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Temi: Il Principe

Virtù e fortuna

Per Machiavelli la storia politica nasce dall’incontro tra la virtù di un uomo, cioè la sua capacità di agire con decisione e intelligenza, e la fortuna, cioè le circostanze che non dipendono da lui. Nel capitolo VI i grandi fondatori di Stati, come Mosè, Ciro, Romolo e Teseo, dimostrano che le due forze hanno bisogno l’una dell’altra: «senza quella occasione la virtù dell’animo loro si saria spenta, e senza quella virtù l’occasione sarebbe venuta invano». Nel capitolo VII, al contrario, Cesare Borgia mostra che anche un principe abile può cadere quando la fortuna che lo ha sostenuto viene meno.

Il capitolo XXV affronta il tema direttamente. Contro chi pensa che tutto sia governato dalla sorte, Machiavelli paragona la fortuna a un fiume in piena, i cui danni si possono limitare costruendo argini nei tempi tranquilli, e conclude con un’immagine volutamente brutale: «la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla». Nel capitolo precedente aveva già tolto ogni scusa ai principi italiani sconfitti, che «non accusino la fortuna, ma l’ignavia loro».

La politica e la morale

L’aspetto più discusso del trattato è la separazione tra ciò che è moralmente buono e ciò che è utile allo Stato. Nel capitolo XV Machiavelli afferma che un uomo del tutto buono è destinato a rovinarsi tra tanti che non lo sono, e che quindi il principe deve «imparare a potere essere non buono, ed usarlo e non usarlo secondo la necessità». Anche la crudeltà viene valutata per i suoi effetti: nel capitolo VIII sono chiamate crudeltà bene usate quelle che si compiono una volta sola, «se del male è lecito dire bene», e poi si trasformano in utilità per i sudditi.

Nel capitolo XVIII la stessa logica riguarda la lealtà e l’immagine pubblica. Il principe deve sembrare pietoso, leale e religioso più ancora che esserlo, perché «Ognuno vede quel che tu pari; pochi sentono quel che tu sei», e perché nelle azioni dei principi, contro cui non esiste un tribunale, «si guarda al fine». Machiavelli non celebra l’inganno: descrive le condizioni in cui chi governa è costretto a scegliere.

La natura degli uomini

Le regole del Principe poggiano su un giudizio severo sulla natura umana. Nel capitolo XVII gli uomini sono descritti come «ingrati, volubili, simulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno», pronti a offrire tutto finché il pericolo è lontano; per questo il timore è un legame più sicuro dell’affetto. Lo stesso capitolo aggiunge un’osservazione amara sull’attaccamento ai beni: «gli uomini dimenticano piuttosto la morte del padre, che la perdita del patrimonio». Nel capitolo XVIII la mancanza di parola del principe è giustificata proprio così: se gli uomini fossero buoni il consiglio sarebbe sbagliato, «ma perchè sono tristi», non c’è ragione di essere leali con loro.

Il pessimismo non porta però a disprezzare il popolo. Nel capitolo IX Machiavelli osserva che il popolo chiede soltanto di non essere oppresso, e conclude che «ad un Principe è necessario avere il popolo amico, altrimenti non ha nelle avversità rimedio». Nel capitolo XX lo ripete a proposito delle fortezze: «la migliore fortezza che sia, è non essere odiato da' popoli».

Le armi proprie

Machiavelli, che aveva organizzato la milizia fiorentina, dedica ai soldati tre capitoli interi. Nel capitolo XII afferma che i fondamenti di ogni Stato «sono le buone leggi e le buone armi», e attacca le compagnie di ventura, «disunite, ambiziose, e senza disciplina, infedeli», che combattono per un piccolo stipendio e fuggono appena arriva la guerra. Le truppe ausiliarie, prestate da un altro sovrano, sono ancora più pericolose; perciò nel capitolo XIII il principe saggio è quello che «ha voluto piuttosto perdere con le sue, che vincere con l’altrui».

Il capitolo XIV trae la conseguenza più radicale: il principe non deve «avere altro oggetto, nè altro pensiero, nè prendere cosa alcuna per sua arte, fuori della guerra». Chi trascura le armi viene disprezzato dai soldati e perde lo Stato, come accadde ai figli di Francesco Sforza.

L’Italia da liberare

Il trattato è scritto guardando all’Italia contemporanea, divisa in piccoli Stati e invasa da eserciti stranieri. Nel capitolo XII Machiavelli attribuisce questa rovina ai peccati dei principi, che si sono affidati ai mercenari, e non a quelli che predicavano i religiosi. Nell’ultimo capitolo il tono diventa appassionato: l’Italia è «più schiava che gli Ebrei, più serva che i Persi, più dispersa che gli Ateniesi», e ogni suo abitante accoglierebbe con gioia un liberatore, perché «Ad ognuno puzza questo barbaro dominio».

L’esortazione si chiude con i versi della canzone Italia mia di Petrarca, «Virtù contro al furore / Prenderà l’armi, e fia il combatter corto», che uniscono l’analisi politica a un appello ideale. Il libro che aveva descritto con freddezza i meccanismi del potere termina così con la speranza di un principe capace di usarli per il bene comune.