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Purgatorio

Canto V

136 versicirca 9 minuti

Io era giá da quell’ombre partito,e seguitava l’orme del mio duca,quando di retro a me, drizzando il dito,
una gridò: «Ve’ che non par che lucalo raggio da sinistra a quel di sotto,e come vivo par che si conduca!»
Li occhi rivolsi al suon di questo motto,e vidile guardar per maravigliapur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»disse ’l maestro «che l’andare allenti?che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
Vien dietro a me, e lascia dir le genti:sta come torre ferma, che non crollagiá mai la cima per soffiar de’ venti;
ché sempre l’uomo in cui pensier rampollasovra pensier, da sé dilunga il segno,perché la foga l’un de l’altro insolla».
Che poteva io ridir, se non ‛ Io vegno ’?dissilo, alquanto del color conspersoche fa l’uom di perdon tal volta degno.
E ’ntanto per la costa di traversovenivan genti innanzi a noi un poco,cantando ‛ Miserere ’ a verso a verso.
Quando s’accorser ch’i’ non dava locoper lo mio corpo al trapassar de’ raggi,mutar lor canto in un ‛ Oh! ’ lungo e roco;
e due di loro, in forma di messaggi,corsero incontr’a noi e dimandarne:«Di vostra condizion fatene saggi».
E ’l mio maestro: «Voi potete andarnee ritrarre a color che vi mandaroche ’l corpo di costui è vera carne.
Se per veder la sua ombra restaro,com’io avviso, assai è lor risposto:fáccianli onore, ed esser può lor caro».
Vapori accesi non vid’io sí tostodi prima notte mai fender sereno,né, sol calando, nuvole d’agosto,
che color non tornasser suso in meno;e, giunti lá, con li altri a noi dier voltacome schiera che scorre senza freno.
«Questa gente che preme a noi è molta,e vegnonti a pregar» disse il poeta;«però pur va, e in andando ascolta».
«O anima che vai per esser lietacon quelle membra con le quai nascesti,»venían gridando «un poco il passo queta;
guarda s’alcun di noi unqua vedesti,sí che di lui di lá novella porti:deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
Noi fummo tutti giá per forza morti,e peccatori infino a l’ultima ora:quivi lume del ciel ne fece accorti,
sí che, pentendo e perdonando, fuoradi vita uscimmo a Dio pacificati,che del disio di sé veder n’accora».
E io: «Perché ne’ vostri visi guati,non riconosco alcun; ma s’a voi piacecosa ch’io possa, spiriti ben nati,
voi dite, e io farò, per quella paceche dietro a’ piedi di sí fatta guidadi mondo in mondo cercar mi si face».
E uno incominciò: «Ciascun si fidadel beneficio tuo senza giurarlo,pur che ’l voler non possa non ricida:
ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,ti priego, se mai vedi quel paeseche siede tra Romagna e quel di Carlo,
che tu mi sia de’ tuoi prieghi cortesein Fano, sí che ben per me s’adoripur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
Quindi fu’ io; ma li profondi foriond’usci ’l sangue in sul quale io sedea,fatti mi furo in grembo a li Antenori,
lá dov’io piú sicuro esser credea:quel da Esti il fe’ far, che m’avea in iraassai piú lá che dritto non volea.
Ma s’io fosse fuggito inver la Mira,quando fu’ sovragiunto ad Oriaco,ancor sarei di lá ove si spira.
Corsi al palude, e le cannucce e ’l bracom’impigliar sí, ch’i’ caddi; e lí vid’iode le mie vene farsi in terra laco».
Poi disse un altro: «Deh, se quel disiosi compia che ti tragge a l’alto monte,con buona pietate aiuta il mio!
Io fui da Montefeltro, io son Bonconte;Giovanna o altri non ha di me cura,per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
E io a lui: «Qual forza o qual venturati traviò sí fuor di Campaldino,che non si seppe mai tua sepultura?»
«Oh!» rispos’elli «a piè del Casentinotraversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
Lá ’ve ’l vocabol suo diventa vano,arriva’ io forato ne la gola,fuggendo a piede e ’nsanguinando il piano.
Quivi perdei la vista, e la parolanel nome di Maria fini’, e quivicaddi e rimase la mia carne sola.
Io dirò vero e tu ’l ridí tra’ vivi:l’angel di Dio mi prese, e quel d’infernogridava: ‛ O tu del ciel, perché mi privi?
Tu te ne porti di costui l’eternoper una lacrimetta che ’l mi toglie;ma io farò de l’altro altro governo! ’
Ben sai come ne l’aere si raccogliequell’umido vapor, che in acqua riedetosto che sale dove ’l freddo il coglie.
Giunse quel mal voler che pur mal chiedecon lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l ventoper la virtú che sua natura diede.
Indi la valle, come ’l dí fu spento,da Pratomagno al gran giogo copersedi nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento
sí, che ’l pregno aere in acqua si converse:la pioggia cadde, e a’ fossati vennedi lei ciò che la terra non sofferse;
e come ai rivi grandi si convenne,ver lo fiume real tanto velocesi ruinò, che nulla la ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la focetrovò l’Archian rubesto; e quel sospinsene l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
ch’i’ fei di me, quando ’l dolor mi vinse:voltommi per le ripe e per lo fondo,poi di sua preda mi coperse e cinse».
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,e riposato de la lunga via,»seguitò il terzo spirito al secondo
«ricorditi di me che son la Pia;Siena mi fe’, disfecemi Maremma:salsi colui che ’nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma».

Glossario

rubesto
impetuoso, violento.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .