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Riassunto

Riassunto: Il Principe

Cosa succede

Nella dedica Machiavelli offre al destinatario, Lorenzo de’ Medici, ciò che considera il suo bene più prezioso: la conoscenza delle azioni dei grandi uomini, ricavata dall’esperienza della politica del suo tempo e dalla lettura degli antichi. Avverte che il libro è breve e privo di ornamenti, e giustifica il fatto che un uomo di condizione modesta pretenda di dare regole ai principi: come chi disegna un paesaggio si mette in basso per osservare i monti, così per conoscere la natura dei principi bisogna guardarli dal basso, da popolani.

I primi undici capitoli classificano i principati e spiegano come si conquistano e si mantengono. Nel capitolo I gli Stati sono divisi in repubbliche e principati, e i principati in ereditari e nuovi; nel II Machiavelli osserva che quelli ereditari si conservano facilmente, perché basta rispettare gli ordinamenti degli antenati. Le difficoltà nascono con il potere nuovo. Il capitolo III tratta i principati misti, cioè i territori aggiunti a uno Stato già posseduto: il principe deve andarvi ad abitare o fondarvi colonie, proteggere i vicini più deboli e impedire che vi entri uno straniero potente; l’esempio negativo è Luigi XII di Francia, che conquistò e perse Milano commettendo cinque errori. Il IV spiega perché il regno di Dario, conquistato da Alessandro Magno, non si ribellò ai suoi successori, confrontando uno Stato retto da un solo signore e dai suoi servitori, come quello dei Turchi, con uno pieno di baroni, come la Francia. Il V esamina come tenere le città abituate alla libertà, che non dimenticano mai i loro antichi ordinamenti.

Con il capitolo VI si arriva ai principati del tutto nuovi. Chi li conquista con armi proprie e con la propria virtù, come Mosè, Ciro, Romolo e Teseo, fatica a ottenerli ma li mantiene facilmente: questi fondatori ebbero dalla fortuna soltanto l’occasione, e poterono imporre i loro ordinamenti perché avevano la forza, dato che i profeti armati vincono e quelli disarmati vanno in rovina. Il capitolo VII considera chi diventa principe per fortuna e con armi altrui, e si concentra su Cesare Borgia, il duca Valentino. Salito al potere grazie al padre, papa Alessandro VI, Borgia seppe gettare solide basi, per esempio pacificando la Romagna attraverso il crudele Ramiro d’Orco e facendolo poi uccidere nella piazza di Cesena; ma la morte del padre lo colse mentre era malato, e sbagliò lasciando eleggere papa Giulio II. Nel capitolo VIII Machiavelli parla di chi è arrivato al potere con delitti, come Agatocle di Siracusa e Oliverotto da Fermo, e distingue le crudeltà bene usate, compiute una volta sola per necessità, da quelle che si ripetono. Il IX tratta il principato civile, ottenuto con il favore del popolo o dei grandi, e conclude che il principe deve avere il popolo amico; il X insegna a misurare le forze di uno Stato, l’XI parla dei principati ecclesiastici e della crescita del potere temporale della Chiesa.

I capitoli XII-XIV sono dedicati alle armi. I fondamenti di ogni Stato sono le buone leggi e le buone armi, e Machiavelli sceglie di parlare delle seconde. Le truppe mercenarie sono inutili e pericolose, perché combattono solo per lo stipendio, e a loro si deve la debolezza che ha permesso al re di Francia Carlo VIII di impadronirsi dell’Italia senza fatica. Ancora peggiori sono le truppe ausiliarie, prestate da un altro sovrano: se perdono, il principe resta disfatto; se vincono, ne diventa prigioniero. Solo le armi proprie sono sicure, come mostra l’esempio biblico di Davide, che rifiutò l’armatura di Saul per affrontare Golia. Il capitolo XIV conclude che il principe non deve avere altro pensiero che la guerra e deve prepararsi anche in pace.

Con il capitolo XV comincia la parte più famosa, sul modo in cui il principe deve comportarsi con i sudditi e con gli amici. Machiavelli dichiara di voler seguire la realtà effettiva delle cose e non gli Stati immaginati da altri scrittori: poiché gli uomini non sono buoni, chi vuole mantenersi al potere deve imparare a poter non essere buono, secondo la necessità. Nel XVI sostiene che è meglio avere fama di avaro che impoverire lo Stato e opprimere i sudditi per sembrare generosi; nel XVII, che una crudeltà misurata è più pietosa di una clemenza che lascia nascere disordini e che, se non si può essere insieme amati e temuti, è più sicuro essere temuti, purché si eviti l’odio rispettando i beni e le donne dei sudditi. Il XVIII affronta la lealtà: il principe deve saper combattere con le leggi e con la forza, essere volpe e leone, e può non mantenere la parola quando gli si ritorce contro, purché appaia pietoso, leale, umano, integro e religioso. Il lungo capitolo XIX spiega come evitare il disprezzo e l’odio, che espongono alle congiure, anche con l’esempio degli imperatori romani da Marco Aurelio a Massimino. Seguono consigli più pratici: sulle fortezze, la migliore delle quali è non essere odiati dal popolo (XX); sul modo di acquistare reputazione, come ha fatto Ferdinando d’Aragona con le sue grandi imprese (XXI); sulla scelta dei ministri (XXII) e sulla difesa dagli adulatori (XXIII).

Gli ultimi tre capitoli tornano all’Italia. Nel XXIV i principi italiani che hanno perso i loro Stati, come il re di Napoli e il duca di Milano, sono invitati ad accusare non la fortuna ma la propria ignavia. Il XXV discute il potere della fortuna: Machiavelli la paragona a un fiume in piena, contro cui si possono costruire argini nei tempi tranquilli, e le assegna il governo di metà delle azioni umane; ha successo chi adatta il proprio modo di agire ai tempi, ed è meglio essere impetuosi che cauti, come papa Giulio II. Il capitolo XXVI è un’esortazione: l’Italia, ridotta in servitù e divisa, aspetta un redentore, e la casa del destinatario dovrebbe guidarne la liberazione con un esercito proprio. Il libro si chiude con alcuni versi della canzone Italia mia di Petrarca, che annunciano la vittoria dell’antico valore italiano sul furore dei barbari.

Perché è importante

Il Principe appartiene a un genere antico, quello dei trattati che descrivono il sovrano ideale, ma ne rovescia l’impostazione. Machiavelli non parte da un modello di virtù morale: osserva come si conquista e come si perde il potere, mette sullo stesso piano esempi antichi e moderni e ne ricava regole generali. La scrittura è quella di un’analisi serrata: capitoli brevi, spesso costruiti su alternative nette (principati ereditari o nuovi, armi proprie o altrui, essere amati o temuti), frasi che arrivano subito alla conclusione e immagini concrete come il fiume e gli argini, la volpe e il leone. La lingua è il fiorentino concreto di chi aveva lavorato per anni negli uffici della Repubblica, lontano dagli ornamenti che l’autore rifiuta nella dedica.

Al centro del trattato ci sono il rapporto tra virtù e fortuna e l’autonomia della politica dalla morale. Per Machiavelli la virtù è la capacità di agire con energia e intelligenza nelle circostanze date; la fortuna è l’insieme degli eventi che l’uomo non controlla, ma che può in parte prevedere e contenere. L’autore non afferma che il male sia un bene: sostiene che il principe, per conservare lo Stato, deve saper usare anche mezzi che la morale comune condanna, e che le sue azioni vengono giudicate dai risultati. Questa visione si fonda su un giudizio pessimistico sugli uomini e sulla convinzione che la storia offra esempi validi in ogni tempo.

Il libro nasce da una crisi precisa. Dalla discesa di Carlo VIII, nel 1494, l’Italia era diventata il campo di battaglia delle grandi monarchie europee, e a Firenze il ritorno dei Medici, nel 1512, aveva escluso Machiavelli dagli incarichi pubblici. Scritto nel 1513, il trattato è insieme un’offerta di servizio ai nuovi signori e un appello alla liberazione dell’Italia. Pubblicato nel 1532, dopo la morte dell’autore, e messo all’Indice dei libri proibiti nel 1559, è stato letto per secoli in modo polemico, ma è considerato il testo da cui nasce la riflessione politica moderna.

Passi da ricordare

«una lunga sperienza delle cose moderne, ed una continova lezione delle antiche»: nella dedica Machiavelli indica le due fonti del suo sapere politico, l’esperienza diretta e la lettura degli antichi.

«mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa, che all’immaginazione di essa»: nel capitolo XV è la dichiarazione di metodo che separa il trattato dalla tradizione degli Stati ideali.

«è molto più sicuro l’esser temuto che amato, quando s’abbi a mancare dell’un de’ duoi»: nel capitolo XVII Machiavelli risolve così il dilemma tra amore e timore dei sudditi.

«Bisogna adunque essere volpe a cognoscere i lacci, e lione a sbigottire i lupi.»: nel capitolo XVIII l’immagine dei due animali riassume l’astuzia e la forza necessarie al principe.

«la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà, o poco meno, a noi»: nel capitolo XXV Machiavelli lascia alla libertà umana una parte decisiva degli eventi.