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Inferno

Canto XVI

136 versicirca 8 minutiRiassunto

Giá era in loco onde s’udía ’l rimbombode l’acqua che cadea ne l’altro giro,simile a quel che l’arnie fanno rombo,
quando tre ombre insieme si partiro,correndo, d’una torma che passavasotto la pioggia de l’aspro martiro.
Venían ver noi, e ciascuna gridava:«Sóstati tu ch’a l’abito ne sembriessere alcun di nostra terra prava».
Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,ricenti e vecchie, da le fiamme incese!ancor men duol, pur ch’i’ me ne rimembri.
A le lor grida il mio dottor s’attese;volse ’l viso ver me, e disse: «Aspetta:a costor si vuol essere cortese.
E se non fosse il foco che saettala natura del loco, i’ dicereiche meglio stesse a te che a lor la fretta».
Ricominciar, com noi restammo, eil’antico verso; e quando a noi fur giunti,fenno una rota di sé tutti e trei,
qual sogliono i campion far nudi e unti,avvisando lor presa e lor vantaggio,prima che sien tra lor battuti e punti;
e sí rotando, ciascuno il visaggiodrizzava a me, sí che ’n contrario il collofaceva ai piè continuo viaggio.
E «Se miseria d’esto loco sollorende in dispetto noi e nostri preghi»cominciò l’uno «e ’l tinto aspetto e brollo,
la fama nostra il tuo animo pieghia dirne chi tu se’, che i vivi piedicosí sicuro per lo ’nferno freghi.
Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,tutto che nudo e dipelato vada,fu di grado maggior che tu non credi:
nepote fu de la buona Gualdrada;Guido Guerra ebbe nome, ed in sua vitafece col senno assai e con la spada.
L’altro, ch’appresso me la rena trita,è Tegghiaio Aldobrandi, la cui vocenel mondo su dovría esser gradita.
E io, che posto son con loro in croce,Iacopo Rusticucci fui; e certola fiera moglie piú ch’altro mi nuoce».
S’i’ fossi stato dal foco coperto,gittato mi sarei tra lor di sotto,e credo che ’l dottor l’avría sofferto;
ma perch’io mi sarei bruciato e cotto,vinse paura la mia buona vogliache di loro abbracciar mi facea ghiotto.
Poi cominciai: «Non dispetto, ma dogliala vostra condizion dentro mi fisse,tanta che tardi tutta si dispoglia,
tosto che questo mio signor mi disseparole per le quali i’ mi pensaiche qual voi siete, tal gente venisse.
Di vostra terra sono, e sempre mail’ovra di voi e li onorati nomicon affezion ritrassi e ascoltai.
Lascio lo fele, e vo per dolci pomipromessi a me per lo verace duca;ma infino al centro pria convien ch’i’ tomi».
«Se lungamente l’anima conducale membra tue,» rispose quelli ancora«e se la fama tua dopo te luca,
cortesia e valor dí se dimorane la nostra cittá sí come suole,o se del tutto se n’è gita fuora;
ché Guglielmo Borsiere, il qual si dolecon noi per poco e va lá coi compagni,assai ne cruccia con le sue parole».
«La gente nova e’ súbiti guadagniorgoglio e dismisura han generata,Fiorenza, in te, sí che tu giá ten piagni».
Cosí gridai con la faccia levata;e i tre, che ciò inteser per risposta,guardar l’un l’altro com’al ver si guata.
«Se l’altre volte sí poco ti costa»risposer tutti «il satisfare altrui,felice te se sí parli a tua posta!
Però, se campi d’esti luoghi bui,e torni a riveder le belle stelle,quando ti gioverá dicere ‛ I’ fui ’,
fa che di noi a la gente favelle».Indi rupper la rota, e a fuggirsiali sembiar le gambe loro snelle.
Un amen non saría potuto dirsitosto cosí com’e’ furo spariti;per che al maestro parve di partirsi.
Io lo seguiva, e poco eravam iti,che ’l suon de l’acqua n’era sí vicino,che per parlar saremmo a pena uditi.
Come quel fiume c’ha proprio camminoprima da monte Veso inver levante,da la sinistra costa d’Apennino,
che si chiama Acquaqueta suso, avanteche si divalli giú nel basso letto,e a Forlí di quel nome è vacante,
rimbomba lá sovra San Benedettode l’Alpe per cadere a una scesaove dovría per mille esser recetto;
cosí, giú d’una ripa discoscesa,trovammo risonar quell’acqua tinta,sí che ’n poc’ora avría l’orecchia offesa.
Io aveva una corda intorno cinta,e con essa pensai alcuna voltaprender la lonza a la pelle dipinta:
poscia che l’ebbi tutta da me sciolta,sí come ’l duca m’avea comandato,porsila a lui aggroppata e ravvolta;
ond’ei si volse inver lo destro lato,e alquanto di lunge da la spondala gittò giuso in quell’alto burrato.
«E’ pur convien che novitá risponda»dicea fra me medesmo «al novo cennoche ’l maestro con l’occhio sí seconda».
Ahi quanto cauti li uomini esser dennopresso a color che non veggion pur l’ovra,ma per entro i pensier miran col senno!
El disse a me: «Tosto verrá di sovraciò ch’io attendo, e che il tuo pensier sognatosto convien ch’al tuo viso si scovra».
Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna,de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,però che senza colpa fa vergogna:
ma qui tacer nol posso; e per le notedi questa comedia, lettor, ti giuro,s’elle non sien di lunga grazia vòte,
ch’i’ vidi per quell’aere grosso e scurovenir notando una figura in suso,maravigliosa ad ogni cor sicuro,
sí come torna colui che va giusotalora a solver l’áncora ch’aggrappao scoglio o altro che nel mare è chiuso,
che ’n su si stende, e da piè si rattrappa.

Glossario

sollo
molle, cedevole.
guata
guarda con attenzione o con timore.
lonza
animale feroce dal pelo maculato, simile alla lince o al leopardo.
burrato
burrone, dirupo.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .