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Paradiso

Canto X

148 versicirca 9 minuti

Guardando nel suo Figlio con l’Amoreche l’uno e l’altro eternalmente spira,lo primo e ineffabile Valore,
quanto per mente e per loco si giracon tant’ordine fe’, ch’esser non puotesenza gustar di lui chi ciò rimira.
Leva dunque, lettore, a l’alte ruotemeco la vista, dritto a quella partedove l’un moto e l’altro si percuote;
e lí comincia a vagheggiar ne l’artedi quel maestro che dentro a sé l’ama,tanto che mai da lei l’occhio non parte.
Vedi come da indi si diramal’oblíco cerchio che i pianeti porta,per sodisfare al mondo che li chiama;
e se la strada lor non fosse torta,molta virtú nel ciel sarebbe in vano,e quasi ogni potenza qua giú morta;
e se dal dritto piú o men lontanofosse ’l partire, assai sarebbe mancoe giú e su de l’ordine mondano.
Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,dietro pensando a ciò che si preliba,s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.
Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;ché a sé torce tutta la mia curaquella materia ond’io son fatto scriba.
Lo ministro maggior de la natura,che del valor del ciel lo mondo imprentae col suo lume il tempo ne misura,
con quella parte che su si rammentacongiunto, si girava per le spirein che piú tosto ognora s’appresenta;
e io era con lui; ma del salirenon m’accors’io, se non com’uom s’accorge,anzi ’l primo pensier, del suo venire.
È Beatrice quella che si scorgedi bene in meglio sí subitamente,che l’atto suo per tempo non si sporge.
Quant’esser convenía da sé lucentequel ch’era dentro al sol dov’io entra’mi,non per color, ma per lume, parvente!
Perch’io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,sí nol direi, che mai s’imaginasse,ma creder puossi, e di veder si brami;
e se le fantasie nostre son bassea tanta altezza, non è maraviglia,ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.
Tal era quivi la quarta famigliade l’alto Padre, che sempre la saziamostrando come spira e come figlia.
E Beatrice cominciò: «Ringrazia,ringrazia il sol de li angeli, ch’a questosensibil t’ha levato per sua grazia».
Cor di mortal non fu mai sí digestoa divozione ed a rendersi a Diocon tutto il suo gradir cotanto presto,
come a quelle parole mi fec’io;e sí tutto ’l mio amore in lui si mise,che Beatrice eclissò ne l’oblio.
Non le dispiacque; ma sí se ne rise,che lo splendor de li occhi suoi ridentimia mente unita in piú cose divise.
Io vidi piú fulgor vivi e vincentifar di noi centro e di sé far corona,piú dolci in voce che in vista lucenti:
cosí cinger la figlia di Latonavedem talvolta, quando l’aere è pregnosí, che ritenga il fil che fa la zona.
Ne la corte del cielo, ond’io rivegno,si trovan molte gioie care e belletanto che non si posson trar del regno;
e ’l canto di quei lumi era di quelle:chi non s’impenna sí che lá su voli,dal muto aspetti quindi le novelle.
Poi, sí cantando, quelli ardenti solisi fur girati intorno a noi tre volte,come stelle vicine a’ fermi poli,
donne mi parver non da ballo sciolte,ma che s’arrestin tacite, ascoltandofin che le nuove note hanno ricolte;
e dentro a l’un senti’ cominciar: «Quandolo raggio de la grazia, onde s’accendeverace amore e che poi cresce amando,
multiplicato in te tanto resplende,che ti conduce su per quella scalau’ senza risalir nessun discende;
qual ti negasse il vin de la sua fialaper la tua sete, in libertá non fòrase non com’acqua ch’al mar non si cala.
Tu vuo’ saper di quai piante s’infioraquesta ghirlanda che ’ntorno vagheggiala bella donna ch’al ciel t’avvalora.
Io fui de li agni de la santa greggiache Domenico mena per camminou’ ben s’impingua se non si vaneggia.
Questi che m’è a destra piú vicino,frate e maestro fummi, ed esso Albertoè di Cologna, e io Thomas d’Aquino.
Se sí di tutti li altri esser vuo’ certo,di retro al mio parlar ten vien col visogirando su per lo beato serto.
Quell’altro fiammeggiare esce del risodi Grazian, che l’uno e l’altro foroaiutò sí che piace in paradiso.
L’altro ch’appresso adorna il nostro coro,quel Pietro fu che con la poverellaofferse a Santa Chiesa suo tesoro.
La quinta luce, ch’è tra noi piú bella,spira di tale amor, che tutto ’l mondolá giú ne gola di saper novella:
entro v’è l’alta mente u’ sí profondosaver fu messo, che se ’l vero è vero,a veder tanto non surse il secondo.
Appresso vedi il lume di quel ceroche giú, in carne, piú a dentro videl’angelica natura e ’l ministero.
Ne l’altra piccioletta luce ridequello avvocato de’ tempi cristianidel cui latino Augustin si provide.
Or se tu l’occhio de la mente tranidi luce in luce dietro a le mie lode,giá de l’ottava con sete rimani.
Per vedere ogni ben dentro vi godel’anima santa che ’l mondo fallacefa manifesto a chi di lei ben ode:
lo corpo ond’ella fu cacciata giacegiuso in Cieldauro; ed essa da martiroe da esilio venne a questa pace.
Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spirod’Isidoro, di Beda, e di Riccardoche a considerar fu piú che viro.
Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,è ’l lume d’uno spirto che ’n pensierigravi a morir li parve venir tardo:
essa è la luce eterna di Sigieri,che, leggendo nel vico de li strami,sillogizzò invidiosi veri».
Indi, come orologio che ne chiamine l’ora che la sposa di Dio surgea mattinar lo sposo perché l’ami,
che l’una parte l’altra tira e urge,tin tin sonando con sí dolce notache ’l ben disposto spirto d’amor turge;
cosí vid’io la gloriosa rotamuoversi e render voce a voce in temprae in dolcezza, ch’esser non può nota
se non colá dove gioir s’insempra.

Glossario

fòra
sarebbe.
sillogizzò
dimostrò con sillogismi, cioè con ragionamenti logici.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .