Libri di dominio pubblico

Analisi

Analisi: Inferno, Canto I

Metrica e struttura

Il canto è formato da 136 endecasillabi in terzine a rima incatenata (ABA BCB CDC…), il metro che Dante inventò per il poema: la rima centrale di ogni terzina diventa la rima esterna della successiva, e un verso isolato chiude il canto riprendendo la rima centrale dell’ultima terzina, «Pietro» (v. 134) e «retro» (v. 136). Il canto fa da proemio all’intera Commedia: per questo l’Inferno conta trentaquattro canti, contro i trentatré delle altre due cantiche.

Il racconto procede in quattro tempi. Nei vv. 1-30 Dante si ritrova nella selva e, dopo una notte di angoscia, giunge ai piedi di un colle illuminato dal sole e comincia a salire; nei vv. 31-60 tre fiere, una lonza, un leone e una lupa, gli impediscono la salita e lo respingono verso il basso. Nei vv. 61-90 appare un’ombra che si presenta senza dire il proprio nome e che Dante riconosce come Virgilio. Nei vv. 91-136 Virgilio profetizza la venuta del Veltro, che ricaccerà la lupa nell’inferno (vv. 100-111), e indica un’altra strada: un viaggio fra i dannati e le anime che si purificano, fino al punto in cui un’anima più degna prenderà il suo posto. Dante accetta e i due si mettono in cammino.

Lingua e stile

Il primo verso unisce la vicenda personale e quella di tutti: il cammino è «di nostra vita» (v. 1), ma è il poeta a ritrovarsi «per una selva oscura» (v. 2). La selva è descritta con l’accumulo degli aggettivi e la ripresa della stessa radice, «esta selva selvaggia e aspra e forte» (v. 5), e con un paragone estremo: «tant’è amara che poco è piú morte» (v. 7).

Le similitudini rendono concreto lo stato d’animo. Dante che si volta verso la selva è come il naufrago che, uscito dal mare «con lena affannata» (v. 22), guarda l’acqua da cui si è salvato; lo sconforto davanti alla lupa è quello di chi perde le ricchezze accumulate e «’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista» (v. 57). Il sole è indicato con una perifrasi, il «pianeta / che mena dritto altrui per ogni calle» (vv. 17-18), e il buio con una sinestesia che fonde vista e udito, il luogo «dove ’l sol tace» (v. 60).

Con l’arrivo di Virgilio il registro si innalza. Le prime parole di Dante nel poema si aprono con un latinismo della preghiera, «Miserere di me» (v. 65), e Virgilio si presenta come in un’epigrafe, con luoghi e tempi invece del nome: «Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi» (v. 70). La risposta di Dante è costruita sull’anafora del pronome e sul lessico dell’omaggio: «tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore» (v. 85). La profezia finale alterna la sentenza, perché la lupa «dopo ’l pasto ha piú fame che pria» (v. 99), e l’enigma: il Veltro nascerà «tra feltro e feltro» (v. 105).

Interpretazione

Il canto si legge su due piani, letterale e allegorico. La selva è la condizione dell’uomo che ha smarrito la via del bene, il colle illuminato è la vita virtuosa, il sole è la luce di Dio. Le tre fiere sono interpretate tradizionalmente come tre inclinazioni al peccato: la lonza la lussuria, il leone la superbia, la lupa l’avarizia, cioè la cupidigia che secondo Dante corrompe la Chiesa e la società del suo tempo. È la lupa a fargli perdere «la speranza de l’altezza» (v. 54), ed è contro di lei che viene annunciato il Veltro, la cui identità resta discussa: sono stati proposti un imperatore, un papa, Cangrande della Scala, e il testo non consente una scelta sicura.

Virgilio è il poeta dell’Eneide, studiato da Dante con «lungo studio» e «grande amore» (v. 83), e insieme la ragione umana, che può guidare l’uomo attraverso la conoscenza del male ma non fino a Dio. Per questo annuncia che lo affiderà a un’anima «piú di me degna» (v. 122), che il canto II rivelerà essere Beatrice. La sua esclusione dal cielo, perché fu «ribellante a la sua legge» (v. 125) senza aver conosciuto il vero Dio, prepara il Limbo del canto IV.

Il tempo del racconto è preciso: è l’alba di un giorno di primavera, perché il sole sale con le stelle che lo accompagnavano alla creazione del mondo (vv. 37-40), e l’anno è il 1300, quando Dante, nato nel 1265, ha trentacinque anni, metà della vita che la Bibbia assegna all’uomo. L’amore divino che «mosse di prima quelle cose belle» (v. 40) tornerà nell’ultimo verso del Paradiso, come l’amore che muove il sole e le altre stelle: il cammino cominciato nella notte della selva finirà nella visione di Dio.