Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 40

656 versicirca 41 minuti

1Lungo sarebbe, se i diversi casivolessi dir di quel naval conflitto;e raccontarlo a voi mi parria quasi,magnanimo figliuol d’Ercole invitto,portar, come si dice, a Samo vasi,nottole ’Atene, e crocodili a Egitto;che quanto per udita io ve ne parlo,Signor, miraste, e fêste altrui mirarlo.
2Ebbe lungo spettacolo il fedelevostro popul la notte e ’l dí che stette,come in teatro, l’inimiche velemirando in Po tra ferro e fuoco astrette.Che gridi udir si possano e querele,ch’onde veder di sangue umano infette,per quanti modi in tal pugna si muora,vedeste, e a molti il dimostraste allora.
3Nol vide io giá, ch’era sei giorni inanti,mutando ogn’ora altre vetture, corsocon molta fretta e molta ai piedi santidel gran Pastore a domandar soccorso:poi né cavalli bisognâr né fanti;ch’intanto al Leon d’or l’artiglio e ’l morsofu da voi rotto sí, che piú molestonon l’ho sentito da quel giorno a questo.
4Ma Alfonsin Trotto il qual si trovò in fatto,Annibal e Pier Moro e Afranio e Alberto,e tre Arïosti, e il Bagno e il Zerbinattotanto me ne contâr, ch’io ne fui certo:me ne chiarîr poi le bandiere affatto,vistone al tempio il gran numero offerto,e quindice galee ch’a queste rivecon mille legni star vidi captive.
5Chi vide quelli incendii e quei naufragi,le tante uccisïoni e sí diverse,che, vendicando i nostri arsi palagi,fin che fu preso ogni navilio, fêrse;potrá veder le morti anco e i disagiche ’l miser popul d’Africa soffersecol re Agramante in mezzo l’onde salse,la scura notte che Dudon l’assalse.
6Era la notte, e non si vedea lume,quando s’incominciâr l’aspre contese:ma poi che ’l zolfo e la pece e ’l bitumesparso in gran copia, ha prore e sponde accese,e la vorace fiamma arde e consumele navi e le galee poco difese;sí chiaramente ognun si vedea intorno,che la notte parea mutata in giorno.
7Onde Agramante che per l’aer scuronon avea l’inimico in sí gran stima,né aver contrasto si credea sí duro,che, resistendo, al fin non lo reprima;poi che rimosse le tenèbre furo,e vide quel che non credeva in prima,che le navi nimiche eran duo tante,fece pensier diverso a quel d’avante.
8Smonta con pochi, ove in piú lieve barcaha Brigliadoro e l’altre cose care.Tra legno e legno taciturno varca,fin che si trova in piú sicuro mareda’ suoi lontan, che Dudon preme e carca,e mena a condizioni acri et amare.Gli arde il foco, il mar sorbe, il ferro strugge:egli che n’è cagion, via se ne fugge.
9Fugge Agramante, et ha con lui Sobrino,con cui si duol di non gli aver creduto,quando previde con occhio divino,e ’l mal gli annunziò, ch’or gli è avvenuto.Ma torniamo ad Orlando paladino,che, prima che Biserta abbia altro aiuto,consiglia Astolfo che la getti in terra,sí che a Francia mai piú non faccia guerra.
10E cosí fu publicamente dettoche ’l campo in arme al terzo dí sia instrutto.Molti navili Astolfo a questo effettotenuti avea, né Dudon n’ebbe il tutto;di quai diede il governo a Sansonetto,sí buon guerrier al mar come all’asciutto:e quel si pose, in su l’ancore sorto,contra a Biserta, un miglio appresso al porto.
11Come veri cristiani Astolfo e Orlando,che senza Dio non vanno a rischio alcuno,ne l’esercito fan publico bando,che sieno orazïon fatte e digiuno;e che si trovi il terzo giorno, quandosi dará il segno, apparecchiato ogniunoper espugnar Biserta, che data hanno,vinta che s’abbia, a fuoco e a saccomanno.
