Libri di dominio pubblico

Inferno

Canto XXXIV

139 versicirca 9 minutiRiassunto

«Vexilla regis prodeunt inferniverso di noi; però dinanzi mira»disse ’l maestro mio «se tu ’l discerni».
Come, quando una grossa nebbia spira,o quando l’emisperio nostro annotta,par di lungi un molin che ’l vento gira;
veder mi parve un tal dificio allotta,poi per lo vento mi ristrinsi retroal duca mio, ché non li era altra grotta.
Giá era, e con paura il metto in metro,lá dove l’ombre tutte eran coperte,e trasparien come festuca in vetro.
Altre sono a giacere; altre stanno erte,quella col capo e quella con le piante;altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.
Quando noi fummo fatti tanto avante,ch’al mio maestro piacque di mostrarmila creatura ch’ebbe il bel sembiante,
d’innanzi mi si tolse e fe’ restarmi,«Ecco Dite» dicendo «ed ecco il locoove convien che di fortezza t’armi».
Com’io divenni allor gelato e fioco,nol dimandar, lettor; ch’i’ non lo scrivoperò ch’ogni parlar sarebbe poco.
Io non mori’, e non rimasi vivo:pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
Lo ’mperador del doloroso regnoda mezzo il petto uscía fuor de la ghiaccia;e piú con un gigante io mi convegno,
che’ giganti non fan con le sue braccia:vedi oggimai quant’esser dée quel tuttoch’a cosí fatta parte si confaccia.
S’el fu sí bel com’elli è ora brutto,e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,ben dée da lui proceder ogni lutto.
Oh quanto parve a me gran maravigliaquand’io vidi tre facce a la sua testa!L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questasovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,e sé giugnieno al luogo de la cresta:
e la destra parea tra bianca e gialla;la sinistra a vedere era tal, qualivegnon di lá onde ’l Nilo s’avvalla.
Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,quanto si convenía a tanto uccello:vele di mar non vid’io mai cotali!
Non avean penne, ma di vispistrelloera lor modo; e quelle svolazzava,sí che tre venti si movean da ello:
quindi Cocito tutto s’aggelava;con sei occhi piangea, e per tre mentigocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
Da ogni bocca dirompea co’ dentiun peccatore, a guisa di maciulla,sí che tre ne facea cosí dolenti.
A quel dinanzi il mordere era nullaverso ’l graffiar, che tal volta la schienarimanea de la pelle tutta brulla.
«Quell’anima lá su c’ha maggior pena»disse ’l maestro «è Giuda Scariotto,che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,quel che pende dal nero ceffo è Bruto:vedi com’e’ si storce e non fa motto!
e l’altro è Cassio che par sí membruto.Ma la notte risurge, e oramaiè da partir, ché tutto avem veduto».
Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai:ed el prese di tempo e luogo poste;e quando l’ali furo aperte assai,
appigliò sé a le vellute coste;di vello in vello giú discese posciatra ’l folto pelo e le gelate croste.
Quando noi fummo lá dove la cosciasi volge, a punto in sul grosso de l’anche,lo duca, con fatica e con angoscia,
volse la testa ov’elli avea le zanche,e aggrappossi al pel com’uom che sale,sí che ’n inferno i’ credea tornar anche.
«Attienti ben, ché per cotali scale»disse ’l maestro, ansando com’uom lasso,«conviensi dipartir da tanto male».
Poi uscí fuor per lo foro d’un sasso,e pose me in su l’orlo a sedere;appresso porse a me l’accorto passo.
Io levai li occhi, e credetti vedereLucifero com’io l’avea lasciato,e vidili le gambe in su tenere;
e s’io divenni allora travagliato,la gente grossa il pensi, che non vedequal è quel punto ch’io avea passato.
«Lèvati su» disse ’l maestro «in piede:la via è lunga e ’l cammino è malvagio,e giá il sole a mezza terza riede».
Non era caminata di palagiolá ’v’eravam, ma natural burellach’avea mal suolo e di lume disagio.
«Prima ch’io de l’abisso mi divella,»maestro mio,» diss’io quando fui dritto«a trarmi d’erro un poco mi favella:
ov’è la ghiaccia? e questi com’è fittosí sottosopra? e come, in sí poc’ora,da sera a mane ha fatto il sol tragitto?»
Ed elli a me: «Tu imagini ancorad’esser di lá dal centro, ov’io mi presial pel del vermo reo che ’l mondo fóra.
Di lá fosti cotanto quant’io scesi:quand’io mi volsi, tu passasti ’l puntoal qual si traggon d’ogni parte i pesi;
e se’ or sotto l’emisperio giuntoch’è opposito a quel che la gran seccacoverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
fu l’uom che nacque e visse senza pecca:tu hai i piedi in su picciola sperache l’altra faccia fa de la Giudecca.
Qui è da man, quando di lá è sera:e questi, che ne fe’ scala col pelo,fitto è ancora sí come prim’era.
Da questa parte cadde giú dal cielo;e la terra, che pria di qua si sporse,per paura di lui fe’ del mar velo,
e venne a l’emisperio nostro; e forseper fuggir lui lasciò qui ’l luogo vòtoquella ch’appar di qua, e su ricorse».
Luogo è lá giú da Belzebú remototanto quanto la tomba si distende,che non per vista, ma per suono è noto
d’un ruscelletto che quivi discendeper la buca d’un sasso, ch’elli ha róso,col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
Lo duca e io per quel cammino ascosointrammo a ritornar nel chiaro mondo;e senza cura aver d’alcun riposo
salimmo su, el primo e io secondo,tanto ch’i’ vidi de le cose belleche porta ’l ciel, per un pertugio tondo;
e quindi uscimmo a riveder le stelle.

Glossario

allotta
allora.
sembiante
aspetto, espressione del volto.
maciulla
attrezzo con cui si schiacciano il lino e la canapa per separarne le fibre.
zanca
gamba, gambe.
burella
galleria stretta, bassa e buia.
spera
sfera; in particolare ciascuno dei cieli che ruotano intorno alla Terra.
pertugio
apertura stretta, piccolo foro.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .