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Purgatorio

Canto II

133 versicirca 8 minuti

Giá era ’l sole a l’orizzonte giuntolo cui meridian cerchio coverchiaIerusalèm col suo piú alto punto;
e la notte, che opposita a lui cerchia,uscía di Gange fuor con le bilance,che le caggion di man quando soverchia;
sí che le bianche e le vermiglie guance,lá dov’i’ era, de la bella Aurora,per troppa etate divenivan rance.
Noi eravam lunghesso mare ancora,come gente che pensa a suo cammino,che va col cuore e col corpo dimora.
Ed ecco qual, sul presso del mattino,per li grossi vapor Marte rosseggiagiú nel ponente sovra ’l suol marino,
cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,un lume per lo mar venir sí ratto,che ’l mover suo nessun volar pareggia.
Dal qual com’io un poco ebbi ritrattol’occhio per domandar lo duca mio,rividil piú lucente e maggior fatto.
Poi d’ogni lato ad esso m’apparíoun non sapeva che bianco, e di sottoa poco a poco un altro a lui uscío.
Lo mio maestro ancor non fece mottomentre che i primi bianchi apparser ali:allor, che ben conobbe il galeotto,
gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali;ecco l’angel di Dio! piega le mani:omai vedrai di sí fatti officiali.
Vedi che sdegna li argomenti umani,sí che remo non vuol né altro veloche l’ali sue, tra liti sí lontani.
Vedi come l’ha dritte verso il cielo,trattando l’aere con l’eterne penne,che non si mutan come mortal pelo».
Poi, come piú e piú verso noi vennel’uccel divino, piú chiaro appariva;per che l’occhio da presso nol sostenne,
ma chinail giuso; e quei sen venne a rivacon un vasello snelletto e leggiero,tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.
Da poppa stava il celestial nocchiero,tal che parea beato per iscripto;e piú di cento spirti entro sediero.
‛ In exitu Israel de Aegypto ’cantavan tutti insieme ad una vocecon quanto di quel salmo è poscia scripto.
Poi fece il segno lor di santa croce;ond’ei si gittar tutti in su la piaggia:ed el sen gí, come venne, veloce.
La turba che rimase lí, selvaggiaparea del loco, rimirando intornocome colui che nove cose assaggia.
Da tutte parti saettava il giornolo sol, ch’avea con le saette contedi mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
quando la nova gente alzò la frontever noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,mostratene la via di gire al monte».
E Virgilio rispose: «Voi credeteforse che siamo esperti d’esto loco;ma noi siam peregrin come voi siete.
Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,per altra via, che fu sí aspra e forte,che lo salire omai ne parrá gioco».
L’anime, che si fur di me accorte,per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,maravigliando diventaro smorte.
E come a messagger che porta ulivotragge la gente per udir novelle,e di calcar nessun si mostra schivo,
cosí al viso mio s’affisar quelleanime fortunate tutte quante,quasi obliando d’ire a farsi belle.
Io vidi una di lor trarresi avanteper abbracciarmi, con sí grande affetto,che mosse me a fare il simigliante.
Oi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!tre volte dietro a lei le mani avvinsi,e tante mi tornai con esse al petto.
Di maraviglia, credo, mi dipinsi;per che l’ombra sorrise e si ritrasse,e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
Soavemente disse ch’io posasse:allor conobbi chi era, e pregaiche, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
Risposemi: «Cosí com’io t’amainel mortal corpo, cosí t’amo sciolta:però m’arresto; ma tu perché vai?»
«Casella mio, per tornar altra voltalá dove son, fo io questo viaggio»diss’io; «ma a te com’è tanta ora tolta?»
Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,se quei che leva quando e cui li piace,piú volte m’ha negato esto passaggio;
ché di giusto voler lo suo si face:veramente da tre mesi elli ha toltochi ha voluto intrar, con tutta pace.
Ond’io, ch’era ora a la marina vòltodove l’acqua di Tevero s’insala,benignamente fu’ da lui ricolto.
A quella foce ha elli or dritta l’ala,però che sempre quivi si ricogliequale verso Acheronte non si cala».
E io: «Se nuova legge non ti togliememoria o uso a l’amoroso cantoche mi solea quetar tutte mie voglie,
di ciò ti piaccia consolare alquantol’anima mia, che, con la mia personavenendo qui, è affannata tanto!»
‘ Amor che ne la mente mi ragiona ’cominciò elli allor sí dolcemente,che la dolcezza ancor dentro mi sona.
Lo mio maestro e io e quella gentech’eran con lui parevan sí contenti,come a nessun toccasse altro la mente.
Noi eravam tutti fissi e attentia le sue note; ed ecco il veglio onestogridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
qual negligenza, quale stare è questo?correte al monte, a spogliarvi lo scoglioch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
Come quando, cogliendo biada o loglio,li colombi adunati a la pastura,queti, senza mostrar l’usato orgoglio,
se cosa appare ond’elli abbian paura,subitamente lasciano star l’esca,perch’assaliti son da maggior cura;
cosí vid’io quella masnada frescalasciar lo canto, e gire inver la costa,com’uom che va, né sa dove riesca:
né la nostra partita fu men tosta.

Glossario

ratto
rapido, rapidamente; «ratto che» vale appena che.
vasello
nave, imbarcazione.
piaggia
pendio; anche riva, spiaggia.
dianzi
poco fa, prima.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .