Metrica e struttura
Con 151 endecasillabi in terzine a rima incatenata è il più lungo dei primi cinque canti; il verso isolato finale rima con il centro dell’ultima terzina, «duca» (v. 149) e «luca» (v. 151). È dedicato al primo cerchio, il Limbo, dove non ci sono tormenti fisici.
L’azione procede in cinque momenti. Nei vv. 1-24 Dante si risveglia sull’orlo dell’abisso e Virgilio, pallido, lo invita a scendere. Nei vv. 25-63 i due entrano nel Limbo, dove si sentono solo sospiri: Virgilio spiega chi sono le anime e, su domanda di Dante, racconta di quando un «possente» (v. 53) venne a liberare i patriarchi dell’Antico Testamento. Nei vv. 64-105 una luce annuncia i grandi poeti antichi, che accolgono Dante come sesto nella loro schiera. Nei vv. 106-147 i sei entrano in un castello e da un’altura vedono gli «spiriti magni» (v. 119), eroi, eroine, filosofi e scienziati, finché l’elenco si interrompe perché la materia è troppo vasta. Negli ultimi versi Dante e Virgilio si separano dagli altri poeti e si avviano verso un luogo senza luce.
Lingua e stile
L’apertura riprende la fine del canto III con un effetto sonoro, «Ruppemi l’alto sonno ne la testa / un greve tuono» (vv. 1-2). La condizione del Limbo è definita da espressioni che accostano termini in contrasto, come il «duol senza martíri» (v. 28) e la frase che la riassume, «senza speme, vivemo in disio» (v. 42).
Nella parte centrale domina la famiglia di parole legate all’onore. Dante si rivolge a Virgilio come a colui che «onori e scienza e arte» (v. 73) e chiede chi siano le anime che hanno «cotanta onranza» (v. 74); una voce grida «Onorate l’altissimo poeta!» (v. 80), e Virgilio spiega che i poeti «fannomi onore» (v. 93). La ripetizione sottolinea il valore che anche l’aldilà riconosce alla fama terrena. Il capo della «bella scuola» (v. 94) è il poeta «che sovra li altri com’aquila vola» (v. 96), e l’ingresso di Dante nel gruppo è detto con orgoglio misurato: «sí ch’io fui sesto tra cotanto senno» (v. 102).
La seconda metà del canto è costruita come un catalogo. L’anafora di «vidi», ripetuto più volte tra il v. 121 e il v. 140, introduce elenchi di nomi spesso uniti per asindeto, come «Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia» (v. 128). Alcune figure sono indicate con una perifrasi: Aristotele è «’l maestro di color che sanno» (v. 131), Cristo è «un possente, / con segno di vittoria coronato» (vv. 53-54). La reticenza torna quando Dante tace i discorsi fatti con i poeti, «parlando cose che ’l tacere è bello» (v. 104), e quando ammette che «al fatto il dir vien meno» (v. 147).
Interpretazione
Il Limbo accoglie i bambini morti senza battesimo e gli adulti virtuosi vissuti prima di Cristo, che «non adorar debitamente a Dio» (v. 38). La loro pena non è un castigo fisico ma il desiderio di Dio senza speranza di raggiungerlo. Virgilio appartiene a questa schiera, e il suo pallore, che Dante scambia per paura, è pietà per una condizione che è anche la sua: la ragione umana, per quanto alta, resta esclusa dalla salvezza. Solo i patriarchi e le figure dell’Antico Testamento sono stati liberati, e il nome di Cristo, che il racconto evita, non compare mai nella prima cantica.
Il canto è anche una dichiarazione di poetica. Dante incontra Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, maestri dell’epica, della satira e del mito, e viene accolto da loro alla pari: la Commedia si propone come continuazione della grande poesia antica, scritta però in volgare e illuminata dalla fede. Il «nobile castello» (v. 106), cinto da sette mura, è stato letto come simbolo della sapienza umana, con le mura che rappresenterebbero le sette arti liberali o le virtù.
La scelta dei nomi rivela un’apertura notevole per un autore medievale. Accanto agli eroi di Troia e di Roma compaiono tre musulmani: il Saladino, sultano d’Egitto celebre per la sua generosità, posto «solo, in parte» (v. 129), e i filosofi Avicenna e Averroè, autore del «gran comento» ad Aristotele (v. 144). Il Saladino è protagonista anche di due novelle del Decameron di Boccaccio, la terza della prima giornata e la nona della decima, dove incarna saggezza e liberalità. L’uscita dalla luce del castello verso il luogo «ove non è che luca» (v. 151) prepara il secondo cerchio, dove cominciano le pene vere e proprie.