12E cosí, poi che le astinenzie e i votidevotamente celebrati fôro,parenti, amici, e gli altri insieme notisi cominciaro a convitar tra loro.Dato restauro a’ corpi esausti e vòti,abbracciandosi insieme lacrimoro,tra loro usando i modi e le paroleche tra i piú cari al dipartir si suole.
13Dentro a Biserta i sacerdoti santisupplicando col populo dolente,battonsi il petto, e con dirotti piantichiamano il lor Macon che nulla sente.Quante vigilie, quante offerte, quantidoni promessi son privatamente!quanto in publico templi, statue, altari,memoria eterna de’ lor casi amari!
14E poi che dal Cadí fu benedetto,prese il populo l’arme, e tornò al muro.Ancor giacea col suo Titon nel lettola bella Aurora, et era il cielo oscuro,quando Astolfo da un canto, e Sansonettoda un altro, armati agli ordini lor furo:e poi che ’l segno che diè il conte udiro,Biserta con grande impeto assaliro.
15Avea Biserta da duo canti il mare,sedea dagli altri duo nel lito asciutto.Con fabrica eccellente e singularefu antiquamente il suo muro construtto.Poco altro ha che l’aiuti o la ripare;che poi che ’l re Branzardo fu riduttodentro da quella, pochi mastri, e pocopoté aver tempo a riparare il loco.
16Astolfo dá l’assunto al re de’ Neri,che faccia a’ merli tanto nocumentocon falariche, fonde e con arcieri,che levi d’affacciarsi ogni ardimento;sí che passin pedoni e cavallierifin sotto la muraglia a salvamento,che vengon, chi di pietre e chi di travi,chi d’asce e chi d’altra materia gravi.
17Chi questa cosa e chi quell’altra gettadentro alla fossa, e vien di mano in mano;di cui l’acqua il dí inanzi fu intercetta,sí che in piú parti si scopria il pantano.Ella fu piena et atturata in fretta,e fatto uguale insin al muro il piano.Astolfo, Orlando et Olivier procuradi far salir i fanti in su le mura.
18I Nubi d’ogni indugio impazïenti,da la speranza del guadagno tratti,non mirando a’ pericoli imminenti,coperti da testuggini e da gatti,con arïeti e loro altri instrumentia forar torri, e porte rompere atti,tosto si fêro alla cittá vicini;né trovaro sprovisti i Saracini:
19che ferro e fuoco e merli e tetti gravicader facendo a guisa di tempeste,per forza aprian le tavole e le travide le machine in lor danno conteste.Ne l’aria oscura e nei principii pravimolto patîr le battezzate teste;ma poi che ’l sole uscí del ricco albergo,voltò Fortuna ai Saracini il tergo.
20Da tutti i canti risforzar l’assaltofe’ il conte Orlando e da mare e da terra.Sansonetto ch’avea l’armata in alto,entrò nel porto e s’accostò alla terra;e con frombe e con archi facea d’alto,e con varii tormenti estrema guerra;e facea insieme espedir lance e scale,ogni apparecchio e munizion navale.
21Facea Oliviero, Orlando e Brandimarte,e quel che fu sí dianzi in aria ardito,aspra e fiera battaglia da la parteche lungi al mare era piú dentro al lito.Ciascun d’essi venía con una partede l’oste che s’avean quadripartito.Quale a mur, quale a porte, e quale altrove,tutti davan di sé lucide prove.
22Il valor di ciascun meglio si puoteveder cosí, che se fosser confusi:chi sia degno di premio e chi di note,appare inanzi a mill’occhi non chiusi.Torri di legno trannosi con ruote,e gli elefanti altre ne portano usi,che su lor dossi cosí in alto vanno,che i merli sotto a molto spazio stanno.
23Vien Brandimarte, e pon la scala a’ muri,e sale, e di salir altri conforta:lo seguon molti intrepidi e sicuri;che non può dubitar chi l’ha in sua scorta.Non è chi miri, o chi mirar si curi,se quella scala il gran peso comporta.Sol Brandimarte agli nimici attende;pugnando sale, e al fine un merlo prende.
24E con mano e con piè quivi s’attacca,salta sui merli, e mena il brando in volta,urta, riversa e fende e fora e ammacca,e di sé mostra esperïenzia molta.Ma tutto a un tempo la scala si fiacca,che troppa soma e di soperchio ha tolta:e for che Brandimarte, giú nel fossovanno sozzopra, e l’uno all’altro adosso.
25Per ciò non perde il cavallier l’ardire,né pensa riportare a dietro il piede;ben che de’ suoi non vede alcun seguire,ben che berzaglio alla cittá si vede.Pregavan molti (e non volse egli udire)che ritornasse; ma dentro si diede:dico che giú ne la cittá d’un saltodal muro entrò, che trenta braccia era alto.
26Come trovato avesse o piume o paglia,presse il duro terren senza alcun danno;e quei c’ha intorno affrappa e fora e taglia,come s’affrappa e taglia e fora il panno.Or contra questi or contra quei si scaglia;e quelli e questi in fuga se ne vanno.Pensano quei di fuor, che l’han vedutodentro saltar, che tardo fia ogni aiuto.
27Per tutto ’l campo alto rumor si spandedi voce in voce, e ’l mormorio e ’l bisbiglio.La vaga Fama intorno si fa grande,e narra, et accrescendo va il periglio.Ove era Orlando (perché da piú bandesi dava assalto), ove d’Otone il figlio,ove Olivier, quella volando venne,senza posar mai le veloci penne.
28Questi guerrier, e piú di tutti Orlando,ch’amano Brandimarte e l’hanno in pregio,udendo che se van troppo indugiando,perderanno un compagno cosí egregio,piglian le scale, e qua e lá montando,mostrano a gara animo altiero e regio,con sí audace sembiante e sí gagliardo,che i nimici tremar fan con lo sguardo.
29Come nel mar che per tempesta freme,assaglion l’acque il temerario legno,ch’or da la prora, or da le parti estremecercano entrar con rabbia e con isdegno;il pallido nocchier sospira e geme,ch’aiutar deve, e non ha cor né ingegno;una onda viene al fin, ch’occupa il tutto,e dove quella entrò, segue ogni flutto:
30cosí dipoi ch’ebbono presi i muriquesti tre primi, fu sí largo il passo,che gli altri ormai seguir ponno sicuri,che mille scale hanno fermate al basso.Aveano intanto gli arïeti durirotto in piú lochi, e con sí gran fraccasso,che si poteva in piú che in una partesoccorrer l’animoso Brandimarte.
31Con quel furor che ’l re de’ fiumi altiero,quando rompe talvolta argini e sponde,e che nei campi Ocnei s’apre il sentiero,e i grassi solchi e le biade feconde,e con le sue capanne il gregge intero,e coi cani i pastor porta ne l’onde;guizzano i pesci agli olmi in su la cima,ove solean volar gli augelli in prima:
32con quel furor l’impetuosa gente,lá dove avea in piú parti il muro rotto,entrò col ferro e con la face ardentea distrugere il popul mal condotto.Omicidio, rapina e man violentenel sangue e ne l’aver, trasse di bottola ricca e trionfal cittá a ruina,che fu di tutta l’Africa regina.
33D’uomini morti pieno era per tutto;e de le innumerabili feritefatto era un stagno piú scuro e piú bruttodi quel che cinge la cittá di Dite.Di casa in casa un lungo incendio induttoardea palagi, portici e meschite.Di pianti e d’urli e di battuti pettisuonano i vòti e depredati tetti.
34I vincitori uscir de le funesteporte vedeansi di gran preda onusti,chi con bei vasi e chi con ricche veste,chi con rapiti argenti a’ dèi vetusti:chi traea i figli, e chi le madri meste:fur fatti stupri e mille altri atti ingiusti,dei quali Orlando una gran parte intese,né lo potè vietar, né ’l duca inglese.
35Fu Bucifar de l’Algazera mortocon esso un colpo da Olivier gagliardo.Perduta ogni speranza, ogni conforto,s’uccise di sua mano il re Branzardo.Con tre ferite, onde morí di corto,fu preso Folvo dal duca dal Pardo.Questi eran tre ch’al suo partir lasciatoavea Agramante a guardia de lo stato.
36Agramante ch’intanto avea desertal’armata, e con Sobrin n’era fuggito,pianse da lungi e sospirò Biserta,veduto sí gran fiamma arder sul lito.Poi piú d’appresso ebbe novella certacome de la sua terra il caso era ito:e d’uccider se stesso in pensier venne,e lo facea; ma il re Sobrin lo tenne.
37Dicea Sobrin: — Che piú vittoria lieta,signor, potrebbe il tuo inimico avere,che la tua morte udire, onde quïetasi speraria poi l’Africa godere?Questo contento il viver tuo gli vieta:quindi avrá cagion sempre di temere.Sa ben che lungamente Africa suaesser non può, se non per morte tua.
38Tutti i sudditi tuoi, morendo, privide la speranza, un ben che sol ne resta.Spero che n’abbi a liberar, se vivi,e trar d’affanno e ritornarne in festa.So che, se muori, sián sempre captivi,Africa sempre tributaria e mesta.Dunque, s’in util tuo viver non vuoi,vivi, signor, per non far danno ai tuoi.
39Dal soldano d’Egitto, tuo vicino,certo esser puoi d’aver danari e gente:malvolentieri il figlio di Pipinoin Africa vedrá tanto potente.Verrá con ogni sforzo Norandinoper ritornarti in regno, il tuo parente:Armeni, Turchi, Persi, Arabi e Medi,tutti in soccorso avrai, se tu li chiedi. —
40Con tali e simil detti il vecchio accortostudia tornare il suo signore in spemedi racquistarsi l’Africa di corto;ma nel suo cor forse il contrario teme:sa ben quanto è a mal termine e a mal porto,e come spesso invan sospira e gemechiunque il regno suo si lascia tôrre,e per soccorso a’ barbari ricorre.
41Annibal e Iugurta di ciò fôrobuon testimoni, et altri al tempo antico:al tempo nostro Ludovico il Moro,dato in poter d’un altro Ludovico.Vostro fratello Alfonso da costoroben ebbe esempio (a voi, Signor mio, dico),che sempre ha riputato pazzo espressochi piú si fida in altri ch’in se stesso.
42E però ne la guerra che gli mossedel pontifice irato un duro sdegno,ancor che ne le deboli sue possenon potessi egli far molto disegno,e chi lo difendea, d’Italia fossespinto, e n’avesse il suo nimico il regno;né per minaccie mai né per promesses’indusse che lo stato altrui cedesse.
43Il re Agramante all’orïente aveavolta la prora, e s’era spinto in alto,quando da terra una tempesta reamosse da banda impetuoso assalto.Il nocchier ch’al governo vi sedea:— Io veggo (disse alzando gli occhi ad alto)una procella apparecchiar sí grave,che contrastar non le potrá la nave.
44S’attendete, signori, al mio consiglio,qui da man manca ha un’isola vicina,a cui mi par ch’abbiamo a dar di piglio,fin che passi il furor de la marina. —Consentí il re Agramante; e di perigliouscí, pigliando la spiaggia mancina,che per salute de’ nocchieri giacetra gli Afri e di Vulcan l’alta fornace.
45D’abitazioni è l’isoletta vòta,piena d’umil mortelle e di ginepri,ioconda solitudine e remotaa cervi, a daini, a capriuoli, a lepri;e fuor ch’a piscatori, è poco nota,ove sovente a rimondati veprisospendon, per seccar, l’umide reti;dormeno intanto i pesci in mar quïeti.
46Quivi trovâr che s’era un altro legno,cacciato da fortuna, giá ridutto:il gran guerrier ch’in Sericana ha regno,levato d’Arli, avea quivi condutto.Con modo riverente e di sé degnol’un re con l’altro s’abbracciò all’asciutto;ch’erano amici, e poco inanzi furocompagni d’arme al parigino muro.
47Con molto dispiacer Gradasso intesedel re Agramante le fortune avverse:poi confortollo, e come re cortese,con la propria persona se gli offerse:ma che egli andasse all’infedel paesed’Egitto, per aiuto, non sofferse.— Che vi sia (disse) periglioso gire,dovria Pompeio i profugi ammonire.
48E perché detto m’hai che con l’aiutodegli Etïopi, sudditi al Senapo,Astolfo a tòrti l’Africa è venuto,e ch’arsa ha la cittá che n’era capo;e ch’Orlando è con lui, che diminutopoco inanzi di senno aveva il capo;mi pare al tutto un ottimo rimedioaver pensato a farti uscir di tedio.
49Io piglierò per amor tuo l’impresad’entrar col conte a singular certame.Contra me so che non avrá difesa,se tutto fosse di ferro o di rame.Morto lui, stimo la cristiana Chiesa,quel che l’agnelle il lupo ch’abbia fame.Ho poi pensato (e mi fia cosa lieve)di fare i Nubi uscir d’Africa in breve.
50Farò che gli altri Nubi che da loroil Nilo parte e la diversa legge,e gli Arabi e i Macrobi, questi d’ororicchi e di gente, e quei d’equino gregge,Persi e Caldei (perché tutti costorocon altri molti il mio scettro corregge);farò ch’in Nubia lor faran tal guerra,che non si fermeran ne la tua terra. —
51Al re Agramante assai parve oportunadel re Gradasso la seconda offerta;e si chiamò obligato alla Fortuna,che l’avea tratto all’isola deserta;ma non vuol tòrre a condizione alcuna,se racquistar credesse indi Biserta,che battaglia per lui Gradasso prenda;che ’n ciò gli par che l’onor troppo offenda.
52— S’a disfidar s’ha Orlando, son quell’io(rispose) a cui la pugna piú conviene:e pronto vi sarò; poi faccia Diodi me, come gli pare, o male o bene. —— Faccián (disse Gradasso) al modo mio,a un nuovo modo ch’in pensier mi viene:questa battaglia pigliamo ambeduiincontra Orlando, e un altro sia con lui. —
53— Pur ch’io non resti fuor, non me ne lagno(disse Agrainante), o sia primo o secondo:ben so ch’in arme ritrovar compagnodi te miglior non si può in tutto ’l mondo. —— Et io (disse Sobrin) dove rimagno?E se vecchio vi paio, vi rispondoch’io debbo esser piú esperto; e nel perigliopresso alla forza è buono aver consiglio. —
54D’una vecchiezza valida e robustaera Sobrino, e di famosa prova;e dice ch’in vigor l’etá vetustasi sente pari alla giá verde e nuova.Stimata fu la sua domanda giusta;e senza indugio un messo si ritrova,il qual si mandi agli africani lidi,e da lor parte il conte Orlando sfidi;
55che s’abbia a ritrovar con numer paredi cavallieri armati in Lipadusa.Una isoletta è questa, che dal maremedesmo che li cinge, è circonfusa.Non cessa il messo a vela e a remi andare,come quel che prestezza al bisogno usa,che fu a Biserta; e trovò Orlando quivi,ch’a’ suoi le spoglie dividea e i captivi.
56Lo ’nvito di Gradasso e d’Agramantee di Sobrino in publico fu espresso,tanto giocondo al principe d’Anglante,che d’ampli doni onorar fece il messo.Avea dai suoi compagni udito inante,che Durindana al fianco s’avea messoil re Gradasso: onde egli, per desiredi racquistarla, in India volea gire,
57stimando non aver Gradasso altrove,poi ch’udí che di Francia era partito.Or piú vicin gli è offerto luogo, dovespera che ’l suo gli fia restituito.Il bel corno d’Almonte anco lo muovead accettar sí volentier lo ’nvito,e Brigliador non men; che sapea in manoesser venuti al figlio di Troiano.
58Per compagno s’elegge alla battagliail fedel Brandimarte e ’l suo cognato.Provato ha quanto l’uno e l’altro vaglia;sa che da trambi è sommamente amato.Buon destrier, buona piastra e buona maglia,e spade cerca e lancie in ogni latoa sé e a’ compagni: che sappiate parme,che nessun d’essi avea le solite arme.
59Orlando (come io v’ho detto piú volte)de le sue sparse per furor la terra:agli altri ha Rodomonte le lor tolte,ch’or alta torre in ripa un fiume serra.Non se ne può per Africa aver molte;sí perché in Francia avea tratto alla guerrail re Agramante ciò ch’era di buono,sí perché poche in Africa ne sono.
60Ciò che di ruginoso e di brunitoaver si può, fa ragunare Orlando;e coi compagni intanto va pel litode la futura pugna ragionando.Gli avvien ch’essendo fuor del campo uscitopiú di tre miglia, e gli occhi al mare alzando,vide calar con le vele alte un legnoverso il lito african senza ritegno.
61Senza nocchieri e senza naviganti,sol come il vento e sua fortuna il mena,venía con le vele alte il legno avanti,tanto che se ritenne in su l’arena.Ma prima che di questo piú vi canti,l’amor ch’a Ruggier porto mi rimenaalla sua istoria, e vuol ch’io vi raccontedi lui e del guerrier di Chiaramonte.
62Di questi duo guerrier dissi che trattis’erano fuor del marzïale agone,viste convenzïon rompere e patti,e turbarsi ogni squadra e legione.Chi prima i giuramenti abbia disfatti,e stato sia di tanto mal cagione,o l’imperator Carlo, o il re Agramante,studian saper da chi lor passa avante.
63Un servitor intanto di Ruggiero,ch’era fedele e pratico et astuto,né pel conflitto dei duo campi fieroavea di vista il patron mai perduto,venne a trovarlo, e la spada e ’l destrierogli diede, perché a’ suoi fosse in aiuto.Montò Ruggiero e la sua spada tolse,ma ne la zuffa entrar non però volse.
64Quindi si parte; ma prima rinuovala convenzïon che con Rinaldo avea;che se pergiuro il suo Agramante trova,lo lascierá con la sua setta rea.Per quel giorno Ruggier fare altra provad’arme non volse; ma solo attendeaa fermar questo e quello, e a domandarlochi prima roppe, o ’l re Agramante, o Carlo.
65Ode da tutto ’l mondo, che la partedel re Agramante fu, che roppe prima.Ruggiero ama Agramante, e se si parteda lui per questo, error non lieve stima.Fur le gente africane e rotte e sparte(questo ho giá detto inanzi), e da la cimade la volubil ruota tratte al fondo,come piacque a colei ch’aggira il mondo.
66Tra sé volve Ruggiero e fa discorso,se restar deve, o il suo signor seguire.Gli pon l’amor de la sua donna un morsoper non lasciarlo in Africa piú gire:lo volta e gira, et a contrario corsolo sprona, e lo minaccia di punire,se ’l patto e ’l giuramento non tien saldo,che fatto avea col paladin Rinaldo.
67Non men da l’altra parte sferza e spronala vigilante e stimulosa cura,che s’Agramante in quel caso abbandona,a viltá gli sia ascritto et a paura.Se del restar la causa parrá buonaa molti, a molti ad accettar fia dura.Molti diran che non si de’ osservarequel ch’era ingiusto e illicito a giurare.
68Tutto quel giorno e la notte seguentestette solingo, e cosí l’altro giorno,pur travagliando la dubbiosa mente,se partir deve o far quivi soggiorno.Pel signor suo conclude finalmentedi fargli dietro in Africa ritorno.Potea in lui molto il coniugale amore,ma vi potea piú il debito e l’onore.
69Torna verso Arli; che trovarvi speral’armata ancor, ch’in Africa il transporti:né legno in mar né dentro alla rivera,né Saracini vede, se non morti.Seco al partire ogni legno che v’eratrasse Agramante, e ’l resto arse nei porti.Fallitogli il pensier, prese il caminoverso Marsilia pel lito marino.
70A qualche legno pensa dar di piglio,ch’a prieghi o forza il porti all’altra riva.Giá v’era giunto del Danese il figliocon l’armata de’ barbari captiva.Non si avrebbe potuto un gran di migliogittar ne l’acqua: tanto la coprivala spessa moltitudine de navi,di vincitori e di prigioni, gravi.
71Le navi de’ pagani, ch’avanzarodal fuoco e dal naufragio quella notte,eccetto poche ch’in fuga n’andaro,tutte a Marsilia avea Dudon condotte.Sette di quei ch’in Africa regnaro,che, poi che le lor genti vider rotte,con sette legni lor s’eran renduti,stavan dolenti, lacrimosi e muti.
72Era Dudon sopra la spiaggia uscito,ch’a trovar Carlo andar volea quel giorno;e de’ captivi e de lor spoglie orditocon lunga pompa avea un trionfo adorno.Eran tutti i prigion stesi nel lito,e i Nubi vincitori allegri intorno,che faceano del nome di Dudoneintorno risonar la regïone.
73Venne in speranza di lontan Ruggiero,che questa fosse armata d’Agramante;e, per saperne il vero, urtò il destriero:ma riconobbe, come fu piú inante,il re de Nasamona prigionero,Bambirago, Agricalte e Farurante,Manilardo e Balastro e Rimedonte,che piangendo tenean bassa la fronte.
74Ruggier che gli ama, sofferir non puoteche stian ne la miseria in che li trova.Quivi sa ch’a venir con le man vòte,senza usar forza, il pregar poco giova.La lancia abbassa, e chi li tien percuote;e fa del suo valor l’usata prova:stringe la spada, e in un piccol momentone fa cadere intorno piú di cento.
75Dudone ode il rumor, la strage vedeche fa Ruggier, ma chi sia non conosce.Vede i suoi c’hanno in fuga volto il piedecon gran timor, con pianto e con angosce.Presto il destrier, lo scudo e l’elmo chiede;che giá avea armato e petto e braccia e cosce:salta a cavallo e si fa dar la lancia,e non oblia ch’è paladin di Francia.
76Grida che si ritiri ognun da canto,spinge il cavallo e fa sentir gli sproni.Ruggier cent’altri n’avea uccisi intanto,e gran speranza dato a quei prigioni:e come venir vide Dudon santosolo a cavallo, e gli altri esser pedoni,stimò che capo e che signor lor fosse:e contra lui con gran desir si mosse.
77Giá mosso prima era Dudon; ma quandosenza lancia Ruggier vide venire,lunge da sé la sua gittò, sdegnandocon tal vantaggio il cavallier ferire.Ruggiero, al cortese atto riguardando,disse fra sé: — Costui non può mentire,ch’uno non sia di quei guerrier perfettiche paladin di Francia sono detti.
78S’impetrar lo potrò, vo’ che ’l suo nome,inanzi che segua altro, mi palese; —e cosí domandollo: e seppe comeera Dudon figliuol d’Uggier danese.Dudon gravò Ruggier poi d’ugual some,e parimente lo trovò cortese.Poi che i nomi tra lor s’ebbono detti,si disfidaro, e vennero agli effetti.
79Avea Dudon quella ferrata mazzach’in mille imprese gli diè eterno onore:con essa mostra ben ch’egli è di razzadi quel Danese pien d’alto valore.La spada ch’apre ogni elmo, ogni corazza,di che non era al mondo la migliore,trasse Ruggiero, e fece paragonedi sua virtude al paladin Dudone.
80Ma perché in mente ogniora avea di menooffender la sua donna, che potea;et era certo, se spargea il terrenodel sangue di costui, che la offendea(de le case di Francia instrutto a pieno,la madre di Dudone esser sapeaArmelina sorella di Beatrice,ch’era di Bradamante genitrice):
81per questo mai di punta non gli trasse,e di taglio rarissimo fería.Schermiasi, ovunque la mazza calasse,or ribattendo, or dandole la via.Crede Turpin che per Ruggier restasse,che Dudon morto in pochi colpi avria:né mai, qualunque volta si scoperse,ferir, se non di piatto, lo sofferse.
82Di piatto usar potea, come di taglio,Ruggier la spada sua ch’avea gran schena;e quivi a strano giuoco di sonagliosopra Dudon con tanta forza mena,che spesso agli occhi gli pon tal barbaglio,che si ritien di non cadere a pena.Ma per esser piú grato a chi m’ascolta,io differisco il canto a un’altra volta.

Glossario

galea
nave da guerra a remi.
navilio
nave; anche flotta.
frombe
fionde.
brando
spada.
nocchier
chi guida la nave, pilota.
speme
speranza.
certame
combattimento, duello.
destriero
cavallo da battaglia.
piastra
lastra di ferro dell’armatura.
maglia
armatura fatta di anellini di ferro intrecciati.
pagan
non cristiano; nel poema, il saraceno, il musulmano.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .