Operette morali di Giacomo Leopardi Testo dell’edizione a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1928. Trascrizione di Wikisource (https://it.wikisource.org/wiki/Operette_morali_(Leopardi_-_Donati)), licenza CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.it). Da Libri di dominio pubblico: https://libridominiopubblico.it/libri/operette-morali/ Storia del genere umano Narrasi che tutti gli uomini che da principio popolarono la terra fossero creati per ogni dove a un medesimo tempo, e tutti bambini, e fossero nutricati dalle api, dalle capre e dalle colombe, nel modo che i poeti favoleggiarono dell’educazione di Giove. E che la terra fosse molto piú piccola che ora non è, quasi tutti i paesi piani, il cielo senza stelle, non fosse creato il mare, e apparisse nel mondo molto minore varietá e magnificenza che oggi non vi si scuopre. Ma nondimeno gli uomini, compiacendosi insaziabilmente di riguardare e di considerare il cielo e la terra, maravigliandosene sopra modo e riputando l’uno e l’altra bellissimi e, non che vasti, ma infiniti, cosí di grandezza come di maestá e di leggiadria; pascendosi oltre a ciò di lietissime speranze, e traendo da ciascun sentimento della loro vita incredibili diletti, crescevano con molto contento, e con poco meno che opinione di felicitá. Cosí consumata dolcissimamente la fanciullezza e la prima adolescenza, e venuti in etá piú ferma, incominciarono a provare alcuna mutazione. Perciocchè le speranze, che eglino fino a quel tempo erano andati rimettendo di giorno in giorno, non si riducendo ancora ad effetto, parve loro che meritassero poca fede; e contentarsi di quello che presentemente godessero, senza promettersi verun accrescimento di bene, non pareva loro di potere, massimamente che l’aspetto delle cose naturali e ciascuna parte della vita giornaliera, o per l’assuefazione o per essere diminuita nei loro animi quella prima vivacitá, non riusciva loro di gran lunga cosí dilettevole e grata come a principio. Andavano per la terra visitando lontanissime contrade, poiché lo potevano fare agevolmente, per essere i luoghi piani, e non divisi da mari, né impediti da altre difficoltá; e dopo non molti anni, i piú di loro si avvidero che la terra, ancorché grande, aveva termini certi, e non cosí larghi che fossero incomprensibili; e che tutti i luoghi di essa terra e tutti gli uomini, salvo leggerissime differenze, erano conformi gli uni agli altri. Per le quali cose cresceva la loro mala contentezza, di modo che essi non erano ancora usciti della gioventú, che un espresso fastidio dell’esser loro gli aveva universalmente occupati. E di mano in mano nell’etá virile, e maggiormente in sul declinare degli anni, convertita la sazietá in odio, alcuni vennero in sí fatta disperazione, che non sopportando la luce e lo spirito, che nel primo tempo avevano avuti in tanto amore, spontaneamente, quale in uno e quale in altro modo, se ne privarono. Parve orrendo questo caso agli dèi, che da creature viventi la morte fosse preposta alla vita, e che questa medesima in alcun suo proprio soggetto, senza forza di necessitá e senza altro concorso, fosse istrumento a disfarlo. Né si può facilmente dire quanto si maravigliassero che i loro doni fossero tenuti cosí vili e abbominevoli, che altri dovesse con ogni sua forza spogliarseli e rigettarli; parendo loro aver posta nel mondo tanta bontá e vaghezza, e tali ordini e condizioni che quella stanza avesse ad essere, non che tollerata, ma sommamente amata da qualsivoglia animale, e dagli uomini massimamente, il qual genere avevano formato con singolare studio a maravigliosa eccellenza. Ma nel medesimo tempo, oltre all’essere tocchi da non mediocre pietá di tanta miseria umana quanta manifestavasi dagli effetti, dubitavano eziandio che, rinnovandosi e moltiplicandosi quei tristi esempi, la stirpe umana fra poca etá, contro l’ordine dei fati, venisse a perire, e le cose fossero private di quella perfezione che risultava loro dal nostro genere, ed essi di quegli onori che ricevevano dagli uomini. Deliberato per tanto Giove di migliorare, poiché parea che si richiedesse, lo stato umano, e d’indirizzarlo alla felicitá con maggiori sussidi, intendeva che gli uomini si querelavano principalmente che le cose non fossero immense di grandezza, né infinite di beltá, di perfezione e di varietá, come essi da prima avevano giudicato; anzi essere angustissime, tutte imperfette, e pressoché di una forma; e che dolendosi non solo dell’etá provetta, ma della matura, e della medesima gioventú, e desiderando le dolcezze dei loro primi anni, pregavano ferventemente di essere tornati nella fanciullezza, e in quella perseverare tutta la loro vita. Della qual cosa non potea Giove soddisfarli, essendo contraria alle leggi universali della natura, ed a quegli uffici e quelle utilitá che gli uomini dovevano, secondo l’intenzione e i decreti divini, esercitare e produrre. Né anche poteva comunicare la propria infinitá colle creature mortali, né fare la materia infinita, né infinita la perfezione e la felicitá delle cose e degli uomini. Ben gli parve conveniente di propagare i termini del creato, e di maggiormente adornarlo e distinguerlo; e preso questo consiglio, ringrandí la terra d’ogn’intorno, e v’infuse il mare, acciocché, interponendosi ai luoghi abitati, diversificasse la sembianza delle cose, e impedisse che i confini loro non potessero facilmente essere conosciuti dagli uomini, interrompendo i cammini, ed anche rappresentando agli occhi una viva similitudine dell’immensitá. Nel qual tempo occuparono le nuove acque la terra Atlantide, non solo essa, ma insieme altri innumerabili e distesissimi tratti, benché di quella resti memoria speciale, sopravissuta alla moltitudine dei secoli. Molti luoghi depresse, molti ricolmò suscitando i monti e le colline, cosperse la notte di stelle, rassottigliò e ripurgò la natura dell’aria ed accrebbe il giorno di chiarezza e di luce, rinforzò e contemperò più diversamente che per l’addietro i colori del cielo e delle campagne, confuse le generazioni degli uomini in guisa che la vecchiezza degli uni concorresse in un medesimo tempo coll’altrui giovanezza e puerizia. E risolutosi di moltiplicare le apparenze di quell’infinito che gli uomini sommamente desideravano (dappoi che egli non li poteva compiacere della sostanza), e volendo favorire e pascere le coloro immaginazioni, dalla virtú delle quali principalmente comprendeva essere proceduta quella tanta beatitudine della loro fanciullezza; fra i molti espedienti che pose in opera (siccome fu quella del mare), creato l’eco, lo nascose nelle valli e nelle spelonche, e mise nelle selve uno strepito sordo e profondo, con un vasto ondeggiamento delle loro cime. Creò similmente il popolo de’ sogni, e commise loro che, ingannando sotto piú forme il pensiero degli uomini, figurassero loro quella pienezza di non intelligibile felicitá, che egli non vedeva modo a ridurre in atto, e quelle immagini perplesse e indeterminate, delle quali esso medesimo, se bene avrebbe voluto farlo, e gli uomini lo sospiravano ardentemente, non poteva produrre alcun esempio reale. Fu per questi provvedimenti di Giove ricreato ed eretto l’animo degli uomini, e rintegrata in ciascuno di loro la grazia e la caritá della vita, non altrimenti che l’opinione, il diletto e lo stupore della bellezza e dell’immensitá delle cose terrene. E durò questo buono stato piú lungamente che il primo, massime per la differenza del tempo introdotta da Giove nei nascimenti, sicché gli animi freddi e stanchi per l’esperienza delle cose, erano confortati vedendo il calore e le speranze dell’etá verde. Ma in progresso di tempo tornata a mancare affatto la novitá, e risorto e riconfermato il tedio e la disistima della vita, si ridussero gli uomini in tale abbattimento, che nacque allora, come si crede, il costume riferito nelle storie come praticato da alcuni popoli antichi che lo serbarono, che nascendo alcuno, si congregavano i parenti e loro amici a piangerlo; e morendo, era celebrato quel giorno con feste e ragionamenti che si facevano congratulandosi coll’estinto. All’ultimo tutti i mortali si volsero all’empietá; o che paresse loro di non essere ascoltati da Giove, o essendo propria natura delle miserie indurare e corrompere gli animi eziandio piú bennati, e disamorarli dell’onesto e del retto. Perciocché s’ingannano a ogni modo coloro i quali stimano essere nata primieramente l’infelicitá umana dall’iniquitá e dalle cose commesse contro agli dèi; ma per lo contrario nond’altronde ebbe principio la malvagitá degli uomini che dalle loro calamitá. Ora poiché fu punita dagli dèi col diluvio di Deucalione la protervia dei mortali e presa vendetta delle ingiurie, i due soli scampati dal naufragio universale del nostro genere, Deucalione e Pirra, affermando seco medesimi niuna cosa potere maggiormente giovare alla stirpe umana che di essere al tutto spenta, sedevano in cima a una rupe chiamando la morte con efficacissimo desiderio, non che temessero né deplorassero il fato comune. Non per tanto, ammoniti da Giove di riparare alla solitudine della terra; e non sostenendo, come erano sconfortati e disdegnosi della vita, di dare opera alla generazione; tolto delle pietre della montagna, secondo che dagli dèi fu mostrato loro, e gittatosele dopo le spalle, restaurarono la specie umana. Ma Giove fatto accorto, per le cose passate, della propria natura degli uomini, e che non può loro bastare, come agli altri animali, vivere ed essere liberi da ogni dolore e molestia del corpo; anzi, che bramando sempre e in qualunque stato l’impossibile, tanto piú si travagliano con questo desiderio da se medesimi, quanto meno sono afflitti dagli altri mali; deliberò valersi di nuove arti a conservare questo misero genere: le quali furono principalmente due. L’una mescere la loro vita di mali veri; l’altra implicarla in mille negozi e fatiche, ad effetto d’intrattenere gli uomini, e divertirli quanto piú si potesse dal conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicitá. Quindi primieramente diffuse tra loro una varia moltitudine di morbi e un infinito genere di altre sventure: parte volendo, col variare le condizioni e le fortune della vita mortale, ovviare alla sazietá e crescere colla opposizione dei mali il pregio de’ beni; parte acciocché il difetto dei godimenti riuscisse agli spiriti esercitati in cose peggiori, molto piú comportabile che non aveva fatto per lo passato; e parte eziandio con intendimento di rompere e mansuefare la ferocia degli uomini, ammaestrarli a piegare il collo e cedere alla necessitá, ridurli a potersi piú facilmente appagare della propria sorte, e rintuzzare negli animi affievoliti non meno dalle infermitá del corpo che dai travagli propri, l’acume e la veemenza del desiderio. Oltre di questo, conosceva dovere avvenire che gli uomini oppressi dai morbi e dalle calamitá, fossero meno pronti che per l’addietro a volgere le mani contra se stessi, perocché sarebbero incodarditi e prostrati di cuore, come interviene per l’uso dei patimenti. I quali sogliono anche, lasciando luogo alle speranze migliori, allacciare gli animi alla vita: imperciocché gl’infelici hanno ferma opinione che eglino sarebbero felicissimi quando si riavessero dei propri mali; la qual cosa, come è la natura dell’uomo, non mancano mai di sperare che debba loro succedere in qualche modo. Appresso creò le tempeste dei venti e dei nembi, si armò del tuono e del fulmine, diede a Nettuno il tridente, spinse le comete in giro e ordinò le eclissi; colle quali cose e con altri segni ed effetti terribili, instituí di spaventare i mortali di tempo in tempo: sapendo che il timore e i presenti pericoli riconcilierebbero alla vita, almeno per breve ora, non tanto gl’infelici, ma quelli eziandio che l’avessero in maggiore abbominio, e che fossero piú disposti a fuggirla. E per escludere la passata oziositá, indusse nel genere umano il bisogno e l’appetito di nuovi cibi e di nuove bevande, le quali cose non senza molta e grave fatica si potessero provvedere, laddove insino al diluvio gli uomini, dissetandosi delle sole acque, si erano pasciuti delle erbe e delle frutta che la terra e gli arbori somministravano loro spontaneamente, e di altre nutriture vili e facili a procacciare, siccome usano di sostentarsi anche oggidi alcuni popoli, e particolarmente quelli di California. Assegnò ai diversi luoghi diverse qualitá celesti, e similmente alle parti dell’anno, il quale insino a quel tempo era stato sempre e in tutta la terra benigno e piacevole, in modo che gli uomini non avevano avuto uso di vestimenti; ma di questi per l’innanzi furono costretti a fornirsi, e con molte industrie riparare alle mutazioni e inclemenze del cielo. Impose a Mercurio che fondasse le prime cittá, e distinguesse il genere umano in popoli, nazioni e lingue, ponendo gara e discordia tra loro; e che mostrasse agli uomini il canto e quelle altre arti, che sí per la natura e sí per l’origine, furono chiamate, e ancora si chiamano, divine. Esso medesimo diede leggi, stati e ordini civili alle nuove genti; e in ultimo, volendo con un incomparabile dono beneficarle, mandò tra loro alcuni fantasmi di sembianze eccellentissime e soprumane, ai quali permise in grandissima parte il governo e la potestá di esse genti; e furono chiamati Giustizia, Virtú, Gloria, Amor patrio e con altri sí fatti nomi. Tra i quali fantasmi fu medesimamente uno chiamato Amore, che in quel tempo primieramente, siccome anco gli altri, venne in terra; perciocché innanzi all’uso dei vestimenti, non amore, ma impeto di cupiditá, non dissimile negli uomini di allora da quello che fu di ogni tempo nei bruti, spingeva l’un sesso verso l’altro, nella guisa che è tratto ciascuno ai cibi e a simili oggetti, i quali non si amano veramente, ma si appetiscono. Fu cosa mirabile quanto frutto partorissero questi divini consigli alla vita mortale, e quanto la nuova condizione degli uomini, non ostante le fatiche, gli spaventi e i dolori, cose per l’addietro ignorate dal nostro genere, superasse di comoditá e di dolcezza quelle che erano state innanzi al diluvio. E questo effetto provenne in gran parte da quelle meravigliose larve; le quali dagli uomini furono riputate ora geni ora iddii, e seguite e culte con ardore inestimabile e con vaste e portentose fatiche per lunghissima etá; infiammandoli a questo dal canto loro con infinito sforzo i poeti e i nobili artefici; tanto che un grandissimo numero di mortali non dubitarono chi all’uno e chi all’altro di quei fantasmi donare e sacrificare il sangue e la vita propria. La qual cosa, non che fosse discara a Giove, anzi piacevagli sopra modo, cosí per altri rispetti, come che egli giudicava dovere essere gli uomini tanto meno facili a gittare volontariamente la vita, quanto piú fossero pronti a spenderla per cagioni belle e gloriose. Anche di durata questi buoni ordini eccedettero grandemente i superiori; poiché quantunque venuti dopo molti secoli in manifesto abbassamento, nondimeno eziandio declinando e poscia precipitando, valsero in guisa che fino all’entrare di un’etá non molto rimota dalla presente, la vita umana, la quale per virtú di quegli ordini era stata giá, massime in alcun tempo, quasi gioconda, si mantenne per beneficio loro mediocremente facile e tollerabile. Le cagioni e i modi del loro alterarsi furono i molti ingegni trovati dagli uomini per provvedere agevolmente e con poco tempo ai propri bisogni; lo smisurato accrescimento della disparitá di condizioni e di uffici constituita da Giove tra gli uomini quando fondò e dispose le prime repubbliche; l’oziositá e la vanitá che per queste cagioni, di nuovo, dopo antichissimo esilio, occuparono la vita; l’essere, non solo per la sostanza delle cose, ma ancora da altra parte per l’estimazione degli uomini, venuta a scemarsi in essa vita la grazia della varietá, come sempre suole per la lunga consuetudine; e finalmente le altre cose piú gravi, le quali per essere giá descritte e dichiarate da molti, non accade ora distinguere. Certo negli uomini si rinnovellò quel fastidio delle cose loro che gli aveva travagliati avanti il diluvio, e rinfrescossi quell’amaro desiderio di felicitá ignota ed aliena dalla natura dell’universo. Ma il totale rivolgimento della loro fortuna e l’ultimo esito di quello stato che oggi siamo soliti di chiamare antico, venne principalmente da una cagione diversa dalle predette: e fu questa. Era tra quelle larve, tanto apprezzate dagli antichi, una chiamata nelle costoro lingue Sapienza; la quale, onorata universalmente come tutte le sue compagne, e seguita in particolare da molti, aveva altresí al pari di quelle conferito per la sua parte alla prosperitá dei secoli scorsi. Questa piú e piú volte, anzi quotidianamente, aveva promesso e giurato ai seguaci suoi di voler loro mostrare la Veritá la quale diceva ella essere un genio grandissimo, e sua propria signora, né mai venuta in sulla terra, ma sedere cogli dèi nel cielo; donde essa prometteva che coll’autoritá e grazia propria intendeva di trarla, e di ridurla per qualche spazio di tempo a peregrinare tra gli uomini: per l’uso e per la familiaritá della quale, dovere il genere umano venire in sí fatti termini, che di altezza di conoscimento, eccellenza d’instituti e di costumi, e felicitá di vita, per poco fosse comparabile al divino. Ma come poteva una pura ombra ed una sembianza vuota mandare ad effetto le sue promesse, non che menare in terra la Veritá? Sicché gli uomini, dopo lunghissimo credere e confidare, avvedutisi della vanitá di quelle profferte; e nel medesimo tempo famelici di cose nuove, massime per l’ozio in cui vivevano; e stimolati parte dall’ambizione di pareggiarsi agli dèi, parte dal desiderio di quella beatitudine che per le parole del fantasma si riputavano, conversando colla Veritá, essere per conseguire; si volsero con istantissime e presuntuose voci dimandando a Giove che per alcun tempo concedesse alla terra quel nobilissimo genio, rimproverandogli che egli invidiasse alle sue creature l’utilitá infinita che dalla presenza di quello riporterebbero; e insieme si rammaricavano con lui della sorte umana, rinnovando le antiche e odiose querele della piccolezza e della povertá delle cose loro. E perché quelle speciosissime larve, principio di tanti beni alle etá passate, ora si tenevano dalla maggior parte in poca stima; non che giá fossero note per quelle che veramente erano, ma la comune viltá dei pensieri e l’ignavia dei costumi facevano che quasi niuno oggimai le seguiva; perciò gli uomini, bestemmiando scelleratamente il maggior dono che gli eterni avessero fatto e potuto fare ai mortali, gridavano che la terra non era degnata se non dei minori geni; ed ai maggiori, ai quali la stirpe umana, piú condecentemente s’inchinerebbe, non essere degno né lecito di porre il piede in questa infima parte dell’universo. Molte cose avevano giá da gran tempo alienata novamente dagli uomini la volontá di Giove; e tra le altre gl’incomparabili vizi e misfatti, i quali per numero e per tristezza si avevano di lunghissimo intervallo lasciate addietro le malvagitá vendicate dal diluvio. Stomacavalo del tutto, dopo tante esperienze prese, l’inquieta, insaziabile, immoderata natura umana; alla tranquillitá della quale, non che alla felicitá, vedeva oramai per certo, niun provvedimento condurre, niuno stato convenire, niun luogo essere bastante; perché, quando bene egli avesse voluto in mille doppi aumentare gli spazi e i diletti della terra, e l’universitá delle cose, quella e queste agli uomini, parimente incapaci e cupidi dell’infinito, fra breve tempo erano per parere strette, disamene e di poco pregio. Ma in ultimo quelle stolte e superbe domande commossero talmente l’ira del dio, che egli si risolse, posta da parte ogni pietá, di punire in perpetuo la specie umana, condannandola per tutte le etá future a miseria molto piú grave che le passate. Per la qual cosa deliberò non solo mandare la Veritá fra gli uomini a stare, come essi chiedevano, per alquanto di tempo, ma dandole eterno domicilio tra loro, ed esclusi di quaggiú quei vaghi fantasmi che egli vi avea collocati, farla perpetua moderatrice e signora della gente umana. E maravigliandosi gli altri dèi di questo consiglio, come quelli ai quali pareva che egli avesse a ridondare in troppo innalzamento dello stato nostro e in pregiudizio della loro maggioranza, Giove li rimosse da questo concetto mostrando loro, oltre che non tutti i geni, eziandio grandi, sono di proprietá benefici, non essere tale l’ingegno della Veritá, che ella dovesse fare gli stessi effetti negli uomini che negli dèi. Perocché laddove agl’immortali ella dimostrava la loro beatitudine, discoprirebbe agli uomini interamente e proporrebbe ai medesimi del continuo dinanzi agli occhi la loro infelicitá; rappresentandola oltre a questo, non come opera solamente della fortuna, ma come tale che per niuno accidente e niuno rimedio non lo possano campare, né mai, vivendo, interrompere. Ed avendo la piú parte dei loro mali questa natura, che in tanto sieno mali in quanto sono creduti essere da chi li sostiene, e piú o meno gravi secondo che esso gli stima; si può giudicare di quanto grandissimo nocumento sia per essere agli uomini la presenza di questo genio. Ai quali niuna cosa apparirá maggiormente vera che la falsitá di tutti i beni mortali; e niuna solida, se non la vanitá di ogni cosa fuorché dei propri dolori. Per queste cagioni saranno eziandio privati della speranza; colla quale dal principio insino al presente, piú che con altro diletto o conforto alcuno, sostentarono la vita. E nulla sperando, né veggendo alle imprese e fatiche loro alcun degno fine, verranno in tale negligenza ed abborrimento da ogni opera industriosa, non che magnanima, che la comune usanza dei vivi sará poco dissomigliante da quella dei sepolti. Ma in questa disperazione e lentezza, non potranno fuggire che il desiderio di un’immensa felicitá, congenito agli animi loro, non li punga e cruci tanto piú che in addietro, quanto sará meno ingombro e distratto dalla veritá delle cure e dall’impeto delle azioni. E nel medesimo tempo, si troveranno essere destituiti della naturale virtú immaginativa, che sola poteva per alcuna parte soddisfarli di questa felicitá non possibile e non intesa, né da me, né da loro stessi che la sospirano. E tutte quelle somiglianze dell’infinito che io studiosamente aveva poste nel mondo, per ingannarli e pascerli, conforme alla loro inclinazione, di pensieri vasti e indeterminati, riusciranno insufficienti a quest’effetto, per la dottrina e per gli abiti che eglino apprenderanno dalla Veritá. Di maniera che la terra e le altre parti dell’universo, se per addietro parvero loro piccole, parranno da ora innanzi menome; perché essi saranno instrutti e chiariti degli arcani della natura; e perché quelle, contro la presente aspettazione degli uomini, appaiono tanto piú strette a ciascuno, quanto egli ne ha piú notizia. Finalmente, perciocché saranno stati ritolti alla terra i suoi fantasmi, e per gl’insegnamenti della Veritá, per li quali gli uomini avranno piena contezza dell’essere di quelli, mancherá dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, cosí di pensieri come di fatti; e non pure lo studio e la caritá, ma il nome stesso delle nazioni e delle patrie sará spento per ogni dove; recandosi tutti gli uomini, secondo che essi saranno usati di dire, in una sola nazione e patria, come fu da principio, e facendo professione di amore universale verso tutta la loro specie; ma veramente dissipandosi la stirpe umana in tanti popoli quanti saranno uomini. Perciocché non si proponendo né patria da dovere particolarmente amare, né strani da odiare; ciascheduno odierá tutti gli altri, amando solo, di tutto il suo genere, se medesimo. Dalla qual cosa quanti e quali incomodi sieno per nascere, sarebbe infinito a raccontare. Né per tanta e sí disperata infelicitá si ardiranno i mortali di abbandonare la luce spontaneamente; perocché l’imperio di questo genio li fará non meno vili che miseri; ed aggiungendo oltremodo alle acerbitá della loro vita, li priverá del valore di rifiutarla. Per queste parole di Giove parve agli dèi che la nostra sorte fosse per essere troppo piú fiera e terribile, che alla divina pietá non si convenisse di consentire. Ma Giove seguitò dicendo: — Avranno tuttavia qualche mediocre conforto da quel fantasma che essi chiamano Amore; il quale io sono disposto, rimovendo tutti gli altri, lasciare nel consorzio umano. E non sará dato alla Veritá, quantunque potentissima e combattendolo di continuo, né sterminarlo mai dalla terra, né vincerlo se non di rado. Sicché la vita degli uomini, parimente occupata nel culto di quel fantasma e di questo genio, sará divisa in due parti; e l’uno e l’altro di quelli avranno nelle cose e negli animi dei mortali comune imperio. Tutti gli altri studi, eccetto che alcuni pochi e di picciolo conto, verranno meno nella maggior parte degli uomini. Alle etá gravi il difetto delle consolazioni di Amore sará compensato dal beneficio della loro naturale proprietá di essere quasi contenti della stessa vita, come accade negli altri generi di animali, e di curarla diligentemente per sua cagione propria, non per diletto né per comodo che ne ritraggano. — Cosí rimossi dalla terra i beati fantasmi, salvo solamente Amore, il manco nobile di tutti, Giove mandò tra gli uomini la Veritá, e diedele appo loro perpetua stanza e signoria. Di che seguitarono tutti quei luttuosi effetti che egli avea preveduto. E intervenne cosa di gran maraviglia: che ove quel genio prima della sua discesa, quando egli non avea potere né ragione alcuna negli uomini, era stato da essi onorato con un grandissimo numero di templi e di sacrifici; ora venuto in sulla terra con autoritá di principe, e cominciato a conoscere di presenza, al contrario di tutti gli altri immortali, che piú chiaramente manifestandosi, appaiono piú venerandi, contristò di modo le menti degli uomini e percossele di cosí fatto orrore, che eglino, se bene sforzati di ubbidirlo, ricusarono di adorarlo. E in vece che quelle larve in qualunque animo avessero maggiormente usata la loro forza, solevano essere da quello piú riverite ed amate; esso genio riportò piú fiere maledizioni e piú grave odio da coloro in che egli ottenne maggiore imperio. Ma non potendo perciò né sottrarsi, né ripugnare alla sua tirannide, vivevano i mortali in quella suprema miseria che eglino sostengono insino ad ora, e sempre sosterranno. Se non che la pietá, la quale negli animi dei celesti non è mai spenta, commosse, non è gran tempo, la volontá di Giove sopra tanta infelicitá; e massime sopra quella di alcuni uomini singolari per finezza d’intelletto, congiunta a nobiltá di costumi e integritá di vita; i quali egli vedeva essere comunemente oppressi e afflitti piú che alcun altro, dalla potenza e dalla dura dominazione di quel genio. Avevano usato gli dèi negli antichi tempi, quando Giustizia, Virtú e gli altri fantasmi governavano le cose umane, visitare alcuna volta le proprie fatture, scendendo ora l’uno ora l’altro in terra, e qui significando la loro presenza in diversi modi: la quale era stata sempre con grandissimo beneficio o di tutti i mortali o di alcuno in particolare. Ma corrotta di nuovo la vita, e sommersa in ogni scelleratezza, sdegnarono quelli per lunghissimo tempo la conversazione umana. Ora Giove, compassionando alla nostra somma infelicitá, propose agl’immortali se alcuno di loro fosse per indurre l’animo a visitare, come avevano usato in antico, e racconsolare in tanto travaglio questa loro progenie, e particolarmente quelli che dimostravano essere, quanto a sé, indegni della sciagura universale. Al che tacendo tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere celeste, conforme di nome al fantasma cosí chiamato, ma di natura, di virtú, e di opere diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua pietá) di fare esso l’ufficio proposto da Giove, e scendere dal cielo; donde egli mai per l’avanti non si era tolto; non sofferendo il concilio degl’immortali, per averlo indicibilmente caro, che egli si partisse, anco per piccolo tempo, dal loro commercio. Se bene di tratto in tratto molti antichi uomini, ingannati da trasformazioni e da diverse frodi del fantasma chiamato collo stesso nome, si pensarono avere non dubbi segni della presenza di questo massimo iddio. Ma esso non prima si volse a visitare i mortali, che eglino fossero sottoposti all’imperio della Veritá. Dopo il qual tempo, non suole anco scendere se non di rado, e poco si ferma; cosí per la generale indegnitá della gente umana, come che gli dèi sopportano molestissimamente la sua lontananza. Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori piú teneri e piú gentili delle persone piú generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavitá, ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtú e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto veritá che rassomiglianza di beatitudine. Rarissimamente congiunge due cuori insieme, abbracciando l’uno e l’altro a un medesimo tempo, e inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue, benché pregatone con grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perché la felicitá che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla divina. A ogni modo, l’essere pieni del suo nume vince per sé qualunque piú fortunata condizione fosse in alcun uomo ai migliori tempi. Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, giá segregate dalla consuetudine umana; le quali esso dio riconduce per questo effetto in sulla terra, permettendolo Giove, né potendo essere vietato dalla Veritá, quantunque inimicissima a quei fantasmi, e nell’animo grandemente offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura dei geni di contrastare agli dèi. E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi esso, convenientemente a questa natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli uomini, che fu di essere tornati alla condizione della puerizia. Perciocché negli animi che egli si elegge ad abitare, suscita e rinverdisce per tutto il tempo che egli vi siede, l’infinita speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri. Molti mortali, inesperti e incapaci de’ suoi diletti, lo scherniscono e mordono tutto giorno, sì lontano come presente, con isfrenatissima audacia: ma esso non ode i costoro obbrobri; e quando gli udisse, niun supplizio ne prenderebbe; tanto è da natura magnanimo e mansueto. Oltre che gl’immortali, contenti della vendetta che prendono di tutta la stirpe, e dell’insanabile miseria che la gastiga, non curano le singolari offese degli uomini, né d’altro in particolare sono puniti i frodolenti e gl’ingiusti e i dispregiatori degli dèi, che di essere alieni anche per proprio nome dalla grazia di quelli. Dialogo di Ercole e di Atlante Ercole. Padre Atlante, Giove mi manda, e vuole che io ti saluti da sua parte, e in caso che tu fossi stracco di cotesto peso, che io me lo addossi per qualche ora, come feci non mi ricordo quanti secoli sono, tanto che tu pigli fiato e ti riposi un poco. Atlante. Ti ringrazio, caro Ercolino, e mi chiamo anche obbligato alla maestá di Giove. Ma il mondo è fatto cosí leggero, che questo mantello che porto per custodirmi dalla neve, mi pesa piú; e se non fosse che la volontá di Giove mi sforza di stare qui fermo, e tenere questa pallottola sulla schiena, io me la porrei sotto l’ascella o in tasca, o me l’attaccherei ciondolone a un pelo della barba, e me n’andrei per le mie faccende. Ercole. Come può stare che sia tanto alleggerita? Mi accorgo bene che ha mutato figura, e che è diventata a uso delle pagnotte, e non è piú tonda, come era al tempo che io studiai la cosmografia per fare quella grandissima navigazione cogli Argonauti: ma con tutto questo non trovo come abbia a pesare meno di prima. Atlante. Della causa non so. Ma della leggerezza ch’io dico te ne puoi certificare adesso adesso, solo che tu voglia tòrre questa sulla mano per un momento, e provare il peso. Ercole. In fé d’Ercole, se io non avessi provato, io non poteva mai credere. Ma che è quest’altra novitá che vi scuopro? L’altra volta che io la portai, mi batteva forte sul dosso, come fa il cuore degli animali; e metteva un certo rombo continuo, che pareva un vespaio. Ma ora quanto al battere, si rassomiglia a un oriuolo che abbia rotta la molla; e quanto al ronzare, io non vi odo un zitto. Atlante. Anche di questo non ti so dire altro, se non ch’egli è giá gran tempo, che il mondo finí di fare ogni moto e ogni romore sensibile: e io per me stetti con grandissimo sospetto che fosse morto, aspettandomi di giorno in giorno che m’infettasse col puzzo; e pensava come e in che luogo lo potessi seppellire, e l’epitaffio che gli dovessi porre. Ma poi veduto che non marciva, mi risolsi che di animale che prima era, si fosse convertito in pianta, come Dafne e tanti altri; e che da questo nascesse che non si moveva e non fiatava: e ancora dubito che fra poco non mi gitti le radici per le spalle, e non vi si abbarbichi. Ercole. Io piuttosto credo che dorma, e che questo sonno sia della qualitá di quello di Epimenide, che durò un mezzo secolo e piú; o come si dice di Ermotimo, che l’anima gli usciva del corpo ogni volta che egli voleva, e stava fuori molti anni, andando a diporto per diversi paesi, e poi tornava, finché gli amici per finire questa canzona, abbruciarono il corpo; e cosí lo spirito ritornato per entrare, trovò che la casa gli era disfatta, e che se voleva alloggiare al coperto, gliene conveniva pigliare un’altra a pigione, o andare all’osteria. Ma per fare che il mondo non dorma in eterno, e che qualche amico o benefattore, pensando che egli sia morto, non gli dia fuoco, io voglio che noi proviamo qualche modo di risvegliarlo. Atlante. Bene, ma che modo? Ercole. Io gli farei toccare una buona picchiata di questa clava: ma dubito che lo finirei di schiacciare, e che io non ne facessi una cialda; o che la crosta, atteso che riesce cosí leggero, non gli sia tanto assottigliata, che egli mi scricchioli sotto il colpo come un uovo. E anche non mi assicuro che gli uomini, che al tempo mio combattevano a corpo a corpo coi leoni e adesso colle pulci, non tramortiscano dalla percossa tutti in un tratto. Il meglio sará ch’io posi la clava e tu il pastrano, e facciamo insieme alla palla con questa sferuzza. Mi dispiace ch’io non ho recato i bracciali o le racchette che adoperiamo Mercurio ed io per giocare in casa di Giove o nell’orto: ma le pugna basteranno. Atlante. Appunto: acciocché tuo padre, veduto il nostro giuoco e venutogli voglia di entrare in terzo, colla sua palla infocata ci precipiti tutti e due non so dove, come Fetonte nel Po. Ercole. Vero, se io fossi, come era Fetonte, figliuolo di un poeta, e non suo figliuolo proprio; e non fossi anche tale, che se i poeti popolarono le cittá col suono della lira, a me basta l’animo di spopolare il cielo e la terra a suono di clava. E la sua palla, con un calcio che le tirassi, io la farei schizzare di qui fino all’ultima soffitta del cielo empireo. Ma sta’ sicuro che quando anche mi venisse fantasia di sconficcare cinque o sei stelle per fare alle castelline, o di trarre al bersaglio con una cometa, come con una fromba, pigliandola per la coda, o pure di servirmi proprio del sole per fare il giuoco del disco, mio padre farebbe le viste di non vedere. Oltre che la nostra intenzione con questo giuoco è di far bene al mondo, e non come quella di Fetonte, che fu di mostrarsi leggero della persona alle Ore, che gli tennero il montatoio quando salì sul carro; e di acquistare opinione di buon cocchiere con Andromeda e Callisto e colle altre belle costellazioni, alle quali è voce che nel passare venisse gittando mazzolini di raggi e pallottoline di luce confettate; e di fare una bella mostra di sé tra gli dèi del cielo nel passeggio di quel giorno, che era di festa. In somma, della collera di mio padre non te ne dare altro pensiero, che io m’obbligo, in ogni caso, a rifarti i danni; e senza piú, cavati il cappotto e manda la palla. Atlante. O per grado o per forza, mi converrá fare a tuo modo; perché tu sei gagliardo e coll’arme, e io disarmato e vecchio. Ma guarda almeno di non lasciarla cadere, che non se le aggiungessero altri bernoccoli, o qualche parte se le ammaccasse, o crepasse, come quando la Sicilia si schiantò dall’Italia e l’Affrica dalla Spagna; o non ne saltasse via qualche scheggia, come a dire una provincia o un regno, tanto che ne nascesse una guerra. Ercole. Per la parte mia non dubitare. Atlante. A te la palla. Vedi che ella zoppica, perché l’è guasta la figura. Ercole. Via dalle un po’ piú sodo, che le tue non arrivano. Atlante. Qui la botta non vale, perché ci tira garbino al solito, e la palla piglia vento perch’è leggera. Ercole. Cotesta è sua pecca vecchia, di andare a caccia del vento. Atlante. In veritá non saria mal fatto che ne la gonfiassimo, che veggo che ella non balza d’in sul pugno piú che un popone. Ercole. Cotesto è difetto nuovo, che anticamente ella balzava e saltava come un capriolo. Atlante. Corri presto in lá; presto ti dico; guarda per Dio, ch’ella cade: mal abbia il momento che tu ci sei venuto. Ercole. Cosí falsa e terra terra me l’hai rimessa, che io non poteva essere a tempo se m’avessi voluto fiaccare il collo. Oimè, poverina, come stai? ti senti male a nessuna parte? Non s’ode un fiato e non si vede muovere un’anima, e mostra che tutti dormano come prima. Atlante. Lasciamela, per tutte le corna dello Stige, che io me la raccomodi sulle spalle; e tu ripiglia la clava, e torna subito in cielo a scusarmi con Giove di questo caso, ch’è seguito per tua cagione. Ercole. Cosí farò. È molti secoli che sta in casa di mio padre un certo poeta, di nome Orazio, ammessoci come poeta di corte ad instanza di Augusto, che era stato deificato da Giove per considerazioni che si dovettero avere alla potenza dei romani. Questo poeta va canticchiando certe sue canzonette, e fra l’altre una dove dice che l’uomo giusto non si muove se ben cade il mondo. Crederò che oggi tutti gli uomini sieno giusti, perché il mondo è caduto, e niuno s’è mosso. Atlante. Chi dubita della giustizia degli uomini? Ma tu non istare a perder piú tempo, e corri su presto a scolparmi con tuo padre, che io m’aspetto di momento in momento un fulmine che mi trasformi di Atlante in Etna. Dialogo della Moda e della Morte Moda. Madama Morte, madama Morte. Morte. Aspetta che sia l’ora, e verrò senza che tu mi chiami. Moda. Madama Morte. Morte. Vattene col diavolo. Verrò quando tu non vorrai. Moda. Come se io non fossi immortale. Morte. Immortale? Passato è già più che ’l millesim’anno che sono finiti i tempi degl’immortali. Moda. Anche Madama petrarcheggia come fosse un lirico italiano del cinque o dell’ottocento? Morte. Ho care le rime del Petrarca, perché vi trovo il mio Trionfo, e perché parlano di me quasi da per tutto. Ma in somma levamiti d’attorno. Moda. Via, per l’amore che tu porti ai sette vizi capitali, fermati tanto o quanto e guardami. Morte. Ti guardo. Moda. Non mi conosci? Morte. Dovresti sapere che ho mala vista, e che non posso usare occhiali, perché gl’inglesi non ne fanno che mi valgano, e quando ne facessero, io non avrei dove me gl’incavalcassi. Moda. Io sono la Moda, tua sorella. Morte. Mia sorella? Moda. Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducitá? Morte. Che m’ho a ricordare io che sono nemica capitale della memoria. Moda. Ma io me ne ricordo bene; e so che l’una e l’altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiú, benché tu vadi a questo effetto per una strada e io per un’altra. Morte. In caso che tu non parli col tuo pensiero o con persona che tu abbi dentro alla strozza, alza piú la voce e scolpisci meglio le parole; che se mi vai borbottando tra’ denti con quella vocina da ragnatelo, io t’intenderò domani, perché l’udito, se non sai, non mi serve meglio che la vista. Moda. Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiamo fare senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo piú delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fóri; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non ti vo’ dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare di ogni cosa a mio modo, ancorché sia con loro danno. Morte. In conclusione io ti credo che mi sii sorella e, se tu vuoi, l’ho per piú certo della morte, senza che tu me ne cavi la fede del parrocchiano. Ma stando cosí ferma, io svengo; e però se ti dá l’animo di corrermi allato, fa’ di non vi crepare, perch’io fuggo assai, e correndo mi potrai dire il tuo bisogno; se no, a contemplazione della parentela, ti prometto, quando io muoia, di lasciarti tutta la mia roba, e rimanti col buon anno. Moda. Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so chi delle due si vincesse la prova, perché se tu corri, io vo meglio che di galoppo; e a stare in un luogo, se tu ne svieni, io me ne struggo. Sicché ripigliamo a correre, e correndo, come tu dici, parleremo dei casi nostri. Morte. Sia con buon’ora. Dunque poiché tu sei nata dal corpo di mia madre, saria conveniente che tu mi giovassi in qualche modo a fare le mie faccende. Moda. Io l’ho fatto giá per l’addietro piú che non pensi. Primieramente, io che annullo o stravolgo per lo continuo tutte le altre usanze, non ho mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica di morire, e per questo vedi che ella dura universalmente insino a oggi dal principio del mondo. Morte. Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non hai potuto! Moda. Come non ho potuto? Tu mostri di non conoscere la potenza della moda. Morte. Ben bene: di cotesto saremo a tempo a discorrere quando sará venuta l’usanza che non si muoia. Ma in questo mezzo io vorrei che tu da buona sorella, m’aiutassi a ottenere il contrario piú facilmente e piú presto che non ho fatto finora. Moda. Giá ti ho raccontate alcune delle opere mie che ti fanno molto profitto. Ma elle sono baie per comparazione a queste che io ti vo’ dire. A poco per volta, ma il piú in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo, ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi che la vita stessa, cosí per rispetto del corpo come dell’animo, è piú morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con veritá che sia proprio il secolo della morte. E quando che anticamente tu non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai terreni al sole; e genti che si muovono, e che vanno attorno co’ loro piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorché tu non le abbi mietute, anzi subito che elle nascono. Di piú, dove per l’addietro solevi essere odiata e vituperata, oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza. Finalmente perch’io vedeva che molti si erano vantati di volersi fare immortali, cioè non morire interi, perché una buona parte di sé non ti sarebbe capitata sotto le mani, io quantunque sapessi che queste erano ciance, e che quando costoro o altri vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama piú che si patissero dell’umiditá della sepoltura; a ogni modo, intendendo che questo negozio degl’immortali ti scottava, perché parea che ti scemasse l’onore e la riputazione, ho levata via quest’usanza di cercare l’immortalitá, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto, e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische. Queste cose, che non sono poche né piccole, io mi trovo aver fatte finora per amor tuo, volendo accrescere il tuo stato nella terra, com’è seguito. E per quest’effetto sono disposta a far ogni giorno altrettanto e piú; colla quale intenzione ti sono andata cercando; e mi pare a proposito che noi per l’avanti non ci partiamo dal fianco l’una dell’altra, perché stando sempre in compagnia, potremo consultare insieme secondo i casi, e prendere migliori partiti che altrimenti, come anche mandargli meglio ad esecuzione. Morte. Tu dici il vero, e cosí voglio che facciamo. Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi L’Accademia dei Sillografi attendendo di continuo, secondo il suo principale instituto, a procurare con ogni suo sforzo l’utilitá comune, e stimando niuna cosa essere piú conforme a questo proposito che aiutare e promuovere gli andamenti e le inclinazioni del fortunato secolo in cui siamo, come dice un poeta illustre, ha tolto a considerare diligentemente le qualitá e l’indole del nostro tempo; e dopo lungo e maturo esame si è risoluta di poterlo chiamare l’etá delle macchine, non solo perché gli uomini di oggidí procedono e vivono forse piú meccanicamente di tutti i passati, ma eziandio per rispetto al grandissimo numero delle macchine inventate di fresco ed accomodate, o che si vanno tutto giorno trovando ed accomodando a tanti e cosí vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine, si può dire, trattano le cose umane e fanno le opere della vita. Del che la detta accademia prende sommo piacere, non tanto per le comoditá manifeste che ne risultano, quanto per due considerazioni che ella giudica essere importantissime, quantunque comunemente non avvertite. L’una si è che ella confida dovere in successo di tempo gli uffici e gli usi delle macchine venire a comprendere oltre le cose materiali, anche le spirituali; onde nella guisa che, per virtú di esse macchine, siamo giá liberi e sicuri dalle offese dei fulmini e delle grandini e da molti simili mali e spaventi, cosí di mano in mano si abbiano a ritrovare, per modo di esempio (e facciasi grazia alla novitá dei nomi), qualche parainvidia, qualche paracalunnie o paraperfidia o parafrodi, qualche filo di salute o altro ingegno che ci scampi dall’egoismo, dal predominio della mediocritá, dalla prospera fortuna degl’insensati, de’ ribaldi e de’ vili, dall’universale noncuranza e dalla miseria de’ saggi, de’ costumati e de’ magnanimi, e dagli altri sí fatti incomodi, i quali da parecchi secoli in qua sono meno possibili a distornare che giá non furono gli effetti dei fulmini e delle grandini. L’altra cagione e la principale si è che, disperando la miglior parte dei filosofi di potersi mai curare i difetti del genere umano, i quali, come si crede, sono assai maggiori e in piú numero che le virtú; e tenendosi per certo che sia piuttosto possibile di rifarlo del tutto in una nuova stampa, o di sostituire in suo luogo un altro, che di emendarlo; perciò l’Accademia dei Sillografi reputa essere espedientissimo che gli uomini si rimuovano dai negozi della vita il piú che si possa, e che a poco a poco dieno luogo, sottentrando le macchine in loro scambio. E deliberata di concorrere con ogni suo potere al progresso di questo nuovo ordine delle cose, propone per ora tre premi a quelli che troveranno le tre macchine infrascritte. L’intento della prima sará di fare le parti e la persona di un amico, il quale non biasimi e non motteggi l’amico assente; non lasci di sostenerlo quando l’oda riprendere o porre in giuoco; non anteponga la fama di acuto e di mordace, e l’ottenere il riso degli uomini, al debito dell’amicizia; non divulghi, o per altro effetto o per aver materia da favellare o da ostentarsi, il segreto commessogli; non si prevalga della familiaritá e della confidenza dell’amico a soppiantarlo e soprammontarlo piú facilmente; non porti invidia ai vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e di ovviare o di riparare a’ suoi danni, e sia pronto alle sue domande e a’ suoi bisogni, altrimenti che in parole. Circa le altre cose, nel comporre questo automato, si avrá l’occhio ai trattati di Cicerone e della marchesa di Lambert sopra l’amicizia. L’Accademia pensa che l’invenzione di questa cosí fatta macchina non debba esser giudicata né impossibile né anche oltre modo difficile, atteso che, lasciando da parte gli automati del Regiomontano, del Vaucanson e di altri, e quello che in Londra disegnava figure e ritratti, e scriveva quanto gli era dettato da chiunque si fosse; piú d’una macchina si è veduta che giocava agli scacchi per se medesima. Ora, a giudizio di molti savi, la vita umana è un giuoco; ed alcuni affermano che ella è cosa ancora piú lieve, e che tra le altre, la forma del giuoco degli scacchi è piú secondo ragione, e i casi piú prudentemente ordinati che non sono quelli di essa vita. La quale oltre a ciò, per detto di Pindaro, non essendo cosa di piú sostanza che un sogno di un’ombra, ben debbe esserne capace la veglia di un automato. Quanto alla favella, pare non si possa volgere in dubbio che gli uomini abbiano facoltá di comunicarla alle macchine che essi formano, conoscendosi questa cosa da vari esempi, e in particolare da ciò che si legge della statua di Mennone e della testa fabbricata da Alberto magno, la quale era si loquace, che perciò san Tommaso di Aquino, venutagli in odio, la ruppe. E se il pappagallo di Nevers, con tutto che fosse una bestiolina, sapeva rispondere e favellare a proposito, quanto maggiormente è da credere che possa fare questi medesimi effetti una macchina immaginata dalla mente dell’uomo e construtta dalle sue mani; la quale giá non debbe essere cosí linguacciuta come il pappagallo di Nevers ed altri simili che si veggono e odono tutto giorno, né come la testa fatta da Alberto magno, non le convenendo infastidire l’amico e muoverlo a fracassarla. L’inventore di questa macchina riporterá in premio una medaglia d’oro di quattrocento zecchini di peso, la quale da una banda rappresenterá le immagini di Pilade e di Oreste, dall’altra il nome del premiato col titolo: primo verificatore delle favole antiche. La seconda macchina vuol essere un uomo artificiale a vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e magnanime. L’Accademia reputa che i vapori, poiché altro mezzo non pare che si trovi, debbano essere di profitto a infervorare un semovente e indirizzarlo agli esercizi della virtú e della gloria. Quegli che intraprenderá di fare questa macchina, vegga i poemi e i romanzi, secondo i quali si dovrá governare circa le qualitá e le operazioni che si richieggono a questo automato. Il premio sará una medaglia d’oro di quattrocento cinquanta zecchini di peso, stampatavi in sul ritto qualche immaginazione significativa della etá d’oro e in sul rovescio il nome dell’inventore della macchina, con questo titolo ricavato dalla quarta egloga di Virgilio: quo ferrea primum desinet ac toto surget gens aurea mundo. La terza macchina debbe essere disposta a fare gli uffici di una donna conforme a quella immaginata, parte dal conte Baldassar Castiglione, il quale descrisse il suo concetto nel libro del Cortegiano, parte da altri, i quali ne ragionarono in vari scritti che si troveranno senza fatica, e si avranno a consultare e seguire, come eziandio quello del conte. Né anche l’invenzione di questa macchina dovrá parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando pensino che Pigmalione, in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze, si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che fosse la miglior donna che sia stata insino al presente. Assegnasi all’autore di questa macchina una medaglia d’oro in peso di cinquecento zecchini, in sulla quale sará figurata da una faccia l’araba fenice del Metastasio, posata sopra una pianta di specie europea, dall’altra parte sará scritto il nome del premiato col titolo: inventore delle donne fedeli e della felicitá coniugale. L’Accademia ha decretato che alle spese che occorreranno per questi premi, suppliscasi con quanto fu ritrovato nella sacchetta di Diogene, stato segretario di essa Accademia, o con uno dei tre asini d’oro che furono di tre accademici sillografi, cioè a dire di Apuleio, del Firenzuola e del Machiavelli; tutte le quali robe pervennero ai Sillografi per testamento dei suddetti, come si legge nella storia dell’Accademia. Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo Folletto. Oh sei tu qua, figliuolo di Sabazio? Dove si va? Gnomo. Mio padre m’ha spedito a raccapezzare che diamine si vadano macchinando questi furfanti degli uomini; perché ne sta con gran sospetto, a causa che da un pezzo in qua non ci danno briga, e in tutto il suo regno non se ne vede uno. Dubita che non gli apparecchino qualche gran cosa contro, se però non fosse tornato in uso il vendere e comperare a pecore, non a oro e argento; o se i popoli civili non si contentassero di polizzine per moneta, come hanno fatto più volte, o di paternostri di vetro, come fanno i barbari; o se pure non fossero state ravvalorate le leggi di Licurgo, che gli pare il meno credibile. Folletto. Voi gli aspettate invan: son tutti morti, diceva la chiusa di una tragedia dove morivano tutti i personaggi. Gnomo. Che vuoi tu inferire? Folletto. Voglio inferire che gli uomini sono tutti morti; e la razza è perduta. Gnomo. Oh cotesto è caso da gazzette. Ma pure fin qui non s’è veduto che ne ragionino. Folletto. Sciocco, non pensi che, morti gli uomini, non si stampano piú gazzette? Gnomo. Tu dici il vero. Or come faremo a sapere le nuove del mondo? Folletto. Che nuove? che il sole si è levato o coricato, che fa caldo o freddo, che qua o lá è piovuto o nevicato o ha tirato vento? Perché, mancati gli uomini, la fortuna si ha cavato via la benda, e messosi gli occhiali e appiccato la ruota a un arpione, se ne sta colle braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza piú mettervi le mani; non si trova piú regni né imperi che vadano gonfiando e scoppiando come le bolle, perché sono tutti sfumati; non si fanno guerre, e tutti gli anni si assomigliano l’uno all’altro come uovo a uovo. Gnomo. Né anche si potrá sapere a quanti siamo del mese, perché non si stamperanno piú lunari. Folletto. Non sará gran male, che la luna per questo non fallirá la strada. Gnomo. E i giorni della settimana non avranno piú nome. Folletto. Che, hai paura che se tu non li chiami per nome, che non vengano? o forse ti pensi, poiché sono passati, di farli tornare indietro se tu li chiami? Gnomo. E non si potrá tenere il conto degli anni. Folletto. Cosí ci spacceremo per giovani anche dopo il tempo; e non misurando l’etá passata, ce ne daremo meno affanno, e quando saremo vecchissimi non istaremo aspettando la morte di giorno in giorno. Gnomo. Ma come sono andati a mancare quei monelli? Folletto. Parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro propria natura e di capitar male. Gnomo. A ogni modo, io non mi so dare ad intendere che tutta una specie di animali si possa perdere di pianta, come tu dici. Folletto. Tu che sei maestro in geologia, dovresti sapere che il caso non è nuovo, e che varie qualitá di bestie si trovarono anticamente che oggi non si trovano, salvo pochi ossami impietriti. E certo che quelle povere creature non adoperarono niuno di tanti artifizi che, come io ti diceva, hanno usato gli uomini per andare in perdizione. Gnomo. Sia come tu dici. Ben avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia risuscitassero, e sapere quello che penserebbero vedendo che le altre cose, benché sia dileguato il genere umano, ancora durano e procedono come prima, dove essi credevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli. Folletto. E non volevano intendere che egli è fatto e mantenuto per li folletti. Gnomo. Tu folleggi veramente, se parli sul sodo. Folletto. Perché? io parlo bene sul sodo. Gnomo. Eh, buffoncello, va via. Chi non sa che il mondo è fatto per gli gnomi? Folletto. Per gli gnomi, che stanno sempre sotterra? Oh questa è la piú bella che si possa udire. Che fanno agli gnomi il sole, la luna, l’aria, il mare, le campagne? Gnomo. Che fanno ai folletti le cave d’oro e d’argento, e tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle? Folletto. Ben bene, o che facciano o che non facciano, lasciamo stare questa contesa, che io tengo per fermo che anche le lucertole e i moscherini si credano che tutto il mondo sia fatto a posta per uso della loro specie. E però ciascuno si rimanga col suo parere, che niuno glielo caverebbe di capo: e per parte mia ti dico solamente questo, che se non fossi nato folletto, io mi dispererei. Gnomo. Lo stesso accadrebbe a me se non fossi nato gnomo. Ora io saprei volentieri quel che direbbero gli uomini della loro presunzione, per la quale, tra l’altre cose che facevano a questo e a quello, s’inabissavano le mille braccia sotterra e ci rapivano per forza la roba nostra, dicendo che ella si apparteneva al genere umano, e che la natura gliel’aveva nascosta e sepolta laggiú per modo di burla, volendo provare se la troverebbero e la potrebbero cavar fuori. Folletto. Che maraviglia? quando non solamente si persuadevano che le cose del mondo non avessero altro uffizio che di stare al servigio loro, ma facevano conto che tutte insieme, allato al genere umano, fossero una bagattella. E però le loro proprie vicende le chiamavano rivoluzioni del mondo, e le storie delle loro genti, storie del mondo: benché si potevano numerare, anche dentro ai termini della terra, forse tante altre specie, non dico di creature, ma solamente di animali, quanti capi d’uomini vivi: i quali animali, che erano fatti espressamente per coloro uso, non si accorgevano però mai che il mondo si rivoltasse. Gnomo. Anche le zanzare e le pulci erano fatte per benefizio degli uomini? Folletto. Sí, erano; cioè per esercitarli nella pazienza, come essi dicevano. Gnomo. In veritá che mancava loro occasione di esercitar la pazienza, se non erano le pulci. Folletto. Ma i porci, secondo Crisippo, erano pezzi di carne apparecchiati dalla natura a posta per le cucine e le dispense degli uomini, e, acciocché non imputridissero, conditi colle anime in vece di sale. Gnomo. Io credo in contrario che, se Crisippo avesse avuto nel cervello un poco di sale in vece dell’anima, non avrebbe immaginato uno sproposito simile. Folletto. E anche quest’altra è piacevole; che infinite specie di animali non sono state mai viste né conosciute dagli uomini loro padroni; o perché elle vivono in luoghi dove coloro non misero mai piede, o per essere tanto minute che essi in qualsivoglia modo non le arrivavano a scoprire. E di moltissime altre specie non se ne accorsero prima degli ultimi tempi. Il simile si può dire circa al genere delle piante, e a mille altri. Parimente di tratto in tratto, per via de’ loro cannocchiali, si avvedevano di qualche stella o pianeta, che insino allora, per migliaia e migliaia d’anni, non avevano mai saputo che fosse al mondo; e subito lo scrivevano tra le loro masserizie; perché s’immaginavano che le stelle e i pianeti fossero, come dire, moccoli da lanterna piantati lassú nell’alto a uso di far lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende. Gnomo. Sicché, in tempo di state, quando vedevano cadere di quelle fiammoline che certe notti vengono giú per l’aria, avranno detto che qualche spirito andava smoccolando le stelle per servizio degli uomini. Folletto. Ma ora che ei sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di correre, e il mare ancorché non abbia piú da servire alla navigazione e al traffico, non si vede che si rasciughi. Gnomo. E le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare, e non hanno preso le gramaglie. Folletto. E il sole non s’ha intonacato il viso di ruggine; come fece, secondo Virgilio, per la morte di Cesare: della quale io credo ch’ei si pigliasse tanto affanno quanto ne pigliò la statua di Pompeo. Dialogo di Malambruno e di Farfarello Malambruno. Spiriti d’abisso, Farfarello, Ciriatto, Baconero, Astarotte, Alichino, e comunque siete chiamati; io vi scongiuro nel nome di Belzebú, e vi comando per la virtú dell’arte mia, che può sgangherare la luna, e inchiodare il sole a mezzo il cielo: venga uno di voi con libero comando del vostro principe e piena potestá di usare tutte le forze dell’inferno in mio servigio. Farfarello. Eccomi. Malambruno. Chi sei? Farfarello. Farfarello, a’ tuoi comandi. Malambruno. Rechi il mandato di Belzebú? Farfarello. Sí recolo; e posso fare in tuo servigio tutto quello che potrebbe il Re proprio, e piú che non potrebbero tutte l’altre creature insieme. Malambruno. Sta bene. Tu m’hai da contentare d’un desiderio. Farfarello. Sarai servito. Che vuoi? nobiltá maggiore di quella degli Atridi? Malambruno. No. Farfarello. Piú ricchezze di quelle che si troveranno nella cittá di Manoa quando sará scoperta? Malambruno. No. Farfarello. Un impero grande come quello che dicono che Carlo quinto si sognasse una notte? Malambruno. No. Farfarello. Recare alle tue voglie una donna piú salvatica di Penelope? Malambruno. No. Ti par egli che a cotesto ci bisognasse il diavolo? Farfarello. Onori e buona fortuna cosí ribaldo come sei? Malambruno. Piuttosto mi bisognerebbe il diavolo se volessi il contrario. Farfarello. In fine, che mi comandi? Malambruno. Fammi felice per un momento di tempo. Farfarello. Non posso. Malambruno. Come non puoi? Farfarello. Ti giuro in coscienza che non posso. Malambruno. In coscienza di demonio da bene? Farfarello. Sí certo. Fa conto che vi sia de’ diavoli da bene come v’è degli uomini. Malambruno. Ma tu fa conto che io t’appicco qui per la coda a una di queste travi, se tu non mi ubbidisci subito senza piú parole. Farfarello. Tu mi puoi meglio ammazzare, che non io contentarti di quello che tu domandi. Malambruno. Dunque ritorna tu col mal anno, e venga Belzebú in persona. Farfarello. Se anco viene Belzebú con tutta la Giudecca e tutte le bolge, non potrá farti felice, né te né altri della tua specie, piú che abbia potuto io. Malambruno. Né anche per un momento solo? Farfarello. Tanto è possibile per un momento, anzi per la metá di un momento, e per la millesima parte, quanto per tutta la vita. Malambruno. Ma non potendo farmi felice in nessuna maniera, ti basta l’animo almeno di liberarmi dall’infelicitá? Farfarello. Se tu puoi fare di non amarti supremamente. Malambruno. Cotesto lo potrò dopo morto. Farfarello. Ma in vita non lo può nessun animale: perché la vostra natura vi comporterebbe prima qualunque altra cosa, che questa. Malambruno. Cosí è. Farfarello. Dunque, amandoti necessariamente del maggiore amore che tu sei capace, necessariamente desideri il piú che puoi la felicitá propria; e non potendo mai di gran lunga essere soddisfatto di questo tuo desiderio, che è sommo, resta che tu non possa fuggire per nessun verso di non essere infelice. Malambruno. Né anco nei tempi che io proverò qualche diletto; perché nessun diletto mi fará né felice né pago. Farfarello. Nessuno veramente. Malambruno. E però, non uguagliando il desiderio naturale della felicitá che mi sta fisso nell’animo, non sará vero diletto; e in quel tempo medesimo che esso è per durare, io non lascerò di essere infelice. Farfarello. Non lascerai: perché negli uomini e negli altri viventi la privazione della felicitá, quantunque senza dolore e senza sciagura alcuna, e anche nel tempo di quelli che voi chiamate piaceri, importa infelicitá espressa. Malambruno. Tanto che dalla nascita insino alla morte, l’infelicitá nostra non può cessare per ispazio, non che altro, di un solo istante. Farfarello. Sí: cessa, sempre che dormite senza sognare, o che vi coglie uno sfinimento o altro che v’interrompa l’uso dei sensi. Malambruno. Ma non mai però mentre sentiamo la nostra propria vita. Farfarello. Non mai. Malambruno. Di modo che, assolutamente parlando, il non vivere è sempre meglio del vivere. Farfarello. Se la privazione dell’infelicitá è semplicemente meglio dell’infelicitá. Malambruno. Dunque! Farfarello. Dunque se ti pare di darmi l’anima prima del tempo, io sono qui pronto per portarmela. Dialogo della Natura e di un’Anima Natura. Va’, figliuola mia prediletta, che tale sarai tenuta e chiamata per lungo ordine di secoli. Vivi, e sii grande e infelice. Anima. Che male ho io commesso prima di vivere, che tu mi condanni a cotesta pena? Natura. Che pena, figliuola mia? Anima. Non mi prescrivi tu di essere infelice? Natura. Ma in quanto che io voglio che tu sii grande: e non si può questo senza quello. Oltre che tu sei destinata a vivificare un corpo umano; e tutti gli uomini per necessitá nascono e vivono infelici. Anima. Ma in contrario saria di ragione che tu provvedessi in modo, che eglino fossero felici per necessitá; o non potendo far questo, ti si converrebbe astenere da porli al mondo. Natura. Né l’una né l’altra cosa è in potestá mia, che sono sottoposta al fato; il quale ordina altrimenti, qualunque se ne sia la cagione; che né tu né io non la possiamo intendere. Ora, come tu sei stata creata e disposta a informare una persona umana, giá qualsivoglia forza, né mia né d’altri, non è potente a scamparti dall’infelicitá comune degli uomini. Ma oltre di questa, te ne bisognerá sostenere una propria e maggiore assai, per l’eccellenza della quale io t’ho fornita. Anima. Io non ho ancora appreso nulla; cominciando a vivere in questo punto: e da ciò dée provenire ch’io non t’intendo. Ma, dimmi, eccellenza e infelicitá straordinaria sono sostanzialmente una cosa stessa? o quando sieno due cose, non le potresti tu scompagnare l’una dall’altra? Natura. Nelle anime degli uomini, e proporzionatamente in quelle di tutti i generi di animali, si può dire che l’una e l’altra cosa sieno quasi il medesimo: perché l’eccellenza delle anime importa maggiore intensione della loro vita; la qual cosa importa maggior sentimento dell’infelicitá propria; che è come se io dicessi maggiore infelicitá. Similmente la maggior vita degli animi inchiude maggiore efficacia di amor proprio, dovunque esso s’inclini, e sotto qualunque volto si manifesti: la qual maggioranza di amor proprio importa maggior desiderio di beatitudine, e però maggiore scontento e affanno di esserne privi, e maggior dolore delle avversitá che sopravvengono. Tutto questo è contenuto nell’ordine primigenio e perpetuo delle cose create, il quale io non posso alterare. Oltre di ciò, la finezza del tuo proprio intelletto, e la vivacitá dell’immaginazione, ti escluderanno da una grandissima parte della signoria di te stessa. Gli animali bruti usano agevolmente ai fini che eglino si propongono, ogni loro facoltá e forza. Ma gli uomini rarissime volte fanno ogni loro potere; impediti ordinariamente dalla ragione e dall’immaginativa; le quali creano mille dubbietá nel deliberare, e mille ritegni nell’eseguire. I meno atti o meno usati a ponderare e considerare seco medesimi, sono i piú pronti al risolversi, e nell’operare i piú efficaci. Ma le tue pari, implicate continuamente in loro stesse e come soverchiate dalla grandezza delle proprie facoltá, e quindi impotenti di se medesime, soggiacciono il piú del tempo all’irresoluzione, cosí deliberando come operando: la quale è l’uno dei maggiori travagli che affliggano la vita umana. Aggiungi che mentre per l’eccellenza delle tue disposizioni trapasserai facilmente, e in poco tempo, quasi tutte le altre della tua specie nelle conoscenze piú gravi, e nelle discipline anco difficilissime, nondimeno ti riuscirá sempre o impossibile o sommamente malagevole di apprendere o di porre in pratica moltissime cose, menome in sé, ma necessarissime al conversare cogli altri uomini; le quali vedrai nello stesso tempo esercitare perfettamente ed apprendere senza fatica da mille ingegni, non solo inferiori a te, ma spregevoli in ogni modo. Queste ed altre infinite difficoltá e miserie occupano e circondano gli animi grandi. Ma elle sono ricompensate abbondantemente dalla fama, dalle lodi e dagli onori che frutta a questi egregi spiriti la loro grandezza, e dalla durabilitá della ricordanza che essi lasciano di sé ai loro posteri. Anima. Ma coteste lodi e cotesti onori che tu dici, li avrò io dal cielo, o da te, o da chi altro? Natura. Dagli uomini: perché altri che essi non gli può dare. Anima. Ora vedi, io mi pensava che non sapendo fare quello che è necessarissimo, come tu dici, al commercio cogli altri uomini, e che riesce anche facile insino ai piú poveri ingegni; io fossi per essere vilipesa e fuggita, non che lodata dai medesimi uomini; o certo fossi per vivere sconosciuta a quasi tutti loro, come inetta al consorzio umano. Natura. A me non è dato prevedere il futuro, né quindi anche prenunziarti infallibilmente quello che gli uomini sieno per fare e pensare verso di te mentre sarai sulla terra. Ben è vero che dall’esperienza del passato io ritraggo per lo piú verisimile, che essi ti debbano perseguitare coll’invidia; la quale è un’altra calamitá solita di farsi incontro alle anime eccelse; ovvero ti sieno per opprimere col dispregio e la noncuranza. Oltre che, la stessa fortuna e il caso medesimo sogliono essere inimici delle tue simili. Ma subito dopo la morte, come avvenne ad uno chiamato Camoens, o al piú di quivi ad alcuni anni, come accadde a un altro chiamato Milton, tu sarai celebrata e levata al cielo, non dirò da tutti, ma, se non altro, dal piccolo numero degli uomini di buon giudizio. E forse le ceneri della persona nella quale tu sarai dimorata, riposeranno in sepoltura magnifica; e le sue fattezze, imitate in diverse guise, andranno per le mani degli uomini; e saranno descritti da molti, e da altri mandati a memoria con grande studio, gli accidenti della sua vita; e in ultimo, tutto il mondo civile sará pieno del nome suo. Eccetto se dalla malignitá della fortuna o dalla soprabbondanza medesima delle tue facoltá, non sarai stata perpetuamente impedita di mostrare agli uomini alcun proporzionato segno del tuo valore; di che non sono mancati per veritá molti esempi, noti a me sola ed al fato. Anima. Madre mia, non ostante l’essere ancora priva delle altre cognizioni, io sento tuttavia che il maggiore, anzi il solo desiderio che tu mi hai dato, è quello della felicitá. E posto che io sia capace di quel della gloria, certo non altrimenti posso appetire questo non so se io mi dica male o bene, se non solamente come felicitá, o come utile ad acquistarla. Ora, secondo le tue parole, l’eccellenza della quale tu m’hai dotata ben potrá essere o di bisogno o di profitto al conseguimento della gloria; ma non però mena alla beatitudine, anzi tira violentemente all’infelicitá. Né pure alla stessa gloria è credibile che mi conduca innanzi alla morte; sopraggiunta la quale, che utile o che diletto mi potrá pervenire dai maggiori beni del mondo? E per ultimo, può facilmente accadere, come tu dici, che questa sí ritrosa gloria, prezzo di tanta infelicitá, non mi venga ottenuta in maniera alcuna, eziandio dopo la morte. Di modo che dalle tue stesse parole io conchiudo che tu, in luogo di amarmi singolarmente, come affermavi a principio, mi abbi piuttosto in ira e malevolenza maggiore che non mi avranno gli uomini e la fortuna mentre sarò nel mondo; poiché non hai dubitato di farmi cosí calamitoso dono come è cotesta eccellenza che tu mi vanti. La quale sará l’uno dei principali ostacoli che mi vieteranno di giungere al mio solo intento, cioè alla beatitudine. Natura. Figliuola mia, tutte le anime degli uomini, come io ti diceva, sono assegnate in preda all’infelicitá, senza mia colpa. Ma nell’universale miseria della condizione umana, e nell’infinita vanitá di ogni suo diletto e vantaggio, la gloria è giudicata dalla miglior parte degli uomini il maggior bene che sia concesso ai mortali, e il piú degno oggetto che questi possano proporre alle cure e alle azioni loro. Onde, non per odio, ma per vera e speciale benevolenza che ti avea posta, io deliberai di prestarti al conseguimento di questo fine tutti i sussidi che erano in mio potere. Anima. Dimmi: degli animali bruti, che tu menzionavi, è per avventura alcuno fornito di minore vitalitá e sentimento che gli uomini? Natura. Cominciando da quelli che tengono della pianta, tutti sono in cotesto, gli uni piú, gli altri meno, inferiori all’uomo; il quale ha maggior copia di vita, e maggior sentimento, che niun altro animale; per essere di tutti i viventi il piú perfetto. Anima. Dunque alluogami, se tu m’ami, nel piú imperfetto: o se questo non puoi, spogliata delle funeste doti che mi nobilitano, fammi conforme al piú stupido e insensato spirito umano che tu producessi in alcun tempo. Natura. Di cotesta ultima cosa io ti posso compiacere; e sono per farlo; poiché tu rifiuti l’immortalitá, verso la quale io t’avea indirizzata. Anima. E in cambio dell’immortalitá, pregoti di accelerarmi la morte il piú che si possa. Natura. Di cotesto conferirò col destino. Dialogo della Terra e della Luna Terra. Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere; per essere una persona, secondo che ho inteso molte volte da’ poeti: oltre che i nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro; e che lo veggono essi cogli occhi propri; che in quell’etá ragionevolmente debbono essere acutissimi. Quanto a me, non dubito che tu non sappi che io sono né piú né meno una persona; tanto che, quando era piú giovane, feci molti figliuoli: sicché non ti maraviglierai di sentirmi parlare. Dunque, Luna mia bella, con tutto che io ti sono stata vicina per tanti secoli, che non mi ricordo il numero, io non ti ho fatto mai parola insino adesso, perché le faccende mi hanno tenuta occupata in modo, che non mi avanzava tempo da chiacchierare. Ma oggi che i miei negozi sono ridotti a poca cosa, anzi posso dire che vanno co’ loro piedi; io non so che mi fare, e scoppio di noia: però fo conto, in avvenire, di favellarti spesso, e darmi molto pensiero dei fatti tuoi; quando non abbia a essere con tua molestia. Luna. Non dubitare di cotesto. Cosí la fortuna mi salvi da ogni altro incomodo, come io sono sicura che tu non me ne darai. Se ti pare di favellarmi, favellami a tuo piacere; che quantunque amica del silenzio, come credo che tu sappi, io ti ascolterò e ti risponderò volentieri, per farti servigio. Terra. Senti tu questo suono piacevolissimo che fanno i corpi celesti coi loro moti? Luna. A dirti il vero, io non sento nulla. Terra. Né pur io sento nulla, fuorché lo strepito del vento che va da’ miei poli all’equatore, e dall’equatore ai poli, e non mostra saper niente di musica. Ma Pitagora dice che le sfere celesti fanno un certo suono cosí dolce ch’è una maraviglia; e che anche tu vi hai la tua parte, e sei l’ottava corda di questa lira universale: ma che io sono assordata dal suono stesso, e però non l’odo. Luna. Anch’io senza fallo sono assordata; e, come ho detto, non l’odo: e non so di essere una corda. Terra. Dunque mutiamo proposito. Dimmi: sei tu popolata veramente, come affermano e giurano mille filosofi antichi e moderni, da Orfeo sino al De la Lande? Ma io per quanto mi sforzi di allungare queste mie corna, che gli uomini chiamano monti e picchi; colla punta delle quali ti vengo mirando, a uso di lumacone; non arrivo a scoprire in te nessun abitante: se bene odo che un cotal Davide Fabricio, che vedeva meglio di Linceo, ne scoperse una volta certi, che spandevano un bucato al sole. Luna. Delle tue corna io non so che dire. Fatto sta che io sono abitata. Terra. Di che colore sono cotesti uomini? Luna. Che uomini? Terra. Quelli che tu contieni. Non dici tu d’essere abitata? Luna. Sí, e per questo? Terra. E per questo, non saranno giá tutte bestie gli abitatori tuoi. Luna. Né bestie né uomini; che io non so che razze di creature si sieno né gli uni né l’altre. E giá di parecchie cose che tu mi sei venuta accennando, in proposito, a quel che io stimo, degli uomini, io non ho compreso un’acca. Terra. Ma che sorte di popoli sono coteste? Luna. Moltissime e diversissime, che tu non conosci, come io non conosco le tue. Terra. Cotesto mi riesce strano in modo, che se io non l’udissi da te medesima, io non lo crederei per nessuna cosa del mondo. Fosti tu mai conquistata da niuno de’ tuoi? Luna. No, che io sappia. E come? e perché? Terra. Per ambizione, per cupidigia dell’altrui, colle arti politiche, colle armi. Luna. Io non so che voglia dire armi, ambizione, arti politiche, in somma niente di quel che tu dici. Terra. Ma certo, se tu non conosci le armi, conosci pure la guerra: perché poco dianzi, un fisico di quaggiú con certi cannocchiali, che sono istrumenti fatti per vedere molto lontano, ha scoperto costí una bella fortezza, co’ suoi bastioni diritti; che è segno che le tue genti usano, se non altro, gli assedi e le battaglie murali. Luna. Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco piú liberamente che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono. Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente da per tutto. Io dico di essere abitata, e tu da questo conchiudi che gli abitatori miei debbono essere uomini. Ti avverto che non sono; e tu consentendo che sieno altre creature, non dubiti che non abbiano le stesse qualitá e gli stessi casi de’ tuoi popoli; e mi alleghi i cannocchiali di non so che fisico. Ma se cotesti cannocchiali non veggono meglio in altre cose, io crederò che abbiano la buona vista de’ tuoi fanciulli, che scuoprono in me gli occhi, la bocca, il naso che io non so dove me li abbia. Terra. Dunque non sará né anche vero che le tue province sono fornite di strade larghe e nette; e che tu sei coltivata: cose che dalla parte della Germania, pigliando un cannocchiale, si veggono chiaramente. Luna. Se io sono coltivata, io non me ne accorgo, e le mie strade io non le veggo. Terra. Cara Luna, tu hai a sapere che io sono di grossa pasta e di cervello tondo; e non è maraviglia che gli uomini m’ingannino facilmente. Ma io ti so dire che se i tuoi non si curano di conquistarti, tu non fosti però sempre senza pericolo: perché in diversi tempi, molte persone di quaggiú si posero in animo di conquistarti esse; e a quest’effetto fecero molte preparazioni. Se non che, salite in luoghi altissimi, e levandosi sulle punte de’ piedi, e stendendo le braccia, non ti poterono arrivare. Oltre a questo, giá da non pochi anni, io veggo spiare minutamente ogni tuo sito, ricavare le carte de’ tuoi paesi, misurare le altezze di cotesti monti, de’ quali sappiamo anche i nomi. Queste cose, per la buona volontá ch’io ti porto, mi è paruto bene di avvisartele, acciò che tu non manchi di provvederti per ogni caso. Ora, venendo ad altro, come sei molestata da’ cani che ti abbaiano contro? Che pensi di quelli che ti mostrano altrui nel pozzo? Sei tu femmina o maschio? perché anticamente ne fu varia opinione. È vero o no che gli arcadi vennero al mondo prima di te? che le tue donne, o altrimenti che io le debba chiamare, sono ovipare; e che uno delle loro uova cadde quaggiú non so quando? che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come crede un fisico moderno? che sei fatta, come affermano alcuni inglesi di cacio fresco? che Maometto un giorno, o una notte che fosse, ti spartí per mezzo, come un cocomero; e che un buon tocco del tuo corpo gli sdrucciolò dentro alla manica? Come stai volentieri in cima dei minareti? Che ti pare della festa dei bairam? Luna. Va pure avanti; che mentre séguiti cosí, non ho cagione di risponderti, e di mancare al silenzio mio solito. Se hai caro d’intrattenerti in ciance, e non trovi altre materie che queste; in cambio di voltarti a me, che non ti posso intendere, sará meglio che ti facci fabbricare dagli uomini un altro pianeta da girartisi intorno, che sia composto e abitato alla tua maniera. Tu non sai parlare altro che d’uomini e di cani e di cose simili, delle quali ho tanta notizia, quanta di quel sole grande grande, intorno al quale odo che giri il nostro sole. Terra. Veramente, piú che io propongo, nel favellarti, di astenermi da toccare le cose proprie, meno mi vien fatto. Ma da ora innanzi ci avrò piú cura. Dimmi: sei tu che ti pigli spasso a tirarmi l’acqua del mare in alto, e poi lasciarla cadere? Luna. Può essere. Ma posto che io ti faccia cotesto o qualunque altro effetto, io non mi avveggo di fartelo: come tu similmente, per quello che io penso, non ti accorgi di molti effetti che fai qui; che debbono essere tanto maggiori de’ miei, quanto tu mi vinci di grandezza e di forza. Terra. Di cotesti effetti veramente io non so altro se non che di tanto in tanto io levo a te la luce del sole, e a me la tua; come ancora, che io ti fo gran lume nelle tue notti, che in parte lo veggo alcune volte. Ma io mi dimenticava una cosa che importa piú d’ogni altra, lo vorrei sapere se veramente, secondo che scrive l’Ariosto, tutto quello che ciascun uomo va perdendo; come a dire la gioventú, la bellezza, la sanitá, le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati dagli altri, nell’indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare o promuovere le instituzioni utili; tutto sale e si raguna costá: di modo che vi si trovano tutte le cose umane; fuori dalla pazzia, che non si parte dagli uomini. In caso che questo sia vero, io fo conto che tu debba essere cosí piena, che non ti avanzi piú luogo; specialmente che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose (verbigrazia l’amor patrio, la virtú, la magnanimitá, la rettitudine), non giá solo in parte, e l’uno o l’altro di loro, come per l’addietro, ma tutti e interamente. E certo che, se elle non sono costí, non credo si possano trovare in altro luogo. Però vorrei che noi facessimo insieme una convenzione, per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano in mano, tutte queste cose; donde io penso che tu medesima abbi caro di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa costí un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti gli anni una buona somma di danari. Luna. Tu ritorni agli uomini; e, con tutto che la pazzia, come affermi, non si parta da’ tuoi confini, vuoi farmi impazzire a ogni modo, e levare il giudizio a me, cercando quello di coloro; il quale io non so dove si sia, né se vada o resti in nessuna parte del mondo; so bene che qui non si trova; come non ci si trovano le altre cose che tu chiedi. Terra. Almeno mi saprai tu dire se costí sono in uso i vizi, i misfatti, gl’infortuni, i dolori, la vecchiezza, in conclusione i mali? Intendi tu questi nomi? Luna. Oh, codesti sí che gl’intendo; e non solo i nomi, ma le cose significate, le conosco a maraviglia: perché ne sono tutta piena, in vece di quelle altre che tu credevi. Terra. Quali prevalgono ne’ tuoi popoli, i pregi o i difetti? Luna. I difetti di gran lunga. Terra. Di quali hai maggior copia, di beni o di mali? Luna. Di mali senza comparazione. Terra. E generalmente gli abitatori tuoi sono felici o infelici? Luna. Tanto infelici, che io non mi scambierei col piú fortunato di loro. Terra. Il medesimo è qui. Di modo che io mi maraviglio come essendomi sí diversa nelle altre cose, in questa mi sei conforme. Luna. Anche nella figura, e nell’aggirarmi, e nell’essere illustrata dal sole io ti sono conforme; e non è maggior maraviglia quella che questa: perché il male è cosa comune a tutti i pianeti dell’universo, o almeno di questo mondo solare, come la rotonditá e le altre condizioni che ho detto, né piú né meno. E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi udita da Urano o da Saturno, o da qualunque altro pianeta del nostro mondo; e gl’interrogassi se in loro abbia luogo l’infelicitá, e se i beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho fatto io. Dico questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo piú vicina di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate dappresso: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il sole medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto. Terra. Con tutto cotesto io spero bene: e oggi massimamente, gli uomini mi promettono per l’avvenire molte felicitá. Luna. Spera a tuo senno: e io ti prometto che potrai sperare in eterno. Terra. Sai che è? questi uomini e queste bestie si mettono a romore: perché dalla parte dalla quale io ti favello, è notte, come tu vedi, o piuttosto non vedi; sicché tutti dormono; e allo strepito che noi facciamo parlando, si destano con gran paura. Luna. Ma qui da questa parte, come tu vedi, è giorno. Terra. Ora io non voglio essere causa di spaventare la mia gente, e di rompere loro il sonno, che è il maggior bene che abbiano. Però ci riparleremo in altro tempo. Addio dunque; buon giorno. Luna. Addio; buona notte. La scommessa di Prometeo L’anno ottocento trentatremila dugento settantacinque del regno di Giove, il collegio delle Muse diede fuora in istampa, e fece appiccare nei luoghi pubblici della cittá e dei borghi d’Ipernèfelo, diverse cedole, nelle quali invitava tutti gli dèi maggiori e minori, e gli altri abitanti della detta cittá, che recentemente o in antico avessero fatto qualche lodevole invenzione, a proporla, o effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni giudici deputati da esso collegio. E scusandosi che per la sua nota povertá non si poteva dimostrare cosí liberale come avrebbe voluto, prometteva in premio a quello il cui ritrovamento fosse giudicato piú bello o piú fruttuoso, una corona di lauro, con privilegio di poterla portare in capo il dí e la notte, privatamente e pubblicamente, in cittá e fuori; e poter essere dipinto, scolpito, inciso, gittato, figurato in qualunque modo e materia, col segno di quella corona dintorno al capo. Concorsero a questo premio non pochi dei celesti per passatempo; cosa non meno necessaria agli abitatori d’Ipernèfelo, che a quelli di altre cittá; senza alcun desiderio di quella corona, la quale in sé non valeva il pregio di una berretta di stoppa; e in quanto alla gloria, se gli uomini, da poi che sono fatti filosofi, la disprezzano, si può congetturare che stima ne facciano gli dèi, tanto piú sapienti degli uomini, anzi soli sapienti secondo Pitagora e Platone. Per tanto, con esempio unico e fino allora inaudito in simili casi di ricompense proposte ai piú meritevoli, fu aggiudicato questo premio, senza intervento di sollecitazioni né di favori né di promesse occulte né di artifizi; e tre furono gli anteposti: cioè Bacco per l’invenzione del vino; Minerva per quella dell’olio, necessario per le unzioni delle quali gli dèi fanno quotidianamente uso dopo il bagno; e Vulcano per aver trovato una pentola di rame, detta economica, che serve a cuocere che che sia con piccolo fuoco e speditamente. Cosí, dovendosi fare il premio in tre parti, restava a ciascuno un ramoscello di lauro: ma tutti e tre ricusarono cosí la parte come il tutto; perché Vulcano allegò che, stando il piú del tempo al fuoco della fucina con gran fatica e sudore, gli sarebbe importunissimo quell’ingombro alla fronte; oltre che lo porrebbe in pericolo di essere abbrustolato o riarso, se per avventura qualche scintilla appigliandosi a quelle fronde secche, vi mettesse il fuoco. Minerva disse che avendo a sostenere in sul capo un elmo bastante, come scrive Omero, a coprirsene tutti insieme gli eserciti di cento cittá, non le conveniva aumentarsi questo peso in alcun modo. Bacco non volle mutare la sua mitra, e la sua corona di pampini, con quella di lauro: benché l’avrebbe accettata volentieri se gli fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna; ma le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo che ella si rimase nel loro comune erario. Niuno dei competitori di questo premio ebbe invidia ai tre dèi che l’avevano conseguito e rifiutato, né si dolse dei giudici, né biasimò la sentenza; salvo solamente uno, che fu Prometeo, venuto a parte del concorso con mandarvi il modello di terra che aveva fatto e adoperato a formare i primi uomini, aggiuntavi una scrittura che dichiarava le qualitá e gli uffici del genere umano, stato trovato da esso. Muove non poca maraviglia il rincrescimento dimostrato da Prometeo in caso tale, che da tutti gli altri, sí vinti come vincitori, era preso in giuoco: perciò investigandone la cagione, si è conosciuto che quegli desiderava efficacemente, non giá l’onore, ma bene il privilegio che gli sarebbe pervenuto colla vittoria. Alcuni pensano che intendesse di prevalersi del lauro per difesa del capo contro alle tempeste; secondo si narra di Tiberio, che sempre che udiva tonare, si ponea la corona; stimandosí che l’alloro non sia percosso dai fulmini. Ma nella cittá d’Ipernèfelo non cade fulmine e non tuona. Altri piú probabilmente affermano che Prometeo, per difetto degli anni, comincia a gittare i capelli; la quale sventura sopportando, come accade a molti, di malissima voglia, e non avendo letto le lodi della calvizie scritte da Sinesio, o non essendone persuaso, che è piú credibile, voleva sotto il diadema nascondere, come Cesare dittatore, la nuditá del capo. Ma per tornare al fatto, un giorno tra gli altri ragionando Prometeo con Momo, si querelava aspramente che il vino, l’olio e le pentole fossero stati anteposti al genere umano, il quale diceva essere la migliore opera degl’immortali che apparisse nel mondo. E parendogli non persuaderlo bastantemente a Momo, il quale adduceva non so che ragioni in contrario, gli propose di scendere tutti e due congiuntamente verso la terra, e posarsi a caso nel primo luogo che in ciascuna delle cinque parti di quella scoprissero abitato dagli uomini; fatta prima reciprocamente questa scommessa: se in tutti cinque i luoghi, o nei piú di loro, troverebbero o no manifesti argomenti che l’uomo sia la piú perfetta creatura dell’universo. Il che accettato da Momo, e convenuti del prezzo della scommessa, incominciarono senza indugiare a scendere verso la terra; indirizzandosi primieramente al nuovo mondo; come quello che pel nome stesso, e per non avervi posto piede insino allora niuno degl’immortali, stimolava maggiormente la curiositá. Fermarono il volo nel paese di Popaian, dal lato settentrionale, poco lungi dal fiume Cauca, in un luogo dove apparivano molti segni di abitazione umana: vestigi di cultura per la campagna; parecchi sentieri, ancorché tronchi in molti luoghi, e nella maggior parte ingombri; alberi tagliati e distesi; e particolarmente alcune che parevano sepolture, e qualche ossa d’uomini di tratto in tratto. Ma non perciò poterono i due celesti, porgendo gli orecchi, e distendendo la vista per ogn’intorno, udire una voce né scoprire un’ombra d’uomo vivo. Andarono parte camminando, parte volando, per ispazio di molte miglia; passando monti e fiumi; e trovando da per tutto i medesimi segni e la medesima solitudine. Come sono ora deserti questi paesi, diceva Momo a Prometeo, che mostrano anche evidentemente di essere stati abitati? Prometeo ricordava le inondazioni del mare, i tremuoti, i temporali, le piogge strabocchevoli, che sapeva essere ordinarie nelle regioni calde: e veramente in quel medesimo tempo udivano, da tutte le boscaglie vicine, i rami degli alberi che, agitati dall’aria, stillavano continuamente acqua. Se non che Momo non sapeva comprendere come potesse quella parte essere sottoposta alle inondazioni del mare, cosí lontano di lá, che non appariva da alcun lato; e meno intendeva per qual destino i tremuoti, i temporali e le piogge avessero avuto a disfare tutti gli uomini del paese, perdonando agli sciaguari, alle scimmie, a’ formichieri, a’ cerigoni, alle aquile, a’ pappagalli, e a cento altre qualitá di animali terrestri e volatili, che andavano per quei dintorni. In fine, scendendo a una valle immensa, scoprirono, come a dire, un piccolo mucchio di case o capanne di legno, coperte di foglie di palma, e circondata ognuna da un chiuso a maniera di steccato: dinanzi a una delle quali stavano molte persone, parte in piedi, parte sedute, dintorno a un vaso di terra posto a un gran fuoco. Si accostarono i due celesti, presa forma umana; e Prometeo, salutati tutti cortesemente, volgendosi a uno che accennava di essere il principale, interrogollo: — Che si fa? Selvaggio. Si mangia, come vedi. Prometeo. Che buone vivande avete? Selvaggio. Questo poco di carne. Prometeo. Carne domestica o salvatica? Selvaggio. Domestica, anzi del mio figliuolo. Prometeo. Hai tu per figliuolo un vitello, come ebbe Pasifae? Selvaggio. Non un vitello ma un uomo, come ebbero tutti gli altri. Prometeo. Dici tu da senno? mangi tu la tua carne propria? Selvaggio. La mia propria no, ma ben quella di costui; che per questo solo uso io l’ho messo al mondo, e preso cura di nutrirlo. Prometeo. Per uso di mangiartelo? Selvaggio. Che maraviglia? E la madre ancora, che giá non debbe esser buona da fare altri figliuoli, penso di mangiarla presto. Momo. Come si mangia la gallina, dopo mangiate le uova. Selvaggio. E l’altre donne che io tengo, come sieno fatte inutili a partorire, le mangerò similmente. E questi miei schiavi che vedete, forse che li terrei vivi, se non fosse per avere di quando in quando de’ loro figliuoli, e mangiarli? Ma invecchiati che saranno, io me li mangerò anche loro a uno a uno, se io campo. Prometeo. Dimmi: cotesti schiavi sono della tua nazione medesima, o di qualche altra? Selvaggio. D’un’altra. Prometeo. Molto lontana di qua? Selvaggio. Lontanissima; tanto che tra le loro case e le nostre, ci correva un rigagnolo. E additando un collicello, soggiunse; — Ecco lá il sito dov’ella era; ma i nostri l’hanno distrutta. — In questo parve a Prometeo che non so quanti di coloro lo stessero mirando con una cotal guardatura amorevole, come è quella che fa il gatto al topo: sicché, per non essere mangiato dalle sue proprie fatture, si levò subito a volo; e seco similmente Momo: e fu tanto il timore che ebbero l’uno e l’altro che, nel partirsi, corruppero i cibi dei barbari con quella sorta d’immondizia che le arpie sgorgarono per invidia sulle mense troiane. Ma coloro, piú famelici e meno schivi de’ compagni di Enea, seguitarono il loro pasto; e Prometeo, malissimo soddisfatto del mondo nuovo, si volse incontanente al piú vecchio, voglio dire all’Asia; e, trascorso quasi in un subito l’intervallo che è tra le nuove e le antiche Indie, scesero ambedue presso ad Agra in un campo pieno d’infinito popolo, adunato intorno a una fossa colma di legne: sull’orlo della quale, da un lato, si vedevano alcuni con torchi accesi, in procinto di porle il fuoco; e da altro lato, sopra un palco, una donna giovane, coperta di vesti suntuosissime, e di ogni qualitá di ornamenti barbarici, la quale danzando e vociferando, faceva segno di grandissima allegrezza. Prometeo vedendo questo, immaginava seco stesso una nuova Lucrezia o nuova Virginia, o qualche emulatrice delle figliuole di Eretteo, delle Ifigenie, de’ Codri, de’ Menecei, dei Curzi e dei Deci, che, seguitando la fede di qualche oracolo, s’immolasse volontariamente per la sua patria. Intendendo poi che la cagione del sacrificio della donna era la morte del marito, pensò che quella, poco dissimile da Alceste, volesse col prezzo di se medesima, ricomperare lo spirito di colui. Ma saputo che ella non s’induceva ad abbruciarsi se non perché questo si usava di fare dalle donne vedove della sua sètta, e che aveva sempre portato odio al marito, e che era ubbriaca, e che il morto, in cambio di risuscitare, aveva a essere arso in quel medesimo fuoco; voltato subito il dosso a quello spettacolo, prese la via dell’Europa; dove intanto che andavano, ebbe col suo compagno questo colloquio. Momo. Avresti tu pensato, quando rubavi con tuo grandissimo pericolo il fuoco dal cielo per comunicarlo agli uomini, che questi se ne prevarrebbero, quali per cuocersi l’un l’altro nelle pignatte, quali per abbruciarsi spontaneamente? Prometeo. No per certo. Ma considera, caro Momo, che quelli che fino a ora abbiamo veduto, sono barbari: e dai barbari non si dèe far giudizio della natura degli uomini; ma bene dagl’inciviliti: ai quali andiamo al presente: e ho ferma opinione che tra loro vedremo e udremo cose e parole che ti paranno degne, non solamente di lode, ma di stupore. Momo. Io per me non veggo, se gli uomini sono il piú perfetto genere dell’universo, come faccia di bisogno che sieno inciviliti perché non si abbrucino da se stessi, e non mangino i figliuoli propri: quando che gli altri animali sono tutti barbari, e ciò non ostante, nessuno si abbrucia a bello studio, fuorché la fenice, che non si trova; rarissimi si mangiano alcun loro simile; e molto piú rari si cibano dei loro figliuoli, per qualche accidente insolito, e non per averli generati a quest’uso. Avverti eziandio, che delle cinque parti del mondo una sola, né tutta intera, e questa non paragonabile per grandezza a veruna delle altre quattro, è dotata della civiltá che tu lodi; aggiunte alcune piccole porzioncelle di un’altra parte del mondo. E giá tu medesimo non vorrai dire che questa civiltá sia compiuta, in modo che oggidí gli uomini di Parigi o di Filadelfia abbiano generalmente tutta la perfezione che può convenire alla loro specie. Ora, per condursi al presente stato di civiltá non ancora perfetta, quanto tempo hanno dovuto penare questi tali popoli? Tanti anni quanti si possono numerare dall’origine dell’uomo insino ai tempi prossimi. E quasi tutte le invenzioni che erano o di maggiore necessitá o di maggior profitto al conseguimento dello stato civile, hanno avuto origine non da ragione, ma da casi fortuiti: di modo che la civiltá umana è opera della sorte piú che della natura: e dove questi tali casi non sono occorsi, veggiamo che i popoli sono ancora barbari; con tutto che abbiano altrettanta etá quanta i popoli civili. Dico io dunque: se l’uomo barbaro mostra di essere inferiore per molti capi a qualunque altro animale; se la civiltá, che è l’opposto della barbarie, non è posseduta né anche oggi se non da una piccola parte del genere umano; se non oltre di ciò, questa parte non è potuta altrimenti pervenire al presente stato civile, se non dopo una quantitá innumerabile di secoli e per beneficio massimamente del caso, piuttosto che di alcun’altra cagione; all’ultimo, se il detto stato civile non è per anche perfetto; considera un poco se forse la tua sentenza circa il genere umano fosse piú vera acconciandola in questa forma: cioè dicendo che esso è veramente sommo tra i generi, come tu pensi; ma sommo nell’imperfezione, piuttosto che nella perfezione; quantunque gli uomini nel parlare e nel giudicare, scambino continuamente l’una coll’altra; argomentando da certi cotali presupposti che si hanno fatto essi, e tengonli per veritá palpabili. Certo che gli altri generi di creature fino nel principio furono perfettissimi ciascheduno in se stesso. E quando eziandio non fosse chiaro che l’uomo barbaro, considerato in rispetto agli altri animali, è meno buono di tutti; io non mi persuado che l’essere naturalmente imperfettissimo nel proprio genere, come pare che sia l’uomo, s’abbia a tenere in conto di perfezione maggiore di tutte l’altre. Aggiungi che la civiltá umana, cosí difficile da ottenere, e forse impossibile da ridurre a compimento, non è anco stabile in modo che ella non possa cadere: come in effetto si trova essere avvenuto piú volte, e in diversi popoli, che ne avevano acquistato una buona parte. In somma io conchiudo che se tuo fratello Epimeteo recava ai giudici il modello che debbe avere adoperato quando formò il primo asino o la prima rana, forse ne riportava il premio che tu non hai conseguito. Pure a ogni modo, io ti concederò volentieri che l’uomo sia perfettissimo, se tu ti risolvi a dire che la sua perfezione si rassomigli a quella che si attribuiva da Plotino al mondo: il quale, diceva Plotino, è ottimo e perfetto assolutamente; ma perché il mondo sia perfetto, conviene che egli abbia in sé, tra le altre cose, anco tutti i mali possibili; però in fatti si trova in lui tanto male, quanto vi può capire. E in questo rispetto forse io concederei similmente al Leibnizio che il mondo presente fosse il migliore di tutti i mondi possibili. Non si dubita che Prometeo non avesse a ordine una risposta in forma distinta, precisa e dialettica a tutte queste ragioni; ma è parimente certo che non la diede: perché in questo medesimo punto si trovarono sopra alla cittá di Londra: dove scesi, e veduto gran moltitudine di gente concorrere alla porta di una casa privata, messisi tra la folla, entrarono nella casa; e trovarono sopra un letto un uomo disteso supino, che avea nella ritta una pistola; ferito nel petto, e morto; e accanto a lui giacere due fanciullini, medesimamente morti. Erano nella stanza parecchie persone della casa, e alcuni giudici, i quali le interrogavano, mentre che un officiale scriveva. Prometeo. Chi sono questi sciagurati? Un famiglio. Il mio padrone e i figliuoli. Prometeo. Chi gli ha uccisi? Famiglio. Il padrone tutti e tre. Prometeo. Tu vuoi dire i figliuoli e se stesso? Famiglio. Appunto. Prometeo. Oh che è mai cotesto! Qualche grandissima sventura gli doveva essere accaduta. Famiglio. Nessuna, che io sappia. Prometeo. Ma forse era povero, o disprezzato da tutti, o sfortunato in amore, o in corte? Famiglio. Anzi ricchissimo, e credo che tutti lo stimassero; di amore non se ne curava, e in corte aveva molto favore. Prometeo. Dunque come è caduto in questa disperazione? Famiglio. Per tedio della vita, secondo che ha lasciato scritto. Prometeo. E questi giudici che fanno? Famiglio. S’informano se il padrone era impazzito o no: che in caso non fosse impazzito, la sua roba ricade al pubblico per legge: e in veritá non si potrá fare che non ricada. Prometeo. Ma, dimmi, non aveva nessun amico o parente, a cui potesse raccomandare questi fanciullini, in cambio di ammazzarli? Famiglio. Sí, aveva; e tra gli altri, uno che gli era molto intrinseco, al quale ha raccomandato il suo cane. Momo stava per congratularsi con Prometeo sopra i buoni effetti della civiltá, e sopra la contentezza che appariva ne risultasse alla nostra vita; e voleva anche rammemorargli che nessun altro animale, fuori dell’uomo, si uccide volontariamente esso medesimo, né spegne per disperazione della vita i figliuoli: ma Prometeo lo prevenne; e senza curarsi di vedere le due parti del mondo che rimanevano, gli pagò la scommessa. Dialogo di un Fisico e di un Metafisico Fisico. Eureca, eureca. Metafisico. Che è? che hai trovato? Fisico. L’arte di vivere lungamente. Metafisico. E cotesto libro che porti? Fisico. Qui la dichiaro: e per questa invenzione, se gli altri vivranno lungo tempo, io vivrò per lo meno in eterno; voglio dire che ne acquisterò gloria immortale. Metafisico. Fa’ una cosa a mio modo. Trova una cassettina di piombo, chiudivi cotesto libro, sotterrala, e prima di morire ricordati di lasciar detto il luogo, acciocché vi si possa andare, e cavare il libro, quando sará trovata l’arte di vivere felicemente. Fisico. E in questo mezzo? Metafisico. In questo mezzo non sará buono da nulla. Piú lo stimerei se contenesse l’arte di viver poco. Fisico. Cotesta è giá saputa da un pezzo; e non fu difficile a trovarla. Metafisico. In ogni modo la stimo piú della tua. Fisico. Perché? Metafisico. Perché se la vita non è felice, che fino a ora non è stata, meglio ci torna averla breve che lunga. Fisico. Oh cotesto no: perché la vita è bene da se medesima, e ciascuno la desidera e l’ama naturalmente. Metafisico. Cosí credono gli uomini; ma s’ingannano: come il volgo s’inganna pensando che i colori sieno qualitá degli oggetti; quando non sono degli oggetti, ma della luce. Dico che l’uomo non desidera e non ama se non la felicitá propria. Però non ama la vita, se non in quanto la reputa instrumento o subbietto di essa felicitá. In modo che propriamente viene ad amare questa e non quella, ancorché spessissimo attribuisca all’una l’amore che porta all’altra. Vero è che questo inganno e quello dei colori sono tutti e due naturali. Ma che l’amore della vita negli uomini non sia naturale, o vogliamo dire non sia necessario, vedi che moltissimi ai tempi antichi elessero di morire potendo vivere, e moltissimi ai tempi nostri desiderano la morte in diversi casi, e alcuni si uccidono di propria mano. Cose che non potrebbero essere, se l’amore della vita per se medesimo fosse natura dell’uomo. Come, essendo natura di ogni vivente l’amore della propria felicitá, prima cadrebbe il mondo che alcuno di loro lasciasse di amarla e di procurarla a suo modo. Che poi la vita sia bene per se medesima, aspetto che tu me lo provi, con ragioni o fisiche o metafisiche o di qualunque disciplina. Per me, dico che la vita felice, saría bene senza fallo; ma come felice, non come vita. La vita infelice, in quanto all’essere infelice, è male; e atteso che la natura, almeno quella degli uomini, porta che vita e infelicitá non si possono scompagnare, discorri tu medesimo quello che ne segua. Fisico. Di grazia, lasciamo cotesta materia, che è troppo malinconica; e senza tante sottigliezze, rispondimi sinceramente: se l’uomo vivesse e potesse vivere in eterno; dico senza morire, e non dopo morto; credi tu che non gli piacesse? Metafisico. A un presupposto favoloso risponderò con qualche favola; tanto piú che non sono mai vissuto in eterno, sicché non posso rispondere per esperienza; né anche ho parlato con alcuno che fosse immortale; e fuori che nelle favole, non trovo notizia di persone di tal sorta. Se fosse qui presente il Cagliostro, forse ci potrebbe dare un poco di lume; essendo vissuto parecchi secoli: se bene, perché poi morí come gli altri, non pare che fosse immortale. Dirò dunque che il saggio Chirone, che era dio, coll’andar del tempo si annoiò della vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morí. Or pensa, se l’immortalitá rincresce agli dèi, che farebbe agli uomini. Gl’iperborei, popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, né per terra né per acqua; ricchi di ogni bene; e specialmente di bellissimi asini, dei quali sogliono fare ecatombe; potendo, se io non m’inganno, essere immortali; perché non hanno infermitá né fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe; contuttociò muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano. Aggiungi quest’altra favola. Bitone e Cleobi fratelli, un giorno di festa, che non erano in pronto le mule, essendo sottentrati al carro della madre, sacerdotessa di Giunone, e condottala al tempio; quella supplicò la dea che rimunerasse la pietá de’ figliuoli col maggior bene che possa cadere negli uomini. Giunone, invece di farli immortali, come avrebbe potuto, e allora si costumava, fece che l’uno e l’altro pian piano se ne morirono in quella medesima ora. Il simile toccò ad Agamede e a Trofonio. Finito il tempio di Delfo, fecero instanza ad Apollo che li pagasse: il quale rispose volerli soddisfare fra sette giorni; in questo mezzo attendessero a far gozzoviglia a loro spese. La settima notte, mandò loro un dolce sonno, dal quale ancora s’hanno a svegliare; e avuta questa, non dimandarono altra paga. Ma poiché siamo in sulle favole, eccotene un’altra, intorno alla quale ti vo’ proporre una questione. Io so che oggi i vostri pari tengono per sentenza certa che la vita umana, in qualunque paese abitato, e sotto qualunque cielo, dura naturalmente, eccetto piccole differenze, una medesima quantitá di tempo, considerando ciascun popolo in grosso. Ma qualche buono antico racconta che gli uomini di alcune parti dell’India e dell’Etiopia non campano oltre a quarant’anni; chi muore in questa etá muor vecchissimo; e le fanciulle di sette anni sono di etá da marito. Il quale ultimo capo sappiamo che, appresso a poco, si verifica nella Guinea, nel Decan e in altri luoghi sottoposti alla zona torrida. Dunque, presupponendo per vero che si trovi una o piú nazioni, gli uomini delle quali regolarmente non passino i quaranta anni di vita; e ciò sia per natura, non, come si è creduto degli ottentotti, per altre cagioni; domando se in rispetto a questo, ti pare che i detti popoli debbano essere piú miseri o piú felici degli altri? Fisico. Piú miseri senza fallo, venendo a morte piú presto. Metafisico. Io credo il contrario anche per cotesta ragione. Ma qui non consiste il punto. Fa un poco di avvertenza. Io negava che la pura vita, cioè a dire il semplice sentimento dell’esser proprio, fosse cosa amabile e desiderabile per natura. Ma quello che forse piú degnamente ha nome altresí di vita, voglio dire l’efficacia e la copia delle sensazioni, è naturalmente amato e desiderato da tutti gli uomini: perché qualunque azione o passione viva e forte, purché non ci sia rincrescevole o dolorosa, col solo essere viva e forte, ci riesce grata, eziandio mancando di ogni altra qualitá dilettevole. Ora in quella specie d’uomini, la vita dei quali si consumasse naturalmente in ispazio di quarant’anni, cioè nella metá del tempo destinato dalla natura agli altri uomini; essa vita in ciascheduna sua parte, sarebbe piú viva il doppio di questa nostra: perché, dovendo coloro crescere, e giungere a perfezione, e similmente appassire e mancare nella metá del tempo; le operazioni vitali della loro natura, proporzionatamente a questa celeritá, sarebbero in ciascuno istante doppie di forza per rispetto a quello che accade negli altri; ed anche le azioni volontarie di questi tali, la mobilitá e la vivacitá estrinseca, corrisponderebbero a questa maggiore efficacia. Di modo che essi avrebbero in minore spazio di tempo la stessa quantitá di vita che abbiamo noi. La quale distribuendosi in minor numero d’anni basterebbe a riempirli, o vi lascerebbe piccoli vani; laddove ella non basta a uno spazio doppio: e gli atti e le sensazioni di coloro, essendo piú forti, e raccolte in un giro piú stretto, sarebbero quasi bastanti a occuparne e a vivificare tutta la loro etá; dove che nella nostra, molto piú lunga, restano spessissimi e grandi intervalli, vòti di ogni azione e affezione viva. E poiché non il semplice essere, ma il solo essere felice, è desiderabile; e la buona o cattiva sorte di chicchessia non si misura dal numero dei giorni; io conchiudo che la vita di quelle nazioni, che quanto piú breve, tanto sarebbe men povera di piacere, o di quello che è chiamato con questo nome, si vorrebbe anteporre alla vita nostra, ed anche a quella dei primi re dell’Assiria, dell’Egitto, della Cina, dell’India, e d’altri paesi; che vissero, per tornare alle favole, migliaia d’anni. Perciò, non solo io non mi curo dell’immortalitá, e sono contento di lasciarla a’ pesci; ai quali la dona il Leeuwenhoek, purché non sieno mangiati dagli uomini o dalle balene; ma, in cambio di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro corpo per allungare la vita, come propone il Maupertuis, io vorrei che la potessimo accelerare in modo, che la vita nostra si riducesse alla misura di quella di alcuni insetti, chiamati efimeri, dei quali si dice che i piú vecchi non passano l’etá di un giorno, e contuttociò muoiono bisavoli e trisavoli. Nel qual caso, io stimo che non ci rimarrebbe luogo alla noia. Che pensi di questo ragionamento? Fisico. Penso che non mi persuade: e che se tu ami la metafisica, io m’attengo alla fisica: voglio dire che se tu guardi pel sottile, io guardo alla grossa, e me ne contento. Però senza metter mano al microscopio, giudico che la vita sia piú bella della morte, e do il pomo a quella, guardandole tutte due vestite. Metafisico. Cosí giudico anch’io. Ma quando mi torna a mente il costume di quei barbari, che per ciascun giorno infelice della loro vita, gittavano in un turcasso una pietruzza nera, e per ogni dí felice, una bianca; penso quanto poco numero delle bianche è verisimile che fosse trovato in quelle faretre alla morte di ciascheduno, e quanto gran moltitudine delle nere. E desidero vedermi davanti tutte le pietruzze dei giorni che mi rimangono; e, sceverandole, aver facoltá di gittar via tutte le nere, e detrarle dalla mia vita; riserbandomi solo le bianche: quantunque io sappia bene che non farebbero gran cumulo, e sarebbero di un bianco torbido. Fisico. Molti, per lo contrario, quando anche tutti i sassolini fossero neri, e piú neri del paragone; vorrebbero potervene aggiungere, benché dello stesso colore: perché tengono per fermo che niun sassolino sia cosí nero come l’ultimo. E questi tali, del cui numero sono anch’io, potranno aggiungere in effetto molti sassolini alla loro vita, usando l’arte che si mostra in questo mio libro. Metafisico. Ciascuno pensi ed operi a suo talento: e anche la morte non mancherá di fare a suo modo. Ma se tu vuoi, prolungando la vita, giovare agli uomini veramente; trova un’arte per la quale sieno moltiplicate di numero e di gagliardia le sensazioni e le azioni loro. Nel qual modo, accrescerai propriamente la vita umana, ed empiendo quegli smisurati intervalli di tempo nei quali il nostro essere è piuttosto durare che vivere, ti potrai dar vanto di prolungarla. E ciò senza andare in cerca dell’impossibile, o usar violenza alla natura, anzi secondandola. Non pare a te che gli antichi vivessero piú di noi, dato ancora che, per li pericoli gravi e continui che solevano correre, morissero comunemente piú presto? E farai grandissimo beneficio agli uomini; la cui vita fu sempre, non dirò felice, ma tanto meno infelice, quanto piú fortemente agitata, e in maggior parte occupata, senza dolore né disagio. Ma piena d’ozio e di tedio, che è quanto dire vacua, dá luogo a creder vera quella sentenza di Pirrone, che dalla vita alla morte non è divario. Il che se io credessi, ti giuro che la morte mi spaventerebbe non poco. Ma in fine, la vita debb’esser viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio. Dialogo di T. Tasso e del suo Genio familiare Genio. Come stai, Torquato? Tasso. Ben sai come si può stare in una prigione, e dentro ai guai fino al collo. Genio. Via, ma dopo cenato, non è tempo da dolersene. Fa’ buon animo, e ridiamone insieme. Tasso. Ci son poco atto. Ma la tua presenza e le tue parole sempre mi consolano. Siedimi qui accanto. Genio. Che io segga? La non è giá cosa facile a uno spirito. Ma ecco: fa conto ch’io sto seduto. Tasso. Oh potess’io rivedere la mia Leonora. Ogni volta che ella mi torna in mente, mi nasce un brivido di gioia, che dalla cima del capo mi si stende fino all’ultima punta de’ piedi; e non resta in me nervo né vena che non sia scossa. Talora, pensando a lei, mi si ravvivano nell’animo certe immagini e certi affetti, tali, che per quel poco tempo, mi pare di essere ancora quello stesso Torquato che fui prima di aver fatto esperienza delle sciagure e degli uomini, e che ora io piango tante volte per morto. In vero, io direi che l’uso del mondo e l’esercizio de’ patimenti sogliono come profondare e sopire dentro a ciascuno di noi quel primo uomo che egli era: il quale di tratto in tratto si desta per poco spazio, ma tanto piú di rado quanto è il progresso degli anni; sempre piú poi si ritira verso il nostro intimo, e ricade in maggior sonno di prima: finché, durando ancora la nostra vita, esso muore. In fine, io mi maraviglio come il pensiero di una donna abbia tanta forza da rinnovarmi, per cosí dire, l’anima, e farmi dimenticare tante calamitá. E se non fosse che io non ho piú speranza di rivederla, crederei non avere ancora perduta la facoltá di essere felice. Genio. Quale delle due cose stimi che sia piú dolce: vedere la donna amata, o pensarne? Tasso. Non so. Certo che quando mi era presente, ella mi pareva una donna; lontana, mi pareva e mi pare una dea. Genio. Coteste dèe sono cosí benigne, che quando alcuno vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinitá, si spiccano i raggi d’attorno, e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale che si fa innanzi. Tasso. Tu dici il vero pur troppo. Ma non ti pare egli cotesto un gran peccato delle donne; che, alla prova, elle ci riescano cosí diverse da quelle che noi le immaginavamo? Genio. Io non so vedere che colpa s’abbiano in questo, d’esser fatte di carne e sangue, piuttosto che di ambrosia e nettare. Qual cosa del mondo ha pure un’ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate che abbia a essere nelle donne? E anche mi pare strano che, non facendovi maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè a dir creature poco lodevoli e poco amabili, non sappiate poi comprendere come accada che le donne in fatti non sieno angeli. Tasso. Con tutto questo, io mi muoio dal desiderio di rivederla e di riparlarle. Genio. Via, questa notte in sogno io te la condurrò davanti; bella come la gioventú; e cortese in modo che tu prenderai cuore di favellarle molto piú franco e spedito che non ti venne fatto mai per l’addietro: anzi all’ultimo le stringerai la mano; ed ella, guardandoti fiso, ti metterá nell’animo una dolcezza tale, che tu ne sarai sopraffatto; e per tutto domani, qualunque volta ti sovverrá di questo sogno, ti sentirai balzare il cuore dalla tenerezza. Tasso. Gran conforto: un sogno in cambio del vero. Genio. Che cosa è il vero? Tasso. Pilato non lo seppe meno di quello che lo so io. Genio. Bene, io risponderò per te. Sappi che dal vero al sognato, non corre altra differenza, se non che questo può qualche volta essere molto piú bello e piú dolce che quello non può mai. Tasso. Dunque tanto vale un diletto sognato quanto un diletto vero? Genio. Io credo. Anzi ho notizia di uno che, quando la donna che egli ama se gli rappresenta dinanzi in alcun sogno gentile, esso per tutto il giorno seguente, fugge di ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che ella non potrebbe reggere al paragone dell’immagine che il sonno gliene ha lasciata impressa, e che il vero, cancellandogli dalla mente il falso, priverebbe lui del diletto straordinario che ne ritrae. Però non sono da condannare gli antichi, molto piú solleciti, accorti e industriosi di voi, circa a ogni sorta di godimento possibile alla natura umana, se ebbero per costume di procurare in vari modi la dolcezza e la gioconditá dei sogni; né Pitagora è da riprendere per avere interdetto il mangiare delle fave, creduto contrario alla tranquillitá dei medesimi sogni, ed atto a intorbidarli; e sono da scusare i superstiziosi che, avanti di coricarsi, solevano orare e far libazioni a Mercurio conduttore dei sogni, acciò ne menasse loro di quei lieti; l’immagine del quale tenevano a quest’effetto intagliata in su’ piedi delle lettiere. Cosí, non trovando mai la felicitá nel tempo della vigilia, si studiavano di essere felici dormendo: e credo che in parte, e in qualche modo, l’ottenessero; e che da Mercurio fossero esauditi meglio che dagli altri dèi. Tasso. Per tanto, poiché gli uomini nascono e vivono al solo piacere, o del corpo o dell’animo: se da altra parte il piacere è solamente o massimamente nei sogni, converrá ci determiniamo a vivere per sognare: alla qual cosa, in veritá, io non mi posso ridurre. Genio. Giá vi sei ridotto e determinato, poiché tu vivi e che tu consenti di vivere. Che cosa è il piacere? Tasso. Non ne ho tanta pratica da poterlo conoscere che cosa sia. Genio. Nessuno lo conosce per pratica, ma solo per ispeculazione: perché il piacere è un subbietto speculativo, e non reale; un desiderio, non un fatto; un sentimento che l’uomo concepisce col pensiero, e non prova; o per dir meglio, un concetto e non un sentimento. Non vi accorgete voi che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorché desiderato infinitamente, e procacciato con fatiche e molestia indicibili; non potendovi contentare il goder che fate in ciascuno di quei momenti, state sempre aspettando un goder maggiore e piú vero, nel quale consista in somma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di continuo agl’istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce sempre innanzi al giungere dell’istante che vi soddisfaccia; e non vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e piú veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a voi medesimi di aver goduto, con raccontarlo anche agli altri, non per sola ambizione, ma per aiutarvi al persuaderlo che vorreste pur fare a voi stessi. Però chiunque consente di vivere, no’l fa in sostanza ad altro effetto né con altra utilitá che di sognare; cioè credere di avere a godere, o di aver goduto; cose ambedue false e fantastiche. Tasso. Non possono gli uomini credere mai di godere presentemente? Genio. Sempre che credessero cotesto, godrebbero infatti. Ma narrami tu se, in alcun istante della tua vita, ti ricordi aver detto con piena sinceritá e opinione: io godo. Ben tutto giorno dicesti e dici sinceramente: io godrò; e parecchie volte, ma con sinceritá minore: ho goduto. Di modo che il piacere è sempre o passato o futuro, e non mai presente. Tasso. Che è quanto dire è sempre nulla. Genio. Cosí pare. Tasso. Anche nei sogni. Genio. Propriamente parlando. Tasso. E tuttavia l’obbietto e l’intento della vita nostra, non pure essenziale ma unico, è il piacere stesso: intendendo per piacere la felicitá; che debbe in effetto esser piacere; da qualunque cosa ella abbia a procedere. Genio. Certissimo. Tasso. Laonde la nostra vita, mancando sempre del suo fine, è continuamente imperfetta: e quindi il vivere è di sua propria natura uno stato violento. Genio. Forse. Tasso. Io non ci veggo forse. Ma dunque perché viviamo noi? voglio dire, perché consentiamo di vivere? Genio. Che so io di cotesto? Meglio lo saprete voi che siete uomini. Tasso. Io per me ti giuro che non lo so. Genio. Domandane altri de’ piú savi, e forse troverai qualcuno che ti risolva cotesto dubbio. Tasso. Cosí farò. Ma certo questa vita che io meno, è tutta uno stato violento; perché lasciando anche da parte i dolori, la noia sola mi uccide. Genio. Che cosa è la noia? Tasso. Qui l’esperienza non mi manca, da soddisfare alla tua domanda. A me pare che la noia sia della natura dell’aria: la quale riempie tutti gli spazi interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro; e donde un corpo si parte, e altro non gli sottentra, quivi ella succede immediatamente. Cosí tutti gl’intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però, come nel mondo materiale, secondo i peripatetici, non si dá vòto alcuno; cosí nella vita nostra non si dá vòto; se non quando la vita per qualsivoglia causa intermette l’uso del pensiero. Per tutto il resto del tempo, l’animo, considerato anche in sé proprio e come disgiunto dal corpo, si trova contenere qualche passione; come quello a cui l’essere vacuo da ogni piacere e dispiacere importa essere pieno di noia; la quale anco è passione, non altrimenti che il dolore e il diletto. Genio. E da poi che tutti i vostri diletti sono di materia simile ai ragnateli, tenuissima, radissima e trasparente; perciò come l’aria in questi, cosí la noia penetra in quelli da ogni parte, e li riempie. Veramente per la noia non credo si debba intendere altro che il desiderio puro della felicitá; non soddisfatto dal piacere, e non offeso apertamente dal dispiacere. Il qual desiderio, come dicevamo poco innanzi, non è mai soddisfatto; e il piacere propriamente non si trova. Sicché la vita umana, per modo di dire, è composta e intessuta, parte di dolore, parte di noia; dall’una delle quali passioni non ha riposo, se non cadendo nell’altra. E questo non è tuo destino particolare, ma comune di tutti gli uomini. Tasso. Che rimedio potrebbe giovare contro la noia? Genio. Il sonno, l’oppio, e il dolore. E questo è il piú potente di tutti: perché l’uomo mentre patisce, non si annoia per niuna maniera. Tasso. In cambio di cotesta medicina, io mi contento di annoiarmi tutta la vita. Ma pure la varietá delle azioni, delle occupazioni e dei sentimenti, se bene non ci libera dalla noia, perché non ci reca diletto vero, contuttociò la solleva ed alleggerisce. Laddove in questa prigionia, separato dal commercio umano, toltomi eziandio lo scrivere, ridotto a notare per passatempo i tocchi dell’oriuolo, annoverare i correnti, le fessure e i tarli del palco, considerare il mattonato del pavimento, trastullarmi colle farfalle e coi moscherini che vanno attorno alla stanza, condurre quasi tutte le ore a un modo; io non ho cosa che mi scemi in alcuna parte il carico della noia. Genio. Dimmi: quanto tempo ha che tu sei ridotto a cotesta forma di vita? Tasso. Piú settimane, come tu sai. Genio. Non conosci tu, dal primo giorno al presente, alcuna diversitá nel fastidio che ella ti reca? Tasso. Certo che io lo provava maggiore a principio: perché di mano in mano la mente, non occupata da altro e non isvagata, mi si viene accostumando a conversare seco medesima assai piú e con maggior sollazzo di prima, e acquistando un abito e una virtú di favellare in se stessa, anzi di cicalare, tale, che parecchie volte mi pare quasi avere una compagnia di persone in capo che stieno ragionando, e ogni menomo soggetto che mi si rappresenti al pensiero, mi basta a farne tra me e me una gran diceria. Genio. Cotesto abito te lo vedrai confermare e accrescere di giorno in giorno per modo che, quando poi ti si renda la facoltá di usare cogli altri uomini, ti parrá essere piú disoccupato stando in compagnia loro, che in solitudine. E quest’assuefazione in sí fatto tenore di vita, non credere che intervenga solo a’ tuoi simili, giá consueti a meditare; ma ella interviene in piú o men tempo a chicchessia. Di piú, l’essere diviso dagli uomini e, per dir cosí, dalla vita stessa porta seco questa utilitá: che l’uomo, eziandio sazio, chiarito e disamorato delle cose umane per l’esperienza; a poco a poco assuefacendosi di nuovo a mirarle da lungi, donde elle paiono molto piú belle e piú degne che da vicino, si dimentica della loro vanitá e miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo a suo modo; apprezzare, amare e desiderare la vita; delle cui speranze, se non gli è tolto o il potere o il confidare di restituirsi alla societá degli uomini, si va nutrendo e dilettando, come egli soleva a’ suoi primi anni. Di modo che la solitudine fa quasi l’ufficio della gioventú; o certo ringiovanisce l’animo, ravvalora e rimette in opera l’immaginazione, e rinnuova nell’uomo esperimentato i beneficii di quella prima inesperienza che tu sospiri. Io ti lascio; che veggo che il sonno ti viene entrando; e me ne vo ad apparecchiare il bel sogno che ti ho promesso. Cosí, tra sognare e fantasticare, andrai consumando la vita; non con altra utilitá che di consumarla; che questo è l’unico frutto che al mondo se ne può avere, e l’unico intento che voi vi dovete proporre ogni mattina in sullo svegliarvi. Spessissimo ve la conviene strascinare co’ denti: beato quel dí che potete o trarvela dietro colle mani, o portarla in sul dosso. Ma, in fine, il tuo tempo non è piú lento a correre in questa carcere, che sia nelle sale e negli orti quello di chi ti opprime. Addio. Tasso. Addio. Ma senti. La tua conversazione mi riconforta pure assai. Non che ella interrompa la mia tristezza: ma questa per la piú parte del tempo è come una notte oscurissima, senza luna né stelle; mentre son teco, somiglia al bruno dei crepuscoli, piuttosto grato che molesto. Acciò da ora innanzi io ti possa chiamare o trovare quando mi bisogni, dimmi dove sei solito di abitare. Genio. Ancora non l’hai conosciuto? In qualche liquore generoso. Dialogo della Natura e di un Islandese Un islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre, andando una volta per l’interiore dell’Africa, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il capo di Buona speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distôrlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua. Ma fattosi piú da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata cosí un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse: Natura. Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita? Islandese. Sono un povero islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa. Natura. Cosí fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi. Islandese. La Natura? Natura. Non altri. Islandese. Me ne dispiace fino all’anima; e tengo per fermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere. Natura. Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra piú che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi? Islandese. Tu déi sapere che io fino nella prima gioventú, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanitá della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto, tanto piú si allontanano dalla felicitá, quanto piú la cercano. Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla; e, disperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontano dai patimenti. Con che non intendo dire che io pensassi di astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche corporali: che ben sai che differenza è dalla fatica al disagio, e dal viver quieto al vivere ozioso. E giá nel primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per prova come egli è vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi del menomo in ogni cosa, ottenere che ti sia lasciato un qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia contrastato. Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro societá, e riducendomi in solitudine: cosa che nell’isola mia nativa si può recare ad effetto senza difficoltá. Fatto questo, e vivendo senza quasi verun’immagine di piacere, io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno, l’intensitá del freddo e l’ardore estremo della state, che sono qualitá di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m’inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio. Né anche potea conservare quella tranquillitá della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il sospetto degl’incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi. Tutte le quali incomoditá in una vita sempre conforme a se medesima, e spogliata di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura che d’esser quieta; riescono di non poco momento, e molto piú gravi che elle non sogliono apparire quando la maggior parte dell’animo nostro è occupata dai pensieri della vita civile, e dalle avversitá che provengono dagli uomini. Per tanto, veduto che piú che io mi ristringeva e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d’impedire che l’esser mio non desse noia né danno a cosa alcuna del mondo, meno mi veniva fatto che le altre cose non m’inquietassero e tribolassero; mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di quei delle piante), e certi tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non potessero prosperare né vivere senza difficoltá e miseria; da dover essere imputate, non a te, ma solo a essi medesimi, quando eglino avessero disprezzati e trapassati i termini che fossero prescritti per le tue leggi alle abitazioni umane. Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che io potessi, e di procurare la sola tranquillitá della vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove. Piú luoghi ho veduto, nei quali non passa un dí senza temporale: che è quanto dire che tu dai ciascun giorno un assalto e una battaglia formata a quegli abitanti, non rei verso te di nessun’ingiuria. In altri luoghi la serenitá ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese. Vènti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli altri furori dell’aria. Tal volta io mi ho sentito crollare il tetto in sul capo pel gran carico della neve, tal altra, per l’abbondanza delle piogge, la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria. Molte bestie salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all’uomo, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico non trova contra al timore altro rimedio piú valevole della considerazione che ogni cosa è da temere. Né le infermitá mi hanno perdonato; con tutto che io fossi, come sono ancora, non dico temperante, ma continente dei piaceri del corpo. Io soglio prendere non piccola ammirazione, considerando come tu ci abbi infuso tanta e sí ferma e insaziabile aviditá del piacere; disgiunta dal quale la nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa imperfetta; e da altra parte abbi ordinato che l’uso di esso piacere sia quasi di tutte le cose umane la piú nociva alle forze e alla sanitá del corpo, la piú calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona, e la piú contraria alla durabilitá della stessa vita. Ma in qualunque modo, astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho potuto fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle quali alcune mi hanno posto in pericolo della morte; altre di perdere l’uso di qualche membro, o di condurre perpetuamente una vita piú misera che la passata; e tutte per piú giorni o mesi mi hanno oppresso il corpo e l’animo con mille stenti e mille dolori. E certo, benché ciascuno di noi sperimenti nel tempo delle infermitá, mali per lui nuovi o disusati, e infelicitá maggiore che egli non suole (come se la vita umana non fosse bastevolmente misera per l’ordinario); tu non hai dato all’uomo, per compensarnelo, alcuni tempi di sanitá soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione di qualche diletto straordinario per qualitá e per grandezza. Ne’ paesi coperti per lo piú di nevi, io sono stato per accecare: come interviene ordinariamente ai lapponi nella loro patria. Dal sole e dall’aria, cose vitali, anzi necessarie alla nostra vita, e però da non potersi fuggire, siamo ingiuriati di continuo: da questa colla umiditá, colla rigidezza, e con altre disposizioni; da quello col calore, e colla stessa luce: tanto che l’uomo non può mai senza qualche maggiore o minore incomoditá o danno, starsene esposto all’una o all’altro di loro. In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho consumati senza pure un’ombra di godimento: mi avveggo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir cosí, del tuo sangue e delle tue viscere. Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volontá vera di fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci mai d’incalzarci, finché ci opprimi. E giá mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de’ viventi, preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui di continuo, dal quinto suo lustro in lá, con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturitá e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl’incomodi che ne seguono. Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicitá degli uomini o all’infelicitá. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei. Islandese. Ponghiamo caso che uno m’invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d’intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comoditá, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da’ suoi figliuoli e dall’altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: — Forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de’ tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; — a questo replicherei: — Vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, cosí fu in tua facoltá di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? — Cosí dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: — T’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontá, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura. Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé, di maniera che ciascheduna serve continuamente all’altra ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento. Islandese. Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: — A chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, cosí rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui disseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale cittá di Europa. Il Parini, ovvero Della Gloria capitolo primo. Giuseppe Parini fu alla nostra memoria uno dei pochissimi italiani che all’eccellenza nelle lettere congiunsero la profonditá dei pensieri, e molta notizia ed uso della filosofia presente: cose oramai sí necessarie alle lettere amene, che non si comprenderebbe come queste se ne potessero scompagnare, se di ciò non si vedessero in Italia infiniti esempi. Fu eziandio, come è noto, di singolare innocenza, pietá verso gl’infelici e verso la patria, fede verso gli amici, nobiltá d’animo, e costanza contro le avversitá della natura e della fortuna, che travagliarono tutta la sua vita misera ed umile, finché la morte lo trasse dall’oscuritá. Ebbe parecchi discepoli: ai quali insegnava prima a conoscere gli uomini e le cose loro, e quindi a dilettarli coll’eloquenza e colla poesia. Tra gli altri, a un giovane d’indole e di ardore incredibile ai buoni studi, e di espettazione maravigliosa, venuto non molto prima nella sua disciplina, prese un giorno a parlare in questa sentenza. — Tu cerchi, o figliuolo, quella gloria che sola, si può dire di tutte le altre, consente oggi di essere còlta da uomini di nascimento privato: cioè quella a cui si viene talora colla sapienza, e cogli studi delle buone dottrine e delle buone lettere. Giá primieramente non ignori che questa gloria, con tutto che dai nostri sommi antenati non fosse negletta, fu però tenuta in piccolo conto per comparazione alle altre: e bene hai veduto in quanti luoghi e con quanta cura Cicerone, suo caldissimo e felicissimo seguace, si scusi co’ suoi cittadini del tempo e dell’opera che egli poneva in procacciarla; ora allegando che gli studi delle lettere e della filosofia non lo rallentavano in modo alcuno alle faccende pubbliche, ora che sforzato dall’iniquitá dei tempi ad astenersi dai negozi maggiori, attendeva in quegli studi a consumare dignitosamente l’ozio suo; e sempre anteponendo alla gloria de’ suoi scritti quella del suo consolato, e delle cose fatte da sé in beneficio della repubblica. E veramente, se il soggetto principale delle lettere è la vita umana, e il primo intento della filosofia l’ordinare le nostre azioni; non è dubbio che l’operare è tanto piú degno e piú nobile del meditare e dello scrivere, quanto è piú nobile il fine che il mezzo, e quanto le cose e i soggetti importano piú che le parole e i ragionamenti. Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; né l’uomo nasce a scrivere, ma solo a fare. Perciò veggiamo che i piú degli scrittori eccellenti, e massime de’ poeti illustri, di questa medesima etá; come, a cagione di esempio, Vittorio Alfieri furono da principio inclinati straordinariamente alle grandi azioni: alle quali ripugnando i tempi, e forse anche impediti dalla fortuna propria, si volsero a scrivere cose grandi. Né sono propriamente atti a scriverne quelli che non hanno disposizione e virtú di farne. E puoi facilmente considerare, in Italia, dove quasi tutti sono d’animo alieno dai fatti egregi, quanto pochi acquistino fama durevole colle scritture. Io penso che l’antichitá, specialmente romana o greca, si possa convenevolmente figurare nel modo che fu scolpita in Argo la statua di Telesilla, poetessa, guerriera e salvatrice della patria. La quale statua rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo, con dimostrazione di compiacersene, in atto di volerlosi recare in capo; e a’ piedi alcuni volumi, quasi negletti da lei, come piccola parte della sua gloria. Ma tra noi moderni, esclusi comunemente da ogni altro cammino di celebritá, quelli che si pongono per la via degli studi, mostrano nella elezione quella maggiore grandezza d’animo che oggi si può mostrare, e non hanno necessitá di scusarsi colla loro patria. Di maniera che in quanto alla magnanimitá, lodo sommamente il tuo proposito. Ma perciocché questa via, come quella che non è secondo la natura degli uomini, non si può seguire senza pregiudizio del corpo, né senza moltiplicare in diversi modi l’infelicitá naturale del proprio animo; però innanzi ad ogni altra cosa, stimo sia conveniente e dovuto non meno all’ufficio mio, che all’amor grande che tu meriti e che io ti porto, renderti consapevole sí di varie difficoltá che si frappongono al conseguimento della gloria alla quale aspiri, e sí del frutto che ella è per produrti, in caso che tu la conseguisca; secondo che fino a ora ho potuto conoscere coll’esperienza o col discorso: acciocché, misurando teco medesimo, da una parte quanta sia l’importanza e il pregio del fine, e quanta la speranza dell’ottenerlo; dall’altra, i danni, le fatiche e i disagi che porta seco il cercarlo (dei quali ti ragionerò distintamente in altra occasione); tu possa con piena notizia considerare e risolvere se ti sia piú spediente di seguitarlo o di volgerti ad altra via. — capitolo secondo. — Potrei qui nel principio distendermi lungamente sopra le emulazioni, le invidie, le censure acerbe, le calunnie, le parzialitá, le pratiche e i maneggi occulti e palesi contro la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli che la malignitá degli uomini ti opporrá nel cammino che hai cominciato. I quali ostacoli, sempre malagevolissimi a superare, spesso insuperabili, fanno che piú di uno scrittore, non solo in vita, ma eziandio dopo la morte, è frodato al tutto dell’onore che se gli dée. Perché, vissuto senza fama per l’odio o l’invidia altrui, morto si rimane nell’oscuritá per dimenticanza; potendo difficilmente avvenire che la gloria d’alcuno nasca o risorga in tempo che, fuori delle carte per sé immobili e mute, nessuna cosa ne ha cura. Ma le difficoltá che nascono dalla malizia degli uomini, essendone stato scritto abbondantemente da molti, ai quali potrai ricorrere, intendo di lasciarle da parte. Né anche ho in animo di narrare quegl’impedimenti che hanno origine dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio dal semplice caso, o da leggerissime cagioni: i quali non di rado fanno che alcuni scritti degni di somma lode, e frutto di sudori infiniti, sono perpetuamente esclusi dalla celebritá, o stati pure in luce per breve tempo, cadono e si dileguano interamente dalla memoria degli uomini; dove che altri scritti o inferiori di pregio, o non superiori a quelli, vengono e si conservano in grande onore. Io ti vo’ solamente esporre le difficoltá e gl’impacci che, senza intervento di malvagitá umana, contrastano gagliardamente il premio della gloria, non all’uno o all’altro fuor dell’usato, ma per l’ordinario, alla maggior parte degli scrittori grandi. Ben sai che niuno si fa degno di questo titolo, né si conduce a gloria stabile e vera, se non per opere eccellenti e perfette, o prossime in qualche modo alla perfezione. Or dunque hai da por mente a una sentenza verissima di un autore nostro lombardo; dico dell’autore del Cortegiano: la quale è che «rare volte interviene che chi non è assueto a scrivere, per erudito che egli si sia, possa mai conoscer perfettamente le fatiche ed industrie degli scrittori, né gustar la dolcezza ed eccellenza degli stili, e quelle intrinseche avvertenze che spesso si trovano negli antichi». E qui primieramente, pensa quanto piccolo numero di persone sieno assuefatte ed ammaestrate a scrivere; e però da quanto poca parte degli uomini, o presenti o futuri, tu possa in qualunque caso sperare quell’opinione magnifica che ti hai proposto per frutto della tua vita. Oltre di ciò considera quanta sia nelle scritture la forza dello stile; dalle cui virtú principalmente, e dalla cui perfezione, dipende la perpetuitá delle opere che cadono in qualunque modo nel genere delle lettere amene. E spessissimo occorre che se tu spogli del suo stile una scrittura famosa, di cui ti pensavi che quasi tutto il pregio stesse nelle sentenze, tu la riduci in istato che ella ti par cosa di niuna stima. Ora la lingua è tanta parte dello stile, anzi ha tal congiunzione seco, che difficilmente si può considerare l’una di queste due cose disgiunta dall’altra; a ogni poco si confondono insieme ambedue, non solamente nelle parole degli uomini, ma eziandio nell’intelletto; e mille loro qualitá e mille pregi o mancamenti, appena, e forse in niun modo, colla piú sottile e accurata speculazione, si può distinguere e assegnare a quale delle due cose appartengano, per essere quasi comuni e indivise tra l’una e l’altra. Ma certo niuno straniero è, per tornare alle parole del Castiglione, «assueto a scrivere» elegantemente nella tua lingua. Di modo che lo stile, parte sí grande e sí rilevante dello scrivere, è cosa d’inesplicabile difficoltá e fatica, tanto ad apprenderne l’intimo e perfetto artificio, quanto ad esercitarlo, appreso che egli sia; non ha propriamente altri giudici, né altri convenevoli estimatori, ed atti a poter lodarlo secondo il merito, se non coloro che in una sola nazione del mondo hanno uso di scrivere. E verso tutto il resto del genere umano, quelle immense difficoltá e fatiche sostenute circa esso stile, riescono in buona e forse massima parte inutili e sparse al vento. Lascio l’infinita varietá dei giudizi e delle inclinazioni dei letterati; per la quale il numero delle persone atte a sentire le qualitá lodevoli di questo o di quel libro, si riduce ancora a molto meno. Ma io voglio che tu abbi per indubitato che a conoscere perfettamente i pregi di un’opera perfetta o vicina alla perfezione, e capace veramente dell’immortalitá, non basta essere assuefatto a scrivere, ma bisogna saperlo fare quasi cosí perfettamente come lo scrittore medesimo che hassi a giudicare. Perciocché l’esperienza ti mostrerá che a proporzione che tu verrai conoscendo piú intrinsecamente quelle virtú nelle quali consiste il perfetto scrivere, e le difficoltá infinite che si provano in procacciarle, imparerai meglio il modo di superare le une e di conseguire le altre; in tal guisa che niuno intervallo e niuna differenza sará dal conoscerle all’imparare e possedere il detto modo; anzi saranno l’una e l’altra una cosa sola. Di maniera che l’uomo non giunge a poter discernere e gustare compiutamente l’eccellenza degli scrittori ottimi, prima che egli acquisti la facoltá di poterla rappresentare negli scritti suoi: perché quell’eccellenza non si conosce né gustasi totalmente se non per mezzo dell’uso e dell’esercizio proprio, e quasi, per cosí dire, trasferita in se stesso. E innanzi a quel tempo, niuno per veritá intende che e quale sia propriamente il perfetto scrivere. Ma non intendendo questo, non può né anche avere la debita ammirazione agli scrittori sommi. E la piú parte di quelli che attendono agli studi, scrivendo essi facilmente, e credendosi scriver bene, tengono in veritá per fermo quando anche dicano il contrario, che lo scriver bene sia cosa facile. Or vedi a che si riduca il numero di coloro che dovranno potere ammirarti e saper lodarti degnamente, quando tu con sudori e con disagi incredibili, sarai pure alla fine riuscito a produrre un’opera egregia e perfetta. Io ti so dire (e credi a questa etá canuta) che appena due o tre sono oggi in Italia, che abbiano il modo e l’arte dell’ottimo scrivere. Il qual numero se ti pare eccessivamente piccolo, non hai da pensare contuttociò che egli sia molto maggiore in tempo né in luogo alcuno. Piú volte io mi maraviglio meco medesimo come ponghiamo caso, Virgilio, esempio supremo di perfezione agli scrittori, sia venuto e mantengasi in questa sommitá di gloria. Perocché, quantunque io presuma poco di me stesso, e creda non poter mai godere e conoscere ciascheduna parte d’ogni suo pregio e d’ogni suo magistero; tuttavia tengo per certo che il massimo numero de’ suoi lettori e lodatori non iscorge ne’ poemi suoi piú che una bellezza per ogni dieci o venti che a me, col molto rileggerli e meditarli, viene pur fatto di scoprirvi. In vero io mi persuado che l’altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi, provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano, piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata che da giudizio proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale. E mi ricordo del tempo della mia giovinezza; quando io leggendo i poemi di Virgilio con piena libertá di giudizio da una parte, e nessuna cura dell’autoritá degli altri, il che non è comune a molti; e dall’altra parte con imperizia consueta a quell’etá, ma forse non maggiore di quella che in moltissimi lettori è perpetua; ricusava fra me stesso di concorrere nella sentenza universale; non discoprendo in Virgilio molto maggiori virtú che nei poeti mediocri. Quasi anche mi maraviglio che la fama di Virgilio sia potuta prevalere a quella di Lucano. Vedi che la moltitudine dei lettori, non solo nei secoli di giudizio falso e corrotto, ma in quelli ancora di sane e ben temperate lettere, è molto piú dilettata dalle bellezze grosse e patenti, che dalle delicate e riposte; piú dall’ardire che dalla verecondia; spesso eziandio dall’apparente piú che dal sostanziale; e per l’ordinario piú dal mediocre che dall’ottimo. Leggendo le lettere di un principe, raro veramente d’ingegno, ma usato a riporre nei sali, nelle arguzie, nell’instabilitá, nell’acume quasi tutta l’eccellenza dello scrivere, io m’avveggo manifestissimamente che egli, nell’intimo de’ suoi pensieri, anteponeva l’Euriade all’Eneide; benché non si ardisse a profferire questa sentenza, per solo timore di non offendere le orecchie degli uomini. In fine, io stupisco che il giudizio di pochissimi, ancorché retto, abbia potuto vincere quello d’infiniti, e produrre nell’universale quella consuetudine di stima non meno cieca che giusta. Il che non interviene sempre, ma io reputo che la fama degli scrittori ottimi soglia essere effetto del caso piú che dei meriti loro: come forse ti sará confermato da quello che io sono per dire nel progresso del ragionamento. — capitolo terzo. — Si è veduto giá quanto pochi avranno facoltá di ammirarti quando sarai giunto a quell’eccellenza che ti proponi. Ora avverti che piú d’un impedimento si può frapporre anco a questi pochi, che non facciano degno concetto del tuo valore, benché ne veggano i segni. Non è dubbio alcuno che gli scritti eloquenti o poetici, di qualsivoglia sorta, non tanto si giudicano dalle loro qualitá in se medesime, quanto dall’effetto che essi fanno nell’animo di chi legge. In modo che il lettore nel farne giudizio, li considera piú, per cosí dire, in sé proprio, che in loro stessi. Di qui nasce, che gli uomini naturalmente tardi e freddi di cuore e d’immaginazione, ancorché dotati di buon discorso, di molto acume d’ingegno, e di dottrina non mediocre, sono quasi al tutto inabili a sentenziare convenientemente sopra tali scritti; non potendo in parte alcuna immedesimare l’animo proprio con quello dello scrittore; e ordinariamente dentro di sé li disprezzano; perché leggendoli, e conoscendoli ancora per famosissimi, non iscuoprono la causa della loro fama; come quelli a cui non perviene da lettura tale alcun moto, alcun’immagine, e quindi alcun diletto notabile. Ora, a quegli stessi che da natura sono disposti e pronti a ricevere e a rinnovellare in sé qualunque immagine o affetto saputo acconciamente esprimere dagli scrittori, intervengono moltissimi tempi di freddezza, noncuranza, languidezza d’animo, impenetrabilitá, e disposizione tale che, mentre dura, li rende o conformi o simili agli altri detti dianzi; e ciò per diversissime cause, intrinseche o estrinseche, appartenenti allo spirito o al corpo, transitorie o durevoli. In questi cotali tempi, niuno, se ben fosse per altro uno scrittore sommo, è buon giudice degli scrittori che hanno a muovere il cuore o l’immaginativa. Lascio la sazietá dei diletti provati poco prima in altre letture tali; e le passioni, piú o meno forti, che sopravvengono ad ora ad ora; le quali bene spesso tenendo in gran parte occupato l’animo, non lasciano luogo ai movimenti che in altra occasione vi sarebbero eccitati dalle cose lette. Cosí, per le stesse o simili cause, spesse volte veggiamo che quei medesimi luoghi, quegli spettacoli naturali o di qualsivoglia genere, quelle musiche, e cento sí fatte cose, che in altri tempi ci commossero, o sarebbero state atte a commuoverci, se le avessimo vedute o udite; ora vedendole e ascoltandole, non ci commuovono punto, né ci dilettano; e non perciò sono men belle o meno efficaci in sé, che fossero allora. Ma quando, per qualunque delle dette cagioni, l’uomo è mal disposto agli effetti dell’eloquenza e della poesia, non lascia egli nondimeno né differisce il far giudizio dei libri attenenti all’un genere o all’altro, che gli accade di leggere allora la prima volta. A me interviene non di rado di ripigliare nelle mani Omero o Cicerone o il Petrarca, e non sentirmi muovere da quella lettura in alcun modo. Tuttavia, come giá consapevole e certo della bontá di scrittori tali, sí per la fama antica e sí per l’esperienza delle dolcezze cagionatemi da loro altre volte; non fo per quella presente insipidezza, alcun pensiero contrario alla loro lode. Ma negli scritti che si leggono la prima volta, e che per essere nuovi, non hanno ancora potuto levare il grido, o confermarselo in guisa che non resti luogo a dubitare del loro pregio; niuna cosa vieta che il lettore, giudicandoli dall’effetto che fanno presentemente nell’animo proprio, ed esso animo non trovandosi in disposizione da ricevere i sentimenti e le immagini volute da chi scrisse, faccia piccolo concetto d’autori e d’opere eccellenti. Dal quale non è facile che egli si rimuova poi per altre letture degli stessi libri, fatte in migliori tempi: perché verisimilmente il tedio provato nella prima, lo sconforterá dalle altre; e in ogni modo, chi non sa quello che importino le prime impressioni, e l’essere preoccupato da un giudizio, quantunque falso? Per lo contrario, trovansi gli animi alcune volte, per una o per altra cagione, in istato di mobilitá, senso, vigore e caldezza tale, o talmente aperti e preparati, che seguono ogni menomo impulso della lettura, sentono vivamente ogni leggero tocco, e coll’occasione di ciò che leggono, creano in sé mille moti e mille immaginazioni, errando talora in un delirio dolcissimo, e quasi rapiti fuori di sé. Da questo facilmente avviene che, guardando ai diletti avuti nella lettura, e confondendo gli effetti della virtú e della disposizione propria con quelli che si appartengono veramente al libro; restino presi di grande amore ed ammirazione verso quello, e ne facciano un concetto molto maggiore del giusto, anche preponendolo ad altri libri piú degni, ma letti in congiuntura meno propizia. Vedi dunque a quanta incertezza è sottoposta la veritá e la rettitudine dei giudizi, anche delle persone idonee, circa gli scritti e gl’ingegni altrui, tolta pure di mezzo qualunque malignitá o favore. La quale incertezza è tale che l’uomo discorda grandemente da se medesimo nell’estimazione di opere di valore uguale, ed anche di un’opera stessa, in diverse etá della vita, in diversi casi, e fino in diverse ore di un giorno. — capitolo quarto. — A fine poi che tu non presuma che le predette difficoltá, consistenti nell’animo dei lettori non ben disposto, occorrano rade volte e fuori dell’usato; considera che niuna cosa è maggiormente usata, che il venir mancando nell’uomo coll’andar dell’etá, la disposizione naturale a sentire i diletti dell’eloquenza e della poesia, non meno che dell’altre arti imitative, e di ogni bello mondano. Il quale decadimento dell’animo, prescritto dalla stessa natura alla nostra vita, oggi è tanto maggiore che egli si fosse agli altri tempi, e tanto piú presto incomincia ed ha piú rapido progresso, specialmente negli studiosi, quanto che all’esperienza di ciascheduno, si aggiunge a chi maggiore a chi minor parte della scienza nata dall’uso e dalle speculazioni di tanti secoli passati. Per la qual cosa e per le presenti condizioni del viver civile, si dileguano facilmente dall’immaginazione degli uomini le larve della prima etá, e seco le speranze dall’animo, e colle speranze gran parte dei desiderii, delle passioni, del fervore, della vita, delle facoltá. Onde io piuttosto mi maraviglio che uomini di etá matura, dotti massimamente, e dediti a meditare sopra le cose umane, sieno ancora sottoposti alla virtú dell’eloquenza e della poesia, che non che di quando in quando elle si trovino impedite di fare in quelli alcun effetto. Perciocché abbi per certo, che ad essere gagliardamente mosso dal bello e dal grande immaginato, fa mestieri credere che vi abbia nella vita umana alcun che di grande e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia tutto favola. Le quali cose il giovane crede sempre, quando anche sappia il contrario, finché l’esperienza sua propria non sopravviene al sapere; ma elle sono credute difficilmente dopo la trista disciplina dell’uso pratico, massime dove l’esperienza è congiunta coll’abito dello speculare e colla dottrina. Da questo discorso seguirebbe che generalmente i giovani fossero migliori giudici delle opere indirizzate a destare affetti ed immagini, che non sono gli uomini maturi o vecchi. Ma da altro canto si vede che i giovani, non accostumati alla lettura, cercano in quella un diletto piú che umano, infinito, e di qualitá impossibili; e tale non ve ne trovando, disprezzano gli scrittori: il che anco in altre etá, per simili cause, avviene alcune volte agl’illetterati. Quei giovani poi, che sono dediti alle lettere, antepongono facilmente, come nello scrivere, cosí nel giudicare gli scritti altrui, l’eccessivo al moderato, il superbo o il vezzoso dei modi e degli ornamenti al semplice e al naturale, e le bellezze fallaci alle vere; parte per la poca esperienza, parte per l’impeto dell’etá. Onde i giovani, i quali senza alcun fallo sono la parte degli uomini piú disposta a lodare quello che loro apparisce buono, come piú veraci e candidi, rade volte sono atti a gustare la matura e compiuta bontá delle opere letterarie. Col progresso degli anni, cresce quell’attitudine che vien dall’arte, e decresce la naturale. Nondimeno ambedue sono necessarie all’effetto. Chiunque poi vive in cittá grande, per molto che egli sia da natura caldo e svegliato di cuore e d’immaginativa, io non so (eccetto se, ad esempio tuo, non trapassa in solitudine il piú del tempo) come possa mai ricevere dalle bellezze o della natura o delle lettere, alcun sentimento tenero o generoso, alcun’immagine sublime o leggiadra. Perciocché poche cose sono tanto contrarie a quello stato dell’animo che ci fa capaci di tali diletti, quanto la conversazione di questi uomini, lo strepito di questi luoghi, lo spettacolo della magnificenza vana, della leggerezza delle menti, della falsitá perpetua, delle cure misere, e dell’ozio piú misero che vi regnano. Quanto al volgo dei letterati, sto per dire che quello delle cittá grandi sappia meno far giudizio dei libri, che non sa quello delle cittá piccole: perché nelle grandi, come le altre cose sono per lo piú false e vane, cosí la letteratura comunemente è falsa e vana, o superficiale. E se gli antichi reputavano gli esercizi delle lettere e delle scienze come riposi e sollazzi in comparazione ai negozi, oggi la piú parte di quelli che nelle cittá grandi fanno professione di studiosi, reputano, ed effettualmente usano, gli studi e lo scrivere come sollazzi e riposi degli altri sollazzi. Io penso che le opere riguardevoli di pittura, scultura ed architettura, sarebbero godute assai meglio se fossero distribuite per le province, nelle cittá mediocri e piccole, che accumulate, come sono, nelle metropoli; dove gli uomini, parte pieni d’infiniti pensieri, parte occupati in mille spassi, e coll’animo connaturato, o costretto, anche mal suo grado, allo svagamento, alla frivolezza e alla vanitá, rarissime volte sono capaci dei piaceri intimi dello spirito. Oltre che la moltitudine di tante bellezze adunate insieme, distrae l’animo in guisa che, non attendendo a niuna di loro se non poco, non può ricevere un sentimento vivo; o genera tal sazietá, che elle si contemplano colla stessa freddezza interna che si fa qualunque oggetto volgare. Il simile dico della musica: la quale nelle altre cittá non si trova esercitata cosí perfettamente, e con tale apparato, come nelle grandi; dove gli animi sono meno disposti alle commozioni mirabili di quell’arte, e meno, per dir cosí, musicali, che in ogni altro luogo. Ma nondimeno alle arti è necessario il domicilio delle cittá grandi, sí a conseguire, e sí maggiormente a porre in opera la loro perfezione: e non per questo, da altra parte, è men vero che il diletto che elle porgono quivi agli uomini è minore assai che egli non sarebbe altrove. E si può dire che gli artefici, nella solitudine e nel silenzio, procurano con assidue vigilie, industrie e sollecitudini, il diletto di persone, che solite a rivolgersi tra la folla e il romore, non gusteranno se non piccolissima parte del frutto di tante fatiche. La qual sorte degli artefici cade anco per qualche proporzionato modo negli scrittori. — capitolo quinto. — Ma ciò sia detto come per incidenza. Ora tornando in via, dico che gli scritti piú vicini alla perfezione, hanno questa proprietá, che ordinariamente alla seconda lettura piacciono piú che alla prima. Il contrario avviene in molti libri composti con arte e diligenza non piú che mediocre, ma non privi però di un qual si sia pregio estrinseco ed apparente; i quali, riletti che sieno, cadono dall’opinione che l’uomo ne avea conceputo alla prima lettura. Ma letti gli uni e gli altri una volta sola, ingannano talora in modo anche i dotti ed esperti, che gli ottimi sono posposti ai mediocri. Ora hai a considerare che oggi, eziandio le persone dedite agli studi per instituto di vita, con molta difficoltá s’inducono a rileggere libri recenti, massime il cui genere abbia per suo proprio fine il diletto. La qual cosa non avveniva agli antichi; atteso la minor copia dei libri. Ma in questo tempo ricco delle scritture lasciateci di mano in mano da tanti secoli, in questo presente numero di nazioni letterate, in questa eccessiva copia di libri prodotti giornalmente da ciascheduna di esse, in tanto scambievole commercio fra tutte loro; oltre a ciò, in tanta moltitudine e varietá delle lingue scritte, antiche e moderne, in tanto numero ed ampiezza di scienze e dottrine di ogni maniera, e queste cosí strettamente connesse e collegate insieme, che lo studioso è necessitato a sforzarsi di abbracciarle tutte, secondo la sua possibilitá; ben vedi che manca il tempo alle prime non che alle seconde letture. Però qualunque giudizio vien fatto dei libri nuovi una volta, difficilmente si muta. Aggiungi che per le stesse cause, anche nel primo leggere i detti libri, massime di genere ameno, pochissimi, e rarissime volte, pongono tanta attenzione e tanto studio, quanto è di bisogno a scoprire la faticosa perfezione, l’arte intima e le virtú modeste e recondite degli scritti. Di modo che in somma oggidí viene a essere peggiore la condizione dei libri perfetti che dei mediocri; le bellezze o doti di una gran parte dei quali, vere o false, sono esposte agli occhi in maniera che, per piccole che sieno, facilmente si scorgono alla prima vista. E possiamo dire con veritá, che oramai l’affaticarsi di scrivere perfettamente, è quasi inutile alla fama. Ma da altra parte, i libri composti, come sono quasi tutti i moderni, frettolosamente, e rimoti da qualunque perfezione, ancorché sieno celebrati per qualche tempo, non possono mancar di perire in breve; come si vede continuamente nell’effetto. Ben è vero che l’uso che oggi si fa dello scrivere è tanto, che eziandio molti scritti degnissimi di memoria, e venuti pure in grido, trasportati indi a poco, e avanti che abbiano potuto (per dir cosí) radicare la propria celebritá, dall’immenso fiume dei libri nuovi che vengono tutto giorno in luce, periscono senz’altra cagione, dando luogo ad altri, degni o indegni, che occupano la fama per breve spazio. Cosí, ad un tempo medesimo, una sola gloria è dato a noi di seguire, delle tante che furono proposte agli antichi; e quella stessa con molta piú difficoltá si consegue oggi, che anticamente. Solo in questo naufragio continuo e comune non meno degli scritti nobili che de’ plebei, soprannuotano i libri antichi; i quali per la fama giá stabilita e corroborata dalla lunghezza dell’etá, non solo si leggono ancora diligentemente, ma si rileggono e studiano. E nota che un libro moderno, eziandio se di perfezione fosse comparabile agli antichi, diffícilmente o per nessun modo potrebbe, non dico possedere lo stesso grado di gloria, ma recare altrui tanta gioconditá quanta dagli antichi si riceve; e questo per due cagioni. La prima si è, che egli non sarebbe letto con quell’accuratezza e sottilitá che si usa negli scritti celebri da gran tempo, né tornato a leggere se non da pochissimi, né studiato da nessuno; perché non si studiano libri, che non sieno scientifici, insino a tanto che non sono divenuti antichi. L’altra si è, che la fama durevole e universale delle scritture, posto che a principio nascesse non da altra causa che dal merito loro proprio ed estrinseco, ciò non ostante, nata e cresciuta che sia, moltiplica in modo il loro pregio che elle ne divengono assai piú grate a léggere, che non furono per l’addietro; e talvolta la maggior parte del diletto che vi si prova, nasce semplicemente dalla stessa fama. Nel qual proposito mi tornano ora alla mente alcune avvertenze notabili di un filosofo francese; il quale in sostanza, discorrendo intorno alle origini dei piaceri umani, dice cosí. «Molte cause di godimento compone e crea l’animo stesso nostro a sé proprio, massime collegando tra loro diverse cose. Perciò bene spesso avviene che quello che piacque una volta, piaccia similmente un’altra; solo per essere piaciuta innanzi; congiungendo noi coll’immagine del presente quella del passato. Per modo di esempio, una commediante piaciuta agli spettatori nella scena, piacerá verisimilmente ai medesimi anco nelle sue stanze; perocché sí del suono della sua voce, sí della sua recitazione, sí dell’essere stati presenti agli applausi riportati dalla donna, e in qualche modo eziandio del concetto di principessa aggiunto a quel proprio che le conviene, si comporrá quasi un misto di piú cause, che produrranno un diletto solo. Certo la mente di ciascuno abbonda tutto giorno d’immagini e di considerazioni accessorie alle principali. Di qui nasce che le donne fornite di riputazione grande, e macchiate di qualche difetto piccolo, recano talvolta in onore esso difetto, dando causa agli altri di tenerlo in conto di leggiadria. E veramente il particolare amore che ponghiamo chi ad una chi ad altra donna, è fondato il piú delle volte in sulle sole preoccupazioni che nascono in colei favore o dalla nobiltá del sangue, o dalle ricchezze, o dagli onori che le sono renduti o dalla stima che le è portata da certi»; spesso eziandio dalla fama, vera o falsa, di bellezza o di grazia, e dallo stesso amore avutole prima o di presente da altre persone. E chi non sa che quasi tutti i piaceri vengono piú dalla nostra immaginativa, che dalle proprie qualitá delle cose piacevoli? Le quali avvertenze quadrando ottimamente agli scritti non meno che alle altre cose, dico che se oggi uscisse alla luce un poema uguale o superiore di pregio intrinseco all’Iliade; letto anche attentissimamente da qualunque piú perfetto giudice di cose poetiche, gli riuscirebbe assai men grato e men dilettevole di quella; e per tanto gli resterebbe in molto minore estimazione: perché le virtú proprie del poema nuovo non sarebbero aiutate dalla fama di ventisette secoli, né da mille memorie e mille rispetti, come sono le virtú dell’Iliade. Similmente dico, che chiunque leggesse accuratamente o la Gerusalemme o il Furioso, ignorando in tutto o in parte la loro celebritá: proverebbe nella lettura molto minor diletto, che gli altri non fanno. Laonde in fine, parlando generalmente, i primi lettori di ciascun’opera egregia, e i contemporanei di chi la scrisse, posto che ella ottenga poi fama nella posteritá, sono quelli che in leggerla godono meno di tutti gli altri: il che risulta in grandissimo pregiudizio degli scrittori. — capitolo sesto. — Queste sono in parte le difficoltá che ti contenderanno l’acquisto della gloria appresso agli studiosi, ed agli stessi eccellenti nell’arte dello scrivere e nella dottrina. E quanto a coloro che, se bene bastantemente instrutti di quell’erudizione che oggi è parte, si può dire, necessaria di civiltá, non fanno professione alcuna di studi né di scrivere, e leggono solo per passatempo, ben sai che non sono atti a godere piú che tanto della bontá dei libri: e questo, oltre al detto innanzi, anche per un’altra cagione, che mi resta a dire. Cioè che questi tali non cercano altro in quello che leggono, fuorché il diletto presente. Ma il presente è piccolo e insipido per natura a tutti gli uomini. Onde ogni cosa piú dolce, e come dice Omero, Venere, il sonno, il canto e le carole presto e di necessitá vengono a noia, se colla presente occupazione non è congiunta la speranza di qualche diletto o comoditá futura che ne dipenda. Perocché la condizione dell’uomo non è capace di alcun godimento notabile, che non consista sopra tutto nella speranza; la cui forza è tale, che moltissime occupazioni prive per sé di ogni piacere, ed eziandio stucchevoli o faticose, aggiuntavi la speranza di qualche frutto, riescono gratissime e giocondissime, per lunghe che sieno; ed al contrario, le cose che si stimano dilettevoli in sé, disgiunte dalla speranza, vengono in fastidio quasi, per cosí dire, appena gustate. E tanto veggiamo noi che gli studiosi sono come insaziabili della lettura, anco spesse volte aridissima, e provano un perpetuo diletto nei loro studi, continuati per buona parte del giorno; in quanto che nell’una e negli altri, essi hanno sempre dinanzi agli occhi uno scopo collocato nel futuro, e una speranza di progresso e di giovamento, qualunque egli si sia; e che nello stesso leggere che fanno alcune volte quasi per ozio e per trastullo, non lasciano di proporsi, oltre al diletto presente, qualche altra utilitá, piú o meno determinata. Dove che gli altri, non mirando nella lettura ad alcun fine che non si contenga, per dir cosí, nei termini di essa lettura; fino sulle prime carte dei libri piú dilettevoli e piú soavi, dopo un vano piacere, si trovano sazi: sicché sogliono andare nauseosamente errando di libro in libro, e in fine si maravigliano, i piú di loro, come altri possa ricevere dalla lunga lezione un lungo diletto. In tal modo, anche da ciò puoi conoscere che qualunque arte, industria e fatica di chi scrive, è perduta quasi del tutto in quanto a queste tali persone, del numero delle quali generalmente si è la piú parte dei lettori. Ed anche gli studiosi, mutate coll’andare degli anni, come spesso avviene, la materia e la qualitá dei loro studi, appena sopportano la lettura di libri dai quali in altro tempo furono o sarebbero potuti essere dilettati oltre modo; e se bene hanno ancora l’intelligenza e la perizia necessaria a conoscerne il pregio, pure non vi sentono altro che tedio; perché non si aspettano da loro alcuna utilitá. — capitolo settimo. — Fin qui si è detto dello scrivere in generale, e certe cose che toccano principalmente alle lettere amene, allo studio delle quali ti veggo inclinato piú che ad alcun altro. Diciamo ora particolarmente della filosofia; non intendendo però di separar quelle da questa; dalla quale pendono totalmente. Penserai forse che derivando la filosofia dalla ragione, di cui l’universale degli uomini inciviliti partecipa forse piú che dell’immaginativa e delle facoltá del cuore; il pregio delle opere filosofiche debba essere conosciuto piú facilmente e da maggior numero di persone, che quello de’ poemi, e degli altri scritti che riguardano al dilettevole e al bello. Ora io, per me, stimo che il proporzionato giudizio e il perfetto senso sia poco meno raro verso quelle che verso queste. Primieramente abbi per cosa certa che a far progressi notabili nella filosofia, non bastano sottilitá d’ingegno, e facoltá grande di ragionare, ma si ricerca eziandio molta forza immaginativa; e che il Descartes, Galileo, il Leibnitz, il Newton, il Vico, in quanto all’innata disposizione dei loro ingegni, sarebbero potuti essere sommi poeti; e per lo contrario Omero, Dante, lo Shakespeare, sommi filosofi. Ma perché questa materia, a dichiararla e trattarla appieno, vorrebbe molte parole, e ci dilungherebbe assai dal nostro proposito; perciò contentandomi pure di questo cenno, e passando innanzi, dico che solo i filosofi possono conoscere perfettamente il pregio, e sentire il diletto, dei libri filosofici. Intendo dire in quanto si è alla sostanza, non a qualsivoglia ornamento che possono avere, o di parole o di stile o d’altro. Dunque, come gli uomini di natura, per modo di dire, impoetica, se bene intendono le parole e il senso, non ricevono i moti e le immagini de’ poemi; cosí bene spesso quelli che non sono dimesticati al meditare e filosofare seco medesimi, o che non sono atti a pensare profondamente, per veri e per accurati che sieno i discorsi e le conclusioni del filosofo, e chiaro il modo che egli usa in espor gli uni e l’altre, intendono le parole e quello che egli vuol dire, ma non la veritá de’ suoi detti. Perocché non avendo la facoltá o l’abito di penetrar coi pensieri nell’intimo delle cose, né di sciôrre e dividere le proprie idee nelle loro menome parti, né di ragunare e stringere insieme un buon numero di esse idee, né di contemplare colla mente in un tratto molti particolari in modo da poterne trarre un generale, né di seguire indefessamente coll’occhio dell’intelletto un lungo ordine di veritá connesse tra loro a mano a mano, né di scoprire le sottili e recondite congiunture che ha ciascuna veritá con cento altre: non possono facilmente, o in maniera alcuna, imitare e reiterare colla mente propria le operazioni fatte, né provare le impressioni provate, da quella del filosofo; unico modo a vedere, comprendere, ed estimare convenientemente tutte le cause che indussero esso filosofo a far questo o quel giudizio, affermare o negare questa o quella cosa, dubitar di tale o di tal altra. Sicché quantunque intendano i suoi concetti, non intendono che sieno veri o probabili; non avendo, e non potendo fare, una quasi esperienza della veritá e della probabilitá loro. Cosa poco diversa da quella che agli uomini naturalmente freddi accade circa le immaginazioni e gli affetti espressi dai poeti. E ben sai che egli è comune al poeta e al filosofo l’internarsi nel profondo degli animi umani, e trarre in luce le loro intime qualitá e varietá, gli andamenti, i moti e i successi occulti, le cause e gli effetti dell’une e degli altri: nelle quali cose, quelli che non sono atti a sentire in sé la corrispondenza de’ pensieri poetici al vero, non sentono anche, e non conoscono, quella dei filosofici. Dalle dette cause nasce quello che veggiamo tutto dí, che molte opere egregie, ugualmente chiare ed intelligibili a tutti, ciò non ostante, ad alcuni paiono contenere mille veritá certissime; ad altri, mille manifesti errori: onde elle sono impugnate, pubblicamente o privatamente; non solo per malignitá o per interesse o per altre simili cagioni, ma eziandio per imbecillitá di mente, o per incapacitá di sentire e di comprendere la certezza dei loro princípi, la rettitudine delle deduzioni e delle conclusioni, e generalmente la convenienza, l’efficacia e la veritá dei loro discorsi. Spesse volte le piú stupende opere filosofiche sono anche imputate di oscuritá, non per colpa degli scrittori, ma per la profonditá o la novitá dei sentimenti da un lato, e dall’altro l’oscuritá dell’intelletto di chi non li potrebbe comprendere in nessun modo. Considera dunque anche nel genere filosofico quanta difficoltá di aver lode, per dovuta che sia. Perocché non puoi dubitare, se anche io non lo esprimo che il numero dei filosofi veri e profondi, fuori dei quali non è chi sappia far convenevole stima degli altri tali, non sia piccolissimo anche nell’etá presente, benché dedita all’amore della filosofia piú che le passate. Lascio le varie fazioni, o comunque si convenga chiamarle, in cui sono divisi oggi, come sempre furono, quelli che fanno professione di filosofare: ciascuna delle quali nega ordinariamente la debita lode e stima a quei delle altre; non solo per volontá, ma per avere l’intelletto occupato da altri princípi. — capitolo ottavo. — Se poi (come non è cosa alcuna che io non mi possa promettere di cotesto ingegno) tu salissi col sapere e colla meditazione a tanta altezza che ti fosse dato, come fu a qualche eletto spirito, di scoprire alcuna principalissima veritá, non solo stata prima incognita in ogni tempo, ma rimota al tutto dell’espettazione degli uomini, e al tutto diversa o contraria alle opinioni presenti, anco dei saggi; non pensar di avere a raccôrre in tua vita da questo discoprimento alcuna lode non volgare. Anzi non ti sará data lode, né anche da’ sapienti (eccettuato forse una loro menoma parte), finché ripetute quelle medesime veritá, ora da uno ora da altro, a poco a poco e con lunghezza di tempo, gli uomini vi si assuefacciano prima gli orecchi e poi l’intelletto. Perocché niuna veritá nuova, e del tutto aliena dai giudizi correnti; quando bene, dal primo che se ne avvide, fosse dimostrata con evidenza e certezza conforme o simile alla geometrica; non fu mai potuta, se pure le dimostrazioni non furono materiali, introdurre e stabilire nel mondo subitamente; ma solo in corso di tempo, mediante la consuetudine e l’esempio: assuefacendosi gli uomini al credere come ad ogni altra cosa; anzi credendo generalmente per assuefazione, non per certezza di prove concepita nell’animo: tantoché in fine essa veritá, cominciata a insegnare ai fanciulli, fu accettata comunemente, ricordata con maraviglia l’ignoranza della medesima, e derise le sentenze diverse o negli antenati o nei presenti. Ma ciò con tanto maggiore difficoltá e lunghezza, quanto queste sí fatte veritá nuove e incredibili, furono maggiori e piú capitali, e quindi sovvertitrici di maggior numero di opinioni radicate negli animi. Né anche gl’intelletti acuti ed esercitati, sentono facilmente tutta l’efficacia delle ragioni che dimostrano simili veritá inaudite, ed eccedenti di troppo spazio i termini delle cognizioni e dell’uso di essi intelletti; massime quando tali ragioni e tali veritá ripugnano alle credenze inveterate nei medesimi. Il Descartes al suo tempo, nella geometria, la quale egli amplificò maravigliosamente, coll’adattarvi l’algebra e cogli altri suoi trovati, non fu né pure inteso, se non da pochissimi. Il simile accadde al Newton. In vero, la condizione degli uomini, disusatamente superiori di sapienza alla propria etá, non è molto diversa da quella dei letterati e dotti che vivono in cittá o province vacue di studi: perocché né questi, come dirò poi, da’ lor cittadini o provinciali, né quelli da’ contemporanei, sono tenuti in quel conto che meriterebbero; anzi spessissime volte sono vilipesi, per la diversitá della vita o delle opinioni loro da quelle degli altri, e per la comune insufficienza a conoscere il pregio delle loro facoltá ed opere. Non è dubbio che il genere umano a questi tempi, e insino dalla restaurazione della civiltá, non vada procedendo innanzi continuamente nel sapere. Ma il suo procedere è tardo e misurato: laddove gli spiriti sommi e singolari, che si danno alla speculazione di quest’universo, sensibile all’uomo o intelligibile, ed al rintracciamento del vero, camminano, anzi talora corrono, velocemente, e quasi senza misura alcuna. E non per questo è possibile che il mondo, in vederli procedere cosí spediti, affretti il cammino, tanto che giunga con loro o poco piú tardi di loro, colá dove essi per ultimo si rimangono. Anzi non esce del suo passo; e non si conduce alcune volte a questo o a quel termine, se non solamente in ispazio di uno o di piú secoli da poi che qualche alto spirito vi si fu condotto. È sentimento, si può dire, universale, che il sapere umano debba la maggior parte del suo progresso a quegl’ingegni supremi che sorgono di tempo in tempo, quando uno quando altro, quasi miracoli di natura. Io per lo contrario stimo che esso debba agl’ingegni ordinari il piú, agli straordinari pochissimo. Uno di questi, ponghiamo, fornito che egli ha colla dottrina lo spazio delle conoscenze de’ suoi contemporanei, procede nel sapere, per dir cosí, dieci passi piú innanzi. Ma gli altri uomini, non solo non si dispongono a seguitarlo, anzi il piú delle volte, per tacere il peggio, si ridono del suo progresso. Intanto molti ingegni mediocri, forse in parte aiutandosi dei pensieri e delle scoperte di quel sommo, ma principalmente per mezzo degli studi propri, fanno congiuntamente un passo; nel che per la brevitá dello spazio, cioè per la poca novitá delle sentenze, ed anche per la moltitudine di quelli che ne sono autori, in capo di qualche anno, sono seguitati universalmente. Cosí, procedendo, giusta il consueto, a poco a poco e per opera ed esempio di altri intelletti mediocri, gli uomini compiono finalmente il decimo passo; e le sentenze di quel sommo sono comunemente accettate per vere in tutte le nazioni civili. Ma esso, giá spento da gran tempo, non acquista pure per tal successo una tarda e intempestiva riputazione; parte per essere giá mancata la sua memoria, o perché l’opinione ingiusta avuta di lui mentre visse, confermata dalla lunga consuetudine, prevale a ogni altro rispetto; parte perché gli uomini non sono venuti a questo grado di cognizioni per opera sua; e parte perché giá nel sapere gli sono uguali, presto lo sormonteranno e forse gli sono superiori anche al presente, per essersi potute colla lunghezza del tempo dimostrare e dichiarare meglio le veritá immaginate da lui, ridurre le sue congetture a certezza, dare ordine e forma migliore a’ suoi trovati, e quasi maturarli. Se non che forse qualcuno degli studiosi, riandando le memorie dei tempi addietro, considerate le opinioni di quel grande e messe a riscontro con quelle de’ suoi posteri, si avvede come e quanto egli precorresse il genere umano, e gli porge alcune lodi che levano poco romore e vanno presto in dimenticanza. Se bene il progresso del sapere umano, come il cadere dei gravi, acquista di momento in momento, maggiore celeritá; nondimeno egli è molto difficile ad avvenire che una medesima generazione d’uomini muti sentenza, o conosca gli errori propri, in guisa che ella creda oggi il contrario di quel che credette in altro tempo. Bensí prepara tali mezzi alla susseguente, che questa poi conosce e crede in molte cose il contrario di quella. Ma come niuno sente il perpetuo moto che ci trasporta in giro insieme colla terra, cosí l’universale degli uomini non si avvede del continuo procedere che fanno le sue conoscenze, né dell’assiduo variare de’ suoi giudizi. E mai non muta opinione in maniera che egli si creda di mutarla. Ma certo non potrebbe fare di non crederlo e di non avvedersene, ogni volta che egli abbracciasse subitamente una sentenza molto aliena da quelle tenute or ora. Per tanto, niuna veritá cosí fatta, salvo che non cada sotto ai sensi, sará mai creduta comunemente dai contemporanei del primo che la conobbe. — capitolo nono — Facciamo che, superato ogni ostacolo, aiutato il valore dalla fortuna, abbi conseguito in fatti, non pur celebritá, ma gloria, e non dopo morte ma in vita. Veggiamo che frutto ne ritrarrai. Primieramente quel desiderio degli uomini di vederti e conoscerti di persona, quell’essere mostrato a dito, quell’onore e quella riverenza significata dai presenti cogli atti e colle parole, nelle quali cose consiste la massima utilitá di questa gloria che nasce dagli scritti, parrebbe che piú facilmente ti dovessero intervenire nelle cittá piccole, che nelle grandi; dove gli occhi e gli animi sono distratti e rapiti parte dalla potenza, parte dalla ricchezza, in ultimo dalle arti che servono all’intrattenimento e alla gioconditá della vita inutile. Ma come le cittá piccole mancano per lo piú di mezzi e di sussidi onde altri venga all’eccellenza nelle lettere e nelle dottrine; e come tutto il raro e il pregevole concorre e si aduna nelle cittá grandi; perciò le piccole, di rado abitate dai dotti, e prive ordinariamente di buoni studi, sogliono tenere tanto basso conto, non solo della dottrina e della sapienza, ma della stessa fama che alcuno si ha procacciata con questi mezzi, che l’une e l’altre in quei luoghi non sono pur materia d’invidia. E se per caso qualche persona riguardevole o anche straordinaria d’ingegno e di studi, si trova abitare in luogo piccolo; l’esservi al tutto unica, non tanto non le accresce pregio, ma le nuoce in modo che spesse volte, quando anche famosa al di fuori, ella è, nella consuetudine di quegli uomini, la piú negletta e oscura persona del luogo. Come lá dove l’oro e l’argento fossero ignoti e senza pregio, chiunque essendo privo di ogni altro avere, abbondasse di questi metalli, non sarebbe piú ricco degli altri, anzi poverissimo, e per tale avuto; cosí lá dove l’ingegno e la dottrina non si conoscono, e non conosciute non si apprezzano, quivi se pur vi ha qualcuno che ne abbondi, questi non ha facoltá di soprastare agli altri, e quando non abbia altri beni, è tenuto a vile. E tanto egli è lungi da potere essere onorato in simili luoghi, che bene spesso egli vi è riputato maggiore che non è in fatti, né perciò tenuto in alcuna stima. Al tempo che, giovanetto, io mi riduceva talvolta nel mio piccolo Bosisio; conosciutosi per la terra ch’io soleva attendere agli studi, e mi esercitava alcun poco nello scrivere, i terrazzani mi riputavano poeta, filosofo, fisico, matematico, medico, legista, teologo, e perito di tutte le lingue del mondo; e m’interrogavano, senza fare una menoma differenza, sopra qualunque punto di qual si sia disciplina o favella intervenisse per alcun accidente nel ragionare. E non per questa loro opinione mi stimavano da molto; anzi mi credevano minore assai tutti gli uomini dotti degli altri luoghi. Ma se io li lasciava venire in dubbio che la mia dottrina fosse pure un poco meno smisurata che essi non pensavano, io scadeva ancora moltissimo nel loro concetto, e all’ultimo si persuadevano che essa mia dottrina non si stendesse niente piú che la loro. Nelle cittá grandi, quanti ostacoli si frappongano, siccome all’acquisto della gloria, cosí a poter godere il frutto dell’acquistata, non ti sará difficile a giudicare dalle cose dette alquanto innanzi. Ora aggiungo che, quantunque nessuna fama sia piú difficile a meritare, che quella di egregio poeta o di scrittore ameno o di filosofo, alle quali tu miri principalmente, nessuna con tutto questo riesce meno fruttuosa a chi la possiede. Non ti sono ignote le querele perpetue, gli antichi e i moderni esempi, della povertá e delle sventure de’ poeti sommi. In Omero, tutto (per cosí dire) è vago e leggiadramente indefinito, siccome nella poesia, cosí nella persona; di cui la patria, la vita, ogni cosa, è come un arcano impenetrabile agli uomini. Solo, in tanta incertezza e ignoranza, si ha da una costantissima tradizione, che Omero fu povero e infelice: quasi che la fama e la memoria dei secoli non abbia voluto lasciar luogo a dubitare che la fortuna degli altri poeti eccellenti non fosse comune al principe della poesia. Ma lasciando degli altri beni, e dicendo solo dell’onore, nessuna fama nell’uso della vita suol essere meno onorevole, e meno utile a esser tenuto da piú degli altri, che sieno le specificate or ora. O che la moltitudine delle persone che le ottengono senza merito, e la stessa immensa difficoltá di meritarle, tolgano pregio e fede a tali riputazioni; o piuttosto perché quasi tutti gli uomini d’ingegno leggermente culto si credono avere essi medesimi, o potere facilmente acquistare, tanta notizia e facoltá sí di lettere amene e sí di filosofia, che non riconoscono per molto superiori a sé quelli che veramente vagliono in queste cose; o parte per l’una, parte per l’altra cagione; certo si è che l’aver nome di mediocre matematico, fisico, filologo, antiquario; di mediocre pittore, scultore, musico; di essere mezzanamente versato anche in una sola lingua antica o pellegrina; è causa di ottenere appresso al comune degli uomini, eziandio nelle cittá migliori, molta piú considerazione e stima, che non si ottiene coll’essere conosciuto e celebrato dai buoni giudici per filosofo o poeta insigne, o per uomo eccellente nell’arte del bello scrivere. Cosí le due parti piú nobili, piú faticose ad acquistare, piú straordinarie, piú stupende; le due sommitá, per cosí dire, dell’arte e della scienza umana; dico la poesia e la filosofia; sono in chi le professa, specialmente oggi, le facoltá piú neglette del mondo; posposte ancora alle arti che si esercitano principalmente colla mano, cosí per altri rispetti, come perché niuno presume né di possedere alcuna di queste non avendola procacciata, né di poterla procacciare senza studio e fatica. In fine, il poeta e il filosofo non hanno in vita altro frutto del loro ingegno, altro premio dei loro studi, se non forse una gloria nata e contenuta fra un piccolissimo numero di persone. Ed anche questa è una delle molte cose nelle quali si conviene colla poesia la filosofía, «povera» anch’essa «e nuda», come canta il Petrarca, non solo di ogni altro bene, ma di riverenza e di onore. — capitolo decimo. — Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilitá che ne ritrarrai, sará di rivolgerla nell’animo e di compiacertene teco stesso nel silenzio della tua solitudine, con pigliarne stimolo e conforto a nuove fatiche, e fartene fondamento a nuove speranze. Perocché la gloria degli scrittori, non solo, come tutti i beni degli uomini, riesce piú grata da lungi che da vicino, ma non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova in nessun luogo. Dunque per ultimo ricorrerai coll’immaginativa a quello estremo rifugio e conforto degli animi grandi, che è la posteritá. Nel modo che Cicerone, ricco non di una semplice gloria, né questa volgare e tenue, ma di una moltiplice, e disusata, e quanta ad un sommo antico e romano, tra uomini romani e antichi, era conveniente che pervenisse; nondimeno si volge col desiderio alle generazioni future, dicendo, benché sotto altra persona: «Pensi tu che io mi fossi potuto indurre a prendere e a sostenere tante fatiche il dí e la notte, in cittá e nel campo, se avessi creduto che la mia gloria non fosse per passare i termini della mia vita? Non era molto piú da eleggere un vivere ozioso e tranquillo, senza alcuna fatica, o sollecitudine? Ma l’animo mio, non so come, quasi levato alto il capo, mirava di continuo alla posteritá in modo come se egli, passato che fosse di vita, allora finalmente fosse per vivere». Il che da Cicerone si riferisce a un sentimento dell’immortalitá degli animi propri, ingenerato da natura nei petti umani. Ma la cagione vera si è che tutti i beni del mondo non prima sono acquistati, che si conoscono indegni delle cure e delle fatiche avute in procacciarli; massimamente la gloria, che fra tutti gli altri, è di maggior prezzo a comperare, e di meno uso a possedere. Ma come, secondo il detto di Simonide, La bella speme tutti ci nutrica di sembianze beate; onde ciascuno indarno si affatica; altri l’aurora amica, altri l’etate o la stagione aspetta; e nullo in terra il mortal corso affretta, cui nell’anno avvenir facili e pii con Pluto gli altri iddíi la mente non prometta; cosí, di mano in mano che altri per prova è fatto certo della vanitá della gloria, la speranza, quasi cacciata e inseguita di luogo in luogo, in ultimo non avendo piú dove riposarsi in tutto lo spazio della vita, non perciò vien meno, ma passata di lá dalla stessa morte, si ferma nella posteritá. Perocché l’uomo è sempre inclinato e necessitato a sostenersi del ben futuro, cosí come egli è sempre malissimo soddisfatto del ben presente. Laonde quelli che sono desiderosi di gloria, ottenutala pure in vita, si pascono principalmente di quella che sperano possedere dopo la morte, nel modo stesso che niuno è cosí felice oggi che, disprezzando la vana felicitá presente, non si conforti col pensiero di quella, parimente vana, che egli si promette nell’avvenire. — capitolo undecimo. — Ma in fine, che è questo ricorrere che facciamo alla posteritá? Certo la natura dell’immaginazione umana porta che si faccia dei posteri maggior concetto e migliore che non si fa dei presenti, né dei passati eziandio; solo perché degli uomini che ancora non sono, non possiamo avere alcuna contezza, né per pratica né per fama. Ma riguardando alla ragione e non all’immaginazione, crediamo noi che in effetto quelli che verranno, abbiano a essere migliori dei presenti? Io credo piuttosto il contrario, ed ho per veridico il proverbio che il mondo invecchia peggiorando. Miglior condizione mi parrebbe quella degli uomini egregi, se potessero appellare ai passati; i quali, a dire di Cicerone, non furono inferiori di numero a quello che saranno i posteri, e di virtú furono superiori assai. Ma certo il piú valoroso uomo di questo secolo non riceverá dagli antichi alcuna lode. Concedasi che i futuri, in quanto saranno liberi dall’emulazione, dall’invidia, dall’amore e dall’odio, non giá tra se stessi, ma verso noi, sieno per essere piú diritti estimatori delle cose nostre che non sono i contemporanei. Forse anco per gli altri rispetti saranno migliori giudici? Pensiamo noi, per dir solamente di quello che tocca agli studi, che i posteri sieno per avere un maggior numero di poeti eccellenti, di scrittori ottimi, di filosofi veri e profondi? poiché si è veduto che questi soli possono fare degna stima dei loro simili. Ovvero, che il giudizio di questi avrá maggiore efficacia nella moltitudine di allora, che non ha quello dei nostri nella presente? Crediamo che nel comune degli uomini le facoltá del cuore, dell’immaginativa, dell’intelletto, saranno maggiori che non sono oggi? Nelle lettere amene non veggiamo noi quanti secoli sono stati di sí perverso giudizio che, disprezzata la vera eccellenza dello scrivere, dimenticati o derisi gli ottimi scrittori antichi o nuovi, hanno amato e pregiato costantemente questo o quel modo barbaro; tenendolo eziandio per solo convenevole e naturale; perché qualsivoglia consuetudine, quantunque corrotta e pessima, difficilmente si discerne dalla natura? E ciò non si trova essere avvenuto in secoli e nazioni per altro gentili e nobili? Che certezza abbiamo noi che la posteritá sia per lodar sempre quei modi dello scrivere che noi lodiamo? se pure oggi si lodano quelli che sono lodevoli veramente. Certo i giudizi e le inclinazioni degli uomini circa le bellezze dello scrivere, sono mutabilissime, e varie secondo i tempi, le nature dei luoghi e dei popoli, i costumi, gli usi, le persone. Ora a questa varietá ed incostanza è forza che soggiaccia medesimamente la gloria degli scrittori. Anche piú varia e mutabile si è la condizione cosí della filosofia come delle altre scienze: se bene al primo aspetto pare il contrario: perché le lettere amene riguardano al bello, che pende in gran parte dalle consuetudini e dalle opinioni; le scienze al vero, ch’è immobile e non patisce cambiamento. Ma come questo vero è celato ai mortali, se non quanto i secoli ne discuoprono a poco a poco; però da una parte, sforzandosi gli uomini di conoscerlo, congetturandolo, abbracciando questa o quella apparenza in sua vece, si dividono in molte opinioni e molte sétte: onde si genera nelle scienze non piccola veritá. Da altra parte, colle nuove notizie e coi nuovi quasi barlumi del vero, che si vengono acquistando di mano in mano, crescono le scienze di continuo: per la qual cosa, e perché vi prevagliono in diversi tempi diverse opinioni, che tengono luogo di certezze, avviene che esse, poco o nulla durando in un medesimo stato, cangiano forma e qualitá di tratto in tratto. Lascio il primo punto, cioè la varietá; che forse non è di minore nocumento alla gloria dei filosofi o degli scienziati appresso ai loro posteri che appresso ai contemporanei. Ma la mutabilitá delle scienze e della filosofia, quanto pensi tu che debba nuocere a questa gloria nella posteritá? Quando per nuove scoperte fatte, o per nuove supposizioni e congetture, lo stato di una o di altra scienza sará notabilmente mutato da quello che egli è nel nostro secolo; in che stima saranno tenuti gli scritti e i pensieri di quegli uomini che oggi in essa scienza hanno maggior lode? Chi legge ora piú le opere di Galileo? Ma certo elle furono al suo tempo mirabilissime; né forse migliori, né piú degne di un intelletto sommo, né piene di maggiori trovati e di concetti piú nobili, si potevano allora scrivere in quelle materie. Nondimeno ogni mediocre fisico o matematico dell’etá presente, si trova essere, nell’una o nell’altra scienza, molto superiore a Galileo. Quanti leggono oggidí gli scritti del cancellier Bacone? chi si cura di quello del Malebranche? E la stessa opera del Locke, se i progressi della scienza, quasi fondata da lui, saranno in futuro cosí rapidi come mostrano dover essere, quanto tempo andrá per le mani degli uomini? Veramente la stessa forza d’ingegno, la stessa industria e fatica che i filosofi e gli scienziati usano a procurare la propria gloria, coll’andare del tempo sono causa o di spegnerla o di oscurarla. Perocché dall’aumento che essi recano ciascuno alla loro scienza, e per cui vengono in grido, nascono altri aumenti, per li quali il nome e gli scritti loro vanno a poco a poco in disuso. E certo è difficile ai piú degli uomini l’ammirare e venerare in altri una scienza molto inferiore alla propria. Ora chi può dubitare che l’etá prossima non abbia a conoscere la falsitá di moltissime cose affermate oggi o credute da quelli che nel sapere sono primi, e a superare di non piccolo tratto nella notizia del vero l’etá presente? — capitolo duodecimo. — Forse in ultimo luogo ricercherai d’intendere il mio parere e consiglio espresso, se a te, per tuo meglio, si convenga piú di proseguire o di omettere il cammino di questa gloria, sí povera di utilitá, sí difficile e incerta non meno a ritenere che a conseguire, simile all’ombra che, quando tu l’abbi tra le mani, non puoi né sentirla, né fermarla che non si fugga. Dirò brevemente, senz’alcuna dissimulazione, il mio parere. Io stimo che cotesta tua maravigliosa acutezza e forza d’intendimento, cotesta nobiltá, caldezza e feconditá di cuore e d’immaginativa, sieno di tutte le qualitá che la sorte dispensa agli animi umani, le piú dannose e lacrimevoli a chi le riceve. Ma ricevute che sono, con difficoltá si fugge il loro danno: e da altra parte, a questi tempi, quasi l’unica utilitá che elle possono dare, si è questa gloria che talvolta se ne ritrae con applicarle alle lettere e alle dottrine. Dunque, come fanno quei poveri che, essendo per alcun accidente manchevoli o mal disposti di qualche loro membro, s’ingegnano di volgere questo loro infortunio al maggior profitto che possono, giovandosi di quello a muovere per mezzo della misericordia la liberalitá degli uomini; cosí la mia sentenza è, che tu debba industriarti di ricavare a ogni modo da coteste tue qualitá quel solo bene, quantunque piccolo e incerto, che sono atte a produrre. Comunemente elle sono avute per benefizi e doni della natura, e invidiate spesso da chi ne è privo, ai passati o ai presenti che le sortirono. Cosa non meno contraria al retto senso che se qualche uomo sano invidiasse a quei miseri che io diceva, le calamitá del loro corpo; quasi che il danno di quelle fosse da eleggere volentieri, per conto dell’infelice guadagno che partoriscono. Gli altri attendono a operare, per quanto concedono i tempi, e a godere, quanto comporta questa condizione mortale. Gli scrittori grandi, incapaci, per natura o per abito, di molti piaceri umani; privi di altri molti per volontá; non di rado negletti nel consorzio degli uomini, se non forse dai pochi che seguono i medesimi studi, hanno per destino di condurre una vita simile alla morte, e vivere, se pur l’ottengono, dopo sepolti. Ma il nostro fato, dove che egli ci tragga, è da seguire con animo forte e grande; la qual cosa è richiesta massime alla tua virtú, e di quelli che ti somigliano. Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie coro di morti nello studio di federico ruysch. Sola nel mondo eterna, a cui si volve ogni creata cosa, in te, morte, si posa nostra ignuda natura; lieta no, ma sicura dall’antico dolor. Profonda notte nella confusa mente il pensier grave oscura; alla speme, al desio, l’arido spirto lena mancar si sente: cosí d’affanno e di temenza è sciolto, e l’etá vòte e lente senza tedio consuma. Vivemmo: e qual di paurosa larva, e di sudato sogno, a lattante fanciullo erra nell’alma confusa ricordanza; tal memoria n’avanza del viver nostro; ma da tema è lunge il rimembrar. Che fummo? che fu quel punto acerbo che di vita ebbe nome? Cosa arcana e stupenda oggi è la vita al pensier nostro, e tale qual de’ vivi al pensiero l’ignota morte appar. Come da morte vivendo rifuggia, cosí rifugge dalla fiamma vitale nostra ignuda natura; lieta no ma sicura; però ch’esser beato nega ai mortali e nega a’ morti il fato. ruysch. (fuori dello studio guardando per gli spiragli dell’uscio) Diamine! Chi ha insegnato la musica a questi morti, che cantano di mezza notte come i galli? In veritá che io sudo freddo, e per poco non sono piú morto di loro. Io non mi pensava perché gli ho preservati dalla corruzione, che mi risuscitassero. Tant’è: con tutta la filosofia, tremo da capo a piedi. Mal abbia quel diavolo che mi tentò di mettermi questa gente in casa. Non so che mi fare. Se gli lascio qui chiusi, che so che non rompano l’uscio, o non escano pel buco della chiave, e mi vengano a trovare a letto? Chiamare aiuto per paura de’ morti, non mi sta bene. Via, facciamoci coraggio, e proviamo un poco di far paura a loro. (Entrando). Figliuoli, a che giuoco giochiamo? non vi ricordate di essere morti? che è cotesto baccano? forse vi siete insuperbiti per la visita dello czar, e vi pensate di non esser piú soggetti alle leggi di prima? Io m’immagino che abbiate avuto intenzione di far da burla, e non da vero. Se siete risuscitati, me ne rallegro con voi; ma non ho tanto, che io possa far le spese ai vivi, come ai morti; e però levatevi di casa mia. Se è vero quel che si dice dei vampiri, e voi siete di quelli, cercate altro sangue da bere; che io non sono disposto a lasciarmi succhiare il mio, come vi sono stato liberale di quel finto, che vi ho messo nelle vene. In somma, se vorrete continuare a star quieti e in silenzio, come siete stati finora, resteremo in buona concordia, e in casa mia non vi mancherá niente; se no, avvertite ch’io piglio la stanga dell’uscio, e vi ammazzo tutti. Morto. Non andare in collera; che io ti prometto che resteremo tutti morti come siamo, senza che tu ci ammazzi. Ruysch. Dunque che è cotesta fantasia che vi è nata adesso, di cantare? Morto. Poco fa sulla mezza notte appunto, si è compiuto per la prima volta quell’anno grande e matematico, di cui gli antichi scrivono tante cose; e questa similmente è la prima volta che i morti parlano. E non solo noi, ma in ogni cimitero, in ogni sepolcro, giú nel fondo del mare, sotto la neve e la rena, a cielo aperto, e in qualunque luogo si trovano, tutti i morti, sulla mezza notte, hanno cantato come noi quella canzoncina che hai sentita. Ruysch. E quanto dureranno a cantare o a parlare? Morto. Di cantare hanno giá finito. Di parlare hanno facoltá per un quarto d’ora. Poi tornano in silenzio per insino a tanto che si compie di nuovo lo stesso anno. Ruysch. Se cotesto è vero, non credo che mi abbiate a rompere il sonno un’altra volta. Parlate pure insieme liberamente; che io me ne starò qui da parte, e vi ascolterò volentieri, per curiositá, senza disturbarvi. Morto. Non possiamo parlare altrimenti, che rispondendo a qualche persona viva. Chi non ha da replicare ai vivi, finita che ha la canzone, si accheta. Ruysch. Mi dispiace veramente: perché m’immagino che sarebbe un gran sollazzo a sentire quello che vi direste fra voi, se poteste parlare insieme. Morto. Quando anche potessimo, non sentiresti nulla; perché non avremmo che ci dire. Ruysch. Mille domande da farvi mi vengono in mente. Ma perché il tempo è corto, e non lascia luogo a scegliere, datemi ad intendere in ristretto, che sentimenti provaste di corpo e d’animo nel punto della morte. Morto. Del punto proprio della morte, io non me ne accorsi. Gli altri morti. Né anche noi. Ruysch. Come non ve n’accorgeste? Morto. Verbigrazia, come tu non ti accorgi mai del momento che tu cominci a dormire, per quanta attenzione ci vogli porre. Ruysch. Ma l’addormentarsi è cosa naturale. Morto. E il morire non ti pare naturale? Mostrami un uomo, o una bestia, o una pianta che non muoia. Ruysch. Non mi maraviglio piú che andiate cantando e parlando, se non vi accorgeste di morire. Cosí colui, del colpo non accorto, andava combattendo, ed era morto, dice un poeta italiano. Io mi pensava che sopra questa faccenda della morte, i vostri pari ne sapessero qualche cosa piú che i vivi. Ma dunque, tornando sul sodo, non sentiste nessun dolore in punto di morte? Morto. Che dolore ha da essere quello del quale chi lo prova, non se n’accorge? Ruysch. A ogni modo, tutti si persuadono che il sentimento della morte sia dolorosissimo. Morto. Quasi che la morte fosse un sentimento, e non piuttosto il contrario. Ruysch. E tanto quelli che intorno alla natura dell’anima si accostano col parere degli Epicurei, quanto quelli che tengono la sentenza comune, tutti, o la piú parte, concorrono in quello ch’io dico; cioè nel credere che la morte sia per natura propria, e senza nessuna comparazione, un dolore vivissimo. Morto. Or bene, tu domanderai da nostra parte agli uni e agli altri: se l’uomo non ha facoltá di avvedersi del punto in cui le operazioni vitali, in maggiore o minor parte, gli restano non piú che interrotte, o per sonno o per letargo o per sincope o per qualunque causa; come si avvedrá di quello in cui le medesime operazioni cessano del tutto, e non per poco spazio di tempo, ma in perpetuo? Oltre di ciò, come può essere che un sentimento vivo abbia luogo nella morte? anzi, che la stessa morte sia per propria qualitá un sentimento vivo? Quando la facoltá di sentire è, non solo debilitata e scarsa, ma ridotta a cosa tanto minima, che ella manca e si annulla, credete voi che la persona sia capace di un sentimento forte? Anzi questo medesimo estinguersi della facoltá di sentire, credete che debba essere un sentimento grandissimo? Vedete pure che anche quelli che muoiono di mali acuti e dolorosi, in sull’appressarsi della morte, piú o meno tempo avanti dello spirare, si quietano e si riposano in modo che si può conoscere che la loro vita, ridotta a piccola quantitá, non è piú sufficiente al dolore, sicché questo cessa prima di quella. Tanto dirai da parte nostra a chiunque si pensa di avere a morir di dolore in punto di morte. Ruysch. Agli epicurei forse potranno bastare coteste ragioni. Ma non a quelli che giudicano altrimenti della sostanza dell’anima; come ho fatto io per lo passato, e farò da ora innanzi molto maggiormente, avendo udito parlare e cantare i morti. Perché stimando che il morire consista in una separazione dell’anima dal corpo, non comprenderanno come queste due cose, congiunte e quasi conglutinate tra loro, in modo che costituiscono l’una e l’altra una sola persona, si possano separare senza una grandissima violenza, e un travaglio indicibile. Morto. Dimmi: lo spirito è forse appiccato al corpo con qualche nervo, o con qualche muscolo o membrana, che di necessitá si abbia a rompere quando lo spirito si parte? O forse è un membro del corpo, in modo che n’abbia a essere schiantato o reciso violentemente? Non vedi che l’anima in tanto esce di esso corpo, in quanto solo è impedita di rimanervi, e non v’ha piú luogo; non giá per nessuna forza che ne la strappi e sradichi? Dimmi ancora: forse nell’entrarvi, ella vi si sente conficcare o allacciare gagliardamente, o, come tu dici, conglutinare? Perché dunque sentirá spiccarsi all’uscirne, o vogliamo dire proverá una sensazione veementissima? Abbi per fermo che l’entrata e l’uscita dell’anima sono parimente quiete, facili e molli. Ruysch. Dunque che cosa è la morte, se non è dolore? Morto. Piuttosto piacere che altro. Sappi che il morire, come l’addormentarsi, non si fa in un solo istante, ma per gradi. Vero è che questi gradi sono piú o meno, e maggiori o minori, secondo la varietá delle cause e dei generi della morte. Nell’ultimo di tali istanti, la morte non reca né dolore né piacere alcuno, come né anche il sonno. Negli altri precedenti non può generare dolore: perché il dolore è cosa viva, e i sensi dell’uomo in quel tempo, cioè cominciata che è la morte, sono moribondi, che è quanto dire estremamente attenuati di forze. Può bene esser causa di piacere: perché il piacere non sempre è cosa viva; anzi forse la maggior parte dei diletti umani consistono in qualche sorta di languidezza. Di modo che i sensi dell’uomo sono capaci di piacere anche presso all’estinguersi; atteso che spessissime volte la stessa languidezza è piacere; massime quando vi libera da patimento; poiché ben sai che la cessazione di qualunque dolore o disagio è piacere per se medesima. Sicché il languore della morte debbe esser piú grato secondo che libera l’uomo da maggior patimento. Per me, se bene nell’ora della morte non posi molta attenzione a quel che io sentiva, perché mi era proibito dai medici di affaticare il cervello, mi ricordo però che il senso che provai non fu molto dissimile al diletto che è cagionato agli uomini dal languore del sonno, del tempo che si vengono addormentando. Gli altri morti. Anche a noi pare di ricordarci altrettanto. Ruysch. Sia come voi dite: benché tutti quelli coi quali ho avuta occasione di ragionare sopra questa materia, giudicavano molto diversamente; ma, che io mi ricordi, non allegavano la loro esperienza propria. Ora ditemi: nel tempo della morte, mentre sentivate quella dolcezza, vi credeste di morire, e che quel diletto fosse una cortesia della morte; o pure immaginaste qualche altra cosa? Morto. Finché non fui morto, non mi persuasi mai di non avere a scampare di quel pericolo; e se non altro, fino all’ultimo punto che ebbi facoltá di pensare, sperai che mi avanzasse di vita un’ora o due: come stimo che succeda a molti, quando muoiono. Gli altri morti. A noi successe il medesimo. Ruysch. Cosí Cicerone dice che nessuno è talmente decrepito che non si prometta di vivere almanco un anno. Ma come vi accorgeste, in ultimo, che lo spirito era uscito del corpo? Dite: come conosceste d’essere morti? Non rispondono. Figliuoli, non m’intendete? Sará passato il quarto d’ora. Tastiamogli un poco. Sono rimorti ben bene: non è pericolo che mi abbiano da far paura un’altra volta: torniamocene a letto. Detti memorabili di Filippo Ottonieri capitolo primo Filippo Ottonieri, del quale prendo a scrivere alcuni ragionamenti notabili, che parte ho uditi dalla sua propria bocca, parte narrati da altri; nacque, e visse il piú del tempo, a Nubiana, nella provincia di Valdivento; dove anche morí poco addietro; e dove non si ha memoria d’alcuno che fosse ingiuriato da lui, né con fatti né con parole. Fu odiato comunemente da’ suoi cittadini; perché parve prendere poco piacere di molte cose che sogliono essere amate e cercate assai dalla maggior parte degli uomini; benché non facesse alcun segno di avere in poca stima o di riprovare quelli che piú di lui se ne dilettavano e le seguivano. Si crede che egli fosse in effetto, e non solo nei pensieri, ma nella pratica, quel che gli altri uomini del suo tempo facevano professione di essere, cioè a dire filosofo. Perciò parve singolare dall’altra gente; benché non procurasse e non affettasse di apparire diverso dalla moltitudine in cosa alcuna. Nel quale proposito diceva che la massima singolaritá che oggi si possa trovare o nei costumi, o negl’instituti, o nei fatti di qualunque persona civile, paragonata a quella degli uomini che appresso agli antichi furono stimati singolari, non solo è di altro genere, ma tanto meno diversa che non fu quella, dall’uso ordinario de’ contemporanei, che quantunque paia grandissima ai presenti, sarebbe riuscita agli antichi o menoma o nulla, eziandio ne’ tempi e nei popoli che furono anticamente piú inciviliti o piú corrotti. E misurando la singolaritá di Gian Giacomo Rousseau, che parve singolarissimo ai nostri avi, con quella di Democrito e dei primi filosofi cinici, soggiungeva che oggi chiunque vivesse tanto diversamente da noi quanto vissero quei filosofi dai greci del loro tempo, non sarebbe avuto per uomo singolare, ma nella opinione pubblica, sarebbe escluso, per dir cosí, dalla specie umana. E giudicava che dalla misura assoluta della singolaritá possibile a trovarsi nelle persone di un luogo o di un tempo qualsivoglia, si possa conoscere la misura della civiltá degli uomini del medesimo luogo o tempo. Nella vita, quantunque temperatissimo, si professava epicureo, forse per ischerzo piú che da senno. Ma condannava Epicuro; dicendo che ai tempi e nella nazione di colui, molto maggior diletto si poteva trarre dagli studi della virtú e della gloria che dall’ozio, dalla negligenza, e dall’uso delle voluttá del corpo; nelle quali cose quegli riponeva il sommo bene degli uomini. Ed affermava che la dottrina epicurea, proporzionatissima all’etá moderna, fu del tutto aliena dall’antica. Nella filosofia, godeva di chiamarsi socratico; e spesso, come Socrate, s’intratteneva una buona parte del giorno ragionando filosoficamente ora con uno ora con altro, e massime con alcuni suoi familiari, sopra qualunque materia gli era somministrata dall’occasione. Ma non frequentava, come Socrate, le botteghe de’ calzolai, de’ legnaiuoli, de’ fabbri e degli altri simili; perché stimava che se i fabbri e i legnaiuoli di Atene avevano tempo da spendere in filosofare, quelli di Nubiana, se avessero fatto altrettanto, sarebbero morti di fame. Né anche ragionava, al modo di Socrate, interrogando e argomentando di continuo; perché diceva che, quantunque i moderni sieno piú pazienti degli antichi, non si troverebbe oggi chi sopportasse di rispondere a un migliaio di domande continuate, e di ascoltare un centinaio di conclusioni. E per veritá non avea di Socrate altro che il parlare talvolta ironico e dissimulato. E cercando l’origine della famosa ironia socratica, diceva: — Socrate nato con animo assai gentile, e però con disposizione grandissima ad amare; ma sciagurato oltre modo nella forma del corpo; verisimilmente fino nella giovinezza disperò di potere essere amato con altro amore che quello dell’amicizia, poco atto a soddisfare un cuore delicato e fervido, che spesso senta verso gli altri un affetto molto piú dolce. Da altra parte, con tutto che egli abbondasse di quel coraggio che nasce dalla ragione, non pare che fosse fornito bastantemente di quello che viene dalla natura, né delle altre qualitá che in quei tempi di guerre e di sedizioni, e in quella tanta licenza degli Ateniesi, erano necessarie a trattare nella sua patria i negozi pubblici. Al che la sua forma ingrata e ridicola gli sarebbe anche stata di non piccolo pregiudizio appresso a un popolo che, eziandio nella lingua, faceva pochissima differenza dal buono al bello, e oltre di ciò deditissimo a motteggiare. Dunque in una cittá libera, e piena di strepito, di passioni, di negozi, di passatempi, di ricchezze e di altre fortune, Socrate povero, rifiutato dall’amore, poco atto ai maneggi pubblici; e nondimeno dotato di un ingegno grandissimo che, aggiunto a condizioni tali, doveva accrescere fuor di modo ogni loro molestia, si pose per ozio a ragionare sottilmente delle azioni, dei costumi e delle qualitá de’ suoi cittadini: nel che gli venne usata una certa ironia; come naturalmente doveva accadere a chi si trovava impedito di aver parte, per dir cosí nella vita. Ma la mansuetudine e la magnanimitá della sua natura, ed anche la celebritá che egli si venne guadagnando con questi medesimi ragionamenti, e dalla quale dovette essergli consolato in qualche parte l’amor proprio, fecero che questa ironia non fu sdegnosa ed acerba, ma riposata e dolce. Cosí la filosofia, per la prima volta, secondo il famoso detto di Cicerone, fatta scendere dal cielo, fu introdotta da Socrate nelle cittá e nelle case; e rimossa dalla speculazione delle cose occulte, nella quale era stata occupata insino a quel tempo, fu rivolta a considerare i costumi e la vita degli uomini, e a disputare delle virtú e dei vizi, delle cose buone ed utili e delle contrarie. Ma Socrate da principio non ebbe in animo di fare quest’innovazione, né d’insegnar che che sia, né di conseguire il nome di filosofo; che a quei tempi era proprio dei soli fisici o metafisici; onde egli per quelle sue tali discussioni e quei tali colloqui non lo poteva sperare: anzi professò apertamente di non saper cosa alcuna; e non si propose altro che d’intrattenersi favellando dei casi altrui; preferito questo passatempo alla filosofia stessa, niente meno che a qualunque altra scienza ed a qualunque arte, perché inclinando naturalmente alle azioni molto piú che alle speculazioni, non si volgeva al discorrere, se non per le difficoltá che gl’impedivano l’operare. E nei discorsi, sempre si esercitò colle persone giovani e belle, piú volentieri che cogli altri; quasi ingannando il desiderio; e compiacendosi d’essere stimato da coloro da cui molto maggiormente avrebbe voluto essere amato. E perciocché tutte le scuole dei filosofi greci nate da indi in poi, derivarono in qualche modo dalla socratica, concludeva l’Ottonieri che l’origine di quasi tutta la filosofia greca, dalla quale nacque la moderna, fu il naso rincagnato, e il viso da satiro, di un uomo eccellente d’ingegno e ardentissimo di cuore. Anche diceva che nei libri dei socratici, la persona di Socrate è simile a quelle maschere, ciascuna delle quali nelle nostre commedie antiche, ha da per tutto un nome, un abito, un’indole; ma nel rimanente varia in ciascuna commedia. — Non lasciò scritta cosa alcuna di filosofia, né d’altro che non appartenesse a uso privato. E dimandandolo alcuni perché non prendesse a filosofare anche in iscritto, come soleva fare a voce, e non deponesse i suoi pensieri nelle carte, rispose: — Il leggere è un conversare che si fa con chi scrisse. Ora, come nelle feste e nei sollazzi pubblici, quelli che non sono o non credono di esser parte dello spettacolo, prestissimo si annoiano; cosí nella conversazione è piú grato generalmente il parlare che l’ascoltare. Ma i libri per necessitá sono come persone che stando cogli altri, parlano sempre esse, e non ascoltano mai. Per tanto è di bisogno che il libro dica molto buone e belle cose, e dicale molto bene; acciocché dai lettori gli sia perdonato quel parlar sempre. Altrimenti è forza che cosí venga in odio qualunque libro, come ogni parlatore insaziabile. — capitolo secondo. Non ammetteva distinzione dai negozi ai trastulli; e sempre che era stato occupato in qualunque cosa, per grave che ella fosse, diceva d’essersi trastullato. Solo se talvolta era stato qualche poco d’ora senza occupazione, confessava non avere avuto in quell’intervallo alcun passatempo. Diceva che i diletti piú veri che abbia la nostra vita sono quelli che nascono dalle immaginazioni false; e che i fanciulli trovano il tutto anche nel niente, gli uomini il niente nel tutto. Assomigliava ciascuno de’ piaceri chiamati comunemente reali, a un carciofo di cui, volendo arrivare alla castagna, bisognasse prima rodere e trangugiare tutte le foglie. E soggiungeva che questi tali carciofi sono anche rarissimi; che altri in gran numero se ne trovano, simili a questi nel di fuori, ma dentro senza castagna; e che esso, potendosi difficilmente adattare a ingoiarsi le foglie, era contento per lo piú di astenersi dagli uni e dagli altri. Rispondendo a uno che l’interrogò, qual fosse il peggior momento della vita umana, disse: — Eccetto il tempo del dolore, come eziandio del timore, io per me crederei che i peggiori momenti fossero quelli del piacere; perché la speranza e la rimembranza di questi momenti, le quali occupano il resto della vita, sono cose migliori e piú dolci assai degli stessi diletti. E paragonava universalmente i piaceri umani agli odori: perché giudicava che questi sogliano lasciare maggior desiderio di sé che qualunque altra sensazione, parlando proporzionatamente al diletto; e di tutti i sensi dell’uomo, il piú lontano da potere esser fatto pago dai propri piaceri, stimava che fosse l’odorato. Anche paragonava gli odori all’aspettativa de’ beni; dicendo che quelle cose odorifere che sono buone a mangiare, o a gustare in qualunque modo, ordinariamente vincono coll’odore il sapore; perché gustati piacciono meno ch’a odorarli, o meno di quel che dall’odore si stimerebbe. E narrava che talvolta gli era avvenuto di sopportare impazientemente l’indugio di qualche bene, che egli era giá certo di conseguire; e ciò non per grande aviditá che sentisse di detto bene, ma per timore di scemarsene il godimento con fare intorno a questo troppe immaginazioni, che glielo rappresentassero molto maggiore di quello che egli sarebbe riuscito. E che intanto aveva fatta ogni diligenza per divertire la mente dal pensiero di quel bene, come si fa dai pensieri de’ mali. Diceva altresí che ognuno di noi, da che viene al mondo, è come uno che si corica in un letto duro e disagiato dove subito posto, sentendosi stare incomodamente, comincia a rivolgersi sull’uno e sull’altro fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco: e dura cosí tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno, e alcune volte credendo essere in punto di addormentarsi; finché venuta l’ora, senza essersi mai riposato, si leva. Osservando insieme con alcuni altri certe api occupate nelle loro faccende, disse: — Beate voi se non intendete la vostra infelicitá. — Non credeva che si potesse né contare tutte le miserie degli uomini, né deplorarne una sola bastantemente. A quella questione di Orazio, come avvenga che nessuno è contento del proprio stato, rispondeva: — La cagione è che nessuno stato è felice. Non meno i sudditi che i principi, non meno i poveri che i ricchi, non meno i deboli che i potenti, se fossero felici, sarebbero contentissimi della loro sorte, e non avrebbero invidia all’altrui: perocché gli uomini non sono piú incontentabili che sia qualunque altro genere: ma non si possono appagare se non della felicitá. Ora, essendo sempre infelici, che maraviglia è che non sieno mai contenti? — Notava che posto caso che si trovasse nel piú felice stato di questa terra, senza che egli si potesse promettere di avanzarlo in nessuna parte e in nessuna guisa, si può quasi dire che questi sarebbe il piú misero di tutti gli uomini. Anche i piú vecchi hanno disegni e speranze di migliorar condizione in qualche maniera. E ricordava un luogo di Senofonte, dove consiglia che avendosi a comperare un terreno si compri di quelli che sono male coltivati; perché, dice, un terreno che non è per darti piú frutto di quello che dá. non ti rallegra tanto, quanto farebbe se tu lo vedessi andare di bene in meglio; e tutti quegli averi che noi veggiamo che vengono vantaggiando, ci danno molto piú contento che gli altri. All’incontro, notava che niuno stato è cosí misero, il quale non possa peggiorare; e che nessun mortale, per infelicissimo che sia, può consolarsi né vantarsi, dicendo essere in tanta infelicitá che ella non comporti accrescimento. Ancorché la speranza non abbia termine, i beni degli uomini sono terminati; anzi un di presso il ricco e il povero, il signore e il servo, se noi compensiamo le qualitá del loro stato colle assuefazioni e coi desideri loro, si trovano avere generalmente una stessa quantitá di bene. Ma la natura non ha posto alcun termine ai nostri mali; e quasi la stessa immaginativa non può fingere alcuna tanta calamitá che non si verifichi di presente, o giá non sia stata verificata, o per ultimo non si possa verificare, in qualcuno della nostra specie. Per tanto, laddove la maggior parte degli uomini non hanno in veritá che sperare alcun aumento della quantitá di bene che posseggono; a niuno mai, nello spazio di questa vita, può mancar materia non vana di timore: e se la fortuna presto si riduce in grado che ella veramente non ha virtú di beneficarci da vantaggio, non perde però in alcun tempo la facoltá di offenderci con danni nuovi e tali da vincere e rompere la stessa fermezza della disperazione. Ridevasi spesse volte di quei filosofi che stimarono che l’uomo si possa sottrarre dalla podestá della fortuna, disprezzando e riputando come altrui tutti i beni e i mali che non è in sua propria mano il conseguire o evitare, il mantenere o liberarsene; e non riponendo la beatitudine e l’infelicitá propria in altro che in quel che dipende totalmente da esso lui. Sopra la quale opinione, tra le altre cose, diceva: — Lasciamo stare che, se anche fu mai persona che cogli altri vivesse da vero e perfetto filosofo, nessuno visse né vive in tal modo seco medesimo; e che tanto è possibile non curarsi delle cose proprie piú che delle altrui, quanto curarsi delle altrui come fossero proprie. Ma dato che quella disposizione d’animo che dicono questi filosofi, non solo fosse possibile, che non è, ma si trovasse qui vera ed attuale in uno di noi; vi fosse anche piú perfetta che essi non dicono, confermata e connaturata da uso lunghissimo, sperimentata in mille casi; forse perciò la beatitudine e l’infelicitá di questo tale, non sarebbero in potere della fortuna? Non soggiacerebbe alla fortuna quella stessa disposizione d’animo, che questi presumono che ce ne debba sottrarre? La ragione dell’uomo non è sottoposta tutto giorno a infiniti accidenti? Innumerabili morbi che recano stupiditá, delirio, frenesia, furore, scempiaggine, cento altri generi di pazzia breve o durevole, temporale o perpetua; non la possono turbare, debilitare, stravolgere, estinguere? La memoria, conservatrice della sapienza, non si va sempre logorando e scemando dalla giovinezza in giú? Quanti nella vecchiaia diventano fanciulli di mente! e quasi tutti perdono il vigore dello spirito in quella etá. Come eziandio per qualunque mala disposizione del corpo, anco salva ed intera ogni facoltá dell’intelletto e della memoria, il coraggio e la costanza sogliono, quando piú quando meno, languire, e non di rado si spengono. In fine, è grande stoltezza confessare che il nostro corpo è soggetto alle cose che non sono in facoltá nostra, e contuttociò negare che l’animo, il quale dipende dal corpo quasi in tutto, soggiaccia necessariamente a cosa alcuna fuori che a noi medesimi. — E conchiudeva che l’uomo tutto intero, e sempre e irrepugnabilmente, è in podestá della fortuna. Dimandato a che nascano gli uomini, rispose per ischerzo: A conoscere quanto sia piú spediente il non essere nato. capitolo terzo. In proposito di certa disavventura occorsagli, disse: — Il perdere una persona amata, per via di qualche accidente repentino, o per malattia breve e rapida, non è tanto acerbo, quanto è vedersela distruggere a poco a poco (e questo era accaduto a lui) da una infermitá lunga, dalla quale ella non sia prima estinta che mutata di corpo e d’animo, e ridotta giá quasi un’altra da quella di prima. Cosa pienissima di miseria: perocché in tal caso la persona amata non ti si dilegua dinanzi, lasciandoti, in cambio di sé, la immagine che tu ne serbi nell’animo, non meno amabile che fosse per lo passato: ma ti resta in su gli occhi tutta diversa da quella che tu per l’addietro amavi: in modo che tutti gl’inganni dell’amore ti sono strappati violentemente dall’animo; e quando ella poi ti si parte per sempre dalla presenza, quell’immagine prima, che tu avevi di lei nel pensiero, si trova essere scancellata dalla nuova. Cosí vieni a perdere la persona amata interamente; come quella che non ti può sopravvivere né anche nella immaginativa: la quale, in luogo di alcuna consolazione, non ti porge altro che materia di tristezza. E in fine, queste simili disavventure non lasciano luogo alcuno di riposarsi in sul dolore che recano. Dolendosi uno di non so qual travaglio, e dicendo: — Se potessi liberarmi da questo, tutti gli altri che ho mi sarebbero leggerissimi a sopportare; — rispose: — Anzi allora ti sarebbero gravi, ora ti sono leggeri. — Dicendo un altro: — Se questo dolore fosse durato piú, non sarebbe stato sopportabile; — rispose: — Anzi, per l’assuefazione, l’avresti sopportato meglio. — E in molte cose attenenti alla natura degli uomini, si discostava dai giudizi comuni della moltitudine, e da quelli anco dei savi talvolta. Come, per modo di esempio, negava che al dimandare e al pregare, sieno opportuni i tempi di qualche insolita allegrezza di quelli a cui le dimande o le preghiere sono da porgere. — Massimamente, diceva, quando la instanza non sia tale, che ella, per la parte di chi è pregato o richiesto, si possa soddisfare presentemente, con solo o poco piú che un semplice acconsentirla; io reputo che nelle persone il giubilo sia cosa, a impetrar che che sia da esse, non manco inopportuna e contraria che il dolore. Perciocché l’una e l’altra passione riempiono parimente l’uomo del pensiero di se medesimo, in guisa che non lasciano luogo a quelli delle cose altrui. Come nel dolore il nostro male, cosí nella grande allegrezza il bene, tengono intenti e occupati gli animi, e inetti alla cura dei bisogni e desiderii d’altri. Dalla compassione specialmente, sono alienissimi l’uno e l’altro tempo; quello del dolore, perché l’uomo è tutto vòlto alla pietá di se stesso; quello della gioia, perché allora tutte le cose umane, e tutta la vita, ci si rappresentano lietissime e piacevolissime; tanto che le sventure e i travagli paiono quasi immaginazioni vane, o certo se ne rifiuta il pensiero, per essere troppo discorde dalla presente disposizione del nostro animo. I migliori tempi da tentar di ridurre alcuno a operar di presente, o a risolversi di operare, in altrui beneficio, sono quelli di qualche allegrezza placida e moderata, non istraordinaria, non viva; o pure, ed anco maggiormente, quelli di una cotal gioia, che, quantunque viva, non ha soggetto alcuno determinato, ma nasce da pensieri vaghi, e consiste in una tranquilla agitazione dello spirito. Nel quale stato, gli uomini sono piú disposti alla compassione che mai, piú facili a chi li prega, e talvolta abbracciano volentieri l’occasione di gratificare gli altri, e di volgere quel movimento confuso e quel piacevole impeto de’ loro pensieri, in qualche azione lodevole. — Negava similmente che l’infelice, narrando o come che sia dimostrando i suoi mali, riporti per l’ordinario maggior compassione e maggior cura da quelli che hanno con lui maggiore conformitá di travagli. Anzi questi in udire le tue querele, o intendere la tua condizione, in qualunque modo, non attendono ad altro che ad anteporre seco stessi, come piú gravi, i loro a’ tuoi mali: e spesso accade che, quando piú ti pensi che sieno commossi sopra il tuo stato, quelli t’interrompono narrandoti la sorte loro, e sforzandosi di persuaderti che ella sia meno tollerabile della tua. E diceva che in tali casi avviene ordinariamente quello che nella Iliade si legge di Achille, quando Priamo supplichevole e piangente gli è prostrato ai piedi: il quale finito che ha quel suo lamento miserabile, Achille si pone a piangere seco, non giá dei mali di quello, ma delle sventure proprie, e per la ricordanza del padre, e dell’amico ucciso. Soggiungeva, che ben suole alquanto conferire alla compassione l’avere sperimentato altre volte in sé quegli stessi mali che si odono o veggono essere in altri, ma non il sostenerli al presente. Diceva che la negligenza e l’inconsideratezza sono causa di commettere infinite cose crudeli o malvage; e spessissimo hanno apparenza di malvagitá o crudeltá: come, a cagione di esempio, in uno che trattenendosi fuori di casa in qualche suo passatempo, lascia i servi in luogo scoperto infracidare alla pioggia; non per animo duro e spietato, ma non pensandovi o non misurando colla mente il loro disagio. E stimava che negli uomini l’inconsideratezza sia molto piú comune della malvagitá, della inumanitá e simili; e da quella abbia origine un numero assai maggiore di cattive opere; e che una grandissima parte delle azioni e dei portamenti degli uomini che si attribuiscono a qualche pessima qualitá morale, non sieno veramente altro che inconsiderati. Disse in certa occasione, essere manco grave al benefattore la piena ed espressa ingratitudine che il vedersi rimunerare di un beneficio grande con uno piccolo, col quale il beneficato, o per grossezza di giudizio o per malvagitá, si creda o si pretenda sciolto dall’obbligo verso lui; ed esso apparisca ricompensato, o per civiltá gli convenga far dimostrazione di tenersi tale: in modo che dall’una parte, venga ad essere defraudato anche della nuda e infruttuosa gratitudine dell’animo, la quale verisimilmente egli si aveva promessa in qualunque caso; dall’altra parte, gli sia tolta la facoltá di liberamente querelarsi dell’ingratitudine, o di apparire, siccome egli è nell’effetto, male e ingiustamente corrisposto. Ho udito anche riferire come sua, questa sentenza. Noi siamo inclinati e soliti a presupporre in quelli coi quali ci avviene di conversare, molta acutezza e maestria per iscorgere i nostri pregi veri, o che noi c’immaginiamo; e per conoscere la bellezza o qualunque altra virtú d’ogni nostro detto o fatto; come ancora molta profonditá, ed un abito grande di meditare, e molta memoria, per considerare esse virtú ed essi pregi, e tenerli poi sempre a mente: eziandio che in rispetto ad ogni altra cosa, o non iscopriamo in coloro queste tali parti, o non confessiamo tra noi di scoprirvele. capitolo quarto. Notava che talora gli uomini irresoluti sono perseverantissimi nei loro propositi, non ostante qualunque difficoltá; e questo per la stessa loro irresolutezza; atteso che a lasciare la deliberazione fatta, converrebbe si risolvessero un’altra volta. Talora sono prontissimi ed efficacissimi nel mettere in opera quello che hanno risoluto: perché temendo essi medesimi d’indursi di momento in momento ad abbandonare il partito preso, e di ritornare in quella travagliosissima perplessitá e sospensione d’animo nella quale furono prima di determinarsi, affrettano la esecuzione e vi adoprano ogni loro forza; stimolati piú dall’ansietá e dall’incertezza di vincere se medesimi, che dal proprio oggetto dell’impresa, e dagli altri ostacoli che essi abbiano a superare per conseguirlo. Diceva alle volte, ridendo, che le persone assuefatte a comunicare di continuo cogli altri i propri pensieri e sentimenti, esclamano, anco essendo sole, se una mosca le morde, o che si versi loro un vaso, o fugga loro di mano; e che per lo contrario quelle che sono usate di vivere seco stesse e di contenersi nel proprio interno, se anco si sentono cogliere da un’apoplessia, trovandosi pure in presenza d’altri, non aprono bocca. Stimava che una buona parte degli uomini, antichi e moderni, che sono riputati grandi o straordinari, conseguissero questa riputazione in virtú principalmente dell’eccesso di qualche loro qualitá sopra le altre. E che uno in cui le qualitá dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra loro, se bene elle fossero o straordinarie o grandi oltre modo, possa con difficoltá far cose degne dell’uno o dell’altro titolo, ed apparire ai presenti o ai futuri né grande né straordinario. Distingueva nelle moderne nazioni civili tre generi di persone. Il primo, di quelle in cui la natura propria, ed anco in gran parte la natura comune degli uomini, si trova mutata e trasformata dall’arte, e dagli abiti della vita cittadinesca. Di questo genere di persone diceva essere tutte quelle che sono atte ai negozi privati o pubblici; a partecipare con diletto nel commercio gentile degli uomini, e riuscire scambievolmente grate a quelli coi quali si abbattono a convivere, o a praticare personalmente in uno o altro modo; in fine, all’uso della presente vita civile. E a questo solo genere, parlando universalmente, diceva toccare ed appartenere nelle dette nazioni la stima degli uomini. Il secondo, essere di quelli in cui la natura non si trova mutata bastantemente dalla sua prima condizione; o per non essere stata, come si dice, coltivata, o perciocché, per sua strettezza e insufficienza, fu poco atta a ricevere e a conservare le impressioni e gli effetti dell’arte, della pratica e dell’esempio. Questo essere il piú numeroso dei tre; ma disprezzato non manco da se medesimo che dagli altri, degno di piccola considerazione; e in somma consistere in quella gente che ha o merita nome di volgo, in qualunque ordine e stato sia posta dalla fortuna. Il terzo, incomparabilmente inferiore di numero agli altri due, quasi cosí disprezzato come il secondo, e spesso anco maggiormente, essere di quelle persone in cui la natura, per soprabbondanza di forza, ha resistito all’arte del nostro presente vivere, ed esclusala e ributtata da sé; non ricevutone se non cosí piccola parte, che questa alle dette persone non è bastante per l’uso dei negozi e per governarsi cogli uomini, né per sapere anco riuscire conversando, né dilettevoli né pregiate. E suddivideva questo genere in due specie; l’una al tutto forte e gagliarda; disprezzatrice del disprezzo che le è portato universalmente, e spesso piú lieta di questo che se ella fosse onorata; diversa dagli altri non per sola necessitá di natura, ma eziandio per volontá e di buon grado; rimota dalle speranze o dai piaceri del commercio degli uomini, e solitaria nel mezzo delle cittá, non meno perché fugge essa dall’altra gente, che per essere fuggita. Di questa specie soggiungeva non si trovare se non rarissimi. Nella natura dell’altra, diceva essere congiunta e mista alla forza una sorta di debolezza e di timiditá; in modo che essa natura combatte seco medesima. Perocché gli uomini di questa seconda specie non essendo di volontá punto alieni dal conversare cogli altri desiderando in molte e diverse cose di rendersi conformi o simili a quelli del primo genere, dolendosi nel proprio cuore della disistima in cui si veggono essere, e di parere da meno di uomini smisuratamente inferiori a sé d’ingegno e d’animo; non vengono a capo, non ostante qualunque cura e diligenza vi pongano, di addestrarsi all’uso pratico della vita, né di rendersi nella conversazione tollerabili a sé, non che altrui. Tali essere stati negli ultimi tempi, ed essere all’etá nostra, se bene l’uno piú l’altro meno, non pochi degl’ingegni maggiori e piú delicati. E per un esempio insigne, recava Gian Giacomo Rousseau; aggiungendo a questo un altro esempio, ricavato dagli antichi, cioè Virgilio; del quale nella Vita latina che porta il nome di Donato grammatico, è riferito coll’autoritá di Melisso, pure grammatico, liberto di Mecenate, che egli fu nel favellare tardissimo, e poco diverso dagl’indòtti. E che ciò sia vero, e che Virgilio, per la stessa maravigliosa finezza dell’ingegno, fosse poco atto a praticare cogli uomini, gli pareva si potesse raccôrre molto probabilmente, sí dall’artificio sottilissimo e faticosissimo del suo stile, e sí dalla propria indole di quella poesia; come anche da ciò che si legge in sulla fine del secondo delle Georgiche. Dove il poeta, contro l’uso dei romani antichi, e massimamente di quelli d’ingegno grande, si professa desideroso della vita oscura e solitaria; e questo in una cotal guisa, che si può comprendere che egli vi è sforzato dalla sua natura, anzi che inclinato; e che l’ama piú come rimedio o rifugio che come bene. E perciocché, generalmente parlando, gli uomini di questa e dell’altra specie non sono avuti in pregio, se non se alcuni dopo morte, e quelli del secondo genere vivi, non che morti, sono in poco o niun conto; giudicava potersi affermare in universale che, ai nostri tempi, la stima comune degli uomini non si ottenga in vita con altro modo, che con discostarsi e tramutarsi di gran lunga dall’essere naturale. Oltre di questo, perciocché nei tempi presenti tutta, per dir cosí, la vita civile consiste nelle persone del primo genere, la natura del quale tiene come il mezzo tra quelle de’ due rimanenti; conchiudeva che anche per questa via, come per altre mille, si può conoscere che oggidí l’uso, il maneggio, e la potestá delle cose, stanno quasi totalmente nelle mani della mediocritá. Distingueva ancora tre stati della vecchiezza, considerata in rispetto alle altre etá dell’uomo. Nei principi delle nazioni, quando di costumi e d’abito, tutte le etá furono giuste e virtuose; e mentre la esperienza e la cognizione degli uomini e della vita non ebbero per proprietá di alienare gli animi dall’onesto e dal retto; la vecchiezza fu venerabile sopra le altre etá: perché colla giustizia e con simili pregi, allora comuni a tutte, concorreva in essa, come è natura che vi si trovi, maggior senno e prudenza che nelle altre. In successo di tempo, per lo contrario, corrotti e pervertiti i costumi, niuna etá fu piú vile ed abbominabile della vecchiezza; inclinata coll’affetto al male piú delle altre, per la piú lunga consuetudine, per la maggior conoscenza e pratica delle cose umane, per gli effetti dell’altrui malvagitá, piú lungamente e in maggior numero sopportati, e per quella freddezza che ella ha da natura; e nel tempo stesso impotente a operarlo, salvo colle calunnie, le frodi, le perfidie, le astuzie, le simulazioni, e in breve con quelle arti che tra le scellerate sono abbiettissime. Ma poiché la corruttela delle nazioni ebbe trapassato ogni termine, e che il disprezzo della rettitudine e della virtú precorse negli uomini l’esperienza e la cognizione del mondo e del tristo vero; anzi, per dir cosí, l’esperienza e la cognizione precorsero l’etá, e l’uomo giá nella puerizia fu esperto, addottrinato e guasto; la vecchiezza divenne, non dico giá venerabile, che da indi innanzi molto poche cose furono capaci di questo titolo, ma piú tollerabile delle altre etá. Perocché il fervore dell’animo e la gagliardia del corpo, che per l’addietro, giovando all’immaginativa ed alla nobiltá dei pensieri, non di rado erano state in qualche parte cagione di costumi, di sensi e di opere virtuose, furono solamente stimoli e ministri del mal volere o del male operare, e diedero spirito e vivezza alla malvagitá; la quale nel declinare degli anni, fu mitigata e sedata dalla freddezza del cuore, e dall’imbecillitá delle membra; cose per altro piú conducenti al vizio che alla virtú. Oltre che la stessa molta esperienza e notizia delle cose umane, divenute al tutto inamabili, fastidiose e vili, in luogo di volgere all’iniquitá i buoni come per lo passato, acquistò forza di scemarne e talvolta spegnerne l’amore nei tristi. Laonde, in quanto ai costumi, parlando della vecchiezza a comparazione delle altre etá, si può dire che ella fosse nei primi tempi, come è al buono il migliore; nei tempi corrotti, come al cattivo il pessimo; nei seguenti e peggiori al contrario. capitolo quinto. Ragionava spesso di quella qualitá di amor proprio che oggi è detta egoismo; porgendosegli, credo io, frequentemente l’occasione di entrarne in parole. Nella qual materia narrerò qualcuna delle sue sentenze. Diceva che oggidí, qualora ti è lodato alcuno, o vituperato, di probitá o del contrario, da persona che abbia avuto a fare seco, o che di presente abbia; tu non ricevi da quel tale altra contezza, se non che questa persona che lo biasima o loda, è bene o male soddisfatta di lui; bene, se lo rappresenta per buono; male, se per malvagio. Negava che alcuno a questi tempi possa amare senza rivale; e dimandato del perché, rispondeva: perché certo l’amato o l’amata è rivale ardentissimo dell’amante. — Facciamo caso, diceva, che tu richiegga di un piacere una qualsivoglia persona; della qual dimanda non ti si possa soddisfare senza incorrere nell’odio o nella mala volontá di un terzo; e questo terzo, tu e la persona richiesta, supponghiamo che in istato e in potere, siate tutti e tre uguali, poco piú o meno. Io dico che verisimilmente la tua dimanda non ti verrá conseguita per nessun modo; posto eziandio che il gratificartene avesse dovuto obbligarti grandemente al gratificatore, e fargli piú benevolo te, che inimico quel terzo. Ma dall’odio e dall’ira degli uomini si teme assai piú che dall’amore e dalla gratitudine non si spera: e ragionevolmente: perché in generale si vede che quelle due prime passioni operano piú spesso; e nell’operare mostrano molto maggiore efficacia che le contrarie. La cagione è che chi si sforza di nuocere a quelli che egli odia, e chi cerca vendetta opera per sé; chi si studia di giovare a quelli che egli ama, e che rimerita i benefizi ricevuti opera per gli amici e i benefattori. — Diceva che universalmente gli ossequi e i servigi che si fanno agli altri con isperanze e disegni di utilitá propria, rade volte conseguiscono il loro fine; perché gli uomini, massimamente oggi che hanno piú scienza e piú senno che per l’addietro, sono facili a ricevere e difficili a rendere. Nondimeno che di tali ossequi e servigi, quelli che sono prestati da alcuni giovani a vecchie ricche o potenti ottengono il loro fine, non solo piú spesse volte che gli altri, ma il piú delle volte. Queste considerazioni infrascritte, che concernono principalmente i costumi moderni, mi ricordo averle udite dalla sua bocca. Oggi non è cosa alcuna che faccia vergogna appresso agli uomini usati e sperimentati nel mondo, salvo che il vergognarsi; né di cosa alcuna questi si fatti uomini si vergognano, fuorché di questa, se a caso qualche volta v’incorrono. Maraviglioso potere è quel della moda: la quale, laddove le nazioni e gli uomini sono tenacissimi delle usanze in ogni altra cosa, e ostinatissimi a giudicare, operare e procedere secondo la consuetudine, eziandio contro ragione e con loro danno; essa sempre che vuole, in un tratto li fa deporre, variare, assumere usi, modi e giudizi, quando pur quello che abbandonano sia ragionevole, utile, bello e conveniente, e quello che abbracciano, il contrario. D’infinite cose che nella vita comune, o negli uomini particolari, sono ridicole veramente, è rarissimo che si rida; e se pure alcuno vi si prova, non gli venendo fatto di comunicare il suo riso agli altri, presto se ne rimane. All’incontro, di mille cose o gravissime o convenientissime, tutto giorno si ride, e con facilitá grande se ne muovono le risa negli altri. Anzi le piú delle cose delle quali si ride ordinariamente, sono tutt’altro che ridicole in effetto; e di moltissime si ride per questa cagione stessa, che elle non sono degne di riso o in parte alcuna o tanto che basti. Diciamo e udiamo dire a ogni tratto: «i buoni antichi, i nostri buoni antenati» e «uomo fatto all’antica» volendo dire uomo dabbene e da potersene fidare. Ciascuna generazione crede dall’una parte che i passati fossero migliori dei presenti; dall’altra parte che i popoli migliorino allontanandosi dal loro primo stato, ogni giorno piú; verso il quale se eglino retrocedessero, che allora senza dubbio alcuno peggiorerebbero. Certamente il vero non è bello. Nondimeno anche il vero può spesse volte porgere qualche diletto: e se nelle cose umane il bello è da preporre al vero, questo, dove manchi il bello, è da preferire ad ogni altra cosa. Ora nelle cittá grandi, tu sei lontano dal bello: perché il bello non ha piú luogo nessuno nella vita degli uomini. Sei lontano anche dal vero: perché nelle cittá grandi ogni cosa è finta o vana. Di modo che ivi, per dir cosí, tu non vedi, non odi, non tocchi, non respiri altro che falsitá, e questa brutta e spiacevole. Il che agli spiriti delicati si può dire che sia la maggior miseria del mondo. Quelli che non hanno necessitá di provvedere essi medesimi ai loro bisogni, e però ne lasciano la cura agli altri, non possono per l’ordinario provvedere, o in guisa alcuna, o solo con grandissima difficoltá, e meno sufficientemente che gli altri, a un bisogno principalissimo che in ogni modo hanno. Dico quello di occupare la vita: il quale è maggiore assai di tutti i bisogni particolari ai quali, occupandola, si provvede; e maggiore eziandio che il bisogno di vivere. Anzi il vivere, per se stesso, non è bisogno; perché, disgiunto dalla felicitá, non è bene. Dove che, posta la vita, è sommo e primo bisogno il condurla con minore infelicitá che si possa. Ora dall’una parte, la vita disoccupata o vacua è infelicissima. Dall’altra parte, il modo di occupazione col quale la vita si fa manco infelice che con alcun altro, si è quello che consiste nel provvedere ai propri bisogni. Diceva che il costume di vendere e comperare uomini, era cosa utile al genere umano, e allegava che l’uso dell’innestare il vaiuolo venne in Costantinopoli, donde passò in Inghilterra, e di lá nelle altre parti d’Europa, dalla Circassia; dove la infermitá del vaiuolo naturale, pregiudicando alla vita o alle forme dei fanciulli e dei giovani, danneggiava molto il mercato che fanno quei popoli delle loro donzelle. Narrava di se medesimo che, quando prima uscí delle scuole ed entrò nel mondo, propose, come giovanetto inesperto e amico della veritá, di non voler mai lodare né persona né cosa che gli occorresse nel commercio degli uomini, se non se qualora ella fosse tale che gli paresse veramente lodevole. Ma che passato un anno, nel quale, mantenendo il proposito fatto, non gli venne lodata né cosa né persona alcuna; temendo non si dimenticare al tutto, per mancamento di esercizio, quello che nella rettorica non molto prima aveva imparato circa il genere encomiastico o lodativo, ruppe il proposito; e indi a poco se ne rimosse totalmente. capitolo sesto. Usava di farsi leggere quando un libro quando un altro, per lo piú di scrittore antico; e interponeva alla lettura qualche suo detto, e quasi annotazioncella a voce, sopra questo o quel passo, di mano in mano. Udendo leggere nelle Vite dei filosofi scritte da Diogene Laerzio, che interrogato Chilone in che differiscano gli addottrinati dagl’indòtti, rispose che nelle buone speranze; disse: Oggi è tutto l’opposto; perché gl’ignoranti sperano e i conoscenti non isperano cosa alcuna. Similmente, leggendosi nelle dette Vite come Socrate affermava essere al mondo un solo bene, e questo essere la scienza, e un solo male, e questo essere l’ignoranza, disse: — Della scienza e dell’ignoranza antica non so; ma oggi io volgerei questo detto al contrario. Nello stesso libro riportandosi questo dogma della sétta degli egesiaci: «il sapiente, che che egli si faccia, fará ogni cosa a suo beneficio proprio» disse: — Se tutti quelli che procedono in questo modo sono filosofi, oramai venga Platone, e riduca ad atto la sua repubblica in tutto il mondo civile. — Commendava molto una sentenza di Bione boristenite, posta dal medesimo Laerzio; che i piú travagliati di tutti, sono quelli che cercano le maggiori felicitá. E soggiungeva che, all’incontro, i piú beati sono quelli che piú si possono e sogliono pascere delle minime, e anco, da poi che sono passate, rivolgerle e assaporarle a bell’agio colla memoria. Recava alle varie etá delle nazioni civili quel verso greco che suona: «i giovani fanno, i mezzani consultano, i vecchi desiderano», dicendo che in vero non rimane all’etá presente altro che desiderio. A un passo di Plutarco, che è trasportato da Marcello Adriani giovane in queste parole: «molto meno arieno ancora gli spartani patito l’insolenza e buffonerie di Stratocle: il quale avendo persuaso il popolo» (ciò furono gli ateniesi) «a sacrificare come vincitore; che poi, sentito il vero della rotta, si sdegnava; disse: — Qual ingiuria riceveste da me, che seppi tenervi in festa ed in gioia per ispazio di tre giorni?» soggiunse l’Ottonieri: — Il simile si potrebbe rispondere molto convenientemente a quelli che si dolgono della natura, gravandosi che ella, per quanto è in sé, tenga celato a ciascuno il vero, e coperto con molte apparenze vane, ma belle e dilettevoli: che ingiuria vi fa ella a tenervi lieti per tre o quattro giorni? E in altra occasione disse potersi appropriare alla nostra specie universalmente, avendo rispetto agli errori naturali dell’uomo, quello che del fanciullo ridotto ingannevolmente a prendere la medicina, dice il Tasso: «e dall’inganno suo vita riceve».