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Gerusalemme liberata

Canto quinto

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Sdegna Gernando che Rinaldo aspireAl grado ov’egli esser assunto agogna:Perciò, ministro a se del suo morire,Lui, che l’uccide poi, forte rampogna.Va l’uccisor in bando: nè patireVuol che catena, o ceppi altri gli pogna.Parte Armida contenta; ma dal mareVengono al gran Buglion novelle amare.

CANTO QUINTO.

Mentre in tal guisa i cavalieri allettaNell’amor suo l’insidiosa Armida,Nè solo i dieci a lei promessi aspetta,Ma di furto menarne altri confida;Volge tra se Goffredo a cui commettaLa dubbia impresa, ov’ella esser dee guida;Chè degli avventurier la copia e ’l merto,E ’l desir di ciascuno il fanno incerto.
Ma con provido avviso alfin dispone,Ch’essi un di loro scelgano a sua voglia,Che succeda al magnanimo Dudone,E quella elezion sovra se toglia.Così non avverrà ch’ei dia cagioneAd alcun d’essi che di lui si doglia:E insieme mostrerà d’aver nel pregio,In cui debbe a ragion, lo stuolo egregio.
A se dunque li chiama, e lor favella:Stata è da voi la mia sentenza udita,Ch’era, non di negare alla Donzella,Ma di darle, in stagion matura, aita:Di novo or la propongo, e ben puote ellaEsser dal parer vostro anco seguita;Chè nel mondo mutabile e leggiero,Costanza è spesso il variar pensiero.
Ma se stimate ancor, che mal convegnaAl vostro grado il rifiutar periglio:E se pur generoso ardire sdegnaQuel che troppo gli par cauto consiglio;Non sia ch’involontarj io vi ritegna,Nè quel, che già vi diedi, or mi ripiglio;Ma sia con esso voi, com’esser deve,Il fren del nostro imperio lento e leve.
Dunque lo starne o ’l girne i’ son contentoChe dal vostro piacer libero penda.Ben vuò che pria facciate al Duce spentoSuccessor nuovo, e di voi cura ei prenda:E tra voi scelga i dieci a suo talento;Non già di dieci il numero trascenda,Ch’in questo il sommo imperio a me riservo:Non fia l’arbitrio suo per altro servo.
Così disse Goffredo; e ’l suo germano,Consentendo ciascun, risposta diede:Siccome a te conviensi, o Capitano,Questa lenta virtù che lunge vede;Così il vigor del core e della mano,Quasi debito a noi, da noi si chiede:E saria la matura tarditate,Ch’in altri è provvidenza, in noi viltate.
E poichè ’l rischio è di sì leve dannoPosto in lance col pro, che ’l contrappesa;Te permettente, i dieci eletti andrannoCon la Donzella all’onorata impresa.Così conclude; e con sì adorno ingannoCerca di ricoprir la mente accesaSotto altro zelo: e gli altri anco d’onoreFingon desio, quel ch’è desio d’amore.
Ma il più giovin Buglione, il qual rimiraCon geloso occhio il figlio di Sofia,La cui virtute invidiando ammira,Che in sì bel corpo più cara venia;Nol vorrebbe compagno, e al cor gli inspiraCauti pensier l’astuta gelosia;Onde, tratto il rivale a se, in disparteRagiona a lui con lusinghevol’arte.
O di gran genitor maggior figliuolo,Che ’l sommo pregio in arme hai giovinetto:Or chi sarà del valoroso stuolo,Di cui parte noi siamo, in Duce eletto?Io, ch’a Dudon famoso appena, e soloPer l’onor dell’età, vivea soggetto:Io, fratel di Goffredo, a chi più deggioCedere omai? Se tu non sei, nol veggio.
Te, la cui nobiltà tutt’altre agguaglia,Gloria e merito d’opre a me prepone:Nè sdegnerebbe, in pregio di battaglia,Minor chiamarsi anco il maggior Buglione;Te dunque in Duce bramo, ove non cagliaA te di questa Sira esser campione:Nè già cred’io che quell’onor tu curi,Che da’ fatti verrà notturni e scuri.
Nè mancherà quì loco, ove s’impieghiCon più lucida fama il tuo valore.Or io procurerò, se tu nol nieghi,Ch’a te concedan gli altri il sommo onore.Ma perchè non so ben dove si pieghiL’irresoluto mio dubbioso core,Impetro or io da te, ch’a voglia miaO segua poscia Armida, o teco stia.
Qui tacque Eustazio, e questi estremi accentiNon proferì senza arrossirsi in viso:E i mal celati suoi pensieri ardentiL’altro ben vide, e mosse ad un sorriso.Ma perch’a lui colpi d’amor più lentiNon hanno il petto oltre la scorza inciso;Nè molto impaziente è di rivale,Nè la Donzella di seguir gli cale.
Ben altamente ha nel pensier tenaceL’acerba morte di Dudon scolpita:E si reca a disnor, ch’Argante audaceGli soprastía lunga stagion in vita:E parte di sentire anco gli piaceQuel parlar, ch’al dovuto onor l’invita:E ’l giovinetto cor s’appaga, e godeDel dolce suon della verace lode.
Onde così rispose: i gradi primiPiù meritar, che conseguir desio;Nè, purchè me la mia virtù sublimi,Di scettri altezza invidiar degg’io.Ma s’all’onor mi chiami, e che lo stimiDebito a me, non ci verrò restío:E caro esser mi dee, che mi sia mostroSì bel segno da voi del valor nostro.
Dunque io nol chiedo, e nol rifiuto: e quandoDuce io pur sia, sarai tu degli eletti.Allora il lascia Eustazio, e va piegandoDe’ suoi compagni, al suo voler, gli affetti.Ma chiede a prova il Principe GernandoQuel grado, e bench’Armida in lui saetti,Men può nel cor superbo amor di donna,Ch’avidità d’onor che se n’indonna.
Sceso Gernando è da’ gran Re Norvegj,Che di molte provincie ebber l’impero;E le tante corone, e’ scettri regjE del padre e degli avi il fanno altero.Altero è l’altro de’ suoi proprj pregjPiù che dell’opre che i passati fero;Ancor che gli avi suoi cento e più lustriStati sian chiari in pace, e ’n guerra illustri.
Ma il barbaro Signor, che sol misuraQuanto l’oro, e ’l dominio oltre si stenda,E per se stima ogni virtute oscura,Cui titolo regal chiara non renda;Non può soffrir, che in ciò ch’egli procura,Seco di merto il cavalier contenda:E se ne cruccia sì, ch’oltra ogni segnoDi ragione il trasporta ira e disdegno.
Talchè ’l maligno spirito d’Averno,Ch’in lui strada sì larga aprir si vede,Tacito in sen gli serpe, ed al governoDe’ suoi pensieri lusingando siede:E quì più sempre l’ira, e l’odio internoInacerbisce, e ’l cor stimola e fiede:E fa che ’n mezzo all’alma ognor risuoniUna voce ch’a lui così ragioni:
Teco giostra Rinaldo; or tanto valeQuel suo numero van d’antichi eroi?Narri costui, ch’a te vuol farsi eguale,Le genti serve, e i tributarj suoi:Mostri gli scettri, e in dignità regaleParagoni i suoi morti ai vivi tuoi.Ah quanto osa un signor d’indegno stato,Signor, che nella serva Italia è nato!
Vinca egli, o perda omai; fu vincitoreSin da quel dì ch’emulo tuo divenne.Che dirà il mondo? (e ciò fia sommo onore)Questi già con Gernando in gara venne.Poteva a te recar gloria e splendoreIl nobil grado, che Dudon pria tenne:Ma già non meno esso da te n’attese;Costui scemò suo pregio allor che ’l chiese.
E se, poich’altri più non parla o spira,De’ nostri affari alcuna cosa sente;Come credi che in Ciel, di nobil’ira,Il buon vecchio Dudon si mostri ardente?Mentre in questo superbo i lumi gira,Ed al suo temerario ardir pon mente;Che seco ancor, l’età sprezzando e ’l merto,Fanciullo osa agguagliarsi ed inesperto.
E l’osa pure, e ’l tenta, e ne riportaIn vece di castigo onor e laude:E v’è chi ne ’l consiglia, e ne l’esorta,(O vergogna comune!) e chi gli applaude.Ma se Goffredo il vede, e gli comportaChe di ciò ch’a te dessi, egli ti fraude;No ’l soffrir tu; nè già soffrir lo dei,Ma ciò che puoi dimostra, e ciò che sei.
Al suon di queste voci arde lo sdegno,E cresce in lui quasi commossa face:Nè capendo nel cor gonfiato e pregno,Per gli occhj n’esce, e per la lingua audace.Ciò che di riprensibile e d’indegnoCrede in Rinaldo, a suo disnor, non tace:Superbo e vano il finge, e ’l suo valoreChiama temerità pazza e furore.
E quanto di magnanimo, e d’altero,E d’eccelso, e d’illustre in lui risplende,Tutto (adombrando con mal’arti il vero)Pur, come vizio sia, biasma e riprende:E ne ragiona sì, che ’l cavalieroEmulo suo, pubblico il suon n’intende.Non però sfoga l’ira, o si raffrenaQuel cieco impeto in lui, ch’a morte il mena.
Chè ’l reo demon, che la sua lingua moveDi spirto in vece, e forma ogni suo detto,Fa che gl’ingiusti oltraggj ognor rinnove,Esca aggiungendo all’infiammato petto.Loco è nel campo assai capace, doveS’aduna sempre un bel drappello eletto;E quivi insieme, in torneamenti e in lotte,Rendon le membra vigorose e dotte.
Or quivi, allor che v’è turba più folta,Pur, com’è suo destin, Rinaldo accusa:E quasi acuto strale in lui rivoltaLa lingua del venen d’Averno infusa:E vicino è Rinaldo, e i detti ascolta;Nè puote l’ira omai tener più chiusa:Ma grida: menti; e addosso a lui si spinge,E nudo nella destra il ferro stringe.
Parve un tuono la voce, e ’l ferro un lampoChe di folgor cadente annunzio apporte.Tremò colui, nè vide fuga, o scampoDalla presente irreparabil morte:Pur, tutto essendo testimonio il campo,Fa sembiante d’intrepido e di forte;E ’l gran nemico attende, e ’l ferro tratto,Fermo si reca di difesa in atto.
Quasi in quel punto mille spade ardentiFuron vedute fiammeggiar insieme;Chè varia turba di mal caute gentiD’ogn’intorno v’accorre, e s’urta e preme.D’incerte voci, e di confusi accentiUn suon per l’aria si raggira e freme,Qual s’ode in riva al mare, ove confondaIl vento i suoi co’ mormorii dell’onda.
Ma per le voci altrui già non s’allentaNell’offeso guerrier l’impeto e l’ira.Sprezza i gridi, e i ripari, e ciò che tentaChiudergli il varco, ed a vendetta aspira;E fra gli uomini, e l’arme oltre s’avventa,E la fulminea spada in cerchio gira,Sì, che le vie si sgombra; e solo, ad ontaDi mille difensor, Gernando affronta.
E con la man, nell’ira anco maestra,Mille colpi ver lui drizza e comparte.Or al petto, or al capo, or alla destraTenta ferirlo, ora alla manca parte;E impetuosa, e rapida la destraÈ in guisa tal, che gli occhj inganna e l’arte:Talch’improvvisa, e inaspettata giungeOve manco si teme; e fère e punge.
Nè cessò mai, finchè nel seno immersaGli ebbe una volta, e due la fera spada.Cade il meschin su la ferita, e versaGli spirti, e l’alma fuor per doppia strada.L’arme ripone ancor di sangue aspersaIl vincitor, nè sovra lui più bada;Ma si rivolge altrove, e insieme spogliaL’animo crudo, e l’adirata voglia.
Tratto al tumulto il pio Goffredo intantoVede fero spettacolo improvviso:Steso Gernando, il crin di sangue e ’l mantoSordido e molle, e pien di morte il viso.Ode i sospiri, e le querele, e ’l piantoChe molti fan sovra il guerriero ucciso.Stupido chiede: or quì, dove men lece,Chi fu ch’ardì cotanto, e tanto fece?
Arnaldo, un de’ più cari al Prence estinto,Narra, e ’l caso in narrando aggrava molto,Che Rinaldo l’uccise, e che fu spintoDa leggiera cagion d’impeto stolto:E che quel ferro, che per Cristo è cinto,Ne’ campioni di Cristo avea rivolto;E sprezzato il suo impero, e quel divietoChe fè pur dianzi, e che non è secreto.
