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Paradiso

Canto XXV

139 versicirca 9 minuti

Se mai continga che ’l poema sacroal quale ha posto mano e cielo e terra,sí che m’ha fatto per piú anni macro,
vinca la crudeltá che fuor mi serradel bello ovile ov’io dormi’ agnello,nimico ai lupi che li danno guerra;
con altra voce omai, con altro velloritornerò poeta, ed in sul fontedel mio battesmo prenderò ’l cappello;
però che ne la fede, che fa contel’anime a Dio, quivi intra’ io, e poiPietro per lei sí mi girò la fronte.
Indi si mosse un lume verso noidi quella spera ond’uscí la primiziache lasciò Cristo de’ vicari suoi;
e la mia donna, piena di letizia,mi disse: «Mira, mira: ecco il baroneper cui lá giú si visita Galizia».
Sí come quando il colombo si ponepresso al compagno, l’uno a l’altro pande,girando e mormorando, l’affezione;
cosí vid’io l’un da l’altro grandeprincipe glorioso essere accolto,laudando il cibo che lá su li prande.
Ma poi che ’l gratular si fu assolto,tacito coram me ciascun s’affisse,ignito sí che vinceva ’l mio volto.
Ridendo allora Beatrice disse:«Inclita vita per cui la larghezzade la nostra basilica si scrisse,
fa risonar la spene in questa altezza:tu sai, che tante fiate la figuri,quante Iesú ai tre fe’ piú carezza».
«Leva la testa e fa che t’assicuri;ché ciò che vien qua su del mortal mondo,convien ch’ai nostri raggi si maturi».
Questo conforto del foco secondomi venne; ond’io levai li occhi a’ montiche li ’ncurvaron pria col troppo pondo.
«Poi che per grazia vuol che tu t’affrontilo nostro imperadore, anzi la morte,ne l’aula piú secreta co’ suoi conti,
sí che, veduto il ver di questa corte,la spene, che lá giú bene innamora,in te ed in altrui di ciò conforte,
dí quel ch’ell’è, e come se ne’ nfiorala mente tua, e dí onde a te venne».Cosí seguí ’l secondo lume ancora.
E quella pia che guidò le pennede le mie ali a cosí alto volo,a la risposta cosí mi prevenne:
«La Chiesa militante alcun figliuolonon ha con piú speranza, com’è scrittonel sol che raggia tutto nostro stuolo:
però li è conceduto che d’Egittovegna in Ierusalemme per vedere,anzi che ’l militar li sia prescritto.
Li altri due punti, che non per sapereson dimandati, ma perch’ei rapportiquanto questa virtú t’è in piacere,
a lui lasc’io, ché non li saran fortiné di iattanzia; ed elli a ciò risponda,e la grazia di Dio ciò li comporti».
Come discente ch’a dottor seconda,pronto e libente, in quel ch’elli è esperto,perché la sua bontá si disasconda,
«Spene» diss’io «è uno attender certode la gloria futura, il qual producegrazia divina e precedente merto.
Da molte stelle mi vien questa luce;ma quei la distillò nel mio cor priache fu sommo cantor del sommo duce.
‘ Sperino in te ’ ne la sua teodíadice ‘ color che sanno il nome tuo ’:e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?
Tu mi stillasti, con lo stillar suo,ne la pístola poi, sí ch’io son pieno,ed in altrui vostra pioggia repluo».
Mentr’io diceva, dentro al vivo senodi quello incendio tremolava un lamposúbito e spesso a guisa di baleno;
indi spirò: «L’amore ond’io avvampoancor ver la virtú che mi seguetteinfin la palma e a l’uscir del campo,
vuol ch’io respiri a te che ti dilettedi lei; ed èmmi a grato che tu dichequello che la speranza ti promette».
E io: «Le nove e le scritture antichepongono il segno, ed esso lo mi addita,de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.
Dice Isaia che ciascuna vestitane la sua terra fia di doppia vesta,e la sua terra è questa dolce vita;
e ’l tuo fratello assai vie piú digesta,lá dove tratta de le bianche stole,questa revelazion ci manifesta».
E prima, appresso al fin d’este parole,‘ Sperent in te ’ di sopr’a noi s’udí,a che risposer tutte le carole:
poscia, tra esse un lume si schiarísí che se ’l Cancro avesse un tal cristallo,l’inverno avrebbe un mese d’un sol dí.
E come surge e va ed entra in ballovergine lieta, sol per fare onorea la novizia, non per alcun fallo,
cosí vid’io lo schiarato splendorevenire a’ due che si volgieno a notaqual conveníesi al loro ardente amore.
Misesi lí nel canto e ne la rota;e la mia donna in lor tenea l’aspetto,pur come sposa tacita ed immota.
«Questi è colui che giacque sopra ’l pettodel nostro pellicano; e questi fuedi su la croce al grande officio eletto».
La donna mia cosí; né però piúemosser la vista sua di stare attenta,poscia che prima, le parole sue.
Qual è colui ch’adocchia e s’argomentadi vedere eclissar lo sole un poco,che, per veder, non vedente diventa;
tal mi fec’io a quell’ultimo focomentre che detto fu: «Perché t’abbagliper veder cosa che qui non ha loco?
In terra è terra il mio corpo, e saráglitanto con li altri, che ’l numero nostrocon l’eterno proposito s’agguagli.
Con le due stole nel beato chiostroson le due luci sole che saliro;e questo apporterai nel mondo vostro».
A questa voce l’infiammato girosi quietò con esso il dolce mischioche si facea nel suon del trino spiro;
sí come, per cessar fatica o rischio,li remi, pria ne l’acqua ripercossi,tutti si posano al sonar d’un fischio.
Ahi quanto ne la mente mi commossi,quando mi volsi per veder Beatrice,per non poter veder, ben che io fossi
presso di lei, e nel mondo felice!

Glossario

spera
sfera; in particolare ciascuno dei cieli che ruotano intorno alla Terra.
fiata
volta, volte.
carole
danze in cerchio; qui, le schiere di anime che danzano girando.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .