1Magnanimo Signore, ogni vostro attoho sempre con ragion laudato e laudo;ben che col rozzo stil duro e mal attogran parte de la gloria vi defraudo.Ma piú de l’altre una virtú m’ha tratto,a cui col core e con la lingua applaudo;che s’ognun truova in voi ben grata udienza,non vi truova però facil credenza.
2Spesso in difesa del biasmato absenteindur vi sento una et un’altra scusa,o riserbargli almen, fin che presentesua causa dica, l’altra orecchia chiusa;e sempre, prima che dannar la gente,vederla in faccia, e udir la ragion ch’usa:differir anco e giorni e mesi et anni,prima che giudicar negli altrui danni.
3Se Norandino il simil fatto avesse,fatto a Grifon non avria quel che fece.A voi utile e onor sempre successe:denigrò sua fama egli piú che pece.Per lui sue genti a morte furon messe;che fe’ Grifone in dieci tagli, e in diecepunte che trasse pien d’ira e bizzarro,che trenta ne cascaro appresso al carro.
4Van gli altri in rotta ove il timor li caccia,chi qua chi lá, pei campi e per le strade;e chi d’entrar ne la cittá procaccia,e l’un su l’altro ne la porta cade.Grifon non fa parole e non minaccia;ma lasciando lontana ogni pietade,mena tra il vulgo inerte il ferro intorno,e gran vendetta fa d’ogni suo scorno.
5Di quei che primi giunsero alla porta,che le piante a levarsi ebbeno pronte,parte, al bisogno suo molto piú accortache degli amici, alzò subito il ponte;piangendo parte, o con la faccia smortafuggendo andò senza mai volger fronte,e ne la terra per tutte le bandelevò grido e tumulto e rumor grande.
6Grifon gagliardo duo ne piglia in quellache ’l ponte si levò per lor sciagura.Sparge de l’uno al campo le cervella;che lo percuote ad una cote dura:prende l’altro nel petto, e l’arrandellain mezzo alla cittá sopra le mura.Scórse per l’ossa ai terrazzani il gelo,quando vider colui venir dal cielo.
7Fur molti che temêr che ’l fier Grifonesopra le mura avesse preso un salto.Non vi sarebbe piú confusione,s’a Damasco il soldan desse l’assalto.Un muover d’arme, un correr di persone,e di talacimanni un gridar d’alto,e di tamburi un suon misto e di trombeil mondo assorda, e ’l ciel par ne ribombe.
8Ma voglio a un’altra volta differirea ricontar ciò che di questo avenne.Del buon re Carlo mi convien seguire,che contra Rodomonte in fretta venne,il qual le genti gli facea morire.Io vi dissi ch’al re compagnia tenneil gran Danese e Namo et Olivieroe Avino e Avolio e Otone e Berlingiero.
9Otto scontri di lance, che da forzadi tali otto guerrier cacciati fôro,sostenne a un tempo la scagliosa scorzadi ch’avea armato il petto il crudo Moro.Come legno si drizza, poi che l’orzalenta il nochier che crescer sente il Coro,cosí presto rizzossi Rodomontedai colpi che gittar doveano un monte.
10Guido, Ranier, Ricardo, Salamone,Ganelon traditor, Turpin fedele,Angioliero, Angiolino, Ughetto, Ivone,Marco e Matteo dal pian di san Michele,e gli otto di che dianzi fei menzione,son tutti intorno al Saracin crudele,Arimanno e Odoardo d’Inghilterra,ch’entrati eran pur dianzi ne la terra.
11Non cosí freme in su lo scoglio alpinodi ben fondata ròcca alta parete,quando il furor di borea o di garbinosvelle dai monti il frassino e l’abete;come freme d’orgoglio il Saracino,di sdegno acceso e di sanguigna sete:e com’a un tempo è il tuono e la saetta,cosí l’ira de l’empio e la vendetta.
12Mena alla testa a quel che gli è piú presso,che gli è il misero Ughetto di Dordona:lo pone in terra insino ai denti fesso,come che l’elmo era di tempra buona.Percosso fu tutto in un tempo anch’essoda molti colpi in tutta la persona;ma non gli fan piú ch’all’incude l’ago:sí duro intorno ha lo scaglioso drago.
13Furo tutti i ripar, fu la cittaded’intorno intorno abandonata tutta;che la gente alla piazza, dove accademaggior bisogno, Carlo avea ridutta.Corre alla piazza da tutte le stradela turba, a chi il fuggir sí poco frutta.La persona del re sí i cori accende,ch’ognun prend’arme, ognuno animo prende.
14Come se dentro a ben rinchiusa gabbiad’antiqua leonessa usata in guerra,perch’averne piacere il popul abbia,talvolta il tauro indomito si serra;i leoncin che veggion per la sabbiacome altiero e mugliando animoso erra,e veder sí gran corna non son usi,stanno da parte timidi e confusi:
15ma se la fiera madre a quel si lancia,e ne l’orecchio attacca il crudel dente,vogliono anch’essi insanguinar la guancia,e vengono in soccorso arditamente;chi morde al tauro il dosso e chi la pancia:cosí contra il pagan fa quella gente.Da tetti e da finestre e piú d’appressosopra gli piove un nembo d’arme e spesso.
16Dei cavallieri e de la fanteriatanta è la calca, ch’a pena vi cape.La turba che vi vien per ogni via,v’abbonda ad or ad or spessa come ape;che quando, disarmata e nuda, siapiú facile a tagliar che torsi o rape,non la potria, legata a monte a monte,in venti giorni spenger Rodomonte.
17Al pagan, che non sa come ne possavenir a capo, omai quel gioco incresce.Poco, per far di mille, o di piú, rossala terra intorno, il populo discresce.Il fiato tuttavia piú se gl’ingrossa,sí che comprende al fin che, se non esceor c’ha vigore e in tutto il corpo è sano,vorrá da tempo uscir, che sará invano.
18Rivolge gli occhi orribili, e pon menteche d’ogn’intorno sta chiusa l’uscita;ma con ruina d’infinita gentel’aprirá tosto, e la fará espedita.Ecco, vibrando la spada tagliente,che vien quel empio, ove il furor lo ’nvita,ad assalire il nuovo stuol britanno,che vi trasse Odoardo et Arimanno.
19Chi ha visto in piazza rompere steccato,a cui la folta turba ondeggi intorno,immansueto tauro accaneggiato,stimulato e percosso tutto ’l giorno;che ’l popul se ne fugge ispaventato,et egli or questo or quel leva sul corno:pensi che tale o piú terribil fosseil crudele African quando si mosse.
20Quindici o venti ne tagliò a traverso,altritanti lasciò del capo tronchi,ciascun d’un colpo sol dritto o riverso;che viti o salci par che poti e tronchi.Tutto di sangue il fier pagano asperso,lasciando capi fessi e bracci monchi,e spalle e gambe et altre membra sparte,ovunque il passo volga, al fin si parte.
21De la piazza si vede in guisa tôrre,che non si può notar ch’abbia paura;ma tuttavolta col pensier discorre,dove sia per uscir via piú sicura.Capita al fin dove la Senna corresotto all’isola, e va fuor de le mura.La gente d’arme e il popul fatto audacelo stringe e incalza, e gir nol lascia in pace.
22Qual per le selve nomade o massilecacciata va la generosa belva,ch’ancor fuggendo mostra il cor gentile,e minacciosa e lenta si rinselva;tal Rodomonte, in nessun atto vile,da strana circondato e fiera selvad’aste e di spade e di volanti dardi,si tira al fiume a passi lunghi e tardi.
23E sí tre volte e piú l’ira il sospinse,ch’essendone giá fuor, vi tornò in mezzo,ove di sangue la spada ritinse,e piú di cento ne levò di mezzo.Ma la ragione al fin la rabbia vinsedi non far sí, ch’a Dio n’andasse il lezzo;e da la ripa, per miglior consiglio,si gittò all’acqua, e uscí di gran periglio.
24Con tutte l’arme andò per mezzo l’acque,come s’intorno avesse tante galle.Africa, in te pare a costui non nacque,ben che d’Anteo ti vanti e d’Anniballe.Poi che fu giunto a proda, gli dispiacque,che si vide restar dopo le spallequella cittá ch’avea trascorsa tutta,e non l’avea tutta arsa né distrutta.
25E sí lo rode la superbia e l’ira,che, per tornarvi un’altra volta, guarda,e di profondo cor geme e sospira,né vuolne uscir, che non la spiani et arda.Ma lungo il fiume, in questa furia, miravenir chi l’odio estingue e l’ira tarda.Chi fosse io vi farò ben tosto udire;ma prima un’altra cosa v’ho da dire.
26Io v’ho da dir de la Discordia altiera,a cui l’angel Michele avea commessoch’a battaglia accendesse e a lite fieraquei che piú forti avea Agramante appresso.Uscí de’ frati la medesma sera,avendo altrui l’ufficio suo commesso:lasciò la Fraude a guerreggiare il loco,fin che tornasse, e a mantenervi il fuoco.
27E le parve ch’andria con piú possanza,se la Superbia ancor seco menasse;e perché stavan tutte in una stanza,non fu bisogno ch’a cercar l’andasse.La Superbia v’andò, ma non che sanzala sua vicaria il monaster lasciasse:per pochi dí che credea starne absente,lasciò l’Ipocrisia locotenente.
28L’implacabil Discordia in compagniade la Superbia si messe in camino,e ritrovò che la medesma viafacea, per gire al campo saracino,l’afflitta e sconsolata Gelosia;e venía seco un nano piccolino,il qual mandava Doralice bellaal re di Sarza a dar di sé novella.
29Quando ella venne a Mandricardo in mano(ch’io v’ho giá raccontato e come e dove),tacitamente avea commesso al nano,che ne portasse a questo re le nuove.Ella sperò che nol saprebbe invano,ma che far si vedria mirabil pruove,per riaverla con crudel vendettada quel ladron che gli l’avea intercetta.
30La Gelosia quel nano avea trovato;e la cagion del suo venir compresa,a caminar se gli era messa allato,parendo d’aver luogo a questa impresa.Alla Discordia ritrovar fu gratola Gelosia; ma piú quando ebbe intesala cagion del venir, che le poteamolto valere in quel che far volea.
31D’inimicar con Rodomonte il figliodel re Agrican le pare aver suggetto:troverá a sdegnar gli altri altro consiglio;a sdegnar questi duo questo è perfetto.Col nano se ne vien dove l’artigliodel fier pagano avea Parigi astretto;e capitaro a punto in su la riva,quando il crudel del fiume a nuoto usciva.
32Tosto che riconobbe Rodomontecostui de la sua donna esser messaggio,estinse ogn’ira, e serenò la fronte,e si sentí brillar dentro il coraggio.Ogn’altra cosa aspetta che gli conte,prima ch’alcuno abbia a lei fatto oltraggio.Va contra il nano, e lieto gli domanda:— Ch’è de la donna nostra? ove ti manda? —
33Rispose il nano: — Né piú tua né miadonna dirò quella ch’è serva altrui.Ieri scontrammo un cavallier per via,che ne la tolse, e la menò con lui. —A quello annunzio entrò la Gelosia,fredda come aspe, et abbracciò costui.Seguita il nano, e narragli in che guisaun sol l’ha presa, e la sua gente uccisa.
34L’acciaio allora la Discordia prese,e la pietra focaia, e picchiò un poco,e l’esca sotto la Superbia stese,e fu attaccato in un momento il fuoco;e sí di questo l’anima s’accesedel Saracin, che non trovava loco:sospira e freme con sí orribil faccia,che gli elementi e tutto il ciel minaccia.
35Come la tigre, poi ch’invan discendenel vòto albergo, e per tutto s’aggira,e i cari figli all’ultimo comprendeessergli tolti, avampa di tant’ira,a tanta rabbia, a tal furor s’estende,che né a monte né a rio né a notte mira;né lunga via, né grandine raffrenal’odio che dietro al predator la mena:
36cosí furendo il Saracin bizzarrosi volge al nano, e dice: — Or lá t’invia; —e non aspetta né destrier né carro,e non fa motto alla sua compagnia.Va con piú fretta che non va il ramarro,quando il ciel arde, a traversar la via.Destrier non ha, ma il primo tor disegna,sia di chi vuol, ch’ad incontrar lo vegna.
37La Discordia ch’udí questo pensiero,guardò, ridendo, la Superbia, e disseche volea gire a trovare un destrieroche gli apportasse altre contese e risse;e far volea sgombrar tutto il sentiero,ch’altro che quello in man non gli venisse:e giá pensato avea dove trovarlo.Ma costei lascio, e torno a dir di Carlo.
38Poi ch’al partir del Saracin si estinseCarlo d’intorno il periglioso fuoco,tutte le genti all’ordine ristrinse.Lascionne parte in qualche debol loco:adosso il resto ai Saracini spinse,per dar lor scacco, e guadagnarsi il giuoco;e gli mandò per ogni porta fuore,da San Germano infin a San Vittore.
39E commandò ch’a porta San Marcello,dov’era gran spianata di campagna,aspettasse l’un l’altro, e in un drappellosi ragunasse tutta la compagna.Quindi animando ognuno a far macellotal, che sempre ricordo ne rimagna,ai lor ordini andar fe’ le bandiere,e di battaglia dar segno alle schiere.
40Il re Agramante in questo mezzo in sella,mal grado dei cristian, rimesso s’era;e con l’inamorato d’Isabellafacea battaglia perigliosa e fiera:col re Sobrin Lurcanio si martella:Rinaldo incontra avea tutta una schiera;e con virtude e con fortuna moltal’urta, l’apre, ruina e mette in volta.
41Essendo la battaglia in questo stato,l’imperatore assalse il retroguardodal canto ove Marsilio avea fermatoil fior di Spagna intorno al suo stendardo.Con fanti in mezzo e cavallieri allato,re Carlo spinse il suo popul gagliardocon tal rumor di timpani e di trombe,che tutto ’l mondo par che ne rimbombe.
42Cominciavan le schiere a ritirarsede’ Saracini, e si sarebbon voltetutte a fuggir, spezzate, rotte e sparse,per mai piú non potere esser raccolte;ma ’l re Grandonio e Falsiron comparse,che stati in maggior briga eran piú volte,e Balugante e Serpentin feroce,e Ferraú che lor dicea a gran voce:
43— Ah (dicea) valentuomini, ah compagni,ah fratelli, tenete il luogo vostro.I nimici faranno opra di ragni,se non manchiamo noi del dover nostro.Guardate l’alto onor, gli ampli guadagniche Fortuna, vincendo, oggi ci ha mostro:guardate la vergogna e il danno estremo,ch’essendo vinti, a patir sempre avremo. —
44Tolto in quel tempo una gran lancia avea,e contra Berlingier venne di botto,che sopra Largaliffa combattea,e l’elmo ne la fronte gli avea rotto:gittollo in terra, e con la spada reaappresso a lui ne fe’ cader forse otto.Per ogni botta almanco, che disserra,cader fa sempre un cavalliero in terra.
45In altra parte ucciso avea Rinaldotanti pagan, ch’io non potrei contarli.Dinanzi a lui non stava ordine saldo:vedreste piazza in tutto ’l campo darli.Non men Zerbin, non men Lurcanio è caldo:per modo fan, ch’ognun sempre ne parli:questo di punta avea Balastro ucciso,e quello a Finadur l’elmo diviso.
46L’esercito d’Alzerbe avea il primiero,che poco inanzi aver solea Tardocco;l’altro tenea sopra le squadre imperodi Zamor e di Saffi e di Marocco.— Non è tra gli Africani un cavallieroche di lancia ferir sappia o di stocco? —mi si potrebbe dir: ma passo passonessun di gloria degno a dietro lasso.
47Del re de la Zumara non si scordail nobil Dardinel figlio d’Almonte,che con la lancia Uberto da Mirforda,Claudio dal Bosco, Elio e Dulfin dal Monte,e con la spada Anseimo da Stanforda,e da Londra Raimondo e Pinamontegetta per terra (et erano pur forti),dui storditi, un piagato, e quattro morti.
48Ma con tutto ’l valor che di sé mostra,non può tener sí ferma la sua gente,sí ferma, ch’aspettar voglia la nostradi numero minor, ma piú valente.Ha piú ragion di spada e piú di giostrae d’ogni cosa a guerra appertinente.Fugge la gente maura, di Zumara,di Setta, di Marocco e di Canara.
49Ma piú degli altri fuggon quei d’Alzerbe,a cui s’oppose il nobil giovinetto;et or con prieghi, or con parole acerberipor lor cerca l’animo nel petto.— S’Almonte meritò ch’in voi si serbedi lui memoria, or ne vedrò l’effetto:io vedrò (dicea lor) se me, suo figlio,lasciar vorrete in cosí gran periglio.
50State, vi priego per mia verde etade,in cui solete aver sí larga speme:deh non vogliate andar per fil di spade,ch’in Africa non torni di noi seme.Per tutto ne saran chiuse le strade,se non andiam raccolti e stretti insieme:troppo alto muro e troppo larga fossaè il monte e il mar, pria che tornar si possa.
51Molto è meglio morir qui, ch’ai supplicidarsi e alla discrezion di questi cani.State saldi, per Dio, fedeli amici;che tutti son gli altri rimedii vani.Non han di noi piú vita gli nimici;piú d’un’alma non han, piú di due mani. —Cosí dicendo, il giovinetto forteal conte d’Otonlei diede la morte.
52Il rimembrare Almonte cosí accesel’esercito african che fuggia prima,che le braccia e le mani in sue difesemeglio, che rivoltar le spalle, estima.Guglielmo da Burnich era uno Inglesemaggior di tutti, e Dardinello il cima,e lo pareggia agli altri; e apresso tagliail capo ad Aramon di Cornovaglia.
53Morto cadea questo Aramone a valle;e v’accorse il fratel per dargli aiuto:ma Dardinel l’aperse per le spallefin giú dove lo stomaco è forcuto.Poi forò il ventre a Bogio da Vergalle,e lo mandò del debito assoluto:avea promesso alla moglier fra seimesi, vivendo, di tornare a lei.
54Vide non lungi Dardinel gagliardovenir Lurcanio, ch’avea in terra messoDorchin, passato ne la gola, e Gardoper mezzo il capo e insin ai denti fesso;e ch’Alteo fuggir volse, ma fu tardo,Alteo ch’amò quanto il suo core istesso;che dietro alla collottola gli miseil fier Lurcanio un colpo che l’uccise.
55Piglia una lancia, e va per far vendetta,dicendo al suo Macon (s’udir lo puote),che se morto Lurcanio in terra getta,ne la moschea ne porrá l’arme vòte.Poi traversando la campagna in fretta,con tanta forza il fianco gli percuote,che tutto il passa sin all’altra banda;et ai suoi, che lo spoglino, commanda.
56Non è da domandarmi, se dolerese ne dovesse Arïodante il frate;se desïasse di sua man poterepor Dardinel fra l’anime dannate:ma nol lascian le genti adito avere,non men de le ’nfedel le battezzate.Vorria pur vendicarsi, e con la spadadi qua di lá spianando va la strada.
57Urta, apre, caccia, atterra, taglia e fendequalunque lo ’mpedisce o gli contrasta.E Dardinel che quel disire intende,a volerlo saziar giá non sovrasta:ma la gran moltitudine contendecon questo ancora, e i suoi disegni guasta.Se’ Mori uccide l’un, l’altro non mancogli Scotti uccide e il campo inglese e ’l franco.
58Fortuna sempremai la via lor tolse,che per tutto quel dí non s’accozzaro.A piú famosa man serbar l’un volse;che l’uomo il suo destin fugge di raro.Ecco Rinaldo a questa strada volse,perch’alla vita d’un non sia riparo:ecco Rinaldo vien: Fortuna il guidaper dargli onor che Dardinello uccida.
59Ma sia per questa volta detto assaidei glorïosi fatti di Ponente.Tempo è ch’io torni ove Grifon lasciai,che tutto d’ira e di disdegno ardentefacea, con piú timor ch’avesse mai,tumultuar la sbigottita gente.Re Norandino a quel rumor corso eracon piú di mille armati in una schiera.
60Re Norandin con la sua corte armata,vedendo tutto ’l populo fuggire,venne alla porta in battaglia ordinata,e quella fece alla sua giunta aprire.Grifone intanto avendo giá cacciatada sé la turba sciocca e senza ardire,la sprezzata armatura in sua difesa(qual la si fosse) avea di nuovo presa;
61e presso a un tempio ben murato e forte,che circondato era d’un’alta fossa,in capo un ponticel si fece forte,perché chiuderlo in mezzo alcun non possa.Ecco, gridando e minacciando forte,fuor de la porta esce una squadra grossa.L’animoso Grifon non muta loco,e fa sembiante che ne tema poco.
62E poi ch’avicinar questo drappellosi vide, andò a trovarlo in su la strada;e molta strage fattane e macello(che menava a due man sempre la spada),ricorso avea allo stretto ponticello,e quindi li tenea non troppo a bada:di nuovo usciva e di nuovo tornava;e sempre orribil segno vi lasciava.
63Quando di dritto e quando di riversogetta or pedoni or cavallieri in terra.Il popul contra lui tutto conversopiú e piú sempre inaspera la guerra.Teme Grifone al fin restar sommerso:sí cresce il mar che ch’ogn’intorno il serra;e ne la spalla e ne la coscia mancaè giá ferito, e pur la lena manca.
64Ma la virtú, ch’ai suoi spesso soccorre,gli fa appo Norandin trovar perdono.Il re, mentre al tumulto in dubbio corre,vede che morti giá tanti ne sono;vede le piaghe che di man d’Ettorrepareano uscite: un testimonio buono,che dianzi esso avea fatto indegnamentevergogna a un cavallier molto eccellente.
65Poi, come gli è piú presso, e vede in frontequel che la gente a morte gli ha condutta,e fattosene avanti orribil monte,e di quel sangue il fosso e l’acqua brutta;gli è aviso di veder proprio sul ponteOrazio sol contra Toscana tutta:e per suo onore, e perché gli ne ’ncrebbe,ritrasse i suoi, né gran fatica v’ebbe.
66Et alzando la man nuda e senz’arme,antico segno di tregua o di pace,disse a Grifon: — Non so, se non chiamarmed’avere il torto, e dir che mi dispiace:ma il mio poco giudicio, e lo instigarmealtrui, cadere in tanto error mi face.Quel che di fare io mi credea al piú vileguerrier del mondo, ho fatto al piú gentile.
67E se bene alla ingiuria et a quell’ontach’oggi fatta ti fu per ignoranza,l’onor che ti fai qui s’adegua e sconta,o (per piú vero dir) supera e avanza;la satisfazïon ci será prontaa tutto mio sapere e mia possanza,quando io conosca di poter far quellaper oro o per cittadi o per castella.
69Chiedimi la metá di questo regno,ch’io son per fartene oggi possessore;che l’alta tua virtú non ti fa degnodi questo sol, ma ch’io ti doni il core:e la tua mano in questo mezzo, pegnodi fé mi dona e di perpetuo amore. —Cosí dicendo, da cavallo scese,e vêr Grifon la destra mano stese.
69Grifon, vedendo il re fatto benignovenirgli per gittar le braccia al collo,lasciò la spada e l’animo maligno,e sotto l’anche et umile abbracciollo.Lo vide il re di due piaghe sanguigno,e tosto fe’ venir chi medicollo;indi portar ne la cittade adagio,e riposar nel suo real palagio.
70Dove, ferito, alquanti giorni, inanteche si potesse armar, fece soggiorno.Ma lascio lui, ch’al suo frate Aquilanteet ad Astolfo in Palestina torno,che di Grifon, poi che lasciò le santemura, cercare han fatto piú d’un giornoin tutti i lochi in Solima devoti,e in molti ancor da la cittá remoti.
71Or né l’uno né l’altro è sí indovino,che di Grifon possa saper che sia:ma venne lor quel Greco peregrino,nel ragionare, a caso a darne spia,dicendo ch’Orrigille avea il caminoverso Antïochia preso di Soria,d’un nuovo drudo, ch’era di quel loco,di subito arsa e d’improviso fuoco.
72Dimandògli Aquilante, se di questocosí notizia avea data a Grifone;e come l’affermò, s’avisò il resto,perché fosse partito, e la cagione.Ch’Orrigille ha seguito è manifestoin Antïochia con intenzïonedi levarla di man del suo rivalecon gran vendetta e memorabil male.
73Non tolerò Aquilante che ’l fratellosolo e senz’esso a quell’impresa andasse;e prese l’arme, e venne dietro a quello:ma prima pregò il duca che tardassel’andata in Francia et al paterno ostello,fin ch’esso d’Antïochia ritornasse.Scende al Zaffo e s’imbarca, che gli paree piú breve e miglior la via del mare.
74Ebbe un ostro-silocco allor possentetanto nel mare, e sí per lui disposto,che la terra del Surro il dí seguentevide e Saffetto, un dopo l’altro tosto.Passa Barutti e il Zibeletto, e senteche da man manca gli è Cipro discosto.A Tortosa da Tripoli, e alla Lizzae al golfo di Laiazzo il camin drizza.
75Quindi a levante fe’ il nocchier la frontedel navilio voltar snello e veloce;et a sorger n’andò sopra l’Oronte,e colse il tempo, e ne pigliò la foce.Gittar fece Aquilante in terra il ponte,e n’uscí armato sul destrier feroce;e contra il fiume il camin dritto tenne,tanto ch’in Antïochia se ne venne.
76Di quel Martano ivi ebbe ad informarse;et udí ch’a Damasco se n’era itocon Orrigille, ove una giostra farsedovea solenne per reale invito.Tanto d’andargli dietro il desir l’arse,certo che ’l suo german l’abbia seguito,che d’Antïochia anco quel dí si tolle;ma giá per mar piú ritornar non volle.
77Verso Lidia e Larissa il camin piega:resta piú sopra Aleppe ricca e piena.Dio, per mostrar ch’ancor di qua non niegamercede al bene, et al contrario pena,Martano appresso a Mamuga una legaad incontrarsi in Aquilante mena.Martano si facea con bella mostraportare inanzi il pregio de la giostra.
78Pensò Aquilante al primo comparire,che ’l vil Martano il suo fratello fosse;che l’ingannaron l’arme, e quel vestirecandido piú che nievi ancor non mosse:e con quell’oh! che d’allegrezza diresi suole, incominciò; ma poi cangiossetosto di faccia e di parlar, ch’appressos’avide meglio, che non era desso.
79Dubitò che per fraude di coleich’era con lui, Grifon gli avesse ucciso;e: — Dimmi (gli gridò) tu ch’esser déiun ladro e un traditor, come n’hai viso,onde hai quest’arme avute? onde ti seisul buon destrier del mio fratello assiso?Dimmi se ’l mio fratello è morto o vivo;come de l’arme e del destrier l’hai privo. —
80Quando Orrigille udí l’irata voce,a dietro il palafren per fuggir volse;ma di lei fu Aquilante piú veloce,e fecela fermar, volse o non volse.Martano al minacciar tanto ferocedel cavallier, che sí improviso il colse,pallido triema, come al vento fronda,né sa quel che si faccia o che risponda.
81Grida Aquilante, e fulminar non resta,e la spada gli pon dritto alla strozza;e giurando minaccia che la testaad Orrigille e a lui rimarrá mozza,se tutto il fatto non gli manifesta.Il mal giunto Martano alquanto ingozza,e tra sé volve se può sminuiresua grave colpa, e poi comincia a dire:
82— Sappi, signor, che mia sorella è questa,nata di buona e virtuosa gente,ben che tenuta in vita disonestal’abbia Grifone obbrobrïosamente:e tale infamia essendomi molesta,né per forza sentendomi possentedi torla a sí grande uom, feci disegnod’averla per astuzia e per ingegno.
83Tenni modo con lei, ch’avea desiredi ritornare a piú lodata vita,ch’essendosi Grifon messo a dormire,chetamente da lui fêsse partita.Cosí fece ella; e perché egli a seguirenon n’abbia, et a turbar la tela ordita,noi lo lasciammo disarmato e a piedi;e qua venuti sián, come tu vedi. —
84Poteasi dar di somma astuzia vanto,che colui facilmente gli credea;e, fuor che ’n torgli arme e destrier e quantotenesse di Grifon, non gli nocea;se non volea pulir sua scusa tanto,che la facesse di menzogna rea:buona era ogn’altra parte, se non quellache la femina a-llui fosse sorella.
85Avea Aquilante in Antïochia intesoessergli concubina, da piú genti;onde gridando, di furore acceso:— Falsissimo ladron, tu te ne menti! —un pugno gli tirò di tanto peso,che ne la gola gli cacciò duo denti:e senza piú contesa, ambe le bracciagli volge dietro, e d’una fune allaccia;
86e parimente fece ad Orrigille,ben che in sua scusa ella dicesse assai.Quindi li trasse per casali e ville,né li lasciò fin a Damasco mai;e de le miglia mille volte milletratti gli avrebbe con pene e con guai,fin ch’avesse trovato il suo fratello,per farne poi come piacesse a quello.
87Fece Aquilante lor scudieri e someseco tornare, et in Damasco venne,e trovò di Grifon celebre il nomeper tutta la cittá batter le penne:piccoli e grandi, ognun sapea giá comeegli era, che sí ben corse l’antenne,et a cui tolto fu con falsa mostradal compagno la gloria de la giostra.
88Il popul tutto al vil Martano infesto,l’uno all’altro additandolo, lo scuopre.— Non è (dicean), non è il ribaldo questo,che si fa laude con l’altrui buone opre?e la virtú di chi non è ben desto,con la sua infamia e col suo obbrobrio copre?Non è l’ingrata femina costei,la qual tradisce i buoni e aiuta i rei? —
89Altri dicean: — Come stan bene insiemesegnati ambi d’un marchio e d’una razza! —Chi li bestemmia, chi lor dietro freme,chi grida: — Impicca, abrucia, squarta, amazza! —La turba per veder s’urta, si preme,e corre inanzi alle strade, alla piazza.Venne la nuova al re, che mostrò segnod’averla cara piú ch’un altro regno.
90Senza molti scudier dietro o davante,come si ritrovò, si mosse in fretta,e venne ad incontrarsi in Aquilante,ch’avea del suo Grifon fatto vendetta:e quello onora con gentil sembiante,seco lo ’nvita, e seco lo ricetta;di suo consenso avendo fatto porrei duo prigioni in fondo d’una torre.
91Andaro insieme ove del letto mossoGrifon non s’era, poi che fu ferito,che vedendo il fratel, divenne rosso;che ben stimò ch’avea il suo caso udito.E poi che motteggiando un poco adossogli andò Aquilante, messero a partitodi dare a quelli duo iusto martoro,venuti in man degli avversari loro.
92Vuole Aquilante, vuole il re che millestrazii ne sieno fatti; ma Grifone(perché non osa dir sol d’Orrigille)all’uno e all’altro vuol che si perdone.Disse assai cose, e molto ben ordille;fugli risposto; or per conclusioneMartano è disegnato in mano al boia,ch’abbia a scoparlo, e non però che moia.
93Legar lo fanno, e non tra’ fiori e l’erba,e per tutto scopar l’altra matina.Orrigille captiva si riserbafin che ritorni la bella Lucina,al cui saggio parere, o lieve o acerba,rimetton quei signor la disciplina.Quivi stette Aquilante a ricrearsifin che ’l fratel fu sano e poté armarsi.
94Re Norandin, che temperato e saggiodivenuto era dopo un tanto errore,non potea non aver sempre il coraggiodi penitenzia pieno e di dolore,d’aver fatto a colui danno et oltraggio,che degno di mercede era e d’onore:sí che dí e notte avea il pensiero intentoper farlo rimaner di sé contento.
95E statuí nel publico conspettode la cittá, di tanta ingiuria rea,con quella maggior gloria ch’a perfettocavallier per un re dar si potea,di rendergli quel premio ch’intercettocon tanto inganno il traditor gli avea:e perciò fe’ bandir per quel paese,che faria un’altra giostra indi ad un mese.
96Di ch’apparecchio fa tanto solenne,quanto a pompa real possibil sia:onde la Fama con veloci penneportò la nuova per tutta Soria;et in Fenicia e in Palestina venne,e tanto, ch’ad Astolfo ne diè spia,il qual col viceré deliberosseche quella giostra senza lor non fosse.
97Per guerrier valoroso e di gran nomela vera istoria Sansonetto vanta.Gli diè battesmo Orlando, e Carlo (comev’ho detto) a governar la Terra Santa.Astolfo con costui levò le some,per ritrovarsi ove la Fama canta,sí che d’intorno n’ha piena ogni orecchia,ch’in Damasco la giostra s’apparecchia.
98Or cavalcando per quelle contradecon non lunghi vïaggi, agiati e lenti,per ritrovarsi freschi alla cittadepoi di Damasco il dí de’ torniamenti,scontraro in una croce di due stradepersona ch’al vestire e a’ movimentiavea sembianza d’uomo, e femin’ era,ne le battaglie a maraviglia fiera.
99La vergine Marfisa si nomava,di tal valor, che con la spada in manofece piú volte al gran signor di Bravasudar la fronte e a quel di Montalbano;e ’l dí e la notte armata sempre andavadi qua di lá cercando in monte e in pianocon cavallieri erranti riscontrarsi,et immortale e glorïosa farsi.
100Com’ella vide Astolfo e Sansonetto,ch’appresso le venian con l’arme indosso,prodi guerrier le parvero all’aspetto;ch’erano ambeduo grandi e di buono osso:e perché di provarsi avria diletto,per isfidarli avea il destrier giá mosso;quando, affissando l’occhio piú vicino,conosciuto ebbe il duca paladino.
101De la piacevolezza le sovennedel cavallier, quando al Catai seco era:e lo chiamò per nome, e non si tennela man nel guanto, e alzossi la visiera;e con gran festa ad abbracciarlo venne,come che sopra ogn’altra fosse altiera.Non men da l’altra parte riverentefu il paladino alla donna eccellente.
102Tra lor si domandaron di lor via:e poi ch’Astolfo, che prima rispose,narrò come a Damasco se ne gía,dove le genti in arme valoroseavea invitato il re de la Soriaa dimostrar lor opre virtuose;Marfisa, sempre a far gran pruove accesa,— Voglio esser con voi (disse) a questa impresa. —
103Sommamente ebbe Astolfo grata questacompagna d’arme, e cosí Sansonetto.Furo a Damasco il dí inanzi la festa,e di fuora nel borgo ebbon ricetto:e sin all’ora che dal sonno destal’Aurora il vecchiarel giá suo diletto,quivi si riposâr con maggior agio,che se smontati fossero al palagio.
104E poi che ’l nuovo sol lucido e chiaroper tutto sparsi ebbe i fulgenti raggi,la bella donna e i duo guerrier s’armaro,mandato avendo alla cittá messaggi;che, come tempo fu, lor rapportaroche per veder spezzar frassini e faggire Norandino era venuto al lococh’avea constituito al fiero gioco.
105Senza piú indugio alla cittá ne vanno,e per la via maestra alla gran piazza,dove aspettando il real segno stannoquinci e quindi i guerrier di buona razza.I premii che quel giorno si darannoa chi vince, è uno stocco et una mazzaguerniti riccamente, e un destrier, qualesia convenevol dono a un signor tale.
106Avendo Norandin fermo nel coreche, come il primo pregio, il secondo anco,e d’ambedue le giostre il sommo onoresi debba guadagnar Grifone il bianco;per dargli tutto quel ch’uom di valoredovrebbe aver, né debbe far con manco,posto con l’arme in questo ultimo pregioha stocco e mazza e destrier molto egregio.
107L’arme che ne la giostra fatta dianzisi doveano a Grifon che ’l tutto vinse,e che usurpate avea con tristi avanziMartano che Grifone esser si finse,quivi si fece il re pendere inanzi,e il ben guernito stocco a quelle cinse,e la mazza all’arcion del destrier messe,perché Grifon l’un pregio e l’altro avesse.
108Ma che sua intenzione avesse effettovietò quella magnanima guerriera,che con Astolfo e col buon Sansonettoin piazza nuovamente venuta era.Costei, vedendo l’arme ch’io v’ho detto,subito n’ebbe conoscenza vera:però che giá sue furo, e l’ebbe carequanto si suol le cose ottime e rare;
109ben che l’avea lasciate in su la stradaa quella volta che le fur d’impaccio,quando per rïaver sua buona spadacorrea dietro a Brunel degno di laccio.Questa istoria non credo che m’accadaaltrimenti narrar; però la taccio.Da me vi basti intendere a che guisaquivi trovasse l’arme sue Marfisa.
110Intenderete ancor, che come l’ebbericonosciute a manifeste note,per altro che sia al mondo, non le avrebbelasciate un dí di sua persona vòte.Se piú tenere un modo o un altro debbeper racquistarle, ella pensar non puote:ma se gli accosta a un tratto, e la man stende,e senz’altro rispetto se le prende;
111e per la fretta ch’ella n’ebbe, avennech’altre ne prese, altre mandonne in terra.Il re, che troppo offeso se ne tenne,con uno sguardo sol le mosse guerra;che ’l popul, che l’ingiuria non sostenne,per vendicarlo e lance e spade afferra,non rammentando ciò ch’i giorni inantinocque il dar noia ai cavallieri erranti.
112Né fra vermigli fiori, azzurri e giallivago fanciullo alla stagion novella,né mai si ritrovò fra suoni e ballipiú volentieri ornata donna e bella;che fra strepito d’arme e di cavalli,e fra punte di lance e di quadrella,dove si sparga sangue e si dia morte,costei si truovi, oltre ogni creder forte.
113Spinge il cavallo, e ne la turba scioccacon l’asta bassa impetuosa fere;e chi nel collo e chi nel petto imbrocca,e fa con l’urto or questo or quel cadere:poi con la spada uno et un altro tocca,e fa qual senza capo rimanere,e qual con rotto, e qual passato al fianco,e qual del braccio privo o destro o manco.
114L’ardito Astolfo e il forte Sansonetto,ch’avean con lei vestita e piastra e maglia,ben che non venner giá per tale effetto,pur, vedendo attaccata la battaglia,abbassan la visiera de l’elmetto,e poi la lancia per quella canaglia;et indi van con la tagliente spadadi qua di lá facendosi far strada.
115I cavallieri di nazion diverse,ch’erano per giostrar quivi ridutti,vedendo l’arme in tal furor converse,e gli aspettati giuochi in gravi lutti(che la cagion ch’avesse di dolersela plebe irata non sapeano tutti,né ch’al re tanta ingiuria fosse fatta),stavan con dubbia mente e stupefatta.
116Di ch’altri a favorir la turba venne,che tardi poi non se ne fu a pentire;altri, a cui la cittá piú non attenneche gli stranieri, accorse a dipartire;altri, piú saggio, in man la briglia tenne,mirando dove questo avesse a uscire.Di quelli fu Grifone et Aquilante,che per vendicar l’arme andaro inante.
117Essi, vedendo il re che di venenoavea le luci inebriate e rosse,et essendo da molti instrutti a pienode la cagion che la discordia mosse,e parendo a Grifon che sua, non menoche del re Norandin, l’ingiuria fosse;s’avean le lance fatte dar con fretta,e venian fulminando alla vendetta.
118Astolfo d’altra parte Rabicanovenía spronando a tutti gli altri inante,con l’incantata lancia d’oro in mano,ch’al fiero scontro abbatte ogni giostrante.Ferí con essa e lasciò steso al pianoprima Grifone, e poi trovò Aquilante;e de lo scudo toccò l’orlo a pena,che lo gittò riverso in su l’arena.
119I cavallier di pregio e di gran pruovavotan le selle inanzi a Sansonetto.L’uscita de la piazza il popul truova:il re n’arrabbia d’ira e di dispetto.Con la prima corazza e con la nuovaMarfisa intanto, e l’uno e l’altro elmetto,poi che si vide a tutti dare il tergo,vincitrice venía verso l’albergo.
120Astolfo e Sansonetto non fur lentia seguitarla, e seco a ritornarsiverso la porta (che tutte le gentigli davan loco), et al rastrel fermârsi.Aquilante e Grifon, troppo dolentidi vedersi a uno incontro riversarsi,tenean per gran vergogna il capo chino,né ardian venire inanzi a Norandino.
121Presi e montati c’hanno i lor cavalli,spronano dietro agli nimici in fretta.Li segue il re con molti suoi vasalli,tutti pronti o alla morte o alla vendetta.La sciocca turba grida: — Dalli dalli! —e sta lontana, e le novelle aspetta.Grifone arriva ove volgean la frontei tre compagni, et avean preso il ponte.
122A prima giunta Astolfo raffigura,ch’avea quelle medesime divise,avea il cavallo, avea quella armaturach’ebbe dal dí ch’Orril fatale uccise.Né miratol, né posto gli avea cura,quando in piazza a giostrar seco si mise:quivi il conobbe e salutollo; e poigli domandò de li compagni suoi;
123e perché tratto avean quell’arme a terra,portando al re sí poca riverenza.Di suoi compagni il duca d’Inghilterradiede a Grifon non falsa conoscenza:de l’arme ch’attaccate avean la guerra,disse che non n’avea troppa scïenza;ma perché con Marfisa era venuto,dar le volea con Sansonetto aiuto.
124Quivi con Grifon stando il paladino,viene Aquilante, e lo conosce tostoche parlar col fratel l’ode vicino,e il voler cangia, ch’era mal disposto.Giungean molti di quei di Norandino,ma troppo non ardian venire accosto;e tanto piú, vedendo i parlamenti,stavano cheti, e per udire intenti.
125Alcun ch’intende quivi esser Marfisa,che tiene al mondo il vanto in esser forte,volta il cavallo, e Norandino avisache s’oggi non vuol perder la sua corte,proveggia, prima che sia tutta uccisa,di man trarla a Tesifone e alla Morte;perché Marfisa veramente è stata,che l’armatura in piazza gli ha levata.
126Come re Norandino ode quel nomecosí temuto per tutto Levante,che facea a molti anco arricciar le chiome,ben che spesso da lor fosse distante,è certo che ne debbia venir comedice quel suo, se non provede inante;però gli suoi, che giá mutata l’irahanno in timore, a sé richiama e tira.
127Da l’altra parte i figli d’Olivierocon Sansonetto e col figliuol d’Otone,supplicando a Marfisa, tanto fêro,che si diè fine alla crudel tenzone.Marfisa, giunta al re, con viso altierodisse: — Io non so, signor, con che ragionevogli quest’arme dar, che tue non sono,al vincitor de le tue giostre in dono.
128Mie sono l’arme, e ’n mezzo de la viache vien d’Armenia, un giorno le lasciai,perché seguire a piè mi conveniaun rubator che m’avea offesa assai:e la mia insegna testimon ne fia,che qui si vede, se notizia n’hai. —E la mostrò ne la corazza impressa,ch’era in tre parti una corona fessa.
129— Gli è ver (rispose il re) che mi fur date,son pochi dí, da un mercatante armeno;e se voi me l’avesse domandate,l’avreste avute, o vostre o no che sièno;ch’avenga ch’a Grifon giá l’ho donate,ho tanta fede in lui, che nondimeno,acciò a voi darle avessi anche potuto,volentieri il mio don m’avria renduto.
130Non bisogna allegar, per farmi fedeche vostre sien, che tengan vostra insegna:basti il dirmelo voi; che vi si credepiú ch’a qual altro testimonio vegna.Che vostre sian vostr’arme si conciedealla virtú di maggior premio degna.Or ve l’abbiate, e piú non si contenda;e Grifon maggior premio da me prenda. —
131Grifon che poco a cor avea quell’arme,ma gran disio che ’l re si satisfaccia,gli disse: — Assai potete compensarme,se mi fate saper ch’io vi compiaccia. —Tra sé disse Marfisa: — Esser qui parmel’onor mio in tutto: — e con benigna facciavolle a Grifon de l’arme esser cortese;e finalmente in don da lui le prese.
132Ne la cittá con pace e con amoretornaro, ove le feste raddoppiarsi.Poi la giostra si fe’, di che l’onoree ’l pregio Sansonetto fece darsi;ch’Astolfo e i duo fratelli e la miglioredi lor, Marfisa, non volson provarsi,cercando, com’amici e buon compagni,che Sansonetto il pregio ne guadagni.
133Stati che sono in gran piacere e in festacon Norandino otto giornate o diece,perché l’amor di Francia gli molesta,che lasciar senza lor tanto non lece,tolgon licenzia; e Marfisa, che questavia disïava, compagnia lor fece.Marfisa avuto avea lungo disireal paragon dei paladin venire;
134e far esperïenzia se l’effettosi pareggiava a tanta nominanza.Lascia un altro in suo loco Sansonetto,che di Ierusalem regga la stanza.Or questi cinque in un drappello eletto,che pochi pari al mondo han di possanza,licenziati dal re Norandino,vanno a Tripoli e al mar che v’è vicino.
135E quivi una caracca ritrovaro,che per Ponente mercantie raguna.Per loro e pei cavalli s’accordarocon un vecchio patron ch’era da Luna.Mostrava d’ogn’intorno il tempo chiaro,ch’avrian per molti dí buona fortuna.Sciolser dal lito, avendo aria serena,e di buon vento ogni lor vela piena.
136L’isola sacra all’amorosa deadiede lor sotto un’aria il primo porto,che non ch’a offender gli uomini sia rea,ma stempra il ferro, e quivi è ’l viver corto.Cagion n’è un stagno: e certo non doveaNatura a Famagosta far quel tortod’appressarvi Costanza acre e maligna,quando al resto di Cipro è sí benigna.
137Il grave odor che la palude esalanon lascia al legno far troppo soggiorno.Quindi a un greco-levante spiegò ogni ala,volando da man destra a Cipro intorno,e surse a Pafo, e pose in terra scala;e i naviganti uscîr nel lito adorno,chi per merce levar, chi per vederela terra d’amor piena e di piacere.
138Dal mar sei miglia o sette, a poco a pocosi va salendo inverso il colle ameno.Mirti e cedri e naranci e lauri il loco,e mille altri soavi arbori han pieno.Serpillo e persa e rose e gigli e crocospargon da l’odorifero terrenotanta sua vita, ch’in mar sentirela fa ogni vento che da terra spire.
139Da limpida fontana tutta quellapiaggia rigando va un ruscel fecondo.Ben si può dir che sia di Vener bellail luogo dilettevole e giocondo;che v’è ogni donna affatto, ogni donzellapiacevol piú ch’altrove sia nel mondo:e fa la dea che tutte ardon d’amore,giovani e vecchie, infino all’ultime ore.
140Quivi odono il medesimo ch’uditodi Lucina e de l’Orco hanno in Soria,e come di tornare ella a maritofacea nuovo apparecchio in Nicosia.Quindi il padrone (essendosi espedito,e spirando buon vento alla sua via)l’ancore sarpa, e fa girar la prodaverso ponente, et ogni vela snoda.
141Al vento di maestro alzò la navele vele all’orza, et allargossi in alto.Un ponente-libecchio, che soaveparve a principio e fin che ’l sol stette alto,e poi si fe’ verso la sera grave,le leva incontra il mar con fiero assalto,con tanti tuoni e tanto ardor di lampi,che par che ’l ciel si spezzi e tutto avampi.
142Stendon le nubi un tenebroso veloche né sole apparir lascia né stella.Di sotto il mar, di sopra mugge il cielo,il vento d’ogn’intorno, e la procellache di pioggia oscurissima e di geloi naviganti miseri flagella:e la notte piú sempre si diffondesopra l’irate e formidabil onde.
143I naviganti a dimostrare effettovanno de l’arte in che lodati sono:chi discorre fischiando col fraschetto,e quanto han gli altri a far, mostra col suono;chi l’ancore apparechia da rispetto,e chi al mainare e chi alla scotta è buono;chi ’l timone, chi l’arbore assicura,chi la coperta di sgombrare ha cura.
144Crebbe il tempo crudel tutta la notte,caliginosa e piú scura ch’inferno.Tien per l’alto il padrone, ove men rottecrede l’onde trovar, dritto il governo;e volta ad or ad or contra le bottedel mar la proda, e de l’orribil verno,non senza speme mai che, come aggiorni,cessi fortuna, o piú placabil torni.
145Non cessa e non si placa, e piú furoremostra nel giorno, se pur giorno è questo,che si conosce al numerar de l’ore,non che per lume giá sia manifesto.Or con minor speranza e piú timoresi dá in poter del vento il padron mesto:volta la poppa all’onde, e il mar crudelescorrendo se ne va con umil vele.
146Mentre Fortuna in mar questi travaglia,non lascia anco posar quegli altri in terra,che sono in Francia, ove s’uccide e tagliacoi Saracini il popul d’Inghilterra.Quivi Rinaldo assale, apre e sbaragliale schiere avverse, e le bandiere atterra.Dissi di lui, che ’l suo destrier Baiardomosso avea contra a Dardinel gagliardo.
147Vide Rinaldo il segno del quartiero,di che superbo era il figliuol d’Almonte;e lo stimò gagliardo e buon guerriero,che concorrer d’insegna ardia col conte.Venne piú appresso, e gli parea piú vero;ch’avea d’intorno uomini uccisi a monte.— Meglio è (gridò) che prima io svella e spengaquesto mal germe, che maggior divenga. —
148Dovunque il viso drizza il paladino,levasi ognuno, e gli dá larga strada;né men sgombra il fedel, che ’l Saracino,sí reverita è la famosa spada.Rinaldo, fuor che Dardinel meschino,non vede alcuno, e lui seguir non bada.Grida: — Fanciullo, gran briga ti diedechi ti lasciò di questo scudo erede.
149Vengo a te per provar, se tu m’attendi,come ben guardi il quartier rosso e bianco;che s’ora contra me non lo difendi,difender contra Orlando il potrai manco. —Rispose Dardinello: — Or chiaro apprendiche s’io lo porto, il so difender anco;e guadagnar piú onor, che briga, possodel paterno quartier candido e rosso.
150Perché fanciullo io sia, non creder farmeperò fuggire, o che ’l quartier ti dia:la vita mi torrai, se mi toi l’arme;ma spero in Dio ch’anzi il contrario fia.Sia quel che vuol, non potrá alcun biasmarmeche mai traligni alla progenie mia. —Cosí dicendo, con la spada in manoassalse il cavallier da Montalbano.
151Un timor freddo tutto ’l sangue oppresse,che gli Africani aveano intorno al core,come vider Rinaldo che si messecon tanta rabbia incontra a quel signore,con quanta andria un leon ch’al prato avessevisto un torel ch’ancor non senta amore.Il primo che ferí, fu ’l Saracino;ma picchiò invan su l’elmo di Mambrino.
152Rise Rinaldo, e disse: — Io vo’ tu senta,s’io so meglio di te trovar la vena. —Sprona, e a un tempo al destrier la briglia allenta,e d’una punta con tal forza mena,d’una punta ch’al petto gli appresenta,che gli la fa apparir dietro alla schena.Quella trasse, al tornar, l’alma col sangue:di sella il corpo uscí freddo et esangue.
153Come purpureo fior languendo muore,che ’l vomere al passar tagliato lassa;o come carco di superchio umoreil papaver ne l’orto il capo abbassa:cosí, giú de la faccia ogni colorecadendo, Dardinel di vita passa;passa di vita, e fa passar con luil’ardire e la virtú de tutti i sui.
154Qual soglion l’acque per umano ingegnostare ingorgate alcuna volta e chiuse,che quando lor vien poi rotto il sostegno,cascano, e van con gran rumor difuse;tal gli African, ch’avean qualche ritegnomentre virtú lor Dardinello infuse,ne vanno or sparti in questa parte e in quella,che l’han veduto uscir morto di sella.
155Chi vuol fuggir, Rinaldo fuggir lassa,et attende a cacciar chi vuol star saldo.Si cade ovunque Arïodante passa,che molto va quel dí presso a Rinaldo.Altri Lionetto, altri Zerbin fracassa,a gara ognuno a far gran prove caldo.Carlo fa il suo dover, lo fa Oliviero,Turpino e Guido e Salamone e Ugiero.
156I Mori fur quel giorno in gran periglioche ’n Pagania non ne tornasse testa;ma ’l saggio re di Spagna dá di piglio,e se ne va con quel che in man gli resta.Restar in danno tien miglior consiglio,che tutti i denar perdere e la vesta:meglio è ritrarsi e salvar qualche schiera,che, stando, esser cagion che ’l tutto pèra.
157Verso gli alloggiamenti i segni invia,ch’eron serrati d’argine e di fossa,con Stordilan, col re d’Andologia,col Portughese in una squadra grossa.Manda a pregar il re di Barbaria,che si cerchi ritrar meglio che possa;e se quel giorno la persona e ’l locopotrá salvar, non avrá fatto poco.
109Quel re che si tenea spacciato al tutto,né mai credea piú riveder Biserta,che con viso sí orribile e sí bruttounquanco non avea Fortuna esperta,s’allegrò che Marsilio avea riduttoparte del campo in sicurezza certa:et a ritrarsi cominciò, e a dar voltaalle bandiere, e fe’ sonar raccolta.
159Ma la piú parte de la gente rottané tromba né tambur né segno ascolta:tanta fu la viltá, tanta la dotta,ch’in Senna se ne vide affogar molta.Il re Agramante vuol ridur la frotta:seco ha Sobrino, e van scorrendo in volta;e con lor s’affatica ogni buon duca,che nei ripari il campo si riduca.
160Ma né il re, né Sobrin, né duca alcunocon prieghi, con minaccie, con affannoritrar può il terzo, non ch’io dica ognuno,dove l’insegne mal seguite vanno.Morti o fuggiti ne son dua, per unoche ne rimane, e quel non senza danno:ferito è chi di dietro e chi davanti;ma travagliati e lassi tutti quanti.
161E con gran tema fin dentro alle portedei forti allogiamenti ebbon la caccia:et era lor quel luogo anco mal forte,con ogni proveder che vi si faccia(che ben pigliar nel crin la buona sorteCarlo sapea, quando volgea la faccia),se non venía la notte tenebrosa,che staccò il fatto, et acquetò ogni cosa;
162dal Creator accelerata forse,che de la sua fattura ebbe pietade.Ondeggiò il sangue per campagna, e corsecome un gran fiume, e dilagò le strade.Ottantamila corpi numerorse,che fur quel dí messi per fil di spade.Villani e lupi uscîr poi de le grottea dispogliargli e a devorar la notte.
163Carlo non torna piú dentro alla terra,ma contra gli nimici fuor s’accampa,et in assedio le lor tende serra,et alti e spessi fuochi intorno avampa.Il pagan si provede, e cava terra,fossi e ripari e bastïoni stampa;va rivedendo, e tien le guardie deste,né tutta notte mai l’arme si sveste.
164Tutta la notte per gli alloggiamentidei malsicuri Saracini oppressisi versan pianti, gemiti e lamenti,ma quanto piú si può, cheti e soppressi.Altri, perché gli amici hanno e i parentilasciati morti, et altri per se stessi,che son feriti, e con disagio stanno:ma piú è la tema del futuro danno.
165Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro,d’oscura stirpe nati in Tolomitta;de’ quai l’istoria, per esempio rarodi vero amore, è degna esser descritta.Cloridano e Medor si nominaro,ch’alla fortuna prospera e alla afflittaaveano sempre amato Dardinello,et or passato in Francia il mar con quello.
166Cloridan, cacciator tutta sua vita,di robusta persona era et isnella:Medoro avea la guancia coloritae bianca e grata ne la etá novella;e fra la gente a quella impresa uscitanon era faccia piú gioconda e bella:occhi avea neri, e chioma crespa d’oro:angel parea di quei del sommo coro.
167Erano questi duo sopra i riparicon molti altri a guardar gli alloggiamenti,quando la Notte fra distanzie parimirava il ciel con gli occhi sonnolenti.Medoro quivi in tutti i suoi parlarinon può far che ’l signor suo non rammenti,Dardinello d’Almonte, e che non piagnache resti senza onor ne la campagna.
168Volto al compagno, disse: — O Cloridano,io non ti posso dir quanto m’increscadel mio signor, che sia rimaso al piano,per lupi e corbi, ohimè! troppo degna esca.Pensando come sempre mi fu umano,mi par che quando ancor questa anima escain onor di sua fama, io non compensiné sciolga verso lui gli oblighi immensi.
169Io voglio andar, perché non stia insepultoin mezzo alla campagna, a ritrovarlo:e forse Dio vorrá ch’io vada occultolá dove tace il campo del re Carlo.Tu rimarrai; che quando in ciel sia scultoch’io vi debba morir, potrai narrarlo:che se Fortuna vieta sí bell’opra,per fama almeno il mio buon cor si scuopra. —
170Stupisce Cloridan, che tanto core,tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo:e cerca assai, perché gli porta amore,di fargli quel pensiero irrito e nullo;ma non gli val, perch’un sí gran dolorenon riceve conforto né trastullo.Medoro era disposto o di morire,o ne la tomba il suo signor coprire.
171Veduto che nol piega e che nol muove,Cloridan gli risponde: — E verrò anch’io,anch’io vuo’ pormi a sí lodevol pruove,anch’io famosa morte amo e disio.Qual cosa sará mai che piú mi giove,s’io resto senza te, Medoro mio?Morir teco con l’arme è meglio molto,che poi di duol, s’avvien che mi sii tolto. —
172Cosí disposti, messero in quel locole successive guardie, e se ne vanno.Lascian fosse e steccati, e dopo pocotra’ nostri son, che senza cura stanno.Il campo dorme, e tutto è spento il fuoco,perché dei Saracin poca tema hanno.Tra l’arme e’ carrïaggi stan roversi,nel vin, nel sonno insino agli occhi immersi.
173Fermossi alquanto Cloridano, e disse:— Non son mai da lasciar l’occasïoni.Di questo stuol che ’l mio signor trafisse,non debbo far, Medoro, occisïoni?Tu, perché sopra alcun non ci venisse,gli occhi e l’orecchi in ogni parte poni;ch’io m’offerisco farti con la spadatra gli nimici spazïosa strada. —
174Cosí disse egli, e tosto il parlar tenne,et entrò dove il dotto Alfeo dormia,che l’anno inanzi in corte a Carlo venne,medico e mago e pien d’astrologia:ma poco a questa volta gli sovenne;anzi gli disse in tutto la bugia.Predetto egli s’avea, che d’anni pienodovea morire alla sua moglie in seno:
175et or gli ha messo il cauto Saracinola punta de la spada ne la gola.Quattro altri uccide appresso all’indovino,che non han tempo a dire una parola:menzion dei nomi lor non fa Turpino,e ’l lungo andar le lor notizie invola:dopo essi Palidon da Moncalieri,che sicuro dormia fra duo destrieri.
176Poi se ne vien dove col capo giaceappoggiato al barile il miser Grillo:avealo vòto, e avea creduto in pacegodersi un sonno placido e tranquillo.Troncògli il capo il Saracino audace:esce col sangue il vin per uno spillo,di che n’ha in corpo piú d’una bigoncia;e di ber sogna, e Cloridan lo sconcia.
177E presso a Grillo, un Greco et un Tedescospenge in dui colpi, Andropono e Conrado,che de la notte avean goduto al frescogran parte, or con la tazza, ora col dado:felici, se vegghiar sapeano a descofin che de l’Indo il sol passassi il guado.Ma non potria negli uomini il destino,se del futuro ognun fosse indovino.
178Come impasto leone in stalla piena,che lunga fame abbia smacrato e asciutto,uccide, scanna, mangia, a strazio menal’infermo gregge in sua balía condutto;cosí il crudel pagan nel sonno svenala nostra gente, e fa macel per tutto.La spada di Medoro anco non ebe;ma si sdegna ferir l’ignobil plebe.
179Venuto era ove il duca di Labrettocon una dama sua dormia abbracciato;e l’un con l’altro si tenea sí stretto,che non saria tra lor l’aere entrato.Medoro ad ambi taglia il capo netto.Oh felice morire! oh dolce fato!che come erano i corpi, ho cosí fedech’andâr l’alme abbracciate alla lor sede.
180Malindo uccise e Ardalico il fratello,che del conte di Fiandra erano figli;e l’uno e l’altro cavallier novellofatto avea Carlo, e aggiunto all’arme i gigli,perché il giorno amendui d’ostil macellocon gli stocchi tornar vide vermigli:e terre in Frisa avea promesso loro,e date avria; ma lo vietò Medoro.
181Gl’insidïosi ferri eran viciniai padiglioni che tiraro in voltaal padiglion di Carlo i paladini,facendo ognun la guardia la sua volta;quando da l’empia strage i Saracinitrasson le spade, e diero a tempo volta;ch’impossibil lor par, tra sí gran torma,che non s’abbia a trovar un che non dorma.
182E ben che possan gir di preda carchi,salvin pur sé, che fanno assai guadagno.Ove piú creda aver sicuri i varchiva Cloridano, e dietro ha il suo compagno.Vengon nel campo, ove fra spade et archie scudi e lance in un vermiglio stagnogiaccion poveri e ricchi, e re e vassalli,e sozzopra con gli uomini i cavalli.
183Quivi dei corpi l’orrida mistura,che piena avea la gran campagna intorno,potea far vaneggiar la fedel curadei duo compagni insino al far del giorno,se non traea fuor d’una nube oscura,a’ prieghi di Medor, la Luna il corno.Medoro in ciel divotamente fisseverso la Luna gli occhi, e cosí disse:
184— O santa dea, che dagli antiqui nostridebitamente sei detta triforme;ch’in cielo, in terra e ne l’inferno mostril’alta bellezza tua sotto piú forme,e ne le selve, di fere e di mostrivai cacciatrice seguitando l’orme;mostrami ove ’l mio re giaccia fra tanti,che vivendo imitò tuoi studi santi. —
185La Luna a quel pregar la nube aperse(o fosse caso o pur la tanta fede),bella come fu allor ch’ella s’offerse,e nuda in braccio a Endimïon si diede.Con Parigi a quel lume si scopersel’un campo e l’altro; e ’l monte e ’l pian si vede:si videro i duo colli di lontano,Martire a destra, e Leri all’altra mano.
186Rifulse lo splendor molto piú chiaroove d’Almonte giacea morto il figlio.Medoro andò, piangendo, al signor caro;che conobbe il quartier bianco e vermiglio:e tutto ’l viso gli bagnò d’amaropianto, che n’avea un rio sotto ogni ciglio,in sí dolci atti, in sí dolci lamenti,che potea ad ascoltar fermare i venti.
187Ma con sommessa voce e a pena udita;non che riguardi a non si far sentire,perch’abbia alcun pensier de la sua vita,piú tosto l’odia, e ne vorrebbe uscire:ma per timor che non gli sia impedital’opera pia che quivi il fe’ venire.Fu il morto re sugli omeri sospesodi tramendui, tra lor partendo il peso.
188Vanno affrettando i passi quanto ponno,sotto l’amata soma che gl’ingombra.E giá venía chi de la luce è donnole stelle a tor del ciel, di terra l’ombra;quando Zerbino, a cui del petto il sonnol’alta virtude, ove è bisogno, sgombra,cacciato avendo tutta notte i Mori,al campo si traca nei primi albori.
189E seco alquanti cavallieri avea,che videro da lunge i dui compagni.Ciascuno a quella parte si traea,sperandovi trovar prede e guadagni.— Frate, bisogna (Cloridan dicea)gittar la soma, e dare opra ai calcagni;che sarebbe pensier non troppo accorto,perder duo vivi per salvar un morto. —
190E gittò il carco, perché si pensavache ’l suo Medoro il simil far dovesse:ma quel meschin, che ’l suo signor piú amava,sopra le spalle sue tutto lo resse.L’altro con molta fretta se n’andava,come l’amico a paro o dietro avesse:se sapea di lasciarlo a quella sorte,mille aspettate avria, non ch’una morte.
191Quei cavallier, con animo dispostoche questi a render s’abbino o a morire,chi qua chi lá si spargono, et han tostopreso ogni passo onde si possa uscire.Da loro il capitan poco discosto,piú degli altri è sollicito a seguire;ch’in tal guisa vedendoli temere,certo è che sian de le nimiche schiere.
192Era a quel tempo ivi una selva antica,d’ombrose piante spessa e di virgulti,che, come labirinto, entro s’intricadi stretti calli e sol da bestie culti.Speran d’averla i duo pagan sí amica,ch’abbi a tenerli entro a’ suoi rami occulti.Ma chi del canto mio piglia diletto,un’altra volta ad ascoltarlo aspetto.