E che per legge è reo di morte, e deve,Come l’editto impone, esser punito:Sì perchè ’l fallo in se medesmo è greve,Sì perchè ’n loco tale egli è seguito.Chè se dell’error suo perdon riceve,Fia ciascun altro, per l’esempio, ardito;E che gli offesi poi quella vendettaVorranno far, ch’a i giudici s’aspetta.
Onde, per tal cagion, discordie e risseGermoglieran fra quella parte e questa:Rammentò i merti dell’estinto, e disseTutto ciò, ch’o pietate, o sdegno desta.Ma s’oppose Tancredi, e contradisse,E la causa del reo dipinse onesta.Goffredo ascolta, e in rigida sembianzaPorge più di timor, che di speranza.
Soggiunse allor Tancredi: or ti sovvegna,Saggio Signor, chi sia Rinaldo, e quale:Qual per se stesso onor gli si convegna,E per la stirpe sua chiara e regale,E per Guelfo suo zio: non dee chi regna,Nel castigo, con tutti esser eguale.Vario è l’istesso error ne’ gradi varj:E sol l’egualità giusta è co’ pari.
Risponde il Capitan: da i più sublimiAd ubbidire imparino i più bassi.Mal, Tancredi, consigli, e male stimi,Se vuoi che i grandi in sua licenza io lassi.Qual fora imperio il mio, s’a’vili ed imi,Sol Duce della plebe, io comandassi?Scettro impotente, e vergognoso impero;Se con tal legge è dato, io più nol chero.
Ma libero fu dato, e venerando:Nè vuo’ ch’alcun d’autorità lo scemi.E so ben io come si deggia, e quandoOra diverse impor le pene e i premj,Ora, tenor d’egualità serbando,Non separar dagl’infimi i supremi.Così dicea, nè rispondea colui,Vinto da riverenza, ai detti sui.
Raimondo, imitator della severaRigida antichità, lodava i detti.Con quest’arti, dicea, chi bene imperaSi rende venerabile ai soggetti;Chè già non è la disciplina intera,Ov’uom perdono, e non castigo aspetti.Cade ogni regno, e ruinosa è senzaLa base del timor ogni clemenza.
Tal ei parlava: e le parole accolseTancredi, e più fra lor non si ritenne;Ma ver Rinaldo immantinente volseUn suo destrier, che parve aver le penne.Rinaldo, poi ch’al fier nemico tolseL’orgoglio e l’alma, al padiglion sen venne.Quì Tancredi trovollo, e delle coseDette e risposte appien la somma espose.
Soggiunse poi: bench’io sembianza esternaDel cor non stimi testimon verace;Chè ’n parte troppo cupa, e troppo internaIl pensier de’ mortali occulto giace:Pur ardisco affermar, a quel ch’io scernaNel Capitan, che in tutto anco nol tace,Ch’egli ti voglia all’obbligo soggettoDe’ rei comune, e in suo poter ristretto.
Sorrise allor Rinaldo, e con un voltoIn cui tra ’l riso lampeggiò lo sdegno:Difenda sua ragion ne’ ceppi involtoChi servo è, disse, o d’esser servo è degno;Libero i’ nacqui e vissi, e morrò sciolto,Pria che man porga o piede a laccio indegno:Usa alla spada è questa destra ed usaAlle palme, e vil nodo ella ricusa.
Ma, s’ai meriti miei questa mercedeGoffredo rende, e vuol impregionarmePur com’io fossi un uom del volgo, e credeA carcere plebeo legato trarme;Venga egli, o mandi, io terrò fermo il piede:Giudici fian tra noi la sorte, e l’arme:Fera tragedia vuol che s’appresenti,Per lor diporto, alle nemiche genti?
Ciò detto, l’armi chiede, e ’l capo e ’l bustoDi finissimo acciajo adorno rende,E fa del grande scudo il braccio onusto,E la fatale spada al fianco appende:E in sembiante magnanimo ed augusto,Come folgore suol, nell’armi splende.Marte, e’ rassembra te, qualor dal quintoCielo, di ferro scendi e d’orror cinto.
Tancredi intanto i feri spirti, e ’l coreInsuperbito d’ammollir procura.Giovine invitto, dice, al tuo valoreSo che fia piana ogni erta impresa e dura:So che fra l’armi sempre, e fra ’l terroreLa tua eccelsa virtute è più sicura.Ma non consenta Dio, ch’ella si mostriOggi sì crudelmente a’ danni nostri.
Dimmi, che pensi far? vorrai le maniDel civil sangue tuo dunque bruttarte?E con le piaghe indegne de’ CristianiTrafigger Cristo, ond’ei son membra e parte?Di transitorio onor rispetti vani,Che, qual onda di mar sen viene e parte,Potranno in te più che la fede, e ’l zeloDi quella gloria, che n’eterna in Cielo?
Ah non per Dio: vinci te stesso, e spogliaQuesta feroce tua mente superba.Cedi: non fia timor, ma santa voglia,Ch’a questo ceder tuo palma si serba.E se pur degna, ond’altri esempio toglia,È la mia giovinetta etate acerba;Anch’io fui provocato, e pur non venniCo’ fedeli in contesa, e mi contenni.
Ch’avendo io preso di Cilicia il regno,E l’insegne spiegatevi di Cristo;Baldovin sopraggiunse, e con indegnoModo occupollo, e ne fè vile acquisto:Chè, mostrandosi amico ad ogni segno,Del suo avaro pensier non m’era avvisto;Ma con l’arme però di ricovrarloNon tentai poscia, e forse i’ potea farlo.
E se pur anco la prigion ricusi,E i laccj schivi quasi ignobil pondo:E seguir vuoi l’opinioni e gli usi,Che per leggi d’onore approva il mondo;Lascia quì me ch’al Capitan ti scusi;Tu in Antiochia vanne a Boemondo:Chè di sopporti, in questo impeto primo,A’ suoi giudícj assai sicuro stimo.
Ben tosto fia (se pur quì contra avremoL’arme d’Egitto, od altro stuol Pagano)Ch’assai più chiaro il tuo valore estremoN’apparirà, mentre starai lontano:E senza te parranne il campo scemo,Quasi corpo, cui tronco è braccio o mano.Qui Guelfo sopraggiunge, e i detti approva:E vuol che senza indugio indi si mova.
Ai lor consiglj la sdegnosa menteDell’audace garzon si volge e piega:Tal ch’egli di partirsi immantinenteFuor di quell’oste ai fidi suoi non nega.Molta intanto è concorsa amica gente:E seco andarne, ognun procura e prega.Egli tutti ringrazia, e seco prendeSol due scudieri, e sul cavallo ascende.
Parte; e porta un desio d’eterna ed almaGloria, ch’a nobil core è sferza e sprone:A magnanime imprese intenta ha l’alma,Ed insolite cose oprar dispone:Gir fra’ nemici; ivi o cipresso o palmaAcquistar per la fede, ond’è campione:Scorrer l’Egitto, e penetrar sin doveFuor d’incognito fonte il Nilo move.
Ma Guelfo, poi che ’l giovine feroce,Affrettato al partir, preso ha congedo;Quivi non bada, e se ne va veloceOve egli stima ritrovar Goffredo.Il qual, come lui vede, alza la voce;Guelfo, dicendo, appunto or te richiedo:E mandato ho pur ora in varie partiAlcun de’ nostri araldi a ricercarti.
Poi fa ritrarre ogn’altro, e in basse noteRicomincia con lui grave sermone:Veracemente, o Guelfo, il tuo nipoteTroppo trascorre, ov’ira il cor gli sprone;E male addursi, a mia credenza, or puoteDi questo fatto suo giusta cagione.Ben caro avrò, che la ci rechi tale;Ma Goffredo con tutti è Duce eguale.
E sarà del legitimo e del drittoCustode in ogni caso e difensore;Serbando sempre, al giudicare, invittoDalle tiranne passioni il core.Or se Rinaldo a violar l’editto,E della disciplina il sacro onoreCostretto fu, come alcun dice; ai nostriGiudícj venga ad inchinarsi, e ’l mostri.
A sua ritenzion libero vegna;Questo ch’io posso, ai merti suoi consento.Ma s’egli sta ritroso, e se ne sdegna,(Conosco quel suo indomito ardimento)Tu di condurlo, e provveder t’ingegnaCh’ei non isforzi uom mansueto e lentoAd esser delle leggi, e dell’imperoVendicator, quanto è ragion, severo.
Così disse egli; e Guelfo a lui rispose:Anima non potea, d’infamia schiva,Voci sentir di scorno ingiuriose,E non farne repulsa ove l’udiva.E se l’oltraggiatore a morte ei pose,Chi è che meta a giust’ira prescriva?Chi conta i colpi, o la dovuta offesa,Mentre arde la tenzon, misura e pesa?
Ma quel che chiedi tu, ch’al tuo sopranoArbitrio il garzon venga a sottoporse,Duolmi ch’esser non può; ch’egli lontanoDall’oste immantinente il passo torse.Ben m’offro io di provar con questa manoA lui, ch’a torto in falsa accusa il morse,O s’altri v’è di sì maligno dente,Ch’ei punì l’onta ingiusta giustamente.
A ragion, dico, al tumido GernandoFiaccò le corna del superbo orgoglio.Sol, s’egli errò, fu nell’oblio del bando:Ciò ben mi pesa, ed a lodar nol toglio.Tacque, e disse Goffredo: Or vada errando,E porti risse altrove: io quì non voglioChe sparga seme tu di nuove liti:Deh, per Dio, sian gli sdegni anco finiti.
Di procurare il suo soccorso intantoNon cessò mai l’ingannatrice rea.Pregava il giorno, e ponea in uso quantoL’arte, e l’ingegno, e la beltà potea.Ma poi, quando stendendo il fosco mantoLa notte in Occidente il dì chiudea,Fra duo suoi cavalieri e due matrone,Ricovrava in disparte al padiglione.
Ma benchè sia mastra d’inganni, e i suoiModi gentili, e le parole accorte,E bella sì, che ’l ciel prima nè poiAltrui non diè maggior bellezza in sorte;Talchè del campo i più famosi eroiHa presi d’un piacer tenace e forte;Non è però, ch’all’esca de’ dilettiIl pio Goffredo lusingando alletti.
Invan cerca invaghirlo, e con mortaliDolcezze attrarlo all’amorosa vita:Chè qual satúro augel, che non si caliOve, il cibo mostrando, altri l’invita;Tal ei, sazio del mondo, i piacer fraliSprezza, e sen poggia al ciel per via romita;E quante insidie al suo bel volo tendeL’infido Amor, tutte fallaci rende.
Nè impedimento alcun torcer dall’ormePuote, che Dio ne segna, i pensier santi.Tentò ella mill’arti, e in mille forme,Quasi Proteo novel, gli apparve innanti:E desto Amor, dove più freddo ei dorme,Avrian gli atti dolcissimi, e i sembianti;Ma quì (grazie divine) ogni sua provaVana riesce, e ritentar non giova.
La bella donna, ch’ogni cor più castoArder credeva ad un girar di ciglia,Oh come perde or l’alterezza e ’l fasto,E quale ha di ciò sdegno, e maraviglia!Rivolger le sue forze ove contrastoMen duro trovi, alfin si riconsiglia:Qual capitan ch’inespugnabil terraStanco abbandoni, e porti altrove guerra.
Ma contra l’arme di costei, non meno,Si mostrò di Tancredi invitto il core;Peroch’altro desio gl’ingombra il seno,Nè vi può loco aver novello ardore:Chè siccome dall’un l’altro velenoGuardar ne suol, tal l’un dall’altro amore.Questi soli non vinse: o molto, o pocoAvvampò ciascun altro al suo bel foco.
Ella, sebben si duol che non succedaSì pienamente il suo disegno e l’arte,Pur, fatto avendo così nobil predaDi tanti eroi, si riconsola in parte.E pria che di sue frodi altri s’avveda,Pensa condurgli in più sicura parte,Ove gli stringa poi d’altre catene,Che non son queste ond’or presi gli tiene.
E, sendo giunto il termine che fisseIl Capitano a darle alcun soccorso,A lui sen venne riverente, e disse:Sire, il dì stabilito è già trascorso:E se per sorte il reo tiranno udisseCh’i’ abbia fatto all’arme tue ricorso,Prepareria sue forze alla difesa:Nè così agevol poi fora l’impresa.
Dunque, prima ch’a lui tal nova apportiVoce incerta di fama o certa spia,Scelga la tua pietà fra’ tuoi più forti,Alcuni pochi, e meco or or gl’invia:Chè, se non mira il Ciel con occhj tortiL’opre mortali, o l’innocenza oblia,Sarò riposta in regno, e la mia terraSempre avrai tributaria in pace, e in guerra.
Così diceva; e ’l Capitano ai dettiQuel che negar non si potea, concede:Sebben, ov’ella il suo partir affretti,In se tornar l’elezion ne vede:Ma nel numero ognun de’ dieci elettiCon insolita instanza esser richiede:E l’emulazion che ’n lor si desta,Più importuni gli fa nella richiesta.
Ella, che in essi mira aperto il core,Prende, vedendo ciò, novo argomento:E sul lor fianco adopra il rio timoreDi gelosia per sferza e per tormento;Sapendo ben, ch’alfin s’invecchia amoreSenza quest’arti, e divien pigro e lento;Quasi destrier che men veloce corra,Se non ha chi lui segua, o chi ’l precorra.
E in tal modo comparte i detti sui,E ’l guardo lusinghiero, e ’l dolce riso,Ch’alcun non è che non invídi altrui:Nè il timor dalla speme è in lor diviso.La folle turba de gli amanti, a cuiStimolo è l’arte d’un fallace viso,Senza fren corre, e non gli tien vergogna,E loro indarno il Capitan rampogna.
Ei ch’egualmente satisfar desiraCiascuna delle parti, e in nulla pende;Sebben alquanto or di vergogna, or d’iraAl vaneggiar de’ cavalier s’accende;Poich’ostinati in quel desio li mira,Novo consiglio in accordarli prende.Scrivansi i vostri nomi, ed in un vasoPongansi, disse, e sia giudice il caso.
Subito il nome di ciascun si scrisse,E in picciol’urna posti e scossi foro,E tratti a sorte: e ’l primo che n’uscisseFu il Conte di Pembrozia Artemidoro.Legger poi di Gherardo il nome udisse:Ed uscì Vincilao dopo costoro:Vincilao, che sì grave e saggio innante,Canuto or pargoleggia e vecchio amante.
Oh come il volto han lieto, e gli occhj pregniDi quel piacer che dal cor pieno inonda,Questi tre primi eletti, i cui disegniLa fortuna in amor destra seconda.D’incerto cor, di gelosia dan segniGli altri, il cui nome avvien che l’urna asconda:E dalla bocca pendon di coluiChe spiega i brevi, e legge i nomi altrui.
Guasco quarto fuor venne, a cui successeRidolfo, ed a Ridolfo indi Olderico;Quinci Guglielmo Ronciglion si lesse,E ’l Bavaro Eberardo, e ’l Franco Enrico:Rambaldo ultimo fu, che farsi elessePoi, fe cangiando, di Gesù nemico;Tanto puote Amor dunque? e questi chiuseIl numero de’ dieci, e gli altri escluse.
D’ira, di gelosia, d’invidia ardentiChiaman gli altri Fortuna ingiusta e ria:A te accusano, Amor, che le consentiChe nell’imperio tuo giudice sia.Ma perchè instinto è dell’umane menti,Che ciò che più si vieta, uom più desia,Dispongon molti, ad onta di Fortuna,Seguir la donna, come il ciel s’imbruna.
Voglion sempre seguirla all’ombra, al Sole,E per lei, combattendo, espor la vita.Ella fanne alcun motto, e con paroleTronche, e dolci sospiri a ciò gl’invita:Ed or con questo, ed or con quel si duole,Che far convienle senza lui partita.S’erano armati intanto, e da GoffredoToglieano i dieci cavalier congedo.
Gli ammonisce quel saggio a parte a parte,Come la fe Pagana è incerta e leve,E mal sicuro pegno: e con qual’arteL’insidie, e i casi avversi uom fuggir deve.Ma son le sue parole al vento sparte:Nè consiglio d’uom saggio Amor riceve.Lor dà commiato alfine, e la DonzellaNon aspetta al partir l’alba novella.
Parte la vincitrice, e quei rivali,Quasi prigioni, al suo trionfo innantiSeco n’adduce, e tra infiniti maliLascia la turba poi degli altri amanti.Ma come uscì la notte, e sotto l’aliMenò il silenzio, e i lievi sogni erranti;Secretamente, com’Amor gl’informa,Molti d’Armida seguitaron l’orma.
Segue Eustazio il primiero, e puote appenaAspettar l’ombre che la notte adduce.Vassene frettoloso, ove nel menaPer le tenebre cieche un cieco duce.Errò la notte tepida e serena;Ma poi, nell’apparir dell’alma luce,Gli apparse insieme Armida e ’l suo drappello,Dove un borgo lor fu notturno ostello.
Ratto ei ver lei si muove, ed all’insegnaTosto Rambaldo il riconosce, e gridaChè ricerchi fra loro, e perchè vegna.Vengo, risponde, a seguitarne Armida,Ned ella avrà da me, se non la sdegna,Men pronta aita, o servitù men fida.Replica l’altro: Ed a cotanto onore,Dì, chi t’elesse? egli soggiunge: Amore.
Me scelse Amor, te la Fortuna: or qualeDa più giusto elettore eletto parti?Dice Rambaldo allor: nulla ti valeTitolo falso, ed usi inutil’arti:Nè potrai della vergine regaleFra i campioni legitimi mischiarti,Illegittimo servo: e chi, riprendeCruccioso il giovinetto, a me il contende?
Io tel difenderò, colui rispose;E feglisi all’incontro in questo dire:E con voglie egualmente in lui sdegnoseL’altro si mosse, e con eguale ardire.Ma quì stese la mano, e si frapposeLa tiranna dell’alme in mezzo all’ire;Ed all’uno dicea: deh non t’increscaCh’a te compagno, a me campion s’accresca.
S’ami che salva i’ sia, perchè mi priviIn sì grand’uopo della nova aita?Dice all’altro: opportuno, e grato arriviDifensor di mia fama, e di mia vita.Nè vuol ragion, nè sarà mai ch’io schiviCompagnia nobil tanto, e sì gradita.Così parlando, ad or ad or tra viaAlcun novo campion le sorvenia.
Chi di là giunge, e chi di qua: nè l’unoSapea dell’altro; e’l mira bieco e torto.Essa lieta gli accoglie, ed a ciascunoMostra del suo venir gioja e conforto.Ma già nello schiarir dell’aer brunoS’era del lor partir Goffredo accorto:E la mente, indovina de’ lor danni,D’alcun futuro mal par che s’affanni.
Mentre a ciò pur ripensa, un messo apparePolveroso, anelante, in vista afflitto,In atto d’uom, ch’altrui novelle amarePorti, e mostri il dolore in fronte scritto.Disse costui: Signor, tosto nel mareLa grande armata apparirà d’Egitto:E l’avviso, Guglielmo il qual comandaAi liguri naviglj, a te ne manda.
Soggiunse a questo poi, che dalle naviSendo condotta vettovaglia al campo,I cavalli, e i cammeli onusti e graviTrovato aveano a mezza strada inciampo:E che i lor difensori uccisi, o schiaviRestar pugnando, e nessun fece scampo;Da’ ladroni d’Arabia, in una valle,Assaliti alla fronte ed alle spalle.
E che l’insano ardire, e la licenzaDi que’ barbari erranti è omai sì grande,Ch’in guisa d’un diluvio intorno, senzaAlcun contrasto, si dilata e spande;Onde convien ch’a porre in lor temenzaAlcuna squadra di guerrier si mande,Ch’assicuri la via che dalle areneDel mar di Palestina al campo viene.
D’una in un’altra lingua in un momentoNe trapassa la fama e si distende:E ’l volgo de’ soldati alto spaventoHa della fame che vicina attende.Il saggio Capitan, che l’ardimentoSolito loro in essi or non comprende,Cerca con lieto volto, e con parole,Come li rassicuri e riconsole.
O per mille periglj, e mille affanniMeco passati in quelle parti, e in queste,Campion di Dio, ch’a ristorare i danniDella Cristiana sua fede nasceste;Voi, che l’armi di Persia e i Greci inganni,E i monti e i mari, e ’l vento e le tempeste,Della fame i disagj e della seteSuperaste; voi dunque ora temete?
Dunque il Signor, che n’indirizza, e move,Già conosciuto in caso assai più rio,Non v’assicura? quasi or volga altroveLa man della clemenza, e ’l guardo pio?Tosto un dì fia, che rimembrar vi gioveGli scorsi affanni, e sciorre i voti a Dio.Or durate magnanimi, e voi stessiSerbate, prego, ai prosperi successi.
Con questi detti le smarrite mentiConsola, e con sereno e lieto aspetto;Ma preme mille cure egre e dolenti,Altamente riposte in mezzo al petto.Come possa nutrir sì varie gentiPensa, fra la penuria e fra ’l difetto:Come all’armata in mar s’opponga, e comeGli Arabi predatori affreni, e dome.