Libri di dominio pubblico

Gerusalemme liberata

Canto settimo

984 versicirca 62 minuti

Fugge Erminia, e un pastor l’accoglie; intantoTancredi, invan di lei cercando, il piedePon ne’ laccj d’Armida: il fero vantoD’Argante riprovar Raimondo ha fede:Però difeso da custode santoSeco entra in campo: Belzebù che vedeCh’al Pagan male il folle ardir riesce,Per lui salvar guerra e procelle mesce.

CANTO SETTIMO.

Intanto Erminia infra l’ombrose pianteD’antica selva dal cavallo è scorta:Nè più governa il fren la man tremante;E mezza quasi par tra viva e morta.Per tante strade si raggira e tanteIl corridor che in sua balía la porta;Ch’alfin dagli occhj altrui pur si dilegua,Ed è soverchio omai ch’altri la segua.
Qual dopo lunga e faticosa cacciaTornansi mesti ed anelanti i caniChe la fera perduta abbian di traccia,Nascosa in selva dagli aperti piani;Tal pieni d’ira e di vergogna in facciaRiedono stanchi i cavalier Cristiani.Ella pur fugge, e timida e smarritaNon si volge a mirar s’anco è seguita.
Fuggì tutta la notte, e tutto il giornoErrò senza consiglio e senza guida,Non udendo o vedendo altro d’intornoChe le lagrime sue, che le sue strida.Ma nell’ora che ’l Sol dal carro adornoScioglie i corsieri, e in grembo al mar s’annida,Giunse del bel Giordano alle chiare acque,E scese in riva al fiume, e quì si giacque.
Cibo non prende già, chè de’ suoi maliSolo si pasce, e sol di pianto ha sete:Ma ’l sonno, che de’ miseri mortaliÈ col suo dolce oblio posa e quiete,Sopì co’ sensi i suoi dolori, e l’aliDispiegò sovra lei placide e chete:Nè però cessa Amor, con varie forme,La sua pace turbar mentre ella dorme.
Non si destò finchè garrir gli augelliNon sentì lieti e salutar gli albóri,E mormorare il fiume e gli arboscelli,E con l’onda scherzar l’aura e co’ fiori:Apre i languidi lumi, e guarda quelliAlberghi solitarj de’ pastori:E parle voce udir, tra l’acqua e i rami,Ch’ai sospiri ed al pianto la richiami.
Ma son, mentre ella piange, i suoi lamentiRotti da un chiaro suon ch’a lei ne viene,Che sembra ed è di pastorali accentiMisto, e di boscarecce inculte avene.Risorge, e là s’indrizza a passi lenti,E vede un uom canuto all’ombre ameneTesser fiscelle alla sua greggia a canto,Ed ascoltar di tre fanciulli il canto.
Vedendo quivi comparir repenteLe insolite arme, sbigottir costoro;Ma gli saluta Erminia, e dolcementeGli affida, e gli occhj scopre e i bei crin d’oro.Seguite, dice, avventurosa genteAl Ciel diletta, il bel vostro lavoro;Chè non portano già guerra quest’armiAll’opre vostre, ai vostri dolci carmi.
Soggiunse poscia: o padre, or che d’intornoD’alto incendio di guerra arde il paese,Come quì state in placido soggiornoSenza temer le militari offese?Figlio, ei rispose, d’ogni oltraggio e scornoLa mia famiglia e la mia greggia illeseSempre quì fur; nè strepito di MarteAncor turbò questa remota parte.
O sia grazia del Ciel che l’umiltadeD’innocente pastor salvi, e sublime;O che, siccome il folgore non cadeIn basso pian ma sulle eccelse cime;Così il furor di peregrine spadeSol de’ gran Re le altere teste opprime;Nè gli avidi soldati a preda allettaLa nostra povertà vile e negletta.
Altrui vile e negletta, a me sì cara,Chè non bramo tesor nè regal verga;Nè cura o voglia ambiziosa o avaraMai nel tranquillo del mio petto alberga.Spengo la sete mia nell’acqua chiara,Che non tem’io che di venen s’asperga:E questa greggia e l’orticel dispensaCibi non compri alla mia parca mensa.
Chè poco è il desiderio, e poco è il nostroBisogno, onde la vita si conservi.Son figlj miei questi ch’addíto e mostroCustodi della mandra, e non ho servi.Così men vivo in solitario chiostro,Saltar veggendo i capri snelli e i cervi,Ed i pesci guizzar di questo fiume,E spiegar gli augelletti al ciel le piume.
Tempo già fu, quando più l’uom vaneggiaNell’età prima, ch’ebbi altro desio,E disdegnai di pasturar la greggia,E fuggii dal paese a me natío:E vissi in Menfi un tempo, e nella reggiaFra i ministri del Re fui posto anch’io:E benchè fossi guardian degli orti,Vidi, e conobbi pur le inique corti.
E lusingato da speranza ardita,Soffrii lunga stagion ciò che più spiace.Ma poi ch’insieme con l’età fioritaMancò la speme, e la baldanza audace;Piansi i riposi di quest’umil vita,E sospirai la mia perduta pace:E dissi: o corte, addio. Così agli amiciBoschi tornando, ho tratto i dì felici.
Mentre ei così ragiona, Erminia pendeDalla soave bocca intenta e cheta:E quel saggio parlar, ch’al cor le scende,De’ sensi in parte le procelle acqueta.Dopo molto pensar, consiglio prendeIn quella solitudine secretaInfino a tanto almen farne soggiorno,Ch’agevoli fortuna il suo ritorno.
Onde al buon vecchio dice: o fortunato,Ch’un tempo conoscesti il male a prova,Se non t’invidj il Ciel sì dolce stato,Delle miserie mie pietà ti mova:E me teco raccogli in questo gratoAlbergo; ch’abitar teco mi giova.Forse fia che ’l mio cor, infra quest’ombre,Del suo peso mortal parte disgombre.
Chè se di gemme e d’or, che ’l volgo adoraSiccome idoli suoi, tu fossi vago;Potresti ben, tante n’ho meco ancora,Renderne il tuo desio contento e pago.Quinci versando da’ begli occhj fuoraUmor di doglia cristallino e vago,Parte narrò di sue fortune: e intantoIl pietoso pastor pianse al suo pianto.
Poi dolce la consola, e sì l’accoglie,Come tutt’arda di paterno zelo;E la conduce ov’è l’antica moglieChe di conforme cor gli ha data il Cielo.La fanciulla regal di rozze spoglieS’ammanta, e cinge al crin ruvido velo;Ma nel moto degli occhj e delle membraNon già di boschi abitatrice sembra.
Non copre abito vil la nobil luceE quanto è in lei d’altero e di gentile:E fuor la regia maestà tralucePer gli atti ancor dell’esercizio umíle.Guida la greggia ai paschi, e la riduceCon la povera verga al chiuso ovile;E dall’irsute mamme il latte preme,E in giro accolto poi lo stringe insieme.
Sovente, allor che su gli estivi ardoriGiacean le pecorelle all’ombra assise,Nella scorza de’ faggj e degli alloriSegnò l’amato nome in mille guise:E de’ suoi strani ed infelici amoriGli aspri successi in mille piante incise:E in rileggendo poi le proprie noteRigò di belle lagrime le gote.
Indi dicea piangendo: in voi serbateQuesta dolente istoria, amiche piante:Perchè se fia ch’alle vostr’ombre grateGiammai soggiorni alcun fedele amante,Senta svegliarsi al cor dolce pietateDelle sventure mie sì varie e tante:E dica: ah troppo ingiusta empia mercedeDiè Fortuna ed Amore a sì gran fede!
Forse avverrà, se ’l Ciel benigno ascoltaAffettuoso alcun prego mortale,Che venga in queste selve anco tal voltaQuegli, a cui di me forse or nulla cale:E rivolgendo gli occhj ove sepoltaGiacerà questa spoglia inferma e frale,Tardo premio conceda a’ miei martiriDi poche lagrimette, e di sospiri.
Onde, se in vita il cor misero fue,Sia lo spirito in morte almen felice:E ’l cener freddo delle fiamme sueGoda quel ch’or godere a me non lice.Così ragiona ai sordi tronchi, e dueFonti di pianto da’ begli occhj elíce.Tancredi intanto, ove fortuna il tiraLunge da lei, per lei seguir, s’aggira.
Egli, seguendo le vestigia impresse,Rivolse il corso alla selva vicina.Ma quivi dalle piante orride e spesseNera e folta così l’ombra dechina;Che più non può raffigurar tra esseL’orme novelle, e ’n dubbio oltre cammina,Porgendo intorno pur l’orecchie intente,Se calpestío, se romor d’armi sente.
E se pur la notturna aura percuoteTenera fronde mai d’olmo o di faggio:O se fera od augello un ramo scuote;Tosto a quel picciol suon drizza il viaggio.Esce alfin della selva, e per ignoteStrade il conduce dela Luna il raggioVerso un romor che di lontano udiva,Insin che giunse al loco ond’egli usciva.
Giunse dove sorgean da vivo sassoIn molta copia chiare e lucide onde:E fattosene un rio volgeva abbassoLo strepitoso piè tra verdi sponde.Quivi egli ferma addolorato il passo,E chiama, e solo ai gridi Eco risponde:E vede intanto con serene cigliaSorger l’aurora candida e vermiglia.
Geme cruccioso, e incontra il Ciel si sdegnaChe sperata gli neghi alta ventura:Ma della donna sua, quand’ella vegnaOffesa pur, far la vendetta giura.Di rivolgersi al campo alfin disegna,Benchè la via trovar non s’assicura;Chè gli sovvien che presso è il dì prescrittoChe pugnar dee col cavalier d’Egitto.
Partesi, e mentre va per dubbio calle,Ode un corso appressar ch’ognor s’avvanza:Ed alfine spuntar d’angusta valleVede uom che di corriero avea sembianza.Scotea mobile sferza, e dalle spallePendea il corno sul fianco a nostra usanza.Chiede Tancredi a lui, per quale stradaAl campo de’ Cristiani indi si vada.
Quegli Italico parla: Or là m’invio,Dove m’ha Boemondo in fretta spinto.Segue Tancredi lui che del gran zioMessaggio stima, e crede al parlar finto.Giungono al fin là dove un sozzo e rioLago impaluda, ed un castel n’è cinto,Nella stagion che ’l Sol par che s’immergaNell’ampio nido ove la notte alberga.
Suona il corriero in arrivando il corno,E tosto giù calar si vede un ponte.Quando Latin sia tu, quì far soggiornoPotrai, gli dice, infin che ’l Sol rimonte;Chè questo loco, e non è il terzo giorno,Tolse ai Pagani di Cosenza il Conte.Mira il loco il Guerrier, che d’ogni parteInespugnabil fanno il sito e l’arte.
Dubita alquanto poi ch’entro sì forteMagione alcuno inganno occulto giaccia.Ma come avvezzo ai rischj della morte,Motto non fanne, e nol dimostra in faccia;Ch’ovunque il guidi elezione o sorte,Vuol che sicuro la sua destra il faccia.Pur l’obligo ch’egli ha d’altra battaglia,Fa che di nova impresa or non gli caglia.
