1Nei molti assalti e nei crudel conflitti,ch’avuti avea con Francia, Africa e Spagna,morti erano infiniti, e derelittial lupo, al corvo, all’aquila griffagna;e ben che i Franchi fossero piú afflitti,che tutta avean perduta la campagna,piú si doleano i Saracin, per moltiprincipi e gran baron ch’eran lor tolti.
2Ebbon vittorie cosí sanguinose,che lor poco avanzò di che allegrarsi.E se alle antique le moderne cose,invitto Alfonso, denno assimigliarsi;la gran vittoria, onde alle virtuoseopere vostre può la gloria darsi,di ch’aver sempre lacrimose cigliaRavenna debbe, a queste s’assimiglia:
3quando cedendo Morini e Picardi,l’esercito normando e l’aquitano,voi nel mezzo assaliste li stendardidel quasi vincitor nimico ispano,seguendo voi quei gioveni gagliardi,che meritâr con valorosa manoquel dí da voi, per onorati doni,l’else indorate e gl’indorati sproni.
4Con sí animosi petti che vi fôrovicini o poco lungi al gran periglio,crollaste sí le ricche Giande d’oro,sí rompeste il baston giallo e vermiglio,ch’a voi si deve il trionfale alloro,che non fu guasto né sfiorato il Giglio.D’un’altra fronde v’orna anco la chiomal’aver servato il suo Fabrizio a Roma.
5La gran Colonna del nome romano,che voi prendeste, e che servaste intera,vi dá piú onor che se di vostra manofosse caduta la milizia fiera,quanta n’ingrassa il campo ravegnano,e quanta se n’andò senza bandierad’Aragon, di Castiglia e di Navarra,veduto non giovar spiedi né carra.
6Quella vittoria fu piú di confortoche d’allegrezza; perché troppo pesacontra la gioia nostra il veder mortoil capitan di Francia e de l’impresa;e seco avere una procella absortotanti principi illustri, ch’a difesadei regni lor, dei lor confederati,di qua da le fredd’Alpi eran passati.
7Nostra salute, nostra vita in questavittoria suscitata si conosce,che difende che ’l verno e la tempestadi Giove irato sopra noi non crosce:ma né goder potiam, né farne festa,sentendo i gran ramarichi e l’angosce,ch’in veste bruna e lacrimosa guanciale vedovelle fan per tutta Francia.
8Bisogna che proveggia il re Luigidi nuovi capitani alle sue squadre,che per onor de l’aurea Fiordaligicastighino le man rapaci e ladre,che suore, e frati e bianchi e neri e bigiviolato hanno, e sposa e figlia e madre;gittato in terra Cristo in sacramento,per torgli un tabernaculo d’argento.
9O misera Ravenna, t’era meglioch’al vincitor non fêssi resistenza;far ch’a te fosse inanzi Brescia speglio,che tu lo fossi a Arimino e a Faenza.Manda, Luigi, il buon Traulcio veglio,ch’insegni a questi tuoi piú continenza,e conti lor quanti per simil tortistati ne sian per tutta Italia morti.
10Come di capitani bisogna orache ’l re di Francia al campo suo proveggia,cosí Marsilio et Agramante allora,per dar buon reggimento alla sua greggia,dai lochi dove il verno fe’ dimoravuol ch’in campagna all’ordine si veggia;perché vedendo ove bisogno sia,guida e governo ad ogni schiera dia.
11Marsilio prima, e poi fece Agramantepassar la gente sua schiera per schiera.I Catalani a tutti gli altri inantedi Dorifebo van con la bandiera.Dopo vien, senza il suo re Folvirante,che per man di Rinaldo giá morto era,la gente di Navarra; e lo re ispanohalle dato Isolier per capitano.
12Balugante del popul di Leone,Grandonio cura degli Algarbi piglia;il fratel di Marsilio, Falsirone,ha seco armata la minor Castiglia.Seguon di Madarasso il gonfalonequei che lasciato han Malaga e Siviglia,dal mar di Gade a Cordova fecondale verdi ripe ovunque il Beti inonda.
13Stordilano e Tesira e Baricondo,l’un dopo l’altro, mostra la sua gente:Granata al primo, Ulisbona al secondo,e Maiorica al terzo è ubidïente.Fu d’Ulisbona re (tolto dal mondoLarbin) Tesira, di Larbin parente.Poi vien Gallizia, che sua guida, in vecedi Maricoldo, Serpentino fece.
14Quei di Tolledo e quei di Calatrava,di ch’ebbe Sinagon giá la bandiera,con tutta quella gente che si lavain Guadiana e bee della riviera,l’audace Matalista governava;Bianzardin quei d’Asturga in una schieracon quei di Salamanca e di Piagenza,d’Avila, di Zamora e di Palenza.
15Di quei di Saragosa e de la cortedel re Marsilio ha Ferraú il governo:tutta la gente è ben armata e forte.In questi è Malgarino, Balinverno,Malzarise e Morgante, ch’una sorteavea fatto abitar paese esterno;che, poi che i regni lor lor furon tolti,gli avea Marsilio in corte sua raccolti.
16In questa è di Marsilio il gran bastardo,Follicon d’Almeria, con Doriconte,Bavarte e Largalifa et Analardo,et Archidante il sagontino conte,e Lamirante e Langhiran gagliardo,e Malagur ch’avea l’astuzie pronte,et altri et altri, di quai penso, dovetempo sará, di far veder le pruove.
17Poi che passò l’esercito di Spagnacon bella mostra inanzi al re Agramante,con la sua squadra apparve alla campagnail re d’Oran, che quasi era gigante.L’altra che vien, per Martasin si lagna,il qual morto le fu da Bradamante;e si duol ch’una femina si vantid’aver ucciso il re de’ Garamanti.
18Segue la terza schiera di Marmonda,ch’Argosto morto abbandonò in Guascogna:a questa un capo, come alla secondae come anco alla quarta, dar bisogna.Quantunque il re Agramante non abondadi capitani, pur ne finge e sogna:dunque Buraldo, Ormida, Arganio elesse,e dove uopo ne fu, guida li messe.
19Diede ad Arganio quei di Libicana,che piangean morto il negro Dudrinasso.Guida Brunello i suoi di Tingitana,con viso nubiloso e ciglio basso;che, poi che ne la selva non lontanadal castel ch’ebbe Atlante in cima al sasso,gli fu tolto l’annel da Bradamante,caduto era in disgrazia al re Agramante:
20e se ’l fratel di Ferraú, Isoliero,ch’a l’arbore legato ritrovollo,non facea fede inanzi al re del vero,avrebbe dato in su le forche un crollo.Mutò, a’ prieghi di molti, il re pensiero,giá avendo fatto porgli il laccio al collo:gli lo fece levar, ma riserbarlopel primo error; che poi giurò impiccarlo:
21sí ch’avea causa di venir Brunellocol viso mesto e con la testa china.Seguia poi Farurante, e dietro a quelloeran cavalli e fanti di Maurina.Venía Libanio appresso, il re novello:la gente era con lui di Constantina;però che la corona e il baston d’orogli ha dato il re, che fu di Pinadoro.
22Con la gente d’Esperia Soridano,e Dorilon ne vien con quei di Setta;ne vien coi Nasamoni Pulïano.Quelli d’Amonia il re Agricalte affretta;Malabuferso quelli di Fizano.Da Finadurro è l’altra squadra retta,che di Canaria viene e di Marocco;Balastro ha quei che fur del re Tardocco.
23Due squadre, una di Mulga, una d’Arzilla,seguono: e questa ha ’l suo signore antico;quella n’è priva; e però il re sortilla,e diella a Corineo suo fido amico.E cosí de la gente d’Almansilla,ch’ebbe Tanfirïon, fe’ re Caico;diè quella di Getulia a Rimedonte.Poi vien con quei di Cosca Balinfronte.
24Quell’altra schiera è la gente di Bolga:suo re è Clarindo, e giá fu Mirabaldo.Vien Baliverzo, il qual vuo’ che tu tolgadi tutto il gregge pel maggior ribaldo.Non credo in tutto il campo si disciolgabandiera ch’abbia esercito piú saldode l’altra, con che segue il re Sobrino,né piú di lui prudente Saracino.
25Quei di Bellamarina, che Gualciottosolea guidare, or guida il re d’AlgieriRodomonte e di Sarza, che condottodi nuovo avea pedoni e cavallieri;che mentre il sol fu nubiloso sottoil gran centauro e i corni orridi e fieri,fu in Africa mandato da Agramante,onde venuto era tre giorni inante.
26Non avea il campo d’Africa piú forte,né Saracin piú audace di costui;e piú temean le parigine porte,et avean piú cagion di temer lui,che Marsilio, Agramante, e la gran cortech’avea seguito in Francia questi dui:e piú d’ogni altro che facesse mostra,era nimico de la fede nostra.
27Vien Prusïone, il re de l’Alvaracchie;poi quel de la Zumara, Dardinello.Non so s’abbiano o nottole o cornacchie,o altro manco et importuno augello,il qual dai tetti e da le fronde gracchiefuturo mal, predetto a questo e a quello,che fissa in ciel nel dí seguente è l’orache l’uno e l’altro in quella pugna muora.
28In campo non aveano altri a venire,che quei di Tremisenne e di Norizia;né si vedea alla mostra comparireil segno lor, né dar di sé notizia.Non sapendo Agramante che si dire,né che pensar di questa lor pigrizia,uno scudiero al fin gli fu conduttodel re di Tremisen, che narrò il tutto.
29E gli narrò ch’Alzirdo e Manilardocon molti altri de’ suoi giaceano al campo.— Signor (diss’egli), il cavallier gagliardoch’ucciso ha i nostri, ucciso avria il tuo campo,se fosse stato a tôrsi via piú tardodi me, ch’a pena ancor cosí ne scampo.Fa quel de’ cavallieri e de’ pedoni,che ’l lupo fa di capre e di montoni. —
30Era venuto pochi giorni avantenel campo del re d’Africa un signore;né in Ponente era, né in tutto Levante,di piú forza di lui, né di piú core.Gli facea grande onore il re Agramante,per esser costui figlio e successorein Tartaria del re Agrican gagliardo:suo nome era il feroce Mandricardo.
31Per molti chiari gesti era famoso,e di sua fama tutto il mondo empía;ma lo facea piú d’altro glorïoso,ch’al castel de la fata di Sorial’usbergo avea acquistato luminosoch’Ettor troian portò mille anni pria,per strana e formidabile aventura,che ’l ragionarne pur mette paura.
32Trovandosi costui dunque presentea quel parlar, alzò l’ardita faccia;e si dispose andare immantinente,per trovar quel guerrier, dietro alla traccia.Ritenne occulto il suo pensiero in mente,o sia perché d’alcun stima non faccia,o perché tema, se ’l pensier palesa,ch’un altro inanzi a lui pigli l’impresa.
33Allo scudier fe’ dimandar come erala sopravesta di quel cavalliero.Colui rispose: — Quella è tutta nera,lo scudo nero, e non ha alcun cimiero. —E fu, Signor, la sua risposta vera,perché lasciato Orlando avea il quartiero;che come dentro l’animo era in doglia,cosí imbrunir di fuor volse la spoglia.
34Marsilio a Mandricardo avea donatoun destrier baio a scorza di castagna,con gambe e chiome nere; et era natodi frisa madre e d’un vilan di Spagna.Sopra vi salta Mandricardo armato,e galoppando va per la campagna;e giura non tornare a quelle schiere,se non truova il campion da l’arme nere.
35Molta incontrò de la paurosa genteche da le man d’Orlando era fuggita,chi del figliuol, chi del fratel dolente,ch’inanzi agli occhi suoi perdé la vita.Ancora la codarda e trista mentene la pallida faccia era sculpita;ancor, per la paura che avuta hanno,pallidi, muti et insensati vanno.
36Non fe’ lungo camin, che venne dovecrudel spettaculo ebbe et inumano,ma testimonio alle mirabil pruoveche fur raconte inanzi al re africano.Or mira questi, or quelli morti, e muove,e vuol le piaghe misurar con mano,mosso da strana invidia ch’egli portaal cavallier ch’avea la gente morta.
37Come lupo o mastin ch’ultimo ghigneal bue lasciato morto da’ villani,che truova sol le corna, l’ossa e l’ugne,del resto son sfamati augelli e cani;riguarda invano il teschio che non ugne:cosí fa il crudel barbaro in que’ piani.Per duol bestemmia, e mostra invidia immensa,che venne tardi a cosí ricca mensa.
38Quel giorno e mezzo l’altro segue incertoil cavallier dal negro, e ne domanda.Ecco vede un pratel d’ombre coperto,che sí d’un alto fiume si ghirlanda,che lascia a pena un breve spazio aperto,dove l’acqua si torce ad altra banda.Un simil luogo con girevol ondasotto Ocricoli il Tevere circonda.
39Dove entrar si potea, con l’arme indossostavano molti cavallieri armati.Chiede il pagan, chi gli avea in stuol sí grosso,et a che effetto insieme ivi adunati.Gli fe’ risposta il capitano, mossodal signoril sembiante e da’ fregiatid’oro e di gemme arnesi di gran pregio,che lo mostravan cavalliero egregio.
40— Dal nostro re sián (disse) di Granatachiamati in compagnia de la figliuola,la quale al re di Sarza ha maritata,ben che di ciò la fama ancor non vola.Come appresso la sera racchetatala cicaletta sia, ch’or s’ode sola,avanti al padre fra l’ispane tormela condurremo: intanto ella si dorme. —
41Colui, che tutto il mondo vilipende,disegna di veder tosto la pruova,se quella gente o bene o mal difendela donna, alla cui guardia si ritruova.Disse: — Costei, per quanto se n’intende,è bella; e di saperlo ora mi giova.A-llei mi mena, o falla qui venire;ch’altrove mi convien subito gire. —
42— Esser per certo déi pazzo solenne, —rispose il Granatin, né piú gli disse.Ma il Tartaro a ferir tosto lo vennecon l’asta bassa, e il petto gli trafisse;che la corazza il colpo non sostenne,e forza fu che morto in terra gisse.L’asta ricovra il figlio d’Agricane,perché altro da ferir non gli rimane.
43Non porta spada né baston; che quandol’arme acquistò, che fur d’Ettor troiano,perché trovò che lor mancava il brando,gli convenne giurar (né giurò invano)che fin che non togliea quella d’Orlando,mai non porrebbe ad altra spada mano:Durindana ch’Almonte ebbe in gran stima,e Orlando or porta, Ettor portava prima.
44Grande è l’ardir del Tartaro, che vadacon disvantaggio tal contra coloro,gridando: — Chi mi vuol vietar la strada? —E con la lancia si cacciò tra loro.Chi l’asta abbassa, e chi tra’ fuor la spada;e d’ogn’intorno subito gli fôro.Egli ne fece morire una frotta,prima che quella lancia fosse rotta.
45Rotta che se la vede, il gran troncone,che resta intero, ad ambe mani afferra;e fa morir con quel tante persone,che non fu vista mai piú crudel guerra.Come tra’ Filistei l’ebreo Sansonecon la mascella che levò di terra,scudi spezza, elmi schiaccia, e un colpo spessospenge i cavalli ai cavallieri appresso.
46Correno a morte que’ miseri a gara,né perché cada l’un, l’altro andar cessa;che la maniera del morire, amaralor par piú assai che non è morte istessa.Patir non ponno che la vita caratolta lor sia da un pezzo d’asta fessa,e sieno sotto alle picchiate stranea morir giunti, come biscie o rane.
47Ma poi ch’a spese lor si furo accortiche male in ogni guisa era morire,sendo giá presso alli duo terzi morti,tutto l’avanzo cominciò a fuggire.Come del proprio aver via se gli porti,il Saracin crudel non può patirech’alcun di quella turba sbigottitada lui partir si debba con la vita.
48Come in palude asciutta dura pocostridula canna, o in campo arrida stoppiacontra il soffio di borea e contra il fuocoche ’l cauto agricultore insieme accoppia,quando la vaga fiamma occupa il loco,e scorre per li solchi, e stride e scoppia;cosí costor contra la furia accesadi Mandricardo fan poca difesa.
49Poscia ch’egli restar vede l’entrata,che mal guardata fu, senza custode;per la via che di nuovo era segnatane l’erba, e al suono dei ramarchi ch’ode,viene a veder la donna di Granata,se di bellezze è pari alle sue lode:passa tra i corpi de la gente morta,dove gli dá, torcendo, il fiume porta.
50E Doralice in mezzo il prato vede(che cosí nome la donzella avea),la qual, suffolta da l’antico pieded’un frassino silvestre, si dolea.Il pianto, come un rivo che succededi viva vena, nel bel sen cadea;e nel bel viso si vedea che insiemede l’altrui mal si duole, e del suo teme.
51Crebbe il timor, come venir lo videdi sangue brutto e con faccia empia e oscura,e ’l grido sin al ciel l’aria divide,di sé e de la sua gente per paura;che, oltre i cavallier, v’erano guide,che de la bella infante aveano cura,maturi vecchi, e assai donne e donzelledel regno di Granata, e le piú belle.
52Come il Tartaro vede quel bel visoche non ha paragone in tutta Spagna,e c’ha nel pianto (or ch’esser de’ nel riso?)tesa d’Amor l’inestricabil ragna;non sa se vive o in terra o in paradiso:né de la sua vittoria altro guadagna,se non che in man de la sua prigionierasi dá prigione, e non sa in qual maniera.
53A-llei però non si concede tanto,che del travaglio suo le doni il frutto;ben che piangendo ella dimostri, quantopossa donna mostrar, dolore e lutto.Egli, sperando volgerle quel piantoin sommo gaudio, era disposto al tuttomenarla seco; e sopra un bianco ubinomontar la fece, e tornò al suo camino.
54Donne e donzelle e vecchi et altra gente,ch’eran con lei venuti di Granata,tutti licenziò benignamente,dicendo: — Assai da me fia accompagnata;io mastro, io balia, io le sarò sergentein tutti i suoi bisogni: a Dio, brigata. —Cosí, non gli possendo far riparo,piangendo e sospirando se n’andaro;
55tra lor dicendo: — Quanto dolorosone sará il padre, come il caso intenda!quanta ira, quanto duol ne avrá il suo sposo!oh come ne fará vendetta orrenda!Deh, perché a tempo tanto bisognosonon è qui presso a far che costui rendail sangue illustre del re Stordilano,prima che se lo porti piú lontano? —
56De la gran preda il Tartaro contento,che fortuna e valor gli ha posta inanzi,di trovar quel dal negro vestimentonon par ch’abbia la fretta ch’avea dianzi.Correva dianzi: or viene adagio e lento;e pensa tuttavia dove si stanzi,dove ritruovi alcun commodo loco,per esalar tanto amoroso foco.
57Tuttavolta conforta Doralice,ch’avea di pianto e gli occhi e ’l viso molle:compone e finge molte cose, e diceche per fama gran tempo ben le volle;e che la patria, e il suo regno feliceche ’l nome di grandezza agli altri tolle,lasciò, non per vedere o Spagna o Francia,ma sol per contemplar sua bella guancia.
58— Se per amar, l’uom debbe essere amato,merito il vostro amor; che v’ho amat’io:se per stirpe, di me chi è meglio nato?che ’l possente Agrican fu il padre mio:se per richezza, chi ha di me piú stato?che di dominio io cedo solo a Dio:se per valor, credo oggi aver espertoch’essere amato per valore io merto. —
59Queste parole et altre assai, ch’Amorea Mandricardo di sua bocca ditta,van dolcemente a consolare il corede la donzella di paura afflitta.Il timor cessa, e poi cessa il doloreche le avea quasi l’anima trafitta.Ella comincia con piú pazïenzaa dar piú grata al nuovo amante udienza;
60poi con risposte piú benigne moltoa mostrarsegli affabile e cortese,e non negargli di fermar nel voltotalor le luci di pietade accese:onde il pagan, che da lo stral fu coltoaltre volte d’Amor, certezza prese,non che speranza, che la donna bellanon saria a’ suo’ desir sempre ribella.
61Con questa compagnia lieto e gioioso,che sí gli satisfá, sí gli diletta,essendo presso all’ora ch’a riposola fredda notte ogni animale alletta,vedendo il sol giá basso e mezzo ascoso,comminciò a cavalcar con maggior fretta;tanto ch’udí sonar zuffoli e canne,e vide poi fumar ville e capanne.
62Erano pastorali alloggiamenti,miglior stanza e piú commoda, che bella.Quivi il guardian cortese degli armentionorò il cavalliero e la donzella,tanto che si chiamâr da lui contenti;che non pur per cittadi e per castella,ma per tugurii ancora e per fenilispesso si trovan gli uomini gentili.
63Quel che fosse dipoi fatto all’oscurotra Doralice e il figlio d’Agricane,a punto racontar non m’assicuro;sí ch’al giudicio di ciascun rimane.Creder si può che ben d’accordo furo;che si levâr piú allegri la dimane,e Doralice ringraziò il pastore,che nel suo albergo l’avea fatto onore.
64Indi d’uno in un altro luogo errando,si ritrovaro al fin sopra un bel fiumeche con silenzio al mar va declinando,e se vada o se stia, mal si prosume;limpido e chiaro sí, ch’in lui mirando,senza contesa al fondo porta il lume.In ripa a quello, a una fresca ombra e bella,trovâr dui cavallieri e una donzella.
65Or l’alta fantasia, ch’un sentier solonon vuol ch’i’ segua ognor, quindi mi guida,e mi ritorna ove il moresco stuoloassorda di rumor Francia e di grida,d’intorno il padiglione ove il figliuolodel re Troiano il santo Imperio sfida,e Rodomonte audace se gli vantaarder Parigi e spianar Roma santa.
66Venuto ad Agramante era all’orecchio,che giá l’Inglesi avean passato il mare:però Marsilio e il re del Garbo vecchioe gli altri capitan fece chiamare.Consiglian tutti a far grande apparecchio,sí che Parigi possino espugnare.Ponno esser certi che piú non s’espugna,se nol fan prima che l’aiuto giugna.
67Giá scale innumerabili per questoda’ luoghi intorno avea fatto raccorre,et asse e travi, e vimine contesto,che lo poteano a diversi usi porre;e navi e ponti: e piú facea che ’l resto,il primo e il secondo ordine disporrea dar l’assalto; et egli vuol veniretra quei che la cittá denno assalire.
69L’imperatore il dí che ’l dí precessede la battaglia, fe’ dentro a Parigiper tutto celebrare uffici e messea preti, a frati bianchi, neri e bigi;e le gente che dianzi eran confesse,e di man tolte agl’inimici stigi,tutti communicâr, non altramentech’avessino a morire il dí seguente.
69Et egli tra baroni e paladini,principi et oratori, al maggior tempiocon molta religione a quei diviniatti intervenne, e ne diè agli altri esempio.Con le man giunte e gli occhi al ciel supini,disse: — Signor, ben ch’io sia iniquo et empio,non voglia tua bontá, pel mio fallire,che ’l tuo popul fedele abbia a patire.
70E se gli è tuo voler ch’egli patisca,e ch’abbia il nostro error degni supplici,almen la punizion si differiscasí, che per man non sia de’ tuoi nemici;che quando lor d’uccider noi sortisca,che nome avemo pur d’esser tuo’ amici,i pagani diran che nulla puoi,che perir lasci i partigiani tuoi.
71E per un che ti sia fatto ribelle,cento ti si faran per tutto il mondo;tal che la legge falsa di Babellecaccierá la tua fede e porrá al fondo.Difendi queste genti, che son quelleche ’l tuo sepulcro hanno purgato e mondoda’ brutti cani, e la tua santa Chiesacon li vicarii suoi spesso difesa.
72So che i meriti nostri atti non sonoa satisfare al debito d’un’oncia;né devemo sperar da te perdono,se riguardiamo a nostra vita sconcia:ma se vi aggiugni di tua grazia il dono,nostra ragion fia ragguagliata e concia;né del tuo aiuto disperar possiamo,qualor di tua pietá ci ricordiamo. —
73Cosí dicea l’imperator devoto,con umiltade e contrizion di core.Giunse altri prieghi e convenevol votoal gran bisogno e all’alto suo splendore.Non fu il caldo pregar d’effetto vòto;però che ’l genio suo, l’angel migliore,i prieghi tolse e spiegò al ciel le penne,et a narrare al Salvator li venne.
74E furo altri infiniti in quello instanteda tali messaggier portati a Dio;che come gli ascoltâr l’anime sante,dipinte di pietade il viso pio,tutte miraro il sempiterno Amante,e gli mostraro il commun lor disio,che la giusta orazion fosse esauditadel populo cristian che chiedea aita.
75E la Bontá ineffabile, ch’invanonon fu pregata mai da cor fedele,leva gli occhi pietosi, e fa con manocenno che venga a sé l’angel Michele.— Va (gli disse) all’esercito cristianoche dianzi in Picardia calò le vele,e al muro di Parigi l’appresentasí, che ’l campo nimico non lo senta.
76Truova prima il Silenzio, e da mia partegli di’ che teco a questa impresa venga;ch’egli ben proveder con ottima artesaprá di quanto proveder convenga.Fornito questo, subito va in partedove il suo seggio la Discordia tenga:dille che l’esca e il fucil seco prenda,e nel campo de’ Mori il fuoco accenda;
77e tra quei che vi son detti piú fortisparga tante zizzanie e tante liti,che combattano insieme; et altri morti,altri ne sieno presi, altri feriti,e fuor del campo altri lo sdegno porti,sí che il lor re poco di lor s’aiti. —Non replica a tal detto altra parolail benedetto augel, ma dal ciel vola.
78Dovunque drizza Michel angel l’ale,fuggon le nubi, e torna il ciel sereno.Gli gira intorno un aureo cerchio, qualeveggián di notte lampeggiar baleno.Seco pensa tra via, dove si caleil celeste corrier per fallir menoa trovar quel nimico di parole,a cui la prima commission far vuole.
79Vien scorrendo ov’egli abiti, ov’egli usi;e se accordaro infin tutti i pensieri,che de frati e de monachi rinchiusilo può trovare in chiese e in monasteri,dove sono i parlari in modo esclusi,che ’l Silenzio, ove cantano i salteri,ove dormeno, ove hanno la piatanza,e finalmente è scritto in ogni stanza.
80Credendo quivi ritrovarlo, mossecon maggior fretta le dorate penne;e di veder ch’ancor Pace vi fosse,Quïete e Caritá, sicuro tenne.Ma da la opinïon sua ritrovossetosto ingannato, che nel chiostro venne:non è Silenzio quivi; e gli fu dittoche non v’abita piú, fuor che in iscritto.
81Né Pietá, né Quïete, né Umiltade,né quivi Amor, né quivi Pace mira.Ben vi fur giá, ma ne l’antiqua etade;che le cacciâr Gola, Avarizia et Ira,Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade.Di tanta novitá l’angel si ammira:andò guardando quella brutta schiera,e vide ch’anco la Discordia v’era.
82Quella che gli avea detto il Padre eterno,dopo il Silenzio, che trovar dovesse.Pensato avea di far la via d’Averno,che si credea che tra’ dannati stesse;e ritrovolla in questo nuovo inferno(ch’il crederia?) tra santi ufficii e messe.Par di strano a Michel ch’ella vi sia,che per trovar credea di far gran via.
82La conobbe al vestir di color cento,fatto a liste inequali et infinite,ch’or la cuoprono or no; che i passi e ’l ventole giano aprendo, ch’erano sdrucite.I crini avea qual d’oro e qual d’argento,e neri e bigi, e aver pareano lite;altri in treccia, altri in nastro eran raccolti,molti alle spalle, alcuni al petto sciolti.
84Di citatorie piene e di libelli,d’essamine e di carte di procureavea le mani e il seno, e gran fastellidi chiose, di consigli e di letture;per cui le facultá de’ poverellinon sono mai ne le cittá sicure.Avea dietro e dinanzi e d’ambi i lati,notai, procuratori et avocati.
85La chiama a sé Michele, e le commandache tra i piú forti Saracini scenda,e cagion truovi, che con memorandamina insieme a guerreggiar gli accenda.Poi del Silenzio nuova le domanda:facilmente esser può ch’essa n’intenda,sí come quella ch’accendendo fochidi qua e di lá, va per diversi lochi.
86Rispose la Discordia: — Io non ho a mentein alcun loco averlo mai veduto:udito l’ho ben nominar sovente,e molto commendarlo per astuto.Ma la Fraude, una qui di nostra gente,che compagnia talvolta gli ha tenuto,penso che dir te ne saprá novella; —e verso una alzò il dito, e disse: — È quella. —
87Avea piacevol viso, abito onesto,un umil volger d’occhi, un andar grave,un parlar sí benigno e sí modesto,che parea Gabriel che dicesse: Ave.Era brutta e deforme in tutto il resto:ma nascondea queste fattezze pravecon lungo abito e largo; e sotto quello,attosicato avea sempre il coltello.
88Domanda a costei l’angelo, che viadebba tener, sí che ’l Silenzio truove.Disse la Fraude: — Giá costui soliafra virtudi abitare, e non altrove,con Benedetto e con quelli d’Eliane le badie, quando erano ancor nuove:fe’ ne le scuole assai de la sua vitaal tempo di Pitagora e d’Archita.
89Mancati quei filosofi e quei santiche lo solean tener pel camin ritto,dagli onesti costumi ch’avea inanti,fece alle sceleraggini tragitto.Comminciò andar la notte con gli amanti,indi coi ladri, e fare ogni delitto.Molto col Tradimento egli dimora:veduto l’ho con l’Omicidio ancora.
90Con quei che falsan le monete ha usanzadi ripararsi in qualche buca scura.Cosí spesso compagni muta e stanza,che ’l ritrovarlo ti saria ventura;ma pur ho d’insegnartelo speranza:se d’arrivare a mezza notte hai curaalla casa del Sonno, senza fallopotrai (che quivi dorme) ritrovallo. —
91Ben che soglia la Fraude esser bugiarda,pur è tanto il suo dir simile al vero,che l’angelo le crede; indi non tardaa volarsene fuor del monastero.Tempra il batter de l’ale, e studia e guardagiungere in tempo al fin del suo sentiero,ch’alla casa del Sonno, che ben doveera sapea, questo Silenzio truove.
92Giace in Arabia una valletta amena,lontana da cittadi e da villaggi,ch’all’ombra di duo monti è tutta pienad’antiqui abeti e di robusti faggi.Il sole indarno il chiaro dí vi mena;che non vi può mai penetrar coi raggi,sí gli è la via da folti rami tronca:e quivi entra sotterra una spelonca.
93Sotto la negra selva una capacee spazïosa grotta entra nel sasso,di cui la fronte l’edera seguacetutta aggirando va con storto passo.In questo albergo il grave Sonno giace;l’Ozio da un canto corpulento e grasso,da l’altro la Pigrizia in terra siede,che non può andare, e mal reggersi in piede.
94Lo smemorato Oblio sta su la porta:non lascia entrar, né riconosce alcuno;non ascolta imbasciata, né riporta;e parimente tien cacciato ognuno.Il Silenzio va intorno, e fa la scorta:ha le scarpe di feltro, e ’l mantel bruno;et a quanti n’incontra, di lontano,che non debban venir, cenna con mano.
95Se gli accosta all’orecchio e pianamentel’angel gli dice: — Dio vuol che tu guidia Parigi Rinaldo con la genteche per dar, mena, al suo signor sussidi:ma che lo facci tanto chetamente,ch’alcun de’ Saracin non oda i gridi;sí che piú tosto che ritruovi il callela Fama d’avisar, gli abbia alle spalle. —
96Altrimente il Silenzio non rispose,che col capo accennando che faria;e dietro ubidïente se gli pose;e furo al primo volo in Picardia.Michel mosse le squadre coraggiose,e fe’ lor breve un gran tratto di via;sí che in un dí a Parigi le condusse,né alcun s’avide che miracol fusse.
97Discorreva il Silenzio, e tuttavolta,e dinanzi alle squadre e d’ogn’intorno,facea girare un’alta nebbia in volta,et avea chiaro ogn’altra parte il giorno;e non lasciava questa nebbia folta,che s’udisse di fuor tromba né corno:poi n’andò tra’ pagani, e menò secoun non so che, ch’ognun fe’ sordo e cieco.
98Mentre Rinaldo in tal fretta venía,che ben parea da l’angelo condotto,e con silenzio tal, che non s’udianel campo saracin farsene motto;il re Agramante avea la fanteriamesso ne’ borghi di Parigi, e sottole minacciate mura in su la fossa,per far quel dí l’estremo di sua possa.
99Chi può contar l’esercito che mossoquesto dí contra Carlo ha ’l re Agramante,conterá ancora in su l’ombroso dossodel silvoso Apennin tutte le piante;dirá quante onde, quando è il mar piú grosso,bagnano i piedi al mauritano Atlante;e per quanti occhi il ciel le furtive opredegli amatori a mezza notte scuopre.
100Le campane si sentono a martellodi spessi colpi e spaventosi tocche;si vede molto, in questo tempio e in quello,alzar di mano e dimenar di bocche.Se ’l tesoro paresse a Dio sí bello,come alle nostre openïoni sciocche,questo era il dí che ’l santo consistorofatto avria in terra ogni sua statua d’oro.
101S’odon ramaricare i vecchi giusti,che s’erano serbati in quelli affanni,e nominar felici i sacri busticomposti in terra giá molti e molt’anni.Ma gli animosi gioveni robustiche miran poco i lor propinqui danni,sprezzando le ragion de’ piú maturi,di qua di lá vanno correndo a’ muri.
102Quivi erano baroni e paladini,re, duci, cavallier, marchesi e conti,soldati forestieri e cittadini,per Cristo e pel suo onore a morir pronti;che per uscire adosso ai Saracini,pregan l’imperator ch’abbassi i ponti.Gode egli di veder l’animo audace,ma di lasciarli uscir non li compiace.
102E li dispone in oportuni lochi,per impedire ai barbari la via:lá si contenta che ne vadan pochi,qua non basta una grossa compagnia;alcuni han cura maneggiare i fuochi,le machine altri, ove bisogno sia.Carlo di qua di lá non sta mai fermo:va soccorrendo, e fa per tutto schermo.
104Siede Parigi in una gran pianura,ne l’ombilico a Francia, anzi nel core;gli passa la riviera entro le mura,e corre, et esce in altra parte fuore.Ma fa un’isola prima, e v’assicurade la cittá una parte, e la migliore;l’altre due (ch’in tre parti è la gran terra)di fuor la fossa, e dentro il fiume serra.
105Alla cittá, che molte miglia gira,da molte parti si può dar battaglia;ma perché sol da un canto assalir mira,né volentier l’esercito sbarraglia,oltre il fiume Agramante si ritiraverso ponente, acciò che quindi assaglia;però che né cittade né campagnaha dietro, se non sua, fin alla Spagna.
106Dovunque intorno il gran muro circonda,gran munizioni avea giá Carlo fatte,fortificando d’argine ogni spondacon scannafossi dentro e case matte;onde entra ne la terra, onde esce l’onda,grossissime catene aveva tratte:ma fece, piú ch’altrove, provederelá dove avea piú causa di temere.
107Con occhi d’Argo il figlio di Pipinoprevide ove assalir dovea Agramante;e non fece disegno il Saracino,a cui non fosse riparato inante.Con Ferraú, Isoliero, Serpentino,Grandonio, Falsirone e Balugante,e con ciò che di Spagna avea menato,restò Marsilio alla campagna armato.
108Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna,con Pulïan, con Dardinel d’Almonte,col re d’Oran, ch’esser gigante accenna,lungo sei braccia dai piedi alla fronte.Deh perché a muover men son io la penna,che quelle genti a muover l’arme pronte?che ’l re di Sarza, pien d’ira e di sdegno,grida e bestemmia, e non può star piú a segno.
109Come assalire o vasi pastorali,o le dolci reliquie de’ convivisoglion con rauco suon di stridule alile impronte mosche a’ caldi giorni estivi:come li storni a rosseggianti palivanno de mature uve: cosí quivi,empiendo il ciel di grida e di rumori,veniano a dare il fiero assalto i Mori.
110L’esercito cristian sopra le muracon lande, spade e scure e pietre e fuocodifende la cittá senza paura,e il barbarico orgoglio estima poco;e dove Morte uno et un altro fura,non è chi per viltá ricusi il loco.Tornano i Saracin giú ne le fossea furia di ferite e di percosse.
111Non ferro solamente vi s’adopra,ma grossi massi, e merli integri e saldi,e muri dispiccati con molt’opra,tetti di torri, e gran pezzi di spaldi.L’acque bollenti che vengon di sopra,portano a’ Mori insupportabil caldi;e male a questa pioggia si resiste,ch’entra per gli elmi, e fa acciecar le viste.
112E questa piú nocea che’l ferro quasi:or che de’ far la nebbia di calcine?or che doveano far li ardenti vasicon olio e zolfo e peci e trementine?I cerchii in munizion non son rimasi,che d’ogn’intorno hanno di fiamma il crine:questi, scagliati per diverse bande,mettono a’ Saracini aspre ghirlande.
113Intanto il re di Sarza avea cacciatosotto le mura la schiera seconda,da Buraldo, da Ormida accompagnato,quel Garamante, e questo di Marmonda.Clarindo e Soridan gli sono allato,né par che ’l re di Setta si nasconda;segue il re di Marocco e quel di Cosca,ciascun perché il valor suo si conosca.
114Ne la bandiera, ch’è tutta vermiglia,Rodomonte di Sarza il leon spiega,che la feroce bocca ad una brigliache gli pon la sua donna, aprir non niega.Al leon sé medesimo assimiglia;e per la donna che lo frena e lega,la bella Doralice ha figurata,figlia di Stordilan re di Granata:
115quella che tolto avea, come io narrava,re Mandricardo, e dissi dove e a cui.Era costei che Rodomonte amavapiú che ’l suo regno e piú che gli occhi sui;e cortesia e valor per lei mostrava,non giá sapendo ch’era in forza altrui:se saputo l’avesse, allora allorafatto avria quel che fe’ quel giorno ancora.
116Sono appoggiate a un tempo mille scale,che non han men di dua per ogni grado.Spinge il secondo quel ch’inanzi sale;che ’l terzo lui montar fa suo mal grado.Chi per virtú, chi per paura vale:convien ch’ognun per forza entri nel guado;che qualunche s’adagia, il re d’Algiere,Rodomonte crudele, uccide o fere.
117Ognun dunque si sforza di saliretra il fuoco e le ruine in su le mura.Ma tutti gli altri guardano, se aprireveggiano passo ove sia poca cura:sol Rodomonte sprezza di venire,se non dove la via meno è sicura.Dove nel caso disperato e riogli altri fan voti, egli bestemmia Dio.
118Armato era d’un forte e duro usbergo,che fu di drago una scagliosa pelle.Di questo giá si cinse il petto e ’l tergoquello avol suo ch’edificò Babelle,e si pensò cacciar de l’aureo albergo,e tôrre a Dio il governo de le stelle:l’elmo e lo scudo fece far perfetto,e il brando insieme; e solo a questo effetto.
119Rodomonte non giá men di Nembrotteindomito, superbo e furibondo,che d’ire al ciel non tarderebbe a notte,quando la strada si trovasse al mondo,quivi non sta a mirar s’intere o rottesieno le mura, o s’abbia l’acqua fondo:passa la fossa, anzi la corre e vola,ne l’acqua e nel pantan fin alla gola.
120Di fango brutto, e molle d’acqua vannetra il foco e i sassi e gli archi e le balestre,come andar suol tra le palustri cannede la nostra Mallea porco silvestre,che col petto, col grifo e con le zannefa, dovunque si volge, ample finestre.Con lo scudo alto il Saracin sicurone vien sprezzando il ciel, non che quel muro.
121Non sí tosto all’asciutto è Rodomonte,che giunto si sentí su le bertrescheche dentro alla muraglia facean pontecapace e largo alle squadre francesche.Or si vede spezzar piú d’una fronte,far chieriche maggior de le fratesche,braccia e capi volare; e ne la fossacader da’ muri una fiumana rossa.
122Getta il pagan lo scudo, e a duo man prendela crudel spada, e giunge il duca Arnolfo.Costui venía di lá dove discendel’acqua del Reno nel salato golfo.Quel miser contra lui non si difendemeglio che faccia contra il fuoco il zolfo;e cade in terra, e dá l’ultimo crollo,dal capo fesso un palmo sotto il collo.
123Uccise di rovescio in una voltaAnselmo, Oldrado, Spineloccio e Prando:il luogo stretto e la gran turba foltafece girar sí pienamente il brando.Fu la prima metade a Fiandra tolta,l’altra scemata al populo normando.Divise appresso da la fronte al petto,et indi al ventre, il maganzese Orghetto.
124Getta da’ merli Andropono e Moschinogiú ne la fossa: il primo è sacerdote;non adora il secondo altro che ’l vino,e le bigonce a un sorso n’ha giá vuote.Come veneno e sangue viperinol’acque fuggia quanto fuggir si puote:or quivi muore; e quel che piú l’annoia,è ’l sentir che ne l’acqua se ne muoia.
125Tagliò in due parti il provenzal Luigi,e passò il petto al tolosano Arnaldo.Di Torse Oberto, Claudio, Ugo e Dionigimandâr lo spirto fuor col sangue caldo;e presso a questi, quattro da Parigi,Gualtiero, Satallone, Odo et Ambaldo,et altri molti: et io non saprei comedi tutti nominar la patria e il nome.
126La turba dietro a Rodomonte prestale scale appoggia, e monta in piú d’un loco.Quivi non fanno i Parigin piú testa;che la prima difesa lor val poco.San ben ch’agli nemici assai piú restadentro da fare, e non l’avran da gioco;perché tra il muro e l’argine secondodiscende il fosso orribile e profondo.
127Oltra che i nostri facciano difesadal basso all’alto, e mostrino valore;nuova gente succede alla contesasopra l’erta pendice interïore,che fa con lancie e con saette offesaalla gran moltitudine di fuore,che credo ben, che saria stata meno,se non v’era il figliuol del re Ulïeno.
128Egli questi conforta, e quei riprende,e lor mal grado inanzi se gli caccia:ad altri il petto, ad altri il capo fende,che per fuggir veggia voltar la faccia.Molti ne spinge et urta; alcuni prendepei capelli, pel collo e per le braccia:e sozzopra lá giú tanti ne getta,che quella fossa a capir tutti è stretta.
129Mentre lo stuol de’ barbari si cala,anzi trabocca al periglioso fondo,et indi cerca per diversa scaladi salir sopra l’argine secondo;il re di Sarza (come avesse un’alaper ciascun de’ suoi membri) levò il pondodi sí gran corpo e con tant’arme indosso,e netto si lanciò di lá dal fosso.
130Poco era men di trenta piedi, o tanto,et egli il passò destro come un veltro,e fece nel cader strepito, quantoavesse avuto sotto i piedi il feltro:et a questo et a quello affrappa il manto,come sien l’arme di tenero peltro,e non di ferro, anzi pur sien di scorza:tal la sua spada, e tanta è la sua forza!
131In questo tempo i nostri, da chi tesel’insidie son ne la cava profonda,che v’han scope e fascine in copia stese,intorno a quai di molta pece abonda(né però alcuna si vede palese,ben che n’è piena l’una e l’altra spondadal fondo cupo insino all’orlo quasi),e senza fin v’hanno appiatati vasi,
132qual con salnitro, qual con oglio, qualecon zolfo, qual con altra simil esca;i nostri in questo tempo, perché maleai Saracini il folle ardir riesca,ch’eran nel fosso, e per diverse scalecredean montar su l’ultima bertresca;udito il segno da oportuni lochi,di qua e di lá fenno avampare i fochi.
133Tornò la fiamma sparsa, tutta in una,che tra una ripa e l’altra ha ’l tutto pieno;e tanto ascende in alto, ch’alla lunapuò d’appresso asciugar l’umido seno.Sopra si volve oscura nebbia e bruna,che ’l sole adombra, e spegne ogni sereno.Sentesi un scoppio in un perpetuo suono,simile a un grande e spaventoso tuono.
134Aspro concento, orribile armoniad’alte querele, d’ululi e di stridade la misera gente che perianel fondo per cagion de la sua guida,istranamente concordar s’udiacol fiero suon de la fiamma omicida.Non piú, Signor, non piú di questo canto;ch’io son giá rauco, e vo’ posarmi alquanto.