Metrica e struttura
Il canto è composto da 136 endecasillabi in terzine a rima incatenata (ABA BCB CDC…). Il verso finale, isolato, rima con il centrale dell’ultima terzina, lezzo con mezzo.
Il testo si apre con un breve dialogo tra Virgilio e Dante (vv. 1-21), che camminano tra le mura di Dite e le tombe degli eretici: Virgilio spiega che i sepolcri si chiuderanno dopo il giudizio universale e che in questa zona giacciono Epicuro e i suoi seguaci. Una voce interrompe il cammino (vv. 22-51): è Farinata degli Uberti, che si alza dalla tomba, chiede a Dante chi fossero i suoi antenati e ricorda di averli cacciati due volte, ricevendo una risposta pungente. Il dialogo si interrompe quando accanto a lui si leva Cavalcante Cavalcanti (vv. 52-72), che chiede del figlio Guido, fraintende una parola di Dante e ricade nella tomba. Farinata riprende il discorso come se nulla fosse accaduto (vv. 73-93): predice a Dante l’esilio, domanda perché Firenze sia tanto ostile alla sua famiglia e rivendica di aver difeso da solo la città. Segue una parte dottrinale (vv. 94-120), in cui Farinata spiega che i dannati conoscono il futuro ma non il presente, e nomina alcuni compagni di pena. Nel finale (vv. 121-136) Virgilio conforta Dante turbato e gli promette che Beatrice gli rivelerà il corso della sua vita; i due si dirigono verso il centro del cerchio.
Lingua e stile
Le parole di Farinata hanno un tono solenne e cortese: «O Tosco che per la cittá del foco / vivo ten vai cosí parlando onesto» (vv. 22-23), dove il latinismo «loquela» (v. 25) conferma il registro elevato. Il suo aspetto è quello di una statua: «s’ergea col petto e con la fronte / com’avesse l’inferno in gran dispitto» (vv. 35-36). Quando riprende a parlare dopo l’interruzione, la serie di negazioni «non mutò aspetto / né mosse collo né piegò sua costa» (vv. 74-75) ne sottolinea l’immobilità.
Il dialogo politico procede come un duello a battute brevi. La domanda «Chi fur li maggior tui?» (v. 42) è secca, e Dante risponde con ironia che gli Uberti non hanno imparato l’arte di tornare dall’esilio: «ma i vostri non appreser ben quell’arte» (v. 51). Farinata riprende la stessa parola, «quell’arte» (vv. 77 e 81), e la rovescia contro Dante nella profezia dell’esilio. La battaglia di Montaperti è evocata con un’immagine: la strage «che fece l’Arbia colorata in rosso» (v. 86).
L’episodio di Cavalcante ha un ritmo opposto. L’ombra si alza solo «infino al mento» (v. 53), si guarda intorno ansiosa e chiede del figlio piangendo. Quando sente il verbo ebbe, le sue domande si susseguono nella stessa terzina: «non viv’elli ancora? / non fiere li occhi suoi il dolce lome?» (vv. 68-69). Il verso «supin ricadde e piú non parve fuora» (v. 72) chiude la scena senza commento.
Numerose sono le perifrasi. Il tempo è misurato con la luna, identificata con Proserpina, «la donna che qui regge» (v. 80), e Beatrice è indicata come colei «il cui bell’occhio tutto vede» (v. 131). Nella parte dottrinale la similitudine di chi vede male da vicino, «come quei c’ha mala luce» (v. 100), rende comprensibile un concetto astratto.
Interpretazione
Gli epicurei sono puniti secondo il contrappasso: hanno creduto che l’anima muoia con il corpo, e ora sono chiusi in tombe che verranno sigillate per sempre. Farinata, capo dei ghibellini fiorentini, aveva guidato i suoi alla vittoria di Montaperti nel 1260 e poco dopo, nell’assemblea dei ghibellini a Empoli, si era opposto alla distruzione di Firenze; morì prima della nascita di Dante e fu condannato come eretico dopo la morte. Dante lo presenta come un «magnanimo» (v. 73): conserva anche all’inferno la grandezza e la passione politica, al punto che l’esilio dei suoi lo tormenta più del fuoco. È la risposta alla domanda posta a Ciacco nel canto VI su dove fosse Farinata, e mostra che il valore civile non basta alla salvezza.
Cavalcante è il padre di Guido Cavalcanti, poeta e amico di Dante, le cui Rime sono presenti nella biblioteca. Il padre crede che Dante compia il viaggio per «altezza d’ingegno» (v. 59), cioè con la sola intelligenza, e Dante risponde di essere guidato. Il senso del v. 63, «forse cui Guido vostro ebbe a disdegno», è discusso: il disdegno di Guido potrebbe riguardare Virgilio oppure la meta verso cui Virgilio conduce. Nella finzione del viaggio, ambientato nella primavera del 1300, Guido è ancora vivo; morirà nell’agosto di quello stesso anno.
La spiegazione di Farinata sulla conoscenza dei dannati, che vedono il futuro lontano ma ignorano il presente, chiarisce anche la profezia di Ciacco e prepara le altre predizioni del poema. I cinquanta mesi del v. 79 portano, dalla data del viaggio, al fallimento dei tentativi dei Bianchi esiliati di rientrare in Firenze. Virgilio rinvia a Beatrice la spiegazione completa, ma nel poema sarà Cacciaguida, nel canto XVII del Paradiso, a rivelare a Dante il suo esilio. Tra gli altri epicurei Farinata nomina Federico II e «’l Cardinale» (v. 120), identificato con Ottaviano degli Ubaldini.