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Purgatorio

Canto XIX

145 versicirca 9 minuti

Ne l’ora che non può ’l calor diurnointepidar piú il freddo de la luna,vinto da terra, e talor da Saturno;
quando i geomanti lor maggior fortunaveggiono in oriente, innanzi a l’alba,surger per via che poco le sta bruna;
mi venne in sogno una femmina balba,ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,con le man monche, e di colore scialba.
Io la mirava; e come ’l sol confortale fredde membra che la notte aggrava,cosí lo sguardo mio le facea scorta
la lingua, e poscia tutta la drizzavain poco d’ora, e lo smarrito volto,com’amor vuol, cosí le colorava.
Poi ch’ell’avea il parlar cosí disciolto,cominciava a cantar sí, che con penada lei avrei mio intento rivolto.
«Io son,» cantava «io son dolce serèna,che’ marinari in mezzo mar dismago;tanto son di piacere a sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin vagoal canto mio; e qual meco s’aúsa,rado sen parte; sí tutto l’appago!»
Ancor non era sua bocca richiusa,quand’una donna apparve santa e prestalunghesso me per far colei confusa.
«O Virgilio, o Virgilio, chi è questa?»fieramente dicea; ed el veníacon li occhi fitti pur in quella onesta.
L’altra prendea, e dinanzi l’apríafendendo i drappi, e mostravami ’l ventre:quel mi svegliò col puzzo che n’uscía.
Io mossi li occhi, e ’l buon maestro «Almen trevoci t’ho messe!» dicea. «Surgi e vieni;troviam l’aperta per la qual tu entre».
Su mi levai, e tutti eran giá pienide l’alto dí i giron del sacro monte,e andavam col sol novo a le reni.
Seguendo lui, portava la mia frontecome colui che l’ha di pensier carca,che fa di sé un mezzo arco di ponte;
quand’io udi’ «Venite, qui si varca»parlare in modo soave e benigno,qual non si sente in questa mortal marca.
Con l’ali aperte, che parean di cigno,volseci in su colui che sí parlonnetra’ due pareti del duro macigno.
Mosse le penne poi e ventilonne,‛ Qui lugent ’ affermando esser beati,ch’avran di consolar l’anime donne.
«Che hai che pur inver la terra guati?»la guida mia incominciò a dirmi,poco amendue da l’angel sormontati.
E io: «Con tanta sospeccion fa irminovella vision ch’a sé mi piega,sí ch’io non posso dal pensar partirmi».
«Vedesti» disse «quell’antica stregache sola sovra noi omai si piagne;vedesti come l’uom da lei si slega.
Bastiti, e batti a terra le calcagne:li occhi rivolgi al logoro che giralo rege eterno con le rote magne».
Quale il falcon, che prima a’ piè si mira,indi si volge al grido e si protendeper lo disio del pasto che lá il tira;
tal mi fec’io; e tal, quanto si fendela roccia per dar via a chi va suso,n’andai infín dove ’l cerchiar si prende.
Com’io nel quinto giro fui dischiuso,vidi gente per esso che piangea,giacendo a terra tutta volta in giuso.
‛ Adhaesit pavimento anima mea ’sentía dir lor con sí alti sospiri,che la parola a pena s’intendea.
«O eletti di Dio, li cui soffririe giustizia e speranza fa men duri,drizzate noi verso li altri saliri».
«Se voi venite dal giacer sicuri,e volete trovar la via piú tosto,le vostre destre sien sempre di furi».
Cosí pregò il Poeta, e sí rispostopoco dinanzi a noi ne fu; per ch’ionel parlare avvisai l’altro nascosto;
e volsi li occhi a li occhi al signor mio:ond’elli m’assenti con lieto cennociò che chiedea la vista del disio.
Poi ch’io potei di me fare a mio senno,trassimi sovra quella creaturale cui parole pria notar mi fenno,
dicendo: «Spirto, in cui pianger maturaquel senza ’l quale a Dio tornar non puossi,sosta un poco per me tua maggior cura.
Chi fosti e perché vòlti avete i dossial su, mi dí, e se vuo’ ch’io t’impetricosa di lá ond’io vivendo mossi».
Ed elli a me: «Perché i nostri diretririvolga il cielo a sé, saprai; ma primascias quod ego fui successor Petri.
Intra Siestri e Chiaveri s’adimauna fiumana bella, e del suo nomelo titol del mio sangue fa sua cima.
Un mese e poco piú prova’ io comepesa il gran manto a chi dal fango il guarda,che piuma sembran tutte l’altre some.
La mia conversione, oh me! fu tarda;ma come fatto fui roman pastore,cosí scopersi la vita bugiarda:
vidi che lí non si quetava il core,né piú salir potíesi in quella vita;per che di questa in me s’accese amore.
Fino a quel punto misera e partitada Dio anima fui, del tutto avara:or, come vedi, qui ne son punita.
Quel ch’avarizia fa, qui si dichiarain purgazion de l’anime converse;e nulla pena il monte ha piú amara.
Sí come l’occhio nostro non s’adersein alto, fisso a le cose terrene,cosí giustizia qui a terra il merse.
Come avarizia spense a ciascun benelo nostro amore, onde operar perdési,cosí giustizia qui stretti ne tiene,
ne’ piedi e ne le man legati e presi;e quanto fia piacer del giusto sire,tanto staremo immobili e distesi».
Io m’era inginocchiato e volea dire;ma com’io cominciai, ed el s’accorse,solo ascoltando, del mio reverire,
«Qual cagion» disse «in giú cosí ti torse?»E io a lui: «Per vostra dignitatemia coscienza dritto mi rimorse».
«Drizza le gambe, levati su, frate!»rispose; «non errar, conservo sonoteco e con li altri ad una podestate:
se mai quel santo evangelico suonoche dice ‛ Neque nubent ’ intendesti,ben puoi veder perch’io cosí ragiono.
Vattene omai; non vo’ che piú t’arresti,ché la tua stanza mio pianger disagia,col qual maturo ciò che tu dicesti.
Nepote ho io di lá c’ha nome Alagia,buona da sé, pur che la nostra casanon faccia lei per esemplo malvagia;
e questa sola di lá m’è rimasa».

Glossario

balba
balbuziente.
dismaga
turba, distoglie, fa smarrire o perdere forza e dignità.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .