L’impersonalità
Vita dei campi è il libro in cui Verga mette in pratica per la prima volta il metodo verista. Lo spiega nella lettera a Salvatore Farina che apre L’amante di Gramigna: il racconto vuole essere «un documento umano, come dicono oggi», riferito con le parole semplici della narrazione popolare. Il romanzo ideale, aggiunge, sarà quello in cui la costruzione è così perfetta che «l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sè», senza lasciar vedere l’autore. Nelle novelle questo significa che il narratore si mette al livello dei personaggi e ne adotta i modi di pensare. Quando all’inizio di Rosso Malpelo si legge che il ragazzo ha i capelli rossi perché è cattivo, non parla Verga, ma la voce del paese: sta al lettore accorgersi dell’ingiustizia di quel giudizio.
Il diverso e la comunità
Molti protagonisti della raccolta sono esclusi dalla comunità in cui vivono. Malpelo è un ragazzo che alla cava tutti evitano «come un can rognoso», e finisce per accettare il ruolo che gli è stato imposto: quando lo mandano nei passaggi più pericolosi, dice con orgoglio amaro: «Ma io sono Malpelo, e se io non torno più, nessuno mi cercherà.» La Lupa è una donna sola, temuta e odiata dalle altre donne: «Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare». Anche Jeli, cresciuto fra i cavalli, e Peppa, che sceglie un brigante al posto del ricco fidanzato, restano estranei alle regole del paese. La comunità giudica, spettegola, deride, e il suo sguardo pesa sulle scelte di tutti, come mostra Pentolaccia, dove sono le chiacchiere dei compagni a trasformare un marito indifferente in un assassino.
La legge del più forte
Nel mondo di queste novelle la vita è una lotta in cui chi è debole soccombe. Malpelo lo ha imparato alla cava e lo insegna a Ranocchio con durezza: «Se ti accade di dar delle busse, procura di darle più forte che puoi». Anche la natura e il lavoro seguono la stessa legge: la rena, dice il ragazzo, è traditora come gli uomini, e l’asino grigio, morto di fatica, viene buttato nel burrone. Malpelo ne trae una conclusione che vale per tutti i poveri: «gli arnesi che non servono più, si buttano lontano». È una visione pessimistica che Verga non commenta, ma che il lettore vede confermata dalla fine del padre, di Ranocchio e dello stesso Malpelo.
Passione, gelosia e onore
Le passioni, in Vita dei campi, sono forze elementari che nessuna regola riesce a contenere. La Lupa desidera Nanni al punto di sfidare la morte: «Ammazzami, rispose la Lupa, chè non me ne importa; ma senza di te non voglio starci.» Peppa si innamora di Gramigna senza averlo mai visto: «Io non l’ho visto. Ne ho sentito parlare.» La gelosia e l’onore portano invece alla violenza. Turiddu va al duello deciso a uccidere pur riconoscendo di avere torto, perché, dice ad Alfio, «vi ammazzerò come un cane per non far piangere la mia vecchierella»; Jeli uccide don Alfonso e non capisce perché lo si debba punire: «Non dovevo ucciderlo nemmeno?» Anche la borghese Maria Rinaldi, nell’ultima novella, è attratta dalla passione, ma nel suo mondo il desiderio si consuma in schermaglie e si spegne senza tragedia.
L’ideale dell’ostrica
Fantasticheria offre la chiave per leggere l’intera raccolta. Alla signora che non capisce come si possa vivere ad Aci Trezza, il narratore risponde elogiando la tenacia dei poveri e «questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano». Chi si allontana da quel mondo per desiderio di meglio, avverte, non trova la fortuna: «il mondo, da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò, e i suoi più prossimi con lui». In questa immagine c’è già il nucleo dei Malavoglia: la fedeltà alle radici come unica difesa dei deboli, e insieme la consapevolezza che quella difesa non basta a sottrarli alla miseria e al dolore.