Metrica e struttura
Il canto è formato da 133 endecasillabi in terzine a rima incatenata (ABA BCB CDC…). Il verso finale, isolato, rima con il centrale dell’ultima terzina, spaldi con caldi.
Il canto riprende la situazione sospesa alla fine del canto VIII, con i due poeti fermi davanti alle porte chiuse di Dite, e si divide in due metà: l’attesa minacciosa e la sua soluzione. Nella prima parte (vv. 1-33) Virgilio cerca di nascondere la sua preoccupazione, ma pronuncia frasi interrotte che spaventano Dante; alla domanda se qualcuno del Limbo sia mai sceso tanto in basso, racconta di aver già compiuto quel viaggio, costretto dalla maga Eritone. Nella seconda (vv. 34-63) sulla torre appaiono le tre Furie, che invocano Medusa; Virgilio fa voltare Dante e gli copre gli occhi, e il poeta si rivolge ai lettori. Nella terza (vv. 64-105) arriva il messo del cielo: attraversa la palude, apre la porta con una piccola verga, rimprovera i diavoli e se ne va senza parlare ai due poeti. Nell’ultima (vv. 106-133) Dante e Virgilio entrano senza ostacoli nella città e vedono una pianura piena di tombe infuocate, dove sono puniti gli eretici.
Lingua e stile
L’apertura è costruita su un gioco di colori e di movimenti opposti: il pallore che la paura dipinge «di fuor» (v. 1) sul volto di Dante spinge Virgilio a trattenere «dentro» (v. 3) il proprio turbamento. Il discorso spezzato dei vv. 7-9, «se non... Tal ne s’offerse...» (v. 8), usa la reticenza per rendere l’incertezza della guida, e i vv. 10-15 analizzano con precisione l’effetto di quelle parole su chi ascolta. Le perifrasi alzano il tono: il Limbo è il «primo grado» (v. 17), Proserpina è «la regina de l’eterno pianto» (v. 44).
Le Furie sono descritte con un lessico dotto e con dettagli violenti: sono «di sangue tinte» (v. 38), cinte di «idre verdissime» (v. 40), con «serpentelli e ceraste» (v. 41) al posto dei capelli, e vengono nominate una per una secondo la loro posizione (vv. 46-48). All’urlo «Vegna Medusa, sí ’l farein di smalto!» (v. 52) segue il gesto concreto di Virgilio che chiude gli occhi di Dante con le proprie mani. L’appello ai lettori, «mirate la dottrina che s’asconde / sotto ’l velame de li versi strani» (vv. 62-63), usa la metafora del velo per indicare un significato nascosto.
L’arrivo del messo è preparato da due similitudini di segno opposto. La prima, lunga due terzine, paragona il fragore a un vento che «li rami schianta, abbatte e porta fuori» (v. 70), con tre verbi senza congiunzione e suoni aspri. La seconda riduce i dannati a rane che fuggono davanti alla «nemica / biscia» (vv. 76-77), con un’inarcatura che separa l’aggettivo dal nome. Al fragore si oppone la calma del messo, che passa lo Stige «con le piante asciutte» (v. 81) e apre la porta «con una verghetta» (v. 89), dove il diminutivo sottolinea la facilità del gesto. Le sue domande ai diavoli mescolano parole latine e modi popolari, come in «Che giova ne le fata dar di cozzo?» (v. 97). Nella parte finale la similitudine delle necropoli di Arles e di Pola (vv. 112-115) porta nell’aldilà luoghi reali, e la ripetizione di «Simile qui con simile è sepolto» (v. 130) riassume l’ordine della pena.
Interpretazione
Il canto mette in scena il limite di Virgilio. La guida che finora aveva superato ogni ostacolo con la parola ora esita e ha paura, e il racconto della sua precedente discesa, voluta da Eritone, una maga che Dante conosceva dalla Farsaglia di Lucano, serve a rassicurare Dante sulla conoscenza della strada. Nel disegno allegorico del poema la ragione umana non basta a vincere la malizia ostinata dei ribelli a Dio: occorre l’aiuto della grazia, rappresentato dal messo celeste, che molti commentatori identificano con un angelo.
Le Furie e Medusa sono state lette in vari modi, per esempio come immagini del rimorso e della disperazione che impietrisce e impedisce di tornare a Dio. Dante non scioglie l’allegoria, ma avverte il lettore di cercarla, con un invito che ritorna nel canto VIII del Purgatorio, dove chiede di nuovo di aguzzare gli occhi per cogliere il vero. I riferimenti mitologici hanno una funzione precisa: Teseo ed Ercole, ricordato dal messo attraverso Cerbero incatenato, sono eroi antichi scesi agli inferi con la forza, mentre il messo apre la porta con un solo gesto, perché agisce per volontà di Dio.
L’ingresso in Dite segna il passaggio al basso Inferno. Il sesto cerchio accoglie gli eretici, chiusi in tombe roventi con il coperchio sollevato, divisi per setta. La loro pena anticipa il canto X, dove Virgilio indicherà il cimitero di Epicuro e dei suoi seguaci e Dante incontrerà Farinata degli Uberti e Cavalcante Cavalcanti. Il paragone con i sepolcri di Arles e di Pola, due grandi cimiteri di età romana ancora visibili al tempo di Dante, dà alla visione la concretezza di un paesaggio conosciuto.