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Inferno

Canto XV

124 versicirca 8 minutiRiassunto

Ora cen porta l’un de’ duri margini;e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,sí che dal foco salva l’acqua e li argini.
Quale i Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,temendo il fiotto che ’nver lor s’avventa,fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
e quale i Padovan lungo la Brenta,per difender lor ville e lor castelli,anzi che Chiarentana il caldo senta;
a tale imagine eran fatti quelli,tutto che né sí alti né sí grossi,qual che si fosse, lo maestro felli.
Giá eravam da la selva rimossitanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,perch’io in dietro rivolto mi fossi,
quando incontrammo d’anime una schierache venian lungo l’argine, e ciascunaci riguardava come suol da sera
guardare uno altro sotto nova luna;e sí ver noi aguzzavan le cigliacome ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
Cosí adocchiato da cotal famiglia,fui conosciuto da un, che mi preseper lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!»
E io, quando ’l suo braccio a me distese,ficcaili li occhi per lo cotto aspetto,sí che ’l viso abbruciato non difese
la conoscenza sua al mio intelletto;e chinando la mano a la sua faccia,risposi: «Siete voi qui, ser Brunetto?»
E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiacciase Brunetto Latino un poco tecoritorna in dietro e lascia andar la traccia».
I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;e se volete che con voi m’asseggia,faròl, se piace a costui che vo seco».
«O figliuol,» disse «qual di questa greggias’arresta punto, giace poi cent’annisenz’arrostarsi quando ’l foco il feggia.
Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;e poi rigiugnerò la mia masnada,che va piangendo i suoi eterni danni».
Io non osava scender de la stradaper andar par di lui, ma ’l capo chinotenea com’uom che reverente vada.
El cominciò: «Qual fortuna o destinoanzi l’ultimo di qua giú ti mena?e chi è questi che mostra ’l cammino?»
«Lá su di sopra, in la vita serena,»rispos’io lui «mi smarri’ in una valle,avanti che l’etá mia fosse piena.
Pur ier mattina le volsi le spalle:questi m’apparve, tornand’io in quella,e reducemi a ca per questo calle».
Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,non puoi fallire a glorioso porto,se ben m’accorsi ne la vita bella;
e s’io non fossi sí per tempo morto,veggendo il cielo a te cosí benigno,dato t’avrei a l’opera conforto.
Ma quello ingrato popolo malignoche discese di Fiesole ab antico,e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si fará, per tuo ben far, nemico:ed è ragion, ché tra li lazzi sorbisi disconvien fruttar al dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;gente avara, invidiosa e superba:dai lor costumi fa che tu ti forbi.
La tua fortuna tanto onor ti serba,che l’una parte e l’altra avranno famedi te: ma lungi fia dal becco l’erba.
Faccian le bestie fiesolane stramedi lor medesme, e non tocchin la pianta,s’alcuna surge ancora in lor letame,
in cui riviva la sementa santadi que’ Roman che vi rimaser, quandofu fatto il nido di malizia tanta».
«Se fosse tutto pieno il mio dimando»risposi lui «voi non sareste ancorade l’umana natura posto in bando;
ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,la cara e buona imagine paternadi voi, quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’eterna:e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivoconvien che ne la mia lingua si scerna.
Ciò che narrate di mio corso scrivo,e serbolo a chiosar con altro testoa donna che saprá, s’a lei arrivo.
Tanto vogl’io che vi sia manifesto,pur che mia coscienza non mi garra,che a la Fortuna, come vuol, son presto;
non è nuova a li orecchi miei tal arra:però giri Fortuna la sua rotacome le piace, e ’l villan la sua marra».
Lo mio maestro allora in su la gotadestra si volse in dietro, e riguardommi;poi disse: «Bene ascolta chi la nota».
Né per tanto di men parlando vommicon ser Brunetto, e dimando chi sonoli suoi compagni piú noti e piú sommi.
Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;de li altri fia laudabile tacerci,ché ’l tempo saría corto a tanto suono.
In somma sappi che tutti fur chercie litterati grandi e di gran fama,d’un peccato medesmo al mondo lerci.
Priscian sen va con quella turba grama,e Francesco d’Accorso; anche vedervi,s’avessi avuto di tal tigna brama,
colui potei che dal servo de’ servifu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,dove lasciò li mal protesi nervi.
Di piú direi, ma ’l venire e ’l sermonepiú lungo esser non può, però ch’i’ veggiolá surger novo fummo del sabbione:
gente vien con la quale esser non deggio.Sieti raccomandato il mio Tesoro,nel qual io vivo ancora, e piú non cheggio».
Poi si rivolse, e parve di coloroche corrono a Verona il drappo verdeper la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde.

Glossario

lazzi
aspri, acerbi.
sorbi
frutti del sorbo, aspri finché non maturano.
grame
misere, dolorose.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .