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Inferno

Canto I

136 versicirca 9 minutiAnalisiParafrasiRiassunto

Nel mezzo del cammin di nostra vitami ritrovai per una selva oscura,ché la diritta via era smarrita.
E quanto a dir qual era è cosa duraesta selva selvaggia e aspra e forteche nel pensier rinnova la paura,
tant’è amara che poco è piú morte:ma per trattar del ben ch’io vi trovai,dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
Io non so ben ridir com’io v’entrai,tant’era pieno di sonno a quel puntoche la verace via abbandonai.
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,lá dove terminava quella valleche m’avea di paura il cor compunto,
guardai in alto, e vidi le sue spallevestite giá de’ raggi del pianetache mena dritto altrui per ogni calle.
Allor fu la paura un poco quetache nel lago del cor m’era duratala notte ch’io passai con tanta pièta.
E come quei che con lena affannatauscito fuor del pelago a la riva,si volge a l’acqua perigliosa e guata,
cosí l’animo mio, ch’ancor fuggiva,si volse a retro a rimirar lo passoche non lasciò giá mai persona viva.
Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,ripresi via per la piaggia diserta,sí che ’l piè fermo sempre era ’l piú basso.
Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,una lonza leggiera e presta molto,che di pel maculato era coverta;
e non mi si partía d’innanzi al volto,anzi impediva tanto il mio cammino,ch’i’ fui per ritornar piú volte vòlto.
Temp’era dal principio del mattino,e ’l sol montava ’n su con quelle stellech’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;sí ch’a bene sperar m’era cagionedi quella fiera a la gaietta pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione;ma non sí che paura non mi dessela vista che m’apparve d’un leone.
Questi parea che contra me venessecon la test’alta e con rabbiosa fame,sí che parea che l’aere ne temesse.
Ed una lupa, che di tutte bramesembiava carca ne la sua magrezza,e molte genti fe’ giá viver grame;
questa mi porse tanto di gravezzacon la paura ch’uscia di sua vista,ch’io perdei la speranza de l’altezza.
E qual è quei che volentieri acquista,e giugne ’l tempo che perder lo face,che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;
tal mi fece la bestia senza pace,che, venendomi incontro, a poco a pocomi ripigneva lá dove ’l sol tace.
Mentre ch’i’ ruinava in basso loco,dinanzi a li occhi mi si fu offertochi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran diserto,«Miserere di me,» gridai a lui«qual che tu sii, od ombra od uomo certo!»
Risposemi: «Non uomo, uomo giá fui;e li parenti miei furon lombardi,mantovani, per patria, ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,e vissi a Roma sotto ’l buono Augustoal tempo de li dèi falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di quel giustofigliuol d’Anchise che venne da Troia,poi che ’l superbo Ilión fu combusto.
Ma tu, perché ritorni a tanta noia?perché non sali il dilettoso montech’è principio e cagion di tutta gioia?»
«Or se’ tu quel Virgilio, e quella fonteche spandi di parlar sí largo fiume?»rispos’io lui con vergognosa fronte.
«O de li altri poeti onore e lume,vagliami il lungo studio e ’l grande amoreche m’ha fatto cercar lo tuo volume:
tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore;tu se’ solo colui da cu’ io tolsilo bello stilo che m’ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:aiutami da lei, famoso saggio,ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
«A te convien tenere altro viaggio»rispose, poi che lagrimar mi vide,«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
ché questa bestia, per la qual tu gride,non lascia altrui passar per la sua via,ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
e ha natura sí malvagia e ria,che mai non empie la bramosa voglia,e dopo ’l pasto ha piú fame che pria.
Molti son li animali a cui s’ammoglia,e piú saranno ancora, infin che ’l Veltroverrá, che la fará morir con doglia.
Questi non ciberá terra né peltro,ma sapienza, amore e virtute,e sua nazion sará tra feltro e feltro;
di quella umile Italia fia saluteper cui morí la vergine Cammilla,Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerá per ogni villa,fin che l’avrá rimessa ne lo ’nferno,lá onde invidia prima dipartilla.
Ond’io per lo tuo me’ penso e discernoche tu mi segui, e io sarò tua guida,e trarrotti di qui per luogo eterno,
ove udirai le disperate strida,vedrai li antichi spiriti dolenti,che la seconda morte ciascun grida;
e vederai color che son contentinel foco, perché speran di venire,quando che sia, a le beate genti.
A le qua’ poi se tu vorrai salire,anima fia a ciò piú di me degna:con lei ti lascerò nel mio partire;
ché quello imperador che lá su regna,perch’io fu’ ribellante a la sua legge,non vuol che’n sua cittá per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi regge;quivi è la sua cittá e l’alto seggio:oh felice colui cu’ivi elegge!»
E io a lui: «Poeta, io ti richeggioper quello Dio che tu non conoscesti,acciò ch’io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni lá dove or dicesti,sí ch’io veggia la porta di san Pietroe color cui tu fai cotanto mesti».
Allor si mosse, e io li tenni retro.

Glossario

compunto
trafitto, colpito; anche addolorato, pentito.
pelago
mare aperto, alto mare.
guata
guarda con attenzione o con timore.
piaggia
pendio; anche riva, spiaggia.
lonza
animale feroce dal pelo maculato, simile alla lince o al leopardo.
gaietta
vivace, dal pelo chiazzato.
grame
misere, dolorose.
veltro
cane da caccia veloce, levriero; nel primo canto è figura di un futuro salvatore.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .