Libri di dominio pubblico

Purgatorio

Canto XXII

154 versicirca 9 minuti

Giá era l’angel dietro a noi rimaso,l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,avendomi dal viso un colpo raso;
e quei c’hanno a giustizia lor disirodetti n’avea Beati, e le sue vocicon sitiunt, senz’altro, ciò forniro.
E io piú lieve che per l’altre focim’andava, sí che senz’alcun laboreseguiva in su li spiriti veloci;
quando Virgilio incominciò: «Amore,acceso di virtú, sempre altro accese,pur che la fiamma sua paresse fuore;
onde da l’ora che tra noi discesenel limbo de lo ’nferno Giovenale,che la tua affezion mi fe’ palese,
mia benvoglienza inverso te fu qualepiú strinse mai di non vista persona,sí ch’or mi parran corte queste scale.
Ma dimmi, e come amico mi perdonase troppa sicurtá m’allarga il freno,e come amico omai meco ragiona;
come poté trovar dentro al tuo senoloco avarizia, tra cotanto sennodi quanto per tua cura fosti pieno?»
Queste parole Stazio mover fennoun poco a riso pria; poscia rispose:«Ogni tuo dir d’amor m’è caro cenno.
Veramente piú volte appaion coseche danno a dubitar falsa materaper le vere cagion che son nascose.
La tua dimanda tuo creder m’avveraesser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,forse per quella cerchia dov’io era:
or sappi ch’avarizia fu partitatroppo da me, e questa dismisuramigliaia di lunari hanno punita.
E se non fosse ch’io drizzai mia cura,quand’io intesi lá dove tu chiame,crucciato quasi a l’umana natura:
‛ Perché non reggi tu, o sacra fame,de l’oro l’appetito de’ mortali? ’,voltando sentirei le giostre grame.
Allor m’accorsi che troppo aprir l’alipotean le mani a spendere, e pente’micosí di quel come de li altri mali.
Quanti risurgeran coi crini scemiper ignoranza, che di questa peccatoglie ’l pentèr vivendo e ne li stremi!
E sappie che la colpa che rimbeccaper dritta opposizione alcun peccato,con esso insieme qui suo verde secca:
però, s’io son tra quella gente statoche piange l’avarizia, per purgarmi,per lo contrario suo m’è incontrato».
«Or quando tu cantasti le crude armide la doppia tristizia di Iocasta,»disse ’l cantor de’ bucolici carmi
«per quello che Cliò teco lí tasta,non par che ti facesse ancor fedelela fede, senza qual ben far non basta.
Se cosí è, qual sole o quai candeleti stenebraron, sí che tu drizzastiposcia di retro al pescator le vele?»
Ed elli a lui: «Tu prima m’inviastiverso Parnaso a ber ne le sue grotte,e prima appresso Dio m’alluminasti.
Facesti come quei che va di notteche porta il lume dietro e sé non giova,ma dopo sé fa le persone dotte,
quando dicesti: ‛ Secol si rinnova;torna giustizia e primo tempo umano,e progenie scende da ciel nova ’.
Per te poeta fui, per te cristiano:ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,a colorar distenderò la mano.
Giá era ’l mondo tutto quanto pregnode la vera credenza, seminataper li messaggi de l’eterno regno;
e la parola tua sopra toccatasi consonava a’ nuovi predicanti;ond’io a visitarli presi usata.
Vennermi poi parendo tanto santi,che quando Domizian li perseguette,senza mio lacrimar non fur lor pianti;
e mentre che di lá per me si stette,io li sovvenni; e i lor dritti costumifer dispregiare a me tutte altre sètte.
E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumidi Tebe poetando, ebb’io battesmo;ma per paura chiuso cristian fu’mi,
lungamente mostrando paganesmo;e questa tepidezza il quarto cerchiocerchiar mi fe’ piú che ’l quarto centesmo.
Tu dunque che levato hai il coperchioche m’ascondeva quanto bene io dico,mentre che del salire avem soverchio,
dimmi dov’è Terenzio nostro antico,Cecilio e Plauto e Vario, se lo sai:dimmi s’e’ son dannati, ed in qual vico».
«Costoro e Persio e io e altri assai»rispose il duca mio «siam con quel grecoche le Muse lattar piú ch’altro mai,
nel primo cinghio del carcere cieco:spesse fiate ragioniam del monteche sempre ha le nutrici nostre seco.
Euripide v’è nosco e Antifonte,Simonide, Agatone e altri piúegreci che giá di lauro ornar la fronte.
Quivi si veggion de le genti tueAntigone, Deifile ed Argia,e Ismenè sí trista come fue;
védeisi quella che mostrò Langía:èvvi la figlia di Tiresia e Tetie con le suore sue Dedamía».
Tacevansi ambedue giá li poeti,di novo attenti a riguardar dintorno,liberi dal salire e da’ pareti;
e giá le quattro ancelle eran del giornorimase a dietro, e la quinta er’al temo,drizzando pur in su l’ardente corno,
quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremole destre spalle volger ne convegna,girando il monte come far solemo».
Cosí l’usanza fu lí nostra insegna,e prendemmo la via con men sospettoper l’assentir di quell’anima degna.
Elli givan dinanzi, e io solettodi retro, e ascoltava i lor sermoni,ch’a poetar mi davano intelletto.
Ma tosto ruppe le dolci ragioniun alber che trovammo in mezza strada,con pomi a odorar soavi e boni;
e come abete in alto si digradadi ramo in ramo, cosí quello in giuso,cred’io, perché persona su non vada.
Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,cadea de l’alta roccia un liquor chiaroe si spandeva per le foglie suso.
Li due poeti a l’alber s’appressaro;e una voce per entro le frondegridò: «Di questo cibo avrete caro».
Poi disse: «Piú pensava Maria ondefosser le nozze orrevoli ed intere,ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde;
e le Romane antiche, per lor bere,contente furon d’acqua; e Daniellodispregiò cibo, ed acquistò savere.
Lo secol primo, quant’oro fu bello!fe’ savorose con fame le ghiande,e nèttare con sete ogni ruscello.
Mèle e locuste furon le vivandeche nodriro il Battista nel diserto;per ch’elli è glorioso e tanto grande
quanto per l’Evangelio v’è aperto».

Glossario

grame
misere, dolorose.
cinghio
cerchio, fascia circolare di roccia o di terreno.
fiata
volta, volte.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .