Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 10

920 versicirca 58 minuti

1Fra quanti amor, fra quante fede al mondomai si trovâr, fra quanti cor constanti,fra quante, o per dolente o per iocondostato, fêr prove mai famosi amanti;piú tosto il primo loco ch’il secondodarò ad Olimpia: e se pur non va inanti,ben voglio dir che fra gli antiqui e nuovimaggior de l’amor suo non si ritruovi;
2e che con tante e con sí chiare notedi questo ha fatto il suo Bireno certo,che donna piú far certo uomo non puote,quando anco il petto e ’l cor mostrasse aperto.E s’anime sí fide e sí devoted’un reciproco amor denno aver merto,dico ch’Olimpia è degna che non meno,anzi piú che sé ancor, l’ami Bireno:
3e che non pur non l’abandoni maiper altra donna, se ben fosse quellach’Europa et Asia messe in tanti guai,o s’altra ha maggior titolo di bella;ma piú tosto che lei, lasci coi raidel sol l’udita e il gusto e la favellae la vita e la fama, e s’altra cosadire o pensar si può piú precïosa.
4Se Bireno amò lei come ella amatoBireno avea, se fu sí a lei fedelecome ella a lui, se mai non ha voltatoad altra via, che a seguir lei, le vele;o pur s’a tanta servitú fu ingrato,a tanta fede e a tanto amor crudele,io vi vo’ dire, e far di maravigliastringer le labra et inarcar le ciglia.
5E poi che nota l’impietá vi fia,che di tanta bontá fu a lei mercede,donne, alcuna di voi mai piú non sia,ch’a parole d’amante abbia a dar fede.L’amante, per aver quel che desia,senza guardar che Dio tutto ode e vede,aviluppa promesse e giuramenti,che tutti spargon poi per l’aria i venti.
6I giuramenti e le promesse vannodai venti in aria disipate e sparse,tosto che tratta questi amanti s’hannol’avida sete che gli accese et arse.Siate a’ prieghi et a’ pianti che vi fanno,per questo esempio, a credere piú scarse.Bene è felice quel, donne mie care,ch’essere accorto all’altrui spese impare.
7Guardatevi da questi che sul fiorede’ lor begli anni il viso han sí polito;che presto nasce in loro e presto muore,quasi un foco di paglia, ogni appetito.Come segue la lepre il cacciatoreal freddo, al caldo, alla montagna, al lito,né piú l’estima poi che presa vede;e sol dietro a chi fugge affretta il piede:
8cosí fan questi gioveni, che tantoche vi mostrate lor dure e proterve,v’amano e riveriscono con quantostudio de’ far chi fedelmente serve;ma non sí tosto si potran dar vantode la vittoria, che, di donne, servevi dorrete esser fatte; e da voi toltovedrete il falso amore, e altrove volto.
9Non vi vieto per questo (ch’avrei torto)che vi lasciate amar; che senza amantesareste come inculta vite in orto,che non ha palo ove s’appoggi o piante.Sol la prima lanugine vi esortotutta a fuggir, volubile e inconstante,e côrre i frutti non acerbi e duri,ma che non sien però troppo maturi.
10Di sopra io vi dicea ch’una figliuoladel re di Frisa quivi hanno trovata,che fia, per quanto n’han mosso parola,da Bireno al fratel per moglie data.Ma, a dire il vero, esso v’avea la gola;che vivanda era troppo delicata:e riputato avria cortesia sciocca,per darla altrui, levarsela di bocca.
11La damigella non passava ancoraquattordici anni, et era bella e fresca,come rosa che spunti alora alorafuor de la buccia e col sol nuovo cresca.Non pur di lei Bireno s’inamora,ma fuoco mai cosí non accese esca,né se lo pongan l’invide e nimichemani talor ne le mature spiche;
12come egli se n’accese immantinente,come egli n’arse fin ne le medolle,che sopra il padre morto lei dolentevide di pianto il bel viso far molle.E come suol, se l’acqua fredda sente,quella restar che prima al fuoco bolle;cosí l’ardor ch’accese Olimpia, vintodal nuovo successore, in lui fu estinto.
13Non pur sazio di lei, ma fastiditon’è giá cosí, che può vederla a pena;e sí de l’altra acceso ha l’appetito,che ne morrá, se troppo in lungo il mena:pur fin che giunga il dí c’ha statuitoa dar fine al disio, tanto l’affrena,che par ch’adori Olimpia, non che l’ami,e quel che piace a lei, sol voglia e brami.
14E se accarezza l’altra (che non puotefar che non l’accarezzi piú del dritto),non è chi questo in mala parte note;anzi a pietade, anzi a bontá gli è ascritto:che rilevare un che Fortuna ruotetalora al fondo, e consolar l’afflitto,mai non fu biasmo, ma gloria sovente;tanto piú una fanciulla, una innocente.
15Oh sommo Dio, come i giudicii umanispesso offuscati son da un nembo oscuro!i modi di Bireno empii e profani,pietosi e santi riputati furo.I marinari, giá messo le maniai remi, e sciolti dal lito sicuro,portavan lieti pei salati stagniverso Selandia il duca e i suoi compagni.
16Giá dietro rimasi erano e perdutitutti di vista i termini d’Olanda;che per non toccar Frisa, piú tenutis’eran vêr Scozia alla sinistra banda:quando da un vento fur sopravenuti,ch’errando in alto mar tre dí li manda.Sursero il terzo, giá presso alla sera,dove inculta e deserta un’isola era.
17Tratti che si fur dentro un picciol seno,Olimpia venne in terra; e con dilettoin compagnia de l’infedel Birenocenò contenta e fuor d’ogni sospetto:indi con lui, lá dove in loco amenoteso era un padiglione, entrò nel letto.Tutti gli altri compagni ritornaro,e sopra i legni lor si riposaro.
18Il travaglio del mare e la paurache tenuta alcun dí l’aveano desta,il ritrovarsi al lito ora sicura,lontana da rumor ne la foresta,e che nessun pensier, nessuna cura,poi che ’l suo amante ha seco, la molesta;fur cagion ch’ebbe Olimpia sí gran sonno,che gli orsi e i ghiri aver maggior nol ponno.
19Il falso amante che i pensati inganniveggiar facean, come dormir lei sente,pian piano esce del letto, e de’ suoi pannifatto un fastel, non si veste altrimente;e lascia il padiglione; e come i vanninati gli sian, rivola alla sua gente,e li risveglia; e senza udirsi un grido,fa entrar ne l’alto e abandonare il lido.
20Rimase a dietro il lido e la meschinaOlimpia, che dormí senza destarse,fin che l’Aurora la gelata brinada le dorate ruote in terra sparse,e s’udîr le alcïone alla marinade l’antico infortunio lamentarse.Né desta né dormendo, ella la manoper Bireno abbracciar stese, ma invano.
21Nessuno truova: a sé la man ritira:di nuovo tenta, e pur nessuno truova.Di qua l’un braccio, e di lá l’altro gira,or l’una or l’altra gamba; e nulla giova.Caccia il sonno il timor: gli occhi apre, e mira:non vede alcuno. Or giá non scalda e covapiú le vedove piume, ma si gettadel letto e fuor del padiglione in fretta:
22e corre al mar, graffiandosi le gote,presaga e certa ormai di sua fortuna.Si straccia i crini, e il petto si percuote,e va guardando (che splendea la luna)se veder cosa, fuor che ’l lito, puote;né, fuor che ’l lito, vede cosa alcuna.Bireno chiama: e al nome di Birenorispondean gli antri che pietá n’avieno.
23Quivi surgea nel lito estremo un sasso,ch’aveano l’onde, col picchiar frequente,cavo e ridutto a guisa d’arco al basso;e stava sopra il mar curvo e pendente.Olimpia in cima vi salí a gran passo(cosí la facea l’animo possente),e di lontano le gonfiate velevide fuggir del suo signor crudele:
24vide lontano, o le parve vedere;che l’aria chiara ancor non era molto.Tutta tremante si lasciò cadere,piú bianca e piú che nieve fredda in volto;ma poi che di levarsi ebbe potere,al camin de le navi il grido volto,chiamò, quanto potea chiamar piú forte,piú volte il nome del crudel consorte:
25e dove non potea la debil voce,supliva il pianto e ’l batter palma a palma.— Dove fuggi, crudel, cosí veloce?Non ha il tuo legno la debita salma.Fa che lievi me ancor: poco gli nuoceche porti il corpo, poi che porta l’alma. —E con le braccia e con le vesti segnofa tuttavia, perché ritorni il legno.
26Ma i venti che portavano le veleper l’alto mar di quel giovene infido,portavano anco i prieghi e le querelede l’infelice Olimpia, e ’l pianto e ’l grido;la qual tre volte, a se stessa crudele,per affogarsi si spiccò dal lido:pur al fin si levò da mirar l’acque,e ritornò dove la notte giacque.
27E con la faccia in giú stesa sul letto,bagnandolo di pianto, dicea lui:— Iersera desti insieme a dui ricetto;perché insieme al levar non siamo dui?O perfido Bireno, o maladettogiorno ch’al mondo generata fui!Che debbo far? che poss’io far qui sola?chi mi dá aiuto? ohimè, chi mi consola?
28Uomo non veggio qui, non ci veggio opradonde io possa stimar ch’uomo qui sia;nave non veggio, a cui salendo sopra,speri allo scampo mio ritrovar via.Di disagio morrò; né che mi cuopragli occhi sará, né chi sepolcro dia,se forse in ventre lor non me lo dánnoi lupi, ohimè, ch’in queste selve stanno.
29Io sto in sospetto, e giá di veder parmidi questi boschi orsi o leoni uscire,o tigri o fiere tal, che natura armid’aguzzi denti e d’ugne da ferire.Ma quai fere crudel potriano farmi,fera crudel, peggio di te morire?darmi una morte, so, lor parrá assai;e tu di mille, ohimè, morir mi fai.
30Ma presupongo ancor ch’or ora arrivinochier che per pietá di qui mi porti;e cosí lupi, orsi, leoni schivi,strazi, disagi et altre orribil morti:mi porterá forse in Olanda, s’iviper te si guardan le fortezze e i porti?mi porterá alla terra ove son nata,se tu con fraude giá me l’hai levata?
31Tu m’hai lo stato mio, sotto pretestodi parentado e d’amicizia, tolto.Ben fosti a porvi le tue genti presto,per aver il dominio a te rivolto.Tornerò in Fiandra? ove ho venduto il restodi che io vivea, ben che non fossi molto,per sovenirti e di prigione trarte.Mischina! dove andrò? non so in qual parte.
32Debbo forse ire in Frisa, ove io potei,e per te non vi volsi esser regina?il che del padre e dei fratelli mieie d’ogn’altro mio ben fu la ruina.Quel c’ho fatto per te, non ti vorrei,ingrato, improverar, né disciplinadartene; che non men di me lo sai:or ecco il guiderdon che me ne dai.
33Deh, pur che da color che vanno in corsoio non sia presa, e poi venduta schiava!prima che questo, il lupo, il leon, l’orsovenga, e la tigre e ogn’altra fera brava,di cui l’ugna mi stracci, e franga il morso;e morta mi strascini alla sua cava. —Cosí dicendo, le mani si cacciane’ capei d’oro, e a chiocca a chiocca straccia.
34Corre di nuovo in su l’estrema sabbia,e ruota il capo e sparge all’aria il crine;e sembra forsennata, e ch’adosso abbianon un demonio sol, ma le decine;o, qual Ecuba, sia conversa in rabbia,vistosi morto Polidoro al fine.Or si ferma s’un sasso, e guarda il mare;né men d’un vero sasso, un sasso pare.
35Ma lasciánla doler fin ch’io ritorno,per voler di Ruggier dirvi pur anco,che nel piú intenso ardor del mezzo giornocavalca il lito, affaticato e stanco.Percuote il sol nel colle e fa ritorno:di sotto bolle il sabbion trito e bianco.Mancava all’arme ch’avea indosso, pocoad esser, come giá, tutte di fuoco.
36Mentre la sete, e de l’andar faticaper l’alta sabbia e la solinga viagli facean, lungo quella spiaggia aprica,noiosa e dispiacevol compagnia;trovò ch’all’ombra d’una torre anticache fuor de l’onde appresso il lito uscia,de la corte d’Alcina eran tre donne,che le conobbe ai gesti et alle gonne.
37Corcate su tapeti allessandrinigodeansi il fresco rezzo in gran diletto,fra molti vasi di diversi vinie d’ogni buona sorte di confetto.Presso alla spiaggia, coi flutti marinischerzando, le aspettava un lor legnettofin che la vela empiesse agevol òra;ch’un fiato pur non ne spirava allora.
38Queste, ch’andar per la non ferma sabbiavider Ruggiero al suo vïaggio dritto,che sculta avea la sete in su le labbia,tutto pien di sudore il viso afflitto,gli cominciaro a dir che sí non abbiail cor voluntaroso al camin fitto,ch’alla fresca e dolce ombra non si pieghi,e ristorar lo stanco corpo nieghi.
39E di lor una s’accostò al cavalloper la staffa tener, che ne scendesse;l’altra con una coppa di cristallodi vin spumante, piú sete gli messe:ma Ruggiero a quel suon non entrò in ballo;perché d’ogni tardar che fatto avesse,tempo di giunger dato avria ad Alcina,che venía dietro et era omai vicina.
40Non cosí fin salnitro e zolfo puro,tocco dal fuoco, subito s’avampa;né cosí freme il mar quando l’oscuroturbo discende e in mezzo se gli accampa:come, vedendo che Ruggier sicuroal suo dritto camin l’arena stampa,e che le sprezza (e pur si tenean belle),d’ira arse e di furor la terza d’elle.
41— Tu non sei né gentil né cavalliero(dice gridando quanto può piú forte),et hai rubate l’arme; e quel destrieronon saria tuo per veruna altra sorte:e cosí, come ben m’appongo al vero,ti vedessi punir di degna morte;che fossi fatto in quarti, arso o impiccato,brutto ladron, villan, superbo, ingrato. —
42Oltr’a queste e molt’altre ingiurïoseparole che gli usò la donna altiera,ancor che mai Ruggier non le rispose,che de sí vil tenzon poco onor spera;con le sorelle tosto ella si posesul legno in mar, che al lor servigio v’era;et affrettando i remi, lo seguiva,vedendol tuttavia dietro alla riva.
43Minaccia sempre, maledice e incarca;che l’onte sa trovar per ogni punto.Intanto a quello stretto, onde si varcaalla fata piú bella, è Ruggier giunto;dove un vecchio nochiero una sua barcascioglier da l’altra ripa vede, a puntocome, avisato e giá provisto, quivisi stia aspettando che Ruggiero arrivi.
44Scioglie il nochier, come venir lo vede,di trasportarlo a miglior ripa lieto;che, se la faccia può del cor dar fede,tutto benigno e tutto era discreto.Pose Ruggier sopra il navilio il piede,Dio ringraziando; e per lo mar quïetoragionando venía col galeotto,saggio e di lunga esperïenzia dotto.
45Quel lodava Ruggier, che sí se avessesaputo a tempo tor da Alcina, e inantiche ’l calice incantato ella gli desse,ch’avea al fin dato a tutti gli altri amanti;e poi, che a Logistilla si traesse,dove veder potria costumi santi,bellezza eterna et infinita graziache ’l cor notrisce e pasce, e mai non sazia.
46— Costei (dicea) stupore e riverenzainduce all’alma, ove si scuopre prima.Contempla meglio poi l’alta presenza:ogn’altro ben ti par di poca stima.Il suo amore ha dagli altri differenza:speme o timor negli altri il cor ti lima;in questo il desiderio piú non chiede,e contento riman come la vede.
47Ella t’insegnerá studii piú grati,che suoni, danze, odori, bagni e cibi;ma come i pensier tuoi meglio formatipoggin piú ad alto che per l’aria i nibi,e come de la gloria de’ beatinel mortal corpo parte si delibi. —Cosí parlando il marinar veniva,lontano ancora alla sicura riva;
48quando vide scoprire alla marinamolti navili, e tutti alla sua volta.Con quei ne vien l’ingiurïata Alcina;e molta di sua gente have raccoltaper por lo stato e se stessa in ruina,o racquistar la cara cosa tolta.E bene è amor di ciò cagion non lieve,ma l’ingiuria non men che ne riceve.
49Ella non ebbe sdegno, da che nacque,di questo il maggior mai, ch’ora la rode;onde fa i remi sí affrettar per l’acque,che la spuma ne sparge ambe le prode.Al gran rumor né mar né ripa tacque,et Ecco risonar per tutto s’ode.— Scuopre, Ruggier, lo scudo, che bisogna;se non, sei morto, o preso con vergogna. —
50Cosí disse il nocchier di Logistilla;et oltre il detto, egli medesmo presela tasca e da lo scudo dipartilla,e fe’ il lume di quel chiaro e palese.L’incantato splendor che ne sfavilla,gli occhi degli aversari cosí offese,che li fe’ restar ciechi allora allora,e cader chi da poppa e chi da prora.
51Un ch’era alla veletta in su la ròcca,de l’armata d’Alcina si fu accorto;e la campana martellando tocca,onde il soccorso vien subito al porto.L’artegliaria, come tempesta, fioccacontra chi vuole al buon Ruggier far torto:sí che gli venne d’ogni parte aita,tal che salvò la libertá e la vita.
52Giunte son quattro donne in su la spiaggia,che subito ha mandate Logistilla:la valorosa Andronica e la saggiaFronesia e l’onestissima Dicillae Sofrosina casta, che, come aggiaquivi a far piú che l’altre, arde e sfavilla.L’esercito ch’al mondo è senza pare,del castello esce, e si distende al mare.
53Sotto il castel ne la tranquilla focedi molti e grossi legni era una armata,ad un botto di squilla, ad una vocegiorno e notte a battaglia apparecchiata.E cosí fu la pugna aspra et atroce,e per acqua e per terra, incominciata;per cui fu il regno sottosopra volto,ch’avea giá Alcina alla sorella tolto.
54Oh di quante battaglie il fin successediverso a quel che si credette inante!Non sol ch’Alcina alor non rïavesse,come stimossi, il fugitivo amante;ma de le navi che pur dianzi spessefur sí, ch’a pena il mar ne capia tante,fuor de la fiamma che tutt’altre avampa,con un legnetto sol misera scampa.
55Fuggesi Alcina, e sua misera gentearsa e presa riman, rotta e sommersa.D’aver Ruggier perduto ella si sentevia piú doler che d’altra cosa aversa:notte e dí per lui geme amaramente,e lacrime per lui dagli occhi versa;e per dar fine a tanto aspro martíre,spesso si duol di non poter morire.
56Morir non puote alcuna fata mai,fin che ’l sol gira, o il ciel non muta stilo.Se ciò non fosse, era il dolore assaiper muover Cloto ad inasparle il filo;o, qual Didon, finia col ferro i guai;o la regina splendida del Niloavria imitata con mortifer sonno:ma le fate morir sempre non ponno.
57Torniamo a quel di eterna gloria degnoRuggiero; e Alcina stia ne la sua pena.Dico di lui, che poi che fuor del legnosi fu condutto in piú sicura arena,Dio ringraziando che tutto il disegnogli era successo, al mar voltò la schena;et affrettando per l’asciutto il piede,alla ròcca ne va che quivi siede.
58Né la piú forte ancor né la piú bellamai vide occhio mortal prima né dopo.Son di piú prezzo le mura di quella,che se diamante fossino o piropo.Di tai gemme qua giú non si favella:et a chi vuol notizia averne, è d’uopoche vada quivi; che non credo altrove,se non forse su in ciel, se ne ritruove.
59Quel che piú fa che lor si inchina e cedeogn’altra gemma, è che, mirando in esse,l’uom sin in mezzo all’anima si vede;vede suoi vizii e sue virtudi espresse,sí che a lusinghe poi di sé non crede,né a chi dar biasmo a torto gli volesse:fassi, mirando allo specchio lucentese stesso, conoscendosi, prudente.
60Il chiaro lume lor, ch’imita il sole,manda splendore in tanta copia intorno,che chi l’ha, ovunque sia, sempre che vuole,Febo, mal grado tuo, si può far giorno.Né mirabil vi son le pietre sole;ma la materia e l’artificio adornocontendon sí, che mal giudicar puossiqual de le due eccellenze maggior fossi.
61Sopra gli altissimi archi, che puntelliparean che del ciel fossino a vederli,eran giardin sí spazïosi e belli,che saria al piano anco fatica averli.Verdeggiar gli odoriferi arbuscellisi puon veder fra i luminosi merli,ch’adorni son l’estate e il verno tuttidi vaghi fiori e di maturi frutti.
62Di cosí nobili arbori non suoleprodursi fuor di questi bei giardini,né di tai rose o di simil vïole,di gigli, di amaranti o di gesmini.Altrove appar come a un medesmo solee nasca, e viva, e morto il capo inchini,e come lasci vedovo il suo steloil fior suggetto al varïar del cielo:
63ma quivi era perpetua la verdura,perpetua la beltá de’ fiori eterni:non che benignitá de la Naturasí temperatamente li governi;ma Logistilla con suo studio e cura,senza bisogno de’ moti superni(quel che agli altri impossibile parea),sua primavera ognor ferma tenea.
64Logistilla mostrò molto aver gratoch’a lei venisse un sí gentil signore;e comandò che fosse accarezzato,e che studiasse ognun di fargli onore.Gran pezzo inanzi Astolfo era arrivato,che visto da Ruggier fu di buon core.Fra pochi giorni venner gli altri tutti,ch’a l’esser lor Melissa avea ridutti.
65Poi che si fur posati un giorno e dui,venne Ruggiero alla fata prudentecol duca Astolfo, che non men di luiavea desir di riveder Ponente.Melissa le parlò per amendui;e supplica la fata umilemente,che li consigli, favorisca e aiuti,sí che ritornili donde eran venuti.
66Disse la fata: — Io ci porrò il pensiero,e fra dui dí te li darò espediti. —Discorre poi tra sé, come Ruggiero,e dopo lui, come quel duca aiti:conchiude infin che ’l volator destrieroritorni il primo agli aquitani liti;ma prima vuol che se gli faccia un morso,con che lo volga, e gli raffreni il corso.
67Gli mostra come egli abbia a far, se vuoleche poggi in alto, e come a far che cali;e come, se vorrá che in giro vole,o vada ratto, o che si stia su l’ali:e quali effetti il cavallier far suoledi buon destriero in piana terra, talifacea Ruggier che mastro ne divenne,per l’aria, del destrier ch’avea le penne.
68Poi che Ruggier fu d’ogni cosa in punto,da la fata gentil comiato prese,alla qual restò poi sempre congiuntodi grande amore; e usci di quel paese.Prima di lui che se n’andò in buon punto,e poi dirò come il guerriero inglesetornasse con piú tempo e piú faticaal magno Carlo et alla corte amica.
69Quindi partí Ruggier, ma non rivenneper quella via che fe’ giá suo mal grado,allor che sempre l’ippogrifo il tennesopra il mare, e terren vide di rado:ma potendogli or far batter le pennedi qua di lá, dove piú gli era a grado,volse al ritorno far nuovo sentiero,come, schivando Erode, i Magi fêro.
70Al venir quivi, era, lasciando Spagna,venuto India a trovar per dritta riga,lá dove il mare orïental la bagna;dove una fata avea con l’altra briga.Or veder si dispose altra campagna,che quella dove i venti Eolo instiga,e finir tutto il cominciato tondo,per aver, come il sol, girato il mondo.
71Quinci il Cataio, e quindi Mangïanasopra il gran Quinsaí vide passando:volò sopra l’Imavo, e Sericanalasciò a man destra; e sempre declinandoda l’iperborei Sciti a l’onda ircana,giunse alle parti di Sarmazia: e quandofu dove Asia da Europa si divide,Russi e Pruteni e la Pomeria vide.
72Ben che di Ruggier fosse ogni desiredi ritornare a Bradamante presto;pur, gustato il piacer ch’avea di girecercando il mondo, non restò per questo,ch’alli Pollacchi, agli Ungari venirenon volesse anco, alli Germani, e al restodi quella boreale orrida terra:e venne al fin ne l’ultima Inghilterra.
73Non crediate, Signor, che però stiaper sí lungo camin sempre su l’ale:ogni sera all’albergo se ne gía,schivando a suo poter d’alloggiar male.E spese giorni e mesi in questa via,sí di veder la terra e il mar gli cale.Or presso a Londra giunto una matina,sopra Tamigi il volator declina.
