Il viaggio verso la salvezza
La Commedia è il racconto di un cammino che va dallo smarrimento alla salvezza. All’inizio Dante si trova in una selva oscura perché «la diritta via era smarrita» (canto I dell’Inferno, v. 3), e il viaggio attraverso i tre regni è il modo per ritrovarla. Ogni cantica si chiude con l’immagine delle stelle, che segna le tappe di questa risalita: all’uscita dall’Inferno i due poeti tornano «a riveder le stelle» (canto XXXIV dell’Inferno, v. 139), alla fine del Purgatorio Dante è «puro e disposto a salire a le stelle» (canto XXXIII del Purgatorio, v. 145).
Il cammino è anche una conquista di libertà interiore. Quando Virgilio presenta Dante a Catone, custode del Purgatorio, spiega che il suo discepolo «libertá va cercando, ch’è sí cara» (canto I del Purgatorio, v. 71): la libertà dal peccato, che Dante raggiunge in cima alla montagna, quando Virgilio lo dichiara ormai padrone di sé.
La giustizia di Dio
L’aldilà dantesco è ordinato da una giustizia perfetta. Sulla porta dell’Inferno è scritto che l’abisso è stato creato da Dio stesso, perché «Giustizia mosse il mio alto fattore» (canto III dell’Inferno, v. 4), e l’iscrizione si chiude con il verso più famoso: «lasciate ogni speranza, voi ch’entrate» (v. 9). Le pene dei dannati corrispondono ai loro peccati, secondo la legge del contrappasso, e lo spettacolo della sofferenza provoca spesso in Dante pietà e sgomento, come davanti al conte Ugolino, morto di fame con i figli, che chiude il suo racconto con il verso «poscia, piú che ’l dolor, potè ’l digiuno» (canto XXXIII dell’Inferno, v. 75).
La giustizia divina, però, non è separata dalla misericordia. Nel Purgatorio lo scomunicato Manfredi racconta di essersi pentito solo in punto di morte e di essere stato comunque salvato: «Orribil furon li peccati miei; / ma la bontá infinita ha sí gran braccia» (canto III del Purgatorio, vv. 121-122).
L’amore
L’amore attraversa tutto il poema, dalla passione terrena all’amore di Dio. Nel canto V dell’Inferno Francesca da Rimini spiega la propria colpa con una legge dell’amore cortese: «Amor, ch’a nullo amato amar perdona» (v. 103). Il suo racconto commuove Dante fino a farlo svenire, ma mostra anche come l’amore, se non è guidato dalla ragione, possa condurre alla perdizione.
Nel Purgatorio l’amore è presentato come la radice di ogni azione, buona o cattiva, e nel Paradiso terrestre ritorna nella forma dell’amore per Beatrice: quando la donna appare, Dante si volge a Virgilio e confessa di riconoscere «i segni de l’antica fiamma» (canto XXX del Purgatorio, v. 48). Nel Paradiso l’amore coincide con la volontà di Dio: Piccarda Donati spiega che i beati sono felici del loro grado perché «’n la sua volontade è nostra pace» (canto III del Paradiso, v. 85).
La conoscenza e i suoi limiti
Il desiderio di conoscere è per Dante una caratteristica essenziale dell’uomo. Ulisse lo esprime nel discorso con cui convince i compagni a varcare le colonne d’Ercole: «Considerate la vostra semenza» (canto XXVI dell’Inferno, v. 118). Il suo viaggio, però, finisce con un naufragio, perché è un’impresa compiuta con le sole forze umane, senza l’aiuto di Dio.
Il viaggio di Dante è l’opposto di quello di Ulisse: è voluto dal cielo e guidato prima dalla ragione di Virgilio, poi dalla fede di Beatrice. Anche così, la conoscenza di Dio supera le capacità umane. All’inizio del Paradiso Dante dichiara di essere stato nel cielo più luminoso e di aver visto cose che non può riferire: «vidi cose che ridire / né sa né può chi di lá su discende» (canto I del Paradiso, vv. 5-6). La poesia deve continuamente misurarsi con ciò che è indicibile.
Chiesa, Impero e Italia
La Commedia è anche un poema politico. Dante attribuisce la corruzione del mondo alla confusione tra potere spirituale e potere temporale. Nel canto XIX dell’Inferno, tra i papi simoniaci, esclama: «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre» (v. 115), riferendosi alla donazione con cui, secondo la tradizione, l’imperatore avrebbe dato beni e poteri alla Chiesa. Nel canto XVI del Purgatorio Marco Lombardo ricorda che Roma aveva un tempo «due soli» (v. 107), il papa e l’imperatore, ciascuno con la propria strada.
Le divisioni politiche si vedono soprattutto in Italia e in Firenze, che Dante nomina di continuo con amarezza. Dall’alto del cielo delle stelle fisse, però, la Terra appare piccolissima, e tutte le lotte umane si riducono a poco: Dante la chiama «L’aiuola che ci fa tanto feroci» (canto XXII del Paradiso, v. 151).
La poesia
Dante riflette spesso sul valore e sul destino della poesia. All’inizio del Purgatorio invoca le Muse perché dopo il regno della morte possa rinascere il canto: «Ma qui la morta poesí resurga» (canto I, v. 7). Nel viaggio incontra molti poeti, da Virgilio, suo maestro, a Stazio, da Sordello a Guinizzelli e Arnaut Daniel, e riconosce la propria appartenenza a una scuola nuova quando Bonagiunta Orbicciani parla del «dolce stil novo» (canto XXIV del Purgatorio, v. 57).
La poesia diventa anche lo strumento della missione affidata a Dante. Virgilio, prima di lasciarlo, riconosce che il discepolo ha raggiunto la piena autonomia: «per ch’io te sovra te corono e mitrio» (canto XXVII del Purgatorio, v. 142). Nel Paradiso Cacciaguida gli chiede di scrivere tutto ciò che ha visto, anche se le sue parole risulteranno amare a molti.