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Riassunto

Riassunto: La locandiera

Cosa succede

La commedia è preceduta da una lettera di dedica a un senatore e da un avviso, L’autore a chi legge, in cui Goldoni presenta l’opera come la sua commedia più educativa: «starei per dire essere questa la più morale, la più utile, la più istruttiva», perché la vicenda del Cavaliere insegna agli uomini a riconoscere e a fuggire le arti di una donna accorta. L’azione si svolge a Firenze, nella locanda di Mirandolina, e dura una sola giornata.

Nel primo atto il Marchese di Forlipopoli e il Conte d’Albafiorita, ospiti della locanda, litigano per Mirandolina. Il Marchese, nobile ma senza denaro, pretende rispetto per il suo rango e offre alla locandiera la sua protezione; il Conte, che il titolo lo ha comprato, conta sui soldi e sui regali, e glielo rinfaccia: «Io ho comprata la contea, quando voi avete venduto il marchesato». Il Cavaliere di Ripafratta, chiamato a dire la sua, ride di entrambi e dichiara di aver sempre considerato la donna una malattia insopportabile per l’uomo. Mirandolina, rimasta senza padre e padrona della locanda, tratta tutti con garbo senza legarsi a nessuno; la ruvidezza del Cavaliere, che si lamenta della biancheria e la tratta con sufficienza, la punge. Rimasta sola, confessa il piacere di vedersi «servita, vagheggiata, adorata» e decide di farlo innamorare. Gli porta la biancheria migliore, gli dà ragione contro gli uomini che corrono dietro alle donne, si dice gelosa della propria libertà e lo colpisce con la sua apparente franchezza: rimasto solo, lui ammette che quella «scioltezza di dire» è cosa rara. Intanto arrivano due commedianti, Ortensia e Dejanira, che si fanno passare per dame; il Marchese e il Conte le corteggiano, ma continuano a fare regali a Mirandolina, un fazzoletto il primo e un gioiello di diamanti il secondo, mentre lei pensa soltanto alla sua sfida.

Nel secondo atto, a pranzo, Mirandolina fa servire il Cavaliere prima degli altri ospiti, gli porta un intingolo cucinato con le sue mani e accetta di bere con lui un bicchiere di vino di Borgogna. Prima di uscire propone un brindisi ambiguo, e il Cavaliere, rimasto solo, capisce il pericolo: «Mi vuoi abbattere, mi vuoi assassinare. Ma lo fa con tanta grazia!». Decide allora di partire per Livorno. Il Conte gli presenta le due finte dame, che però gli confessano di essere attrici e non riescono a turbarlo. Quando Mirandolina gli porta il conto, finge di trattenere le lacrime e cade su una sedia come svenuta; mentre lui corre a prendere l’acqua, lei rivela al pubblico il suo stratagemma. Tornato, il Cavaliere promette di non partire più; sorpreso però dal Marchese e dal Conte, che lo prendono in giro, scaglia a terra il vaso verso di loro ed esce furioso. Mirandolina canta vittoria: «Il di lui cuore è in fuoco, in fiamma, in cenere».

Nel terzo atto Mirandolina stira la biancheria e tiene a bada Fabrizio, il cameriere, geloso del Cavaliere. Questi le manda in dono una boccetta d’oro con lo spirito di melissa, che lei rifiuta; poi si presenta di persona, le dichiara il suo amore e le chiede pietà. Mirandolina lo deride, lo scotta con il ferro da stiro e se ne va, dicendo tra sé: «Crepa, schiatta, impara a disprezzar le donne». Intorno alla boccetta rimasta sul tavolino nasce un intreccio comico: il Marchese la prende credendola di princisbech, una lega che imita l’oro, la regala a Dejanira e scopre troppo tardi che era d’oro vero, mentre il Conte rivela che le due dame sono commedianti. Spaventata dalla furia del Cavaliere, Mirandolina teme per la sua reputazione e decide di sposare davvero Fabrizio. Il Cavaliere tenta di forzare una porta, litiga con il Conte, che lo accusa di essere innamorato, e sfila la spada al Marchese, che si rivela spezzata a metà. Mirandolina interviene, afferma davanti a tutti di non essere riuscita a innamorarlo e, per provarlo, annuncia di voler dare la mano a Fabrizio, lo sposo che le aveva destinato il padre. Il Cavaliere non regge, la maledice e parte per Livorno. Fabrizio vorrebbe prima fissare dei patti, ma Mirandolina taglia corto: «Il patto è questo: o dammi la mano, o vattene al tuo paese». Ottenuto il sì, chiede al Conte e al Marchese di cercarsi un’altra locanda e chiude la commedia con un avvertimento rivolto a loro e, insieme, agli uomini del pubblico.

Perché è importante

La locandiera mostra con chiarezza la riforma con cui Goldoni sostituì alla commedia dell’arte, fondata su maschere fisse e su scene in parte improvvisate, un teatro di caratteri osservati dal vero e di dialoghi scritti per intero. I personaggi non sono tipi immutabili: il Cavaliere passa in poche ore dal disprezzo alla passione, e Mirandolina alterna calcolo, divertimento e, alla fine, paura. La commedia rispetta l’unità di luogo e di tempo, perché tutto accade nelle stanze della locanda nel giro di una giornata, e fa crescere la tensione per gradi, dalla biancheria al pranzo, dal finto svenimento alla scena del ferro da stiro.

La locanda è anche un’immagine della società del Settecento. Il Marchese, che vanta il titolo ma non ha di che pagare, rappresenta una nobiltà impoverita; il Conte, che ha comprato la contea, il potere nuovo del denaro; il Cavaliere, un orgoglio aristocratico che si scopre fragile. Sopra di loro spicca una donna del ceto mercantile, padrona della propria attività, che considera un merito «saper vivere, saper fare, saper profittare di tutto». Il finale però ristabilisce l’ordine: Mirandolina rinuncia al gioco della seduzione e sposa un uomo della sua condizione, per mettere al sicuro i propri interessi e il proprio buon nome.

Goldoni scrisse la commedia nel 1752 per la compagnia con cui lavorava allora a Venezia e la pubblicò l’anno seguente. Mirandolina è diventata uno dei personaggi femminili più studiati del teatro italiano, proprio per la sua ambiguità: è insieme una donna intelligente e autonoma e una seduttrice che si serve della finzione.

Passi da ricordare

«voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi» Nel monologo del primo atto Mirandolina trasforma l’offesa ricevuta dal Cavaliere in una sfida, che mette in moto tutta la commedia.

«Molte sono le nostre armi, colle quali si vincono gli uomini. Ma quando sono ostinati, il colpo di riserva sicurissimo è uno svenimento.» Nel secondo atto, mentre il Cavaliere corre a prendere l’acqua, la protagonista svela al pubblico che il suo malore è una recita.

«per vincerlo non basta no disprezzarlo, ma ci conviene fuggirlo» Nel terzo atto il Cavaliere, sconfitto, parte per Livorno traendo dalla sua avventura una lezione di diffidenza verso le donne.

«Cambiando stato, voglio cambiar costume» Nell’ultima scena del terzo atto Mirandolina, promessa a Fabrizio, annuncia la fine dei suoi giochi e invita gli uomini a ricordarsi della locandiera.