Metrica e struttura
Il canto è formato da 130 endecasillabi in terzine a rima incatenata (ABA BCB CDC…). L’ultimo verso, isolato, rima con il centrale della terzina precedente, sezzo con mézzo.
Il testo attraversa due cerchi. Nella prima parte (vv. 1-15) i poeti incontrano Pluto, che grida parole incomprensibili e crolla a terra dopo il rimprovero di Virgilio. Scesi nel quarto cerchio (vv. 16-35), vedono avari e prodighi che spingono grandi pesi lungo due semicerchi opposti, si scontrano, si insultano e tornano indietro. Alla domanda di Dante sui dannati con la tonsura, Virgilio risponde che sono ecclesiastici avari e che nessuno di loro può essere riconosciuto (vv. 36-66). Da qui nasce la domanda sulla Fortuna, e la risposta di Virgilio (vv. 67-96) occupa il centro del canto. Con il v. 97, «Or discendiamo omai a maggior pièta», comincia l’ultima parte: i poeti seguono un ruscello scuro fino alla palude Stige, dove gli iracondi si percuotono nel fango e sotto l’acqua sospirano gli accidiosi (vv. 100-126). Il canto si chiude all’arrivo ai piedi di una torre (v. 130), da cui ripartirà il canto VIII.
Lingua e stile
Il verso d’apertura, «Papè Satán, papè Satán aleppe!» (v. 1), è volutamente oscuro. Molti commentatori vi riconoscono un’interiezione latina di meraviglia e il nome della prima lettera dell’alfabeto ebraico, e lo leggono come un’invocazione a Satana. Il suono conta più del senso, ed è confermato dalla «voce chioccia» (v. 2) del demonio. La similitudine delle vele che cadono quando l’albero si spezza (vv. 13-15) sgonfia la minaccia di Pluto, già descritto come «infiata labbia» (v. 7).
Nel quarto cerchio prevalgono le rime aspre e rare (lacca, fiacca, insacca; stipa, scipa, ripa; riddi, Cariddi, viddi), adatte a una scena di fatica e di scontro. La similitudine dell’onda di Cariddi che si infrange contro l’onda opposta (vv. 22-24) si chiude con il verbo riddi, che trasforma la pena in una danza grottesca. Il linguaggio dei dannati è ridotto a due domande, «Perché tieni?» e «Perché burli?» (v. 30), e la loro sorte eterna è fissata in un’immagine: risorgeranno «col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi» (v. 57). Nei vv. 53-54, «la sconoscente vita che i fe’ sozzi / ad ogni conoscenza or li fa bruni», l’accostamento di sconoscente e conoscenza lega la colpa alla pena.
Il discorso sulla Fortuna cambia registro: il lessico diventa filosofico e solenne, con formule come «general ministra e duce» (v. 78) e la serie di verbi «provede, giudica, e persegue» (v. 86). La similitudine «occulto come in erba l’angue» (v. 84) riprende un’espressione delle Bucoliche di Virgilio. Nell’ultima parte tornano i colori cupi, l’acqua «buia assai piú che persa» (v. 103), le «piagge grige» (v. 108), la «belletta negra» (v. 124), e il gioco di suoni si fa più insistente: ai vv. 121-123 fummo rima con se stesso, prima come verbo e poi come sostantivo (fumo), e al v. 125 il verbo gorgoglian imita il rumore delle parole soffocate nel fango.
Interpretazione
Avari e prodighi sono puniti insieme perché hanno commesso due colpe opposte che nascono dallo stesso difetto, l’assenza di misura nell’uso dei beni: nessuno di loro, dice Virgilio, «con misura nullo spendio ferci» (v. 42). Hanno vissuto per le cose e ora spingono pesi senza scopo, in un movimento circolare che non porta da nessuna parte. In questo cerchio nessun dannato viene nominato: chi si è identificato con la ricchezza ha perso anche il volto. La presenza di «papi e cardinali» (v. 47) introduce la polemica contro la corruzione della Chiesa, che tornerà più volte nel poema. Anche Pluto, chiamato «maladetto lupo» (v. 8), ricorda la lupa del canto I, simbolo dell’avidità.
La spiegazione sulla Fortuna corregge l’opinione comune. Gli uomini la immaginano come una forza cieca e capricciosa e la maledicono; per Virgilio è invece un’intelligenza celeste che Dio ha incaricato di trasferire i beni terreni da un popolo all’altro, come le altre intelligenze guidano i cieli. Il suo giudizio sembra arbitrario solo perché è nascosto agli uomini, e lei resta beata e indifferente alle loro accuse. Dante trasforma così una divinità pagana in una parte dell’ordine voluto dalla Provvidenza. Il confronto con il capitolo XXV del Principe di Machiavelli è istruttivo: lì la fortuna governa circa metà delle azioni umane e la virtù può opporle argini, mentre qui «Vostro saver non ha contasto a lei» (v. 85).
La discesa nella palude Stige prepara l’ingresso nella città di Dite. Gli iracondi si straziano a vicenda, mentre gli accidiosi, sommersi, confessano di aver portato dentro di sé un «accidioso fummo» (v. 123) proprio nell’«aere dolce che dal sol s’allegra» (v. 122): il loro peccato è stato rifiutare la gioia del mondo. La torre su cui si chiude il canto collega questo episodio a quello successivo, che si aprirà tornando indietro nel racconto.