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Inferno

Canto XIV

142 versicirca 9 minutiRiassunto

Poi che la caritá del natio locomi strinse, raunai le fronde sparte,e rende’le a colui, ch’era giá fioco.
Indi venimmo al fine ove si partelo secondo giron dal terzo, e dovesi vede di giustizia orribil arte.
A ben manifestar le cose nove,dico che arrivammo ad una landache dal suo letto ogni pianta rimove.
La dolorosa selva l’è ghirlandaintorno, come ’l fosso tristo ad essa:quivi fermammo i passi a randa a randa.
Lo spazzo era una rena arida e spessa,non d’altra foggia fatta che coleiche fu da’ piè di Caton giá soppressa.
O vendetta di Dio, quanto tu déiesser temuta da ciascun che leggeciò che fu manifesto a li occhi miei!
D’anime nude vidi molte greggeche piangean tutte assai miseramente,e parea posta lor diversa legge.
Supin giaceva in terra alcuna gente,alcuna si sedea tutta raccolta,e altra andava continuamente.
Quella che giva intorno era piú molta,e quella men che giaceva al tormento,ma piú al duolo avea la lingua sciolta.
Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,piovean di foco dilatate falde,come di neve in alpe senza vento.
Quali Alessandro in quelle parti calded’India vide sopra lo suo stuolofiamme cadere infino a terra salde;
per ch’ei provide a scalpitar lo suolocon le sue schiere, acciò che lo vaporemei si stingeva mentre ch’era solo;
tale scendeva l’eternale ardore;onde la rena s’accendea, com’escasotto focile, a doppiar lo dolore.
Senza riposo mai era la trescade le misere mani, or quindi or quinciescotendo da sé l’arsura fresca.
I’ cominciai: «Maestro, tu che vincitutte le cose, fuor che’ demon durich’a l’entrar de la porta incontra uscinci,
chi è quel grande che non par che curilo ’ncendio, e giace dispettoso e torto,sí che la pioggia non par che ’l maturi?»
E quel medesmo che si fu accortoch’i’ domandava il mio duca di lui,gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cuicrucciato prese la folgore agutaonde l’ultimo dí percosso fui;
o s’elli stanchi li altri a muta a mutain Mongibello a la focina negra,chiamando ‛ Buon Vulcano, aiuta, aiuta! ’
sí com’el fece a la pugna di Flegra,e me saetti con tutta sua forza,non ne potrebbe aver vendetta allegra».
Allora il duca mio parlò di forzatanto, ch’i’ non l’avea sí forte udito:«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
la tua superbia, se’ tu piú punito:nullo martiro, fuor che la tua rabbia,sarebbe al tuo furor dolor compito».
Poi si rivolse a me con miglior labbiadicendo: «Quei fu l’un de’ sette regich’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi:ma, com’io dissi lui, li suoi dispettisono al suo petto assai debiti fregi.
Or mi vien dietro, e guarda che non metti,ancor, li piedi ne la rena arsiccia,ma sempre al bosco li ritieni stretti».
Tacendo divenimmo lá ’ve spicciafuor de la selva un picciol fiumicello,lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
Quale del Bulicame esce ruscelloche parton poi tra lor le peccatrici,tal per la rena giú sen giva quello.
Lo fondo suo e ambo le pendicifatt’eran pietra, e’ margini da lato;per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.
«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,poscia che noi entrammo per la portalo cui sogliare a nessuno è negato,
cosa non fu da li tuoi occhi scortanotabile com’è ’l presente rio,che sovra sé tutte fiammelle ammorta».
Queste parole fur del duca mio:per ch’io ’l pregai che mi largisse il pastodi cui largito m’aveva il disio.
«In mezzo mar siede un paese guasto,»diss’elli allora «che s’appella Creta,sotto ’l cui rege fu giá il mondo casto.
Una montagna v’è che giá fu lietad’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;or è diserta come cosa vieta.
Rea la scelse giá per cuna fidadel suo figliuolo, e per celarlo meglio,quando piangea, vi facea far le grida.
Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,che tien volte le spalle inver Damiatae Roma guarda come suo speglio.
La sua testa è di fino oro formata,e puro argento son le braccia e il petto,poi è di rame infino a la forcata;
da indi in giuso è tutto ferro eletto,salvo che ’l destro piede è terra cotta;e sta ’n su quel, piú che ’n su l’altro, eretto.
Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rottad’una fessura che lagrime goccia,le quali, accolte, fóran quella grotta.
Lor corso in questa valle si diroccia:fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;poi sen van giú per questa stretta doccia
infin lá ove piú non si dismonta;fanno Cocito; e qual sia quello stagno,tu lo vedrai: però qui non si conta».
E io a lui: «Se ’l presente rigagnosi diriva cosí dal nostro mondo,perché ci appar pur a questo vivagno?»
Ed elli a me: «Tu sai che ’l luogo è tondo;e tutto che tu sie venuto moltopur a sinistra, giú calando al fondo,
non se’ ancor per tutto il cerchio vòlto:per che, se cosa n’apparisce nova,non de’ addur maraviglia al tuo volto».
E io ancor: «Maestro, ove si trovaFlegetonta e Letè, ché de l’un taci,e l’altro di’ che si fa d’esta piova?»
«In tutte tue question certo mi piaci»rispose; «ma ’l bollor de l’acqua rossadovea ben solver l’una che tu faci.
Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,lá dove vanno l’anime a lavarsiquando la colpa pentuta è rimossa».
Poi disse: «Omai è tempo da scostarsidal bosco; fa che di retro a me vegne:li margini fan via, che non son arsi,
e sopra loro ogni vapor si spegne».

Glossario

falde
fiocchi larghi.
tresca
movimento agitato e continuo, come di danza.
nullo
nessuno.
labbia
volto, aspetto.
bulicame
acqua che ribolle; sorgente di acqua bollente.
vivagno
orlo, margine.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .