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Purgatorio

Canto XXV

139 versicirca 8 minuti

Ora era onde ’l salir non volea storpio,ché ’l sole avea il cerchio di meriggelasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
per che, come fa l’uom che non s’affiggema vassi a la via sua, che che li appaia,se di bisogno stimolo il trafigge,
cosí entrammo noi per la callaia,uno innanzi altro prendendo la scalache per artezza i salitor dispaia.
E quale il cicognin che leva l’alaper voglia di volare, e non s’attentad’abbandonar lo nido, e giú la cala;
tal era io con voglia accesa e spentadi dimandar, venendo infino a l’attoche fa colui ch’a dicer s’argomenta.
Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,lo dolce padre mio, ma disse: «Scoccal’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
Allor sicuramente apri’ la boccae cominciai: «Come si può far magrolá dove l’uopo di nodrir non tocca?»
«Se t’ammentassi come Meleagrosi consumò al consumar d’un stizzo,non fòra» disse «a te questo sí agro;
e se pensassi come, al vostro guizzo,guizza dentro a lo specchio vostra image,ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
Ma perché dentro a tuo voler t’adage,ecco qui Stazio; e io lui chiamo e pregoche sia or sanator de le tue piage».
«Se la veduta eterna li dislego»rispose Stazio «lá dove tu sie,discolpi me non potert’ io far nego».
Poi cominciò: «Se le parole mie,figlio, la mente tua guarda e riceve,lume ti fiero al come che tu die.
Sangue perfetto, che mai non si beveda l’assetate vene, e si rimanequasi alimento che di mensa leve,
prende nel core a tutte membra umanevirtute informativa, come quelloch’a farsi quelle per le vene váne.
Ancor digesto, scende ov’è piú bellotacer che dire; e quindi poscia gemesovr’altrui sangue in natural vasello.
Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,l’un disposto a patire, e l’altro a fareper lo perfetto loco onde si preme;
e giunto lui, comincia ad operarecoagulando prima, e poi avvivaciò che per sua materia fe’ constare.
Anima fatta la virtute attivaqual d’una pianta, in tanto differenteche questa è in via e quella è giá a riva,
tanto ovra poi, che giá si move e sente,come fungo marino; e indi imprendead organar le posse ond’è semente.
Or si spiega, figliuolo, or si distendela virtú ch’è dal cor del generante,dove natura a tutte membra intende.
Ma come d’animal divegna fante,non vedi tu ancor: quest’è tal puntoche piú savio di te fe’ giá errante,
sí che per sua dottrina fe’ disgiuntoda l’anima il possibile intelletto,perché da lui non vide organo assunto.
Apri a la veritá che viene il petto;e sappi che, sí tosto come al fetol’articular del cerebro è perfetto,
lo motor primo a lui si volge lietosovra tant’arte di natura, e spiraspirito novo, di vertú repleto,
che ciò che trova attivo quivi, tirain sua sustanzia, e fassi un’alma sola,che vive e sente e sé in sé rigira.
E perché meno ammiri la parola,guarda il calor del sol che si fa vino,giunto a l’omor che de la vite cola.
Quando Lachesis non ha piú del lino,solvesi da la carne, ed in virtutene porta seco e l’umano e ’l divino:
l’altre potenze tutte quante mute;memoria, intelligenza e volontadein atto molto piú che prima agute.
Senza restarsi, per se stessa cademirabilmente a l’una de le rive:quivi conosce prima le sue strade.
Tosto che loco lí la circunscrive,la virtú informativa raggia intornocosí e quanto ne le membra vive:
e come l’aere, quand’è ben piorno,per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,di diversi color diventa adorno;
cosí l’aere vicin quivi si mettein quella forma che in lui suggellavirtualmente l’alma che ristette;
e simigliante poi a la fiammellache segue il foco lá ’vunque si muta,segue lo spirto sua forma novella.
Però che quindi ha poscia sua paruta,è chiamata ombra; e quindi organa poiciascun sentire infino a la veduta.
Quindi parliamo e quindi ridiam noi;quindi facciam le lacrime e’ sospiriche per lo monte aver sentiti puoi.
Secondo che ci affliggono i disirie li altri affetti, l’ombra si figura;e quest’è la cagion di che tu miri».
E giá venuto a l’ultima torturas’era per noi, e vòlto a la man destra,ed eravamo attenti ad altra cura.
Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,e la cornice spira fiato in susoche la reflette e via da lei sequestra;
ond’ir ne convenía dal lato schiusoad uno ad uno; e io temea il focoquinci, e quindi temea cadere giuso.
Lo duca mio dicea: «Per questo locosi vuol tenere a li occhi stretto il freno,però ch’errar potrebbesi per poco».
‛ Summae Deus clementiae ’ nel senoal grande ardore allora udi’ cantando,che di volger mi fe’ caler non meno:
e vidi spirti per la fiamma andando;per ch’io guardava a loro e a’ miei passicompartendo la vista a quando a quando.
Appresso il fine ch’a quell’inno fassi,gridavano alto: ‛ Virum non cognosco ’;indi ricominciavan l’inno bassi.
Finitolo anco, gridavano: «Al boscosi tenne Diana, ed Elice caccionneche di Venere avea sentito il tosco».
Indi al cantar tornavano; indi donnegridavano e mariti che fur casticome virtute e matrimonio imponne.
E questo modo credo che lor bastiper tutto il tempo che ’l foco li abbrucia:con tal cura conviene e con tai pasti
che la piaga da sezzo si ricucia.

Glossario

ratto
rapido, rapidamente; «ratto che» vale appena che.
uopo
bisogno; «è uopo» vale è necessario.
stizzo
tizzone.
fòra
sarebbe.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .