Metrica e struttura
Il canto è composto da 130 endecasillabi in terzine a rima incatenata (ABA BCB CDC…). Il verso finale, isolato, rima con il centrale dell’ultima terzina, aperta con erta.
L’inizio, «Io dico, seguitando» (v. 1), riprende il racconto tornando un poco indietro nel tempo, a prima dell’arrivo ai piedi della torre con cui si chiudeva il canto VII. Il testo si divide in quattro parti. Nella prima (vv. 1-30) dalla cima della torre partono segnali di fuoco, e dalla palude arriva a gran velocità la barca di Flegiàs, che trasporta i due poeti. Nella seconda (vv. 31-64) un dannato coperto di fango si avvicina alla barca: Dante lo riconosce e lo respinge, Virgilio lo allontana e loda Dante per il suo sdegno, e poco dopo gli altri iracondi si scagliano contro Filippo Argenti. Nella terza (vv. 65-81) appare la città di Dite, con le torri roventi e le mura che sembrano di ferro, e la barca giunge all’entrata. Nell’ultima (vv. 82-130) i diavoli sulle porte si oppongono al passaggio di Dante; Virgilio va a parlare con loro, ma gli chiudono le porte in faccia, e il canto termina con le sue parole di conforto e con l’annuncio di un aiuto che sta arrivando. La tensione resta sospesa e si scioglierà solo nel canto IX.
Lingua e stile
La prima parte è costruita sulla velocità. La similitudine della freccia, «Corda non pinse mai da sé saetta / che sí corresse via per l’aere snella» (vv. 13-14), anticipa l’arrivo della «nave piccioletta» (v. 15), dove il diminutivo contrasta con la furia del barcaiolo. La ripetizione del nome, «Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto» (v. 19), basta a Virgilio per fermarne l’ira.
L’incontro con Filippo Argenti procede per battute brevi, spesso di un solo verso. Il dannato non dice il suo nome e risponde soltanto «Vedi che son un che piango» (v. 36); Dante lo respinge con durezza, «Con piangere e con lutto, / spirito maladetto, ti rimani» (vv. 37-38). Le parole di Virgilio, «Alma sdegnosa, / benedetta colei che in te s’incinse!» (vv. 44-45), riecheggiano la lode rivolta a Cristo nel Vangelo, mentre il paragone con i potenti che staranno «come porci in brago» (v. 50) e la parola «broda» (v. 53) appartengono a un registro basso e violento. Le rime in -arro (bizzarro, narro, sbarro, vv. 62-66) accompagnano con suoni aspri la rabbia del dannato che si morde da solo.
La città di Dite è descritta con parole che la rendono estranea e ostile. Le sue torri sono «meschite» (v. 70), cioè moschee, «vermiglie come se di foco uscite / fossero» (vv. 72-73), con un’inarcatura che spezza la frase tra due terzine; le mura sembrano di ferro (v. 78). Nella parte finale prevale il lessico della paura e del dubbio. Al v. 94 Dante si rivolge direttamente a chi legge, «Pensa, lettor, se io mi sconfortai», e al v. 111 l’incertezza diventa uno scontro interiore: «che no e sí nel capo mi tenzona». Virgilio, chiamato poco prima «dolce padre» (v. 110), torna sconfitto, con «le ciglia […] rase / d’ogni baldanza» (vv. 118-119).
Interpretazione
Filippo Argenti apparteneva a una famiglia fiorentina nobile e potente, gli Adimari, ed era noto per l’arroganza e l’ira; secondo i commentatori antichi il soprannome veniva dall’uso di ferrare d’argento il suo cavallo. Boccaccio lo fa comparire, come uomo facile all’ira, nella novella ottava della nona giornata del Decameron. L’episodio ha spesso sorpreso i lettori: il Dante che aveva provato pietà per Francesca e per Ciacco ora insulta un dannato e desidera vederlo straziato, e Virgilio lo abbraccia per questo. Lo sdegno di Dante va inteso come adesione alla giustizia divina, che nel profondo dell’Inferno prende il posto della compassione, anche se non si può escludere un risentimento personale verso un avversario politico.
Flegiàs è una figura del mito, il re che per vendetta incendiò il tempio di Apollo, e per questo custodisce la palude degli iracondi. Il peso di Dante che affonda la barca, «e sol quand’io fui dentro parve carca» (v. 27), ricorda il passo dell’Eneide in cui la barca di Caronte geme sotto il peso di Enea, e sottolinea che il poeta è l’unico vivo del viaggio.
Con Dite comincia il basso Inferno, dove sono punite le colpe più gravi, come Virgilio spiegherà nel canto XI. I diavoli sulle porte, gli angeli ribelli «da ciel piovuti» (v. 83), rinnovano l’opposizione a Dio già mostrata quando Cristo discese agli inferi e forzò la prima porta, quella con «la scritta morta» (v. 127) incontrata nel canto III. Per la prima volta Virgilio non riesce a superare un ostacolo con la sola parola: nel disegno allegorico del poema la ragione umana, da sola, non basta davanti alla malizia, e serve un intervento dal cielo. Il canto si chiude quindi nell’attesa di «tal che per lui ne fia la terra aperta» (v. 130), il messo celeste che aprirà la porta nel canto IX.