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Purgatorio

Canto IX

145 versicirca 9 minuti

La concubina di Titone anticogiá s’imbiancava al balco d’oriente,fuor de le braccia del suo dolce amico;
di gemme la sua fronte era lucente,poste in figura del freddo animaleche con la coda percuote la gente;
e la notte de’ passi con che salefatti avea due nel loco ov’eravamo,e ’l terzo giá chinava in giuso l’ale;
quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,vinto dal sonno, in su l’erba inchinailá ’ve giá tutti e cinque sedevamo.
Ne l’ora che comincia i tristi laila rondinella presso a la mattina,forse a memoria de’ suoi primi guai,
e che la mente nostra, peregrinapiú da la carne e men da’ pensier presa,a le sue vision quasi è divina,
in sogno mi parea veder sospesaun’aquila nel ciel con penne d’oro,con l’ali aperte ed a calare intesa;
ed esser mi parea lá dove foroabbandonati i suoi da Ganimede,quando fu ratto al sommo concistoro.
Fra me pensava: «Forse questa fiedepur qui per uso, e forse d’altro locodisdegna di portarne suso in piede».
Poi mi parea che, poi rotata un poco,terribil come folgor discendesse,e me rapisse suso infino al foco.
Ivi parea che ella e io ardesse;e sí lo ’ncendio imaginato cosse,che convenne che ’l sonno si rompesse.
Non altrimenti Achille si riscosse,li occhi svegliati rivolgendo in giroe non sappiendo lá dove si fosse,
quando la madre da Chirone a Schirotrafugò lui dormendo in le sue braccia,lá onde poi li Greci il dipartiro;
che mi scoss’io, sí come da la facciami fuggí ’l sonno, e diventai smorto,come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
Da lato m’era solo il mio conforto,e ’l sole er’alto giá piú che due ore,e ’l viso m’era a la marina torto.
«Non aver tema» disse il mio signore:«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;non stringer, ma rallarga ogni vigore.
Tu se’ omai al purgatorio giunto!vedi lá il balzo che ’l chiude dintorno;vedi l’entrata lá ’ve par disgiunto.
Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,quando l’anima tua dentro dormíasovra li fiori ond’è lá giú adorno,
venne una donna, e disse: ‛ I’ son Lucia:lasciatemi pigliar costui che dorme,sí l’agevolerò per la sua via ’.
Sordel rimase, e l’altre gentil forme:ella ti tolse, e come il dí fu chiaro,sen venne suso; e io per le sue orme.
Qui ti posò, ma pria mi dimostraroli occhi suoi belli quella intrata aperta;poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta,e che muta in conforto sua paura,poi che la veritá li è discoperta,
mi cambia’ io; e come senza curavide me ’l duca mio, su per lo balzosi mosse, e io di retro inver l’altura.
Lettor, tu vedi ben com’io innalzola mia materia, e però con piú artenon ti maravigliar s’io la rincalzo.
Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,che lá dove pareami prima rotto,pur come un fesso che muro diparte,
vidi una porta, e tre gradi di sottoper gire ad essa, di color diversi,e un portier ch’ancor non facea motto.
E come l’occhio piú e piú v’apersi,vidil seder sovra ’l grado soprano,tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
e una spada nuda aveva in mano,che rifletteva i raggi sí ver noi,ch’io dirizzava spesso il viso in vano.
«Dite costinci: che volete voi?»cominciò elli a dire «ov’è la scorta?guardate che ’l venir su non vi nòi».
«Donna del ciel, di queste cose accorta,»rispose il mio maestro a lui «pur dianzine disse: ‛ Andate lá, quivi è la porta ’».
«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»ricominciò il cortese portinaio;«venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
Lá ne venimmo; e lo scaglion primaiobianco marmo era sí pulito e terso,ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
Era il secondo tinto piú che perso,d’una petrina ruvida ed arsiccia,crepata per lo lungo e per traverso.
Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,porfido mi parea sí fiammeggiante,come sangue che fuor di vena spiccia.
Sovra questo tenea ambo le piantel’angel di Dio, sedendo in su la soglia,che mi sembiava pietra di diamante.
Per li tre gradi su di buona vogliami trasse il duca mio, dicendo: «Chiediumilemente che ’l serrarne scioglia».
Divoto mi gittai a’ santi piedi:misericordia chiesi che m’aprisse,ma pria nel petto tre fiate mi diedi.
Sette P ne la fronte mi descrissecol punton de la spada, e «Fa che lavi,quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
Cenere o terra che secca si cavid’un color fòra col suo vestimento;e di sotto da quel trasse due chiavi.
L’una era d’oro e l’altra era d’argento:pria con la bianca e poscia con la giallafece a la porta sí ch’i’ fui contento.
«Quandunque l’una d’este chiavi falla,che non si volga dritta per la toppa,»diss’elli a noi «non s’apre questa calla.
Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppad’arte e d’ingegno avanti che disserri,perch’ella è quella che nodo disgroppa:
da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ errianzi ad aprir ch’a tenerla serrata,pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,dicendo: «Intrate; ma facciovi accortiche di fuor torna chi ’n dietro si guata».
E quando fur ne’ cardini distortili spigoli di quella regge sacra,che di metallo son sonanti e forti,
non rugghiò sí né si mostrò sí acraTarpea, come tolto le fu il buonoMetello, per che poi rimase macra.
Io mi rivolsi attento al primo tuono,e ‛ Te Deum laudamus ’ mi pareaudire in voce mista al dolce suono.
Tale imagine a punto mi rendeaciò ch’io udiva, qual prender si suolequando a cantar con organi si stea;
ch’or sí or no s’intendon le parole.

Glossario

lai
lamenti, canti di dolore.
dianzi
poco fa, prima.
fiata
volta, volte.
fòra
sarebbe.
calla
sentiero stretto, passaggio.
guata
guarda con attenzione o con timore.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .