Libri di dominio pubblico

Purgatorio

Canto XXIII

133 versicirca 8 minuti

Mentre che li occhi per la fronda verdeficcava io sí come far suolechi dietro a li uccellin sua vita perde,
lo piú che padre mi dicea: «Figliuole,vienne oramai, che ’l tempo che n’è impostopiú utilmente compartir si vuole».
Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,appresso i savi, che parlavan síe,che l’andar mi facean di nullo costo.
Ed ecco piangere e cantar s’udíe‛ Labia mea, Domine ’ per modotal, che diletto e doglia parturíe.
«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»comincia’ io. Ed elli: «Ombre che vannoforse di lor dover solvendo il nodo».
Sí come i peregrin pensosi fanno,giugnendo per cammin gente non notache si volgono ad essa e non restanno,
cosí di retro a noi, piú tosto mota,venendo e trapassando ci ammiravad’anime turba tacita e devota.
Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,pallida ne la faccia, e tanto scema,che da l’ossa la pelle s’informava:
non credo che cosí a buccia stremaEresitone fosse fatto secco,per digiunar, quando piú n’ebbe téma.
Io dicea fra me stesso pensando: «Eccola gente che perdé Ierusalemme,quando Maria nel figlio diè di becco!»
Parean l’occhiaie anella senza gemme:chi nel viso de li uomini legge ‛ omo ’ben avría quivi conosciuta l’emme.
Chi crederebbe che l’odor d’un pomosí governasse, generando brama,e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
Giá era in ammirar che sí li affama,per la cagione ancor non manifestadi lor magrezza e di lor trista squama,
ed ecco del profondo de la testavolse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?»
Mai non l’avrei riconosciuto al viso;ma ne la voce sua mi fu paleseciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
Questa favilla tutta mi raccesemia conoscenza a la cangiata labbia,e ravvisai la faccia di Forese.
«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia,che mi scolora» pregava «la pelle,né a difetto di carne ch’io abbia;
ma dimmi il ver di te, e chi son quelledue anime che lá ti fanno scorta:non rimaner che tu non mi favelle!»
«La faccia tua, ch’io lagrimai giá morta,mi dá di pianger mo non minor doglia»rispos’io lui «veggendola si tòrta.
Però mi dí, per Dio, che sí vi sfoglia:non mi far dir mentr’io mi maraviglio,ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
Ed elli a me: «De l’eterno consigliocade virtú ne l’acqua e ne la piantarimasa dietro ond’io sí m’assottiglio.
Tutta esta gente che piangendo cantaper seguitar la gola oltre misura,in fame e ’n sete qui si rifá santa.
Di bere e di mangiar n’accende cural’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzoche si distende su per sua verdura.
E non pur una volta, questo spazzogirando, si rinfresca nostra pena:io dico pena, e dovría dir sollazzo,
ché quella voglia a li alberi ci menache menò Cristo lieto a dire ‛ Eli ’,quando ne liberò con la sua vena».
E io a lui: «Forese, da quel dínel qual mutasti mondo a miglior vita,cinqu’anni non son vòlti infino a qui.
Se prima fu la possa in te finitadi peccar piú, che sorvenisse l’oradel buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
come se’ tu qua su venuto? Ancoraio ti credea trovar lá giú di sottodove tempo per tempo si ristora».
Ond’elli a me: «Sí tosto m’ha condottoa ber lo dolce assenzio de’ martirila Nella mia: con suo pianger dirotto,
con suoi prieghi devoti e con sospiritratto m’ha de la costa ove s’aspetta,e liberato m’ha de li altri giri.
Tanto è a Dio piú cara e piú dilettala vedovella mia, che molto amai,quanto in bene operare è piú soletta;
ché la Barbagia di Sardigna assaine le femmine sue piú è pudicache la Barbagia dov’io la lasciai.
O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?Tempo futuro m’è giá nel cospetto,cui non sará quest’ora molto antica,
nel qual sará in pergamo interdettoa le sfacciate donne fiorentinel’andar mostrando con le poppe il petto.
Quai barbare fur mai, quai saracine,cui bisognasse, per farle ir coperte,o spiritali o altre discipline?
Ma se le svergognate fosser certedi quel che ’l ciel veloce loro ammanna,giá per urlare avríen le bocche aperte;
ché se l’antiveder qui non m’inganna,prima fien triste che le guance impelicolui che mo si consola con nanna.
Deh, frate, or fa che piú non mi ti celi!vedi che non pur io, ma questa gentetutta rimira lá dove ’l sol veli».
Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mentequal fosti meco, e qual io teco fui,ancor fia grave il memorar presente.
Di quella vita mi volse costuiche mi va innanzi, l’altr’ier, quando tondavi si mostrò la suora di colui»
e ’l sol mostrai. «Costui per la profondanotte menato m’ha de’ veri morticon questa vera carne che ’l seconda.
Indi m’han tratto su li suoi conforti,salendo e rigirando la montagnache drizza voi che ’l mondo fece torti.
Tanto dice di farmi sua compagna,che io sarò lá dove fia Beatrice:quivi convien che senza lui rimagna.
Virgilio è questi che cosí mi dice»e additailo; «e quest’altro è quell’ombraper cui scosse dianzi ogni pendice
lo vostro regno, che da sé lo sgombra».

Glossario

nullo
nessuno.
labbia
volto, aspetto.
dianzi
poco fa, prima.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .