Metrica e struttura
Il canto è composto da 115 endecasillabi in terzine a rima incatenata (ABA BCB CDC…): il verso centrale di ogni terzina fornisce la rima alla terzina successiva. Il verso isolato che chiude il canto rima con il centrale dell’ultima terzina, nemico con ridico, e introduce il guardiano del cerchio seguente.
Il testo si divide in quattro parti. Nella prima (vv. 1-33) Dante si risveglia dallo svenimento con cui si era chiuso il canto V e si trova nel terzo cerchio, dove i golosi giacciono a terra sotto una pioggia di grandine, acqua e neve; Cerbero li tormenta, e Virgilio lo placa gettandogli terra nelle gole. Nella seconda (vv. 34-57) un’anima si alza a sedere e si presenta: è il fiorentino Ciacco. La terza (vv. 58-93) è il dialogo politico: Dante chiede quale sarà il destino di Firenze, se in città ci sia ancora qualche giusto e quale sia la causa della discordia, poi domanda dove si trovino alcuni fiorentini illustri; Ciacco risponde, chiede di essere ricordato tra i vivi e ricade nel fango. Nell’ultima (vv. 94-115) Virgilio spiega che quell’anima si rialzerà solo al giudizio universale e che dopo quel giorno le pene saranno più intense; i due arrivano poi al punto in cui si scende nel quarto cerchio.
Lingua e stile
La descrizione del cerchio procede per accumulo. La pioggia è «eterna, maladetta, fredda e greve» (v. 8), quattro aggettivi di seguito, e il v. 10 elenca ciò che cade: «Grandine grossa, acqua tinta, e neve». Il verbo «pute» (v. 12) introduce un lessico basso e concreto, molto distante dal registro raffinato del canto di Francesca.
Nel ritratto di Cerbero dominano suoni aspri e rime difficili (latra, atra, isquatra, vv. 14-18). L’avverbio «caninamente» (v. 14), lungo e raro, occupa quasi mezzo verso, e al v. 18 tre verbi in crescendo, «graffia li spiriti, scuoia ed isquatra», rendono la ferocia del mostro. Anche i dannati sono ridotti ad animali, perché la pioggia «Urlar li fa […] come cani» (v. 19). La similitudine dei vv. 28-30 paragona Cerbero a un cane affamato che si calma appena addenta il cibo: il custode dei golosi è dominato dalla stessa fame.
Le parole di Ciacco si reggono su contrapposizioni. Nel v. 42, «tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto», i due participi opposti indicano la morte del dannato e la nascita di Dante. L’invidia di Firenze è resa con un’immagine quotidiana, il sacco tanto pieno che «giá trabocca» (v. 50), e le cause della discordia con una metafora di fuoco: superbia, invidia e avarizia sono «le tre faville c’hanno i cuori accesi» (v. 75). L’uscita di scena di Ciacco è affidata a un gesto, «Li diritti occhi torse allora in biechi» (v. 91), in cui l’opposizione tra diritti e biechi segna il ritorno all’abbrutimento. Nel finale le rime tromba, tomba, rimbomba (vv. 95-99) fanno risuonare la tromba del giudizio, e il lessico diventa dottrinale.
Interpretazione
La pena dei golosi segue il contrappasso: chi in vita ha cercato il piacere del cibo ora giace nel fango sotto una pioggia maleodorante, straziato da un mostro che incarna la voracità. Cerbero proviene dalla mitologia classica e dal libro VI dell’Eneide, dove la Sibilla lo placa con una focaccia; qui Virgilio gli getta soltanto della terra, e il gesto abbassa il mostro al livello di un cane.
Di Ciacco si sa poco: era un fiorentino noto per la sua ghiottoneria, e il nome potrebbe essere un soprannome legato al maiale. Boccaccio lo rende protagonista della novella ottava della nona giornata del Decameron, dove compare anche Filippo Argenti, che Dante incontrerà nel canto VIII.
Con Ciacco la politica entra per la prima volta nel poema, e in ciascuna cantica il canto VI ha un tema politico: Firenze nell’Inferno, l’Italia nel Purgatorio, l’Impero nel Paradiso. Il viaggio è ambientato nel 1300, ma Dante scrive dopo i fatti e attribuisce a Ciacco la previsione di eventi già accaduti: lo scontro armato tra Bianchi e Neri, la cacciata dei Neri da parte della «parte selvaggia» (v. 65), cioè i Bianchi, e la rivincita dei Neri entro tre anni con l’appoggio di papa Bonifacio VIII, che portò anche all’esilio dell’autore. La spiegazione della crisi è morale prima che politica: la città è rovinata dai vizi dei cittadini, e i due giusti del v. 73 restano inascoltati.
La domanda sui fiorentini illustri apre un contrasto che torna in tutto l’Inferno: uomini stimati per l’impegno civile sono dannati per le loro colpe. Dante li ritroverà più in basso, Farinata tra gli eretici nel canto X, Tegghiaio e Iacopo Rusticucci nel canto XVI, Mosca nel canto XXVIII, mentre di Arrigo il poema non parla più. La preghiera di Ciacco di essere ricordato nel mondo mostra quanto i dannati restino legati alla fama terrena.
La risposta finale di Virgilio rimanda alla filosofia aristotelica insegnata nelle scuole medievali: dopo il giudizio l’anima si riunirà al corpo e, più completa, sentirà di più anche il dolore. Il canto passa così dalla cronaca di Firenze alla fine dei tempi e colloca le lotte cittadine dentro un ordine che le giudica.