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Myricae

Il giorno dei morti

212 versicirca 13 minuti

Io vedo (come è questo giorno, oscuro!),vedo nel cuore, vedo un camposantocon un fosco cipresso alto sul muro.
E quel cipresso fumido si scagliaallo scirocco: a ora a ora in piantosciogliesi l’infinita nuvolaglia.
O casa di mia gente, unica e mesta,o casa di mio padre, unica e muta,dove l’inonda e muove la tempesta;
o camposanto che sì crudi invernihai per mia madre gracile e sparuta,oggi ti vedo tutto sempiterni
e crisantemi. A ogni croce roggiapende come abbracciata una ghirlandadonde gocciano lagrime di pioggia.
Sibila tra la festa lagrimosauna folata, e tutto agita e sbanda.Sazio ogni morto di memorie, posa.
Non i miei morti. Stretti tutti insieme,insieme tutta la famiglia morta,sotto il cipresso fumido che geme,
stretti così come altre sere al foco(urtava, come un povero, alla portail tramontano con brontolìo roco)
piangono. La pupilla umida e piaricerca gli altri visi a uno a unoe forma un’altra lagrima per via.
Piangono, e quando un grido ch’esce strettoin un sospiro, mormora, Nessuno!...cupo rompe un singulto lor dal petto.
Levano bianche mani a bianchi volti,non altri, udendo il pianto disusato,sollevi il capo attonito ed ascolti.
Posa ogni morto; e nel suo sonno cullaqualche figlio de’ figli, ancor non nato.Nessuno! i morti miei gemono: nulla!— O miei fratelli! — dice Margherita,la pia fanciulla che sotterra, al verno,si risvegliò dal sogno della vita:
— o miei fratelli, che bevete ancorala luce, a cui mi mancano in eternogli occhi, assetati della dolce aurora;
o miei fratelli! nella notte oscura,quando il silenzio v’opprimeva, e vanal’ombra formicolava di paura;
io veniva leggiera al vostro letto;Dormite! vi dicea soave e piana:voi dormivate con le braccia al petto.
E ora, io tremo nella bara sola;il dolce sonno ora perdei per sempreio, senza un bacio, senza una parola.
E voi, fratelli, o miei minori, nulla!...voi che cresceste, mentre qui, per sempre,io son rimasta timida fanciulla.
Venite, intanto che la pioggia tace,se vi fui madre e vergine sorella:ditemi: Margherita, dormi in pace.
Ch’io l’oda il suono della vostra voceora che più non romba la procella:io dormirò con le mie braccia in croce.Nessuno! — Dice; e si rinnova il pianto,e scroscia l’acqua: un impeto di ventosquassa il cipresso e corre il camposanto.
— O figli — geme il padre in mezzo al nerofischiar dell’acqua — o figli che non sentopiù da tanti anni! un altro cimitero
forse v’accolse, e forse voi chiamatela vostra mamma, nudi abbrividendosotto le nere sibilanti acquate.
E voi le braccia dall’asil lontanoa me tendete, siccome io le tendo,figli, a voi, disperatamente invano.
O figli, figli! vi vedessi io mai!io vorrei dirvi che in quel solo istanteper un’intera eternità v’amai.
In quel minuto avanti che morissi,portai la mano al capo sanguinante,e tutti, o figli miei, vi benedissi.
Io gettai un grido in quel minuto, e poimi pianse il cuore: come pianse e pianse!e quel grido e quel pianto era per voi.
Oh! le parole mute ed infiniteche dissi! con qual mai strappo si fransela vita viva delle vostre vite.Serba la madre ai poveri miei figli:non manchi loro il pane mai, nè il tetto,nè chi li aiuti, nè chi li consigli.
Un padre, o Dio, che muore ucciso, ascolta:aggiungi alla lor vita, o benedetto,quella che un uomo, non so chi, m’ha tolta.
Perdona all’uomo, che non so; perdona:se non ha figli, egli non sa, buon Dio...e se ha figlioli, in nome lor perdona.
Che sia felice; fagli le vie piane;dagli oro e nome; dàgli anche l’oblio;tutto: ma i figli miei mangino il pane.
Così dissi in quel lampo senza fine;Vi chiamai, muto, esangue, a uno a uno,dalla più grandicella alle piccine.
Spariva a gli occhi il mondo fatto vano.In tutto il mondo più non era alcuno.Udii voi soli singhiozzar lontano —
Dice; e più triste si rinnova il pianto;più stridula, più gelida, più scurascroscia la pioggia dentro il camposanto.
— No, babbo, vive, vivono — Chi parla?Voce velata dalla sepoltura,voce nuova, eppur nota ad ascoltarla,o mio Luigi, o anima compagna!come ti vedo abbrividire al ventoche ti percuote, all’acqua che ti bagna!
come mutato! sembra che tu siaun bimbo ignudo, pieno di sgomento,che chieda, a notte, al canto della via.
— vivono, vive. Non udite in questanotte una voce querula, argentina,portata sino a noi dalla tempesta?
È la sorella che morì lontano,che in questa notte, povera bambina,chiama chiama dal poggio di Sogliano.
Chiama. Oh! poterle carezzare i biondiriccioli qui, tra noi; fuori del nerochiostro, de’ sotterranei profondi!
Un’altra voce tu, fratello, ascolta;dolce, triste, lontana: il tuo Ruggiero;in cui, babbo, moristi un’altra volta.
Parlano i morti. Non è spento il cuorenè chiusi gli occhi a chi morì cercando,a chi non pianse tutto il suo dolore.
E or per quanto stridula di ventoombra ne dividesse, a quando a quandoudrei, come da vivo, il tuo lamento,o mio Giovanni, che vegliai, che ressi,che curai, che difesi, umile e buono,e morii senza che ti rivedessi!
Avessi tu provato di quell’oraultima il freddo, e or quest’abbandono,gemendo a noi ti volgeresti ancora —
— Ma se vivete, perchè, morti cuori,solo è la nostra tomba illacrimata,solo la nostra croce è senza fiori? —
Così singhiozza Giacomo: poi geme:— Quando sola restò la nidïata,Iddio lo sa, come vi crebbi insieme:
se con pia legge l’umili vivandetra voi divisi, e destinai de’ paniil più piccolo a me, ch’ero il più grande;
se ribevvi le lagrime ribelliper non far voi pensosi del domani,se il pianto piansi in me di sei fratelli;
se al sibilar di questi truci venti,al rombar di quest’acque, io suscitavala buona fiamma d’eriche e sarmenti;
e io, quando vedea rosso ogni viso,e più rossi i più piccoli, tremavasì, del mio freddo, ma con un sorriso.Ma non per me, non per me piango: io piangoper questa madre che, tra l’acqua, spera,per questo padre che desìa, nel fango;
per questi santi, o fratel mio, che vivi;di cui morendo io ti dicea... ma eragrossa la lingua e forse non udivi —
Io vedo, vedo, vedo un camposanto,oscura cosa nella notte oscura:odo quel pianto della tomba, pianto
d’occhi lasciati dalla morte attenti,pianto di cuori cui la sepolturalasciò, ma solo di dolor, viventi.
L’odo: ora scorre libero: nessunopuò risvegliarsi, tanto è notte, il ventoè così forte, il cielo è così bruno.
Nessuno udrà. La povera famigliapuò piangere. Nessuno, al suo lamento,può dire: Altro è mio figlio! altra è mia figlia!
Aspettano. Oh! che notte di tempestapiena d’un tremulo ululo ferino!Non s’ode per le vie suono di pesta.
Uomini e fiere, in casolari e tane,tacciono. Tutto è chiuso. Un contadinosocchiude l’uscio del tugurio al cane.Piangono. Io vedo, vedo, vedo. Stannoin cerchio, avvolti dall’assidua romba.Aspetteranno, ancora, aspetteranno.
I figli morti stanno avvinti al padreinvendicato. Siede in una tomba(io vedo, io vedo) in mezzo a lor, mia madre.
Solleva ai morti, consolando, gli occhi,e poi furtiva esplora l’ombra. Culladue bimbi morti sopra i suoi ginocchi.
Li culla e piange con quelli occhi suoi,piange per gli altri morti, e per sè nulla,e piange, o dolce madre! anche per noi;
e dice: — Forse non verranno. Ebbene,pietà! Le tue due figlie, o sconsolato,dicono, ora, in ginocchio, un po’ di bene.
Forse un corredo cuciono, che preme:per altri: tutto il giorno hanno agucchiato,hanno agucchiato sospirando insieme.
E solo a notte i poveri occhi smortihanno levato, a un gemer di campane;hanno pensato, invidïando, ai morti.
Ora, in ginocchio, pregano Mariaal suon delle campane, alte, lontane,per chi qui giunse e per chi resta in via,là; per chi vaga in mezzo alla tempesta,per chi cammina, cammina, cammina;e non ha pietra ove posar la testa.
Pietà pei figli che tu benedivi!In questa notte che non mai declina,orate requie, o figli morti, ai vivi! —
O madre! Il cielo si riversa in piantooscuramente sopra il camposanto.