Metrica e struttura
Il canto comprende 142 endecasillabi in terzine a rima incatenata, chiuse da un verso isolato che rima con il centro dell’ultima terzina: «pietade» (v. 140) e «cade» (v. 142). Si svolge nel secondo cerchio, il primo in cui Dante vede una pena vera e propria, riservata ai lussuriosi.
Le parti sono tre, di ampiezza crescente. Nei vv. 1-24 compare Minosse, il giudice che assegna a ogni anima il suo cerchio avvolgendo la coda intorno al corpo, e che tenta invano di fermare Dante. Nei vv. 25-72 i due entrano nel buio del cerchio, dove una bufera trascina senza sosta le anime, e Virgilio indica alcune figure famose, da Semiramide a Didone, da Cleopatra a Elena, Achille, Paride e Tristano. Nei vv. 73-142 Dante chiede di parlare con due anime che volano insieme: una di loro, Francesca, racconta prima la nascita del loro amore e la loro morte (vv. 88-107), poi il momento in cui, leggendo un romanzo, si scoprirono innamorati (vv. 121-138), mentre il compagno piange in silenzio. Alla fine Dante sviene per la pietà.
Lingua e stile
Minosse è descritto con una serie di verbi che imitano la rapidità meccanica del giudizio, «esamina le colpe ne l’entrata, / giudica, e manda» (vv. 5-6), e il procedere delle anime è reso con un polisindeto, «dicono, e odono, e poi son giú volte» (v. 15). Il cerchio è un luogo «d’ogni luce muto» (v. 28), con una sinestesia simile a quella del sole che tace nel canto I, e il suo rumore è quello del mare in tempesta: «mugghia come fa mar per tempesta» (v. 29).
Il movimento delle anime è affidato a tre similitudini di uccelli, che vanno dalla massa alla coppia: gli storni in «schiera larga e piena» (v. 41), le gru che formano in cielo una «lunga riga» (v. 47), le colombe che tornano «al dolce nido» (v. 83). Il verso «di qua, di lá, di giú, di su li mena» (v. 43) riproduce con quattro complementi in asindeto il moto disordinato della bufera.
Francesca parla la lingua della poesia d’amore del Duecento. Le tre terzine dei vv. 100-108 si aprono con l’anafora di «Amor»: la prima riprende la dottrina del cuore nobile che Guido Guinizelli aveva esposto nella canzone Al cor gentil rempaira sempre amore, «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende» (v. 100); la seconda fonda sulla ripetizione della stessa radice la legge dell’amore ricambiato, «Amor, ch’a nullo amato amar perdona» (v. 103); la terza rivela dove quella legge ha condotto, «Amor condusse noi ad una morte» (v. 106). Il secondo racconto si apre con una sentenza, «Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria» (vv. 121-123), e si chiude con una reticenza, «quel giorno piú non vi leggemmo avante» (v. 138). L’ultimo verso imita la caduta con la ripetizione dei suoni duri e del verbo: «e caddi come corpo morto cade» (v. 142).
Interpretazione
I lussuriosi sono coloro «che la ragion sommettono al talento» (v. 39), cioè che hanno lasciato prevalere il desiderio sulla ragione. Il contrappasso è evidente: in vita si lasciarono travolgere dalla passione, ora sono travolti per sempre da una bufera che non si ferma.
Francesca, figlia dei signori di Ravenna, sposò Gianciotto Malatesta, della famiglia che governava Rimini, e fu uccisa dal marito insieme al cognato Paolo, di cui si era innamorata, intorno al 1285. La Caina, la zona dei traditori dei parenti che Dante attraverserà nel canto XXXII, «attende chi vita ci spense» (v. 107): il marito, ancora vivo nel 1300, vi è già destinato. Francesca non pronuncia mai il nome di Paolo, che resta muto, e nel suo racconto la responsabilità sembra ricadere sull’amore e sul libro più che sulla volontà dei due: «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse» (v. 137), dove Galeotto è il personaggio che nel romanzo favorisce l’amore tra Lancillotto e Ginevra.
Il centro del canto è la reazione di Dante, che china il capo, pensa ai «dolci pensier» (v. 113) che hanno condotto i due alla dannazione e alla fine perde i sensi: la pietà per i peccatori convive con il riconoscimento della giustizia che li punisce. La commozione è tanto più forte perché Francesca usa il linguaggio della poesia che Dante stesso aveva praticato in gioventù, e il canto sembra interrogarsi sul potere della letteratura d’amore, capace di farsi intermediaria del peccato. Lo svenimento finale riprende quello del canto III, mentre l’amore che qui conduce alla morte è l’opposto di quello di Beatrice, che nel canto II muove il cielo in soccorso del poeta. Boccaccio ricordò questo episodio dando al Decameron il sottotitolo Prencipe Galeotto.