L’arte della seduzione
La commedia nasce da una sfida: Mirandolina vuole dimostrare che nessun uomo resiste a una donna che sa usare le proprie armi. La sua seduzione non punta sulla bellezza, ma su un metodo preciso, che Goldoni descrive nell’avviso ai lettori: dare ragione al Cavaliere, servirlo con cura, mostrarsi disinteressata e poi colpirlo con piccoli segni di affetto. «Dice delle tronche parole, avanza degli sguardi, e senza ch’ei se ne avveda, gli dà delle ferite mortali.» Il pranzo, il brindisi e il finto svenimento sono le tappe di questa strategia.
Il gioco però le sfugge di mano. Quando il Cavaliere, ormai innamorato, diventa violento e geloso, Mirandolina ammette di essersi divertita troppo e di vedere «in pericolo la mia riputazione e la mia vita medesima». La seduzione, che sembrava un passatempo, mostra così il suo lato rischioso.
La libertà e il matrimonio
Mirandolina rivendica più volte la propria indipendenza: gestisce la locanda da sola, non si lascia comprare dai regali e al Cavaliere racconta di non essersi mai voluta sposare «perchè stimo infinitamente la mia libertà». In un mondo in cui una giovane donna sola è esposta alle pretese dei clienti, questa libertà è una conquista, ma anche una posizione fragile.
Per difenderla sceglie il matrimonio con Fabrizio, e lo fa per calcolo: sposandolo spera di «mettere al coperto il mio interesse e la mia riputazione, senza pregiudicare alla mia libertà». Il finale lascia aperta la domanda su quanto questa libertà durerà da sposata. A Fabrizio, che esita, risponde con una frase che è insieme una promessa e una riserva: «Quando sarò maritata, so io quel che farò».
Nobiltà e denaro
I due pretendenti rappresentano due modi di stare in società. Il Marchese di Forlipopoli vive del suo nome, «son chi sono», ma non ha soldi e fa regali di poco valore; il Conte d’Albafiorita è ricco e ha comprato il titolo. Il Conte riassume la situazione con una battuta: «Mirandolina ha bisogno di denari, e non di protezione».
Goldoni ride di entrambi, ma soprattutto della nobiltà spiantata, che pretende rispetto senza potersi permettere il suo rango. La vicenda della boccetta, regalata dal Marchese come metallo falso e poi scoperta d’oro, lo mette in grande imbarazzo: «Son cavaliere. Devo pagarla. Ma non ho danari.» A vincere, alla fine, è una donna che lavora e sa fare i conti.
Il disprezzo delle donne
Il Cavaliere di Ripafratta si presenta come nemico dichiarato delle donne. Nel secondo atto spiega a se stesso il motivo della sua avversione: «Perchè non posso io vedere le donne? Perchè sono finte, bugiarde, lusinghiere.» Proprio questa sicurezza lo rende vulnerabile: come osserva Goldoni nell’avviso, «appunto per questo più facilmente egli cade», perché le disprezza senza conoscerle.
La sua caduta è il centro comico dell’opera: l’uomo che al mattino rideva degli innamorati finisce per forzare porte e sfidare a duello per gelosia. Nell’ultima scena, però, la lezione che ricava non è di rispetto ma di paura: «tu mi hai fatto conoscere qual infausto potere abbia sopra di noi il tuo sesso». La commedia punisce la sua presunzione, ma conserva la diffidenza del tempo verso l’astuzia femminile.
Recitare in scena e fuori
Accanto a Mirandolina Goldoni mette due attrici di professione, Ortensia e Dejanira, che si spacciano per nobildonne per essere trattate meglio: «Due commedianti avvezze a far sulla scena da contesse, da marchese e da principesse, avranno difficoltà a sostenere un carattere sopra di una locanda?». Il loro travestimento è goffo e dura poco, mentre la recita di Mirandolina, fatta di lacrime trattenute e di uno svenimento, riesce alla perfezione.
Il confronto porta in scena il tema della finzione. Il Cavaliere si sente al sicuro con le attrici proprio perché sa che mentono, «So che fingete in iscena, e fuori di scena», e non si accorge che la vera attrice è la locandiera, che si presenta come sincera. La commedia riflette così sul teatro stesso e sulla capacità di un buon interprete di far sembrare spontaneo ciò che è costruito ad arte.