— Nei Paradossi di Cicerone essendogli letto un luogo, che in volgare si ridurrebbe come segue: «forse le voluttá fanno la persona migliore o piú lodevole? e hacci per avventura alcuno che del goderle si magnifichi o pavoneggi?» disse: — Caro Cicerone, che i moderni divengano per la voluttá o migliori o piú lodevoli, non ardisco dire; ma piú lodati, sí bene. Anzi hai da sapere che oggi questo solo cammino di lode si propongono e seguono quasi tutti i giovani; cioè quello che mena per le voluttá. Delle quali non pure si vantano, ottenendole, e ne fanno infinite novelle cogli amici e cogli strani, con chi vuole e con chi non vorrebbe udire; ma oltre di ciò, moltissime ne appetiscono e ne procacciano, non come voluttá, ma come cagione di lode e di fama, e come materia da gloriarsi; moltissime eziandio se ne attribuiscono o non ottenute, o anco pure non cercate, o finte del tutto. — Notava nell’istoria che scrisse Arriano delle imprese di Alessandro Magno, che alla giornata dell’Isso, Dario collocò i soldati mercenari greci nella fronte dell’esercito, e Alessandro i suoi mercenari pur greci alle spalle; e stimava che da questa circostanza sola senza piú, si fosse potuto antivedere il successo della battaglia. Non riprendeva, anzi lodava ed amava che gli scrittori ragionassero molto di se medesimi: perché diceva che in questo, sono quasi sempre e quasi tutti eloquenti, e hanno per l’ordinario lo stile buono e convenevole, eziandio contro il consueto o del tempo, o della nazione, o proprio loro. E ciò non essere maraviglia; poiché quelli che scrivono delle cose proprie, hanno l’animo fortemente preso e occupato dalla materia; non mancano mai né di pensieri né di affetti nati da essa materia e nell’animo loro stesso, non trasportati di altri luoghi, né bevuti da altre fonti, né comuni e triti; e con facilitá si astengono dagli ornamenti frivoli in sé, o che non fanno a proposito, dalle grazie e dalle bellezze false, o che hanno piú di apparenza che di sostanza, dall’affettazione, e da tutto quello che è fuori del naturale. Ed essere falsissimo che i lettori ordinariamente si curino poco di quello che gli scrittori dicono di se medesimi: prima, perché tutto quello che veramente è pensato e sentito dallo scrittore stesso, e detto con modo naturale e acconcio, genera attenzione, e fa effetto; poi, perché in nessun modo si rappresentano o discorrono con maggior veritá ed efficacia le cose altrui, che favellando delle proprie: atteso che tutti gli uomini si rassomigliano tra loro, sí nelle qualitá naturali, e sí negli accidenti, e in quel che dipende dalla sorte; e che le cose umane, a considerarle in se stesso, si veggono molto meglio e con maggior sentimento che negli altri. In confermazione dei quali pensieri adduceva, tra le altre cose, l’arringa di Demostene per la Corona, dove l’oratore parlando di sé continuamente, vince se medesimo di eloquenza: e Cicerone, al quale, il piú delle volte, dove tocca le cose proprie, vien fatto altrettanto: il che si vede in particolare nella Miloniana, tutta maravigliosa, ma nel fine maravigliosissima, dove l’oratore introduce se stesso. Come similmente bellissimo ed eloquentissimo, nelle orazioni del Bossuet, sopra tutti gli altri luoghi, è quello dove chiudendo le lodi del principe di Condé, il dicitore fa menzione della sua propria vecchiezza e vicina morte. Degli scritti di Giuliano imperatore, che in tutti gli altri è sofista, e spesso non tollerabile, il piú giudizioso e piú lodevole è la diceria che s’intitola Misopogone, cioè «contro alla barba»; dove risponde ai motti e alle maldicenze di quelli di Antiochia contro di lui. Nella quale operetta, lasciando degli altri pregi, egli non è molto inferiore a Luciano né di grazia comica, né di copia, acutezza e vivacitá di sali; laddove in quella dei Cesari, pure imitativa di Luciano, è sgraziato, povero di facezie, ed oltre alla povertá, debole e quasi insulso. Tra gl’italiani, che per altro sono quasi privi di scritture eloquenti, l’apologia che Lorenzino dei Medici scrisse per giustificazione propria è un esempio di eloquenza grande e perfetta da ogni parte; e Torquato Tasso ancora è non di rado eloquente nelle altre prose, dove parla molto di se stesso, e quasi sempre eloquentissimo nelle lettere, dove non ragiona, si può dire, se non de’ suoi propri casi. capitolo settimo. Si ricordano anche parecchi suoi motti e risposte argute: come fu quella ch’ei diede a un giovanetto, molto studioso delle lettere, ma poco esperto del mondo; il quale diceva che dell’arte del governarsi nella vita sociale, e della cognizione pratica degli uomini, s’imparano cento fogli il dí. Rispose l’Ottonieri: — Ma il libro fa cinque milioni di fogli. — A un altro giovane inconsiderato e temerario, il quale per ischermirsi da quelli che gli rimproveravano le male riuscite che faceva giornalmente, e gli scorni che riportava, era usato rispondere che della vita non è da fare piú stima che di una commedia; disse una volta l’Ottonieri: — Anche nella commedia è meglio riportare applausi che fischiate; e il commediante male instrutto nell’arte sua, o mal destro in esercitarla, all’ultimo si muore di fame. — Preso dai sergenti della corte un ribaldo omicida, il quale per essere zoppo, commesso il misfatto, non era potuto fuggire, disse: — Vedete, amici, che la giustizia, se bene si dice che sia zoppa, raggiunge però il malfattore, se egli è zoppo. — Viaggiando per l’Italia, essendogli detto, non so dove, da un cortigiano che lo voleva mordere: — Io ti parlerò schiettamente, se tu me ne dai licenza; — rispose: — Anzi avrò caro assai di ascoltarti; perché viaggiando si cercano le cose rare. — Costretto da non so quale necessitá una volta, a chiedere danari in prestanza a uno: il quale scusandosi di non potergliene dare, concluse affermando, che se fosse stato ricco, non avrebbe avuto maggior pensiero che delle occorrenze degli amici; esso replicò: — Mi rincrescerebbe assai che tu stessi in pensiero per causa nostra. Prego Dio che non ti faccia mai ricco. — Da giovane, avendo composto alcuni versi, ed adoperatovi certe voci antiche; dicendogli una signora attempata, alla quale, richiesto da essa, li recitava, non li sapere intendere, perché quelle voci a tempo suo non correvano; rispose: — Anzi mi credeva che corressero: perché sono molto antiche. Di un avaro ricchissimo, al quale era stato fatto un furto di pochi danari, disse che si era portato avaramente ancora coi ladri. Di un calcolatore, che sopra qualunque cosa gli veniva udita o veduta, si metteva a computare, disse: — Gli altri fanno le cose, e costui le conta. — Ad alcuni antiquari che disputavano insieme dintorno a una figurina antica di Giove, formata di terra cotta; richiesto del suo parere: — Non vedete voi, disse, che questo è un Giove in Creta? Di uno sciocco il quale presumeva saper molto bene raziocinare e ne’ suoi discorsi, a ogni due parole, ricordava la logica; disse: — Questi è propriamente l’uomo definito alla greca, cioè un animale logico. — Vicino a morte, compose esso medesimo questa inscrizione, che poi gli fu scolpita sopra la sepoltura: ossa di filippo ottonieri nato alle opere virtuose e alla gloria vissuto ozioso e disutile e morto senza fama non ignaro della natura né della fortuna sua. Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez Colombo. Bella notte, amico. Gutierrez. Bella in veritá: e credo che a vederla da terra, sarebbe piú bella. Colombo. Benissimo: anche tu sei stanco del navigare. Gutierrez. Non del navigare in ogni modo; ma questa navigazione mi riesce piú lunga che io non aveva creduto, e mi dá un poco di noia. Contuttociò non hai da pensare che io mi dolga di te, come fanno gli altri. Anzi tieni per certo che, qualunque deliberazione tu sia per fare intorno a questo viaggio, sempre ti seconderò, come per l’addietro, con ogni mio potere. Ma, cosí per via di discorso, vorrei che tu mi dichiarassi precisamente, con tutta sinceritá, se ancora hai cosí per sicuro come a principio, di avere a trovar paese in questa parte del mondo; o se, dopo tanto tempo e tanta esperienza in contrario, cominci niente a dubitare. Colombo. Parlando schiettamente, e come si può con persona amica e segreta, confesso che sono entrato un poco in forse: tanto piú che nel viaggio parecchi segni che mi avevano dato speranza grande, mi sono riusciti vani; come fu quel degli uccelli che ci passarono sopra, venendo da ponente, pochi di poi che fummo partiti da Gomera, e che io stimai fossero indizio di terra poco lontana. Similmente, ho veduto di giorno in giorno che l’effetto non ha corrisposto a piú di una congettura e piú di un pronostico, fatto da me innanzi che ci ponessimo in mare, circa a diverse cose che ci sarebbero occorse, credeva io, nel viaggio. Però vengo discorrendo, che come questi pronostici mi hanno ingannato, con tutto che mi paressero quasi certi; cosí potrebbe essere che mi riuscisse anche vana la congettura principale, cioè dell’avere a trovar terra di lá dall’Oceano. Bene è vero che ella ha fondamenti tali, che se pure è falsa, mi parrebbe da un canto che non si potesse aver fede a nessun giudizio umano, eccetto che esso non consista del tutto in cose che si veggano presentemente e si tocchino. Ma da altro canto, considero che la pratica si discorda spesso, anzi il piú delle volte, dalla speculazione: e anche dico fra me: che puoi tu sapere che ciascuna parte del mondo si rassomigli alle altre, in modo che essendo l’emisfero d’oriente occupato parte dalla terra e parte dall’acqua, seguiti che anche l’occidentale debba essere diviso tra questa e quella? che puoi sapere che non sia tutto occupato da un mare unico e immenso? o che in vece di terra, o anco di terra e d’acqua, non contenga qualche altro elemento? Dato che abbia terre e mari come l’altro, non potrebbe essere che fosse inabitato? anzi inabitabile? Facciamo che non sia meno abitato del nostro: che certezza hai tu che vi abbia creature razionali, come in questo? e quando pure ve ne abbia, come ti assicuri che sieno uomini, e non qualche altro genere di animali intellettivi? ed, essendo uomini, che non sieno differentissimi da quelli che tu conosci? ponghiamo caso, molto maggiori di corpo, piú gagliardi, piú destri; dotati naturalmente di molto maggiore ingegno e spirito; anche, assai meglio inciviliti, e ricchi di molta piú scienza ed arte? Queste cose vengo pensando fra me stesso. E per veritá, la natura si vede essere fornita di tanta potenza, e gli effetti di quella essere cosí vari e moltiplici, che non solamente non si può fare giudizio certo di quel che ella abbia operato ed operi in parti lontanissime e del tutto incognite al mondo nostro, ma possiamo anche dubitare che uno s’inganni di gran lunga argomentando da questo a quelle; e non sarebbe contrario alla verisimilitudine l’immaginare che le cose del mondo ignoto, o tutte o in parte, fossero maravigliose e strane a rispetto nostro. Ecco che noi veggiamo cogli occhi propri che l’ago in questi mari declina dalla stella per non piccolo spazio verso ponente: cosa novissima e insino adesso inaudita a tutti i navigatori; della quale, per molto fantasticarne, io non so pensare una ragione che mi contenti. Non dico per tutto questo che si abbia a prestare orecchio alle favole degli antichi circa alle maraviglie del mondo sconosciuto e di questo Oceano; come, per esempio, alla favola dei paesi narrati da Annone, che la notte erano pieni di fiamme, e dei torrenti di fuoco che di lá sboccavano nel mare: anzi veggiamo quanto sieno stati vani fin qui tutti i timori di miracoli e di novitá spaventevoli, avuti dalla nostra gente in questo viaggio; come quando al vedere quella quantitá di alghe, che pareva facessero della marina quasi un prato e c’impedivano alquanto l’andare innanzi, pensarono essere in sugli ultimi confini del mar navigabile. Ma voglio solamente inferire, rispondendo alla tua richiesta, che quantunque la mia congettura sia fondata in argomenti probabilissimi, non solo a giudizio mio, ma di molti geografi, astronomi e navigatori eccellenti, coi quali ne ho conferito, come sai, nella Spagna, nell’Italia e nel Portogallo; nondimeno potrebbe succedere che fallasse: perché, torno a dire, veggiamo che molte conclusioni, cavate da ottimi discorsi non reggono all’esperienza; e questo interviene piú che mai, quando elle appartengono a cose intorno alle quali si ha pochissimo lume. Gutierrez. Di modo che tu, in sostanza, hai posto la tua vita, e quella de’ tuoi compagni, in sul fondamento di una semplice opinione speculativa. Colombo. Cosí è: non posso negare. Ma, lasciando da parte che gli uomini tutto giorno si mettono a pericolo della vita con fondamenti piú deboli di gran lunga, e per cose di piccolissimo conto, o anche senza pensarlo; considera un poco. Se al presente tu ed io, e tutti i nostri compagni, non fossimo in su queste navi, in mezzo di questo mare, in questa solitudine incognita, in istato incerto e rischioso quanto si voglia; in quale altra condizione di vita ci troveremmo essere? In che modo passeremmo questi giorni? Forse piú lietamente? o non saremmo anzi in qualche maggior travaglio o sollecitudine, ovvero pieni di noia? Che vuol dire uno stato libero da incertezza e pericolo? Se contento e felice, quello è da preferire a qualunque altro; se tedioso e misero, non veggo a quale altro stato non sia da posporre. Io non voglio ricordare la gloria e l’utilitá che riporteremo, succedendo l’impresa in modo conforme alla speranza. Quando altro frutto non ci venga da questa navigazione, a me pare che ella ci sia profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione. Scrivono gli antichi, come avrai letto o udito, che gli amanti infelici, gittandosi dal sasso di Santa Maura (che allora si diceva di Leucade) giú nella marina, e scampandone, restavano, per grazia di Apollo, liberi dalla passione amorosa. Io non so se egli si debba credere che ottenessero questo effetto; ma so bene che, usciti di quel pericolo, avranno per un poco di tempo, anco senza il favore di Apollo, avuto cara la vita, che prima avevano in odio; o pure avuta piú cara e piú pregiata che innanzi. Ciascuna navigazione è, per giudizio mio, quasi un salto dalla rupe di Leucade; producendo le medesime utilitá, ma piú durevoli che quello non produrrebbe; al quale, per questo conto, ella è superiore assai. Credesi comunemente che gli uomini di mare e di guerra, essendo a ogni poco in pericolo di morire, facciano meno stima della vita propria, che non fanno gli altri della loro. Io per lo stesso rispetto giudico che la vita si abbia da molto poche persone in tanto amore e pregio come da’ navigatori e soldati. Quanti beni che, avendoli, non si curano anzi quante cose che non hanno pur nome di beni, paiono carissime e preziosissime ai naviganti, solo per esserne privi! Chi pose mai nel numero dei beni umani l’avere un poco di terra che ti sostenga? Niuno, eccetto i navigatori, e massimamente noi, che, per la molta incertezza del successo di questo viaggio, non abbiamo maggior desiderio che della vista di un cantuccio di terra; questo è il primo pensiero che ci si fa innanzi allo svegliarci, con questo ci addormentiamo; e se pure una volta ci verrá scoperta da lontano la cima di un monte o di una foresta, o cosa tale, non capiremo in noi stessi dalla contentezza; e, presa terra, solamente a pensare di ritrovarci in sullo stabile, e di potere andare qua e lá camminando a nostro talento, ci parrá per piú giorni essere beati. Gutierrez. Tutto cotesto è verissimo: tanto che se quella tua congettura speculativa riuscirá cosí vera come è la giustificazione dell’averla seguita, non potremo mancar di godere questa beatitudine un giorno o l’altro. Colombo. Io per me, se bene non mi ardisco piú di promettermelo sicuramente, contuttociò spererei che fossimo per goderla presto. Da certi giorni in qua, lo scandaglio, come sai, tocca fondo; e la qualitá di quella materia che gli vien dietro, mi pare indizio buono. Verso sera, le nuvole intorno al sole mi si dimostrano d’altra forma e di altro colore da quelle dei giorni innanzi. L’aria, come puoi sentire, è fatta un poco piú dolce e piú tiepida di prima. Il vento non corre piú, come per l’addietro, cosí pieno, né cosí diritto, né costante; ma piuttosto incerto, e vario, e come fosse interrotto da qualche intoppo. Aggiungi quella canna che andava in sul mare a galla, e mostra essere tagliata di poco; e quel ramicello di albero con quelle coccole rosse e fresche. Anche gli stormi degli uccelli, benché mi hanno ingannato altra volta, nondimeno ora sono tanti che passano, e cosí grandi; e moltiplicano talmente di giorno in giorno; che penso vi si possa fare qualche fondamento; massime che vi si veggono intramischiati alcuni uccelli che, alla forma, non mi paiono dei marittimi. In somma tutti questi segni raccolti insieme, per molto che io voglio essere diffidente, mi tengono pure in aspettativa grande e buona. Gutierrez. Voglia Dio, questa volta, ch’ella si verifichi. Elogio degli Uccelli Amelio filosofo solitario, stando una mattina di primavera, co’ suoi libri, seduto all’ombra di una sua casa in villa, e leggendo; scosso dal cantare degli uccelli per la campagna, a poco a poco datosi ad ascoltare e pensare, e lasciato il leggere, all’ultimo pose mano alla penna, e in quel medesimo luogo scrisse le cose che seguono. Sono gli uccelli naturalmente le piú liete creature del mondo. Non dico ciò in quanto se tu li vedi o gli odi, sempre ti rallegrano; ma intendo di essi medesimi in sé, volendo dire che sentono gioconditá e letizia piú che alcuno altro animale. Si veggono gli altri animali comunemente seri e gravi; e molti di loro anche paiono melanconici; rade volte fanno segni di gioia, e questi piccoli e brevi; nella piú parte dei loro godimenti e diletti, non fanno festa, né significazione alcuna di allegrezza; delle campagne verdi, delle vedute aperte e leggiadre, dei soli splendidi, delle arie cristalline e dolci, se anco sono dilettati, non ne sogliono dare indizio di fuori; eccetto che delle lepri si dice che la notte, ai tempi della luna, e massime della luna piena, saltano e giuocano insieme, compiacendosi di quel chiaro, secondo che scrive Senofonte. Gli uccelli per lo piú si dimostrano nei moti e nell’aspetto lietissimi; e non da altro procede quella virtú che hanno di rallegrarci colla vista, se non che le loro forme e i loro atti, universalmente, sono tali, che per natura dinotano abilitá e disposizione speciale a provare godimento e gioia; la quale apparenza non è da riputare vana e ingannevole. Per ogni diletto e ogni contentezza che hanno, cantano; e quanto è maggiore il diletto e la contentezza, tanto piú lena e piú studio pongono nel cantare. E cantando buona parte del tempo, s’inferisce che ordinariamente stanno di buona voglia e godono. E se bene è notato che mentre sono in amore, cantano meglio, e piú spesso, e piú lungamente che mai; non è da credere però che a cantare non li muovano altri diletti e altre contentezze fuori di queste dell’amore. Imperocché si vede palesemente che al dí sereno e placido, cantano piú che all’oscuro e inquieto: e nella tempesta si tacciono, come anche fanno in ciascuno altro timore che provano; e passata quella, tornano fuori cantando e giocolando gli uni cogli altri. Similmente si vede che usano di cantare in sulla mattina allo svegliarsi; a che sono mossi parte dalla letizia che prendono del giorno nuovo, parte da quel piacere che è generalmente a ogni animale sentirsi ristorati dal sonno e rifatti. Anche si rallegrano sommamente delle verzure liete, delle vallette fertili, delle acque pure e lucenti, del paese bello. Nelle quali cose è notabile che quello che pare ameno e leggiadro a noi, quello pare anche a loro; come si può conoscere dagli allettamenti coi quali sono tratti alle reti o alle panie, negli uccellari e paretai. Si può conoscere altresí dalla condizione di quei luoghi alla campagna, nei quali per l’ordinario è piú frequenza di uccelli, e il canto loro assiduo e fervido. Laddove gli altri animali, se non forse quelli che sono dimesticati e usi a vivere cogli uomini, o nessuno o pochi fanno quello stesso giudizio che facciamo noi, dell’amenitá e della vaghezza dei luoghi. E non è da maravigliarsene: perocché non sono dilettati se non solamente dal naturale. Ora in queste cose, una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le cittá e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme, è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura. Dicono alcuni, e farebbe a questo proposito, che la voce degli uccelli è piú gentile e piú dolce, e il canto piú modulato, nelle parti nostre, che in quelle dove gli uomini sono selvaggi e rozzi; e conchiudono che gli uccelli, anco essendo liberi, pigliano alcun poco della civiltá di quegli uomini alle cui stanze sono usati. O che questi dicano il vero o no, certo fu notabile provvedimento della natura l’assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il volo; in guisa che quelli che avevano a ricreare gli altri viventi colla voce, fossero per l’ordinario in luogo alto; donde ella si spandesse all’intorno per maggiore spazio, e pervenisse a maggior numero di uditori. E in guisa che l’aria, la quale si è l’elemento destinato al suono, fosse popolata di creature vocali e musiche. Veramente molto conforto e diletto ci porge, e non meno, per mio parere, agli altri animali che agli uomini, l’udire il canto degli uccelli. E ciò credo io che nasca principalmente, non dalla soavitá de’ suoni, quanta che ella si sia, né dalla loro varietá, né dalla convenienza scambievole; ma da quella significazione di allegrezza che è contenuta per natura sì nel canto in genere, e sì nel canto degli uccelli in ispecie. Il quale è, come a dire, un riso, che l’uccello fa, quando egli si sente star bene e piacevolmente. Onde si potrebbe dire in qualche modo, che gli uccelli partecipano del privilegio che ha l’uomo di ridere, il quale non hanno gli altri animali; e perciò pensarono alcuni che siccome l’uomo è definito per animale intellettivo o razionale, potesse non meno sufficientemente essere definito per animale risibile; parendo loro che il riso non fosse meno proprio e particolare all’uomo che la ragione. Cosa certamente mirabile è questa che nell’uomo, il quale infra tutte le creature è la piú travagliata e misera, si trovi la facoltá del riso, aliena da ogni altro animale. Mirabile ancora si è l’uso che noi facciamo di questa facoltá: poiché si veggono molti in qualche fierissimo accidente, altri in grande tristezza d’animo, altri che quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanitá di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, e privi di ogni speranza, nondimeno ridere. Anzi, quanto conoscono meglio la vanitá dei predetti beni, e l’infelicitá della vita; e quanto meno sperano, e meno eziandio sono atti a godere, tanto maggiormente sogliono i particolari uomini essere inclinati al riso. La natura del quale generalmente, e gl’intimi princìpi e modi, in quanto si è a quella parte che consiste nell’animo, appena si potrebbero definire e spiegare; se non se forse dicendo che il riso è specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento e delirio. Perciocché gli uomini non essendo mai soddisfatti né mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono aver causa di riso che sia ragionevole e giusta. Eziandio sarebbe curioso a cercare donde, e in quale occasione piú verisimilmente, l’uomo fosse recato la prima volta a usare e a conoscere questa sua potenza. Imperocché non è dubbio che esso nello stato primitivo e selvaggio, si dimostra per lo piú serio, come fanno gli altri animali; anzi alla vista malinconico. Onde io sono di opinione che il riso, non solo apparisse al mondo dopo il pianto, della qual cosa non si può fare controversia veruna, ma che penasse un buono spazio di tempo a essere sperimentato e veduto primieramente. Nel qual tempo, né la madre sorridesse al bambino, né questo riconoscesse lei col sorriso, come dice Virgilio. Che se oggi, almeno dove la gente è ridotta a vita civile, incominciano gli uomini a ridere poco dopo nati; fannolo principalmente in virtú dell’esempio, perché veggono altri che ridono. E crederei che la prima occasione e la prima causa di ridere, fosse stata agli uomini la ubbriachezza; altro effetto proprio e particolare al genere umano. Questa ebbe origine lungo tempo innanzi che gli uomini fossero venuti ad alcuna specie di civiltá; poiché sappiamo che quasi non si ritrova popolo cosí rozzo, che non abbia provveduto di qualche bevanda o di qualche altro modo da inebbriarsi, e non lo soglia usare cupidamente. Delle quali cose non è da maravigliare; considerando che gli uomini, come sono infelicissimi sopra tutti gli altri animali, eziandio sono dilettati piú che qualunque altro, da ogni non travagliosa alienazione di mente, dalla dimenticanza di se medesimi, dalla intermissione, per cosí dire, della vita; donde, o interrompendosi o per qualche tempo scemandosi loro il senso e il conoscimento dei propri mali, ricevono non piccolo benefizio. E in quanto al riso, vedesi che i selvaggi, quantunque di aspetti seri e tristi negli altri tempi, pure nella ubbriachezza ridono profusamente; favellando ancora molto e cantando, contro al loro usato. Ma di queste cose tratterò piú distesamente in una storia del riso, che ho in animo di fare: nella quale, cercato che avrò del nascimento di quello, seguiterò narrando i suoi fatti e i suoi casi e le sue fortune, da indi in poi, fino a questo tempo presente; nel quale egli si trova essere in dignitá e stato maggiore che fosse mai; tenendo nelle nazioni civili un luogo, e facendo ufficio, coi quali esso supplisce per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtú, dalla giustizia, dall’onore e simili; e in molte cose raffrenando e spaventando gli uomini dalle male opere. Ora conchiudendo del canto degli uccelli, dico, che imperocché la letizia veduta o conosciuta in altri, della quale non si abbia invidia, suole confortare e rallegrare; però molto lodevolmente la natura provvide che il canto degli uccelli, il quale è dimostrazione di allegrezza, e specie di riso, fosse pubblico; dove che il canto e il riso degli uomini, per rispetto al rimanente del mondo, sono privati: e sapientemente operò che la terra e l’aria fossero sparse di animali che tutto dí, mettendo voci di gioia risonanti e solenni, quasi applaudissero alla vita universale, e incitassero gli altri viventi ad allegrezza, facendo continue testimonianze, ancorché false, della felicitá delle cose. E che gli uccelli sieno e si mostrino lieti piú che gli altri animali, non è senza ragione grande. Perché veramente, come ho accennato a principio, sono di natura meglio accomodati a godere e ad essere felici. Primieramente non pare che sieno sottoposti alla noia. Cangiano luogo a ogni tratto; passano da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall’infima alla somma parte dell’aria, in poco spazio di tempo, e con facilitá mirabile; veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime; esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita estrinseca. Tutti gli altri animali, provveduto che hanno ai loro bisogni, amano di starsene quieti e oziosi; nessuno, se giá non fossero i pesci, ed eccettuati pure alquanti degl’insetti volatili, va lungamente scorrendo per solo diporto. Cosí l’uomo silvestre, eccetto per supplire di giorno in giorno alle sue necessitá, le quali ricercano piccola e breve opera; ovvero se la tempesta, o alcuna fiera, o altra sí fatta cagione non lo caccia; appena è solito di muovere un passo; ama principalmente l’ozio e la negligenza; consuma poco meno che i giorni intieri sedendo neghittosamente in silenzio nella sua capannetta informe, o all’aperto, o nelle rotture e caverne delle rupi e dei sassi. Gli uccelli per lo contrario, pochissimo soprastanno in un medesimo luogo: vanno e vengono di continuo senza necessitá veruna; usano il volare per sollazzo; e talvolta, andati a diporto piú centinaia di miglia dal paese dove sogliono praticare, il dí medesimo in sul vespro vi si riducono. Anche nel piccolo tempo che soprasseggono in un luogo, tu non li vedi stare mai fermi della persona; sempre si volgono qua e lá, sempre si aggirano, si piegano, si protendono, si crollano, si dimenano; con quella vispezza, quell’agilitá, quella prestezza di moti indicibile. In somma, da poi che l’uccello è schiuso dall’uovo, insino a quando muore, salvo gl’intervalli del sonno, non si posa un momento di tempo. Per le quali considerazioni, parrebbe si potesse affermare che naturalmente lo stato ordinario degli altri animali, compresovi ancora gli uomini, si è la quiete; degli uccelli, il moto. A queste loro qualitá e condizioni esteriori corrispondono le intrinseche, cioè dell’animo; per le quali medesimamente sono meglio atti alla felicitá che gli altri animali. Avendo l’udito acutissimo, e la vista efficace e perfetta in modo che l’animo nostro a fatica se ne può fare una immagine proporzionata; per la qual potenza godono tutto giorno immensi spettacoli e variatissimi, e dall’alto scuoprono, a un tempo solo, tanto spazio di terra, e distintamente scorgono tanti paesi coll’occhio, quanti, pur colla mente, appena si possono comprendere dall’uomo in un tratto; s’inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacitá, e un grandissimo uso d’immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso; la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e piú fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. Di modo che gli uccelli hanno di questa facoltá, in copia grande, il buono, e l’utile alla gioconditá dell’animo, senza però partecipare del nocivo e penoso. E siccome abbondano della vita estrinseca, parimente sono ricchi della interiore; ma in guisa che tale abbondanza risulta in loro benefizio e diletto, come nei fanciulli, non in danno e miseria insigne, come per lo piú negli uomini. Perocché nel modo che l’uccello quanto alla vispezza e alla mobilitá di fuori, ha col fanciullo una manifesta similitudine; cosí nelle qualitá dell’animo dentro, ragionevolmente è da credere che lo somigli. I beni della quale etá se fossero comuni alle altre, e i mali non maggiori in queste che in quella; forse l’uomo avrebbe cagione di portare la vita pazientemente. A parer mio, la natura degli uccelli, se noi la consideriamo in certi modi, avanza di perfezione quelle degli altri animali. Per maniera di esempio, se consideriamo che l’uccello vince di gran lunga tutti gli altri nella facoltá del vedere e dell’udire, che secondo l’ordine naturale appartenente al genere delle creature animate, sono i sentimenti principali; in questo modo seguita che la natura dell’uccello sia cosa piú perfetta che sieno le altre nature di detto genere. Ancora, essendo gli altri animali, come è scritto di sopra, inclinati naturalmente alla quiete, e gli uccelli al moto; e il moto essendo cosa piú viva che la quiete, anzi consistendo la vita nel moto, e gli uccelli abbondando di movimento esteriore piú che veruno altro animale; e oltre di ciò, la vista e l’udito, dove essi eccedono tutti gli altri, e che maggioreggiano tra le loro potenze, essendo i due sensi piú particolari ai viventi, come anche piú vivi e piú mobili, tanto in se medesimi, quanto negli abiti e altri effetti che da loro si producono nell’animale dentro e fuori: e finalmente stando le altre cose dette dinanzi; conchiudesi che l’uccello ha maggior copia di vita esteriore e interiore che non hanno gli altri animali. Ora, se la vita è cosa piú perfetta che il suo contrario, almeno nelle creature viventi; e se perciò la maggior copia di vita è maggiore perfezione; anche per questo modo seguita che la natura degli uccelli sia piú perfetta. Al qual proposito non è da passare in silenzio che gli uccelli sono parimente acconci a sopportare gli estremi del freddo e del caldo, anche senza intervallo di tempo tra l’uno e l’altro: poiché veggiamo spesse volte che da terra, in poco piú che un attimo, si levano su per l’aria insino a qualche parte altissima, che è come dire a un luogo smisuratamente freddo; e molti di loro, in breve tempo, trascorrono volando diversi climi. In fine, siccome Anacreonte desiderava potersi trasformare in ispecchio per esser mirato continuamente da quella che egli amava, o in gonnellino per coprirla, o in unguento per ungerla, o in acqua per lavarla, o in fascia, che ella se lo stringesse al seno, o in perla da portare al collo, o in calzare, che almeno ella lo premesse col piede; similmente io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita. Cantico del Gallo silvestre Affermano alcuni maestri e scrittori ebrei che tra il cielo e la terra, o vogliamo dire mezzo nell’uno e mezzo nell’altra, vive un certo gallo salvatico; il quale sta in su la terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo. Questo gallo gigante, oltre a varie particolaritá che di lui si possono leggere negli autori predetti, ha uso di ragione; o certo, come un pappagallo, è stato ammaestrato, non so da chi, a profferir parole a guisa degli uomini: perocché si è trovato in una cartapecora antica, scritto in lettera ebraica, e in lingua tra caldea, targumica, rabbinica, cabalistica e talmudica, un cantico intitolato Scir detarnegòl bara letzafra, cioè «Cantico mattutino del gallo silvestre»: il quale, non senza fatica grande, né senza interrogare piú d’un rabbino, cabalista, teologo, giurisconsulto e filosofo ebreo, sono venuto a capo d’intendere, e di ridurre in volgare come qui appresso si vede. Non ho potuto per ancora ritrarre se questo cantico si ripeta dal gallo di tempo in tempo, ovvero tutte le mattine; o fosse cantato una volta sola; e chi l’oda cantare, o chi l’abbia udito; e se la detta lingua sia proprio la lingua del gallo, o che il cantico vi fosse recato da qualche altra. Quanto si è al volgarizzamento infrascritto, per farlo piú fedele che si potesse (del che mi sono anche sforzato in ogni altro modo), mi è paruto di usare la prosa piuttosto che il verso, se bene in cosa poetica. Lo stile interrotto, e forse qualche volta gonfio, non mi dovrá essere imputato; essendo conforme a quello del testo originale, il qual testo corrisponde in questa parte all’uso delle lingue, e massime dei poeti, d’oriente. Su, mortali, destatevi. Il dí rinasce: torna la veritá in sulla terra, e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero. Ciascuno in questo tempo raccoglie e ricorre coll’animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama alla memoria i disegni, gli studi e i negozi; si propone i diletti e gli affanni che gli sieno per intervenire nello spazio del giorno nuovo. E ciascuno in questo tempo è piú desideroso che mai di ritrovar pure nella sua mente aspettative gioconde, e pensieri dolci. Ma pochi sono soddisfatti di questo desiderio; a tutti il risvegliarsi è danno. Il misero non è prima desto, che egli ritorna nelle mani dell’infelicitá sua. Dolcissima cosa è quel sonno, a conciliare il quale concorse o letizia o speranza. L’una e l’altra, insino alla vigilia del dí seguente, conservasi intera e salva; ma in questa, o manca o declina. Se il sonno dei mortali fosse perpetuo, ed una cosa medesima colla vita; se sotto l’astro diurno, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, né strepito di fiere per le foreste, né canto di uccelli per l’aria, né sussurro d’api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna banda; certo l’universo sarebbe inutile; ma forse che vi si troverebbe o copia minore di felicitá, o piú di miseria, che oggi non vi si trova? Io dimando a te, o sole, autore del giorno e preside della vigilia: nello spazio dei secoli, da te distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu alcuna volta un solo infra i viventi essere beato? Delle opere innumerabili dei mortali da te vedute finora, pensi tu che pur una ottenesse l’intento suo, che fu la soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? Anzi vedi tu dí presente o vedesti mai la felicitá dentro ai confini del mondo? in qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustrano e scaldano? Forse si nasconde al tuo cospetto, e siede nell’imo delle spelonche, o nel profondo della terra o del mare? Qual cosa animata ne partecipa; qual pianta o che altro che tu vivifichi; qual creatura provveduta o sfornita di virtú vegetative o animali? E tu medesimo, tu che quasi un gigante instancabile, velocemente, dí e notte, senza sonno né requie, corri lo smisurato cammino che ti è prescritto; sei tu beato o infelice? Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verrá tempo che niuna forza di fuori, niuno intrinseco movimento, vi riscoterá dalla quiete del sonno; ma in quella sempre e insaziabilmente riposerete. Per ora non vi è concessa la morte: solo di tratto in tratto vi è consentita per qualche spazio di tempo una somiglianza di quella. Perocché la vita non si potrebbe conservare se ella non fosse interrotta frequentemente. Troppo lungo difetto di questo sonno breve e caduco, è male per sé mortifero, e cagione di sonno eterno. Tal cosa è la vita che, a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte. Pare che l’essere delle cose abbia per suo proprio ed unico obbietto il morire. Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono. Certo l’ultima causa dell’essere non è la felicitá; perocché niuna cosa è felice. Vero è che le creature animate si propongono questo fine in ciascuna opera loro; ma da niuna l’ottengono; e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non si affaticano, se non per giungere a questo solo intento della natura, che è la morte. A ogni modo, il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il piú comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e lieti; ma quasi tutti se ne producono e formano di presente: perocché gli animi in quell’ora, eziandio senza materia alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tutto alla gioconditá, o sono disposti piú che negli altri tempi alla pazienza dei mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato dalla disperazione; destandosi, accetta novamente nell’animo la speranza, quantunque ella in niun modo se gli convenga. Molti infortuni e travagli propri, molte cause di timore e di affanno, paiono in quel tempo minori assai che non parvero la sera innanzi. Spesso ancora, le angosce del dí passato sono volte in dispregio, e quasi per poco in riso, come effetto di errori, e d’immaginazioni vane. La sera è comparabile alla vecchiaia; per lo contrario, il principio del mattino somiglia alla giovinezza: questo per lo piú racconsolato e confidente; la sera trista, scoraggiata e inchinevole a sperar male. Ma come la gioventú della vita intera, cosí quella che i mortali provano in ciascun giorno, è brevissima e fuggitiva; e prestamente anche il dí si riduce per loro in etá provetta. Il fior degli anni, se bene è il meglio della vita, è cosa pur misera. Non per tanto, anche questo povero bene manca in sí piccolo tempo, che quando il vivente a piú segni si avvede della declinazione del proprio essere, appena ne ha sperimentato la perfezione, né potuto sentire e conoscere pienamente le sue proprie forze, che giá scemano. In qualunque genere di creature mortali, la massima parte del vivere è un appassire. Tanto in ogni opera sua la natura è intenta e indirizzata alla morte: poiché non per altra cagione la vecchiezza prevale sí manifestamente, e di sí gran lunga, nella vita e nel mondo. Ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celeritá mirabile. Solo l’universo medesimo apparisce immune dallo scadere e languire: perocché, se nell’autunno e nel verno si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova ringiovanisce. Ma siccome i mortali, se bene in sul primo tempo di ciascun giorno riacquistano alcuna parte di giovanezza, pure invecchiano tutto dí, e finalmente si estinguono; cosí l’universo, benché nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno continuamente invecchia. Tempo verrá che esso universo, e la natura medesima, sará spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre etá, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamitá delle cose create, non rimarrá pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empiranno lo spazio immenso. Cosí questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerá e perderassi. Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco preambolo. Questo frammento, che io per passatempo ho recato dal greco in volgare, è tratto da un codice a penna che trovavasi alcuni anni sono, e forse ancora si trova, nella libreria dei monaci del monte Athos. Lo intitolo Frammento apocrifo perché, come ognuno può vedere, le cose che si leggono nel capitolo della fine del mondo, non possono essere scritte se non poco tempo addietro; laddove Stratone da Lampsaco, filosofo peripatetico, detto il fisico, visse da trecento anni avanti l’èra cristiana. È ben vero che il capitolo della origine del mondo concorda a un di presso con quel poco che abbiamo delle opinioni di quel filosofo negli scrittori antichi. E però si potrebbe credere che il primo capitolo, anzi forse ancora il principio dell’altro, sieno veramente di Stratone; il resto vi sia stato aggiunto da qualche dotto greco non prima del secolo passato. Giudichino gli eruditi lettori. della origine del mondo. Le cose materiali, siccome elle periscono tutte ed hanno fine, cosí tutte ebbero incominciamento. Ma la materia stessa niuno incominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza ab eterno. Imperocché se dal vedere che le cose materiali crescono e diminuiscono e all’ultimo si dissolvono, conchiudesi che elle non sono per sé, né ab eterno, ma incominciate e prodotte; per lo contrario, quello che mai non cresce né scema e mai non perisce, si dovrá giudicare che mai non cominciasse e che non provenga da causa alcuna. E certamente in niun modo si potrebbe provare che delle due argomentazioni, se questa fosse falsa, quella fosse pur vera. Ma poiché noi siamo certi quella esser vera, il medesimo abbiamo a concedere anco dell’altra. Ora noi veggiamo che la materia non si accresce mai di una eziandio menoma quantitá, niuna anco menoma parte della materia si perde, in guisa che essa materia non è sottoposta a perire. Per tanto i diversi modi di essere della materia, i quali si veggono in quelle che noi chiamiamo creature materiali, sono caduchi e passeggeri; ma niun segno di caducitá né di mortalitá si scopre nella materia universalmente, e però niun segno che ella sia cominciata, né che ad essere le bisognasse o pure le bisogni alcuna causa o forza fuori di sé. Il mondo, cioè l’essere della materia in un cotal modo, è cosa incominciata e caduca. Ora diremo della origine del mondo. La materia in universale, siccome in particolare le piante e le creature animate, ha in sé per natura una o piú forze sue proprie, che l’agitano e muovono in diversissime guise continuamente. Le quali forze noi possiamo congetturare ed anco denominare dai loro effetti, ma non conoscere in sé, né scoprir la natura loro. Né anche possiamo sapere se quegli effetti che da noi si riferiscono a una stessa forza, procedano veramente da una o da piú, e se per contrario quelle forze che noi significhiamo con diversi nomi, sieno veramente diverse forze, o pure una stessa. Siccome tutto dí nell’uomo con diversi vocaboli si dinota un sola passione o forza: per modo di esempio, l’ambizione, l’amor del piacere e simili, da ciascuna delle quali fonti derivano effetti talora semplicemente diversi, talora eziandio contrari a quei delle altre, sono in fatti una medesima passione, cioè l’amor di se stesso, il quale opera in diversi casi diversamente. Queste forze adunque, o si debba dire questa forza della materia, movendola, come abbiamo detto, ed agitandola di continuo, forma di essa materia innumerabili creature, cioè la modifica in variatissime guise. Le quali creature, comprendendole tutte insieme, e considerandole siccome distribuite in certi generi e certe specie, e congiunte tra sé con certi tali ordini e certe tali relazioni che provengono dalla loro natura, si chiamano mondo. Ma imperciocché la detta forza non resta mai di operare e di modificar la materia, però quelle creature che essa continuamente forma, essa altresí le distrugge, formando della materia loro nuove creature. Insino a tanto che distruggendosi le creature individue, i generi nondimeno e le specie delle medesime si mantengono, o tutte o le piú, e che gli ordini e le relazioni naturali delle cose non si cangiano o in tutto o nella piú parte, si dice durare ancora quel cotal mondo. Ma infiniti mondi, nello spazio infinito della eternitá, essendo durati piú o men tempo, finalmente sono venuti meno, perdutisi per li continui rivolgimenti della materia, cagionati dalla predetta forza, quei generi e quelle specie onde essi mondi si componevano, e mancate quelle relazioni e quegli ordini che li governavano. Né perciò la materia è venuta meno in qual si sia particella, ma solo sono mancati que’ suoi tali modi di essere, succedendo immantinente a ciascuno di loro un altro modo, cioè un altro mondo, di mano in mano. della fine del mondo. Questo mondo presente, del quale gli uomini sono parte, cioè a dire l’una della specie delle quali esso è composto, quanto tempo sia durato fin qui, non si può facilmente dire, come né anche si può conoscere quanto tempo esso sia per durare da questo innanzi. Gli ordini che lo reggono paiono immutabili, e tali sono creduti, perciocché essi non si mutano se non che a poco a poco e con lunghezza incomprensibile di tempo, per modo che le mutazioni loro non cadono appena sotto il conoscimento, non che sotto i sensi dell’uomo. La quale lunghezza di tempo, quanta che ella si sia, è ciò non ostante menoma per rispetto alla durazione eterna della materia. Vedesi in questo presente mondo un continuo perire degl’individui ed un continuo trasformarsi delle cose da una in altra; ma perciocché la distruzione è compensata continuamente dalla produzione, e i generi si conservano, stimasi che esso mondo non abbia né sia per avere in sé alcuna causa per la quale debba né possa perire, e che non dimostri alcun segno di caducitá. Nondimeno si può pur conoscere il contrario, e ciò da piú d’un indizio, ma tra gli altri da questo. Sappiamo che la terra, a cagione del suo perpetuo rivolgersi intorno al proprio asse, fuggendo dal centro le parti d’intorno all’equatore, e però spingendosi verso il centro quelle dintorno ai poli, è cangiata di figura e continuamente cangiasi, divenendo intorno all’equatore ogni dí piú ricolma, e per lo contrario intorno ai poli sempre piú deprimendosi. Or dunque da ciò debbe avvenire che in capo di certo tempo, la quantitá del quale, avvengaché sia misurabile in sé, non può essere conosciuta dagli uomini, la terra si appiani di qua e di lá dall’equatore per modo, che perduta al tutto la figura globosa, si riduca in forma di una tavola sottile ritonda. Questa ruota aggirandosi pur di continuo dattorno al suo centro, attenuata tuttavia piú e dilatata, a lungo andare, fuggendo dal centro tutte le sue parti, riuscirá traforata nel mezzo. Il qual fòro ampliandosi a cerchio di giorno in giorno, la terra ridotta per cotal modo a figura di uno anello, ultimamente andrá in pezzi; i quali usciti della presente orbita della terra, e perduto il movimento circolare, precipiteranno nel sole o forse in qualche pianeta. Potrebbesi per avventura in confermazione di questo discorso addurre un esempio; io voglio dire dell’anello di Saturno, della natura del quale non si accordano tra loro i fisici. E quantunque nuova e inaudita, forse non sarebbe per ciò inverisimile congettura il presumere che il detto anello fosse da principio uno dei pianeti minori destinati alla sequela di Saturno; indi appianato e poscia traforato nel mezzo, per cagioni conformi a quelle che abbiamo dette della terra, ma piú presto assai, per essere di materia forse piú rara e piú molle, cadesse dalla sua orbita nel pianeta di Saturno, dal quale colla virtú attrattiva della sua massa e del suo centro, sia ritenuto, siccome lo veggiamo essere veramente, dintorno a esso centro. E si potrebbe credere che questo anello, continuando ancora a rivolgersi, come pur fa, intorno al suo mezzo, che è medesimamente quello del globo di Saturno, sempre piú si assottigli e dilati, e sempre si accresca quell’intervallo che è tra esso e il predetto globo, quantunque ciò accada troppo piú lentamente di quello che si richiederebbe a voler che tali mutazioni fossero potute notare e conoscere dagli uomini, massime cosí distanti. Queste cose, o seriamente o da scherzo, sieno dette circa all’anello di Saturno. Ora quel cangiamento che noi sappiamo essere intervenuto e intervenire ogni giorno alla figura della terra, non è dubbio alcuno che per le medesime cause non intervenga somigliantemente a quella di ciascun pianeta, comeché negli altri pianeti esso non ci sia cosí manifesto agli occhi come egli ci è pure in quello di Giove. Né solo a quelli che a similitudine della terra si aggirano intorno al sole, ma il medesimo senza alcun fallo interviene ancora a quei pianeti che ogni ragion vuole che si credano essere intorno a ciascuna stella. Per tanto in quel modo che si è divisato della terra, tutti i pianeti in capo di certo tempo, ridotti per se medesimi in pezzi, hanno a precipitare gli uni nel sole, gli altri nelle stelle loro. Nelle quali fiamme manifesto è che non pure alquanti o molti individui, ma universalmente quei generi e quelle specie, che ora si contengono nella terra e nei pianeti, saranno distrutte insino, per dir cosí, dalla stirpe. E questo per avventura, o alcuna cosa a ciò somigliante, ebbero nell’animo quei filosofi, cosí greci come barbari, i quali affermarono dovere alla fine questo presente mondo perire di fuoco. Ma perciocché noi veggiamo che anche il sole si ruota dintorno al proprio asse, e quindi il medesimo si dée credere delle stelle, segue che l’uno e le altre in corso di tempo debbano non meno che i pianeti venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio. In tal guisa adunque il moto circolare delle sfere mondane, il quale è principalissima parte dei presenti ordini naturali, e quasi principio e fonte della conservazione di questo universo, sará causa altresí della distruzione di esso universo, e dei detti ordini. Venuti meno i pianeti, la terra, il sole e le stelle, ma non la materia loro, si formeranno di questa nuove creature, distinte in nuovi generi e nuove specie, nasceranno per le forze eterne della materia nuovi ordini delle cose ed un nuovo mondo. Ma le qualitá di questo e di quelli, siccome eziandio degl’innumerabili che giá furono e degli altri infiniti che poi saranno, non possiamo noi né pur solamente congetturare. Dialogo di Timandro e di Eleandro Timandro. Io ve lo voglio anzi debbo pur dire liberamente. La sostanza e l’intenzione del vostro scrivere e del vostro parlare, mi paiono molto biasimevoli. Eleandro. Quando non vi paia tale anche l’operare, io non mi dolgo poi tanto; perché le parole e gli scritti importano poco. Timandro. Nell’operare, non trovo di che riprendervi. So che non fate bene agli altri per non potere, e veggo che non fate male per non volere. Ma nelle parole e negli scritti, vi credo molto riprensibile; e non vi concedo che oggi queste cose importino poco; perché la nostra vita presente non consiste, si può dire, in altro. Lasciamo le parole per ora, e diciamo degli scritti. Quel continuo biasimare e derider che fate la specie umana, primieramente è fuori di moda. Eleandro. Anche il mio cervello è fuori di moda. E non è nuovo che i figliuoli vengano simili al padre. Timandro. Né anche sará nuovo che i vostri libri, come ogni cosa contraria all’uso corrente, abbiano cattiva fortuna. Eleandro. Poco male. Non per questo andranno cercando pane in sugli usci. Timandro. Quaranta o cinquant’anni addietro, i filosofi solevano mormorare della specie umana; ma in questo secolo fanno tutto al contrario. Eleandro. Credete voi che quaranta o cinquant’anni addietro, i filosofi, mormorando degli uomini, dicessero il falso o il vero? Timandro. Piuttosto e piú spesso il vero che il falso. Eleandro. Credete che, in questi quaranta o cinquant’anni, la specie umana sia mutata in contrario da quella che era prima? Timandro. Non credo; ma cotesto non monta nulla al nostro proposito. Eleandro. Perché non monta? Forse è cresciuta di potenza, o salita di grado; che gli scrittori d’oggi sieno costretti di adularla, o tenuti di riverirla? Timandro. Cotesti sono scherzi in argomento grave. Eleandro. Dunque tornando sul sodo, io non ignoro che gli uomini di questo secolo, facendo male ai loro simili secondo la moda antica, si sono pur messi a dirne bene, al contrario del secolo precedente. Ma io, che non fo male a simili né a dissimili, non credo essere obbligato a dir bene degli altri contro coscienza. Timandro. Voi siete pure obbligato come tutti gli altri uomini, a procurar di giovare alla vostra specie. Eleandro. Se la mia specie procura di fare il contrario a me, non veggo come mi corra cotesto obbligo che voi dite. Ma ponghiamo che mi corra. Che debbo io fare, se non posso? Timandro. Non potete, e pochi altri possono, coi fatti. Ma cogli scritti, ben potete giovare, e dovete. E non si giova coi libri che mordono continuamente l’uomo in generale; anzi si nuoce assaissimo. Eleandro. Consento che non si giovi, e stimo che non si noccia. Ma credete voi che i libri possano giovare alla specie umana? Timandro. Non solo io, ma tutto il mondo lo crede. Eleandro. Che libri? Timandro. Di piú generi; ma specialmente del morale. Eleandro. Questo non è creduto da tutto il mondo; perché io, fra gli altri, non lo credo; come rispose una donna a Socrate. Se alcun libro morale potesse giovare, io penso che gioverebbero massimamente i poetici: dico poetici, prendendo questo vocabolo largamente; cioè libri destinati a muovere la immaginazione; e intendo non meno di prose che di versi. Ora io fo poca stima di quella poesia che, letta e meditata, non lascia al lettore nell’animo un tal sentimento nobile, che per mezz’ora, gl’impedisca di ammettere un pensier vile, e di fare un’azione indegna. Ma se il lettore manca di fede al suo principale amico un’ora dopo la lettura, io non disprezzo perciò quella tal poesia: perché altrimenti mi converrebbe disprezzare le piú belle, piú calde e piú nobili poesie del mondo. Ed escludo poi da questo discorso i lettori che vivono in cittá grandi: i quali, in caso ancora che leggano attentamente, non possono essere giovati anche per mezz’ora, né molto dilettati né mossi, da alcuna sorta di poesia. Timandro. Voi parlate, al solito vostro, malignamente, e in modo che date ad intendere di essere per l’ordinario molto male accolto e trattato dagli altri; perché questa il piú delle volte è la causa del mal animo e del disprezzo che certi fanno professione di avere alla propria specie. Eleandro. Veramente io non dico che gli uomini mi abbiano usato ed usino molto buon trattamento: massime che dicendo questo, io mi spaccerei per esempio unico. Né anche mi hanno fatto però gran male: perché non desiderando niente da loro, né in concorrenza con loro, io non mi sono esposto alle loro offese piú che tanto. Ben vi dico e vi accerto che, siccome io conosco e veggo apertissimamente di non saper fare una menoma parte di quello che si richiede a rendersi grato alle persone, e di essere quanto si possa mai dire inetto a conversare cogli altri, anzi alla stessa vita; per colpa o della mia natura o mia propria; però se gli uomini mi trattassero meglio di quello che fanno, io gli stimerei meno di quel che gli stimo. Timandro. Dunque tanto piú siete condannabile: perché l’odio, e la volontá di fare, per dir cosí, una vendetta degli uomini, essendone stato offeso a torto, avrebbe qualche scusa. Ma l’odio vostro, secondo che voi dite, non ha causa alcuna particolare; se non forse un’ambizione insolita e misera di acquistar fama dalla misantropia, come Timone: desiderio abbominevole in sé, alieno poi specialmente da questo secolo, dedito sopra tutto alla filantropia. Eleandro. Dell’ambizione non accade che io vi risponda: perché ho giá detto che non desidero niente dagli uomini; e se questo non vi par credibile, benché sia vero, almeno dovete credere che l’ambizione non mi muova a scriver cose che oggi, come voi stesso affermate, partoriscono vituperio e non lode a chi le scrive. Dall’odio poi verso tutta la nostra specie, sono cosí lontano, che non solamente non voglio, ma non posso anche odiare quelli che mi offendono particolarmente; anzi sono del tutto inabile e impenetrabile all’odio. Il che non è piccola parte della mia tanta inettitudine a praticare nel mondo. Ma io non me ne posso emendare: perché sempre penso che comunemente, chiunque si persuade, con far dispiacere o danno a chicchessia, far comodo o piacere a sé proprio, s’induce ad offendere; non per far male ad altri (che questo non è propriamente il fine di nessun atto o pensiero possibile), ma per far bene a sé; il qual desiderio è naturale, e non merita odio. Oltre che ad ogni vizio o colpa che io veggo in altrui, prima di sdegnarmene, mi volgo a esaminare me stesso, presupponendo in me i casi antecedenti e le circostanze convenevoli a quel proposito; e trovandomi sempre o macchiato o capace degli stessi difetti, non mi basta l’animo d’irritarmene. Riserbo sempre l’adirarmi a quella volta che io vegga una malvagitá che non possa aver luogo nella natura mia: ma fin qui non ne ho potuto vedere. Finalmente il concetto della vanitá delle cose umane, mi riempie continuamente l’animo in modo che non mi risolvo a mettermi per nessuna di loro in battaglia; e l’ira e l’odio mi paiono passioni molto maggiori e piú forti, che non è conveniente alla tenuitá della vita. Dall’animo di Timone al mio, vedete che diversitá ci corre. Timone, odiando e fuggendo tutti gli altri, amava e accarezzava solo Alcibiade, come causa futura di molti mali alla loro patria comune. Io, senza odiarlo, avrei fuggito piú lui che gli altri, ammoniti i cittadini del pericolo, e confortati a provvedervi. Alcuni dicono che Timone non odiava gli uomini, ma le fiere in sembianza umana. Io non odio né gli uomini né le fiere. Timandro. Ma né anche amate nessuno. Eleandro. Sentite, amico mio. Sono nato ad amare; ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva. Oggi, benché non sono ancora, come vedete, in etá naturalmente fredda, né forse anco tepida; non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorché me stesso, per necessitá di natura; e il meno che mi è possibile. Contuttociò sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimento agli altri. E di questo, per poca notizia che abbiate de’ miei costumi, credo mi possiate essere testimonio. Timandro. Non ve lo nego. Eleandro. Di modo che io non lascio di procurare agli uomini per la mia parte, posponendo ancora il rispetto proprio, quel maggiore, anzi solo bene che sono ridotto a desiderare per me stesso, cioè di non patire. Timandro. Ma confessate voi formalmente, di non amare né anche la nostra specie in comune? Eleandro. Sí, formalmente. Ma come tuttavia, se toccasse a me. farei punire i colpevoli, sebbene io non gli odio; cosí, se potessi, farei qualunque maggior benefizio alla mia specie, ancorché io non l’ami. Timandro. Bene, sia cosí. Ma in fine, se non vi muovono ingiurie ricevute, non odio, non ambizione; che cosa vi muove a usare cotesto modo di scrivere? Eleandro. Diverse cose. Prima, l’intolleranza di ogni simulazione e dissimulazione: alle quali mi piego talvolta nel parlare, ma negli scritti non mai; perché spesso parlo per necessitá, ma non sono mai costretto a scrivere; e quando avessi a dire quel che non penso, non mi darebbe un gran sollazzo a stillarmi il cervello sopra le carte. Tutti i savi si ridono di chi scrive latino al presente, che nessuno parla quella lingua, e pochi la intendono. Io non veggo come non sia parimente ridicolo questo continuo presupporre che si fa scrivendo e parlando, certe qualitá umane che ciascun sa che oramai non si trovano in uomo nato, e certi enti razionali o fantastici, adorati giá lungo tempo addietro, ma ora tenuti internamente per nulla e da chi gli nomina, e da chi gli ode a nominare. Che si usino maschere e travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere conosciuti, non mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l’un l’altro, e conoscendosi ottimamente tra loro, mi riesce una fanciullaggine. Cavinsi le maschere, si rimangano coi loro vestiti; non faranno minori effetti di prima, e staranno piú a loro agio. Perché pur finalmente, questo finger sempre, ancorché inutile, e questo sempre rappresentare una persona diversissima dalla propria, non si può fare senza impaccio e fastidio grande. Se gli uomini dello stato primitivo, solitario e silvestre, fossero passati alla civiltá moderna in un tratto e non per gradi; crediamo noi che si troverebbero nelle lingue i nomi delle cose dette dianzi, non che nelle nazioni l’uso di ripetergli a ogni poco e di farvi mille ragionamenti sopra? In veritá quest’uso mi par come una di quelle cerimonie o pratiche antiche, alienissime dai costumi presenti, le quali contuttociò si mantengono per virtú della consuetudine. Ma io, che non mi posso adattare alle cerimonie, non mi adatto anche a quell’uso; e scrivo in lingua moderna e non dei tempi troiani. In secondo luogo: non tanto io cerco mordere ne’ miei scritti la nostra specie, quanto dolermi del fato. Nessuna cosa credo sia piú manifesta e palpabile che l’infelicitá necessaria di tutti i viventi. Se questa infelicitá non è vera, tutto è falso; e lasciamo pur questo e qualunque altro discorso. Se è vera, perché non mi ha da essere né pur lecito di dolermene apertamente e liberamente, e dire: io patisco? Ma se mi dolessi piangendo (e questa si è la terza causa che mi muove), darei noia non piccola agli altri e a me stesso, senza alcun frutto. Ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto; e procuro di recarne altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure per fermo che il ridere dei nostri mali sia l’unico profitto che se ne possa cavare e l’unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca all’infelicitá umana. Ma non potendovisi riparare, con nessuna forza, nessun’arte, nessuna industria, nessun patto; stimo assai piú degno dell’uomo e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni, che il mettermene a sospirare, lacrimare e stridere insieme con gli altri, o incitandoli a fare altrettanto. In ultimo mi resta a dire che io desidero quanto voi, e quanto qualunque altro, il bene della mia specie in universale; ma non lo spero in nessun modo; non mi so dilettare e pascere di certe buone aspettative, come veggo fare a molti filosofi in questo secolo; e la mia disperazione, per essere intera e continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza, non mi lascia luogo a sogni e immaginazioni liete circa il futuro, né animo d’intraprendere cosa alcuna per veder di ridurle ad effetto. E ben sapete che l’uomo non si dispone a tentare quel che egli sa o crede non dovergli succedere; e quando vi si disponga, opera di mala voglia e con poca forza; e che scrivendo in modo diverso o contrario all’opinione propria, se questa fosse anco falsa, non si fa mai cosa degna di considerazione. Timandro. Ma bisogna ben riformare il giudizio proprio, quando sia diverso dal vero; come è il vostro. Eleandro. Io giudico quanto a me di essere infelice; e in questo so che non m’inganno. Se gli altri non sono, me ne congratulo secoloro con tutta l’anima. Io sono anche sicuro di non liberarmi dall’infelicitá, prima ch’io muoia. Se gli altri hanno diversa speranza di sé me ne rallegro similmente. Timandro. Tutti siamo infelici; e tutti sono stati; e credo non vorrete gloriarvi che questa vostra sentenza sia delle piú nuove. Ma la condizione umana si può migliorare di gran lunga da quel che ella è, come è giá migliorata indicibilmente da quello che fu. Voi mostrate non ricordarvi, o non volervi ricordare, che l’uomo è perfettibile. Eleandro. Perfettibile lo crederò sopra la vostra fede; ma perfetto, che è quel che importa maggiormente, non so quando l’avrò da credere né sopra la fede di chi. Timandro. Non è giunto ancora alla perfezione, perché gli è mancato tempo; ma non si può dubitare che non vi sia per giungere. Eleandro. Né io ne dubito. Questi pochi anni che sono corsi dal principio del mondo al presente, non potevano bastare; e non se ne dée far giudizio dell’indole, del destino e della facoltá dell’uomo: oltre che si sono avute altre faccende per le mani. Ma ora non si attende ad altro che a perfezionare la nostra specie. Timandro. Certo vi si attende con sommo studio in tutto il mondo civile. E considerando la copia e l’efficacia dei mezzi, l’una e l’altra aumentate incredibilmente da poco in qua, si può credere che l’effetto si abbia veramente a conseguire fra piú o men tempo: e questa speranza è di non piccolo giovamento a cagione delle imprese e operazioni utili che ella promuove o partorisce. Però, se fu mai dannoso e riprensibile in alcun tempo, nel presente è dannosissimo e abbominevole l’ostentare cotesta vostra disperazione, e l’inculcare agli uomini la necessitá della loro miseria, la vanitá della vita, l’imbecillitá e piccolezza della loro specie, e la malvagitá della loro natura: il che non può fare altro frutto che prostrarli d’animo; spogliarli della stima di se medesimi, primo fondamento della vita onesta, della utile, della gloriosa; e distòrli dal procurare il proprio bene. Eleandro. Io vorrei che mi dichiaraste precisamente, se vi pare che quello che io credo e dico intorno all’infelicitá degli uomini, sia vero o falso. Timandro. Voi riponete mano alla vostra solita arme; e quando io vi confessí che quello che dite è vero, pensate vincere la questione. Ora io vi rispondo che non ogni veritá è da predicare a tutti, né in ogni tempo. Eleandro. Di grazia, soddisfatemi anche di un’altra domanda. Queste veritá che io dico e non predico, sono nella filosofia, veritá principali, o pure accessorie? Timandro. Io, quanto a me, credo che sieno la sostanza di tutta la filosofia. Eleandro. Dunque s’ingannano grandemente quelli che dicono e predicano che la perfezione dell’uomo consiste nella conoscenza del vero, e tutti i suoi mali provengono dalle opinioni false e dalla ignoranza, e che il genere umano allora finalmente sará felice, quando ciascuno o i piú degli uomini conosceranno il vero, e a norma di quello solo comporranno e governeranno la loro vita. E queste cose le dicono poco meno che tutti i filosofi antichi e moderni. Ecco che a giudizio vostro, quelle veritá che sono la sostanza di tutta la filosofia, si debbono occultare alla maggior parte degli uomini; e credo che facilmente consentireste che debbano essere ignorate o dimenticate da tutti: perché sapute, e ritenute nell’animo, non possono altro che nuocere. Il che è quanto dire che la filosofia si debba estirpare dal mondo. Io non ignoro che l’ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera e perfetta si è che non bisogna filosofare. Dal che s’inferisce che la filosofia, primieramente è inutile, perché a questo effetto di non filosofare, non fa di bisogno esser filosofo; secondariamente è dannosissima, perché quella ultima conclusione non vi s’impara se non alle proprie spese, e imparata che sia, non si può mettere in opera; non essendo in arbitrio degli uomini dimenticare le veritá conosciute, e deponendosi piú facilmente qualunque altro abito che quello di filosofare. In somma la filosofia, sperando e promettendo a principio di medicare i nostri mali, in ultimo si riduce a desiderare invano di rimediare a se stessa. Posto tutto ciò, domando perché si abbia da credere che l’etá presente sia piú prossima e disposta alla perfezione che le passate. Forse per la maggior notizia del vero; la quale si vede essere contrarissima alla felicitá dell’uomo? O forse perché al presente alcuni pochi conoscono che non bisogna filosofare, senza che però abbiano facoltá di astenersene? Ma i primi uomini infatti non filosofarono, e i selvaggi se ne astengono senza fatica. Quali altri mezzi o nuovi, o maggiori che non ebbero gli antenati, abbiamo noi di approssimarci alla perfezione? Timandro. Molti, e di grande utilitá: ma l’esporgli vorrebbe un ragionamento infinito. Eleandro. Lasciamoli da parte per ora: e tornando al fatto mio, dico, che se ne’ miei scritti io ricordo alcune veritá dure e triste, o per isfogo dell’animo, o per consolarmene col riso, e non per altro; io non lascio tuttavia negli stessi libri di deplorare, sconsigliare e riprendere lo studio di quel misero e freddo vero, la cognizione del quale è fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo, iniquitá e disonestá di azioni, o perversitá di costumi: laddove, per lo contrario, lodo ed esalto quelle opinioni, benché false, che generano atti e pensieri nobili, forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben comune o privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che danno pregio alla vita; le illusioni naturali dell’animo; e in fine gli errori antichi, diversi assai dagli errori barbari; i quali solamente, e non quelli, sarebbero dovuti cadere per opera della civiltá moderna e della filosofia. Ma queste, secondo me, trapassando i termini (come è proprio e inevitabile alle cose umane), non molto dopo sollevati da una barbarie, ci hanno precipitati in un’altra, non minore della prima; quantunque nata dalla ragione e dal sapere, e non dall’ignoranza; e però meno efficace e manifesta nel corpo che nello spirito, men gagliarda nelle opere, e per dir cosí, piú riposta ed intrinseca. In ogni modo, io dubito, o inclino piuttosto a credere, che gli errori antichi, quanto sono necessari al buono stato delle nazioni civili, tanto sieno, e ogni dí piú debbano essere, impossibili a rinnovarveli. Circa la perfezione dell’uomo, io vi giuro, che se fosse giá conseguita, avrei scritto almeno un tomo in lode del genere umano. Ma poiché non è toccato a me di vederla, e non aspetto che mi tocchi in mia vita, sono disposto di assegnare per testamento una buona parte della mia roba ad uso che quando il genere umano sará perfetto, se gli faccia e pronuncisi pubblicamente un panegirico tutti gli anni; e anche gli sia rizzato un tempietto all’antica, o una statua, o quello che sará creduto a proposito. Il Copernico l’ora prima e il sole. Ora prima. Buon giorno, Eccellenza. Sole. Sí; anzi buona notte. Ora prima. I cavalli sono in ordine. Sole. Bene. Ora prima. La diana è venuta fuori da un pezzo. Sole. Bene; venga o vada a suo agio. Ora prima. Che intende di dire Vostra Eccellenza? Sole. Intendo che tu mi lasci stare. Ora prima. Ma, Eccellenza, la notte giá è durata tanto, che non può durare piú; e se noi c’indugiassimo, vegga, Eccellenza, che poi non nascesse qualche disordine. Sole. Nasca quello che vuole, che io non mi muovo. Ora prima. Oh, Eccellenza, che è cotesto? Si sentirebbe ella male? Sole. No no, io non mi sento nulla; se non che io non mi voglio muovere: e però tu te ne andrai per le tue faccende. Ora prima. Come debbo io andare se non viene ella, che io sono la prima Ora del giorno? e il giorno come può essere, se Vostra Eccellenza non si degna, come è solita, di uscir fuori? Sole. Se non sarai del giorno, sarai della notte; ovvero le Ore della notte faranno l’uffizio doppio, e tu e le tue compagne starete in ozio. Perché, sai che è? Io sono stanco di questo continuo andare attorno per far lume a quattro animaluzzi, che vivono in su un pugno di fango, tanto piccino, che io, che ho buona vista, non lo arrivo a vedere: e questa notte ho fermato di non volere altra fatica per questo; e che se gli uomini vogliono veder lume, che tengano i loro fuochi accesi, o provveggano in altro modo. Ora prima. E che modo, Eccellenza, vuole ella che ci trovino i poverini? E a dover poi mantenere le loro lucerne, o provvedere tante candele che ardano tutto lo spazio del giorno, sará una spesa eccessiva. Che se fosse giá ritrovato di fare quella certa aria da servire per ardere, e per illuminare le strade, le camere, le botteghe, le cantine e ogni cosa, e il tutto con poco dispendio; allora direi che il caso fosse manco male. Ma il fatto è che ci avranno a passare ancora trecento anni, poco piú o meno, prima che gli uomini ritrovino quel rimedio: e intanto verrá loro manco l’olio e la cera e la pece e il sego; e non avranno piú che ardere. Sole. Andranno a caccia delle lucciole, e di quei vermicciuoli che splendono. Ora prima. E al freddo come provvederanno? che senza quell’aiuto che avevano da Vostra Eccellenza, non basterá il fuoco di tutte le selve a riscaldarli. Oltre che si morranno anco dalla fame: perché la terra non porterá piú i suoi frutti. E cosí, in capo a pochi anni, si perderá il seme di quei poveri animali: che quando saranno andati un pezzo qua e la per la terra, a tastoni, cercando di che vivere e di che riscaldarsi; finalmente, consumata ogni cosa che si possa ingoiare, e spenta l’ultima scintilla di fuoco, se ne morranno tutti al buio, ghiacciati come pezzi di cristallo di roccia. Sole. Che importa cotesto a me? che, sono io la balia del genere umano; o forse il cuoco, che gli abbia da stagionare e da apprestare cibi? E che mi debbo io curare se certa poca quantitá di creaturine invisibili, lontane da me i milioni delle miglia, non veggono, e non possono reggere al freddo, senza la luce mia? E poi, se io debbo anco servir, come dire, di stufa o di focolare a questa famiglia umana, è ragionevole che, volendo la famiglia scaldarsi, venga essa intorno del focolare, e non che il focolare vada dintorno alla casa. Per questo, se alla Terra fa di bisogno della presenza mia, cammini ella e adoprisi per averla: che io per me non ho bisogno di cosa alcuna dalla Terra, perché io cerchi di lei. Ora prima. Vostra Eccellenza vuol dire, se io intendo bene, che quello che per lo passato ha fatto ella, ora faccia la Terra. Sole. Sí: ora, e per l’innanzi sempre. Ora prima. Certo che Vostra Eccellenza ha buona ragione in questo: oltre che ella può fare di sé a suo modo. Ma pure contuttociò, si degni, Eccellenza, di considerare quante cose belle è necessario che sieno mandate a male, volendo stabilire questo nuovo ordine. Il giorno non avrá piú il suo bel carro dorato, co’ suoi bei cavalli, che si lavavano alla marina: e per lasciare le altre particolaritá, noi altre povere Ore non avremo piú luogo in cielo, e di fanciulle celesti diventeremo terrene; se però, come io aspetto, non ci risolveremo piuttosto in fumo. Ma sia di questa parte come si voglia: il punto sará persuadere alla Terra di andare attorno; che ha da essere difficile pure assai: perch’ella non ci è usata; e le dée parere strano di aver poi sempre a correre e affaticarsi tanto, non avendo mai dato un crollo da quel suo luogo insino a ora. E se Vostra Eccellenza adesso, per quel che pare, comincia a porgere un poco di orecchio alla pigrizia, io odo che la Terra non sia mica piú inclinata alla fatica oggi che in altri tempi. Sole. Il bisogno, in questa cosa, la pungerá, e la fará balzare e correre quanto convenga. Ma in ogni modo, qui la via piú spedita e la piú sicura è di trovare un poeta ovvero un filosofo che persuada alla Terra di muoversi, o che quando altrimenti non la possa indurre, la faccia andar via per forza. Perché finalmente il piú di questa faccenda è in mano dei filosofi e dei poeti; anzi essi ci possono quasi il tutto. I poeti sono stati quelli che per l’addietro (perch’io era piú giovane e dava loro orecchio), con quelle belle canzoni, mi hanno fatta fare di buona voglia, come per un diporto, o per un esercizio onorevole, quella sciocchissima fatica di correre alla disperata, cosí grande e grosso come io sono, intorno a un granellino di sabbia. Ma ora che io sono maturo di tempo, e che mi sono voltato alla filosofia, cerco in ogni cosa l’utilitá, e non il bello; e i sentimenti dei poeti, se non mi muovono lo stomaco, mi fanno ridere. Voglio, per fare una cosa, averne buone ragioni, e che sieno di sostanza: e perché io non trovo nessuna ragione di anteporre alla vita oziosa e agiata la vita attiva; la quale non ti potria dar frutto che pagasse il travaglio, anzi solamente il pensiero (non essendoci al mondo un frutto che vaglia due soldi); perciò sono deliberato di lasciare le fatiche e i disagi agli altri e io per la parte mia vivere in casa quieto e senza faccende. Questa mutazione in me, come ti ho detto, oltre a quel che ci ha cooperato l’etá, l’hanno fatta i filosofi; gente che in questi tempi è cominciata a montare in potenza, e monta ogni giorno piú. Sicché, volendo fare adesso che la Terra si muova, e che diasi a correre attorno in vece mia; per una parte veramente sarebbe a proposito un poeta piú che un filosofo: perché i poeti, ora con una fola, ora con un’altra, dando ad intendere che le cose del mondo sieno di valuta e di peso, e che sieno piacevoli e belle molto, e creando mille speranze allegre, spesso invogliano gli altri di faticare; e i filosofi gli svogliano. Ma dall’altra parte, perché i filosofi sono cominciati a stare al di sopra, io dubito che un poeta non sarebbe ascoltato oggi dalla Terra, piú di quello che fossi per ascoltarlo io: o che, quando fosse ascoltato, non farebbe effetto. E però sará il meglio che noi ricorriamo a un filosofo: che se bene i filosofi ordinariamente sono poco atti, e meno inclinati, a muovere altri ad operare; tuttavia può essere che in questo caso cosí estremo, venga loro fatta cosa contraria al loro usato. Eccetto se la Terra non giudicherá che le sia piú espediente di andarsene a perdizione che avere a travagliarsi tanto: che io non direi però che ella avesse il torto: basta, noi vedremo quello che succederá. Dunque tu farai una cosa: tu te n’andrai lá in Terra; o pure vi manderai l’una delle tue compagne, quella che tu vorrai, e se ella troverá qualcuno di quei filosofi che stia fuori di casa al fresco, speculando il cielo e le stelle, come ragionevolmente ne dovrá trovare, per la novitá di questa notte cosí lunga; ella senza piú, levatolo su di peso, se lo gitterá in sul dosso; e cosí torni, e me lo rechi insin qua: che io vedrò di disporlo a fare quello che occorre. Hai tu inteso bene? Ora prima. Eccellenza sí. Sará servita. SCENA SECONDA Copernico in sul terrazzo di casa sua, guardando in cielo a levante, per mezzo d’un cannoncello di carta; perchè non erano ancora inventati i cannocchiali. Gran cosa è questa. O che tutti gli oriuoli fallano, o il sole dovrebbe esser levato giá è piú di un’ora: e qui non si vede né pure un barlume in oriente; con tutto che il cielo sia chiaro e terso come uno specchio. Tutte le stelle risplendono come fosse la mezza notte. Vattene ora all’Almagesto o al Sacrobosco, e di’ che ti assegnino la cagione di questo caso, lo ho udito dire piú volte della notte che Giove passò colla moglie d’Anfitrione: e cosí mi ricordo aver letto poco fa in un libro moderno di uno spagnuolo, che i peruviani raccontano che una volta, in antico, fu nel paese loro una notte lunghissima, anzi sterminata; e che alla fine il sole uscí fuori da un certo lago, che chiamano di Titicaca. Ma insino a qui ho pensato che queste tali, non fossero se non ciance; e io l’ho tenuto per fermo, come fanno tutti gli uomini ragionevoli. Ora che io m’avveggo che la ragione e la scienza non rilevano, a dir proprio, un’acca, mi risolvo a credere che queste e simili cose possano esser vere verissime; anzi io sono per andare a tutti i laghi e a tutt’i pantani ch’io potrò; e vedere se io m’abbattessi a pescare il sole. Ma che è questo rombo che io sento, che par come delle ali di uno uccello grande? SCENA TERZA l’ora ultima e copernico. Ora ultima. Copernico, io sono l’Ora ultima. Copernico. L’ora ultima? Bene, qui bisogna adattarsi. Solo, se si può, dammi tanto di spazio, che io possa far testamento, e dare ordine a’ fatti miei, prima di morire. Ora ultima. Che morire? io non sono giá l’ora ultima della vita. Copernico. Oh, che sei tu dunque? l’ultima ora dell’ufficio del breviario? Ora ultima. Credo bene io, che cotesta ti sia piú cara che l’altre, quando tu ti ritrovi in coro. Copernico. Ma come sai tu cotesto, che io sono canonico? E come mi conosci tu? che anche mi hai chiamato dianzi per nome. Ora ultima. Io ho preso informazione dell’esser tuo da certi ch’erano qua sotto, nella strada. In breve, io sono l’ultima ora del giorno. Copernico. Ah, io ho inteso: la prima Ora è malata; e da questo è che il giorno non si vede ancora. Ora ultima. Lasciami dire. Il giorno non è per aver luogo piú, né oggi né domani né poi, se tu non provvedi. Copernico. Buono sarebbe cotesto; che toccasse a me il carico di fare il giorno. Ora ultima. Io ti dirò il come. Ma la prima cosa, è di necessitá che tu venga meco senza indugio a casa del Sole, mio padrone. Tu intenderai ora il resto per via; e parte ti sará detto da Sua Eccellenza, quando noi saremo arrivati. Copernico. Bene sta ogni cosa. Ma il cammino, se però io non m’inganno, dovrebbe esser lungo assai. E come potrò io portare tanta provvisione che mi basti a non morire affamato qualche anno prima di arrivare? Aggiungi che le terre di Sua Eccellenza non credo io che producano di che apparecchiarmi solamente una colazione. Ora ultima. Lascia andare cotesti dubbi. Tu non avrai a star molto in casa del Sole; e il viaggio si fará in un attimo; perché io sono uno spirito, se tu non sai. Copernico. Ma io sono un corpo. Ora ultima. Ben bene: tu non ti hai da impacciare di cotesti discorsi, che tu non sei giá un filosofo metafisico. Vien qua; montami sulle spalle; e lascia fare a me il resto. Copernico. Orsú; ecco fatto. Vediamo a che sa riuscire questa novitá. SCENA QUARTA copernico e il sole. Copernico. Illustrissimo Signore. Sole. Perdona, Copernico, se io non ti fo sedere; perché qua non si usano sedie. Ma noi ci spacceremo tosto. Tu hai giá inteso il negozio dalla mia fante. Io dalla parte mia, per quel che la fanciulla mi riferisce della tua qualitá, trovo che tu sei molto a proposito per l’effetto che si ricerca. Copernico. Signore, io veggo in questo negozio molte difficoltá. Sole. Le difficoltá non debbono spaventare un uomo della tua sorte. Anzi si dice che elle accrescono animo all’animoso. Ma quali sono poi, alla fine, coteste difficoltá? Copernico. Primieramente, per grande che sia la potenza della filosofia, non mi assicuro che ella sia grande tanto, da persuadere la Terra di darsi a correre, in cambio di stare a sedere agiatamente; e darsi ad affaticare, in vece di stare in ozio: massime a questi tempi; che non sono giá i tempi eroici. Sole. E se tu non la potrai persuadere, tu la forzerai. Copernico. Volentieri, illustrissimo, se io fossi un Ercole, o pure almanco un Orlando; e non un canonico di Varnia. Sole. Che fa cotesto al caso? Non si racconta egli di un vostro matematico antico, il quale diceva che se gli fosse dato un luogo fuori del mondo, che stando egli in quello, si fidava di smuovere il cielo e la terra? Or tu non hai a smuovere il cielo; ed ecco che ti trovi in un luogo che è fuor della Terra. Dunque, se tu non sei da meno di quell’antico, non dée mancare che tu non la possa muovere, voglia essa o non voglia. Copernico. Signor mio, cotesto si potrebbe fare; ma ci si richiederebbe una leva; la quale vorrebbe esser tanto lunga, che non solo io, ma vostra signoria illustrissima, quantunque ella sia ricca, non ha però tanto che bastasse a mezza la spesa della materia per farla, e della fattura. Un’altra difficoltá piú grave è questa che io vi dirò adesso; anzi egli è come un groppo di difficoltá. La Terra insino a oggi ha tenuto la prima sede del mondo, che è a dire il mezzo; e (come voi sapete) stando ella immobile, e senza altro affare che guardarsi all’intorno, tutti gli altri globi dell’universo, non meno i piú grandi che i piú piccoli, e cosí gli splendenti come gli oscuri, le sono iti rotolandosi di sopra e di sotto e ai lati continuamente; con una fretta, una faccenda, una furia da sbalordirsi a pensarla. E cosí, dimostrando tutte le cose di essere occupate in servizio suo, pareva che l’universo fosse a somiglianza di una corte; nella quale la Terra sedesse come in un trono; e gli altri globi dintorno, in modo di cortigiani, di guardie, di servitori, attendessero chi ad un ministero e chi a un altro. Sicché, in effetto, la Terra si è creduta sempre di essere imperatrice del mondo: e per veritá, stando cosí le cose come sono state per l’addietro, non si può mica dire che ella discorresse male; anzi io non negherei che quel suo concetto non fosse molto fondato. Che vi dirò poi degli uomini? che riputandoci (come ci riputeremo sempre) piú che primi e piú che principalissimi tra le creature terrestri; ciascheduno di noi, se ben fosse un vestito di cenci e che non avesse un cantuccio di pan duro da rodere, si è tenuto per certo di essere un imperatore: non mica di Costantinopoli o di Germania, ovvero della metá della Terra, come erano gl’imperatori romani, ma un imperatore dell’universo; un imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle visibili e non visibili; e causa finale delle stelle, dei pianeti, di Vostra Signoria illustrissima, e di tutte le cose. Ma ora se noi vogliamo che la Terra si parta da quel suo luogo di mezzo; se facciamo che ella corra, che ella si vòltoli, che ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto, né piú né meno, che si è fatto di qui addietro degli altri globi; in fine, che ella divenga del numero dei pianeti; questo porterá seco che sua maestá terrestre, e le loro maestá umane, dovranno sgomberare il trono, e lasciar l’impero; restandosene però tuttavia co’ loro cenci, e colle loro miserie, che non sono poche. Sole. Che vuol conchiudere in somma con cotesto discorso il mio don Niccola? Forse ha scrupolo di coscienza, che il fatto non sia un crimenlese? Copernico. No, illustrissimo; perché né i codici, né il di gesto, né i libri che trattano del diritto pubblico, né del diritto dell’imperio, né di quel delle genti, o di quello della natura, non fanno menzione di questo crimenlese, che io mi ricordi. Ma voglio dire in sostanza, che il fatto nostro non sará cosí semplicemente materiale, come pare a prima vista che debba essere; e che gli effetti suoi non apparterranno alla física solamente; perché esso sconvolgerá i gradi delle dignitá delle cose, e l’ordine degli enti; scambierá i fini delle creature; e pertanto fará un grandissimo rivolgimento anche nella metafisica, anzi in tutto quel che tocca alla parte speculativa del sapere. E ne risulterá che gli uomini, se pur sapranno o vorranno discorrere sanamente, si troveranno essere tutt’altra roba da quello che sono stati fin qui, o che si hanno immaginato di essere. Sole. Figliuol mio, coteste cose non mi fanno punto paura: che tanto rispetto io porto alla metafisica, quanto alla fisica, e quanto anche all’alchimia, o alla negromantica, se tu vuoi. E gli uomini si contenteranno di essere quello che sono: e se questo non piacerá loro, andranno raziocinando a rovescio, e argomentando in dispetto della evidenza delle cose, come facilissimamente potranno fare; e in questo modo continueranno a tenersi per quel che vorranno, o baroni o duchi o imperatori o altro di piú che si vogliano: che essi ne staranno piú consolati, e a me con questi loro giudizi non daranno un dispiacere al mondo. Copernico. Orsú, lasciamo degli uomini e della Terra. Considerate, illustrissimo, quel ch’è ragionevole che avvenga degli altri pianeti. Che quando vedranno la Terra fare ogni cosa che fanno essi, e divenuta uno di loro, non vorranno piú restarsene cosí lisci, semplici e disadorni, cosí deserti e tristi, come sono stati sempre; e che la Terra sola abbia quei tanti ornamenti: ma vorranno ancora essi i lor fiumi, i lor mari, le loro montagne, le piante, e fra le altre cose i loro animali e abitatori; non vedendo ragione alcuna di dovere essere da meno della Terra in nessuna parte. Ed eccovi un altro rivolgimento grandissimo nel mondo; e una infinitá di famiglie e di popolazioni nuove, che in un momento si vedranno venir su da tutte le bande, come funghi. Sole. E tu le lascerai che vengano: e sieno quante sapranno essere: che la mia luce e il calore basterá per tutte, senza che io cresca la spesa però; e il mondo avrá di che cibarle, vestirle, alloggiarle, trattarle largamente, senza far debito. Copernico. Ma pensi Vostra Signoria illustrissima un poco piú oltre, e vedrá nascere ancora un altro scompiglio. Che le stelle, vedendo che voi vi siete posto a sedere, e non giá su uno sgabello, ma in trono; e che avete dintorno questa bella corte e questo popolo di pianeti; non solo vorranno sedere ancor esse e riposarsi, ma vorranno altresí regnare: e chi ha da regnare, ci hanno a essere i sudditi: però vorranno avere i loro pianeti, come avete voi; ciascuna i suoi propri. I quali pianeti nuovi, converrá che sieno anche abitati e adorni come è la Terra. E qui non vi starò a dire del povero genere umano, divenuto poco piú che nulla giá innanzi, in rispetto a questo mondo solo; a che si ridurrá egli, quando scoppieranno fuori tante migliaia di altri mondi, in maniera che non ci sará una minutissima stelluzza della via lattea, che non abbia il suo. Ma considerando solamente l’interesse vostro, dico che per insino a ora voi siete stato, se non primo nell’universo, certamente secondo, cioè a dire dopo la Terra, e non avete avuto nessuno uguale; atteso che le stelle non si sono ardite di pareggiarvisi: ma in questo nuovo stato dell’universo avrete tanti uguali, quante saranno le stelle coi loro mondi. Sicché guardate che questa mutazione che noi vogliamo fare, non sia con pregiudizio della dignitá vostra. Sole. Non hai tu a memoria quello che disse il vostro Cesare quando egli, andando per le Alpi, si abbatté a passare vicino a quella borgatella di certi poveri barbari: che gli sarebbe piaciuto piú se egli fosse stato il primo in quella borgatella, che di essere il secondo in Roma? E a me similmente dovrebbe piacer piú di esser primo in questo mondo nostro, che secondo nell’universo. Ma non è l’ambizione quella che mi muove a voler mutare lo stato presente delle cose: solo è l’amor della quiete o, per dir piú proprio, la pigrizia. In maniera che dell’avere uguali o non averne, e di essere nel primo luogo o nell’ultimo, io non mi curo molto: perché, diversamente da Cicerone, ho riguardo piú all’ozio che alla dignitá. Copernico. Cotesto ozio, illustrissimo, io per la parte mia, il meglio che io possa, m’ingegnerò di acquistarvelo. Ma dubito, anche riuscendo la intenzione, che esso non vi durerá gran tempo. E prima, io sono quasi certo che non passeranno molti anni, che voi sarete costretto di andarvi aggirando come una carrucola da pozzo, o come una macina; senza mutar luogo però. Poi, sto con qualche sospetto che pure alla fine, in termine di piú o men tempo, vi convenga anco tornare a correre, io non dico, intorno alla Terra; ma che monta a voi questo? e forse che quello stesso aggirarvi che voi farete, servirá di argomento per farvi anco andare. Basta, sia quello che si voglia; non ostante ogni malagevolezza e ogni altra considerazione, se voi perseverate nel proposito vostro, io proverò di servirvi; acciocché, se la cosa non mi verrá fatta, voi pensiate ch’io non ho potuto, e non diciate che io sono di poco animo. Sole. Bene sta, Copernico mio: prova. Copernico. Ci resterebbe una certa difficoltá solamente. Sole. Via, qual è? Copernico. Che io non vorrei, per questo fatto, essere abbruciato vivo, a uso della fenice: perché accadendo questo, io sono sicuro di non avere a risuscitare dalle mie ceneri come fa quell’uccello, e di non vedere mai piú, da quell’ora innanzi, la faccia della signoria vostra. Sole. Senti, Copernico: tu sai che un tempo, quando voi altri filosofi non eravate appena nati, dico al tempo che la poesia teneva il campo, io sono stato profeta. Voglio che adesso tu mi lasci profetare per l’ultima volta, e che per la memoria di quella mia virtú antica, tu mi presti fede. Ti dico io dunque che forse, dopo te, ad alcuni i quali approveranno quello che tu avrai fatto, potrá essere che tocchi qualche scottatura, o altra cosa simile; ma che tu per conto di questa impresa, a quel ch’io posso conoscere, non patirai nulla. E se tu vuoi essere sicuro, prendi questo partito; il libro che tu scriverai a questo proposito, dedicarlo al papa. In questo modo, ti prometto che né anche hai da perdere il canonicato. Dialogo di Plotino e di Porfirio «Una volta essendo io Porfirio entrato in pensiero di levarmi di vita, Plotino se ne avvide: e venutomi innanzi improvvisamente, che io era in casa; e dettomi, non procedere sí fatto pensiero da discorso di mente sana, ma da qualche indisposizione malinconica; mi strinse che io mutassi paese». Porfirio nella Vita di Plotino. Il simile in quella di Porfirio scritta da Eunapio: il quale aggiunge che Plotino distese in un libro i ragionamenti avuti con Porfirio in quella occasione. Plotino. Porfirio, tu sai ch’io ti sono amico; e sai quanto: e non ti déi maravigliare se io vengo osservando i tuoi fatti e i tuoi detti e il tuo stato con una certa curiositá; perché nasce da questo, che tu mi stai sul cuore. Giá sono piú giorni che io ti veggo tristo e pensieroso molto; hai una certa guardatura, e lasci andare certe parole: in fine, senza altri preamboli e senza aggiramenti, io credo che tu abbi in capo una mala intenzione. Porfirio. Come, che vuoi tu dire? Plotino. Una mala intenzione contro te stesso. Il fatto è stimato cattivo augurio a nominarlo. Vedi, Porfirio mio, non mi negare il vero; non far questa ingiuria a tanto amore che noi ci portiamo insieme da tanto tempo. So bene che io ti fo dispiacere a muoverti questo discorso; e intendo che ti sarebbe stato caro di tenerti il tuo proposito celato: ma in cosa di tanto momento io non poteva tacere; e tu non dovresti avere a male di conferirla con persona che ti vuol tanto bene quanto a se stessa. Discorriamo insieme riposatamente, e andiamo pensando le ragioni: tu sfogherai l’animo tuo meco, ti dorrai, piangerai; che io merito da te questo: e in ultimo io non sono giá per impedirti che tu non facci quello che noi troveremo che sia ragionevole, e di tuo utile. Porfirio. Io non ti ho mai disdetto cosa che tu mi domandassi, Plotino mio. Ed ora confesso a te quello che avrei voluto tener segreto, e che non confesserei ad altri per cosa alcuna del mondo; dico che quel che tu immagini della mia intenzione è la veritá. Se ti piace che noi ci ponghiamo a ragionare sopra questa materia; benché l’animo mio ci ripugna molto, perché queste tali deliberazioni pare che si compiacciano di un silenzio altissimo, e che la mente in cosí fatti pensieri ami di essere solitaria e ristretta in se medesima piú che mai; pure io sono disposto di fare anche di ciò a tuo modo. Anzi incomincerò io stesso; e ti dirò che questa mia inclinazione non procede da alcuna sciagura che mi sia intervenuta, ovvero che io aspetti che mi sopraggiunga: ma da un fastidio della vita; da un tedio che io provo, cosí veemente che si assomiglia a dolore e spasimo; da un certo non solamente conoscere, ma vedere, gustare, toccare la vanitá di ogni cosa che mi occorre nella giornata. Di maniera che non solo l’intelletto mio, ma tutti i sentimenti, ancora del corpo, sono (per un modo di dire strano, ma accomodato al caso) pieni di questa vanitá. E qui primieramente non mi potrai dire che questa mia disposizione non sia ragionevole: se bene io consentirò facilmente che ella in buona parte provenga da qualche mal essere corporale. Ma ella nondimeno è ragionevolissima: anzi tutte le altre disposizioni degli uomini fuori di questa, per le quali, in qualunque maniera, si vive, e stimasi che la vita e le cose umane abbiano qualche sostanza; sono, qual piú qual meno, rimote dalla ragione, e si fondano in qualche inganno e in qualche immaginazione falsa. E nessuna cosa è piú ragionevole che la noia. I piaceri sono tutti vani. Il dolore stesso, parlo di quel dell’animo, per lo piú è vano: perché se tu guardi alla causa ed alla materia, a considerarla bene, ella è di poca realtá o di nessuna. Il simile dico del timore; il simile della speranza. Solo la noia, la quale nasce sempre dalla vanitá delle cose, non è mai vanitá, non inganno; mai non è fondata in sul falso. E si può dire che, essendo tutto l’altro vano, alla noia riducasi, e in lei consista, quanto la vita degli uomini ha di sostanzievole e di reale. Plotino. Sia cosí. Non voglio ora contraddirti sopra questa parte. Ma noi dobbiamo adesso considerare il fatto che tu vai disegnando: dico, considerarlo piú strettamente, e in se stesso. Io non ti starò a dire che sia sentenza di Platone, come tu sai, che all’uomo non sia lecito, in guisa di servo fuggitivo, sottrarsi di propria autoritá da quella quasi carcere nella quale egli si ritrova per volontá degli dèi; cioè privarsi della vita spontaneamente. Porfirio. Ti prego, Plotino mio; lasciami da parte adesso Platone, e le sue dottrine, e le sue fantasie. Altra cosa è lodare, comentare, difendere certe opinioni nella scuola e nei libri, ed altra è seguitarle nell’uso pratico. Alla scuola e nei libri, siami stato lecito approvare i sentimenti di Platone e seguirli; poiché tale è l’usanza oggi: nella vita, non che gli approvi, io piuttosto gli abbomino. So ch’egli si dice che Platone spargesse negli scritti suoi quelle dottrine della vita avvenire, acciocché gli uomini, entrati in dubbio e in sospetto circa lo stato loro dopo la morte, per quella incertezza, e per timore di pene e di calamitá future, si ritenessero nella vita dal fare ingiustizia e dalle altre male opere. Che se io stimassi che Platone fosse stato autore di questi dubbi e di queste credenze, e che elle fossero sue invenzioni; io direi: tu vedi, Platone, quanto o la natura o il fato o la necessitá, o qual si sia potenza autrice e signora dell’universo, è stata ed è perpetuamente inimica alla nostra specie. Alla quale molte, anzi innumerabili ragioni potranno contendere quella maggioranza che noi, per altri titoli, ci arroghiamo di avere tra gli animali; ma nessuna ragione si troverá che le tolga quel principato che l’antichissimo Omero le attribuiva; dico il principato della infelicitá. Tuttavia la natura ci destinò per medicina di tutti i mali la morte: la quale da coloro che non molto usassero il discorso dell’intelletto, saria poco temuta, dagli altri desiderata. E sarebbe un conforto dolcissimo nella vita nostra, piena di tanti dolori, l’aspettazione e il pensiero del nostro fine. Tu con questo dubbio terribile suscitato da te nelle menti degli uomini, hai tolta da questo pensiero ogni dolcezza, e fattolo il piú amaro di tutti gli altri. Tu sei cagione che si veggano gl’infelicissimi mortali temere piú il porto che la tempesta, e rifuggire coll’animo da quel solo rimedio e riposo loro, alle angosce presenti e agli spasimi della vita. Tu sei stato agli uomini piú crudele che il fato o la necessitá o la natura. E non si potendo questo dubbio in alcun modo sciôrre, né le menti nostre esserne liberate mai, tu hai recati per sempre i tuoi simili a questa condizione, che essi avranno la morte piena d’affanno, e piú misera che la vita. Perciocché per opera tua, laddove tutti gli altri animali muoiono senza timore alcuno, la quiete e la sicurtá dell’animo sono escluse in perpetuo dall’ultima ora dell’uomo. Questo mancava, o Platone, a tanta infelicitá della specie umana. Lascio che quello effetto che ti avevi proposto, di ritenere gli uomini dalle violenze e dalle ingiustizie, non ti è venuto fatto. Perocché quei dubbi e quelle credenze spaventano tutti gli uomini in sulle ore estreme, quando essi non sono atti a nuocere; nel corso della vita, spaventano frequentemente i buoni, i quali hanno volontá non di nuocere, ma di giovare; spaventano le persone timide, e deboli di corpo, le quali alle violenze e alle iniquitá non hanno né la natura inclinata, né sufficiente il cuore e la mano. Ma gli arditi e i gagliardi, e quelli che poco sentono la potenza della immaginativa; in fine coloro ai quali in generalitá si richiederebbe altro freno che della sola legge; non spaventano esse né tengono dal male operare: come noi veggiamo per gli esempi quotidianamente, e come la esperienza di tutti i secoli, da’ tuoi dí per insino a oggi, fa manifesto. Le buone leggi, e piú la educazione buona, e la coltura de’ costumi e delle menti, conservano nella societá degli uomini la giustizia e la mansuetudine: perocché gli animi dirozzati e rammorbiditi da un poco di civiltá, ed assuefatti a considerare alquanto le cose, e adoperare alcun poco l’intendimento; quasi di necessitá e quasi sempre abboniscono dal por mano nelle persone e nel sangue dei compagni; sono per lo piú alieni dal fare ad altri nocumento in qualunque modo; e rare volte e con fatica s’inducono a correre quei pericoli che porta seco il contravvenire alle leggi. Non fanno giá questo buono effetto le immaginazioni minacciose, e le opinioni triste di cose fiere e spaventevoli: anzi come suol fare la moltitudine e la crudeltá dei supplizi che si usino dagli stati, cosí ancora quelle accrescono in un lato la viltá dell’animo, in un altro la ferocitá; principali inimiche e pesti del consorzio umano. Ma tu hai posto ancora innanzi e promesso guiderdone ai buoni. Qual guiderdone? Uno stato che ci apparisce pieno di noia, ed ancor meno tollerabile che questa vita. A ciascheduno è palese l’acerbitá di que’ tuoi supplici; ma la dolcezza de’ tuoi premi è nascosa ed arcana, e da non potersi comprendere da mente d’uomo. Onde nessuna efficacia possono aver cosí fatti premii di allettarci alla rettitudine e alla virtú. E in vero, se molto pochi ribaldi, per timore di quel tuo spaventoso Tartaro, si astengono da alcuna mala azione; mi ardisco io di affermare che mai nessun buono, in un suo menomo atto, si mosse a bene operare per desiderio di quel tuo Eliso. Che non può esso alla immaginazione nostra aver sembianza di cosa desiderabile. Ed oltre che di molto lieve conforto sarebbe eziandio la espettazione certa di questo bene, quale speranza hai tu lasciato che ne possano avere anche i virtuosi e i giusti, se quel tuo Minosse e quello Eaco e Radamanto, giudici rigidissimi e inesorabili, non hanno a perdonare a qualsivoglia ombra o vestigio di colpa? E quale uomo è che si possa sentire o credere cosí netto e puro come lo richiedi tu? Sicché il conseguimento di quella qual che si sia felicitá viene a esser quasi impossibile: e non basterá la coscienza della piú retta e della piú travagliosa vita ad assicurare l’uomo in sull’ultimo, dalla incertezza del suo stato futuro, e dallo spavento de’ castighi. Cosí per le tue dottrine il timore, superata con infinito intervallo la speranza, è fatto signore dell’uomo; e il frutto di esse dottrine ultimamente è questo che il genere umano, esempio mirabile d’infelicitá in questa vita, si aspetta non che la morte sia fine alle sue miserie, ma di avere a essere, dopo quella, assai piú infelice. Con che tu hai vinto di crudeltá, non pur la natura e il fato, ma ogni tiranno piú fiero, e ogni piú spietato carnefice che fosse al mondo. Ma con qual barbarie si può paragonare quel tuo decreto, che all’uomo non sia lecito di por fine a’ suoi patimenti, ai dolori, alle angosce, vincendo l’orrore della morte e volontariamente privandosi dello spirito? Certo non ha luogo negli altri animali il desiderio di terminar la vita; perché le infelicitá loro hanno piú stretti confini che le infelicitá dell’uomo: né avrebbe anco luogo il coraggio di estinguerla spontaneamente. Ma se pur tali disposizioni cadessero nella natura dei bruti, nessun impedimento avrebbero essi al poter morire; nessun divieto, nessun dubbio torrebbe loro la facoltá di sottrarsi dai loro mali. Ecco che tu ci rendi anco in questa parte, inferiori alle bestie: e quella libertá che avrebbero i bruti se loro accadesse di usarla; quella che la natura stessa, tanto verso noi avara, non ci ha negata vien manco per tua cagione nell’uomo. In guisa che quel solo genere di viventi che si trova esser capace del desiderio della morte, quello solo non abbia in sua mano il morire. La natura, il fato e la fortuna ci flagellano di continuo sanguinosamente, con istrazio nostro e dolore inestimabile: tu accorri, e ci annodi strettamente le braccia, e incateni i piedi; sicché non ci sia possibile né schermirci né ritrarci indietro dai loro colpi. In vero, quando io considero la grandezza della infelicitá umana, io penso che di quella si debbano piú che veruna altra cosa, incolpare le tue dottrine; e che si convenga agli uomini assai piú dolersi di te che della natura. La quale se bene, a dir vero, non ci destinò altra vita che infelicissima; da altro lato però ci diede il poter finirla ogni volta che ci piacesse. E primieramente non si può dire che sia molto grande quella miseria la quale, solo ch’io voglia, può di durazione esser brevissima; poi, quando ben la persona in effetto non si risolvesse a lasciar la vita, il pensiero solo di potere ad ogni sua voglia sottrarsi dalla miseria, saria tal conforto e tale alleggerimento di qualunque calamitá che, per virtú di esso, tutte riuscirebbero facili a sopportare. Di modo che la gravezza intollerabile della infelicitá nostra, non da altro principalmente si dée riconoscere, che da questo dubbio di potere per avventura, troncando volontariamente la propria vita, incorrere in miseria maggiore che la presente. Né solo maggiore, ma di tanto ineffabile atrocitá e lunghezza che, posto che il presente sia certo e quelle pene incerte, nondimeno ragionevolmente debba il timore di quelle, senza proporzione o comparazione alcuna, prevalere al sentimento di ogni qual si voglia male di questa vita. Il qual dubbio, o Platone, ben fu a te agevole a suscitare; ma prima sará venuta meno la stirpe degli uomini che egli sia risoluto. Però nessuna cosa nacque, nessuna è per nascere in alcun tempo, cosí calamitosa e funesta alla specie umana, come l’ingegno tuo. — Queste cose io direi, se credessi che Platone fosse stato autore o inventore di quelle dottrine; che io so benissimo che non fu. Ma in ogni modo, sopra questa materia s’è detto abbastanza, e io vorrei che noi la ponessimo da canto. Plotino. Porfirio, veramente io amo Platone, come tu sai. Ma non è giá per questo, che io voglia discorrere per autoritá, massimamente poi teco e in una questione tale; ma io voglio discorrere per ragione. E se ho toccato cosí alla sfuggita quella tal sentenza platonica, io l’ho fatto piú per usare come una sorta di proemio che per altro. E ripigliando il ragionamento ch’io aveva in animo, dico che non Platone o qualche altro filosofo solamente, ma la natura stessa par che c’insegni che il levarci dal mondo di mera volontá nostra, non sia cosa lecita. Non accade che io mi distenda circa questo articolo: perché se tu penserai un poco, non può essere che tu non conosca da te medesimo che l’uccidersi di propria mano senza necessitá, è contro natura. Anzi, per dir meglio, è l’atto piú contrario a natura che si possa commettere. Perché tutto l’ordine delle cose saria sovvertito, se quelle si distruggessero da se stesse. E par che abbia repugnanza che uno si vaglia della vita a spegnere essa vita, che l’essere ci serva al non essere. Oltre che se pur cosa alcuna ti è ingiunta e comandata dalla natura, certo ci comanda ella strettissimamente e sopra tutto, e non solo agli uomini, ma parimente a qualsivoglia creatura dell’universo, di attendere alla conservazione propria, e di procurarla in tutti i modi; ch’è il contrario appunto dell’uccidersi. E senza altri argomenti, non sentiamo noi che la inclinazione nostra da per se stessa ci tira, e ci fa odiare la morte, e temerla, ed averne orrore, anche a dispetto nostro? Or dunque, poiché questo atto dell’uccidersi, è contrario a natura; e tanto contrario quanto noi veggiamo, io non mi saprei risolvere che fosse lecito. Porfirio. Io ho considerata giá tutta questa parte; che, come tu hai detto, è impossibile che l’animo non la scorga, per ogni poco che uno si fermi a pensare sopra questo proposito. Mi pare che alle tue ragioni si possa rispondere con molte altre, e in piú modi; ma studierò d’esser breve. Tu dubiti se ci sia lecito di morire senza necessitá; io ti domando se ci è lecito di essere infelici. La natura vieta l’uccidersi. Strano mi riuscirebbe che non avendo ella o volontá o potere di farmi né felice, né libero da miseria, avesse facoltá di obbligarmi a vivere. Certo se la natura ci ha ingenerato amore della conservazione propria, e odio della morte, essa non ci ha dato meno odio della infelicitá, e amore del nostro meglio; anzi tanto maggiori e tanto piú principali queste ultime inclinazioni che quelle, quanto che la felicitá è il fine di ogni nostro atto, e di ogni nostro amore e odio; e che non si fugge la morte, né la vita si ama, per se medesima, ma per rispetto e amore del nostro meglio, e odio del male e del danno nostro. Come dunque può esser contrario alla natura, che io fugga la infelicitá in quel solo modo che hanno gli uomini di fuggirla? che è quello di tôrmi dal mondo; perché mentre son vivo, io non la posso schifare. E come sará vero che la natura mi vieti di appigliarmi alla morte, che senza alcun dubbio è il mio meglio; e di ripudiar la vita, che manifestamente mi viene a esser dannosa e mala; poiché non mi può valere ad altro che a patire; e a questo per necessitá mi vale e mi conduce in fatto? Plotino. A ogni modo queste cose non mi persuadono che l’uccidersi da se stesso non sia contro natura; perché il senso nostro porta troppo manifesta contrarietá e abborrimento alla morte; e noi veggiamo che le bestie, le quali (quando non sieno forzate dagli uomini o sviate) operano in ogni cosa naturalmente, non solo non vengono mai a questo atto, ma eziandio per quanto che sieno tribolate e misere, se ne dimostrano alienissime. E in fine, non si trova, se non fra gli uomini soli, qualcuno che lo commette: e non mica fra quelle genti che hanno un modo di vivere naturale; che di queste non si troverá niuno che non lo abbomini, se pur ne avrá notizia o immaginazione alcuna; ma solo fra queste nostre alterate e corrotte, che non vivono secondo natura. Porfirio. Orsú, io ti voglio concedere anco che questa azione sia contraria a natura, come tu vuoi. Ma che val questo, se noi non siamo creature naturali, per dir cosí? intendo degli uomini inciviliti. Paragonaci, non dico ai viventi di ogni altra specie che tu vogli, ma a quelle nazioni lá delle parti dell’India e della Etiopia, le quali, come si dice, ancora serbano quei costumi primitivi e silvestri; e a fatica ti parrá che si possa dire che questi uomini e quelli sieno creature di una specie medesima. E questa nostra, come a dire, trasformazione, e questa mutazion di vita, e massimamente d’animo, io quanto a me ho avuto sempre per fermo che non sia stata senza infinito accrescimento d’infelicitá. Certo che quelle genti salvatiche non sentono mai desiderio di finir la vita; né anco va loro per la fantasia che la morte si possa desiderare; dove che gli uomini costumati a questo modo nostro e, come diciamo, civili, la desiderano spessissime volte, e alcune se la procacciano. Ora, se è lecito all’uomo incivilito, e vivere contro natura, e contro natura essere cosí misero; perché non gli sará lecito morire contro natura? essendo che da questa infelicitá nuova, che risulta a noi dall’alterazione dello stato, non ci possiamo anco liberare altrimenti che con la morte. Che quanto a ritornarci in quello stato primo, e alla vita disegnataci dalla natura; questo non si potrebbe appena, e in nessun modo forse, circa l’estrinseco; e per rispetto all’intrinseco, che è quello che piú rileva, senza alcun dubbio sarebbe impossibile affatto. Qual cosa è manco naturale della medicina? cosí di quella che si esercita colla mano, come di quella che opera per via di farmachi. Che l’una e l’altra, la piú parte, sí nelle operazioni che fanno, e sí nelle materie, negli strumenti e nei modi che usano, sono lontanissime dalla natura: e i bruti e gli uomini selvaggi non le conoscono. Nondimeno, perocché ancora i morbi ai quali esse intendono di rimediare, sono fuor di natura e non hanno luogo se non per cagione della civiltá, cioè della corruttela del nostro stato; perciò queste tali arti, benché non sieno naturali, sono e si stimano opportune, e anco necessarie. Cosí questo atto dell’uccidersi, il quale ci libera dalla infelicitá recataci dalla corruzione, perché sia contrario alla natura, non séguita che sia biasimevole: bisognando a mali non naturali, rimedio non naturale. E saria pur duro ed iniquo che la ragione, la quale per far noi piú miseri che naturalmente non siamo, suol contrariare la natura nelle altre cose; in questa si confederasse con lei, per tôrci quello estremo scampo che ci rimane, quel solo che essa ragione insegna, e costringerci a perseverare nella miseria. La veritá è questa, Plotino. Quella natura primitiva degli uomini antichi, e delle genti selvagge e incolte, non è piú la natura nostra; ma l’assuefazione e la ragione hanno fatta in noi un’altra natura, la quale noi abbiamo ed avremo sempre in luogo di quella prima. Non era naturale all’uomo da principio il procacciarsi la morte volontariamente; ma né anco era naturale il desiderarla. Oggi e questa cosa e quella sono naturali: cioè conformi alla nostra natura nuova; la quale tendendo essa ancora e movendosi necessariamente, come l’antica, verso ciò che apparisce essere il nostro meglio, fa che noi molte volte desideriamo e cerchiamo quello che veramente è il maggior bene dell’uomo, cioè la morte. E non è maraviglia; perciocché questa seconda natura è governata e diretta nella maggior parte dalla ragione. La quale afferma per certissimo, che la morte, non che sia veramente male, come détta la impressione primitiva; anzi è il solo rimedio valevole ai nostri mali, la cosa piú desiderabile agli uomini, e la migliore. Adunque domando io: misurano gli uomini inciviliti le altre azioni loro dalla natura primitiva? Quando, e quale azione mai? Non dalla natura primitiva, ma da quest’altra nostra, o pur vogliamo dire dalla ragione. Perché questo solo atto del tôrsi la vita si dovrá misurare non dalla natura nuova o dalla ragione, ma dalla natura primitiva? Perché dovrá la natura primitiva, la quale non dá piú legge alla vita nostra, dar legge alla morte? Perché non dée la ragione governar la morte, poiché regge la vita? E noi veggiamo che in fatto, sí la ragione, e sí le infelicitá del nostro stato presente, non solo estinguono, massime negli sfortunati e afflitti, quello abborrimento ingenito della morte che tu dicevi; ma lo cangiano in desiderio e amore, come io ho detto innanzi. Nato il qual desiderio e amore che, secondo natura, non sarebbe potuto nascere; e stando la infelicitá generale dall’alterazione nostra, e non voluta dalla natura; saria manifesta repugnanza e contraddizione che ancora avesse luogo il divieto naturale di uccidersi. Questo pare a me che basti, quanto a sapere se l’uccider se stesso sia lecito. Resta se sia utile. Plotino. Di cotesto non accade che tu mi parli, Porfirio mio, che quando cotesta azione sia lecita (perché una che non sia giusta né retta non concedo che possa esser di utilitá), io non ho dubbio nessuno che non sia utilissima. Perché la quistione in somma si riduce a questo; quale delle due cose sia la migliore, il non patire, o il patire. So ben io che il godere congiunto al patire verisimilmente sarebbe eletto da quasi tutti gli uomini, piuttosto che il non patire e anco non godere; tanto è il desiderio e, per cosí dir, la sete, che l’animo ha del godimento. Ma la deliberazione non cade fra questi termini; perché il godimento e il piacere, a parlar proprio e diritto, è tanto impossibile, quanto il patimento è inevitabile. E dico un patimento cosí continuo, come è continuo il desiderio e il bisogno che abbiamo del godimento e della felicitá, il quale non è adempiuto mai: lasciando ancora da un lato i patimenti particolari ed accidentali che intervengono a ciascun uomo, e che sono parimente certi; intendo dire, è certo che ne debbano intervenire (piú o meno, e d’una qualitá o d’altra), eziandio nella piú avventurosa vita del mondo. E per veritá, un patimento solo e breve che la persona fosse certa che, continuando essa a vivere, le dovesse accadere, saria sufficiente a fare che, secondo ragione, la morte fosse da anteporre alla vita: perché questo tal patimento non avrebbe compensazione alcuna; non potendo occorrere nella vita nostra un bene o un diletto vero. Porfirio. A me pare che la noia stessa, e il ritrovarsi privo di ogni speranza di stato e di fortuna migliore, sieno cause bastanti a ingenerar desiderio di finir la vita, anco a chi si trova in istato e in fortuna, non solamente non cattiva, ma prospera. E piú volte mi sono maravigliato che in nessun luogo si vegga fatta menzione di principi che sieno voluti morire per tedio solamente, e per sazietá dello stato proprio; come di genti private e si legge, e odesi tutto giorno. Quali erano coloro che, udito Egesia, filosofo cirenaico, recitare quelle sue lezioni della miseria della vita, uscendo della scuola, andavano e si uccidevano; onde esso Egesia fu detto per soprannome «il persuasor di morire»; e si dice, come credo che tu sappi, che all’ultimo il re Tolomeo gli vietò che non disputasse piú oltre in quella materia. Che se bene si trova di alcuni, come del re Mitridate, di Cleopatra, di Ottone romano, e forse di alquanti altri principi, che si uccisero da se stessi; questi tali si mossero per trovarsi allora in avversitá e in miseria, e per isfuggirne di piú gravi. Ora a me sarebbe paruto credibile che i principi, piú facilmente che gli altri, concepissero odio del loro stato, e fastidio di tutte le cose, e desiderassero di morire. Perché essendo eglino in sulla cima di quella che chiamasi felicitá umana, avendo pochi altri a sperare, o nessuno forse, di quelli che si domandano beni della vita (poiché li posseggono tutti); non si possono promettere migliore il domani che il giorno d’oggi. E sempre il presente, per fortunato che sia, è tristo e inamabile; solo il futuro può piacere. Ma come che sia di ciò, in fine noi possiamo conoscere che (eccetto il timor delle cose di un altro mondo) quello che ritiene gli uomini che non abbandonino la vita spontaneamente; e quel che gl’induce ad amarla, e a preferirla alla morte, non è altro che un semplice e un manifestissimo errore, per dir cosí, di computo e di misura: cioè un errore che si fa nel computare, nel misurare, e nel paragonar tra loro, gli utili o i danni. Il quale errore ha luogo, si potrebbe dire, altrettante volte, quanti sono i momenti nei quali ciascheduno abbraccia la vita, ovvero acconsente a vivere e se ne contenta; o sia col giudizio e colla volontá, o sia col fatto solo. Plotino. Cosí è veramente, Porfirio mio. Ma con tutto questo, lascia ch’io ti consigli, ed anche sopporta che ti preghi, di porgere orecchie, intorno a questo tuo disegno, piuttosto alla natura che alla ragione. E dico a quella natura primitiva, a quella madre nostra e dell’universo; la quale, se bene non ha mostrato di amarci, e se bene ci ha fatti infelici, tuttavia ci è stata assai meno inimica e malefica, che non siamo stati noi coll’ingegno proprio, colla curiositá incessabile e smisurata, colle speculazioni, coi discorsi, coi sogni, colle opinioni e dottrine misere: e particolarmente, si è sforzata ella di medicare la nostra infelicitá con occultarcene, o con trasfigurarcene, la maggior parte. E quantunque sia grande l’alterazione nostra, e diminuita in noi la potenza della natura; pur questa non è ridotta a nulla, né siamo noi mutati e innovati tanto che non resti in ciascuno gran parte dell’uomo antico. Il che, mal grado che n’abbia la stoltezza nostra, mai non potrá essere altrimenti. Ecco, questo che tu nomini error di computo: veramente errore, e non meno grande che palpabile; pur si commette di continuo: e non dagli stupidi solamente e dagl’idioti, ma dagl’ingegnosi, dai dotti, dai saggi; e si commetterá in eterno, se la natura, che ha prodotto questo nostro genere, essa medesima, e non giá il raziocinio e la propria mano degli uomini, non lo spegne. E credi a me, che non è fastidio della vita, non disperazione, non senso della nullitá delle cose, della vanitá delle cure, della solitudine dell’uomo; non odio del mondo e di se medesimo, che possa durare assai; benché queste disposizioni dell’animo sieno ragionevolissime, e le lor contrarie irragionevoli. Ma contuttociò, passato un poco di tempo, mutata leggermente la disposizion del corpo, a poco a poco, e spesse volte in un subito, per cagioni menomissime e appena possibili a notare; rifassi il gusto alla vita, nasce or questa or quella speranza nuova, e le cose umane ripigliano quella loro apparenza, e mostratisi non indegne di qualche cura; non veramente all’intelletto, ma sí, per modo di dire, al senso dell’animo. E ciò basta all’effetto di fare che la persona, quantunque ben conoscente e persuasa della veritá, nondimeno a mal grado della ragione, e perseveri nella vita, e proceda in essa come gli altri: perché quel tal senso (si può dire), e non l’intelletto è quello che ci governa. Sia ragionevole l’uccidersi; sia contro ragione l’accomodar l’animo alla vita; certamente quello è un atto fiero e inumano. E non dée piacer piú né vuolsi elegger piuttosto di essere secondo ragione un mostro, che secondo natura uomo. E perché anco non vorremo noi avere alcuna considerazione degli amici, dei congiunti di sangue, dei figliuoli, dei fratelli, dei genitori, della moglie; delle persone familiari e domestiche colle quali siamo usati di vivere da gran tempo; che, morendo, bisogna lasciare per sempre; e non sentiremo in cuor nostro dolore alcuno in questa separazione; né terremo conto di quello che sentiranno essi, e per la perdita di persona cara o consueta, e per l’atrocitá del caso? Io so bene che non dée l’animo del sapiente essere troppo molle; né lasciarsi vincere dalla pietá e dal cordoglio, in guisa che egli ne sia perturbato, che cada a terra, che ceda e che venga meno come vile, che si trascorra a lagrime smoderate, od atti non degni della stabilitá di colui che ha pieno e chiaro conoscimento della condizione umana. Ma questa fortezza d’animo si vuole usare in quegli accidenti tristi che vengono dalla fortuna, e che non si possono evitare, non abusarla in privarci spontaneamente, per sempre, della vista, del colloquio, della consuetudine dei nostri cari. Aver per nulla il dolore della disgiunzione e della perdita dei parenti, degl’intrinsechi, dei compagni; o non essere atto a sentire di sí fatta cosa dolore alcuno; non è di sapiente, ma di barbaro. Non far niuna stima di addolorare colla uccisione propria gli amici e i domestici è di non curante d’altrui, e di troppo curante di se medesimo. E in vero, colui che si uccide da se stesso non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la utilitá propria; si gitta, per cosí dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano; tanto che, in questa azione del privarsi di vita, apparisce il piú schietto, il piú sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo che si trovi al mondo. In ultimo, Porfirio mio, le molestie e i mali della vita, benché molti e continui, pur quando, come in te oggi si verifica, non hanno luogo infortuni e calamitá straordinarie, o dolori acerbi del corpo, non sono malagevoli da tollerare; massime ad uomo saggio e forte, come tu sei. E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo che l’uomo, in quanto a sé, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa troppo curiosamente; per ogni lieve causa che se gli offerisca di appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovria ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perché non avrebbe a compiacergliene? Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che fin qui è durata l’amicizia nostra, lascia cotesto pensiero; non volere esser cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni, che ti amano con tutta l’anima: a me, che non ho persona piú cara, né compagnia piú dolce. Vogli piuttosto aiutarci a sofferir la vita, che cosí, senza altro pensiero di noi, metterci in abbandono. Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sí bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sará breve. E quando la morte verrá, allora non ci dorremo; e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerá il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno e ci ameranno ancora. Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo? Venditore. Sí signore. Passeggere. Credete che sará felice quest’anno nuovo? Venditore. Oh illustrissimo sí, certo. Passeggere. Come quest’anno passato? Venditore. Piú, piú assai. Passeggere. Come quello di lá? Venditore. Piú piú, illustrissimo. Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi? Venditore. Signor no, non mi piacerebbe. Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi? Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo. Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo? Venditore. Io? non saprei. Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice? Venditore. No in veritá, illustrissimo. Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero? Venditore. Cotesto si sa. Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste? Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse. Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né piú né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati? Venditore. Cotesto non vorrei. Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita che ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che, avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro? Venditore. Lo credo cotesto. Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo? Venditore. Signor no davvero, non tornerei. Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque? Venditore. Vorrei una vita cosí, come Dio me la mandasse, senz’altri patti. Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti; come non si sa dell’anno nuovo? Venditore. Appunto. Passeggere. Cosí vorrei ancor io se avessi a rivivere, e cosí tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto questo anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato piú o di piú peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerá a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierá la vita felice. Non è vero? Venditore. Speriamo. Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco piú bello che avete. Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi. Passeggere. Ecco trenta soldi. Venditore. Grazie, illustrissimo; a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Dialogo di Tristano e d’un amico di tristano e di un amico Amico. Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro solito. Tristano. Sí, al mio solito. Amico. Malinconico, sconsolato, disperato: si vede che questa vita vi pare una gran brutta cosa. Tristano. Che v’ho a dire? io aveva fitta in capo questa pazzia, che la vita umana fosse infelice. Amico. Infelice sí forse. Ma pure alla fine... Tristano. No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto libro, io aveva quella pazzia in capo, come vi dico. E n’era tanto persuaso, che tutt’altro mi sarei aspettato, fuorché sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch’io faceva in quel proposito, parendomi che la coscienza d’ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa dell’utilitá o del danno di tali osservazioni ma, non mai della veritá; anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d’infermitá, o d’altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per piú giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: gli uomini sono in generale, come i mariti. I mariti, se vogliono viver tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua; e cosí fanno: anche quando la metá del mondo sa che il vero è tutt’altro. Chi vuole o dée vivere in un paese, conviene che lo creda uno dei migliori della terra abitabile; e lo crede tale. Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono, e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, piú a proposito suo. Il genere umano, che ha creduto e crederá tante scempiataggini, non crederá mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare. Nessun filosofo, che insegnasse l’una di queste tre cose, avrebbe fortuna, né farebbe sètta, specialmente nel popolo; perché, oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi vuol vivere, le due prime offendono la superbia degli uomini, la terza, anzi ancora le altre due, vogliono coraggio e fortezza d’animo a essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d’animo ignobile e angusto; docili sempre a sperar bene, perché sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo che la necessitá governa la loro vita; prontissimi a render l’arme, come dice il Petrarca, alla loro fortuna: prontissimi e risolutissimi a consolarsi di qualunque sventura, ed accettare qualunque compenso in cambio di ciò che loro è negato o di ciò che hanno perduto, ad accomodarsi, con qualunque condizione, a qualunque sorte piú iniqua e piú barbara; e quando siano privati d’ogni cosa desiderabile, vivere di credenze false, cosí gagliarde e ferme come se fossero le piú vere o le piú fondate del mondo. Io per me, come l’Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, cosí rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino. Parlo sempre degl’inganni non dell’immaginazione, ma dell’intelletto. Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so; so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicitá umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltá del destino umano. Io diceva queste cose fra me, quasi come se quella filosofia dolorosa fosse d’invenzione mia; vedendola cosí rifiutata da tutti, come si rifiutano le cose nuove e non piú sentite. Ma poi, ripensando, mi ricordai ch’ella era tanto nuova, quanto Salomone, e quanto Omero, e i poeti e i filosofi piú antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole, di sentenze significanti l’estrema infelicitá umana; e chi di loro dice che l’uomo è il piú miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri che uno che sia caro agli dèi muore in giovinezza, ed altri altre cose infinite su questo andare. E anche mi ricordai che da quei tempi insino a ieri o all’altro ieri, tutti i poeti e tutti i filosofi e gli scrittori grandi e piccoli, in un modo o in un altro, avevano ripetute o confermate le stesse dottrine. Sicché tornai di nuovo a meravigliarmi: e cosí tra la maraviglia e lo sdegno e il riso passai molto tempo; finché, studiando piú profondamente questa materia, conobbi che l’infelicitá dell’uomo era uno degli errori inveterati dell’intelletto, e che la falsitá di questa opinione, e la felicitá della vita, era una delle grandi scoperte del secolo decimonono. Allora m’acquetai, e confesso ch’io aveva il torto a credere quello ch’io credeva. Amico. E avete cambiata opinione? Tristano. Sicuro. Volete voi ch’io contrasti alle veritá scoperte dal secolo decimonono? Amico. E credete voi tutto quello che crede il secolo? Tristano. Certamente. Oh che maraviglia? Amico. Credete dunque alla perfettibilitá indefinita dell'’uomo? Tristano. Senza dubbio. Amico. Credete che in fatti la specie umana vada ogni giorno migliorando? Tristano. Sí certo. È ben vero che alcune volte penso che gli antichi valevano, delle forze del corpo, ciascuno per quattro di noi. E il corpo è l’uomo; perché (lasciando tutto il resto) la magnanimitá, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita, dipende dal vigore del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perché la sua sorte è di stare a vedere gli altri che vivono, ed esso al piú chiacchierare; ma la vita non è per lui. E però anticamente la debolezza del corpo fu ignominiosa, anche nei secoli piú civili. Ma tra noi giá da lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta: pensa allo spirito; e appunto, volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo, senza avvedersi che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo spirito. E dato che si potesse rimediare in ciò all’educazione, non si potrebbe mai senza mutare radicalmente lo stato moderno della societá, trovare rimedio che valesse in ordine alle altre parti della vita privata e pubblica, che tutte, di proprietá loro, cospirarono anticamente a perfezionare o a conservare il corpo, e oggi cospirano a depravarlo. L’effetto è che, a paragone degli antichi, noi siamo poco piú che bambini, e che gli antichi a confronto nostro si può dire piú che mai che furono uomini. Parlo cosí degl’individui paragonati agl’individui, come delle masse (per usare questa leggiadrissima parola moderna) paragonate alle masse. Ed aggiungo che gli antichi furono incomparabilmente piú virili di noi anche ne’ sistemi di morale e di metafisica. A ogni modo io non mi lascio muovere da tali piccole obbiezioni, credo costantemente che la specie umana vada sempre acquistando. Amico. Credete ancora, giá s’intende, che il sapere, o, come si dice, i lumi, crescano continuamente. Tristano. Certissimo. Sebbene vedo che quanto cresce la volontá d’imparare, tanto scema quella di studiare. Ed è cosa che fa maraviglia a contare il numero dei dotti, ma veri dotti, che vivevano contemporaneamente cencinquant’anni addietro, e anche piú tardi, e vedere quanto fosse smisuratamente maggiore di quello dell’etá presente. Né mi dicano che i dotti sono pochi, perché in generale le cognizioni non sono piú accumulate in alcuni individui, ma divisi fra molti; e che la copia di questi compensa la raritá di quelli. Le cognizioni non sono come le ricchezze, che si dividono e si adunano, e sempre fanno la stessa somma. Dove tutti sanno poco, e’ si sa poco; perché la scienza va dietro alla scienza, e non si sparpaglia. L’istruzione superficiale può essere, non propriamente divisa fra molti, ma comune a molti non dotti. Il resto del sapere non appartiene se non a chi sia dotto, e gran parte di quello a chi sia dottissimo. E, levati i casi fortuiti, solo chi sia dottissimo, e fornito esso individualmente di un immenso capitale di cognizioni, è atto ad accrescere solidamente e condurre innanzi il sapere umano. Ora, eccetto forse in Germania, donde la dottrina non è stata ancora potuta snidare, non vi par egli che il veder sorgere di questi uomini dottissimi divenga ogni giorno meno possibile? Io fo queste riflessioni cosí per discorrere, e per filosofare un poco, o forse sofisticare; non ch’io non sia persuaso di ciò che voi dite. Anzi quando anche vedessi il mondo tutto pieno d’ignoranti impostori da un lato, e d’ignoranti presuntuosi dall’altro, non dimeno crederei, come credo, che il sapere e i lumi crescano di continuo. Amico. In conseguenza, credete che questo secolo sia superiore a tutti i passati. Tristano. Sicuro. Cosí hanno creduto di sé tutti i secoli, anche i piú barbari; e cosí crede il mio secolo, ed io con lui. Se poi mi domandaste in che sia egli superiore agli altri secoli, se in ciò che appartiene al corpo, o in ciò che appartiene allo spirito, mi rimetterei alle cose dette dianzi. Amico. In somma, per ridurre il tutto in due parole, pensate voi circa la natura e i destini degli uomini e delle cose (poiché ora non parliamo di letteratura né di politica) quello che ne pensano i giornali? Tristano. Appunto. Credo ed abbraccio la profonda filosofia de’ giornali i quali, uccidendo ogni altra letteratura e ogni altro studio, massimamente grave e spiacevole, sono maestri e luce dell’etá presente. Non è vero? Amico. Verissimo. Se cotesto che dite, è detto da vero e non da burla, voi siete diventato de’ nostri. Tristano. Sí certamente, de’ vostri. Amico. Oh dunque, che farete del vostro libro? Volete che vada ai posteri con quei sentimenti cosí contrari alle opinioni che ora avete? Tristano. Ai posteri? Io rido, perché voi scherzate; e se fosse possibile che non ischerzaste, piú riderei. Non dirò a riguardo mio, ma a riguardo d’individui o di cose individuali del secolo decimonono, intendete bene che non v’è timore di posteri, i quali ne sapranno tanto, quanto ne seppero gli antenati. «Gl’individui sono spariti dinanzi alle masse» dicono elegantemente i pensatori moderni. Il che vuol dire ch’è inutile che l’individuo si prenda nessun incomodo, poiché, per qualunque suo merito, né anche quel misero premio della gloria gli resta piú da sperare né in vigilia né in sogno. Lasci fare alle masse; le quali che cosa siano per fare senza individui, essendo composte d’individui, desidero e spero che me lo spieghino gl’intendenti d’individui e di masse, che oggi illuminano il mondo. Ma per tornare al proposito del libro e dei posteri, i libri specialmente, che ora per lo piú si scrivono in minor tempo che non ne bisogna a leggerli, vedete bene che, siccome costano quel che vagliono, cosí durano a proporzione di quel che costano. Io per me credo che il secolo venturo fará un bellissimo frego sopra l’immensa bibliografia del secolo decimonono: ovvero dirá: io ho biblioteche intere di libri che sono costati quali venti, quali trenta anni di fatiche, e quali meno, ma tutti grandissimo lavoro. Leggiamo questi prima, perché la verisimiglianza è che da loro si cavi maggior costrutto; e quando di questa sorta non avrò piú che leggere, allora metterò mano ai libri improvvisati. Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono, si debbono andare a nascondere per vergogna, come quello che camminava diritto in paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, cosí ad un tratto, senza altre fatiche preparatorie. Anzi vogliono che il grado al quale è pervenuta la civiltá, e che l’indole del tempo presente e futuro, assolvano essi e loro successori in perpetuo da ogni necessitá di sudori e fatiche lunghe per divenire atti alle cose. Mi diceva, pochi giorni sono, un mio amico, uomo di maneggi e di faccende, che anche la mediocritá è divenuta rarissima; quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a quegli esercizi a cui necessitá o fortuna o elezione gli ha destinati. In ciò mi pare che consista in parte la differenza ch’è da questo agli altri secoli. In tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli altri la mediocritá ha tenuto il campo; in questo la nullitá. Onde è tale il romore e la confusione, volendo tutti esser tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi grandi che pure credo che vi sieno; ai quali, nell’immensa moltitudine de’ concorrenti, non è piú possibile di aprirsi una via. E cosí, mentre tutti gl’infimi si credono illustri, l’oscuritá e la nullitá dell’esito diviene il fato comune e degl’infimi e de’ sommi. Ma viva la statistica! vivano le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, e le tante belle creazioni del nostro secolo! e viva sempre il secolo decimonono! forse povero di cose, ma ricchissimo e larghissimo di parole: che sempre fu segno ottimo, come sapete. E consoliamoci, che per altri sessantasei anni, questo secolo sará il solo che parli, e dica le sue ragioni. Amico. Voi parlate, a quanto pare, un poco ironico. Ma dovreste almeno all’ultimo ricordarvi che questo è un secolo di transizione. Tristano. O che conchiudete voi da cotesto? Tutti i secoli, piú o meno, sono stati e saranno di transizione, perché la societá umana non istá mai ferma, né mai verrá secolo nel quale ella abbia stato che sia per durare. Sicché cotesta bellissima parola o non iscusa punto il secolo decimonono, o tale scusa gli è comune con tutti i secoli. Resta a cercare, andando la societá per la via che oggi si tiene, a che si debba riuscire, cioè se la transizione che ora si fa, sia dal bene al meglio o dal male al peggio. Forse volete dirmi che la presente è transizione per eccellenza, cioè un passaggio rapido da uno stato della civiltá ad un altro diversissimo dal precedente. In tal caso chiedo licenza di ridere di cotesto passaggio rapido, e rispondo che tutte le transizioni conviene che siano fatte adagio; perché se si fanno a un tratto, di lá a brevissimo tempo si torna indietro, per poi rifarle a grado a grado. Cosí è accaduto sempre. La ragione è che la natura non va a salti e che, forzando la natura, non si fanno effetti che durino. Ovvero, per dir meglio, quelle tali transizioni precipitose sono transizioni apparenti, ma non reali. Amico. Vi prego, non fate di cotesti discorsi con troppe persone, perché vi acquisterete molti nemici. Tristano. Poco importa. Oramai né nemici, né amici mi faranno gran male. Amico. O piú probabilmente sarete disprezzato, come poco intendente della filosofia moderna, e poco curante del progresso della civiltá e dei lumi. Tristano. Mi dispiace molto, ma che s’ha a fare? se mi disprezzeranno, cercherò di consolarmene. Amico. Ma in fine avete voi mutato opinioni o no? e che s’ha egli a fare di questo libro? Tristano. Bruciarlo è il meglio. Non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un’espressione dell’infelicitá dell’autore: perché in confidenza, mio caro amico, io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io quanto a me, con licenza vostra e del secolo, sono infelicissimo; e tale mi credo; e tutti i giornali de’ due mondi non mi persuaderanno il contrario. Amico. Io non conosco le cagioni di cotesta infelicitá che dite. Ma se uno sia felice o infelice individualmente, nessuno è giudice se non la persona stessa, e il giudizio di questa non può fallare. Tristano. Verissimo. E di piú vi dico francamente, ch’io non mi sottometto alla mia infelicitá, né piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sinceritá, con quanta credo fermamente che non sia desiderata al mondo se non da pochissimi. Né vi parlerei cosí se non fossi ben certo che, giunta l’ora, il fatto non ismentirá le mie parole; perché quantunque io non vegga ancora alcun esito alla mia vita, pure ho un sentimento dentro, che quasi mi fa sicuro che l’ora ch’io dico non sia lontana. Troppo sono maturo alla morte, troppo mi pare assurdo e incredibile di dovere, cosí morto come sono spiritualmente, cosí conchiusa in me da ogni parte la favola della vita, durare ancora quaranta o cinquant’anni, quanti mi sono minacciati dalla natura. Al solo pensiero di questa cosa, io rabbrividisco. Ma come ci avviene di tutti quei mali che vincono, per cosí dire, la forza immaginativa, cosí questo mi pare un sogno e un’illusione, impossibile a verificarsi. Anzi se qualcuno mi parla di un avvenire lontano come di cosa che mi appartenga, non posso tenermi dal sorridere fra me stesso: tanta confidenza ho che la via che mi resta a compiere non sia lunga. E questo, posso dire, è il solo pensiero che mi sostiene. Libri e studi, che spesso mi maraviglio d’aver tanto amato, disegni di cose grandi, e speranze di gloria e d’immortalitá, sono cose delle quali è anche passato il tempo di ridere. Dei disegni e delle speranze di questo secolo non rido: desidero loro con tutta l’anima ogni miglior successo possibile, e lodo, ammiro ed onoro altamente e sincerissimamente il buon volere; ma non invidio però i posteri, né quelli che hanno ancora a vivere lungamente. In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli stolti, e quelli che hanno un gran concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con qualcuno di loro. Oggi non invidio piú né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei. Ogni immaginazione piacevole, ogni pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come accade, nella mia solitudine e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte, e di lá non sa uscire. Né in questo desiderio la ricordanza dei sogni della prima etá, e il pensiero d’esser vissuto invano, mi turbano piú, come solevano. Se ottengo la morte, morrò cosí tranquillo e cosí contento, come se mai null’altro avessi sperato né desiderato al mondo. Questo è il solo benefizio che può riconciliarmi al destino. Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro, netta da ogni macchia, dall’altro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi.