verga, e il capo e le calcagna d’ali fornisce. A lui si prostra umile, e in questa guisa, lagrimando, il prega: — O propizio agli amanti, o buon figliuolo de la candida Maia, o tu che d’Argo deludesti i cent’occhi, e a lui rapisti la guardata giovenca, i preghi accetta d’un amante infelice; e a me concedi, se non gli occhi ingannar, gli orecchi almeno d’un marito importuno. — Ecco si scote il divin simulacro, a lui si china, con la verga pacifica la fronte gli percote tre volte: e il lieto amante sente dettarsi ne la mente un gioco che i mariti assordisce. A lui diresti che l’ali del suo piè concesse ancora il supplicato dio; cotanto ei vola velocissimamente a la sua donna! Lá bipartita tavola prepara, ov’ebano ed avorio intarsiati regnan sul piano; e partono alternando in dodici magioni ambe le sponde. ° Quindici nere d’ebano girelle e d’avorio bianchissimo altrettante stan divise in due parti; e moto e norma da due dadi gittati attendon, pronte ad occupar le case, e quinci e quindi pugnar contrarie. Oh cara a la Fortuna quella che corre innanzi all’altre, e seco ha la compagna, onde il nemico assalto forte sostenga! Oh giocator felice chi pria l’estrema casa occupa; e l’altro de le proprie magioni ordin riempie con doppio segno, e quindi poi securo da la falange il suo rivai combatte, e in proprio ben rivolge i colpi ostili! Al tavolier s’assidono ambidue, l’amante cupidissimo e la ninfa: quella occupa una sponda, e questi l’altra. il marito col gomito s’appoggia all’un de’ lati: ambi gli orecchi tende; e sotto al tavolier di quando in quando guata con gli occhi. Or l’agitar dei dadi entro ai sonanti bossoli comincia; ora il picchiar de’ bossoli sul piano; ora il vibrar, lo sparpagliar, l’urtare, il cozzar de’ due dadi; or de le mosse pedine il martellar. Torcesi e freme sbalordito il geloso: a fuggir pensa; ma riattienlo il sospetto. Il romor cresce, il rombazzo, il frastono, il rovinio. Ei piú regger non puote; in piedi balza, il S0 e con ambe le man tura gli orecchi. Tu vincesti, o Mercurio: il cauto amante poco disse, e la bella intese assai. Tal ne la ferrea etá, quando gli sposi folle superstizion chiamava all’armi, giocato fu. Ma poi che l’aureo fulse secol di novo, e che del prisco errore si spogliáro i mariti, al sol diletto la dama e il cavaiier volsero il gioco che la necessitá scoperto avea. ityo Fu superfluo il romor: di molle panno la tavola vestissi e de’ patenti bossoli ’l sen: lo schiamazzio molesto tal rintuzzossi; e durò al gioco il nome che ancor l’antico strepito dinota. Fonte: Poesie vol. 1 : Giuseppe Parini Il Mattino seconda edizione Il Mattino (seconda edizione) Sorge il mattino in compagnia dell’alba dinanzi al sol che di poi grande appare su l’estremo orizzonte a render lieti gli animali e le piante e i campi e l’onde. Allora il buon villan sorge dal caro letto cui la fedel moglie e i minori suoi figlioletti intiepidìr la notte: poi sul dorso portando i sacri arnesi che prima ritrovò Cerere o Pale move seguendo i lenti bovi, e scote lungo il picciol sentier dai curvi rami fresca rugiada che di gemme al paro la nascente del sol luce rifrange. Allora sorge il fabbro, e la sonante officina riapre, e all’opre torna l’altro dì non perfette; o se di chiave ardua e ferrati ingegni all’inquieto ricco l’arche assecura; o se d’argento e d’oro incider vuol gioielli e vasi per ornamento a nova sposa o a mense. Ma che? Tu inorridisci e mostri in capo qual istrice pungente irti i capelli al suon di mie parole? Ah il tuo mattino signor questo non è. Tu col cadente sol non sedesti a parca cena, e al lume dell’incerto crepuscolo non gisti ieri a posar qual nei tuguri suoi entro a rigide coltri il vulgo vile. A voi celeste prole a voi concilio almo di semidei altro concesse Giove benigno: e con altr’arti e leggi per novo calle a me guidarvi è d’uopo. Tu tra le veglie e le canore scene e il patetico gioco oltre più assai producesti la notte: e stanco alfine in aureo cocchio col fragor di calde precipitose rote e il calpestio di volanti corsier lunge agitasti il queto aere notturno; e le tenèbre con fiaccole superbe intorno apristi siccome allor che il siculo terreno da l’uno a l’altro mar rimbombar féo Pluto col carro a cui splendeano innanzi le tede de le Furie anguicrinite. Tal ritornasti ai gran palagi: e quivi cari conforti a te porgea la mensa cui ricoprien prurigginosi cibi e licor lieti di francesi colli e d’ispani e di toschi o l’ungarese bottiglia a cui di verdi ellere Bromio concedette corona, e disse «Or siedi de le mense reina». Alfine il Sonno ti sprimacciò di propria man le cóltrici molle cedenti, ove te accolto il fido servo calò le ombrifere cortine: e a te soavemente i lumi chiuse il gallo che li suole aprire altrui. Dritto è però che a te gli stanchi sensi dai tenaci papaveri Morfeo prima non solva che già grande il giorno fra gli spiragli penetrar contenda de le dorate imposte; e la parete pingano a stento in alcun lato i rai del sol ch’eccelso a te pende sul capo. Or qui principio le leggiadre cure denno aver del tuo giorno: e quindi io deggio sciorre il mio legno, e co' precetti miei te ad alte imprese ammaestrar cantando. Già i valetti gentili udìr lo squillo de' penduli metalli a cui da lunge moto improvviso la tua destra impresse; e corser pronti a spalancar gli opposti schermi a la luce; e rigidi osservaro che con tua pena non osasse Febo entrar diretto a saettarte i lumi. Ergi dunque il bel fianco, e sì ti appoggia alli origlier che lenti degradando all’omero ti fan molle sostegno; e coll’indice destro lieve lieve sovra gli occhi trascorri; e ne dilegua quel che riman de la cimmeria nebbia; poi de' labbri formando un picciol arco dolce a vedersi tacito sbadiglia. Ahi se te in sì vezzoso atto mirasse il duro capitan quando tra l’arme sgangherando la bocca un grido innalza lacerator di ben costrutti orecchi, s’ei te mirasse allor, certo vergogna avria di sé più che Minerva il giorno che di flauto sonando al fonte scorse il turpe aspetto de le guance enfiate. Ma il damigel ben pettinato i crini Ecco s’innoltra; e con sommessi accenti chiede qual più de le bevande usate sorbir tu goda in preziosa tazza. Indiche merci son tazza e bevande: scegli qual più desii. S’oggi a te giova porger dolci allo stomaco fomenti onde con legge il natural calore v’arda temprato, e al digerir ti vaglia, tu il cioccolatte eleggi, onde tributo ti diè il Guatimalese e il Caribeo che di barbare penne avvolto ha il crine: ma se noiosa ipocondria ti opprime, o troppo intorno a le divine membra adipe cresce, de’ tuoi labbri onora la nettarea bevanda ove abbronzato arde e fumica il grano a te d’Aleppo giunto e da Moca che di mille navi popolata mai sempre insuperbisce. Certo fu d’uopo che dai prischi seggi uscisse un regno, e con audaci vele fra straniere procelle e novi mostri e teme e rischi ed inumane fami superasse i confin per tanta etade inviolati ancora: e ben fu dritto se Pizzarro e Cortese umano sangue più non stimàr quel ch’oltre l’oceàno scorrea le umane membra; e se tonando e fulminando alfin spietatamente balzaron giù dai grandi aviti troni re messicani e generosi Incassi, poi che nuove così venner delizie o gemma degli eroi al tuo palato. Cessi ‘l cielo però che, in quel momento che le scelte bevande a sorbir prendi, servo indiscreto a te improvviso annunci o il villano sartor che non ben pago d’aver teco diviso i ricchi drappi, oso sia ancor con polizza infinita fastidirti la mente; o di lugùbri panni ravvolto il garrulo forense cui de’ paterni tuoi campi e tesori il periglio s’affida; o il tuo castaldo che già con l’alba a la città discese bianco di gelo mattutin la chioma. Così zotica pompa i tuoi maggiori al dì nascente si vedean d’intorno: ma tu gran prole in cui si féo scendendo e più mobile il senso e più gentile ah sul primo tornar de’ lievi spirti all’uficio diurno ah non ferirli d’imagini sì sconce! Or come i detti di costor soffrirai barbari e rudi; come il penoso articolar di voci smarrite titubanti al tuo cospetto; e tra l’obliquo profondar d’inchini del calzar polveroso in su i tapeti le impresse orme indecenti? Ahimè che fatto il salutar licore agro e indigesto ne le viscere tue te allor faria e in casa e fuori e nel teatro e al corso ruttar plebeiamente il giorno intero! Non fia che attenda già ch’altri lo annunci, gradito ognor benché improvviso, il dolce mastro che il tuo bel piè come a lui piace guida e corregge. Egli all’entrar s’arresti ritto sul limitare, indi elevando ambe le spalle qual testudo il collo contragga alquanto, e ad un medesmo tempo il mento inchini, e con l’estrema falda del piumato cappello il labbro tocchi. E non men di costui facile al letto del mio signor t’innoltra o tu che addestri a modular con la flessibil voce soavi canti; e tu che insegni altrui come vibrar con maestrevol arco sul cavo legno armoniose fila. Né la squisita a terminar corona che segga intorno a te manchi o signore il precettor del tenero idioma che da la Senna de le Grazie madre pur ora a sparger di celeste ambrosia venne all’Italia nauseata i labbri. All’apparir di lui l’itale voci tronche cedano il campo al lor tiranno: e a la nova inefabil melodia de’ sovrumani accenti odio ti nasca più grande in sen contro a le bocche impure ch’osan macchiarse ancor di quel sermone onde in Valchiusa fu lodata e pianta già la bella francese; e i culti campi all’orecchio de i re cantati furo lungo il fonte gentil da le bell’acque. Or te questa o signor leggiadra schiera al novo dì trattenga: e di tue voglie irresolute ancora or quegli or questi con piacevol discorso il vano adempia, mentre tu chiedi lor tra i lenti sorsi dell’ardente bevanda a qual cantore nel vicin verno si darà la palma sovra le scene; e s’egli è il ver che rieda l’astuta Frine che ben cento folli milordi rimandò nudi al Tamigi; o se il brillante danzator Narcisso torni pur anco ad agghiacciare i petti de’ palpitanti italici mariti. Così poi gran pezzo ai novi albori del tuo mattin teco scherzato fia non senza aver da te rimosso in prima l’ipocrita pudore e quella schifa che le accigliate gelide matrone chiaman modestia, alfine o a lor talento o da te congedati escan costoro. Doman quindi potrai o l’altro forse giorno ai precetti lor porgere orecchio se a' bei momenti tuoi cure minori porranno assedio. A voi divina schiatta più assai che a noi mortali il ciel concesse domabile midollo entro al cerèbro, sì che breve lavoro unir vi puote ampio tesor d’ogni scienza ed arte. Il vulgo intanto a cui non lice il velo aprir de’ venerabili misteri fie pago assai poi che vedrà sovente ire o tornar dal tuo palagio i primi d’arte maestri; e con aperte fauci stupefatto berà le tue sentenze. Ma già vegg’io che le oziose lane premer non sai più lungamente: e in vano te l’ignavo tepor lusinga e molce, però che te più gloriosi affanni aspettan l’ore ad illustrar del giorno. O voi dunque del primo ordine servi che di nobil signor ministri al fianco siete incontaminati, or dunque voi al mio divino Achille al mio Rinaldo l’armi apprestate. Ed ecco in un baleno i damigelli a’ cenni tuoi star pronti. Già ferve il gran lavoro. Altri ti veste la serica zimarra, ove bei fregi diramansi chinesi; altri se il chiede più la stagione a te le membra copre di stese infino al piè tiepide pelli; questi al fianco ti cinge il bianco lino che sciorinato poi cada e difenda i calzonetti; e quei d’alto curvando il cristallino rostro in su le mani ti versa onde odorate, e da le mani in limpido bacin sotto le accoglie; quale il sapon del redivivo muschio olezzante all’intorno; e qual ti porge il macinato di quell’arbor frutto che a Rodope fu già vaga donzella, e piagne in van sotto mutate spoglie Demofoonte ancor Demofoonte; un di soavi essenze intrisa spugna onde tergere i denti; e l’altro appresta onde imbiancar le guance util licore. Assai signore a te pensasti: or volgi l’alta mente per poco ad altri obbietti non men degni di te. Sai che compagna con cui partir de la giornata illustre i travagli e le glorie il ciel destina al giovane signore. Impallidisci? Ahi non parlo di nozze. Antiquo e vieto dottor sarei se così folle io dessi a te consiglio. Di tant’alte doti già non orni così lo spirto e i membri perché in mezzo a la fulgida carriera tu il tuo corso interrompa e, fuora uscendo di cotesto a ragion detto bel mondo, in tra i severi di famiglia padri relegato ti giacci a nodi avvinto di giorno in giorno più noiosi e fatto ignobil fabbro de la razza umana. D’altra parte il marito ahi quanto spiace, e lo stomaco move ai delicati del vostr’orbe felice abitatori qualor de’ semplicetti avoli nostri portar osa in ridevole trionfo la rimbambita fe’ la pudicizia severi nomi. E qual non suole a forza entro a’ melati petti eccitar bile quando i computi vili del castaldo le vendemmie i ricolti i pedagoghi di que’ sì dolci suoi bambini altrui gongolando ricorda; e non vergogna di mischiar cotai fole a peregrini subbietti a nuove del dir forme a sciolti da volgar fren concetti, onde s’avviva de’ begli spirti il conversar sublime. Non però tu senza compagna andrai; ché tra le fide altrui giovani spose una te n’offre inviolabil rito del bel mondo onde sei parte sì cara. Tempo fu già che il pargoletto Amore dato era in guardia al suo fratello Imene; tanto la madre lor temea che il cieco incauto nume perigliando gisse misero e solo per oblique vie; e che, bersaglio a gl’indiscreti colpi di senza guida e senza freno arciero, immaturo al suo fin corresse il seme uman che nato è a dominar la terra. Quindi la prole mal secura all’altra in cura dato avea sì lor dicendo: «Ite o figli del par; tu più possente il dardo scocca, e tu più cauto il reggi a certa meta». Così ognor congiunta iva la dolce coppia, e in un sol regno e d’un nodo comun l’alme strignea. Allora fu che il sol mai sempre uniti vedea un pastore ed una pastorella starsi al prato a la selva al colle al fonte: e la suora di lui vedeali poi uniti ancor nel talamo beato ch’ambo gli amici numi a piene mani gareggiando spargean di gigli e rose. Ma che non puote anco in divini petti, se mai s’accende, ambizion d’impero? Crebber l’ali ad Amor, crebbe l’ardire; onde a brev’aere prima indi securo a vie maggior fidossi, e fiero alfine entrò nell’alto, e il grande arco crollando e il capo risonar fece a quel moto il duro acciar che a tergo la faretra gli empie, e gridò: «Solo regnar vogl’io». Disse, e volto a la madre: «Amore adunque, il più possente in fra gli dei, il primo di Citerea figliuol, ricever leggi, e dal minor german ricever leggi, vile alunno anzi servo? Or dunque Amore non oserà fuor ch’una unica volta fiedere un’alma come questo schifo da me pur chiede? E non potrò giammai da poi ch’io strinsi un laccio anco disciorlo a mio talento e, se m’aggrada, un altro stringerne ancora? E lascerò pur ch’egli di suoi unguenti impece a me i miei dardi, perché men velenosi e men crudeli scendano ai petti? Or via, perché non togli a me da le mie man quest’arco e queste armi da le mie spalle, e ignudo lasci quasi rifiuto degli dei Cupido? Oh il bel viver che fia quando tu solo regni in mio loco! Oh il bel vederti, lasso! Studiarti a torre da le languid’alme la stanchezza e il fastidio, e spander gelo di foco in vece! Or genitrice intendi: vaglio e vo regnar solo. A tuo piacere tra noi parti l’impero, ond’io con teco abbia omai pace; e in compagnìa d’Imene me non veggan mai più le umane genti». Amor qui tacque; e minaccioso in atto parve all’idalia dea chieder risposta. Ella tenta placarlo, e preghi e pianti sparge ma in van; tal ch’ai due figli volta con questo dir pose al contender fine: «Poi che nulla tra voi pace esser puote, si dividano i regni: e perché l’uno sia dall’altro fratello ognor disgiunto sien diversi tra voi e il tempo e l’opra. Tu che di strali altero a fren non cedi l’alme ferisci, e tutto il giorno impera; e tu che di fior placidi hai corona le salme accoppia, e con l’ardente face regna la notte». Or quindi almo signore venne il rito gentil che ai freddi sposi le tenebre concede e de le spose le caste membra; e a voi beata gente e di più nobil mondo il cor di queste e il dominio del dì largo destina. Dunque ascolta i miei detti, e meco apprendi quai tu deggia al mattin cure a la bella che spontanea o pregata a te si diede in tua dama quel dì lieto che a fida carta, né senza testimoni, furo a vicenda commessi i patti santi e le condizion del caro nodo. Già la dama gentile i vaghi rai al novo giorno aperse; e suo primiero pensier fu dove teco ir più convenga a vegliar questa sera; e gravemente consultò con lo sposo a lei vicino, o a baciarle la man pur dianzi ammesso. Ora è tempo o signor che il fido servo e il più accorto tra’ tuoi voli al palagio di lei chiedendo se tranquilli sonni dormìo la notte, e se d’immagin liete le fu Mòrfeo cortese. È ver che ieri al partir l’ammirasti in viso tinta di freschissime rose; e più che mai viva e snella balzar teco dal cocchio; e la vigile tua mano per vezzo ricusar sorridendo allor che l’ampie scale salì del maritale albergo: ma ciò non basti ad acquetarti, e mai non obliar sì giusti ufici. Ahi quanti geni malvagi fra l’orror notturno godono uscire, ed empier di perigli la placida quiete de’ viventi! Poria, tolgalo il cielo, il picciol cane con latrato improvviso i cari sogni troncar de la tua dama; ond’ella, scossa da sùbito capriccio, a rannicchiarse astretta fosse di sudor gelato e la fronte bagnando e il guancial molle. Anco poria colui che sì de’ tristi come de’ lieti sogni è genitore crearle in mente di nemiche idee in un congiunte orribile chimera; tal che agitata e in ansioso affanno gridar tentasse, e non però potesse aprire ai gridi tra le fauci il varco. Sovente ancor de la passata sera la perduta nel gioco aurea moneta non men che al cavalier suole a la dama lunga vigilia cagionar; talora nobile invidia de la bella amica vagheggiata da molti, e talor breve gelosia n’è cagione. A questo aggiungi gl’importuni mariti i quali nel capo ravvolgendosi ancor le viete usanze, poi che cessero ad altri il giorno, quasi aggian fatto gran cosa, aman d’Imene con superstizion serbare i dritti, e dell’ombra notturna esser tiranni, ahi con qual noia de le caste spose ch’indi preveggon fra non molto il fiore di lor fresca beltade a sé rapito. Mentre che il fido messagger sen rieda magnanimo signor già non starai ozioso però. Nel campo amato pur in questo momento il buon cultore suda e incallisce al vomere la mano lieto che i suoi sudor ti fruttin poi dorati cocchi e pellegrine mense. Ora per te l’industre artier sta fiso allo scarpello all’asce al subbio all’ago; ed ora a tuo favor contende o veglia il ministro di Temi. Ecco te pure la tavoletta or chiama. Ivi i bei pregi de la natura accrescerai con l’arte, ond’oggi, uscendo, del beante aspetto beneficar potrai le genti, e grato ricompensar di sue fatiche il mondo. Ogni cosa è già pronta. All’un de’ lati crepitar s’odon le fiammanti brage ove si scalda industrioso e vario di ferri arnese a moderar del fronte gl’indocili capei. Stuolo d’Amori invisibil sul foco agita i vanni, e per entro vi soffia alto gonfiando ambe le gote. Altri di lor v’appressa pauroso la destra; e prestamente ne rapisce un dei’ferri: altri rapito tenta com’arda in su l’estrema cima sospendendol dell’ala; e cauto attende pur se la piuma si contragga o fume: altri un altro ne scote; e de le ceneri fuligginose il ripulisce e terge. Tali a le vampe dell’etnèa fucina, sorridente la madre, i vaghi Amori eran ministri all’ingegnoso fabbro: e sotto i colpi del martel frattanto l’elmo sorgea del fondator latino. All’altro lato con la man rosata Como e di fiori inghirlandato il crine i bissi scopre ove di idali arredi almo tesor la tavoletta espone. Ivi e nappi eleganti e di canori cigni morbide piume; ivi raccolti di lucide odorate onde vapori; ivi di polvi fuggitive al tatto color diversi o ad imitar d’Apollo l’aurato biondo o il biondo cenerino che de le sacre Muse in su le spalle casca ondeggiando tenero e gentile. Che se a nobil eroe le fresche labbra repentino spirar di rigid’aura offese alquanto, v’è stemprato il seme de la fredda cucurbita; e se mai pallidetto ei si scorga, è pronto all’uopo arcano agli altri eroi vago cinabro. Né, quando a un semideo spuntar sul volto pustula temeraria osa pur fosse, multiforme di nei copia vi manca, ond’ei l’asconda in sul momento, ed esca più periglioso a saettar coi guardi le belle inavvedute, a guerrier pari che, già poste le bende a la ferita, più glorioso e furibondo insieme sbaragliando le schiere entra nel folto. Ma già velocemente il mio signore tre volte e quattro il gabinetto scorse col crin disciolto e su gli omeri sparso, quale a Cuma solea l’orribil maga quando, agitata dal possente nume, vaticinar s’udia. Così dal capo evaporar lasciò degli oli sparsi il nocivo fermento e de le polvi che roder gli porien la molle cute, o d’atroci emicranie a lui lo spirto trafigger lungamente. Or ecco avvolto tutto in candidi lini a la grand’opra e più grave del dì s’appresta e siede. Nembo d’intorno a lui vola d’odori che a le varie manteche ama rapire l’aura vagante lungo i vasi ugnendo le leggerissim’ale di farfalla: e lo speglio patente a lui dinanzi altero sembra raccor nel seno l’imagin diva; e stassi a gli occhi suoi severo esplorator de la tua mano o di bel crin volubile architetto. O di bel crin volubile architetto tu pria chiedi all’eroe qual più gli aggrade sparger al crin, se i gelsomini o il biondo fior d’arancio piuttosto o la giunchiglia o l’ambra preziosa agli avi nostri. Ma se la sposa altrui cara all’eroe del talamo nuzial si lagna, e scosse pur or da lungo peso i casti lombi, ah fuggi allor tutti gli odori, ah fuggi; ché micidial potresti a un sol momento più vite insidiar: semplici sieno i tuoi balsami allor, né oprarli ardisci pria che di lor deciso aggian le nari del mio signore e tuo. Pon mano poi al pettin liscio, e coll’ottuso dente lieve solca le chiome; indi animoso le turba e le scompiglia; e alfin da quella alta confusione traggi e dispiega, opra di tua gran mente, ordin superbo. Io breve a te parlai; ma il tuo lavoro breve non fia però; né al termin giunto prima sarà che da’ più strani eventi s’involva o tronchi all’alta impresa il filo. Fisa i guardi a lo speglio, e là sovente il mio signor vedrai morder le labbra impaziente, ed arrossir nel volto. Sovente ancor, se men dell’uso esperta parrà tua destra, del convulso piede udrai lo scalpitar breve e frequente, non senza un tronco articolar di voce che condanni e minacci. Anco t’aspetta veder talvolta il cavalier sublime furiando agitarsi, e destra e manca porsi a la chioma, e dissipar con l’ugne lo studio di molt’ore in un momento. Che più? Se per tuo male un dì vaghezza d’accordar ti prendesse al suo sembiante gli edifici del capo, e non curassi ricever leggi da colui che venne pur ier di Francia, ah quale atroce folgore, meschino! allor ti penderia sul capo? Tu allor l’eroe vedresti ergers’in piedi, e per gli occhi versando ira e dispetto mille strazi imprecarti, e scender fino ad usurpar le infami voci al vulgo per farti onta maggiore, e di bastone il tergo minacciarti, e violento rovesciare ogni cosa, al suol spargendo rotti cristalli e calamistri e vasi e pettini ad un tempo. In simil guisa, se del tonante all’ara o de la dea che ricovrò dal Nilo il turpe fallo tauro spezzava i raddoppiati nodi e libero fuggia, vedeansi a terra cader tripodi tazze bende scuri litui coltelli, e d’orridi mugiti commosse rimbombar le arcate volte, e d’ogni lato astanti e sacerdoti pallidi all’urto e all’impeto involarse del feroce animal che pria sì queto gia di fior cinto, e sotto a la man sacra umiliava le dorate corna. Tu non pertanto coraggioso e forte dura, e ti serba a la miglior fortuna. Quasi foco di paglia è foco d’ira in nobil petto. Il tuo signor vedrai mansuefatto a te chieder perdono, e sollevarti oltr’ogni altro mortale con preghi e scuse a niun altro concesse; tal che securo sacerdote a lui immolerai lui stesso, e pria d’ognaltro larga otterrai del tuo lavor mercede. Or signore a te riedo. Ah non sia colpa dinanzi a te s’io travviai col verso breve parlando ad un mortal cui degni tu degli arcani tuoi. Sai che a sua voglia questi ogni dì volge e governa i capi de’ semidei più chiari: e le matrone che dai sublimi cocchi alto disdegnano chinar lo sguardo a la pedestre turba, non disdegnan sovente entrar con lui in festevoli motti allor ch’esposti a la sua man sono i ridenti avori del bel collo e del crin l’aureo volume. Però m’odi benigno or ch’io t’apprendo l’ore a passar più graziose intanto che il pettin creator doni a le chiome leggiadra o almen non più veduta forma. Breve libro elegante a te dinanzi tra gli arnesi vedrai che l’arte aduna per disputare a la natura il vanto del renderti sì caro agli occhi altrui. Ei ti lusingherà forse con liscia purpurea pelle onde vestito avrallo o mauritano conciatore o siro; e d’oro fregi delicati e vago mutabile color che il collo imite de la colomba v’avrà sparso intorno squisito legator batavo o franco; e forse incisa con venereo stile vi fia serie d’immagini interposta, lavor che vince la materia, e donde fia che nel cor ti si ridesti e viva la stanca di piaceri ottusa voglia. Or tu il libro gentil con lenta mano Togli, e non senza sbadigliare un poco aprilo a caso o pur là dove il parta tra l’uno e l’altro foglio indice nastro. O de la Francia Proteo multiforme, scrittor troppo biasmato e troppo a torto lodato ancor, che sai con novi modi imbandir ne’ tuoi scritti eterno cibo a i semplici palati, e se’ maestro di color che a sé fingon di sapere, tu appresta al mio signor leggiadri studi con quella tua fanciulla all’Anglo infesta, onde l’Enrico tuo vinto è d’assai, l’Enrico tuo che in vano abbatter tenta l’italian Goffredo ardito scoglio contro a la Senna d’ogni vanto altera. Tu de la Francia onor, tu in mille scritti celebrata da’ tuoi novella Aspasia, Taide novella ai facili sapienti de la gallica Atene, i tuoi precetti tu pur detta al mio eroe: e a lui non meno pasci l’alto pensier tu che all’Italia, poi che rapìrle i tuoi l’oro e le gemme, invidiasti il fedo loto ancora onde macchiato è il Certaldese o l’altro per cui va sì famoso il pazzo conte. Questi o signore i tuoi studiati autori fieno e mill’altri che guidaro in Francia i bendati sultani i regi persi e le peregrinanti arabe dame, o che con penna liberale ai cani ragion donaro e ai barbari sedili, e dier feste e conviti e liete scene ai polli ed alle gru d’amor maestre. Oh pascol degno d’anima sublime! oh chiara oh nobil mente! A te ben dritto è che s’incurvi riverente il vulgo, e gli oracoli attenda. Or chi fie dunque sì temerario che in suo cor ti beffe qualor, partendo da sì gravi studi, del tuo paese l’ignoranza accusi, e tenti aprir col tuo felice raggio la gotica caliggine che annosa siede sugli occhi a le misere genti? Così non mai ti venga estranea cura questi a troncar sì preziosi istanti in cui del pari e a la dorata chioma splendor dai novo ed al celeste ingegno. Non pertanto avverrà, che tu sospenda quindi a poco il versar de’ libri amati, e che ad altro ti volga. A te quest’ora condurrà il merciaiol che in patria or torna pronto inventor di lusinghiere fole e liberal di forastieri nomi a merci che non mai varcaro i monti. Tu a lui credi ogni detto. E chi vuoi ch’ose unqua mentire ad un tuo pari in faccia? Ei fia che venda se a te piace o cambi mille fregi e lavori a cui la moda di viver concedette un giorno intero tra le folte d’inezie illustri tasche: poi lieto se n’andrà con l’una mano pesante di molt’oro; e in cor gioiendo, spregerà le bestemmie imprecatrici e il gittato lavoro e i vani passi del calzolar diserto e del drappiere; e dirà lor: «Ben degna pena avete o troppo ancor religiosi servi de la necessitade, antiqua è vero madre e donna dell’arti, or nondimeno fatta cenciosa e vile. Al suo possente amabil vincitor v’era assai meglio o miseri ubbidire. Il Lusso il Lusso oggi sol puote dal ferace corno versar su l’arti a lui vassalle applausi e non contesi mai premi e ricchezze». L’ore fien queste ancor che a te ne vegna il dilicato miniator di belle che de la corte d’Amatunta uscìo stipendiato ministro atto agli affari sollecitar dell’amorosa diva. Or tu l’affretta impaziente e sprona sì ch’a te porga il desiato avorio che da le amate forme impresso ride, sia che il pennel cortese ivi dispieghi l’alme sembianze del tuo viso, ond’aggia tacito pasco allor che te non vede la pudica d’altrui sposa a te cara; sia che di lei medesma al vivo esprima il vago aspetto; o, se ti piace, ancora d’altra beltà furtiva a te presenti con più largo confin le amiche membra. Doman fie poi che la concessa imago entro arnese gentil per te si chiuda con opposto cristallo ove tu faccia sovente paragon di tua beltade con la beltà de la tua dama; o ai guardi degl’invidi la tolga e in sen l’asconda sagace tabacchiera; o a te riluca sul minor dito in fra le gemme e l’oro; o de le grazie del tuo viso desti soavi rimembranze al braccio avvolta dell’altrui fida sposa a cui se’ caro. Ed ecco alfin che a le tue luci appare l’artificio compiuto. Or cauto osserva se bene il simulato al ver s’adegue, vie più rigido assai se il tuo sembiante esprimer denno i colorati punti che l’arte ivi dispose. Or brune troppo a te parran le guance, or fia ch’ecceda mal frenata la bocca, or qual conviene a camuso Etiòpe il naso fia. Anco sovente d’accusar ti piaccia il dipintor che non atteggi ardito l’agili membra e il dignitoso busto; o che mal tra le leggi a la tua forma dia contorno o la posi o la panneggi. È ver che tu del grande di Crotone non conosci la scola, e mai tua destra non abbassossi a la volgar matita che fu nell’altra età cara a’ tuoi pari cui non gustate ancora eran più dolci e più nobili cure a te serbate. Ma che non puote quel d’ogni scienza gusto trionfator che all’ordin vostro in vece di maestro il ciel concesse, e d’onde a voi coniò le altere menti acciò che possan dell’uman confine oltre passar la paludosa nebbia, e d’etere più puro abitatrici non fallibili scerre il vero e il bello? Però qual più ti par loda o riprendi non men fermo d’allor che a scranna siedi Raffael giudicando o l’altro egregio che del gran nome suo l’Adige onora; e a le tavole ignote i noti nomi grave comparti di color che primi furo nell’arte. Ah s’altri è sì procace ch’osi rider di te, costui paventi l’augusta maestà del tuo cospetto, si volga a la parete e, mentre cerca por freno in van col morder de le labbra a lo scrosciar de le importune risa che scoppian da’ precordi, violenta convulsione a lui deforme il volto, e lo affoghi aspra tosse, e lo punisca di sua temerità. Ma tu non pensa ch’altri ardisca di te rider giammai; e mai sempre imperterrito decidi. Or giunta è al fin del dotto pettin l’opra: e il maestro elegante intorno spande da la man scossa polveroso nembo, onde a te innanzi tempo il crine imbianchi. D’orribil piato risonar s’udìo già la corte d’Amore. I tardi vegli grinzuti osàr co’ giovani nipoti contendere di grado in faccia al soglio del comune lor dio. Rise la fresca gioventude animosa; e d’agri motti libera punse la senil baldanza. Gran tumulto nascea; se non che Amore, ch’ogni diseguaglianza odia in sua corte, a spegner mosse i perigliosi sdegni: e a quei che militando incanutiro suoi servi apprese a simular con arte i duo bei fior che in giovanile gota educa e nudre di sua man natura: indi fe’ cenno; e in un balen fur visti mille alati ministri alto volando scoter lor piume, onde fioccò leggera candida polve che a posar poi venne su le giovani chiome: e in bianco volse e il biondo e il nero e l’odiato rosso. L’occhio così nell’amorosa reggia più non distinse le due opposte etadi: e solo vi restò giudice il tatto. Tu pertanto o signor tu che se’ il primo fregio ed onor dell’acidalio regno i sacri usi ne serba. Ecco che sparsa già da provvida man la bianca polve in piccolo stanzin con l’aere pugna, e degli atomi suoi tutto riempie egualmente divisa. Or ti fa core, e in seno a quella vorticosa nebbia animoso ti avventa. Oh bravo! oh forte! Tale il grand’avo tuo tra il fumo e il foco orribile di Marte furiando gittossi allor che i palpitanti lari de la patria difese, e ruppe e in fuga mise l’oste feroce. Ei nondimeno fuligginoso il volto e d’atro sangue asperso e di sudore e co’ capelli stracciati ed irti de la mischia uscìo, spettacol fero ai cittadini stessi per sua man salvi; ove tu, assai più vago e leggiadro a vederse, in bianca spoglia scenderai quindi a poco a bear gli occhi de la cara tua patria a cui dell’avo il forte braccio e il viso almo celeste del nipote dovean portar salute. Non vedi omai qual con solerte mano rechin di vesti a te pubblico arredo i damigelli tuoi? Rodano e Senna le tesserono a gara; e qui cucille opulento sartor cui su lo scudo serpe intrecciato a forbici eleganti il titol di monsù: né sol dà leggi a la materia la stagion diverse, ma qual più si conviene al giorno e all’ora vari sono il lavoro e la ricchezza. Vieni o fior degli eroi vieni; e qual suole nel più dubbio de’ casi alto monarca avanti al trono suo convocar lento di satrapi concilio a cui nell’ampia calvizie de la fronte il senno appare; tal di limpidi spegli a un cerchio in mezzo grave t’assidi, e lor sentenza ascolta. Un giacendo al tuo piè mostri qual deggia liscia e piana salir su per le gambe la docil calza, un sia presente al volto, un dietro al capo: e la percossa luce, quinci e quindi tornando, a un tempo solo tutto al giudizio de’ tuoi guardi esponga l’apparato dell’arte. Intanto i servi a te sudino intorno: e qual, piegate le ginocchia in sul suol, prono ti stringa il molle piè di lucidi fermagli; e qual del biondo crin che i nodi eccede, su le schiere ondeggiando, in negro velo i tesori raccoglia; e qual già pronto venga spiegando la nettarea veste. Fortunato garzone a cui la moda in fioriti canestri e di vermiglia seta coperti preparò tal copia d’ornamenti e di pompe! Ella pur ieri a te dono ne féo. La notte intera faticaron per te cent’aghi e cento; e di percossi e ripercossi ferri per le tacite case andò il rimbombo: ma non invan poi che di novo fasto oggi superbo nel bel mondo andrai; e per entro l’invidia e lo stupore passerai de’ tuoi pari eguale a un dio folto bisbiglio sollevando intorno. Figlie de la Memoria inclite suore che invocate scendendo i feri nomi de le squadre diverse e degli eroi annoveraste ai grandi che cantaro Achille, Enea e il non minor Buglione, or m’è d’uopo di voi. Tropp’ardua impresa e insuperabil senza vostr’aita fia ricordare al mio signor di quanti leggiadri arnesi graverà sue vesti pria che di sé nel mondo esca a far pompa. Ma qual di tanti e sì leggiadri arnesi sì felice sarà che innanzi agli altri, signor, venga a formar tua nobil soma? Tutti importan del pari. Ecco l’astuccio di pelli rilucenti ornato e d’oro sdegnar la turba, e gli occhi tuoi primiero occupar di sua mole: esso a cent’usi opportuno si vanta: e ad esso in grembo atta agli orecchi ai denti ai peli all’ugne vien forbita famiglia. Ai primi onori seco s’affretta d’odorifer’onda pieno cristal che a la tua vita in forse doni conforto allor che il vulgo ardisca troppo accosto vibrar da la vil salma fastidiosi effluvi a le tue nari. Né men pronto di quello e all’uopo stesso l’imitante un cuscin purpureo drappo reca turgido il sen d’erbe odorate che l’aprica montagna in tuo favore al possente meriggio educa e scalda. Ecco vien poi da cristallina rupe tolto nobil vasello. Indi traluce prezioso confetto ove agli aromi stimolanti s’unì l’ambra o la terra che il Giappon manda a profumar de’ grandi l’etereo fiato, o quel che il Caramano fa gemer latte dall’inciso capo de’ papaveri suoi; perché, se mai non ben felice amor l’alma t’attrista, lene serpendo per li membri acquete a te gli spirti, e ne la mente induca lieta stupidità che mille adune imagin dolci e al tuo desio conformi. A tanto arredo il cannocchial succeda e la chiusa tra l’oro anglica lente. Quel notturno favor ti presti allora che al teatro t’assidi, e t’avvicini o i piè leggeri o le canore labbra da la scena remota; o con maligno guardo dell’alte vai logge spiando le abitate tenèbre; o miri altronde gli ognor nascenti e moribondi amori de le tenere dame, onde s’appresti all’eloquenza tua nel dì venturo lunga e grave materia. A te la lente nel giorno assista; e degli sguardi tuoi economa presieda; e sì li parta che il mirato da te vada superbo, né i mal visti accusarte osin giammai. La lente ancor su l’occhio tuo sedendo irrefragabil giudice condanni o approvi di Palladio i muri e gli archi o di Tizian le tele: essa a le vesti ai libri ai volti feminili applauda severa o li dispregi: e chi del senso comun sì privo fia che insorger osi contro al sentenziar de la tua lente? Non per questa però sdegna o signore giunto a lo speglio in gallico sermone il vezzoso giornal, non le notate eburnee tavolette a guardar preste tuoi sublimi pensier fin ch’abbian luce doman tra i belli spirti; e non isdegna la picciola guaina ove al tuo cenno mille ognora stan pronti argentei spilli. Oh quante volte a cavalier sagace ho vedut’io le man render beate uno apprestato a tempo unico spillo! Ma dove ahi dove inonorato e solo lasci ‘l coltello a cui l’oro e l’acciaro donàr gemina lama, e a cui la madre de la gemma più bella d’Anfitrite diè manico elegante, onde il colore con dolce variar l’iride imìta? Verrà il tempo verrà che ne’ superbi convivi ognaltro avanzerai per fama d’esimio trinciatore; e i plausi e i gridi de’ tuoi gran pari ecciterai qualora, pollo o fagian con le forcine in alto sospeso, a un colpo il priverai dell’anca mirabilmente. Or qual più resta omai onde colmar tue tasche inclito ingombro? Ecco a molti colori oro distinto, ecco nobil testuggine su cui voluttuose imagini lo sguardo invitan degli eroi. Copia squisita di fumido rapè quivi è serbata e di spagna oleoso, onde lontana pur come suol fastidioso, insetto da te fugga la noia. Ecco che smaglia cupido a te di circondar le dita vivo splendor di preziose anella. Ami la pietra ove si stanno ignude sculte le Grazie, e che il Giudeo ti fece creder opra d’Argivi allor ch’ei chiese tanto tesoro, e d’erudito il nome ti compartì prostrandosi a’ tuoi piedi? Vuoi tu i lieti rubini? O più t’aggrada sceglier quest’oggi l’indico adamante là dove il lusso incantator costrinse la fatica e il sudor di cento buoi che pria vagando per le tue campagne facean sotto ai lor piè nascere i beni? Prendi o tutti o qual vuoi; ma l’aureo cerchio che sculto intorno è d’amorosi motti ognor teco si vegga, e il minor dito premati alquanto, e sovvenir ti faccia dell’altrui fida sposa a cui se’ caro. Vengane alfin degli orioi gemmati, venga il duplice pondo; e a te de l’ore che all’alte imprese dispensar conviene faccia rigida prova. Ohimè che vago arsenal minutissimo di cose ciondola quindi, e ripercosso insieme molce con soavissimo tintinno! Ma v’hai tu il meglio? Ah sì, che i miei precetti sagace prevenisti. Ecco risplende chiuso in breve cristallo il dolce pegno di fortunato amor: lungi, o profani, ché a voi tant’oltre penetrar non lice. Compiuto è il gran lavoro. Odi, signore, sonar già intorno la ferrata zampa de’ superbi corsier che irrequieti ne’ grand’atri sospinge arretra e volge la disciplina dell’ardito auriga. Sorgi, e t’appresta a render baldi e lieti del tuo nobile incarco i bruti ancora. Ma a possente signor scender non lice da le stanze superne infin che al gelo o al meriggio non abbia il cocchier stanco durato un pezzo, onde l’uom servo intenda per quanto immensa via natura il parta dal suo signore. Or dunque i miei precetti io seguirò; ché varie al tuo mattino portar dee cure il variar dei giorni: tu dolce intanto prenderai solazzo ad agitar fra le tranquille dita dell’oriolo i ciondoli vezzosi. Signore, al ciel non è cosa più cara di tua salute: e troppo a noi mortali è il viver de’ tuoi pari util tesoro. Uopo è talor che da gli egregi affanni t’allevi alquanto, e con pietosa mano il teso per gran tempo arco rallente. Tu dunque allor che placida mattina vestita riderà d’un bel sereno esci pedestre, e le abbattute membra all’aura salutar snoda e rinfranca. Di nobil cuoio a te la gamba calzi purpureo stivaletto, onde giammai non profanin tuo piè la polve o il limo che l’uomo calpesta. A te s’avvolga intorno veste leggiadra che sul fianco sciolta sventoli andando; e le formose braccia stringa in maniche anguste a cui vermiglio o cilestro ermesino orni gli estremi. Del bel color che l’elitropio tigne o pur d’oriental candido bisso voluminosa benda indi a te fasci la snella gola. E il crin... Ma il crin, signore, forma non abbia ancor da la man dotta dell’artefice suo; ché troppo fora, ahi troppo grave error lasciar tant’opra de le licenziose aure in balìa. Né senz’arte però vada negletto sugli omeri a cader; ma, o che natura a te il nodrisca, o che da ignote fronti il più famoso parrucchier lo involi, e lo adatti al tuo capo, in sul tuo capo ripiegato l’afferri e lo sospenda con testugginei denti il pettin curvo. Ampio cappello alfin che il disco agguagli del gran lume febeo tutto ti copra, e allo sguardo profan tuo nume asconda. Poi che così le belle membra ornate con artifici negligenti avrai, esci soletto a respirar talora i mattutini fiati: e lieve canna brandendo con la man, quasi baleno le vie trascorri, e premi ed urta il vulgo che s’oppone al tuo corso. In altra guisa fora colpa l’uscir; però che andriéno mal dal vulgo distinti i primi eroi. Tal giorno ancora, o d’ogni giorno forse fien qualch’ore serbate al molle ferro che i peli a te rigermoglianti a pena d’in su la guancia miete; e par che invidi ch’altri fuor che sé solo indaghi e scopra unqua il tuo sesso. Arroge a questo il giorno che di lavacro universal convienti terger le vaghe membra. È ver che allora d’esser mortal dubiterai; ma innalza tu allor la mente ai grandi aviti onori che fino a te per secoli cotanti misti scesero al chiaro altero sangue: e il pensier ubbioso al par di nebbia per lo vasto vedrai aere smarrirsi ai raggi de la gloria onde t’investi; e di te pago sorgerai qual pria gran semideo che a sé solo somiglia. Fama è così che il dì quinto le fate loro salma immortal vedean coprirsi già d’orribili scaglie, e in feda serpe volta strisciar sul suolo a sé facendo de le inarcate spire impeto e forza: ma il primo sol le rivedea più belle far beati gli amanti e a un volger d’occhi mescere a voglia lor la terra e il mare. Assai l’auriga bestemmiò finora i tuoi nobili indugi: assai la terra calpestaro i cavalli. Or via veloce reca, o servo gentil, reca il cappello ch’ornan fulgidi nodi: e tu frattanto, fero genio di Marte a guardar posto de la stirpe de’ numi il caro fianco, al mio giovan eroe cigni la spada, corta e lieve non già, ma qual richiede la stagion bellicosa al suol cadente, e di triplice taglio armata e d’else immane. Quanto esser può mai sublime l’annoda pure onde la impugni all’uopo la destra furibonda in un momento. Né disdegnar con le sanguigne dita di ripulire ed ordinar quel nastro onde l’else è superbo. Industre studio è di candida mano. Al mio signore dianzi donollo e gliel appese al brando l’altrui fida consorte a lui sì cara. Tal del famoso Artù vide la corte le infiammate d’amor donzelle ardite ornar di piume e di purpuree fasce i fatati guerrier; sì che poi lieti correan mortale ad incontrar periglio in selve orrende fra i giganti e i mostri. Volgi, o invitto campion, volgi tu pure il generoso piè dove la bella e degli eguali tuoi scelto drappello sbadigliando t’aspetta all’alte mense. Vieni e godendo, nell’uscire, il lungo ordin superbo di tue stanze ammira. Or già siamo all’estreme: alza i bei lumi a le pendenti tavole vetuste che a te degli avi tuoi serbano ancora gli atti e le forme. Quei due in duro dante strigne le membra, e cui sì grande ingombra traforato collar le grandi spalle, fu di macchine autor; cinse d’invitte mura i penati; e da le nere torri signoreggiando il mar, verso le aduste spiagge la predatrice Africa spinse. Vedi quel magro a cui canuto e raro pende il crin da la nuca, e l’altro a cui su la guancia pienotta e sopra il mento serpe triplice pelo? Ambo s’adornano di toga magistral cadente a i piedi: l’uno a Temi fu sacro: entro a’ licei la gioventù pellegrinando ei trasse agli oracoli suoi; indi sedette nel senato de’ padri; e le disperse leggi raccolte, ne fe’ parte al mondo: l’altro sacro ad Igeia. Non odi ancora presso a un secol di vita il buon vegliardo di lui narrar quel che da’ padri suoi nonagenari udì, com’ei spargesse su la plebe infelice oro e salute pari a Febo suo nume? Ecco quel grande a cui sì fosco parruccon s’innalza sopra la fronte spaziosa; e scende di minuti botton serie infinita lungo la veste. Ridi? Ei novi aperse studi a la patria; ei di perenne aita i miseri dotò; portici e vie stese per la cittade; e da gli ombrosi lor lontani recessi a lei dedusse le pure onde salubri, e ne’ quadrivi e in mezzo agli ampli fori alto le fece salir scherzando a rinfrescar la state, madre di morbi popolari. Oh come ardi a tal vista di beato orgoglio, magnanimo garzon! Folle! A cui parlo? Ei già più non m’ascolta: odiò que’ ceffi il suo sguardo gentil: noia lui prese di sì vieti racconti: e già s’affretta giù per le scale impaziente. Addio degli uomini delizia, e di tua stirpe e de la patria tua gloria e sostegno. Ecco che umìli in bipartita schiera t’accolgono i tuoi servi. Altri già pronto via se ne corre ad annunciare al mondo che tu vieni a bearlo; altri a le braccia timido ti sostien mentre il dorato cocchio tu sali, e tacito e severo sur un canto ti sdrai. Apriti o vulgo e cedi il passo al trono ove s’asside il mio signore. Ahi te meschin s’ei perde un sol per te de’ preziosi istanti! Temi il non mai da legge o verga o fune domabil cocchier; temi le rote che già più volte le tue membra in giro avvolser seco, e del tuo impuro sangue corser macchiate, e il suol di lunga striscia, spettacol miserabile! segnaro. Il Meriggio Il Meriggio Ardirò ancor tra i desinari illustri sul meriggio innoltrarmi umil cantore, poi che troppa di te cura mi punge, signor, ch’io spero un dì veder maestro e dittator di graziosi modi all’alma gioventù che Italia onora. Tal, fra le tazze e i coronati vini onde all’ospite suo fe’ lieta pompa la punica regina, i canti alzava Jopa crinito; e la regina in tanto dal bel volto straniero iva beendo l’oblivion del misero Sicheo: e tale, allor che l’orba Itaca in vano chiedea a Nettun la prole di Laerte, Femio s’udìa co’ versi e con la cetra la facil mensa rallegrar de’ Proci, cui dell’errante Ulisse i pingui agnelli e i petrosi licori e la consorte convitavano in folla. Amici or china giovin signore al mio cantar gli orecchi, or che tra nuove Elise e novi Proci e tra fedeli ancor Penelopèe ti guidano a la mensa i versi miei. Già dall’alto del cielo il sol fuggendo verge all’occaso: e i piccoli mortali dominati dal tempo escon di novo a popolar le vie ch’all’oriente spandon ombra già grande. A te null’altro dominator fuor che te stesso è dato, stirpe di numi: e il tuo meriggio è questo. Alfin di consigliarsi al fido speglio la tua dama cessò. Cento già volte o chiese o rimandò novelli ornati; e cento ancor de le agitate ognora damigelle or con vezzi or con garriti rovesciò la fortuna. A sé medesma quante volte convien piacque e dispiacque; e quante volte è d’uopo a sé ragione fece e a’ suoi lodatori. I mille intorno dispersi arnesi alfin raccolse in uno la consapevol del suo cor ministra: al fin velata di legger zendado è l’ara tutelar di sua beltate; e la seggiola sacra un po’ rimossa languidetta l’accoglie. Intorno a lei pochi giovani eroi van rimembrando i cari lacci altrui, mentre da lunge ad altra intorno i cari lacci vostri pochi giovani eroi van rimembrando. Il marito gentil queto sorride a le lor celie; o, s’ei si cruccia alquanto, del tuo lungo tardar solo si cruccia. Nulla però di lui cura te prenda oggi o signore. E s’ei del vulgo a paro prostrò l’anima imbelle, e non sdegnosse di chiamarsi marito, a par del vulgo senta la fame esercitargli in petto lo stimol fier degli oziosi sughi avidi d’esca: o se ai mariti alcuno d’anima generosa impeto resta, ad altra mensa il piè rivolga; e d’altra dama al fianco si assida, il cui marito pranzi altrove lontan d’un’altra al fianco che lungi abbia lo sposo: e così nuove anella intrecci a la catena immensa onde alternando Amor l’anime avvince. Pur sia che vuol; tu baldanzoso innoltra ne le stanze più interne. Ecco precorre ad annunciarti al gabinetto estremo il noto scalpiccio de’ piedi tuoi. Già lo sposo t’incontra. In un baleno sfugge dall’altrui man l’accorta mano de la tua dama: e il suo bel labbro in tanto ti apparecchia un sorriso. Ognun s’arretra che conosce tuoi dritti; e si conforta con le adulte speranze, a te lasciando libero e scarco il più beato seggio. Tal, colà dove infra gelose mura Bisanzio ed Ispaàn guardano il fiore de la beltà che il popolato Egeo manda e l’Armeno e il Tartaro e il Circasso per delizia d’un solo, a bear entra l’ardente sposa il grave musulmano. Nel maestoso passeggiar gli ondeggiano le late spalle, e su per l’alta testa le avvolte fasce: dall’arcato ciglio intorno ei volge imperioso il guardo: ed ecco al suo apparire umìl chinarsi e il piè ritrar l’effeminata occhiuta turba che d’alto sorridendo ei spregia. Ora comanda o signor che tutte a schiera vengan le grazie tue; sì che a la dama quanto elegante esser più puoi ti mostri. Tengasi al fianco la sinistra mano sotto il breve giubbon celata; e l’altra sul finissimo lin posi, e s’asconda vicino al cor; sublime alzisi il petto; sorgan gli omeri entrambi; a lei converso scenda il duttile collo; ai lati un poco stringansi i labbri; ver lo mezzo acuti escano alquanto; e da la bocca poi, compendiata in forma tal, sen fugga un non inteso mormorio. Qual fia che a tante di beltade arme possenti schermo si opponga? Ecco la destra ignuda già la bella ti cede. Or via, la strigni; e con soavi negligenze al labbro qual tua cosa l’appressa; e cader lascia sovra i tiepidi avori un doppio bacio. Siedi fra tanto; e d’una mano istrascica più a lei vicin la seggioletta. Ognaltro tacciasi; ma tu sol, curvato alquanto, seco susurra ignoti detti, a cui concordin vicendevoli sorrisi e sfavillar di cupidette luci, che amor dimostri o che il somigli al meno. Ma rimembra o signor che troppo nuoce in amoroso cor lunga e ostinata tranquillità. Nell’oceàno ancora perigliosa è la calma. Ahi quante volte dall’immobile prora il buon nocchiero invocò la tempesta; e sì crudele soccorso ancor gli fu negato; e giacque affamato assetato estenuato, dal venenoso aere stagnante oppresso, fra le inutili ciurme al suol languendo! Dunque a te giovi de la scorsa notte ricordar le vicende; e con obliqui motti pugnerla alquanto, o se nel volto paga più che non suole accòr fu vista il novello straniero, e co’ bei labbri semiaperti aspettar quasi marina conca la soavissima rugiada de’ novi accenti; o se cupida troppo col guardo accompagnò di loggia in loggia l’almo alunno di Marte, idol vegliante de’ feminili voti, a la cui chioma col lauro trionfal mille s’avvolgono e mille frondi dell’idalio mirto. Colpevole o innocente, allor la bella dama improvviso adombrerà la fronte d’un nuvoletto di verace sdegno o simulato, e la nevosa spalla scoterà un poco; e volgeransi al fine gli altri a bear le sue parole estreme. Fors’anco rintuzzar di tue rampogne saprà l’agrezza, e noverarti a punto le visite furtive ai cocchi ai tetti e all’alte logge de le mogli illustri di ricchi popolari, a cui sovente scender per calle dal piacer segnato la maestà di cavalier non teme. Felice te, se mesta o disdegnosa tu la guidi a la mensa; o se tu puoi solo piegarla a tollerar de’ cibi la nausea universal! Sorridan pure a le vostre dolcissime querele i convitati; e l’un l’altro percota col gomito maligno. Ahi non di meno come fremon lor alme! e quanta invidia ti portan te mirando unico scopo di sì bell’ire! Al solo sposo è dato in cor nodrir magnanima quiete, aprir nel volto ingenuo riso e tanto docil fidanza ne le innocue luci. Oh tre fiate avventurosi e quattro voi del nostro buon secolo mariti, quanto diversi da’ vostr’avi! Un tempo uscia d’Averno con viperei crini, con torbid’occhi irrequieti e fredde tenaci branche un indomabil mostro che ansando e anelando intorno giva ai nuziali letti, e tutto empiea di sospetto e di fremito e di sangue. Allor gli antri domestici le selve l’onde le rupi alto ulular s’udiéno di femminili stridi. Allor le belle dame con mani incrocicchiate e luci pavide al ciel tremand, lagrimando tra la pompa feral de le lugùbri sale vedean dal truce sposo offrirsi le tazze attossicate o i nudi stili. Ahi pazza Italia, il tuo furor medesmo oltre l’alpe oltre il mar destò le risa presso agli emuli tuoi, che di gelosa titol ti diero: e t’è serbato ancora ingiustamente. Non di cieco amore vicendevol desire alterno impulso, non di costume simiglianza or guida giovani incauti al talamo bramato: ma la prudenza coi canuti padri siede librando il molto oro e i divini antiquissimi sangui: e allor che l’uno bene all’altro risponda, ecco Imeneo scoter sue faci; e unirsi al freddo sposo, di lui non già ma de le nozze amante, la freddissima vergine che in core già i riti volge del bel mondo; e lieta la indifferenza maritale affronta. Così non fien de la crudel Megera più temuti gli sdegni. Oltre Pirene contenda or pur le desiate porte ai gravi amanti; e di femminee risse turbi Oriente: Italia oggi si ride di quello ond’era già derisa; tanto puote una sola età volger le menti. Ma già rimbomba d’una in altra sala signore il nome tuo. Di già l’udiro l’ime officine ove al volubil tatto de gl’ingenui palati arduo s’appresta solletico che molle i nervi scota e varia seco voluttà conduca fino al centro dell’alma. In bianche spoglie affrettansi a compir la nobil opra gravi ministri: e lor sue leggi detta una gran mente del paese uscita ove Colberto e Risceliù fur chiari. Forse con tanta maestade in fronte presso a le navi ond’Ilio arse e cadéo agli ospiti famosi il grande Achille disegnava la cena: e seco in tanto le vivande cocean sui lenti fochi Pàtroclo fido e il guidator di carri Automedonte. O tu, sagace mastro di lusinghe al palato, udrai fra poco sonar le lodi tue dall’alta mensa. Chi fia che ardisca di trovar mai fallo nel tuo lavoro? Il tuo signor fia tosto campion de le tue glorie: e male a quanti cercator di conviti oseran motto pronunciar contro a te; ché sul cocente meriggio andran peregrinando poi miseri e stanchi; e non avran cui piaccia più popolar de le lor bocche i pranzi. Imbandita è la mensa. In piè d’un salto alzati e porgi almo garzon la mano a la tua dama; e lei dolce cadente sopra di te col tuo valor sostieni, e al pranzo l’accompagna. I convitati vengan dopo di voi; quindi lo sposo ultimo segua. O prole alta di numi, non vergognate di donar voi anco brevi al cibo momenti. A voi non vile cura fia questa. A quei soltanto è vile che il duro irrefrenabile bisogno stimola e caccia. All’impeto di quello cedan l’orso la tigr, il falc, il nibbi, l’orca il delfino e quanti altri animanti crescon qua giù: ma voi con rosee labbra la sola voluttade al pasto appelli, la sola voluttà, che le celesti mense apparecchia, e al nèttare convita i viventi per sé dei sempiterni. Forse vero non è; ma un giorno è fama, che fur gli uomini eguali: e ignoti nomi fur nobili e plebei. Al cibo al bere all’accoppiarse d’ambo i sessi al sonno uno istinto medesmo un’egual forza sospingeva gli umani: e niun consiglio nulla scelta d’obbietti o lochi o tempi era lor conceduto. A un rivo stesso a un medesimo frutto a una stess’ombra convenivano insieme i primi padri del tuo sangue o signore e i primi padri de la plebe spregiata: e gli stess’antri e il medesimo suol porgeano loro il riposo e l’albergo, e a le lor membra i medesmi animai le irsute vesti. Sola una cura a tutti era comune, di sfuggire il dolore: e ignota cosa era il desire agli uman petti ancora. L’uniforme degli uomini sembianza spiacque a’ celesti: e a variar lor sorte il Piacer fu spedito. Ecco il bel genio, qual d’Ilio sui campi Iride o Giuno, a la terra s’appressa: e questa ride di riso ancor non conosciuto. Ei move, e l’aura estiva del cadente rivo e dei clivi odorosi a lui blandisce le vaghe membra; e lenemente sdrucciola sul tondeggiar de’ muscoli gentile. A lui giran d’intorno i vezzi e i giochi; e come ambrosia le lusinghe scorrono da le fraghe del labbro; e da le luci socchiuse languidette umide fuori di tremulo fulgore escon scintille, ond’arde l’aere che scendendo ei varca. Al fin sul dorso tuo sentisti o Terra sua prima orma stamparsi: e tosto un lento fremere soavissimo si sparse di cosa in cosa; e ognor crescendo tutte di natura le viscere commosse: come nell’arsa state il tuono s’ode, che di lontano mormorando viene, e col profondo suon di monte in monte sorge; e la valle e la foresta intorno mugon del fragoroso alto rimbombo. Oh beati fra gli altri e cari al cielo viventi a cui con miglior man Titano formò gli organi egregi, e meglio tese e di fluido agilissimo inondolli! Voi l’ignoto solletico sentiste del celeste motore. In voi ben tosto la voglia s’infiammò, nacque il desio: voi primieri scopriste il buono, il meglio: voi con foga dolcissima correste a possederli. Allor quel dei duo sessi, che necessario in prima era soltanto, d’amabile e di bello il nome ottenne. Al giudizio di Paride fu dato il primo esempio: tra femminei volti a distinguer s’apprese; e fur sentite primamente le Grazie. Allor tra mille sapor fur noti i più soavi. Allora fu il vin preposto all’onda; e il vin s’elesse figlio de’ tralci più riarsi, e posti a più fervido sol ne’ più sublimi colli dove più zolfo il suolo impingua. Così l’uom si divise: e fu il signore dai mortali distinto, a cui nel seno giacquero ancor l’ebeti fibre, inette a rimbalzar sotto ai soavi colpi de la nova cagione onde fur tocche; e, quasi bovi al suol curvati, ancora dinanzi al pungol del bisogno andaro; e tra la servitude e la viltade, e il travaglio e l’inopia a viver nati, ebber nome di plebe. Or tu, garzone che per mille feltrato invitte reni sangue racchiudi, poi che in altra etade arte forza o fortuna i padri tuoi grandi rendette; poi che il tempo al fine lor divisi tesori in te raccolse, godi degli ozi tuoi a te dai numi concessa parte: e l’umil vulgo in tanto dell’industria donato a te ministri ora i piaceri tuoi, nato a recarli su la mensa regal, non a gioirne. Ecco splende il gran desco. In mille forme e di mille sapor di color mille la variata eredità degli avi scherza in nobil di vasi ordin disposta. Già la dama s’appressa: e già dai servi il morbido per lei seggio s’adatta. Tu signor di tua mano all’agil fianco il sottopon sì che lontana troppo ella non sieda o da vicin col petto ahi! di troppo non prema: indi un bel salto spicca, e chino raccogli a lei del lembo il diffuso volume: e al fin t’assidi prossimo a lei. A cavalier gentile il lato abbandonar de la sua dama non fia lecito mai; se già non sorge strana cagione a meritar ch’ei tolga tanta licenza. Un nume ebber gli antiqui immobil sempre, che al medesmo padre degli dei non cedette allor ch’ei scese il Campidoglio ad abitar, sebbene e Giuno e Febo e Venere e Gradivo e tutti gli altri dei da le lor sedi per riverenza del Tonante usciro. Indistinto ad ognaltro il loco sia all’alta mensa intorno: e, s’alcun arde ambizioso di brillar fra gli altri, brilli altramente. Oh come i vari ingegni la libertà del genial convito desta ed infiamma! Ivi il gentil motteggio, malizioso svolazzando, reca sopra le penne fuggitive ed agita ora i raccolti da la fama errori de le belle lontane, or degli amanti or de’ mariti i semplici costumi; e gode di mirar l’intento sposo rider primiero, e di crucciar con lievi minacce in cor de la sua fida sposa i timidi segreti. Ivi abbracciata co’ festivi racconti esulta e scherza l’elegante licenza. Or nuda appare come le Grazie; or con leggiadro velo solletica più scaltra, e pur fatica di richiamar de le matrone al volto quella rosa natia che caro fregio fu dell’avole nostre, ed or ne’ campi cresce solinga, e tra i selvaggi scherzi a le rozze villane il viso adorna. Forse a la bella di sua man le dapi piacerà ministrar, che novi al senso gusti otterran da lei. Tu dunque il ferro che forbito ti giace al destro lato, quasi spada sollecito snudando, fa’ che in alto lampeggi; e chino a lei magnanimo lo cedi. Or si vedranno de la candida mano all’opra intenta i muscoli giocar soavi e molli: e le Grazie piegandosi con essa vestiran nuove forme, or da le dita fuggevoli scorrendo, ora su l’alto de’ bei nodi insensibili aleggiando, ed or de le pozzette in sen cadendo che de’ nodi al confin v’impresse Amore. Mille baci di freno impazienti ecco sorgon dal labbro ai convitati: già s’arrischian già volano già un guardo sfugge da gli occhi tuoi, che i vanti audaci fulmina ed arde e tue ragion difende. Sol de la fida sposa a cui se’ caro il tranquillo marito immoto siede: e nulla impression l’agita o move di brama o di timor; però che Imene da capo a piè fatollo. Imene or porta non più serti di rose al crine avvolti, ma stupido papavero grondante di crassa onda letèa, che solo insegna pur dianzi era del Sonno. Ahi quante volte la dama delicata invoca il Sonno ché al talamo presieda, e seco in vece trova Imeneo; e timida s’arretra, quasi al meriggio stanca villanella che fra l’erbe innocenti adagia il fianco lieta e secura, e di repente vede un serpe, e balza in piedi inorridita, e le rigide man stende, e ritragge il cubito, e l’anelito sospende, e immota e muta e con le labbra aperte il guarda obliquamente. Ahi quante volte incauto amante a la sua lunga pena cercò sollievo; e d’invocar credendo Imene, ahi folle! invocò il Sonno: e questi di fredda oblivion l’alma gli asperse; e d’invincibil noia e di torpente indifferenza gli ricinse il core. Ma se a la dama dispensar non piace le vivande o non giova, allor tu stesso la bell’opra intraprendi. Agli occhi altrui più così smaglierà l’enorme gemma, dolc’esca agli usurai, che quella osaro a le promesse di signor preporre villanamente; e contemplati fiéno i manichetti, la più nobil opra che tessesser giammai angliche Aracni. Invidieran tua delicata mano i convitati; inarcheran le ciglia al difficil lavoro: e d’oggi in poi ti fia ceduto il trinciator coltello che al cadetto guerrier serban le mense. Sia tua cura fra tanto errar sui cibi con sollecita occhiata, e prontamente scoprir qual d’essi a la tua bella è caro; e qual di raro augel, di stranio pesce parte le aggrada. Il tuo coltello Amore anatomico renda, Amor che tutte degli animanti annoverar le membra puote, e discerner sa qual aggian tutte uso e natura. Più d’ogn’altra cosa però ti caglia rammentar mai sempre qual più cibo le noccia o qual più giovi; e l’un rapisci a lei, l’altro concedi, come d’uopo a te pare. Oh Dio, la serba, serbala ai cari figli. Essi dal giorno che le alleviaro il delicato fianco non la rivider più: d’ignobil petto esaurirono i vasi, e la ricolma nitidezza lasciaro al sen materno. Sgridala, se a te par ch’avida troppo al cibo agogni; e le ricorda i mali che forse avranno altra cagione, e ch’ella al cibo imputerà nel dì venturo. Né al cucinier perdona, a cui non calse tanta salute. A te ne’ servi altrui ragion fu data in quel beato istante che la noia e l’amor ambo vi strinse in dolce nodo, e pose ordini e leggi. Per te sgravato d’odioso incarco ti fia grato colui che dritto vanta d’impor novo cognome a la tua dama, e pinte strascinar sugli aurei cocchi giunte a quelle di lei le proprie insegne: dritto sacro a lui sol, ch’altri giammai audace non tentò divider seco. Vedi come col guardo a te fa cenno, pago ridendo, e a le tue leggi applaude; mentre l’alta forcina in tanto ei volge di gradite vivande al piatto ancora. Non però sempre a la tua bella intorno sudin gli studi tuoi. Anco tal volta fia lecito goder brevi riposi; e de la quercia trionfale all’ombra, te de la polve olimpica tergendo, al vario ragionar degli altri eroi porgere orecchio; e il tuo sermone ai loro frammischiar ozioso. Uno già scote le architettate del bel crine anella su la guancia ondeggianti; e, ad ogni scossa, de’ convitati a le narici manda vezzoso nembo d’arabi profumi. A lo spirto di lui l’alma natura fu prodiga così che più non seppe di che il volto abbellirgli; e all’arte disse: «Tu compi il mio lavoro»: e l’arte suda sollecita d’intorno all’opra illustre. Molli tinture preziose linfe polvi pastiglie delicati unguenti tutto arrischia per lui. Quanto di novo e mostruoso più sa tesser spola o bulino intagliar gallico ed anglo a lui primo concede. Oh lui beato che primo ancor di non più viste forme tabacchiera mostrò. L’etica invidia i grandi eguali a lui lacera e mangia; ed ei pago di sé, superbamente crudo, fa loro balenar sugli occhi l’ultima gloria onde Parigi ornollo. Forse altera così d’Egitto in faccia vaga prole di Sèmele apparisti i giocondi rubini alto levando del grappolo primiero: e tal tu forse tessalico garzon mostrasti a Jolco l’auree lane rapite al fero drago. Or vedi or vedi qual magnanim’ira nell’eroe che dell’altro a canto siede a sì novo spettacolo si desta! Vedi quanto ei s’affanna; e il pasto sembra obliar declamando! Al certo al certo il nemico è a le porte. Oimè i penati tremano e in forse è la civil salute! Ma no; più grave a lui, più preziosa cura lo infiamma. Oh depravato ingegno degli artefici nostri! In van si spera da la inerte lor man lavoro egregio, felice invenzione d’uom nobil degna. Chi sa intrecciar, chi sa pulir fermaglio a patrizio calzar? chi tesser drappo soffribil tanto che d’ornar presuma i membri di signor che un lustro a pena conti di feudo? In van s’adopra e stanca chi la lor mente sonnolenta e crassa cerca destar: di là dall’Alpi è d’uopo appellar l’eleganza: e chi giammai fuor che il genio di Francia osato avria sui menomi lavori i grechi ornati condur felicemente? Andò romito il bongusto finora spaziando per le auguste cornici e per gli eccelsi timpani de le moli ai numi sacre o agli uomini scettrati; ed or ne scende vago al fin d’agitar gli austeri fregi entro a le man di cavalieri e dame. Ben tosto si vedrà strascinar anco fra i nuziali doni e i lievi veli le greche travi; e docile trastullo fien de la moda le colonne e gli archi ove sedeano i secoli canuti. «Commercio» alto gridar, gridar: «commercio» all’altro lato de la mensa or odi con fanatica voce: e, tra il fragore d’un peregrino d’eloquenza fiume, di bella novità stampate al conio le forme apprendi, onde assai meglio poi brillantati i pensier picchin lo spirto. Tu pur grida «Commercio»: e un motto ancora la tua bella ne dica. Empiono è vero il nostro suol di Cerere i favori, che per folti di biade immensi campi ergesi altera; e pur ne mostra a pena tra le spighe confuso il crin dorato. Bacco e Vertunno i lieti poggi e il monte ne coronan di poma: e Pale amica latte ne preme a larga mano; e tonde candidi velli; e per li prati pasce mille al palato uman vittime sacre. Sorge fecondo il lin, soave cura De’ verni rusticali: e d’infinita serie ne cinge le campagne il tanto per la morte di Tisbe arbor famoso. Che vale or ciò? Su le natie lor balze rodan le capre; ruminando il bue per li prati natii vada; e la plebe non dissimile a lor si nutra e vesta de le fatiche sue: ma a le grand’alme di troppo agevol ben schife Cillenio il comodo ministri, a cui le miglia pregio acquistino e l’oro: e d’ogn’intorno «Commercio» risonar s’oda, «commercio». Tale dai letti de la molle rosa Sibari un dì gridar soleva; e i lumi disdegnando volgea dai frutti aviti troppo per lei ignobil cura; e mentre Cartagin dura a le fatiche e Tiro pericolando per l’immenso sale con l’oro altrui le voluttà cambiava, Sibari si volgea su l’altro lato; e non premute ancor rose cercando, pur di commercio novellava e d’arti. Ma chi è quell’eroe che tanta parte colà ingombra di loco; e mangia e fiuta e guata; e de le altrui fole ridendo sì superba di ventre agita mole? Oh di mente acutissima dotate mamme del suo palato! Oh da’ mortali invidiabil anima che siede fra l’ammiranda lor testura, e quindi l’ultimo del piacer deliquio sugge! Chi più saggio di lui penètra e intende la natura migliore? O chi più industre converte a suo piacer l’aria la terra e il ferace di mostri ondoso abisso? Qualora ei viene al desco altrui paventano suo gusto inesorabile le smilze ombre degli avi, che per l’aria lievi aggiransi vegliando ancor intorno ai ceduti tesori; e piangon lasse le mal spese vigilie, i sobri pasti, le in preda all’aquilon case, le antique digiune rozze, gli scommessi cocchi forte assordanti per stridente ferro le piazze e i tetti: e lamentando vanno gl’in van nudati rustici, le fami mal desiate, e de le sacre toghe l’armata in vano autorità sul vulgo. L’altro vicin chi fia? Per certo il caso congiunse accorto i duo leggiadri estremi, perché doppio spettacolo campeggi; e l’un dell’altro al par più lustri e splenda. Falcato dio degli orti, a cui la greca Làmsaco d’asinelli offrir solea vittima degna, al giovane seguace del sapiente di Samo i doni tuoi reca sul desco. Egli ozioso siede aborrendo le carni; e le narici schifo raggrinza; e in nauseanti rughe ripiega i labbri; e poco pane in tanto rumina lentamente. Altro giammai a la squallida inedia eroe non seppe durar sì forte: né lassezza il vinse né deliquio giammai né febbre ardente: tanto importa lo aver scarze le membra singolare il costume e nel bel mondo onor di filosofico talento. Qual anima è volgar la sua pietade serbi per l’uomo: e facile ribrezzo déstino in lei del suo simìle i danni o i bisogni o le piaghe. Il cor di questo sdegna comune affetto; e i dolci moti a più lontano limite sospinge. «Pèra colui che prima osò la mano armata alzar su l’innocente agnella e sul placido bue: né il truculento cor gli piegaro i teneri belati, né i pietosi mugiti, né le molli lingue lambenti tortuosamente la man che il loro fato aimè stringea.» Tal ei parla o signor: ma sorge in tanto a quel pietoso favellar dagli occhi de la tua dama dolce lagrimetta, pari a le stille tremule brillanti che a la nova stagion gemendo vanno dai palmiti di Bacco entro commossi al tiepido spirar de le prim’aure fecondatrici. Or le sovvien del giorno, ahi fero giorno! allor che la sua bella vergine cuccia de le Grazie alunna, giovanilmente vezzeggiando, il piede villan del servo con gli eburnei denti segnò di lieve nota: e questi audace col sacrilego piè lanciolla: ed ella tre volte rotolò; tre volte scosse lo scompigliato pelo, e da le vaghe nari soffiò la polvere rodente: indi i gemiti alzando, «aita aita» parea dicesse; e da le aurate volte a lei la impietosita Eco rispose; e dall’infime chiostre i mesti servi asceser tutti; e da le somme stanze le damigelle pallide tremanti precipitaro. Accorse ognuno: il volto fu d’essenze spruzzato a la tua dama: ella rinvenne al fine. Ira e dolore l’agitavano ancor: fulminei sguardi gettò sul servo; e con languida voce chiamò tre volte la sua cuccia: e questa al sen le corse; in suo tenor vendetta chieder sembrolle: e tu vendetta avesti, vergine cuccia de le Grazie alunna. L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo udì la sua condanna. A lui non valse merito quadrilustre: a lui non valse zelo d’arcani ufici. Ei nudo andonne de le assise spogliato onde pur dianzi era insigne a la plebe: e in van novello signor sperò; ché le pietose dame inorridiro, e del misfatto atroce odiàr l’autore. Il perfido si giacque con la squallida prole e con la nuda consorte a lato su la via spargendo al passeggero inutili lamenti: e tu vergine cuccia idol placato da le vittime umane isti superba. Né senza i miei precetti o senza scorta inerudito andrai, signor, qualora il perverso destin dal fianco amato ti allontani a la mensa. Avvien sovente, che con l’aio seguace o con l’amico un grande illustre or l’Alpi or l’oceàno varchi e scenda in Ausonia, orribil ceffo per natura o per arte, a cui Ciprigna rose le nari, o sale impuro e crudo snudò i denti ineguali. Ora il distingue risibil gobba, or furiosi sguardi obliqui o loschi; or rantoloso avvolge fra le tumide fauci ampio volume di voce, che gorgoglia, ed esce al fine come da inverso fiasco onda che goccia; or d’avi or di cavalli ora di Frini instancabile parla; or de’ celesti le folgori deride. Aurei monili e nastri e gemme, gloriose pompe, l’ingombran tutto: e gran titolo suona dinanzi a lui. Qual più tra noi risplende inclita stirpe ch’onorar non voglia d’un ospite sì degno i lari suoi? Ei però col compagno ammessi fiéno di Giuno ai fianchi: e tu lontan da lei co’ Silvani capripedi n’andrai presso al marito; e pranzerai negletto col popol folto degli dei minori. Ma negletto non già dagli occhi andrai de la dama gentil, che a te rivolti incontreranno i tuoi. L’aere a quell’urto arderà di faville: e Amor con l’ali l’agiterà. Nel fortunato incontro i messagger pacifici dell’alma cambieran lor novelle: e alternamente spinti ritorneranno a voi con dolce delizioso tremito sui cori. Allor tu le ubbidisci; o se t’invita le vivande a gustar, che a lei vicine l’ordin dispose; o se a te chiede invece quella che innanzi a te sue voglie pugne non col soave odor, ma con le nove leggiadre forme onde abbellir la seppe dell’ammirato cucinier la mano. Con la mente si pascono le dive sopra le nubi del brillante Olimpo: e lor labbra immortali irrita e move non la materia, ma il divin lavoro. Né allor men destro ad ubbidir sarai che di rado licor la bella strigne colmo bicchiere, a lo cui orlo intorno serpe striscia dorata; e par che dica: «Lungi o labbra profane: ai labbri solo de la diva che qui soggiorna e regna è il castissimo calice serbato: né cavalier con alito maschile osi appannarne il nitido cristallo; né dama convitata unqua presuma i labbri apporvi; e sien pur casti e puri, e quanto esser può mai cari all’amore». Tu al cenno de’ bei guardi e de la destra, che reggendo il bicchier sospesa ondeggia, affettuoso attendi. I lumi tuoi di gioia sfavillando accolgan pronti il brindisi segreto: e ti prepara in simil modo a tacita risposta. Ecco d’estro già punta ecco la Musa brindisi grida all’uno e all’altro amante; all’altrui fida sposa a cui se’ caro, e a te signor sua dolce cura e nostra. Quale annoso licor Lieo vi mesce, tale Amore a voi mesca eterna gioia, non gustata al marito, e da coloro invidiata che gustata l’hanno. Veli con l’ali sue sagace oblio le alterne infedeltà che un cor dall’altro porieno un giorno separar per sempre: e solo agli occhi vostri Amor discopra le alterne infedeltà che in ambo i petti ventilar ponno le cedenti fiamme. Di sempiterno indissolubil nodo canti (cento) augùri per voi vano cantore: nostra nobile Musa a voi desia sol quanto piace a voi durevol nodo. Duri fin che a voi piace: e non si sciolga senza che Fama sopra l’ale immense tolga l’alta novella; e grande n’empia col reboato dell’aperta tromba l’ampia cittade e dell’Enotria i monti e le piagge sonanti e, s’esser puote, la bianca Teti e Guadiana e Tule. Il mattutino gabinetto il corso il teatro e la mensa in vario stile ne ragionin gran tempo. Ognun ne chieda il dolente marito: ed ei dall’alto la lamentabil favola cominci. Tal su le scene, ove agitar solea l’ombre tinte di sangue Argo piagnente, squallido messo al palpitante coro narrava come furiando Edipo al talamo sen corse incestuoso, come le porte rovescionne, e come al sùbito spettacolo ristette quando vicina del nefando letto vide in un corpo solo e sposa e madre pender strozzata; e del fatale uncino le mani armosse; e con le proprie mani a sé le care luci da la testa con le man proprie misero strapposse. Ma già volge al suo fine il pranzo illustre: già Como e Dionisio al desco intorno rapidissimamente in danza girano con la libera Gioia. Ella saltando or questo or quel de’ convitati lieve tocca col dito: e al suo toccar scoppiettano brillanti vivacissime scintille, ch’altre ne destan poi. Sonan le risa: il clamoroso disputar s’accende: la nobil vanità punge le menti: e l’amor di sé sol, baldo scorrendo, porge un scettro a ciascuno; e dice: «regna». Questi i concili di Bellona, e quegli penetra i tempii de la Pace. Un guida i condottieri; ai consiglier consiglio l’altro dona: e divide e capovolge con seste ardite il pelago e la terra. Qual di Pallade l’arti e de le Muse giudica e libra; qual ne scopre acuto l’alte cagioni; e i gran princìpi abbatte cui creò la natura, e che tiranni sopra il senso degli uomini regnaro gran tempo in Grecia, e nel paese tosco rinacquer poi più poderosi e forti. Cotanto adunque di saper fia dato a nobil capo? Oh letti oh specchi oh mense oh corsi oh scene oh feudi oh sangue oh avi che per voi non s’apprende? Or tu signore co’ voli arditi del felice ingegno sovra ognaltro t’innalza. Il campo è questo ove splender più déi. Nulla scienza, sia quant’esser mai puote arcana o grande, ti spaventi giammai. Se cosa udisti o leggesti al mattino onde tu deggia gloria sperar; qual cacciator che segue circuendo la fera, e sì la guida e volge di lontan che a poco a poco a le insidie s’accosta e dentro piomba, tal tu il sermone altrui volgi sagace fin che là cada over spiegar ti giove il tuo novo tesoro. E se pur ieri scesa in Italia pellegrina forma del parlar t’è già nota, allor tu studia materia espor che favellando ammetta la nova gemma; e poi che il punto hai colto, ratto la scopri; e sfolgorando abbaglia qual altra è mente che superba andasse di squisita eloquenza ai gran convivi. In simil guisa il favoloso mago, che fe’ gran tempo desiar l’amante all’animosa vergin di Dordona, dai cavalier che l’assalien bizzarri oprar lasciava ogni lor possa ed arte; poi ecco in mezzo a la terribil pugna strappava il velo a lo incantato scudo; e quei sorpresi dal bagliore immenso ciechi spingeva e soggiogati a terra. Talor di Zoroastro o d’Archimede discepol sederà teco a la mensa. Tu a lui ti volgi, seco lui ragiona, suo linguaggio ne apprendi; e quello poi qual se innato a te fosse alto ripeti. Né paventar quel che l’antica fama narra de’ lor compagni. Oggi la diva Urania il crin compose; e gl’irti alunni smarriti vergognosi balbettanti trasse da le lor cave, ove già tempo col profondo silenzio e con la notte tenean consiglio: e le servili braccia fornien di leve onnipotenti, ond’alto salisser poi piramidi, obelischi ad eternar de’ popoli superbi i gravi casi: o pur con feri dicchi stavan contro i gran letti: o, di pignone audace armati, spaventosamente cozzavan con la piena, e giù a traverso spezzate rovesciate dissipavano le tetre corna: decima fatica d’Ercole invitto. Ora i selvaggi amici Urania ingentilì. Baldi e leggiadri nel gran mondo li guida, o tra il clamore de’ frequenti convivi, o pur tra i vezzi de’ gabinetti; ove a la docil dama e al caro cavalier mostran qual via Venere tenga, e in quante forme o quali suo volto lucidissimo si cangi. Né del poeta temerai che beffi con satira indiscreta i detti tuoi; o che a maligne risa esponer osi tuo talento immortal. All’alta mensa voi lo innalzaste; e tra la vostra luce beato l’avvolgeste; e, de le Muse a dispetto e d’Apollo, al sacro coro l’ascriveste de’ vati. Ei de la mensa fece il suo Pindo: e guai a lui se quindi le dee sdegnate giù precipitando con le forchette il cacciano. Meschino! Più non poria su le dolenti membra del suo infermo signor chiedere aita da la buona Salute; o con alate odi ringraziar, né tesser inni al barbato figliuol di Febo intonso. Più del giorno natale i chiari albori salutar non potrebbe; e l’auree frecce nomi-sempiternanti all’arco imporre. Non più gli urti festevoli, o sul naso l’elegante scoccar d’illustri dita fora dato sperare. A lui tu dunque non disdegna o signor volger talora tu’ amabil voce; a lui tu canta i versi del delicato cortigian d’Augusto, o di quel che tra Venere e Lieo pinse Trimalcion: la Moda impone ch’Arbitro o Fiacco ai begli spirti ingombri spesso le tasche. Oh come il vate amico te udrà maravigliando il sermon prisco o sciogliere o frenar qual più ti piace! e per la sua faretra e per li cento destrier focosi che in Arcadia pasce ti giurerà che di Donato al paro il difficil sermone intendi e gusti! E questo ancor di rammentar fia tempo i novi sofi che la Gallia o l’Alpe ammirando persegue; e dir qual arse de’ volumi infelici, o andò macchiato d’infame nota; e quale asilo appresti filosofia al morbido Aristippo del secol nostro, e qual ne appresti al novo Diogene dell’auro sprezzatore e della opinione de’ mortali. Lor famosi volumi, o a te discesi per calle obliquo e compri a gran tesoro, o da cortese man prestati, fiéno lungo ornamento a lo tuo speglio innante. Poi che brevi gli avrai scorsi momenti ornandoti o a la man garrendo indotta del parrucchier; poi che t’avran più notti conciliato il facil sonno, al fine anco a lo speglio passeran di lei, che comuni ha con te studi e liceo, ove togato in cattedra elegante siede interprete Amore. Or fia la mensa il favorevol loco ove al sol esca de’ brevi studi il glorioso frutto. Chi por freni oserà d’inclita stirpe al’animo a la mente? Il vulgo tema oltre natura: e quei cui dona il vulgo titol di saggio mediti romito il ver celato; e al fin cada adorando la sacra nebbia che lo avvolge intorno. Ma tu come sublime aquila vola dietro ai sofi novelli. Alto dia plauso tutta la mensa al tuo poggiare audace. Te con lo sguardo e con l’orecchio beva la dama da le tue labbra rapita: con cenno approvator vezzosa il capo pieghi sovente: e il calcolo e la massa e la inversa ragion sonin ancora su la bocca amorosa. Or più non odia de le scole il sermone Amor maestro: e l’accademia e i portici passeggia de’ filosofi al fianco; e con la molle mano accarezza le cadenti barbe. Ma guardati o signor guardati oh Dio dal tossico mortal che fuora esala dai volumi famosi: e occulto poi sa per le luci penetrato all’alma gir serpendo ne’ cori; e con fallace lusinghevole stil corromper tenta il generoso de le stirpi orgoglio, che ti scevra dal vulgo. Udrai da quelli che ciascun de’ viventi all’altro è pari; è caro a la Natura e caro al cielo e non manco di te colui che regge i tuoi destrieri e quei ch’ara i tuoi campi; e che la tua pietade o il tuo rispetto devrien fino a costor scender vilmente. Folli sogni d’infermo! Intatti lascia così strani consigli: e solo attigni ciò che la dolce voluttà rinfranca, ciò che scioglie i desiri e ciò che nudre la libertà magnanima. Tu questo reca solo a la mensa; e sol da questo plauso cerca ed onor: così dell’api l’industrioso popolo ronzando gira di fiore in fior di prato in prato; e i dissimili sughi raccogliendo tesoreggia nell’arnie: un giorno poi ne van colme le patere dorate sopra l’ara de’ numi; e d’ogni lato ribocca la fragrante alma dolcezza. Or versa pur dall’odorato grembo i tuoi doni o Pomona; e l’ampie colma tazze che d’oro e di color diversi fregia il sassone industre; E tu dai greggi; rustica Pale coronata vieni di melissa olezzante o di ginebro; e co’ lavori tuoi di presso latte declina vergognando a chi ti chiede; ma deporli non osa. In su la mensa porien deposti le celesti nari pungere ahi troppo; e con ignobil senso gli stomachi agitar: soli torreggino sul ripiegato lino in varia forma i latti tuoi cui di serbato verno assodarono i sali, e fecer atti a dilettar con sùbito rigore di convitato cavalier le labbra. Tu signor che farai poi che la dama con la mano e col piè lieve puntando move in giro i begli occhi; e altrui dà cenno che di sorger è tempo? In piè d’un salto balza primo di tutti; a lei soccorri, la seggiola rimovi, la man porgi, guidala in altra stanza, e più non soffri che lo stagnante de le dapi odore il celabro le offenda. Ivi con gli altri gratissimo vapor la invita, ond’empie l’aere il caffè, che preparato fuma in tavola minor, cui vela ed orna indica tela. Ridolente gomma quinci arde in tanto, e va lustrando e purga l’aere profano, e fuor caccia de’ cibi le volanti reliquie. Egri mortali, che la miseria e la fidanza un giorno sul meriggio guidaro a queste porte, tumultuosa ignuda atroce folla di tronche membra e di squallide facce e di bare e di grucce, or via da lunge vi confortate; e per le alzate nari del divin prandio il nettare beete, che favorevol aura a voi conduce: ma non osate i limitari illustri assediar, fastidioso offrendo spettacolo di mali a i nostri eroi. E a te nobile garzon tazza in tanto apprestar converrà, che i lenti sorsi ministri poi de la tua dama ai labbri; e memore avvertir s’ella più goda, o sobria o liberal, temprar col dolce la bollente bevanda: o se più forse l’ami così come sorbir la gode barbara sposa, allor che molle assisa ne’ broccati di Persia al suo signore con le dita pieghevoli il selvoso mento vezzeggia; e, la svelata fronte alzando, il guarda; e quelli sguardi han possa di far che a poco a poco di man cada al suo signore la fumante canna. Mentre i labbri e la man v’occupa e scalda l’odoroso licor, sublimi cose macchinerà tua infaticabil mente. Quale oggi coppia di corsier de’ il carro condur de la tua bella: o l’alte moli che per le fredde piagge educa il Cimbro; o quei che abbeverò la Drava; o quelli che a le vigili guardie un dì fuggiro de la stirpe campana: oggi qual meglio si convegna ornamento ai dorsi alteri; se semplici e negletti, o se pomposi di ricche nappe e variate stringhe andran su l’alto collo i crin volando, e sotto a cuoi vermigli e ad auree fibbie ondeggeranno li ritondi fianchi. Quale oggi cocchio trionfanti al corso vi porterà: se quel cui l’oro copre fulgido al sole, e de’ vostr’alti aspetti per cristallo settemplice concede al popolo bearsi; o quel che, tutto caliginoso e tristo e a la marmorea tomba simìl che de’ vostr’avi chiude i cadaveri eccelsi, ammette a pena cupido sguardo altrui. Cotanta mole di cose a un tempo sol nell’alto ingegno tu verserai; poi col supremo auriga arduo consiglio ne terrai; non senza qualche lieve garrir con la tua dama. Servi l’auriga ogni tua legge: e in tanto altra cura subentri. Or mira i prodi compagni tuoi che, ministrato a pena dolce conforto di vivande ai membri, già scelto il campo e già distinti in bande preparansi giocando a fieri assalti. Così a queste, o signore, illustre inganno ore lente si faccia. E s’altri ancora vuole Amor che s’inganni; altronde pugni la turba convitata; e tu da un lato sol con la dama tua quel gioco eleggi, che due soltanto a un tavoliere ammetta. Già per ninfa gentil tacito ardea d’insoffribile ardor misero amante, cui null’altra eloquenza usar con lei fuor che quella degli occhi era concesso: poi che il rozzo marito ad Argo eguale vigilava mai sempre; e quasi biscia ora piegando or allungando il collo ad ogni verbo con gli orecchi acuti era presente. Oimè, come con cenni o con notate tavole giammai o con servi sedotti a la sua bella chieder pace ed aita? Ogni d’Amore stratagemma finissimo vincea la gelosia del rustico marito. Che più lice sperare? Al tempio ei viene del nume accorto che le serpi annoda all’aurea verga, e il capo e le calcagna d’ali fornisce. A lui si prostra umìle; e in questi detti lagrimando il prega: «O propizio agli amanti, o buon figliuolo de la candida Maia, o tu che d’Argo deludesti i cent’occhi, e a lui rapisti la guardata giovenca, i preghi accogli d’un amante infelice; e a lui concedi se non gli occhi ingannar, gli orecchi almeno d’importuno marito». Ecco si scote il divin simulacro, a lui s’inchina, con la verga pacifica la fronte gli percote tre volte: e il lieto amante sente dettarsi ne la mente un gioco, che i mariti assordisce. A lui diresti che l’ali del suo piè concesse ancora il supplicato dio, cotanto ei vola velocissimamente a la sua donna. Là bipartita tavola prepara, ov’ebano ed avorio intarsiati regnan sul piano, e partono alternando in due volte sei case ambe le sponde. Quindici nere d’ebano rotelle e d’avorio bianchissimo altrettante stan divise in due parti; e moto e norma da duo dadi gittati attendon, pronte gli spazi ad occupar, e quinci e quindi pugnar contrarie. Oh cara a la fortuna quella che corre innanzi all’altre; e seco trae la compagna, onde il nemico assalto forte sostenga! Oh giocator felice chi pria l’estrema casa occupa, e l’altro degli spazi a sé dati ordin riempie con doppio segno! Ei trionfante allora da la falange il suo rival combatte; e in proprio ben rivolge i colpi ostili. Al tavolier s’assidono ambidue: l’amante cupidissimo e la ninfa. Quella una sponda ingombra e questi l’altra. Il marito col gomito s’appoggia all’un de’ lati; ambo gli orecchi tende; e sotto al tavolier di quando in quando guata con gli occhi. Or l’agitar dei dadi entro a’ sonanti bossoli comincia, ora il picchiar de’ bossoli sul piano, ora il vibrar lo sparpagliar l’urtare il cozzar dei duo dadi, or de le mosse rotelle il martellar. Torcesi e freme sbalordito il geloso: a fuggir pensa, ma rattienlo il sospetto. Il fragor cresce, il rombazzo il frastono il rovinio: ei più regger non puote; in piedi balza, e con ambe le man tura gli orecchi. Tu vincesti o Mercurio. Il cauto amante poco disse: e la bella intese assai. Tal ne la ferrea età, quando gli sposi folle superstizion chiamava all’arme, giocato fu. Ma poi che l’aureo venne secol di novo, e che del prisco errore si spogliaro i mariti, al sol diletto la dama e il cavalier volsero il gioco che la necessità trovato avea. Fu superfluo il romor: di molle panno la tavola vestissi e de’ patenti bossoli ’l sen: lo schiamazzio molesto tal rintuzzossi; e durò al gioco il nome, che ancor l’antico strepito dinota. Il Vespro Il Vespro Ma degli augelli e de le fere il giorno e de' pesci squammosi e de le piante e dell’umana plebe al suo fin corre. Già sotto al guardo de la immensa luce sfugge l’un mondo: e a berne i vivi raggi Cuba s’affretta e il Messico e l’altrice di molte perle California estrema: e da' maggiori colli e dall’eccelse rocche il sol manda gli ultimi saluti all’Italia fuggente; e par che brami rivederti o signor prima che l’Alpe o l’Appennino o il mar curvo ti celi agli occhi suoi. Altro finor non vide che di falcato mietitore i fianchi su le campagne tue piegati e lassi, e su le armate mura or braccia or spalle carche di ferro, e su le aeree capre degli edifici tuoi man scabre e arsicce, e villan polverosi innanzi ai carri gravi del tuo ricolto, e sui canali e sui fertili laghi irsuti petti di remigante che le alterne merci a' tuoi comodi guida ed al tuo lusso; tutti ignobili aspetti. Or colui veggia che da tutti servito a nullo serve. Pronto è il cocchio felice. Odo le rote, odo i lieti corsier che all’alma sposa e a te suo fido cavalier nodrisce il placido marito. Indi la pompa affrettasi de' servi; e quindi attende con insigni berretti e argentee mazze candida gioventù che al corso agogna i moti espor de le vivaci membra: e nell’audace cor forse presume a te rapir de la tua bella i voti. Che tardi omai? Non vedi tu com’ella già con morbide piume ai crin leggeri la bionda che svanì polve rendette; e con morbide piume in su la guancia fe' più vermiglie rifiorir che mai le dall’aura predate amiche rose? Or tu nato di lei ministro e duce l’assisti all’opra; e di novelli odori la tabacchiera e i bei cristalli aurati con la perita mano a lei rintègra: tu il ventaglio le scegli adatto al giorno; e tenta poi fra le giocose dita come agevole scorra. Oh qual con lieti né ben celati a te guardi e sorrisi plaude la dama al tuo sagace tatto! Ecco ella sorge; e del partir dà cenno: ma non senza sospetti e senza baci a le vergini ancelle il cane affida, al par de' giochi al par de' cari figli grave sua cura: e il misero dolente mal tra le braccia contenuto e i petti balza e guaisce in suon che al rude vulgo ribrezzo porta di stridente lima; e con rara celeste melodia scende agli orecchi de la dama e al core. Mentre così fra i generosi affetti e le intese blandizie e i sensi arguti e del cane e di sé la bella oblia pochi momenti; tu di lei più saggio usa del tempo: e a chiaro speglio innante i bei membri ondeggiando alquanto libra su le gracili gambe; e con la destra molle verso il tuo sen piegata e mossa scopri la gemma che i bei lini annoda; e in un di quelle ond’hai sì grave il dito l’invidiato folgorar cimenta: poi le labbra componi; ad arte i guardi tempra qual più ti giova; e a te sorridi. Al fin tu da te sciolto, ella dal cane, ambo al fin v’appressate. Ella dai lumi spande sopra di te quanto a lei lascia d’eccitata pietà l’amata belva; e tu sopra di lei dagli occhi versi quanto in te di piacer destò il tuo volto. Tal seguite ad amarvi: e insieme avvinti, tu a lei sostegno, ella di te conforto, itene omai de' cari nodi vostri grato dispetto a provocar nel mondo. Qual primiera sarà che dagli amati voi sul vespro nascente alti palagi fuor conduca o signor voglia leggiadra? Fia la santa Amistà, non più feroce qual ne' prischi eccitar tempi godea l’un per l’altro a morir gli agresti eroi; ma placata e innocente al par di questi onde la nostra età sorge sì chiara di Giove alti incrementi. Oh dopo i tardi de lo specchio consigli e dopo i giochi, dopo le mense, amabil dea, tu insegni come il giovin marchese al collo balzi del giovin conte; e come a lui di baci le gote imprima; e come il braccio annode l’uno al braccio dell’altro; e come insieme passeggino elevando il molle mento e volgendolo in guisa di colombe; e palpinsi e sorridansi e rispondansi con un vezzoso «tu». Tu fra le dame sul mobil arco de le argute lingue i già pronti a scoccar dardi trattieni s’altra giugne improvviso a cui rivolti pendean di già: tu fai che a lei presente non osin dispiacer le fide amiche: tu le carche faretre a miglior tempo di serbar le consigli. Or meco scendi; e i generosi ufici e i cari sensi meco detta al mio eroe; tal che, famoso per entro al suon de le future etadi, e a Pilade s’eguagli e a quel che trasse il buon Tesèo da le Tenarie foci. Se dai regni che l’Alpe o il mar divide dall’Italico lido in patria or giunse il caro amico; e dai perigli estremi sorge d’arcano mal, che in dubbio tenne lunga stagione i fisici eloquenti, magnanimo garzone andrai tu forse trepido ancora per l’amato capo a porger voti sospirando? Forse con alma dubbia e palpitante i detti e i guardi e il viso esplorerai de' molti che il giudizio di voi menti sì chiare fra i primi assunse d’Esculapio alunni? O di leni origlieri all’omer lasso porrai sostegno; e vital sugo ai labbri offrirai di tua mano? O pur con lieve bisso il madido fronte a lui tergendo, e le aurette agitando, il tardo sonno inviterai a fomentar con l’ali la nascente salute? Ahi no; tu lascia, lascia che il vulgo di sì tenui cure le brevi anime ingombri; e d’un sol atto rendi l’amico tuo felice a pieno. Sai che fra gli ozi del mattino illustri, del gabinetto al tripode sedendo, grand’arbitro del bello oggi creasti gli eccellenti nell’arte. Onor cotanto basti a darti ragion su le lor menti e su l’opre di loro. Util ciascuno a qualch’uso ti fia. Da te mandato, con acuto epigramma il tuo poeta la mentita virtù trafigger puote d’una bella ostinata: e l’elegante tuo dipintor può con lavoro egregio tutti dell’amicizia onde ti vanti compendiar gli ufici in breve carta; o se tu vuoi che semplice vi splenda di nuda maestade il tuo gran nome; o se in antica lapide imitata inciso il brami; o se in trofeo sublime accumulate a te mirar vi piace le domestiche insegne, indi un lione rampicar furibondo e quindi l’ale spiegar l’augel che i fulmini ministra, qua timpani e vessilli e lance e spade, e là scettri e collane e manti e velli cascanti argutamente. Ora ti vaglia questa carta o signor serbata all’uopo; or fia tempo d’usarne. Esca e con essa del caro amico tuo voli a le porte alcun de' nunci tuoi; quivi deponga la tessera beata; e fugga; e torni ratto su l’orme tue, pietoso eroe, che già pago di te ratto a traverso e de' trivi e del popolo dilegui. Già il dolce amico tuo nel cor commosso, e non senza versar qualche di pianto tenera stilla, il tuo bel nome or legge, seco dicendo: «Oh ignoto al duro vulgo sollievo almo de' mali! Oh sol concesso facil commercio a noi alme sublimi e d’affetti e di cure! Or venga il giorno che sì grate alternar nobili veci a me sia dato!». Tale sbadigliando si lascia da la man lenta cadere l’amata carta; e te la carta e il nome soavemente in grembo al sonno oblia. Tu fra tanto colà rapido il corso declinando intraprendi ove la dama co' labbri desiosi e il premer lungo del ginocchio sollecito ti spigne ad altre opre cortesi. Ella non meno all’imperio possente, ai cari moti dell’amistà risponde. A lei non meno palpita nel bel petto un cor gentile. Che fa l’amica sua? Misera! Ieri, qual fusse la cagion, fremer fu vista tutta improvviso, ed agitar repente le vaghe membra. Indomito rigore occupolle le cosce; e strana forza le sospinse le braccia. Illividiro i labbri onde l’Amor l’ali rinfresca; enfiò la neve de la bella gola; e celato candor dai lini sparsi effuso rivelossi agli occhi altrui. Gli Amori si schermiron con la benda; e indietro rifuggironsi le Grazie. In vano il cavaliere, in van lo sposo tentò frenarla, in van le damigelle che su lo sposo e il cavaliere e lei scorrean col guardo, e poi ristrette insieme malignamente sorrideansi in volto. Ella truce guatando curvò in arco duro e feroce le gentili schiene; scalpitò col bel piede; e ripercosse la mille volte ribaciata mano del tavolier ne le pugnenti sponde. Livida pesta scapigliata e scinta al fin stancò tutte le forze; e cadde insopportabil pondo sopra il letto. Né fra l’intime stanze o fra le chiuse gemine porte il prezioso evento tacque ignoto molt’ore. Ivi la Fama con uno il colse de' cent’occhi suoi; e il bel pegno rapito uscì portando fra le adulte matrone, a cui segreto dispetto fanno i pargoletti Amori, che da la maestà degli otto lustri fuggon volando a più scherzosi nidi. Una è fra lor che gli altrui nodi or cela comoda e strigne; or d’ispida virtude arma suoi detti; e furibonda in volto e infiammata negli occhi alto declama interpreta ingrandisce i sagri arcani degli amorosi gabinetti; e a un tempo odiata e desiata eccita il riso or co' propri misteri or con gli altrui. La vide, la notò, sorrise alquanto la volatile dea, disse: «Tu sola sai vincere il clamor de la mia tromba». Disse, e in lei si mutò. Prese il ventaglio, prese le tabacchiere, il cocchio ascese; e là venne trottando ove de' grandi è il consesso più folto. In un momento lo sbadigliar s’arresta. In un momento tutti gli occhi e gli orecchi e tutti i labbri si raccolgon in lei: ed ella al fine, e ansando e percotendosi con ambe le mani le ginocchia, il fatto espone e del fatto le origini riposte. Riser le dame allor, pronte domane a fortuna simìl, se mai le vaghe lor fantasie commoverà negato dai mariti compenso a un gioco avverso, o in faccia a lor per deità maggiore negligenza d’amante, o al can diletto nata sùbita tosse: e rise ancora la tua dama con elle: e in cor dispose di teco visitar l’egra compagna. Ite al pietoso uficio, itene or dunque: ma lungo consigliar duri tra voi pria che a la meta il vostro cocchio arrive. Se visitar, non già veder l’amica forse a voi piace, tacita a le porte la volubile rota il corso arresti: e il giovanetto messagger salendo per le scale sublimi a lei v’annunzi, sì che voi non volenti ella non voglia. Ma, se vaghezza poi ambo vi prende di spiar chi sia seco, e di turbarle l’anima un poco, e ricercarle in volto de' suoi casi la serie, il cocchio allora entri: e improvviso ne rimbombi e frema l’atrio superbo. Egual piacere inonda sempre il cor de le belle o che opportune o giungano importune alle lor pari. Già le fervide amiche ad incontrarse volano impazienti; un petto all’altro già premonsi abbracciando; alto le gote d’alterni baci risonar già fanno; già, strette per la man, co' dotti fianchi ad un tempo amendue cadono a piombo sopra il sofà. Qui l’una un sottil motto vibra al cor dell’amica: e ai casi allude che la Fama narrò; quella repente con un altro l’assale. Una nel viso di bell’ire s’infiamma: e l’altra i vaghi labbri un poco si morde: e cresce in tanto e quinci ognor più violento e quindi il trepido agitar dei duo ventagli. Così, se mai al secol di Turpino di ferrate guerriere un paro illustre si scontravan per via, ciascuna ambiva l’altra provar quel che valesse in arme; e dopo le accoglienze oneste e belle abbassavan lor lance e co' cavalli urtavansi feroci; indi infocate di magnanima stizza i gran tronconi gittavan via de lo spezzato cerro, e correan con le destre agli elsi enormi. Ma di lontan per l’alta selva fiera un messagger con clamoroso suono venir s’udiva galoppando; e l’una richiamare a re Carlo, o al campo l’altra del giovane Agramante. Osa tu pure, osa invitto garzone il ciuffo e i ricci sì ben finti stamane all’urto esporre de' ventagli sdegnati: e, a nuove imprese la tua bella invitando, i casi estremi de la pericolosa ira sospendi. Oh solenne a la patria oh all’orbe intero giorno fausto e beato al fin sorgesti di non più visto in ciel roseo splendore a sparger l’orizzonte. Ecco la sposa di Ramni eccelsi l’inclit’alvo al fine sgravò di maschia desiata prole la prima volta. Da le lucid’aure fu il nobile vagito accolto a pena, che cento messi a precipizio usciro con le gambe pesanti e lo spron duro stimolando i cavalli, e il gran convesso dell’etere sonoro alto ferendo di scutiche e di corni: e qual si sparse per le cittadi popolose, e diede ai famosi congiunti il lieto annunzio: e qual per monti a stento rampicando trovò le rocche e le cadenti mura de' prischi feudi ove la polve e l’ombra abita e il gufo; e i rugginosi ferri sopra le rote mal sedenti al giorno di novo espose, e fe' scoppiarne il tuono; e i gioghi de' vassalli e le vallee ampie e le marche del gran caso empiéo. Né le Muse devote, onde gran plauso venne l’altr’anno agl’imenei felici, già si tacquero al parto. Anzi, qual suole là su la notte dell’ardente agosto turba di grilli, e più lontano ancora innumerabil popolo di rane sparger d’alto frastuono i prati e i laghi, mentre cadon su lor fendendo il buio lucide strisce, e le paludi accende fiamma improvvisa che lambisce e vola; tal sorsero i cantori a schiera a schiera; e tal piovve su lor foco febeo, che di motti ventosi alta compaggine fe' dividere in righe, o in simil suono uscir pomposamente. Altri scoperse in que' vagiti Alcide, altri d’Italia il soccorso promise, altri a Bizanzio minacciò lo sterminio. A tal clamore non ardì la mia Musa unir sue voci: ma del parto divino al molle orecchio appressò non veduta; e molto in poco strinse dicendo: «Tu sarai simìle al tuo gran genitore». La Notte La Notte Nè tu contenderai, benigna Notte, che il mio giovane illustre io cerchi e guidi con gli estremi precetti entro al tuo regno. Già di tenebre involta e di perigli, sola squallida mesta alto sedevi su la timida terra. Il debil raggio de le stelle remote e de' pianeti, che nel silenzio camminando vanno, rompea gli orrori tuoi sol quanto è duopo a sentirli assai più. Terribil ombra giganteggiando si vedea salire su per le case e su per l’alte torri di teschi antiqui seminate al piede. E upupe e gufi e mostri avversi al sole svolazzavan per essa; e con ferali stridi portavan miserandi augùri. E lievi dal terreno e smorte fiamme sorgeano in tanto; e quelle smorte fiamme di su di giù vagavano per l’aere orribilmente tacito ed opaco; e al sospettoso adultero, che lento col cappel su le ciglia e tutto avvolto entro al manto sen gia con l’armi ascose, colpieno il core, e lo strignean d’affanno. E fama è ancor che pallide fantasime lungo le mura dei deserti tetti spargean lungo acutissimo lamento, cui di lontano per lo vasto buio i cani rispondevano ululando. Tal fusti o Notte allor che gl’inclit’avi, onde pur sempre il mio garzon si vanta, eran duri ed alpestri; e con l’occaso cadean dopo lor cene al sonno in preda; fin che l’aurora sbadigliante ancora li richiamasse a vigilar su l’opre dei per novo cammin guidati rivi e sui campi nascenti; onde poi grandi furo i nipoti e le cittadi e i regni. Ma ecco Amore, ecco la madre Venere, ecco del gioco, ecco del fasto i Genii, che trionfanti per la notte scorrono, per la notte, che sacra è al mio signore. Tutto davanti a lor tutto s’irradia di nova luce. Le inimiche tenebre fuggono riversate; e l’ali spandono sopra i covili, ove le fere e gli uomini da la fatica condannati dormono. Stupefatta la Notte intorno vedesi riverberar più che dinanzi al sole auree cornici, e di cristalli e spegli pareti adorne, e vesti varie, e bianchi omeri e braccia, e pupillette mobili, e tabacchiere preziose, e fulgide fibbie ed anella e mille cose e mille. Così l’eterno Caos, allor che Amore sopra posovvi e il fomentò con l’ale, sentì il generator moto crearsi, sentì schiuder la luce; e sé medesmo vide meravigliando e i tanti aprirsi tesori di natura entro al suo grembo. O de' miei studi glorioso alunno, tu seconda me dunque, or ch’io t’invito glorie novelle ad acquistar là dove o la veglia frequente o l’ampia scena i grandi eguali tuoi, degna degli avi e dei titoli loro e di lor sorte e dei pubblici voti, ultima cura dopo le tavolette e dopo i prandi e dopo i corsi clamorosi occùpa. Or dove ahi dove senza me t’aggiri, lasso! da poi che in compagnia del sole t’involasti pur dianzi a gli occhi miei? Qual palagio ti accoglie; o qual ti copre dai nocenti vapor ch’Espero mena tetto arcano e solingo; o di qual via l’ombre ignoto trascorri, ove la plebe affrettando tenton s’urta e confonde? Ahimè, tolgalo il ciel, forse il tuo cocchio, ove il varco è più angusto, il cocchio altrui incontrò violento: e qual dei duo retroceder convegna, e qual star forte dispùtano gli aurighi alto gridando. Sdegna invitto garzon sdegna d’alzare fra il rauco suon di stèntori plebei tu' amabil voce; e taciturno aspetta, sia che a l’un piaccia rovesciar dal carro lo suo rivale; o rovesciato anch’esso perigliar tra le rote; e te per l’alto de lo infranto cristal mandar carpone. Ma l’avverso cocchier d’un picciol urto pago sen fugge o d’un resister breve: al fin libero andrai. Tu non pertanto doman chiedi vendetta; alto sonare fa’ il sacrilego fatto; osa, pretendi, e i tribunali minimi e i supremi sconvolgi agita assorda: il mondo s’empia del grave caso; e per un anno almeno parli di te, de' tuoi corsier, del cocchio e del cocchiere. Di sì fatte cose voi progenie d’eroi famosi andate ne le bocche degli uomini gran tempo. Forse ciarlier fastidioso indugia te con la dama tua nel vuoto corso. Forse a nova con lei gara d’ingegno tu mal cauto venisti: e già la bella teco del lungo repugnar s’adira; già la man che tu baci arretra, e tenta liberar da la tua; e già minaccia ricovrarsi al suo tetto, e quivi sola involarse ad ognuno in fin che il sonno venga pietoso a tranquillar suoi sdegni. Tu in van chiedi mercé; di mente in vano tu a lei te stesso sconsigliata incolpi: ella niega placarse. Il cocchio freme dell’alterno clamore; e il cocchio in tanto giace immobil fra l’ombra: e voi sue care gemme il bel mondo impaziente aspetta. Ode il cocchiere al fin d’ambe le voci un comando indistinto; e bestemmiando sferza i corsieri; e via precipitando ambo vi porta: e mal sa dove ancora. Folle! Di che temei? Sperdano i venti ogni augurio infelice. Ora il mio eroe fra l’amico tacer del vuoto corso lieto si sta la fresca ora godendo che dal monte lontan spira e consola. Siede al fianco di lui lieta non meno l’altrui cara consorte. Amor nasconde la incauta face; e il fiero dardo alzando allontana i maligni. O nume invitto, non sospettar di me; ch’io già non vegno invido esplorator, ma fido amico de la coppia beata, a cui tu vegli. E tu signor tronca gl’indugi. Assai fur gioconde quest’ombre, allor che prima nacque il vago desio, che te congiunse all’altrui cara sposa or son due lune. Ecco il tedio a la fin serpe tra i vostri così lunghi ritiri: e tempo è ormai che in più degno di te pubblico agone splendano i genii tuoi. Mira la Notte, che col carro stellato alta sen vola per l’eterea campagna; e a te col dito mostra Tèseo nel ciel, mostra Polluce, mostra Bacco ed Alcide e gli altri egregi, che per mille d’onore ardenti prove colà fra gli astri a sfolgorar saliro. Svégliati ai grandi esempi; e meco affretta. Loco è, ben sai, ne la città famoso, che splendida matrona apre al notturno concilio de' tuoi pari, a cui la vita fora senza di ciò mal grata e vile. Ivi le belle e di feconda prole inclite madri ad obliar sen vanno fra la sorte del gioco i tristi eventi de la sorte d’amore, onde fu il giorno agitato e sconvolto. Ivi le grandi avole auguste e i genitor leggiadri de' già celebri eroi il senso e l’onta volgon degli anni a rintuzzar fra l’ire magnanime del gioco. Ivi la turba de la feroce gioventù divina scende a pugnar con le mutabil arme di vaghi giubboncei, d’atti vezzosi, di bei modi del dir stamane appresi; mentre la vanità fra il dubbio marte nobil furor ne' forti petti inspira; e, con vario destin dando e togliendo la combattuta palma, alto abbandona i leggeri vessilli all’aure in preda. Ecco che già di cento faci e cento gran palazzo rifulge. Multiforme popol di servi baldanzosamente sale scende s’aggira. Urto e fragore di rote, di flagelli e di cavalli che vengono che vanno, e stridi e fischi di gente, che domandan che rispondono, assordan l’aria all’alte mura intorno. Tutto è strepito e luce. O tu, che porti la dama e il cavalier dolci mie cure, primo di carri guidator, qua volgi; e fra il denso di rote arduo cammino con olimpica man splendi; e, d’un corso subentrando i grand’atri, a dietro lascia qual pria le porte ad occupar tendea. Quasi a propria virtù, plauda al gran fatto il generoso eroe: plauda la bella, che con l’agil pensier scorre gli aurighi de le dive rivali; e novi al petto sente nascer per te teneri orgogli. Ma il bel carro s’arresta: e a te, signore, a te prima di lei sceso d’un salto, affidata la dea, lieve balzando, col sonante calcagno il suol percote. Largo dinanzi a voi fiammeggi e grondi, sopra l’ara de' numi ad arder nato, il tesoro dell’api: e a lei da tergo pronta di servi mano a terra proni lo smisurato lembo alto sospenda: somma felicità, che lei separa da le ricche viventi, a cui per anco, misere! sopra il suol l’estrema veste sibila per la polvere strisciando. Ahi, se fresco sdegnuzzo i vostri petti dianzi forse agitò, tu chino e grave a lei porgi la destra; e seco innoltra, quale ibero amador quando, raccolta dall’un lato la cappa, contegnoso guida l’amanza a diportarsi al vallo, dove il tauro, abbassando i corni irati, spinge gli uomini in alto; o gemer s’ode crepitante giudeo per entro al foco. Ma no; ché l’amorosa onda pacata oggi siede per voi: e, quanto è d’uopo a vagarvi il piacer, solo la increspa una lieve aleggiando aura soave. Snello adunque e vivace offri a la bella mollemente piegato il destro braccio. Ella la manca v’inserisca. Premi tu col gomito un poco. Anch’ella un poco ti risponda premendo; e a la tua lena dolce peso a portar tutta si doni, mentre a piccioli salti ambo affrettate per le sonanti scale alto celiando. Oh, come al tuo venir gli archi e le volte de' gran titoli tuoi forte rimbombano! come a quel suon volubili le porte cedono spalancate; ed a quel suono degna superbia in cor ti bolle; e face l’anima eccelsa rigonfiar più vasta! Entra in tal forma; e del tuo grande ingombra gli spazi fortunati. Ecco di stanze ordin lungo a voi s’apre. Altra di servi infimo gregge alberga, ove tra lampi di molteplice lume acceso e spento, e fra sempre incostanti ombre, schiamazza il sermon patrio e la facezia e il riso dell’energica plebe. Altra di vaghi zazzerati donzelli è certa sede, ove accento stranier misto al natio molle susurra: e s’apparecchia in tanto copia di carte e multiforme avorio, arme l’uno a la pugna, indice l’altro d’alti cimenti e di vittorie illustri. Al fin più interna, e di gran luce e d’oro e di ricchi tapeti aula superba sta servata per voi prole de' numi. Io, di razza mortale ignoto vate, come ardirò di penetrar fra i cori de' semidei, ne lo cui sangue in vano gocciola impura cercheria con vetro indagator colui che vide a nuoto per l’onda genitale il picciol uomo? Qui tra i servi m’arresto; e qui da loro nuove del mio signor virtudi ascose Tacito apprenderò. Ma tu sorridi, invisibil Camena; e me rapisci invisibil con te fra li negati ad ogn’altro profano aditi sacri. Già il mobile de' seggi ordine augusto sovra i tiepidi strati in cerchio volge: e fra quelli eminente i fianchi estende il grave canapè. Sola da un lato la matrona del loco ivi si posa; e con la man, che lungo il grembo cade, lentamente il ventaglio apre e socchiude. Or di giugner è tempo. Ecco le snelle e le gravi per molto adipe dame, che a passi velocissimi s’affrettano nel gran consesso. I cavalieri egregi lor camminano a lato: ed elle, intorno a la sede maggior vortice fatto di sé medesme, con sommessa voce brevi note bisbigliano; e dileguansi dissimulando fra le sedie umìli. Un tempo il canapè nido giocondo fu di risi e di scherzi, allor che l’ombre abitar gli fu grato ed i tranquilli del palagio recessi. Amor primiero trovò l’opra ingegnosa. «Io voglio» ei disse «dono a le amiche mie far d’un bel seggio, che tre ad un tempo nel suo grembo accoglia. Così, qualor degl’importuni altronde volga la turba, sederan gli amanti l’uno a lato dell’altro, ed io con loro.» Disse; percosse ambe le palme; e l’ali aprì volando impaziente all’opra. Ecco il bel fabbro lungo pian dispone di tavole contesto e molli cigne; a reggerlo vi dà vaghe colonne che del silvestre Pane i piè leggeri imitano scendendo; al dorso poi v’alza patulo appoggio: e il volge ai lati, come far soglion flessuosi acanti, o ricche corna d’arcade montone. Indi, predando a le vaganti aurette l’ali e le piume, le condensa e chiude in tumido cuscin, che tutta ingombri la macchina elegante: e al fin l’adorna di molli sete e di vernici e d’oro. Quanto il dono d’Amor piacque a le belle! Quanti pensier lor balenaro in mente! Tutte il chiesero a gara: ognuna il volle ne le stanze più interne: applause ognuna a la innata energia del vago arnese, mal repugnante e mal cedente insieme sotto ai mobili fianchi. Ivi sedendo si ritrasser le amiche; e, da lo sguardo de' maligni lontane, a i fidi orecchi si mormoraro i delicati arcani. Ivi la coppia degli amanti, a lato dell’arbitra sagace, o i nodi strinse, o calmò l’ira, e nuove leggi apprese. Ivi sovente l’amador faceto raro volume all’altrui cara sposa lesse spiegando; e con sorrisi arguti fe' tra i fogli notar lepida imago. Il fortunato seggio invidia mosse de le sedie minori al popol vario: e fama è che talora invidia mosse anco ai talami stessi. Ah perché mai, vinto da insana ambizione, uscìo fra lo immenso tumulto e fra il clamore de le veglie solenni! Avvi due Genii fastidiosi e tristi, a cui dier vita l’Ozio e la Vanità, che, noti al nome di Puntiglio e di Noia, erran cercando gli alti palagi e le vigilie illustri de la prole de' numi. Un ne le mani porta verga fatale, onde sospende ne' miseri percossi ogni lor voglia; e di macchine al par, che l’arte inventi, modera l’alme a suo talento e guida: l’altro piove dagli occhi atro vapore; e da la bocca sbadigliante esala alito lungo, che, sembiante ai pigri soffi dell’austro, si dilata e volve, e d’inane torpor le menti occùpa. Questa del canapè coppia infelice allor prese l’imperio; e i risi e i giochi ed Amor ne sospinse. Il trono è questo ove le madri de le madri eccelse de' primi eroi esercitan lor tosse; ove l’inclite mogli, a cui beata rendon la vita titoli distinti, sbadigliano distinte. Ah, se tu sai, fuggi ratto, o signor, fuggi da tanto pernicioso influsso: e là fra i seggi de le più miti dee, quindi remoto, con l’alma gioventù scherza e t’allegra. Quanta folla d’eroi! Tu, che modello d’ogni nobil virtù, d’ogn’atto eccelso, esser dei fra' tuoi pari, i pari tuoi a conoscere apprendi; e in te raccogli quanto di bello e glorioso e grande sparse in cento di loro arte o natura. Altri di lor ne la carriera illustre stampa i primi vestigi; altri gran parte di via già corse; altri a la meta è giunto. In vano il vulgo temerario agli uni di fanciulli dà nome; e quelli adulti, questi già vegli di chiamare ardisce: tutti son pari. Ognun folleggia e scherza; ognun giudica e libra; ognun del pari l’altro abbraccia e vezzeggia: in ciò soltanto non simili tra lor, che ognun sua cura ha diletta fra l’altre onde più brilli. Questi è l’almo garzon che con maestri da la scutica sua moti di braccio desta sibili egregi; e l’ore illustra l’aere agitando de le sale immense, onde i prischi trofei pendono e gli avi. L’altro è l’eroe che da la guancia enfiata e dal torto oricalco ai trivi annuncia suo talento immortal, qualor dall’alto de' famosi palagi emula il suono di messagger che frettoloso arrive. Quanto è vago a mirarlo allor che in veste cinto spedita, e con le gambe assorte in ampio cuoio, cavalcando ai campi rapisce il cocchio, ove la dama è assisa e il marito e l’ancella e il figlio e il cane! Quegli or esce di là dove ne' fori si ministran bevande ozio e novelle. Ei v’andò mattutin, partinne al pranzo, vi tornò fino a notte: e già sei lustri volgon da poi che il bel tenor di vita giovinetto intraprese. Ah chi di lui può sedendo trovar più grati sonni, o più lunghi sbadigli, o più fiate d’atro rapè solleticar le nari, o a voce popolare orecchi e fede prestar più ingordo e declamar più forte? Ecco che il segue del figliuol di Maia il più celebre alunno, al cui consiglio nel gran dubbio de' casi ognaltro cede: sia che dadi versati, o pezzi eretti, o giacenti pedine, o brevi o grandi carte mescan la pugna. Ei sul mattino le stupide micranie o l’aspre tossi molce giocando a le canute dame. Ei, già tolte le mense, i nati or ora giochi a le belle declinanti insegna. Ei la notte raccoglie a sé dintorno schiera d’eroi, che nobil estro infiamma d’apprender l’arte, onde l’altrui fortuna vincasi e domi; e del soave amico nobil parte de' campi all’altro ceda. Vuoi su lucido carro in dì solenne gir trionfando al corso? Ecco quell’uno, che al lavor ne presieda. E legni e pelli e ferri e sete e carpentieri e fabbri a lui son noti: e per l’Ausonia tutta è noto ei pure. Il Calabro di feudi e d’ordini superbo, i duchi e i prenci che pascon Mongibello, e fin gli stessi gran nipoti romani a lui sovente ne commetton la cura: ed ei sen vola d’una in altra officina in fin che sorga, auspice lui, la fortunata mole. Poi di tele ricinta, e contro all’onte de la pioggia e del sol ben forte armata, mille e più passi l’accompagna ei stesso fuor de le mura; e con soave sguardo la segue ancor sin che la via declini. Vedi giugner colui che, di cavalli invitto domator, divide il giorno fra i cavalli e la dama. Or de la dama la man tiepida preme; or de' cavalli liscia i dorsi pilosi, ovver col dito tenta a terra prostrato i ferri e l’ugna. Aimè misera lei quando s’indice fiera altrove frequente! Ei l’abbandona; e per monti inaccessi e valli orrende trova i lochi remoti, e cambia o merca. Ma lei beata poi quand’ei sen torna sparso di limo; e novo fasto adduce di frementi corsieri; e gli avi loro e i costumi e le patrie a lei soletta molte lune ripete! Or vedi l’altro, di cui più diligente o più costante non fu mai damigella o a tesser nodi o d’aurei drappi a separar lo stame. A lui turgide ancora ambe le tasche son d’ascose materie. Eran già queste prezioso tapeto, in cui distinti d’oro e lucide lane i casi apparvero d’Ilio infelice: e il cavalier, sedendo nel gabinetto de la dama, ormai con ostinata man tutte divise in fili minutissimi le genti d’Argo e di Frigia. Un fianco solo avanza de la bella rapita; e poi l’eroe, pur giunto al fin di sua decenne impresa, andrà superbo al par d’ambo gli Atridi. Ma chi l’opre diverse o i vari ingegni tutti esprimer poria, poi che le stanze folte già son di cavalieri e dame? Tu per quelle t’avvolgi. Ardito e baldo vanne, torna, ti assidi, ergiti, cedi, premi, chiedi perdono, odi, domanda, sfuggi, accenna, schiamazza, entra e ti mesci ai divini drappelli; e, a un punto empiendo ogni cosa di te, mira e conosci. Là i vezzosi d’Amor novi seguaci lor nascenti fortune ad alta voce confidansi all’orecchio; e ridon forte; e saltellando batton palme a palme: sia che a leggiadre imprese Amor li guidi fra le oscure mortali; o che gli assorba de le dive lor pari entro alla luce. Qui gli antiqui d’Amor noti campioni con voci esìli, e dall’ansante petto fuor tratte a stento, rammentando vanno le superate al fin tristi vicende. Indi gl’imberbi eroi, cui diede il padre la prima coppia di destrier pur ieri, con animo viril celiano al fianco di provetta beltà, che ai risi loro alza scoppi di risa; e il nudo spande, che di veli mal chiuso i guardi cerca, che il cercarono un tempo. Indi gli adulti, a la cui fronte il primo ciuffo appose fallace parrucchier, scherzan vicini a la sposa novella; e di bei motti tendonle insidia, ove di lei s’intrichi l’alma inesperta e il timido pudore. Folli! Ché ai detti loro ella va incontro valorosa così come una madre di dieci eroi. V’ha in altra parte assiso chi di lieti racconti ovver di fole non ascoltate mai raro promette a le dame trastullo; e ride e narra e ride ancor, benché a le dame in tanto sovra l’arco de' labbri aleggi e penda insolente sbadiglio. Avvi chi altronde con fortunato studio in novi sensi le parole converte; o i simil suoni pronto a colpir, divinamente scherza. Alto al genio di lui plaude il ventaglio de le pingui matrone, a cui la voce di vernacolo accento anco risponde. Ma le giovani madri, al latte avvezze di più nuove dottrine, il sottil naso aggrinzan fastidite; e pur col guardo chieder sembran pietade a i belli spirti che lor siedono a lato; e a cui gran copia d’erudita efemeride distilla volatile scienza entro a la mente. Altri altrove pugnando audace innalza sovra d’ognaltro il palafren ch’ei sale, o il poeta o il cantor che lieti ei rende de le sue mense. Altri dà vanto all’else lucido e bello de la spada, ond’egli solo, e per casi non più visti, al fine fu dal più dotto anglico artier fornito. Altri grave nel volto ad altri espone qual per l’appunto a gran convito apparve ordin di cibi; ed altri, stupefatto, con profondo pensier con alte dita conta di quanti tavolieri a punto grande insolita veglia andò superba. Un fra l’indice e il medio inflessi alquanto, molle ridendo, al suo vicin la gota preme furtivo; e l’un da tergo all’altro il pendente cappel sotto all’ascella ratto invola: e del colpo a sé dà plauso. Qual d’ogni lato i molti servi in tanto, e seggi e tavolieri e luci e carte, supellettile augusta entran portando? E sordo stropicciar di mossi scanni, e cigolio di tavole spiegate, odo vagar fra le sonanti risa di giovani festivi e fra le acute voci di dame cicalanti a un tempo, come intorno a selvaggio antico moro sull’imbrunir del dì garrulo stormo di frascheggianti passere novelle? Sola in tanto rumor tacita siede la matrona del loco: e, chino il fronte e increspate le ciglia, i sommi labbri appoggia in sul ventaglio, arduo pensiere macchinando tra sé. Medita certo come al candor come al pudor si deggia la cara figlia preservar, che torna doman dai chiostri, ove il sermon d’Italia pur giunse ad obliar, meglio erudita de le galliche grazie. Oh qual dimane nei genitor, ne' convitati, a mensa ben cicalando ecciterai stupore, bella fra i lari tuoi vergin straniera! errai. Nel suo pensier volge di cose l’alta madre d’eroi mole più grande: e nel dubbio crudel col guardo invoca de le amiche l’aita; e a sé con mano il fido cavalier chiede a consiglio. Qual mai del gioco ai tavolier diversi ordin porrà, che de le dive accolte nulla obliata si dispetti; e nieghi più qui tornare ad aver scorno ed onte? Come, con pronto antiveder, del gioco il dissimil tenore ai genii eccelsi assegnerà conforme; ond’altri poi non isbadigli lungamente, e pianga le mal gittate ore notturne, e lei de lo infelice oro perduto incolpi? Qual paro e quale al tavolier medesimo e di campioni e di guerriere audaci fia che tra loro a tenzonar congiunga: sì che giammai, per miserabil caso, la vetusta patrizia, ella e lo sposo ambo di regi favolosa stirpe, con lei non scenda al paragon, che al grado per breve serie di scrivani or ora fu de' nobili assunta, e il cui marito gli atti e gli accenti ancor serba del monte? Ma che non può sagace ingegno e molta d’anni e di casi esperienza? Or ecco ella compose i fidi amanti; e lungi de la stanza nell’angol più remoto il marito costrinse, a dì sì lieti sognante ancor d’esser geloso. Altrove le occulte altrui, ma non fuggite all’occhio dotto di lei benché nascenti a pena dolci cure d’amor, fra i meno intenti o i meno acuti a penetrar nell’alte dell’animo latèbre, in grembo al gioco pose a crescer felici: e già in duo cori grazia e mercé de la bell’opra ottiene. Qua gl’illustri e le illustri; e là gli estremi ben seppe unir de' novamente compri feudi, e de' prischi gloriosi nomi cui mancò la fortuna. Anco le piacque accozzar le rivali, onde spiarne i mal chiusi dispetti. Anco per celia più secoli adunò, grato aspettando e per gli altri e per sé riso dall’ire settagenarie che nel gioco accense fien, con molta raucedine e con molto tentennar di parrucche e cuffie alate. Già per l’aula beata a cento intorno dispersi tavolier seggon le dive, seggon gli eroi, che dell’Esperia sono gloria somma o speranza. Ove di quattro un drappel si raccoglie: e dove un altro di tre soltanto. Ivi di molti e grandi fogli dipinti il tavolier si sparge: qui di pochi e di brevi. Altri combatte; altri sta sopra a contemplar gli eventi de la instabil fortuna e i tratti egregi del sapere o dell’arte. In fronte a tutti grave regna il consiglio: e li circonda maestoso silenzio. Erran sul campo agevoli ventagli, onde le dame cercan ristoro all’agitato spirto dopo i miseri casi. Erran sul campo lucide tabacchiere. Indi sovente un’util rimembranza un pronto avviso con le dita si attigne: e spesso volge i destini del gioco e de la veglia un atomo di polve. Ecco sen ugne la panciuta matrona intorno al labbro le calugini adulte: ecco sen ugne le nari delicate e un po' di guancia la sposa giovinetta. In vano il guardo d’esperto cavalier, che già su lei medita nel suo cor future imprese, le domina dall’alto i pregi ascosi: e in van d’un altro, timidetto ancora, il pertinace piè l’estrema punta del bel piè le sospigne. Ella non sente o non vede o non cura. Entro a que' fogli, ch’ella con man sì lieve ordina o turba, de le pompe muliebri a lei concesse or s’agita la sorte. Ivi è raccolto il suo cor la sua mente. Amor sorride; e luogo e tempo a vendicarsi aspetta. Chi la vasta quiete osa da un lato romper con voci successive or aspre or molli or alte ora profonde, sempre con tenore ostinato, al par di secchi che scendano e ritornino piagnenti dal cupo alveo dell’onda; o al par di rote che, sotto al carro pesante, per lunga odansi strada scricchiolar lontano? L’ampia tavola è questa, a cui s’aduna quanto mai per aspetto e per maturo senno il nobil concilio ha di più grave o fra le dive socere o fra i nonni o fra i celibi già da molti lustri memorati nel mondo. In sul tappeto sorge grand’urna, che poi scossa in volta la dovizia de' numeri comparte fra i giocator, cui numerata è innanzi d’immagini diverse alma vaghezza. Qual finge il vecchio che con man la negra sopra le grandi porporine brache veste raccoglie; e rubicondo il naso di grave stizza alto minaccia e grida, l’aguzza barba dimenando. Quale finge colui che con la gobba enorme e il naso enorme e la forchetta enorme le cadenti lasagne avido ingoia. Quale il multicolor zanni leggiadro, che, col pugno posato al fesso legno, sovra la punta dell’un piè s’innoltra; e, la succinta natica rotando, altrui volge faceto il nero ceffo. Né d’animali ancor copia vi manca, o al par d’umana creatura l’orso ritto in due piedi, o il miccio, o la ridente simmia, o il caro asinello, onde a sé grato e giocatrici e giocator fan speglio.