74Dove ne’ prati alla cittá vicinivide adunati uomini d’arme e fanti,ch’a suon di trombe e a suon di tamburinivenian, partiti a belle schiere, avantiil buon Rinaldo, onor de’ paladini;del qual, se vi ricorda, io dissi inanti,che mandato da Carlo, era venutoin queste parti a ricercare aiuto.
75Giunse a punto Ruggier, che si faceala bella mostra fuor di quella terra;e per sapere il tutto, ne chiedeaun cavallier, ma scese prima in terra:e quel, ch’affabil era, gli diceache di Scozia e d’Irlanda e d’Inghilterrae de l’isole intorno eran le schiereche quivi alzate avean tante bandiere:
76e finita la mostra che faceano,alla marina se distenderanno,dove aspettati per solcar l’Oceanoson dai navili che nel porto stanno.I Franceschi assediati si ricreano,sperando in questi che a salvar li vanno.— Ma acciò tu te n’ informi pienamente,io ti distinguerò tutta la gente.
77Tu vedi ben quella bandiera grande,ch’insieme pon la fiordaligi e i pardi:quella il gran capitano all’aria spande,e quella han da seguir gli altri stendardi.Il suo nome, famoso in queste bande,è Leonetto, il fior de li gagliardi,di consiglio e d’ardire in guerra mastro,del re nipote, e duca di Lincastro.
78La prima, appresso il gonfalon reale,che ’l vento tremolar fa verso il monte,e tien nel campo verde tre bianche ale,porta Ricardo, di Varvecia conte.Del duca di Glocestra è quel segnale,c’ha duo corna di cervio e mezza fronte.Del duca di Chiarenza è quella face;quel arbore è del duca d’Eborace.
79Vedi in tre pezzi una spezzata lancia:gli è ’l gonfalon del duca di Nortfozia.La fulgure è del buon conte di Cancia;il grifone è del conte di Pembrozia.Il duca di Sufolcia ha la bilancia.Vedi quel giogo che due serpi assozia:è del conte d’Esenia; e la ghirlandain campo azzurro ha quel di Norbelanda.
80Il conte d’Arindelia è quel c’ha messoin mar quella barchetta che s’affonda.Vedi il marchese di Barclei; e appressodi Marchia il conte e il conte di Ritmonda:il primo porta in bianco un monte fesso,l’altro la palma, il terzo un pin ne l’onda.Quel di Dorsezia è conte, e quel d’Antona,che l’uno ha il carro, e l’altro la corona.
81Il falcon che sul nido i vanni inchina,porta Raimondo, il conte di Devonia.Il giallo e negro ha quel di Vigorina;il can quel d’Erbia; un orso quel d’Osonia.La croce che lá vedi cristallina,è del ricco prelato di Battonia.Vedi nel bigio una spezzata sedia:è del duca Ariman di Sormosedia.
82Gli uomini d’arme e gli arcieri a cavallodi quarantaduomila numer fanno.Sono duo tanti, o di cento non fallo,quelli ch’a piè ne la battaglia vanno.Mira quei segni, un bigio, un verde, un giallo,e di nero e d’azzur listato un panno:Gofredo, Enrigo, Ermante et Odoardoguidan pedoni, ognun col suo stendardo.
83Duca di Bocchingamia è quel dinante;Enrigo ha la contea di Sarisberia;signoreggia Burgenia il vecchio Ermante;quello Odoardo è conte di Croisberia.Questi alloggiati piú verso levantesono gl’Inglesi. Or volgeti all’Esperia,dove si veggion trentamila Scotti,da Zerbin, figlio del lor re, condotti.
84Vedi tra duo unicorni il gran leone,che la spada d’argento ha ne la zampa:quell’è del re di Scozia il gonfalone;il suo figliol Zerbino ivi s’accampa.Non è un sí bello in tante altre persone:Natura il fece, e poi roppe la stampa.Non è in cui tal virtú, tal grazia luca,o tal possanza: et è di Roscia duca.
85Porta in azzurro una dorata sbarrail conte d’Ottonlei ne lo stendardo.L’altra bandiera è del duca di Marra,che nel travaglio porta il leopardo,Di piú colori e di piú augei bizzarramira l’insegna d’Alcabrun gagliardo,che non è duca, conte, né marchese,ma primo nel salvatico paese.
86Del duca di Trasfordia è quella insegna,dove è l’augel ch’ al sol tien gli occhi franchi.Lurcanio conte, ch’in Angoscia regna,porta quel tauro, c’ha duo veltri ai fianchi.Vedi lá il duca d’Albania, che segnail campo di colori azzurri e bianchi.Quel avoltor, ch’un drago verde lania,è l’insegna del conte di Boccania.
87Signoreggia Forbesse il forte Armano,che di bianco e di nero ha la bandiera;et ha il conte d’Erelia a destra mano,che porta in campo verde una lumiera.Or guarda gl’Ibernesi appresso il piano:sono duo squadre; e il conte di Childeramena la prima, e il conte di Desmondada fieri monti ha tratta la seconda.
88Ne lo stendardo il primo ha un pino ardente;l’altro nel bianco una vermiglia banda.Non dá soccorso a Carlo solamentela terra inglese e la Scozia e l’Irlanda;ma vien di Svezia e di Norvegia gente,da Tile, e fin da la remota Islanda:da ogni terra, insomma, che lá giace,nimica naturalmente di pace.
89Sedicimila sono, o poco manco,de le spelonche usciti e de le selve;hanno piloso il viso, il petto, il fianco,e dossi e braccia e gambe, come belve.Intorno allo stendardo tutto biancopar che quel pian di lor lance s’inselve:cosí Moratto il porta, il capo loro,per dipingerlo poi di sangue Moro. —
90Mentre Ruggier di quella gente bella,che per soccorrer Francia si prepara,mira le varie insegne e ne favella,e dei signor britanni i nomi impara;uno et un altro a lui, per mirar quellabestia sopra cui siede, unica o rara,maraviglioso corre e stupefatto;e tosto il cerchio intorno gli fu fatto.
91Sí che per dare ancor piú maraviglia,e per pigliarne il buon Ruggier piú gioco,al volante corsier scuote la briglia,e con gli sproni ai fianchi il tocca un poco;quel verso il ciel per l’aria il camin piglia,e lascia ognuno attonito in quel loco.Quindi Ruggier, poi che di banda in bandavide gl’Inglesi, andò verso l’Irlanda.
92E vide Ibernia fabulosa, doveil santo vecchiarel fece la cava,in che tanta mercé par che si truove,che l’uom vi purga ogni sua colpa prava.Quindi poi sopra il mare il destrier muovelá dove la minor Bretagna lava:e nel passar vide, mirando a basso,Angelica legata al nudo sasso.
93Al nudo sasso, all’Isola del pianto;che l’Isola del pianto era nomataquella che da crudele e fiera tantoet inumana gente era abitata,che (come io vi dicea sopra nel canto)per varii liti sparsa iva in armatatutte le belle donne depredando,per farne a un mostro poi cibo nefando.
94Vi fu legata pur quella matina,dove venía per trangugiarla vivaquel smisurato mostro, orca marina,che di aborrevole esca si nutriva.Dissi di sopra, come fu rapinadi quei che la trovaro in su la rivadormire al vecchio incantatore a canto,ch’ivi l’avea tirata per incanto.
95La fiera gente inospitale e crudaalla bestia crudel nel lito esposela bellissima donna, cosí ignudacome Natura prima la compose.Un velo non ha pure, in che richiudai bianchi gigli e le vermiglie rose,da non cader per luglio o per dicembre,di che son sparse le polite membre.
96Creduto avria che fosse statua fintao d’alabastro o d’altri marmi illustriRuggiero, e su lo scoglio cosí avintaper artificio di scultori industri;se non vedea la lacrima distintatra fresche rose e candidi ligustrifar rugiadose le crudette pome,e l’aura sventolar l’aurate chiome.
97E come ne’ begli occhi gli occhi affisse,de la sua Bradamante gli sovenne.Pietade e amore a un tempo lo traffisse,e di piangere a pena si ritenne;e dolcemente alla donzella disse,poi che del suo destrier frenò le penne:— O donna, degna sol de la catenacon chi i suoi servi Amor legati mena,
98e ben di questo e d’ogni male indegna,chi è quel crudel che con voler perversod’importuno livor stringendo segnadi queste belle man l’avorio terso? —Forza è ch’a quel parlare ella divegnaquale è di grana un bianco avorio asperso,di sé vedendo quelle parte ignude,ch’ancor che belle sian, vergogna chiude.
99E coperto con man s’avrebbe il volto,se non eran legate al duro sasso;ma del pianto, ch’almen non l’era tolto,lo sparse, e si sforzò di tener basso.E dopo alcun’ signozzi il parlar sciolto,incominciò con fioco suono e lasso:ma non seguí; che dentro il fe’ restareil gran rumor che si sentí nel mare.
100Ecco apparir lo smisurato mostromezzo ascoso ne l’onda e mezzo sorto.Come sospinto suol da borea o d’ostrovenir lungo navilio a pigliar porto,cosí ne viene al cibo che l’è mostrola bestia orrenda; e l’intervallo è corto.La donna è mezza morta di paura;né per conforto altrui si rassicura.
101Tenea Ruggier la lancia non in resta,ma sopra mano, e percoteva l’orca.Altro non so che s’assimigli a questa,ch’una gran massa che s’aggiri e torca;né forma ha d’animal, se non la testa,c’ha gli occhi e i denti fuor, come di porca.Ruggier in fronte la fería tra gli occhi;ma par che un ferro o un duro sasso tocchi.
102Poi che la prima botta poco vale,ritorna per far meglio la seconda.L’orca, che vede sotto le grandi alel’ombra di qua e di lá correr su l’onda,lascia la preda certa litorale,e quella vana segue furibonda:dietro quella si volve e si raggira.Ruggier giú cala, e spessi colpi tira.
103Come d’alto venendo aquila suole,ch’errar fra l’erbe visto abbia la biscia,o che stia sopra un nudo sasso al sole,dove le spoglie d’oro abbella e liscia;non assalir da quel lato la vuoleonde la velenosa e soffia e striscia,ma da tergo la adugna, e batte i vanni,acciò non se le volga e non la azzanni:
104cosí Ruggier con l’asta e con la spada,non dove era de’ denti armato il muso,ma vuol che ’l colpo tra l’orecchie cada,or su le schene, or ne la coda giuso.Se la fera si volta, ei muta strada,et a tempo giú cala, e poggia in suso:ma come sempre giunga in un dïaspro,non può tagliar lo scoglio duro et aspro.
105Simil battaglia fa la mosca audacecontra il mastin nel polveroso agosto,o nel mese dinanzi o nel seguace,l’uno di spiche e l’altro pien di mosto:negli occhi il punge e nel grifo mordace,volagli intorno e gli sta sempre accosto;e quel suonar fa spesso il dente asciutto:ma un tratto che gli arrivi, appaga il tutto.
106Sí forte ella nel mar batte la coda,che fa vicino al ciel l’acqua inalzare;tal che non sa se l’ale in aria snoda,o pur se ’l suo destrier nuota nel mare.Gli è spesso che disia trovarsi a proda;che se lo sprazzo in tal modo ha a durare,teme sí l’ale inaffi all’ippogrifo,che brami invano avere o zucca o schifo.
107Prese nuovo consiglio, e fu il migliore,di vincer con altre arme il mostro crudo:abbarbagliar lo vuol con lo splendorech’era incantato nel coperto scudo.Vola nel lito; e per non fare errore,alla donna legata al sasso nudolascia nel minor dito de la manol’annel, che potea far l’incanto vano:
108dico l’annel che Bradamante avea,per liberar Ruggier, tolto a Brunello,poi per trarlo di man d’Alcina rea,mandato in India per Melissa a quello.Melissa (come dianzi io vi dicea)in ben di molti adoperò l’annello;indi l’avea a Ruggier restituito,dal qual poi sempre fu portato in dito.
109Lo dá ad Angelica ora, perché temeche del suo scudo il fulgurar non viete,e perché a lei ne sien difesi insiemegli occhi che giá l’avean preso alla rete.Or viene al lito e sotto il ventre premeben mezzo il mar la smisurata cete.Sta Ruggiero alla posta, e lieva il velo;e par ch’aggiunga un altro sole al cielo.
110Ferí negli occhi l’incantato lumedi quella fera, e fece al modo usato.Quale o trota o scaglion va giú pel fiumec’ha con calcina il montanar turbato,tal si vedea ne le marine schiumeil mostro orribilmente riversciato.Di qua di lá Ruggier percuote assai,ma di ferirlo via non truova mai.
111La bella donna tuttavolta priegach’invan la dura squama oltre non pesti.— Torna, per Dio, signor: prima mi slega(dicea piangendo), che l’orca si desti:portami teco e in mezzo il mar mi anniega:non far ch’in ventre al brutto pesce io resti. —Ruggier, commosso dunque al giusto grido,slegò la donna, e la levò dal lido.
112Il destrier punto, ponta i piè all’arenae sbalza in aria e per lo ciel galoppa;e porta il cavalliero in su la schena,e la donzella dietro in su la groppa.Cosí privò la fera de la cenaper lei soave e delicata troppa.Ruggier si va volgendo, e mille bacifigge nel petto e negli occhi vivaci.
113Non piú tenne la via, come proposeprima, di circundar tutta la Spagna;ma nel propinquo lito il destrier pose,dove entra in mar piú la minor Bretagna.Sul lito un bosco era di querce ombrose,dove ognor par che Filomena piagna;ch’in mezzo avea un pratel con una fonte,e quinci e quindi un solitario monte.
114Quivi il bramoso cavallier ritennel’audace corso, e nel pratel discese;e fe’ raccorre al suo destrier le penne,ma non a tal che piú le avea distese.Del destrier sceso, a pena si ritennedi salir altri; ma tennel l’arnese:l’arnese il tenne, che bisognò trarre,e contra il suo disir messe le sbarre.
115Frettoloso, or da questo or da quel cantoconfusamente l’arme si levava.Non gli parve altra volta mai star tanto;che s’un laccio sciogliea, dui n’annodava.Ma troppo è lungo ormai, Signor, il canto,e forse ch’anco l’ascoltar vi grava:si ch’io differirò l’istoria miain altro tempo che piú grata sia.

Glossario

nocchier
chi guida la nave, pilota.
guidardon
ricompensa, premio.
labbia
labbra, bocca.
destriero
cavallo da battaglia.
onte
offese, oltraggi.
navilio
nave; anche flotta.
speme
speranza.
aita
aiuto.
piropo
pietra preziosa rossa e splendente.
ippogrifo
animale fantastico, nato da un grifone e da una cavalla, con ali e testa d’uccello e corpo di cavallo.
orca
mostro marino.
borea
vento del nord.
ostro
vento che soffia da sud.
in resta
detto della lancia, appoggiata al sostegno fissato alla corazza e pronta a colpire.
schifo
piccola barca.
tuttavolta
intanto, nel frattempo; continuamente.
arnese
armatura; più in generale, equipaggiamento.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .