Metrica e struttura
Il canto conta 142 endecasillabi in terzine a rima incatenata, chiusi da un verso isolato che riprende la rima centrale dell’ultima terzina: «maestro» (v. 140) e «silvestro» (v. 142). Se il canto I è il proemio dell’intero poema, questo è il proemio dell’Inferno, come segnalano il passaggio dall’alba del canto precedente alla sera e l’invocazione alle Muse (vv. 7-9), che nell’epica classica apre il racconto.
Dopo l’apertura (vv. 1-9), Dante espone a Virgilio il suo dubbio: Enea e san Paolo sono scesi nell’aldilà per ragioni altissime, ma lui non ha i loro meriti (vv. 10-36). Una similitudine descrive il suo cambiamento di proposito (vv. 37-42). Virgilio risponde (vv. 43-126) raccontando perché è venuto: Beatrice è scesa nel Limbo a chiedergli di soccorrere Dante, sollecitata da Lucia, che a sua volta è stata chiamata da una donna del cielo (vv. 94-114). Le voci si incastrano l’una nell’altra, da Virgilio a Beatrice, da Beatrice a Lucia e alla donna gentile, e ripercorrono al contrario la catena del soccorso che dal cielo scende fino alla selva. Nei vv. 127-142 Dante ritrova il coraggio e il viaggio comincia.
Lingua e stile
L’attacco oppone il riposo di tutti i viventi alla fatica di uno solo: «e io sol uno» (v. 3) isola il protagonista alla fine del verso, prima che l’enjambement lo porti alla «guerra» del cammino e della pietà (v. 4). L’invocazione segue il modello classico, «O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate» (v. 7), ma si rivolge anche alla memoria del poeta, la «mente che scrivesti ciò ch’io vidi» (v. 8).
Il discorso di Dante usa il lessico dotto della teologia e della storia, come il «Vas d’elezione» (v. 28), espressione con cui gli Atti degli apostoli indicano Paolo, e culmina in un verso costruito sulla ripetizione della negazione: «Io non Enea, io non Paolo sono» (v. 32). La prima similitudine rende il vuoto della volontà con il verbo di chi «disvuol ciò che volle» (v. 37).
Le parole di Beatrice hanno invece i modi della poesia d’amore: gli occhi che splendono «piú che la stella» (v. 55), la voce «soave e piana» (v. 56), la dichiarazione «amor mi mosse, che mi fa parlare» (v. 72). Il rimprovero di Virgilio incalza con l’anafora del «perché» e con le domande ripetute: «Dunque che è? perché, perché restai?» (v. 121). Il ritorno del coraggio è affidato a una similitudine naturale, i fiori che dopo il gelo notturno «si drizzan tutti aperti in loro stelo» (v. 129), e il canto si chiude con il climax dei tre titoli dati alla guida, «tu duca, tu signore, e tu maestro» (v. 140).
Interpretazione
Il canto affronta il dubbio da cui dipende l’intero poema: con quale diritto un uomo può compiere un viaggio concesso prima solo a Enea, da cui ebbe origine Roma, sede del papato, e a Paolo, che ne riportò conforto per la fede. I due precedenti rappresentano l’impero e la Chiesa, le due autorità che nel pensiero di Dante guidano l’umanità. La risposta è che il viaggio non nasce dal merito ma dalla grazia: tre donne del cielo si muovono per lui. La donna gentile, che non viene nominata, è tradizionalmente identificata con la Vergine Maria; Lucia, la santa martire di Siracusa, è letta come la grazia che illumina; Beatrice, la donna amata della Vita nuova, rappresenta la fede e la sapienza teologica.
L’ostacolo vero, però, è interiore: Virgilio lo chiama «viltate» (v. 45) e lo paragona alla falsa visione che fa impennare un animale spaventato (v. 48). La viltà si oppone alla magnanimità, la qualità che il testo attribuisce proprio a Virgilio, definito «magnanimo» (v. 44). Il tema prepara il canto III, dove sulla porta dell’Inferno Virgilio chiede che ogni viltà sia vinta e Dante vede la pena di chi visse senza mai scegliere.
Il racconto di Beatrice annuncia anche la struttura del viaggio: Virgilio guiderà Dante finché, alla fine del Purgatorio, Beatrice non prenderà il suo posto. L’amore per lei, cantato in gioventù, diventa così una via verso Dio. Lo stesso linguaggio amoroso tornerà rovesciato nel canto V, dove l’amore nato da una lettura conduce Francesca alla dannazione.