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Analisi

Analisi: Inferno, Canto III

Metrica e struttura

Il canto è formato da 136 endecasillabi in terzine a rima incatenata, con il verso finale che rima con il centro dell’ultima terzina: «vermiglia» (v. 134) e «piglia» (v. 136). Descrive l’Antinferno, la zona che si trova oltre la porta ma prima del fiume Acheronte, fuori dai cerchi veri e propri.

Il canto si divide in quattro parti. I vv. 1-21 presentano la scritta sulla porta, che occupa tre terzine, e le parole con cui Virgilio incoraggia Dante. Nei vv. 22-69 i due attraversano la folla degli ignavi: prima se ne sentono le voci, poi Virgilio spiega chi sono, infine Dante vede la loro pena e riconosce tra loro colui che fece «il gran rifiuto» (v. 60). I vv. 70-129 si svolgono sulla riva dell’Acheronte: Caronte rifiuta di traghettare un vivo ed è zittito da Virgilio, i dannati salgono sulla barca e Virgilio spiega perché sono impazienti di passare. Negli ultimi versi un terremoto e un lampo fanno svenire Dante, e l’attraversamento del fiume resta fuori dal racconto.

Lingua e stile

La scritta sulla porta parla in prima persona e si apre con una triplice anafora, «per me si va» (vv. 1-3), che ha il ritmo di una sentenza. La porta dichiara di essere opera della Trinità, indicata con tre perifrasi, «la divina potestate, / la somma sapienza e ’l primo amore» (vv. 5-6), cioè il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; il verso conclusivo, «lasciate ogni speranza, voi ch’entrate» (v. 9), ha la forza definitiva di un’epigrafe.

L’ingresso nell’Antinferno è anzitutto sonoro. Dante accumula sostantivi senza congiunzioni, «Diverse lingue, orribili favelle, / parole di dolore, accenti d’ira» (vv. 25-26), e chiude la serie con la similitudine della sabbia sollevata dal turbine (v. 30). Il giudizio sugli ignavi è affidato a formule secche: vissero «senza infamia e senza lodo» (v. 36), e Virgilio chiude il discorso con un verso rapido e sprezzante, «non ragioniam di lor, ma guarda e passa» (v. 51). Il paradosso «che mai non fur vivi» (v. 64) nega loro perfino la vita, e i particolari ripugnanti, il sangue e le lacrime raccolti «da fastidiosi vermi» (v. 69), rendono concreta la loro bassezza.

Caronte, figura della mitologia classica, diventa un demonio cristiano attraverso pochi tratti fisici: è «bianco per antico pelo» (v. 83), ha «le lanose gote» (v. 97) e «occhi di bragia» (v. 109). La formula con cui Virgilio lo zittisce, «vuolsi cosí colá dove si puote / ciò che si vuole» (vv. 95-96), gioca sulla ripetizione del verbo volere e tornerà identica davanti a Minosse nel canto V. La similitudine delle foglie d’autunno (vv. 112-114), ripresa dal sesto libro dell’Eneide, trasforma la folla dei dannati in un’immagine di distacco lento e inevitabile.

Interpretazione

La scritta afferma che l’Inferno è opera della giustizia divina e quindi anche dell’amore di Dio: la pena non contraddice la bontà del creatore, ne è una conseguenza. I dannati sono coloro che hanno perduto «il ben de l’intelletto» (v. 18), cioè la conoscenza di Dio, fine ultimo della ragione umana.

Gli ignavi sono il primo esempio del contrappasso, il rapporto tra colpa e pena che regge l’intera cantica e che Dante nominerà nel canto XXVIII: non seguirono mai una bandiera e ora corrono dietro a un’insegna che non si ferma, non si mossero per nessuno stimolo e ora sono punti da mosconi e vespe. Né il cielo né l’inferno li accolgono, perché la loro colpa fu di non scegliere. Tra loro Dante riconosce colui che «fece per viltá il gran rifiuto» (v. 60): secondo l’interpretazione più diffusa è papa Celestino V, che rinunciò al pontificato nel 1294 aprendo la strada a Bonifacio VIII, avversario politico di Dante.

Caronte respinge Dante perché un’anima destinata alla salvezza passerà «per altri porti» (v. 91) e su un «piú lieve legno» (v. 93): è l’annuncio della barca guidata dall’angelo che nel canto II del Purgatorio porterà le anime alla spiaggia della montagna. La viltà vinta nel canto II dell’Inferno trova qui la sua pena, e l’avvertimento di Virgilio sulla soglia, «ogni viltá convien che qui sia morta» (v. 15), unisce i due canti. Anche il finale apre una serie: lo svenimento di Dante, che cade «come l’uom che ’l sonno piglia» (v. 136), si ripeterà alla fine del canto V, davanti alla storia di Francesca.