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Inferno

Canto II

142 versicirca 9 minutiAnalisiParafrasiRiassunto

Lo giorno se n’andava, e l’aere brunotoglieva li animai che sono in terrada le fatiche loro; e io sol uno
m’apparecchiava a sostener la guerrasí del cammino e sí de la pietate,che ritrarrá la mente che non erra.
O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate;o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,qui si parrá la tua nobilitate.
Io cominciai: «Poeta che mi guidi,guarda la mia virtú s’ell’è possente,prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
Tu dici che di Silvio lo parente,corruttibile ancora, ad immortalesecolo andò, e fu sensibilmente.
Però se l’avversario d’ogni malecortese i fu, pensando l’alto effettoch’uscir dovea di lui e ’l chi e ’l quale,
non pare indegno ad uomo d’intelletto;ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo imperone l’empireo ciel per padre eletto:
la quale, e ’l quale, a voler dir lo vero,fu stabilita per lo loco santou’ siede il successor del maggior Piero.
Per questa andata onde li dai tu vanto,intese cose che furon cagionedi sua vittoria e del papale ammanto.
Andovvi poi lo Vas d’elezione,per recarne conforto a quella fedech’è principio a la via di salvazione.
Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?Io non Enea, io non Paolo sono:me degno a ciò né io né altri crede.
Per che, se del venire io m’abbandono,temo che la venuta non sia folle:se’ savio; intendi me’ ch’io non ragiono».
E qual è quei che disvuol ciò che vollee per novi pensier cangia proposta,sí che dal cominciar tutto si tolle,
tal mi fec’io in quella oscura costa:per che, pensando, consumai la ’mpresache fu nel cominciar cotanto tosta.
«Se io ho ben la tua parola intesa,»rispose del magnanimo quell’ombra«l’anima tua è da viltate offesa;
la qual molte fiate l’uomo ingombrasí che l’onrata impresa lo rivolve,come falso veder bestia quand’ombra.
Da questa tema acciò che tu ti solve,dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesinel primo punto che di te mi dolve.
Io era tra color che son sospesi,e donna mi chiamò beata e bella,tal che di comandare io la richiesi.
Lucevan li occhi suoi piú che la stella;e cominciommi a dir soave e piana,con angelica voce, in sua favella:
‘ O anima cortese mantovana,di cui la fama ancor nel mondo dura,e durerá, quanto il mondo, lontana,
l’amico mio, e non de la ventura,ne la diserta piaggia è impeditosí nel cammin, che vòlto è per paura:
e temo che non sia giá sí smarrito,ch’io mi sia tardi al soccorso levata,per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
Or movi, e con la tua parola ornatae con ciò c’ha mestieri al suo camparel’aiuta, sí ch’i’ ne sia consolata.
I’ son Beatrice che ti faccio andare:vegno del loco ove tornar disio;amor mi mosse, che mi fa parlare.
Quando sarò dinanzi al signor mio,di te mi loderò sovente a lui ’.Tacette allora, e poi comincia’io:
‘ O donna di virtú, sola per cuil’umana spezie eccede ogni contentodi quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
tanto m’aggrada il tuo comandamento,che l’ubbidir, se giá fosse, m’è tardi:piú non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
Ma dimmi la cagion che non ti guardide lo scender qua giuso in questo centro,de l’ampio loco ove tornar tu ardi ’.
‘ Da che tu vuo’ saper cotanto a dentro,dirotti brievemente ’ mi rispose,‘ perch’io non temo di venir qua entro.
Temer si dée di sole quelle cosec’hanno potenza di fare altrui male:de l’altre no, ché non son paurose.
Io son fatta da Dio, sua mercé, tale,che la vostra miseria non mi tange,né fiamma d’esto incendio non m’assale.
Donna è gentil nel ciel, che si compiangedi questo impedimento ov’io ti mando,sí che duro giudicio lá su frange.
Questa chiese Lucia in suo dimandoe disse: Or ha bisogno il tuo fedeledi te, ed io a te lo raccomando.
Lucia, nimica di ciascun crudele,si mosse, e venne al loco dov’i’ era,che mi sedea con l’antica Rachele.
Disse: Beatrice, loda di Dio vera,ché non soccorri quei che t’amò tanto,ch’uscí per te de la volgare schiera?
non odi tu la pièta del suo pianto?non vedi tu la morte che ’l combattesu la fiumana ove ’l mar non ha vanto?
Al mondo non fur mai persone rattea far lor pro o a fuggir lor danno,com’io, dopo cotai parole fatte,
venni qua giú del mio beato scanno,fidandomi nel tuo parlare onesto,ch’onora te e quei ch’udito l’hanno ’.
Poscia che m’ebbe ragionato questo,li occhi lucenti lagrimando volse,per che mi fece del venir piú presto,
e venni a te cosí com’ella volse:d’innanzi a quella fiera ti levai,che del bel monte il corto andar ti tolse.
Dunque che è? perché, perché restai?perché tanta viltá nel core allette?perché ardire e franchezza non hai,
poscia che tai tre donne benedettecuran di te ne la corte del cielo,e ’l mio parlar tanto ben t’impromette?»
Quali i fioretti, dal notturno gelochinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,si drizzan tutti aperti in loro stelo,
tal mi fec’io di mia virtute stanca;e tanto buono ardire al cor mi corse,ch’i’ cominciai come persona franca:
«Oh pietosa colei che mi soccorse!e te cortese, ch’ubbidisti tostoa le vere parole che ti porse!
Tu m’hai con disiderio il cor dispostosí al venir con le parole tue,ch’i’ son tornato nel primo proposto.
Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:tu duca, tu signore, e tu maestro».Cosí li dissi; e poi che mosso fue,
intrai per lo cammino alto e silvestro.

Glossario

fiata
volta, volte.
piaggia
pendio; anche riva, spiaggia.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .