Libri di dominio pubblico

Inferno

Canto XXXII

139 versicirca 9 minutiRiassunto

S’io avessi le rime aspre e chiocce,come si converrebbe al tristo bucosovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,
io premerei di mio concetto il sucopiú pienamente; ma perch’io non l’abbo,non senza tema a dicer mi conduco;
ché non è impresa da pigliare a gabbodiscriver fondo a tutto l’universo,né da lingua che chiami mamma o babbo:
ma quelle donne aiutino il mio versoch’aiutaro Anfione a chiuder Tebe,sí che dal fatto il dir non sia diverso.
Oh sovra tutte mal creata plebeche stai nel luogo onde parlare è duro,mei foste state qui pecore o zebe!
Come noi fummo giú nel pozzo scurosotto i piè del gigante assai piú bassi,e io mirava ancora a l’alto muro,
dicere udi’ mi: «Guarda come passi!va sí che tu non calchi con le piantele teste de’ fratei miseri lassi».
Per ch’io mi volsi, e vidimi davantee sotto i piedi un lago, che per geloavea di vetro e non d’acqua sembiante.
Non fece al corso suo sí grosso velodi verno la Danoia in Osterlicchi,né Tanai lá sotto il freddo cielo,
com’era quivi; che se Tambernicchivi fosse su caduto, o Pietrapana,non avría pur da l’orlo fatto cricchi.
E come a gracidar si sta la ranacol muso fuor de l’acqua, quando sognadi spigolar, sovente, la villana;
livide, insin lá dove appar vergognaeran l’ombre dolenti nella ghiaccia,mettendo i denti in nota di cicogna.
Ognuna in giú tenea volta la faccia:da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristotra lor testimonianza si procaccia.
Quand’io m’ebbi dintorno alquanto visto,volsimi a’ piedi, e vidi due sí stretti,che ’l pel del capo avieno insieme misto.
«Ditemi voi, che sí strignete i petti,»diss’io «chi siete?» E quei piegaro i colli;e poi ch’ebber li visi a me eretti,
li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinsele lacrime tra essi e riserrolli.
Con legno legno spranga mai non cinseforte cosí; ond’ei come due bécchicozzato insieme, tanta ira li vinse.
E un ch’avea perduti ambo li orecchiper la freddura, pur col viso in giúe,disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?
Se vuoi saper chi son cotesti due,la valle onde Bisenzo si dichinadel padre loro Alberto e di lor fue.
D’un corpo usciro; e tutta la Cainapotrai cercare, e non troverai ombradegna piú d’esser fitta in gelatina:
non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombracon esso un colpo per la man d’Artú;non Focaccia; non questi che m’ingombra
col capo sí, ch’i’ non veggio oltre piú,e fu nomato Sassol Mascheroni:se tosco se’, ben sai omai chi fu.
E perché non mi metti in piú sermoni,sappi ch’io fu’ il Camicion de’ Pazzi;e aspetto Carlin che mi scagioni».
Poscia vid’io mille visi cagnazzifatti per freddo; onde mi vien riprezzo,e verrá sempre, de’ gelati guazzi.
E mentre ch’andavamo inver lo mezzoal quale ogni gravezza si rauna,e io tremava ne l’eterno rezzo;
se voler fu o destino o fortuna,non so; ma, passeggiando tra le teste,forte percossi il piè nel viso ad una.
Piangendo mi gridò: «Perché mi peste?se tu non vieni a crescer la vendettadi Montaperti, perché mi moleste?»
E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,sí ch’io esca d’un dubbio per costui;poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».
Lo duca stette; e io dissi a coluiche bestemmiava duramente ancora:«Qual se’ tu che cosí rampogni altrui?»
«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,percotendo» rispose «altrui le gote,sí che, se fossi vivo, troppo fòra?»
«Vivo son io, e caro esser ti puote,»fu mia risposta «se dimandi fama,ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».
Ed elli a me: «Del contrario ho io brama;lèvati quinci e non mi dar piú lagna,ché mal sai lusingar per questa lama!»
Allor lo presi per la cuticagna,e dissi: «El converrá che tu ti nomio che capel qui su non ti rimagna».
Ond’elli a me: «Perché tu mi dischiomi,né ti dirò ch’io sia, né mostrerolti,se mille fiate in sul capo mi tomi».
Io avea giá i capelli in mano avvolti,e tratti lien’avea piú d’una ciocca,latrando lui con li occhi in giú raccolti,
quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?non ti basta sonar con le mascelle,se tu non latri? qual diavol ti tocca?»
«Omai» diss’io «non vo’ che tu favelle,malvagio traditor; ch’a la tua ontaio porterò di te vere novelle».
«Va via!» rispose «e ciò che tu vuoi, conta;ma non tacer, se tu di qua entro eschi,di quel ch’ebbe or cosí la lingua pronta.
El piange qui l’argento de’ Franceschi:‘Io vidi’ potrai dir ‘quel da Dueralá dove i peccatori stanno freschi’.
Se fossi domandato: ‘altri chi v’era’?tu hai da lato quel di Beccheriadi cui segò Fiorenza la gorgiera.
Gianni de’ Soldanier credo che siapiú lá con Ganellone, e Tebaldelloch’aprí Faenza quando si dormía».
Noi eravam partiti giá da ello,ch’io vidi due ghiacciati in una buca,sí che l’un capo a l’altro era cappello;
e come ’l pan per fame si manduca,cosí ’l sovran li denti a l’altro poselá ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:
non altrimenti Tideo si rósele tempie a Menalippo per disdegno,che quei faceva ’l teschio e l’altre cose.
«O tu che mostri per sí bestial segnoodio sovra colui che tu ti mangi,dimmi ’l perché» diss’io «per tal convegno;
ché se tu a ragion di lui ti piangi,sappiendo chi voi siete e la sua pecca,nel mondo suso ancora io te ne cangi,
se quella con ch’io parlo non si secca».

Glossario

gabbo
scherzo; prendere «a gabbo» vuol dire prendere alla leggera.
sembiante
aspetto, espressione del volto.
tosco
toscano.
rezzo
ombra fresca; anche il freddo, il gelo.
fòra
sarebbe.
cuticagna
collottola, nuca.
fiata
volta, volte.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .