«O tu che se’ di lá dal fiume sacro,»volgendo suo parlare a me per puntache pur per taglio m’era paruto acro,
ricominciò, seguendo senza cunta«dí, dí se questo è vero: a tanta accusatua confession conviene esser congiunta».
Era la mia virtú tanto confusa,che la voce si mosse, e pria si spenseche da li organi suoi fosse dischiusa.
Poco sofferse; poi disse: «Che pense?rispondi a me, ché le memorie tristein te non sono ancor da l’acqua offense».
Confusione e paura insieme mistemi pinsero un tal ‛ sí ’ fuor de la bocca,al quale intender fur mestier le viste.
Come balestro frange, quando scoccada troppa tesa, la sua corda e l’arco,e con men foga l’asta il segno tocca,
sí scoppia’ io sott’esso grave carco,fuori sgorgando lacrime e sospiri,e la voce allentò per lo suo varco.
Ond’ella a me: «Per entro i mie’ disiri,che ti menavano ad amar lo benedi lá dal qual non è a che s’aspiri,
quai fossi attraversati o quai catenetrovasti, per che del passare innanzidovessiti cosí spogliar la spene?
e quali agevolezze o quali avanzine la fronte de li altri si mostraro,per che dovessi lor passeggiare anzi?»
Dopo la tratta d’un sospiro amaro,a pena ebbi la voce che rispose,e le labbra a fatica la formaro,
piangendo dissi: «Le presenti cosecol falso lor piacer volser miei passi,tosto che ’l vostro viso si nascose».
Ed ella: «Se tacessi o se negassiciò che confessi, non fòra men notala colpa tua: da tal giudice sassi!
Ma quando scoppia de la propria gotal’accusa del peccato, in nostra corterivolge sé contra ’l taglio la rota.
Tuttavia, perché mo vergogna portedel tuo errore, e perché altra volta,udendo le serène, sie piú forte,
pon giú ’l seme del pianger ed ascolta:sí udirai come in contraria partemover dovieti mia carne sepolta.
Mai non t’appresentò natura o artepiacer, quanto le belle membra in ch’iorinchiusa fui, e sono in terra sparte;
e se ’l sommo piacer sí ti fallíoper la mia morte, qual cosa mortaledovea poi trarre te nel suo disio?
Ben ti dovevi, per lo primo stralede le cose fallaci, levar susodi retro a me che non era piú tale.
Non ti dovea gravar le penne in giuso,ad aspettar piú colpi, o pargolettao altra vanitá con sí breve uso.
Novo augelletto due o tre aspetta;ma dinanzi da li occhi de’ pennutirete si spiega indarno o si saetta».
Quali i fanciulli, vergognando, muticon li occhi a terra stannosi, ascoltandoe sé riconoscendo e ripentuti,
tal mi stav’io; ed ella disse: «Quandoper udir se’ dolente, alza la barba,e prenderai piú doglia riguardando».
Con men di resistenza si dibarbarobusto cerro, o vero al nostral ventoo vero a quel de la terra di Iarba,
ch’io non levai al suo comando il mento;e quando per la barba il viso chiese,ben conobbi il velen de l’argomento.
E come la mia faccia si distese,posarsi quelle prime creatureda loro aspersion l’occhio comprese;
e le mie luci, ancor poco sicure,vider Beatrice vòlta in su la fèrach’è sola una persona in due nature.
Sotto ’l suo velo e oltre la rivieravincer paríemi piú se stessa antica,vincer che l’altre qui, quand’ella c’era.
Di pentèr sí mi punse ivi l’ortica,che di tutte altre cose qual mi torsepiú nel suo amor, piú mi si fe’ nemica.
Tanta riconoscenza il cor mi morse,ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,salsi colei che la cagion mi porse.
Poi, quando ’l cor virtú di fuor rendemmi,la donna ch’io avea trovata solasopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!»
Tratto m’avea nel fiume infin la gola,e tirandosi me dietro sen givasovresso l’acqua lieve come scola.
Quando fui presso a la beata riva,‛ Asperges me ’ sí dolcemente udissi,che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
La bella donna ne le braccia aprissi,abbracciommi la testa, e mi sommerseove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
Indi mi tolse, e bagnato m’offersedentro a la danza de le quattro belle;e ciascuna del braccio mi coperse.
«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;pria che Beatrice discendesse al mondo,fummo ordinate a lei per sue ancelle.
Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondolume ch’è dentro aguzzeranno i tuoile tre di lá, che miran piú profondo».
Cosí cantando cominciaro; e poial petto del grifon seco menarmi,ove Beatrice stava volta a noi,
disser: «Fa che le viste non risparmi:posto t’avem dinanzi a li smeraldiond’Amor giá ti trasse le sue armi».
Mille disiri piú che fiamma caldistrinsermi li occhi a li occhi rilucenti,che pur sopra ’l grifone stavan saldi:
come in lo specchio sol, non altrimentila doppia fiera dentro vi raggiava,or con altri, or con altri reggimenti.
Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,quando vedea la cosa, in sé, star queta,e ne l’idolo suo si trasmutava.
Mentre che piena di stupore e lietal’anima mia gustava di quel ciboche, saziando di sé, di sé asseta,
sé dimostrando di piú alto tribone li atti, l’altre tre si fero avanti,danzando al loro angelico caribo.
«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»era la sua canzone «al tuo fedeleche, per vederti, ha mossi passi tanti!
Per grazia fa noi grazia che disvelea lui la bocca tua, sí che discernala seconda bellezza che tu cele».
O isplendor di viva luce eterna,chi pallido si fece sotto l’ombrasí di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
che non paresse aver la mente ingombra,tentando a render te qual tu parestilá dove armonizzando il ciel t’adombra,
quando ne l’aere aperto ti solvesti?