Da un immoto fragor di carrïaggiferrei, moventi verso l’infinitotra schiocchi acuti e fremiti selvaggi...un silenzio improvviso. Ero guarito.
Era spirato il nembo del mio malein un alito. Un muovere di ciglia;e vidi la mia madre al capezzale:io la guardava senza meraviglia.
Libero!... inerte sì, forse, quand’iole mani al petto sciogliere volessi:ma non volevo. Udivasi un fruscìosottile, assiduo, quasi di cipressi;
quasi d’un fiume che cercasse il mareinesistente, in un immenso piano:io ne seguiva il vano sussurrare,sempre lo stesso, sempre più lontano.