Sicchè incontra al castello, ove in un pratoIl curvo ponte si distende e posa,Ritiene alquanto il passo, ed invitatoNon segue la sua scorta insidiosa.Sul ponte intanto un cavaliero armatoCon sembianza apparia fera e sdegnosa;Ch’avendo nella destra il ferro ignudo,In suon parlava minaccioso e crudo.
O tu, che (siasi tua fortuna, o voglia)Al paese fatal d’Armida arrive,Pensi indarno al fuggire: or l’arme spoglia,E porgi ai laccj suoi le man cattive.Entra pur dentro alla guardata sogliaCon queste leggi ch’ella altrui prescrive:Nè più sperar di riveder il cieloPer volger d’anni, o per cangiar di pelo,
Se non giuri d’andar con gli altri suiContra ciascun che da Gesù s’appella.S’affisa a quel parlar Tancredi in lui,E riconosce l’arme, e la favella.Rambaldo di Guascogna era costui,Che partì con Armida, e sol per ellaPagan si fece, e difensor divenneDi quell’usanza rea ch’ivi si tenne.
Di santo sdegno il pio guerrier si tinseNel volto, e gli rispose: empio fellone,Quel Tancredi son io che ’l ferro cinsePer Cristo sempre, e fui di lui campione:E in sua virtute i suoi rubelli vinse,Come vuò che tu veggia al paragone;Chè dall’ira del Ciel ministra elettaÈ questa destra a far di te vendetta.
Turbossi, udendo il glorioso nome,L’empio guerriero, e scolorissi in viso.Pur celando il timor, gli disse: or come,Misero, vieni ove rimanga ucciso?Quì saran le tue forze oppresse e dome,E questo altero tuo capo reciso:E manderollo ai Duci Franchi in dono,S’altro da quel che soglio oggi non sono.
Così dice il Pagano; e perchè il giornoSpento era omai, sì che vedeasi appena;Apparir tante lampade d’intorno,Che ne fu l’aria lucida e serena.Splende il castel, come in teatro adornoSuol fra notturne pompe altera scena:Ed in eccelsa parte Armida siede,Onde, senz’esser vista, ed ode e vede.
Il magnanimo eroe frattanto apprestaAlla fera tenzon l’arme e l’ardire:Nè sul debil cavallo assiso resta,Già veggendo il nemico a piè venire.Vien chiuso nello scudo, e l’elmo ha in testa,La spada nuda, e in atto è di ferire.Gli move incontra il Principe feroceCon occhi torvi, e con terribil voce.
Quegli con larghe rote aggira i passiStretto nell’armi, e colpi accenna e finge.Questi, sebben ha i membri infermi e lassi,Va risoluto, e gli s’appressa, e stringe:E là donde Rambaldo addietro fassi,Velocissimamente egli si spinge:E s’avanza, e l’incalza, e fulminandoSpesso alla vista gli dirizza il brando.
E più ch’altrove, impetuoso fereOve più di vital formò natura,Alle percosse le minacce altereAccompagnando, e ’l danno alla paura.Di qua, di là si volge, e sue leggiereMembra il presto Guascone ai colpi fura:E cerca or con lo scudo, or con la spada,Che ’l nemico furore indarno cada.
Ma veloce allo schermo ei non è tanto,Che più l’altro non sia pronto alle offese.Già spezzato lo scudo, e l’elmo infranto,E forato e sanguigno avea l’arnese:E colpo alcun de’ suoi, che tanto o quantoImpiagasse il nemico, anco non scese:E teme, e gli rimorde insieme il coreSdegno, vergogna, conscienza, amore.
Disponsi alfin con disperata guerraFar prova omai dell’ultima fortuna.Gitta lo scudo, ed a due mani afferraLa spada ch’è di sangue ancor digiuna:E col nemico suo si stringe e serra,E cala un colpo, e non v’è piastra alcunaChe gli resista sì, che grave angosciaNon dia piagando alla sinistra coscia.
E poi su l’ampia fronte il ripercuote,Sicchè ’l picchio rimbomba in suon di squilla:L’elmo non fende già, ma lui ben scuote,Talch’egli si rannicchia, e ne vacilla.Infiamma d’ira il Principe le gote,E negli occhj di foco arde e sfavilla:E fuor della visiera escono ardentiGli sguardi, e insieme lo stridor de’ denti.
Il perfido Pagan già non sostieneLa vista pur di sì feroce aspetto.Sente fischiare il ferro, e tra le veneGià gli sembra d’averlo, e in mezzo al petto.Fugge dal colpo, e ’l colpo a cader vieneDove un pilastro è contra il ponte eretto.Ne van le schegge e le scintille al cielo,E passa al cor del traditore un gelo.
Onde al ponte rifugge, e sol nel corsoDella salute sua pone ogni speme.Ma il seguita Tancredi, e già sul dorsoLa man gli stende, e ’l piè col piè gli preme;Quando ecco (al fuggitivo alto soccorso)Sparir le faci, ed ogni stella insieme:Nè rimaner all’orba notte alcuna,Sotto povero ciel, luce di Luna.
Fra l’ombre della notte e degl’incantiIl vincitor nol segue più, nel vede:Nè può cosa vedersi a lato, o innanti,E muove dubbio e mal sicuro il piede.Sul limitar d’un uscio i passi errantiA caso mette, nè d’entrar s’avvede;Ma sente poi che suona a lui diretroLa porta, e ’n loco il serra oscuro e tetro.
Come il pesce colà dove impaludaNe’ seni di Comacchio il nostro mare,Fugge dall’onda impetuosa e cruda,Cercando in placide acque ove ripare:E vien che da se stesso ei si rinchiudaIn palustre prigion, nè può tornare;Chè quel serraglio è con mirabil usoSempre all’entrar aperto, all’uscir chiuso.
Così Tancredi allor, qual che si fosseDell’estrania prigion l’ordigno e l’arte,Entrò per se medesmo, e ritrovossePoi là rinchiuso, ond’uom per se non parte.Ben con robusta man la porta scosse,Ma fur le sue fatiche indarno sparte;E voce intanto udì che, indarno, grida,Uscir procuri, o prigionier d’Armida.
Quì menerai (non temer già di morte)Nel sepolcro de’ vivi i giorni, e gli anni.Non risponde, ma preme il Guerrier forteNel cor profondo i gemiti e gli affanni:E fra se stesso accusa amor, la sorte,La sua schiocchezza e gli altrui feri inganni:E talor dice, in tacite parole,Leve perdita fia perdere il Sole.
Ma di più vago Sol più dolce vistaMisero i’ perdo, e non so già se maiIn loco tornerò che l’alma tristaSi rassereni agli amorosi rai.Poi gli sovvien d’Argante, e più s’attrista:E troppo, dice, al mio dover mancai:Ed è ragion ch’ei mi disprezzi e scherna.O mia gran colpa, o mia vergogna eterna!
Così d’amor, d’onor cura mordaceQuinci e quindi al Guerrier l’animo rode.Or mentre egli s’affligge, Argante audaceLe molli piume di calcar non gode;Tanto è nel crudo petto odio di pace,Cupidigia di sangue, amor di lode;Che delle piaghe sue non sano ancoraBrama che ’l sesto dì porti l’aurora.
La notte che precede, il Pagan feroAppena inchina per dormir la fronte:E sorge poi che ’l cielo anco è sì nero,Che non dà luce in su la cima al monte.Recami l’arme, grida al suo scudiero,E quegli aveale apparecchiate e pronte:Non le solite sue; ma dal Re sonoDategli queste, e prezioso è il dono.
Senza molto mirarle egli le prende,Nè dal gran peso è la persona onusta;E la solita spada al fianco appende,Ch’è di tempra finissima e vetusta.Qual con le chiome sanguinose orrendeSplender cometa suol per l’aria adusta,Che i regni muta, i feri morbi adduce,E ai purpurei Tiranni infausta luce;
Tal nell’arme ei fiammeggia, e bieche e torteVolge le luci ebre di sangue e d’ira.Spirano gli atti feri orror di morte,E minacce di morte il volto spira.Alma non è così sicura e forteChe non paventi, ove un sol guardo gira.Nuda ha la spada, e la solleva, e scuoteGridando, e l’aria, e l’ombre invan percuote.
Ben tosto, dice, il predator Cristiano,Ch’audace è sì ch’a me vuole agguagliarsi,Caderà vinto e sanguinoso al piano,Bruttando nella polve i crini sparsi;E vedrà vivo ancor da questa mano,Ad onta del suo Dio, l’arme spogliarsi:Nè, morendo, impetrar potrà co’ preghiChe in pasto a’ cani le sue membra i’ neghi.
Non altramente il tauro, ove l’irritiGeloso amor con stimoli pungenti,Orribilmente mugge, e co’ muggitiGli spirti in se risveglia, e l’ire ardenti,E ’l corno aguzza ai tronchi; e par ch’invitiCon vani colpi alla battaglia i venti:Sparge col piè l’arena, e ’l suo rivaleDa lunge sfida a guerra aspra e mortale.
Da sì fatto furor commosso, appellaL’araldo, e con parlar tronco gl’impone:Vattene al campo, e la battaglia fellaNunzia a colui ch’è di Gesù campione.Quinci alcun non aspetta, e monta in sellaE fa condursi innanzi il suo prigione.Esce fuor della terra, e per lo colleIn corso vien precipitoso e folle.
Dà fiato intanto al corno, e n’esce un suonoChe d’ogn’intorno orribile s’intende:E in guisa pur di strepitoso tuonoGli orecchj e ’l cor degli ascoltanti offende.Già i Principi Cristiani accolti sonoNella tenda maggior dell’altre tende.Quì fè l’araldo sue disfide, e incluseTancredi pria, nè però gli altri escluse.
Goffredo intorno gli occhj gravi e tardiVolge con mente allor dubbia e sospesa:Nè perchè molto pensi e molto guardi,Atto gli s’offre alcuno a tanta impresa.Vi manca il fior de’ suoi guerrier gagliardi:Di Tancredi non s’è novella intesa;E lunge è Boemondo, ed ito è in bandoL’invitto Eroe ch’uccise il fier Gernando.
Ed oltre i dieci che fur tratti a sorte,I migliori del campo e i più famosiSeguir d’Armida le fallaci scorte,Sotto il silenzio della notte ascosi.Gli altri, di mano e d’animo men forte,Taciti se ne stanno e vergognosi:Nè v’è chi cerchi in sì gran rischio onore;Chè vinta la vergogna è dal timore.
Al silenzio, all’aspetto, ad ogni segno,Di lor temenza il Capitan s’accorse;E tutto pien di generoso sdegno,Dal loco ove sedea repente sorse,E disse: ah ben sarei di vita indegno,Se la vita negassi or porre in forse,Lasciando ch’un Pagan, così vilmenteCalpestasse l’onor di nostra gente.
Sieda in pace il mio campo, e, da sicuraParte, miri ozioso il mio periglio.Su su datemi l’arme: e l’armaturaGli fu recata in un girar di ciglio.Ma il buon Raimondo, che in età maturaParimente maturo avea il consiglio,E verdi ancor le forze a par di quantiErano quivi, allor si trasse avanti.
E disse a lui rivolto: ah non sia veroChe in un capo s’arrischi il campo tutto.Duce sei tu, non semplice guerriero:Pubblico fora, e non privato il lutto.In te la fe s’appoggia, e ’l santo impero.Per te fia il regno di Babel distrutto:Tu il senno sol, lo scettro solo adopra;Altri ponga l’ardire, e ’l ferro in opra.
Ed io, bench’a gir curvo mi condanniLa grave età, non fia che ciò ricusi.Schivino gli altri i marziali affanni;Me non vuò già che la vecchiezza scusi.Oh foss’io pur sul mio vigor degli anniQual sete or voi, che quì temendo chiusiVi state, e non vi move ira o vergognaContra lui che vi sgrida, e vi rampogna:
E quale allora fui, quando al cospettoDi tutta la Germania, alla gran corteDel secondo Corrado, apersi il pettoAl feroce Leopoldo, e ’l posi a morte.E fu d’alto valor più chiaro effettoLe spoglie riportar d’uom così forte,Che s’alcuno or fugasse, inerme e solo,Di questa ignobil turba un grande stuolo.
Se fosse in me quella virtù, quel sangue,Di questo altier l’orgoglio avrei già spento.Ma qualunque io mi sia, non però langueIl core in me, nè vecchio anco pavento.E s’io pur rimarrò nel campo esangue,Nè il Pagan di vittoria andrà contento:Armarmi io vuò; sia questo il dì ch’illustri,Con novo onor, tutti i miei scorsi lustri.
Così parla il gran vecchio; e sproni acutiSon le parole onde virtù si desta.Quei che fur prima timorosi e muti,Hanno la lingua or baldanzosa e presta.Nè sol non v’è che la tenzon rifiuti;Ma ella omai da molti a gara è chiesta.Baldovin la domanda, e con RuggieroGuelfo, i due Guidi, e Stefano, e Gerniero;
E Pirro, quel che fè il lodato inganno,Dando Antiochia presa a Boemondo;Ed a prova richiesta anco ne fannoEberardo, Ridolfo, e ’l prò Rosmondo:Un di Scozia, un d’Irlanda, ed un Britanno,Terre che parte il mar dal nostro mondo:E ne son parimente anco bramosiGildippe ed Odoardo amanti e sposi.
Ma sovra tutti gli altri il fiero vecchioSe ne dimostra cupido ed ardente.Armato è già; sol manca all’apparecchioDegli altri arnesi il fino elmo lucente.A cui dice Goffredo: o vivo specchioDel valor prisco, in te la nostra genteMiri, e virtù n’apprenda: in te di MarteSplende l’onor, la disciplina, e l’arte.
Oh pur avessi fra l’etade acerbaDieci altri di valor al tuo simíle,Come ardirei vincer Babel superba,E la Croce spiegar da Battro a Tile.Ma cedi or, prego, e te medesmo serbaA maggior opre, e di virtù seníle:E lascia che degli altri in picciol vasoPongansi i nomi, e sia giudice il caso.
Anzi giudice Dio, delle cui voglieMinistra e serva è la Fortuna, e ’l Fato.Ma non però dal suo pensier si toglieRaimondo, e vuol’anch’egli esser notato.Nell’elmo suo Goffredo i brevi accoglie:E poi che l’ebbe scosso ed agitato,Nel primo breve che di là traesse,Del Conte di tolosa il nome lesse.
Fu il nome suo con lieto grido accolto:Nè di biasmar la sorte alcun ardisce.Ei di fresco vigor la fronte e ’l voltoRiempie: e così allor ringiovenisce,Qual serpe fier, che in nuove spoglie avvolto,D’oro fiammeggi, e incontra il Sol si lisce.Ma più d’ogn’altro il Capitan gli applaude,E gli annunzia vittoria, e gli dà laude.
E la spada togliendosi dal fianco,E porgendola a lui, così dicea:Questa è la spada, che in battaglia il FrancoRubello di Sassonia oprar solea;Ch’io già gli tolsi a forza, e gli tolsi ancoLa vita allor di mille colpe rea.Questa, che meco ogn’or fu vincitrice,Prendi; e sia così teco ora felice.
Di loro indugio intanto è quell’alteroImpaziente, e li minaccia, e grida:O gente invitta, o popolo guerrieroD’Europa, un uomo solo è che vi sfida.Venga Tancredi omai che par sì fero,Se nella sua virtù tanto si fida;O vuol, giacendo in piume, aspettar forseLa notte ch’altre volte a lui soccorse?
Venga altri, s’egli teme: a stuolo a stuoloVenite insieme, o cavalieri, o fanti;Poichè di pugnar meco a solo a soloNon v’è fra mille schiere uom che si vanti.Vedete là il sepolcro, ove il figliuoloDi Maria giacque; or chè non gite avanti?Chè non sciogliete i voti? ecco la strada.A qual serbate uopo maggior la spada?
Con tali scherni il Saracino atroce,Quasi con dura sferza, altrui percuote;Ma più ch’altri Raimondo a quella voceS’accende, e l’onte sofferir non puote.La virtù stimolata è più feroce,E s’aguzza dell’ira all’aspra cote:Sicchè tronca gl’indugj, e preme il dorsoDel suo Aquilino, a cui diè ’l nome il corso.
Sul Tago il destrier nacque, ove taloraL’avida madre del guerriero armento,Quando l’alma stagion che n’innamora,Nel cor le instiga il natural talento,Volta l’aperta bocca incontra l’ora,Raccoglie i semi del fecondo vento:E de’ tepidi fiati (o maraviglia!)Cupidamente ella concépe, e figlia.
E ben questo Aquilin nato direstiDi quale aura del Ciel più lieve spiri;O se veloce sì, ch’orma non resti,Stendere il corso per l’arena il miri;O se ’l vedi addoppiar leggieri e presti,A destra ed a sinistra, angusti giri.Sovra tal corridore il Conte assisoMove all’assalto, e volge al Cielo il viso.
Signor, tu che drizzasti incontra l’empioGolía l’arme inesperte in Terebinto:Sicch’ei ne fu, che d’Israel fea scempio,Al primo sasso d’un garzone estinto;Tu fà ch’or giaccia (e fia pari l’esempio)Questo fellon da me percosso, e vinto:E debil vecchio or la superbia opprima,Come debil fanciul l’oppresse in prima.
Così pregava il Conte: e le preghiere,Mosse dalla speranza in Dio sicura,S’alzar volando alle celesti spere,Come va foco al Ciel per sua natura.Le accolse il Padre eterno, e fra le schiereDell’esercito suo tolse alla curaUn che ’l difenda: e sano, e vincitoreDalle man di quell’empio il tragga fuore.
L’Angelo, che fu già custode elettoDall’alta provvidenza al buon Raimondo,Insin dal primo dì che pargolettoSen venne a farsi peregrin del mondo;Or che di novo il Re del ciel gli ha dettoChe prenda in se della difesa il pondo,Nell’alta rocca ascende, ove dell’osteDivina tutte son l’arme riposte.
Quì l’asta si conserva, onde il serpentePercosso giacque, e i gran fulminei strali:E quegli ch’invisibili alla gentePortan l’orride pesti e gli altri mali:E quì sospeso è in alto il gran tridente,Primo terror de’ miseri mortali,Quando egli avvien che i fondamenti scuotaDell’ampia terra, e le città percuota.
Si vedea fiammeggiar fra gli altri arnesiScudo di lucidissimo diamante:Grande che può coprir genti e paesi,Quanti ve n’ha fra il Caucaso, e l’Atlante:E sogliono da questo esser difesiPrincipi giusti, e città caste e sante.Questo l’Angelo prende, e vien con essoOccultamente al suo Raimondo appresso.
Piene intanto le mura eran già tutteDi varia turba; e ’l barbaro TirannoManda Clorinda, e molte genti instrutte,Che, ferme a mezzo il colle, oltre non vanno.Dall’altro lato in ordine ridutteAlcune schiere di Cristiani stanno:E largamente a’ due campioni il campoVoto riman fra l’uno e l’altro Campo.
Mirava Argante, e non vedea Tancredi,Ma d’ignoto campion sembianze nuove.Fecesi il Conte innanzi; e, quel che chiedi,È, disse a lui, per tua ventura altrove.Non superbir però chè me quì vediApparecchiato a riprovar tue prove:Ch’io di lui posso sostener la vice,O venir come terzo a me quì lice.
Ne sorride il superbo, e gli risponde:Che fa dunque Tancredi, e dove stassi?Minaccia il Ciel con l’arme, e poi s’asconde,Fidando sol ne’ suoi fugaci passi.Ma fugga pur nel centro, o in mezzo l’onde,Chè non fia loco ove sicuro il lassi.Menti, replica l’altro, a dir ch’uom taleFugga da te; ch’assai di te più vale.
Freme il Circasso irato, e dice: or prendiDel campo tu, chè in vece sua t’accetto:E tosto e’ si parrà come difendiL’alta follia del temerario detto.Così mossero in giostra, e i colpi orrendiParimente drizzaro ambi all’elmetto:E ’l buon Raimondo, ove mirò, scontrollo,Nè dar gli fece nell’arcion pur crollo.
Dall’altra parte il fero Argante corse(Fallo insolito a lui) l’arringo invano:Chè ’l difensor celeste il colpo torseDal custodito cavalier Cristiano.Le labbra, il crudo, per furor si morse,E ruppe l’asta, bestemmiando, al piano.Poi tragge il ferro, e va contra RaimondoImpetuoso al paragon secondo.
E ’l possente corsiero urta per dritto,Quasi monton ch’al cozzo il capo abbassa.Schiva Raimondo l’urto, al lato drittoPiegando il corso, e ’l fere in fronte, e passa.Torna di novo il cavalier d’Egitto:Ma quegli pur di novo a destra il lassa;E pur sull’elmo il coglie, e indarno sempre;Chè l’elmo adamantine avea le tempre.
Ma il feroce Pagan, che seco vuolePiù stretta zuffa, a lui s’avventa e serra.L’altro, ch’al peso di sì vasta moleTeme d’andar col suo destriero a terra,Quì cede, ed indi assale; e par che vole,Intorniando con girevol guerra;E i lievi imperj il rapido cavalloSegue del freno, e non pone orma in fallo.
Qual Capitan ch’oppugni eccelsa torreInfra paludi posta o in alto monte,Mille aditi ritenta, e tutte scorreL’arti e le vie; cotal s’aggira il Conte.E poi che non può scaglia all’arme torreCh’armano il petto, e la superba fronte;Fere i men forti arnesi, ed alla spadaCerca, tra ferro e ferro, aprir la strada.
Ed in due parti o in tre forate, e fatteL’arme nemiche ha già tepide e rosse:Ed egli ancor le sue conserva intatte,Nè di cimier, nè d’un sol fregio scosse.Argante indarno arrabbia, a voto batte,E spande senza pro l’ire e le posse.Non si stanca però; ma raddoppiandoVa tagli e punte, e si rinforza errando.
Alfin tra mille colpi il SaracinoCala un fendente, e ’l Conte è così presso,Che forse il velocissimo AquilinoNon sottraggeasi, e rimaneane oppresso;Ma l’ajuto invisibile vicinoNon mancò a lui di quel superno messo,Che stese il braccio, e tolse il ferro crudoSovra il diamante del celeste scudo.
Frangesi il ferro allor (chè non resisteDi fucina mortal tempra terrenaAd armi incorruttibili ed immisteD’eterno fabbro) e cade in su l’arena.Il Circasso, ch’andarne a terra ha visteMinutissime parti, il crede appena.Stupisce poi, scorta la mano inerme,Ch’arme il campion nemico abbia sì ferme.
E ben rotta la spada aver si credeSu l’altro scudo, onde è colui difeso:E ’l buon Raimondo ha la medesma fede,Chè non sa già chi sia dal Ciel disceso.Ma, perocch’egli disarmata vedeLa man nemica, si riman sospeso;Chè stima ignobil palma, e vili spoglieQuelle ch’altrui, con tal vantaggio, uom toglie.
Prendi, volea già dirgli, un’altra spada:Quando novo pensier nacque nel core:Ch’alto scorno è de’ suoi, dove egli cada,Chè di pubblica causa è difensore.Così nè indegna a lui vittoria aggrada,Nè in dubbio vuol porre il comune onore.Mentre egli dubbio stassi, Argante lanciaIl pomo e l’else alla nemica guancia.
E in quel tempo medesmo il destrier punge,E per venire a lotta oltra si caccia.La percossa lanciata all’elmo giunge,Sicchè ne pesta al Tolosan la faccia.Ma però nulla sbigottisce, e lungeRatto si svia dalle robuste braccia;Ed impiaga la man, ch’a dar di piglioVenia più fera che ferino artiglio.
Poscia gira da questa a quella parte,E rigirasi a questa, indi da quella:E sempre, e dove riede, e donde parteFere il Pagan d’aspra percossa e fella.Quanto avea di vigor, quanto avea d’arte,Quanto può sdegno antico, ira novella,A danno del Circasso or tutto aduna;E seco il Ciel congiura, e la Fortuna.
Quei di fine arme, e di se stesso armatoAi gran colpi resiste, e nulla pave:E par senza governo, in mar turbato,Rotte vele ed antenne, eccelsa nave;Che pur contesto avendo ogni suo latoTenacemente di robusta trave,Sdruciti i fianchi al tempestoso fluttoNon mostra ancor, nè si dispera in tutto.
Argante, il tuo periglio allor tal era,Quando ajutarti Belzebù dispose.Questi di cava nube ombra leggiera(Mirabil mostro!) in forma d’uom compose:E la sembianza di Clorinda alteraGli finse, e l’arme ricche e luminose:Diegli il parlare, e, senza mente, il notoSuon della voce e ’l portamento e ’l moto.
Il simulacro ad Oradino espertoSagittario famoso andonne, e disse:O famoso Oradin, ch’a segno certo,Come a te piace, le quadrella affisse;Ah gran danno saria, s’uom di tal merto,Difensor di Giudea, così morisse:E di sue spoglie il suo nemico adornoSicuro ne facesse a’ suoi ritorno.
Quì fà prova dell’arte, e le saetteTingi nel sangue del ladron Francese:Ch’oltra il perpetuo onor, vuò che n’aspettePremio al gran fatto egual dal Re cortese.Così parlò, nè quegli in dubbio stette,Tosto che ’l suon delle promesse intese.Dalla grave faretra un quadrel prende,E su l’arco l’adatta, e l’arco tende.
Sibila il teso nervo, e fuori spintoVola il pennuto stral per l’aria, e stride:Ed a percuoter va dove del cintoSi congiungon le fibbie, e le divide;Passa l’usbergo, e in sangue appena tintoQuivi si ferma, e sol la pelle incide;Chè ’l celeste guerrier soffrir non volseCh’oltra passasse, e forza al colpo tolse.
Dell’usbergo lo stral si tragge il Conte,Ed ispicciarne fuori il sangue vede:E con parlar pien di minacce ed onteRimprovera al Pagan la rotta fede.Il Capitan, che non torcea la fronteDall’amato Raimondo, allor s’avvedeChe violato è il patto: e perchè graveStima la piaga, ne sospira e pave.
E con la fronte le sue genti altere,E con la lingua a vendicarlo desta:Vedi tosto inchinar giù le visiere,Lentare i freni, e por le lancie in resta;E quasi in un sol punto alcune schiereDa quella parte muoversi, e da questa.Sparisce il campo, e la minuta polve,Con densi globi, al ciel s’innalza e volve.
D’elmi e scudi percossi, e d’aste infranteNe’ primi scontri un gran romor s’aggira.Là giacere un cavallo, e girne erranteUn altro là senza rettor si mira:Quì giace un guerrier morto, e quì spiranteAltri singhiozza e geme, altri sospira.Fera è la pugna, e quanto più si mesceE stringe insieme, più s’inaspra e cresce.
Salta Argante nel mezzo agile e sciolto,E toglie ad un guerrier ferrata mazza:E, rompendo lo stuol calcato e folto,La rota intorno, e si fa larga piazza.E sol cerca Raimondo, e in lui sol voltoHa il ferro, e l’ira impetuosa e pazza:E quasi avido lupo, ei par che brameNelle viscere sue pascer la fame.
Ma duro ad impedir viengli il sentieroE fero intoppo, acciocchè ’l corso ei tardi.Si trova incontra Ormanno, e con RuggieroDi Balnavilla, un Guido, e due Gherardi.Non cessa, non s’allenta, anzi è più fero,Quanto ristretto è più da que’ gagliardi;Siccome, a forza, da rinchiuso locoSe n’esce e muove alte ruine il foco.
Uccide Ormanno, piaga Guido, atterraRuggiero infra gli estinti egro e languente.Ma contra lui crescon le turbe, e ’l serraD’uomini e d’arme cerchio aspro e pungente.Mentre, in virtù di lui, pari la guerraSi mantenea fra l’una e l’altra gente;Il buon Duce Buglion chiama il fratello,Ed a lui dice: or muovi il tuo drappello.
E là dove battaglia è più mortale,Vattene ad investir nel lato manco.Quegli si mosse, e fu lo scontro taleOnd’egli urtò degli avversarj il fianco,Che parve il popol d’Asia imbelle e frale;Nè potè sostener l’impeto FrancoChe gli ordini disperde, e co’ destrieriL’insegne insieme abbatte, e i cavalieri.
Dall’impeto medesmo in fuga è voltoIl destro corno: e non v’è alcun che faccia,Fuor che Argante, difesa; a freno scioltoCosì il timor precipiti gli caccia.Egli sol ferma il passo, e mostra il volto:Nè chi con mani cento, e cento bracciaCinquanta scudi insieme ed altrettanteSpade movesse, or più faria d’Argante.
Ei gli stocchi e le mazze, egli dell’asteE de’ corsieri l’impeto sostenta:E solo par che incontra tutti baste:Ed ora a questo, ed ora a quel s’avventa.Peste ha le membra, e rotte l’arme e guaste,E sudor versa e sangue, e par nol senta.Ma così l’urta il popol denso e ’l preme,Ch’alfin lo svolge, e seco il porta insieme.
Volge il tergo alla forza ed al furoreDi quel diluvio che ’l rapisce, e ’l tira.Ma non già d’uom che fugga ha i passi, e ’l core;S’all’opre della mano il cor si mira.Serbano ancora gli occhj il lor terrore,E le minacce della solita ira:E cerca ritener con ogni provaLa fuggitiva turba, e nulla giova.
Non può far quel magnanimo ch’almenoSia lor fuga più tarda, o più raccolta:Chè non ha la paura arte, nè freno,Nè pregar quì, nè comandar s’ascolta.Il pio Buglion, che i suoi pensieri appienoVede Fortuna a favorir rivolta,Segue della vittoria il lieto corso,E invia novello ai vincitor soccorso.
E se non che non era il dì che scrittoDio negli eterni suoi decreti avea;Quest’era forse il dì che ’l campo invitto,Delle sante fatiche al fin giungea.Ma la schiera infernal che in quel conflittoLa tirannide sua cader vedea;Sendole ciò permesso, in un momentoL’aria in nube ristrinse, e mosse il vento.
Dagli occhj de’ mortali un negro veloRapisce il giorno e ’l Sole: e par ch’avvampiNegro, via più ch’orror d’inferno, il Cielo;Così fiammeggia infra baleni e lampi.Fremono i tuoni, e pioggia accolta in geloSi versa, e i paschi abbatte, e inonda i campi:Schianta i rami il gran turbo, e par che crolliNon pur le querce, ma le rocche, e i colli.
L’acqua in un tempo, il vento, e la tempestaNegli occhj ai Franchi impetuosa fere:E l’improvvisa violenza arresta,Con un terror quasi fatal, le schiere.La minor parte d’esse accolta resta(Che veder non le puote) alle bandiere.Ma Clorinda, che quindi alquanto è lunge,Prende opportuno il tempo, e ’l destrier punge.
Ella gridava ai suoi: per noi combatte,Compagni, il Cielo, e la giustizia aita.Dall’ira sua le facce nostre intatteSono, e non è la destra indi impedita:E nella fronte solo irato ei batteDella nemica gente impaurita,E la scuote dell’arme, e della luceLa priva: andianne pur, chè ’l Fato è duce.
Così spinge le genti, e ricevendoSol nelle spalle l’impeto d’Inferno,Urta i Francesi con assalto orrendo,E i vani colpi lor si prende a scherno.Ed in quel tempo Argante anco, volgendo,Fa de’ già vincitori aspro governo;E quei, lasciando il campo a tutto corso,Volgono al ferro e alle procelle il dorso.
Percuotono le spalle ai fuggitiviL’ire mortali, e le mortali spade,E ’l sangue corre, e fa, commisto ai riviDella gran pioggia, rosseggiar le strade.Quì, tra ’l volgo de’ morti e de’ mal vivi,E Pirro, e ’l buon Ridolfo estinto cade;E toglie a questo il fier Circasso l’alma,E Clorinda di quello ha nobil palma.
Così fuggiano i Franchi, e di lor cacciaNon rimaneano i Siri anco, o i Demoni.Sol contra l’arme, e contra ogni minacciaDi gragnuole, di turbini, e di tuoniVolgea Goffredo la sicura faccia,Rampognando aspramente i suoi Baroni;E fermo anzi la porta il gran cavallo,Le genti sparse raccogliea nel vallo.
E ben due volte il corridor sospinseContra il feroce Argante, e lui ripresse;Ed altrettante il nudo ferro spinseDove le turbe ostíli eran più spesse;Alfin con gli altri insieme ei si ristrinseDentro ai ripari, e la vittoria cesse.Tornano allora i Saracini: e stanchiRestan nel vallo, e sbigottiti i Franchi.
Nè quivi ancor dell’orride procellePonno appieno schivar la forza, e l’ira;Ma sono estinte or queste faci, or quelle,E per tutto entra l’acqua: il vento spira,Squarcia le tele, e spezza i pali, e svelleLe tende intere, e lunge indi le gira;La pioggia ai gridi, ai venti, ai tuon s’accordaD’orribile armonia che ’l mondo assorda.