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Purgatorio

Canto XXIX

154 versicirca 9 minuti

Cantando come donna innamorata,continuò col fin di sue parole:‛ Beati quorum tecta sunt peccata! ’
E come ninfe che si givan soleper le salvatiche ombre, disiandoqual di veder, qual di fuggir lo sole,
allor si mosse contra ’l fiume, andandosu per la riva; e io pari di lei,picciol passo con picciol seguitando.
Non eran cento tra’ suoi passi e’ miei,quando le ripe igualmente dier volta,per modo ch’a levante mi rendei.
Né ancor fu cosí nostra via molta,quando la donna tutta a me si torse,dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
Ed ecco un lustro súbito trascorseda tutte parti per la gran foresta,tal, che di balenar mi mise in forse;
ma perché ’l balenar, come vien, resta,e quel, durando, piú e piú splendeva,nel mio pensar dicea: «Che cosa è questa?»
E una melodia dolce correvaper l’aere luminoso; onde buon zelomi fe’ riprender l’ardimento d’Eva,
che lá dove ubidía la terra e ’l cielo,femmina sola e pur testé formata,non sofferse di star sotto alcun velo;
sotto ’l qual se devota fosse stata,avrei quelle ineffabili deliziesentite prima e piú lunga fiata.
Mentr’io m’andava tra tante primiziede l’eterno piacer tutto sospeso,e disioso ancora a piú letizie,
dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,ci si fe’ l’aere sotto i verdi rami;e ’l dolce suon per canti era giá inteso.
O sacrosante Vergini, se fami,freddi o vigilie mai per voi soffersi,cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami:
or convien che Elicona per me versi,e Urania m’aiuti col suo coroforti cose a pensar mettere in versi.
Poco piú oltre, sette alberi d’orofalsava nel parere il lungo trattodel mezzo, ch’era ancor tra noi e loro;
ma quand’i’ fui sí presso di lor fatto,che l’obietto comun, che ’l senso inganna,non perdea per distanza alcun suo atto,
la virtú ch’a ragion discorso ammanna,sí com’elli eran candelabri apprese,e ne le voci del cantare ‛ osanna ’.
Di sopra fiammeggiava il bello arnesepiú chiaro assai che luna per serenodi mezza notte nel suo mezzo mese.
Io mi rivolsi d’ammirazion pienoal buon Virgilio, ed esso mi risposecon vista carca di stupor non meno.
Indi rendei l’aspetto a l’alte coseche si movíeno incontr’a noi sí tardi,che fòran vinte da novelle spose.
La donna mi sgridò: «Perché pur ardisí ne lo aspetto de le vive luci,e ciò che vien di retro a lor non guardi?»
Genti vid’io allor, come a lor duci,venire appresso, vestite di bianco;e tal candor di qua giá mai non fúci.
L’acqua splendeva dal sinistro fianco,e rendea a me la mia sinistra costa,s’io riguardava in lei, come specchio anco.
Quand’io da la mia riva ebbi tal posta,che solo il fiume mi facea distante,per veder meglio ai passi diedi sosta,
e vidi le fiammelle andar davante,lasciando dietro a sé l’aere dipinto,e di tratti pennelli avean sembiante;
sí che lí sopra rimanea distintodi sette liste, tutte in quei colorionde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
Questi ostendali in dietro eran maggioriche la mia vista; e, quanto a mio avviso,diece passi distavan quei di fuori.
Sotto cosí bel ciel com’io diviso,ventiquattro seniori, a due a due,coronati veníen di fiordaliso.
Tutti cantavan: «Benedicta tuene le figlie d’Adamo, e benedettesieno in eterno le bellezze tue!»
Poscia che i fiori e l’altre fresche erbettea rimpetto di me da l’altra spondalibere fur da quelle genti elette,
sí come luce luce in ciel seconda,vennero appresso lor quattro animali,coronati ciascun di verde fronda.
Ognuno era pennuto di sei ali;le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,se fosser vivi, sarebber cotali.
A descriver lor forme piú non spargorime, lettor, ch’altra spesa mi strigne,tanto ch’a questa non posso esser largo:
ma leggi Ezechiel, che li dipignecome li vide da la fredda partevenir con vento e con nube e con igne;
e quali i troverai ne le sue carte,tali eran quivi, salvo ch’a le penneGiovanni è meco e da lui si diparte.
Lo spazio dentro a lor quattro contenneun carro, in su due rote, triunfale,ch’al collo d’un grifon tirato venne.
Esso tendeva in su l’una e l’altra aletra la mezzana e le tre e tre liste,sí ch’a nulla, fendendo, facea male.
Tanto salivan che non eran viste;le membra d’oro avea quant’era uccello,e bianche l’altre, di vermiglio miste.
Non che Roma di carro cosí bellorallegrasse Affricano, o vero Augusto,ma quel del Sol saría pover con ello:
quel del Sol che, sviando, fu combustoper l’orazion de la Terra devota,quando fu Giove arcanamente giusto.
Tre donne in giro da la destra rotavenían danzando: l’una tanto rossach’a pena fòra dentro al foco nota;
l’altr’era come se le carni e l’ossafossero state di smeraldo fatte;la terza parea neve testé mossa;
e or parevan da la bianca tratte,or da la rossa; e dal canto di questal’altre toglíen l’andare e tarde e ratte.
Da la sinistra quattro facean festa,in porpora vestite, dietro al modod’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
Appresso tutto il pertrattato nodovidi due vecchi in abito dispari,ma pari in atto ed onesto e sodo:
l’un si mostrava alcun de’ famigliaridi quel sommo Ipocráte, che naturaa li animali fe’ ch’ell’ha piú cari;
mostrava l’altro la contraria curacon una spada lucida e aguta,tal che di qua dal rio mi fe’ paura.
Poi vidi quattro in umile paruta;e di retro da tutti un vecchio solovenir, dormendo, con la faccia arguta.
E questi sette col primaio stuoloerano abituati, ma di giglidintorno al capo non facevan brolo,
anzi di rose e d’altri fior vermigli:giurato avría poco lontano aspettoche tutti ardesser di sopra da’ cigli.
E quando il carro a me fu a rimpetto,un tuon s’udí; e quelle genti degneparvero aver l’andar piú interdetto,
fermandosi ivi con le prime insegne.

Glossario

testé
poco fa, or ora.
fiata
volta, volte.
sembiante
aspetto, espressione del volto.
igne
fuoco.
fòra
sarebbe.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .