Libri di dominio pubblico

Orlando furioso

Canto 42

832 versicirca 52 minuti

1Qual duro freno o qual ferrigno nodo,qual, s’esser può, catena di diamantefará che l’ira servi ordine e modo,che non trascorra oltre al prescritto inante,quando persona che con saldo chiodot’abbia giá fissa Amor nel cor constante,tu vegga o per violenzia o per ingannopatire o disonore o mortal danno?
2E s’a crudel, s’ad inumano effettoquell’impeto talor l’animo svia,merita escusa, perché allor del pettonon ha ragione imperio né balía.Achille, poi che sotto il falso elmettovide Patròclo insanguinar la via,d’uccider chi l’uccise non fu sazio,se nol traea, se non ne facea strazio.
3Invitto Alfonso, simile ira accesela vostra gente il dí che vi percossela fronte il grave sasso, e sí v’offese,ch’ognun pensò che l’alma gita fosse:l’accese in tal furor, che non difesevostri inimici argini o mura o fosse,che non fossino insieme tutti morti,senza lasciar chi la novella porti.
4Il vedervi cader causò il doloreche i vostri a furor mosse e a crudeltade.S’eravate in piè voi, forse minorelicenzia avriano avute le lor spade.Eravi assai, che la Bastia in manche orev’aveste ritornata in potestade,che tolta in giorni a voi non era statada gente cordovese e di Granata.
5Forse fu da Dio vindice permessoche vi trovaste a quel caso impedito,acciò che ’l crudo e scelerato eccessoche dianzi fatto avean, fosse punito:che, poi ch’in lor man vinto si fu messoil miser Vestidel, lasso e ferito,senz’arme fu tra cento spade uccisodal popul la piú parte circonciso.
6Ma perch’io vo’ concludere, vi dicoche nessun’altra quell’ira pareggia,quando signor, parente, o sozio anticodinanzi agli occhi ingiurïar ti veggia.Dunque è ben dritto per sí caro amico,che subit’ira il cor d’Orlando feggia;che de l’orribil colpo che gli diedeil re Gradasso, morto in terra il vede.
7Qual Nomade pastor che vedut’abbiafuggir strisciando l’orrido serpenteche il figliuol che giocava ne la sabbia,ucciso gli ha col venenoso dente,stringe il baston con colera e con rabbia;tal la spada d’ogni altra piú taglientestringe con ira il cavallier d’Anglante:il primo che trovò, fu ’l re Agramante;
8che sanguinoso e de la spada privo,con mezzo scudo e con l’elmo disciolto,e ferito in piú parti ch’io non scrivo,s’era di man di Brandimarte tolto,come di piè all’astor sparvier mal vivo,a cui lasciò alla coda invido o stolto.Orlando giunse, e messe il colpo giustoove il capo si termina col busto.
9Sciolto era l’elmo e disarmato il collo,sí che lo tagliò netto come un giunco.Cadde, e diè nel sabbion l’ultimo crollodel regnator di Libia il grave trunco.Corse lo spirto all’acque, onde tirolloCaron nel legno suo col graffio adunco.Orlando sopra lui non si ritarda,ma trova il Serican con Balisarda.
10Come vide Gradasso d’Agramantecadere il busto dal capo diviso;quel ch’accaduto mai non gli era inante,tremò nel core e si smarrí nel viso;e all’arrivar del cavallier d’Anglante,presago del suo mal, parve conquiso.Per schermo suo partito alcun non prese,quando il colpo mortal sopra gli scese.
11Orlando lo ferí nel destro fiancosotto l’ultima costa; e il ferro, immersonel ventre, un palmo usci dal lato manco,di sangue sin all’elsa tutto asperso.Mostrò ben che di man fu del piú francoe del meglior guerrier de l’universoil colpo ch’un signor condusse a morte,di cui non era in Pagania il piú forte.
12Di tal vittoria non troppo gioioso,presto di sella il paladin si getta;e col viso turbato e lacrimosoa Brandimarte suo corre a gran fretta.Gli vede intorno il campo sanguinoso:l’elmo che par ch’aperto abbia una accetta,se fosse stato fral piú che di scorza,difeso non l’avria con minor forza.
13Orlando l’elmo gli levò dal viso,e ritrovò che ’l capo sino al nasofra l’uno e l’altro ciglio era diviso:ma pur gli è tanto spirto anco rimaso,che de’ suoi falli al Re del paradisopuò domandar perdono anzi l’occaso;e confortare il conte, che le gotesparge di pianto, a pazïenzia puote;
14e dirgli: — Orlando, fa che ti raccordidi me ne l’orazion tue grate a Dio;né men ti raccomando la mia Fiordi... —ma dir non poté ligi, e qui finio.E voci e suoni d’angeli concorditosto in aria s’udîr, che l’alma uscío;la qual disciolta dal corporeo velofra dolce melodia salí nel cielo.
15Orlando, ancor che far dovea allegrezzadi sí devoto fine, e sapea certoche Brandimarte alla suprema altezzasalito era; che ’l ciel gli vide aperto;pur da la umana volontade, avezzacoi fragil sensi, male era soffertoch’un tal piú che fratel gli fosse tolto,e non aver di pianto umido il volto.
16Sobrin che molto sangue avea perduto,che gli piovea sul fianco e su le gote,riverso giá gran pezzo era caduto,e aver ne dovea ormai le vene vòte.Ancor giacea Olivier, né rïavutoil piede avea, né rïaver lo puotese non ismosso, e de lo star che tantogli fece il destrier sopra, mezzo infranto:
17e se ’l cognato non venía ad aitarlo(sí come lacrimoso era e dolente),per sé medesmo non potea ritrarlo;e tanta doglia e tal martír ne sente,che ritratto che l’ebbe, né a mutarloné a fermarvisi sopra era possente;e n’ha insieme la gamba sí stordita,che muover non si può, se non si aita.
18De la vittoria poco rallegrosseOrlando; e troppo gli era acerbo e duroveder che morto Brandimarte fosse,né del cognato molto esser sicuro.Sobrin, che vivea ancora, ritrovosse,ma poco chiaro avea con molto oscuro;che la sua vita per l’uscito sangueera vicina a rimanere esangue.
19Lo fece tor, che tutto era sanguigno,il conte, e medicar discretamente;e confortollo con parlar benigno,come se stato gli fosse parente;che dopo il fatto nulla di malignoin sé tenea, ma tutto era clemente.Fece dei morti arme e cavalli tôrre;del resto a’ servi lor lasciò disporre.
20Qui de la istoria mia, che non sia vera,Federigo Fulgoso è in dubbio alquanto;che con l’armata avendo la rivieradi Barberia trascorsa in ogni canto,capitò quivi, e l’isola sí fiera,montuosa e inegual ritrovò tanto,che non è, dice, in tutto il luogo strano,ove un sol piè si possa metter piano:
21né verisimil tien che ne l’alpestrescoglio sei cavallieri, il fior del mondo,potesson far quella battaglia equestre.Alla quale obiezion cosí rispondo:ch’a quel tempo una piazza de le destre,che sieno a questo, avea lo scoglio al fondo;ma poi, ch’un sasso che ’l tremuoto aperse,le cadde sopra, e tutta la coperse.
22Sí che, o chiaro fulgor de la Fulgosastirpe, o serena, o sempre viva luce,se mai mi riprendeste in questa cosa,e forse inanti a quello invitto duceper cui la vostra patria or si riposa,lascia ogni odio, e in amor tutta s’induce;vi priego che non siate a dirgli tardo,ch’esser può che né in questo io sia bugiardo.
23In questo tempo, alzando gli occhi al mare,vide Orlando venire a vela in frettaun navilio leggier, che di calarefacea sembiante sopra l’isoletta.Di chi si fosse, io non voglio or contare,perc’ho piú d’uno altrove che m’aspetta.Veggiamo in Francia, poi che spinto n’hannoi Saracin, se mesti o lieti stanno.
24Veggián che fa quella fedele amanteche vede il suo contento ir sí lontano;dico la travagliata Bradamante,poi che ritrova il giuramento vano,ch’avea fatto Ruggier pochi dí inante,udendo il nostro e l’altro stuol pagano.Poi ch’in questo ancor manca, non le avanzain ch’ella debba piú metter speranza.
25E ripetendo i pianti e le quereleche pur troppo domestiche le furo,tornò a sua usanza a nominar crudeleRuggiero, e ’l suo destin spietato e duro.Indi sciogliendo al gran dolor le vele,il ciel, che consentia tanto pergiuro,né fatto n’avea ancor segno evidente,ingiusto chiama, debole e impotente.
26Ad accusar Melissa si converse,e maledir l’oracol de la grotta;ch’a lor mendace suasion s’immersenel mar d’amore, ov’è a morir condotta.Poi con Marfisa ritornò a dolersedel suo fratel che le ha la fede rotta:con lei grida e si sfoga, e le domanda,piangendo, aiuto, e se le raccomanda.
27Marfisa si ristringe ne le spalle,e, quel sol che pò far, le dá conforto;né crede che Ruggier mai cosí falle,ch’a lei non debba ritornar di corto.E se non torna pur, sua fede dálle,ch’ella non patirá sí grave torto;o che battaglia piglierá con esso,o gli fará osservar ciò c’ha promesso.
28Cosí fa ch’ella un poco il duol raffrena;ch’avendo ove sfogarlo, è meno acerbo.Or ch’abbiam vista Bradamante in pena,chiamar Ruggier pergiuro, empio e superbo;veggiamo ancor, se miglior vita menail fratel suo che non ha polso o nerbo,osso o medolla che non senta caldode le fiamme d’amor; dico Rinaldo:
29dico Rinaldo, il qual, come sapete,Angelica la bella amava tanto;né l’avea tratto all’amorosa retesí la beltá di lei, come l’incanto.Aveano gli altri paladin quïete,essendo ai Mori ogni vigore affranto:tra i vincitori era rimaso soloegli captivo in amoroso duolo.
30Cento messi a cercar che di lei fusseavea mandato, e cerconne egli stesso.Al fine a Malagigi si ridusse,che nei bisogni suoi l’aiutò spesso.A narrar il suo amor se gli condussecol viso rosso e col ciglio demesso;indi lo priega che gli insegni dovela desïata Angelica si trove.
31Gran maraviglia di sí strano casova rivolgendo a Malagigi il petto.Sa che sol per Rinaldo era rimasod’averla cento volte e piú nel letto:et egli stesso, acciò che persuasofosse di questo, avea assai fatto e dettocon prieghi e con minaccie per piegarlo;né mai avuto avea poter di farlo:
32e tanto piú, ch’allor Rinaldo avrebbetratto fuor Malagigi di prigione.Fare or spontaneamente lo vorrebbe,che nulla giova, e n’ha minor cagione.Poi priega lui che ricordar si debbepur quanto ha offeso in questo oltr’a ragione;che per negargli giá, vi mancò pocodi non farlo morire in scuro loco.
33Ma quanto a Malagigi le domandedi Rinaldo importune piú pareano,tanto, che l’amor suo fosse piú grande,indizio manifesto gli faceano.I prieghi che con lui vani non spande,fan che subito immerge ne l’oceanoogni memoria de la ingiuria vecchia,e che a dargli soccorso s’apparecchia.
34Termine tolse alla risposta, e spenegli diè, che favorevol gli saria,e che gli saprá dir la via che tieneAngelica, o sia in Francia o dove sia.E quindi Malagigi al luogo vieneove i demoni scongiurar solia,ch’era fra monti inaccessibil grotta:apre il libro, e li spirti chiama in frotta.
35Poi ne sceglie un che de’ casi d’amoreavea notizia, e da lui saper volle,come sia che Rinaldo ch’avea il coredianzi sí duro, or l’abbia tanto molle:e di quelle due fonti ode il tenore,di che l’una dá il fuoco, e l’altra il tolle;e al mal che l’una fa, nulla soccorre,se non l’altra acqua che contraria corre.
36Et ode come avendo giá di quellache l’amor caccia, beuto Rinaldo,ai lunghi prieghi d’Angelica bellasi dimostrò cosí ostinato e saldo;e che poi giunto per sua iniqua stellaa ber ne l’altra l’amoroso caldo,tornò ad amar, per forza di quelle acque,lei che pur dianzi oltr’al dover gli spiacque.
37Da iniqua stella e fier destin fu giuntoa ber la fiamma in quel ghiacciato rivo;perché Angelica venne quasi a un puntoa ber ne l’altro di dolcezza privo,che d’ogni amor le lasciò il cor sí emunto,ch’indi ebbe lui piú che le serpi a schivo:egli amò lei, e l’amor giunse al segnoin ch’era giá di lei l’odio e lo sdegno.
38Del caso strano di Rinaldo a pienofu Malagigi dal demonio instrutto,che gli narrò d’Angelica non meno,ch’a un giovine african si donò in tutto;e come poi lasciato avea il terrenotutto d’Europa, e per l’instabil fluttoverso India sciolto avea dai liti ispanisu l’audaci galee de’ Catallani.
39Poi che venne il cugin per la risposta,molto gli disuase Malagigidi piú Angelica amar, che s’era postad’un vilissimo barbaro ai servigi;et ora sí da Francia si discosta,che mal seguir se ne potria i vestigi:ch’era oggimai piú lá ch’a mezza strada,per andar con Medoro in sua contrada.
40La partita d’Angelica non moltosarebbe grave all’animoso amante;né pur gli avria turbato il sonno, o toltoil pensier di tornarsene in Levante:ma sentendo ch’avea del suo amor coltoun Saracino le primizie inante,tal passïone e tal cordoglio sente,che non fu in vita sua, mai, piú dolente.
41Non ha poter d’una risposta sola;triema il cor dentro, e trieman fuor le labbia;non può la lingua disnodar parola;la bocca ha amara, e par che tòsco v’abbia.Da Malagigi subito s’invola;e come il caccia la gelosa rabbia,dopo gran pianto e gran ramaricarsi,verso Levante fa pensier tornarsi.
42Chiede licenzia al figlio di Pipino:e trova scusa che ’l destrier Baiardo,che ne mena Gradasso saracinocontra il dover di cavallier gagliardo,lo muove per suo onore a quel camino,acciò che vieti al Serican bugiardodi mai vantarsi che con spada o lancial’abbia levato a un paladin di Francia.
43Lasciollo andar con sua licenzia Carlo,ben che ne fu con tutta Francia mesto;ma finalmente non seppe negarlo,tanto gli parve il desiderio onesto.Vuol Dudon, vuol Guidone accompagnarlo;ma lo niega Rinaldo a quello e a questo.Lascia Parigi, e se ne va via solo,pien di sospiri e d’amoroso duolo.
44Sempre ha in memoria, e mai non se gli tolle,ch’averla mille volte avea potuto,e mille volte avea ostinato e folledi sí rara beltá fatto rifiuto;e di tanto piacer ch’aver non volle,sí bello e sí buon tempo era perduto:et ora eleggerebbe un giorno cortoaverne solo, e rimaner poi morto.
45Ha sempre in mente, e mai non se ne parte,come esser puote ch’un povero fanteabbia del cor di lei spinto da partemerito e amor d’ogni altro primo amante.Con tal pensier che ’l cor gli straccia e parte,Rinaldo se ne va verso Levante;e dritto al Reno e a Basilea si tiene,fin che d’Ardenna alla gran selva viene.
46Poi che fu dentro a molte miglia andatoil paladin pel bosco aventuroso,da ville e da castella allontanato,ove aspro era piú il luogo e periglioso,tutto in un tratto vide il ciel turbato,sparito il sol tra nuvoli nascoso,et uscir fuor d’una caverna oscuraun strano mostro in feminil figura.
47Mill’occhi in capo avea senza palpèbre;non può serrarli, e non credo che dorma:non men che gli occhi, avea l’orecchie crebre;avea in loco de crin serpi a gran torma.Fuor de le dïaboliche tenèbrenel mondo uscí la spaventevol forma.Un fiero e maggior serpe ha per la coda,che pel petto si gira e che l’annoda.
48Quel ch’a Rinaldo in mille e mille impresepiú non avvenne mai, quivi gli avviene;che come vede il mostro ch’all’offesese gli apparecchia, e ch’a trovar lo viene,tanta paura, quanta mai non scesein altri forse, gli entra ne le vene:ma pur l’usato ardir simula e finge,e con trepida man la spada stringe.
49S’acconcia il mostro in guisa al fiero assalto,che si può dir che sia mastro di guerra:vibra il serpente venenoso in alto,e poi contra Rinaldo si disserra;di qua di lá gli vien sopra a gran salto.Rinaldo contra lui vaneggia et erra:colpi a dritto e a riverso tira assai,ma non ne tira alcun che fera mai.
50Il mostro al petto il serpe ora gli appicca,che sotto l’arme e sin nel cor l’agghiaccia;ora per la visiera gliele ficca,e fa ch’erra pel collo e per la faccia.Rinaldo da l’impresa si dispicca,e quanto può con sproni il destrier caccia:ma la Furia infernal giá non par zoppa,che spicca un salto, e gli è subito in groppa.
51Vada al traverso, al dritto, ove si voglia,sempre ha con lui la maledetta peste;né sa modo trovar, che se ne scioglia,ben che ’l destrier di calcitrar non reste.Triema a Rinaldo il cor come una foglia:non ch’altrimente il serpe lo moleste:ma tanto orror ne sente e tanto schivo,che stride e geme, e duolsi ch’egli è vivo.
52Nel piú tristo sentier, nel peggior callescorrendo va, nel piú intricato bosco,ove ha piú asprezza il balzo, ove la valleè piú spinosa, ov’è l’aer piú fosco,cosí sperando tôrsi da le spallequel brutto, abominoso, orrido tòsco;e ne saria mal capitato forse,se tosto non giungea chi lo soccorse.
53Ma lo soccorse a tempo un cavallierodi bello armato e lucido metallo,che porta un giogo rotto per cimiero,di rosse fiamme ha pien lo scudo giallo;cosí trapunto il suo vestire altiero,cosí la sopravesta del cavallo:la lancia ha in pugno, e la spada al suo loco,e la mazza all’arcion, che getta foco.
54Piena d’un foco eterno è quella mazza,che senza consumarsi ognora avampa:né per buon scudo o tempra di corazzao per grossezza d’elmo se ne scampa.Dunque si debbe il cavallier far piazza,giri ove vuol l’inestinguibil lampa:né manco bisognava al guerrier nostro,per levarlo di man del crudel mostro.
55E come cavallier d’animo saldo,ove ha udito il rumor, corre e galoppa,tanto che vede il mostro che Rinaldocol brutto serpe in mille nodi agroppa,e sentir fagli a un tempo freddo e caldo;che non ha via di torlosi di groppa.Va il cavalliero, e fere il mostro al fianco,e lo fa trabboccar dal lato manco.
56Ma quello è a pena in terra che si rizza,e il lungo serpe intorno aggira e vibra.Quest’altro piú con l’asta non l’attizza;ma di farla col fuoco si delibra.La mazza impugna, e dove il serpe guizza,spessi come tempesta i colpi libra;né lascia tempo a quel brutto animale,che possa farne un solo o bene o male:
57e mentre a dietro il caccia o tiene a bada,e lo percuote, e vendica mille onte,consiglia il paladin che se ne vadaper quella via che s’alza verso il monte.Quel s’appiglia al consiglio et alla strada;e senza dietro mai volger la fronte,non cessa, che di vista se gli tolle,ben che molto aspro era a salir quel colle.
58Il cavallier, poi ch’alla scura bucafece tornare il mostro da l’inferno,ove rode se stesso e si manuca,e da mille occhi versa il pianto eterno;per esser di Rinaldo guida e ducagli salí dietro, e sul giogo supernogli fu alle spalle, e si mise con luiper trarlo fuor de’ luoghi oscuri e bui.
59Come Rinaldo il vide ritornato,gli disse che gli avea grazia infinita,e ch’era debitore in ogni latodi porre a beneficio suo la vita.Poi lo domanda come sia nomato,acciò dir sappia chi gli ha dato aita,e tra guerrieri possa e inanzi a Carlode l’alta sua bontá sempre esaltarlo.
60Rispose il cavallier: — Non ti rincrescase ’l nome mio scoprir non ti vogli’ora:ben tel dirò prima ch’un passo crescal’ombra; che ci sará poca dimora. —Trovaro, andando insieme, un’acqua frescache col suo mormorio facea talorapastori e viandanti al chiaro riovenire, e berne l’amoroso oblio.
61Signor, queste eran quelle gelide acque,quelle che spengon l’amoroso caldo;di cui bevendo, ad Angelica nacquel’odio ch’ebbe dipoi sempre a Rinaldo.E s’ella un tempo a lui prima dispiacque,e se ne l’odio il ritrovò sí saldo,non derivò, Signor, la causa altronde,se non d’aver beuto di queste onde.
62Il cavallier che con Rinaldo viene,come si vede inanzi al chiaro rivo,caldo per la fatica il destrier tiene,e dice: — Il posar qui non fia nocivo. —Non fia (disse Rinaldo) se non bene;ch’oltre che prema il mezzogiorno estivo,m’ha cosí il brutto mostro travagliato,che ’l riposar mi fia commodo e grato. —
63L’un e l’altro smontò del suo cavallo,e pascer lo lasciò per la foresta;e nel fiorito verde a rosso e a gialloambi si trasson l’elmo de la testa.Corse Rinaldo al liquido cristallo,spinto da caldo e da sete molesta,e cacciò, a un sorso del freddo liquore,dal petto ardente e la sete e l’amore.
64Quando lo vide l’altro cavailierola bocca sollevar de l’acqua molle,e ritrarne pentito ogni pensierodi quel desir ch’ebbe d’amor sí folle;si levò ritto, e con sembiante altierogli disse quel che dianzi dir non volle:— Sappi, Rinaldo, il nome mio è lo Sdegno,venuto sol per sciorti il giogo indegno. —
65Cosí dicendo, subito gli sparve,e sparve insieme il suo destrier con lui.Questo a Rinaldo un gran miracol parve;s’aggirò intorno, e disse: — Ove è costui? —Stimar non sa se sian magiche larve,che Malagigi un de’ ministri suigli abbia mandato a romper la catenache lungamente l’ha tenuto in pena:
66o pur che Dio da l’alta ierarchiagli abbia per ineffabil sua bontademandato, come giá mandò a Tobia,un angelo a levar di cecitade.Ma buono o rio demonio, o quel che sia,che gli ha renduta la sua libertade,ringrazia e loda; e da lui sol conosceche sano ha il cor da l’amorose angosce.
67Gli fu nel primier odio ritornataAngelica; e gli parve troppo indegnad’esser, non che sí lungi seguitata,ma che per lei pur mezza lega vegna.Per Baiardo riaver tutta fïataverso India in Sericana andar disegna,sí perché l’onor suo lo stringe a farlo,sí per averne giá parlato a Carlo.
68Giunse il giorno seguente a Basilea,ove la nuova era venuta inante,che ’l conte Orlando aver pugna doveacontra Gradasso e contra il re Agramante.Né questo per aviso si sapea,ch’avesse dato il cavallier d’Anglante;ma di Sicilia in fretta venut’erachi la novella v’apportò per vera.
69Rinaldo vuol trovarsi con Orlandoalla battaglia, e se ne vede lunge.Di dieci in dieci miglia va mutandocavalli e guide, e corre e sferza e punge.Passa il Reno a Costanza, e in su volando,traversa l’Alpe, et in Italia giunge.Verona a dietro, a dietro Mantua lassa;sul Po si trova, e con gran fretta il passa.
70Giá s’inchinava il sol molto alla sera,e giá apparia nel ciel la prima stella,quando Rinaldo in ripa alla rivierastando in pensier s’avea da mutar sella,o tanto soggiornar, che l’aria nerafuggisse inanzi all’altra aurora bella,venir si vede un cavalliero inanticortese ne l’aspetto e nei sembianti.
71Costui, dopo il saluto, con bel modogli domandò s’aggiunto a moglie fosse.Disse Rinaldo: — Io son nel giugal nodo; —ma di tal domandar maravigliosse.Soggiunse quel: — Che sia cosí, ne godo. —Poi, per chiarir perché tal detto mosse,disse: — Io ti priego che tu sia contentoch’io ti dia questa sera alloggiamento;
72che ti farò veder cosa che debbeben volentier veder chi ha moglie a lato. —Rinaldo, sí perché posar vorrebbe,ormai di correr tanto affaticato;sí perché di vedere e d’udire ebbesempre aventure un desiderio innato;accettò l’offerir del cavalliero,e dietro gli pigliò nuovo sentiero.
73Un tratto d’arco fuor di strada usciro,e inanzi un gran palazzo si trovaro,onde scudieri in gran frotta venirocon torchi accesi, e fêro intorno chiaro.Entrò Rinaldo, e voltò gli occhi in giro,e vide loco il qual si vede raro,di gran fabrica e bella e bene intesa;né a privato uom convenia tanta spesa.
74Di serpentin, di porfido le durepietre fan de la porta il ricco vòlto.Quel che chiude è di bronzo, con figureche sembrano spirar, muovere il volto.Sotto un arco poi s’entra, ove misturedi bel musaico ingannan l’occhio molto.Quindi si va in un quadro ch’ogni facciade le sue loggie ha lunga cento braccia.
75La sua porta ha per sé ciascuna loggia,e tra la porta e sé ciascuna ha un arco:d’ampiezza pari son, ma varia foggiafe’ d’ornamenti il mastro lor non parco.Da ciascuno arco s’entra, ove si poggiasí facil, ch’un somier vi può gir carco.Un altro arco di su trova ogni scala;e s’entra per ogni arco in una sala.
76Gli archi di sopra escono fuor del segnotanto, che fan coperchio alle gran porte;e ciascun due colonne ha per sostegno,altre di bronzo, altre di pietra forte.Lungo sará, se tutti vi disegnogli ornati alloggiamenti de la corte;e oltr’a quel ch’appar, quanti agi sottola cava terra il mastro avea ridotto.
77L’alte colonne e i capitelli d’oro,da che i gemmati palchi eran suffulti,i peregrini marmi che vi fôroda dotta mano in varie forme sculti,pitture e getti, e tant’altro lavoro(ben che la notte agli occhi il piú ne occulti),mostran che non bastaro a tanta moledi duo re insieme le ricchezze sole.
78Sopra gli altri ornamenti ricchi e belli,ch’erano assai ne la gioconda stanza,v’era una fonte che per piú ruscellispargea freschissime acque in abondanza.Poste le mense avean quivi i donzelli;ch’era nel mezzo per ugual distanza:vedeva, e parimente veduta erada quattro porte de la casa altiera.
79Fatta da mastro diligente e dottola fonte era con molta e suttil opra,di loggia a guisa, o padiglion ch’in ottofaccie distinto, intorno adombri e cuopra.Un ciel d’oro, che tutto era di sottocolorito di smalto, le sta sopra;et otto statue son di marmo bianco,che sostengon quel ciel col braccio manco.
80Ne la man destra il corno d’Amalteasculto avea lor l’ingenïoso mastro,onde con grato murmure cadeal’acqua di fuore in vaso d’alabastro;et a sembianza di gran donna avearidutto con grande arte ogni pilastro.Son d’abito e di faccia differente,ma grazia hanno e beltá tutte ugualmente.
81Fermava il piè ciascun di questi segnisopra due belle imagini piú basse,che con la bocca aperta facean segniche ’l canto e l’armonia lor dilettasse;e quell’atto in che son, par che disegniche l’opra e studio lor tutto lodassele belle donne che sugli omeri hanno,se fosser quei di cu’ in sembianza stanno.
82I simulacri inferïori in manoavean lunghe et amplissime scritture,ove facean con molta laude pianoi nomi de le piú degne figure;e mostravano ancor poco lontanoi propri loro in note non oscure.Mirò Rinaldo a lume di doppierile donne ad una ad una e i cavallieri.
83La prima inscrizïon ch’agli occhi occorre,con lungo onor Lucrezia Borgia noma,la cui bellezza et onestá preporredebbe all’antiqua la sua patria Roma.I duo che voluto han sopra sé tôrretanto eccellente et onorata soma,noma lo scritto, Antonio Tebaldeo,Ercole Strozza: un Lino et uno Orfeo.
84Non men gioconda statua né men bellasi vede appresso, e la scrittura dice:— Ecco la figlia d’Ercole, Issabella,per cui Ferrara si terrá felicevia piú, perché in lei nata sará quella,che d’altro ben che prospera e fautricee benigna Fortuna dar le deve,volgendo gli anni nel suo corso lieve. —
85I duo che mostran disïosi affettiche la gloria di lei sempre risuone,Gian Iacobi ugualmente erano detti,l’uno Calandra, e l’altro Bardelone.Nel terzo e quarto loco ove per strettirivi l’acqua esce fuor del padiglione,due donne son, che patria, stirpe, onorehanno di par, di par beltá e valore.
86Elissabetta l’una, e Leonoranominata era l’altra: e fia, per quantonarrava il marmo sculto, d’esse ancorasí glorïosa la terra di Manto,che di Vergilio, che tanto l’onora,piú che di queste, non si dará vanto.Avea la prima a piè del sacro lemboIacobo Sadoletto e Pietro Bembo.
87Uno elegante Castiglione, e un cultoMuzio Arelio de l’altra eran sostegni.Di questi nomi era il bel marmo sculto,ignoti allora, or sí famosi e degni.Veggon poi quella a cui dal cielo indultotanta virtú sará, quanta ne regni,o mai regnata in alcun tempo sia,versata da Fortuna or buona or ria.
89Lo scritto d’oro esser costei dichiaraLucrezia Bentivoglia; e fra le lodepone di lei, che ’l duca di Ferrarad’esserle padre si rallegra e gode.Di costei canta con soave e chiaravoce un Camil che ’l Reno e Felsina odecon tanta attenzïon, tanto stupore,con quanta Anfriso udí giá il suo pastore;
89et un per cui la terra, ove l’Isaurole sue dolci acque insala in maggior vase,nominata sará da l’Indo al Mauro,e da l’austrine all’iperboree case,via piú che per pesare il romano auro,di che perpetuo nome le rimase;Guido Postumo, a cui doppia coronaPallade quinci, e quindi Febo dona.
90L’altra che segue in ordine, è Dïana.— Non guardar (dice il marmo scritto) ch’ellasia altiera in vista; che nel core umananon sará però men ch’in viso bella. —Il dotto Celio Calcagnin lontanafará la gloria e ’l bel nome di quellanel regno di Monese, in quel di Iuba,in India e Spagna udir con chiara tuba:
91et un Marco Cavallo, che tal fontefará di poesia nascer d’Ancona,qual fe’ il cavallo alato uscir del monte,non so se di Parnasso o d’Elicona.Beatrice appresso a questo alza la fronte,di cui lo scritto suo cosí ragiona:— Beatrice bea, vivendo, il suo consorte,e lo lascia infelice alla sua morte;
92anzi tutta l’Italia, che con leifia triunfante, e senza lei, captiva. —Un signor di Coreggio di costeicon alto stil par che cantando scriva,e Timoteo, l’onor de’ Bendedei:ambi faran tra l’una e l’altra rivafermare al suon de’ lor soavi plettriil fiume ove sudâr gli antiqui elettri.
93Tra questo loco e quel de la colonnache fu sculpita in Borgia, com’è detto,formata in alabastro una gran donnaera di tanto e sí sublime aspetto,che sotto puro velo, in nera gonna,senza oro e gemme, in un vestire schietto,tra le piú adorne non parea men bella,che sia tra l’altre la ciprigna stella.
94Non si potea, ben contemplando fiso,conoscer se piú grazia o piú beltade,o maggior maestá fosse nel viso,o piú indizio d’ingegno o d’onestade.— Chi vorrá di costei (dicea l’incisomarmo) parlar, quanto parlar n’accade,ben torrá impresa piú d’ogn’altra degna;ma non però ch’a fin mai se ne vegna. —
95Dolce quantunque e pien di grazia tantofosse il suo bello e ben formato segno,parea sdegnarsi che con umil cantoardisse lei lodar sí rozzo ingegno,com’era quel che sol, senz’altri a canto(non so perché), le fu fatto sostegno.Di tutto ’l resto erano i nomi sculti;sol questi duo l’artefice avea occulti.
96Fanno le statue in mezzo un luogo tondo,che ’l pavimento asciutto ha di corallo,di freddo soavissimo giocondo,che rendea il puro e liquido cristallo,che di fuor cade in un canal fecondo,che ’l prato verde, azzurro, bianco e giallorigando, scorre per vari ruscelli,grato alle morbide erbe e agli arbuscelli.
97Col cortese oste ragionando stavail paladino a mensa; e spesso spesso,senza piú differir, gli ricordavache gli attenesse quanto avea promesso:e ad or ad or mirandolo, osservavach’avea di grande affanno il core oppresso;che non può star momento che non abbiaun cocente sospiro in su le labbia.
98Spesso la voce dal disio cacciataviene a Rinaldo sin presso alla boccaper domandarlo; e quivi, raffrenatada cortese modestia, fuor non scocca.Ora essendo la cena terminata,ecco un donzello a chi l’ufficio tocca,pon su la mensa un bel nappo d’or fino,di fuor di gemme, e dentro pien di vino.
98Il signor de la casa allora alquantosorridendo, a Rinaldo levò il viso;ma chi ben lo notava, piú di piantoparea ch’avesse voglia che di riso.Disse: — Ora a quel che mi ricordi tanto,che tempo sia di sodisfar m’è aviso;mostrarti un paragon ch’esser de’ gratodi vedere a ciascun c’ha moglie allato.
100Ciascun marito, a mio giudizio, devesempre spiar se la sua donna l’ama;saper s’onore o biasmo ne riceve,se per lei bestia, o se pur uom si chiama.L’incarco de le corna è lo piú lievech’al mondo sia, se ben l’uom tanto infama:lo vede quasi tutta l’altra gente;e chi l’ha in capo, mai non se lo sente.
101Se tu sai che fedel la moglie sia,hai di piú amarla e d’onorar ragione,che non ha quel che la conosce ria,o quel che ne sta in dubbio e in passïone.Di molte n’hanno a torto gelosiai lor mariti, che son caste e buone:molti di molte anco sicuri stanno,che con le corna in capo se ne vanno.
102Se vuoi saper se la tua sia pudica(come io credo che credi, e creder déi;ch’altrimente far credere è fatica,se chiaro giá per prova non ne sei),tu per te stesso, senza ch’altri il dica,te n’avvedrai, s’in questo vaso béi;che per altra cagion non è qui messo,che per mostrarti quanto io t’ho promesso.
103Se béi con questo, vedrai grande effetto;che se porti il cimier di Cornovaglia,il vin ti spargerai tutto sul petto,né gocciola sará ch’in bocca saglia:ma s’hai moglie fedel, tu berai netto.Or di veder tua sorte ti travaglia. —Cosí dicendo, per mirar tien gli occhi,ch’in seno il vin Rinaldo si trabbocchi.
104Quasi Rinaldo di cercar suasoquel che poi ritrovar non vorria forse,messa la mano inanzi, e preso il vaso,fu presso di volere in prova pôrse:poi, quanto fosse periglioso il casoa porvi i labri, col pensier discorse.Ma lasciate, Signor, ch’io mi ripose;poi dirò quel che ’l paladin rispose.

Glossario

astor
astore, uccello rapace simile allo sparviero.
elsa
l’impugnatura della spada, con la guardia.
destriero
cavallo da battaglia.
aita
aiuto.
navilio
nave; anche flotta.
galea
nave da guerra a remi.
labbia
labbra, bocca.
tòsco
veleno.
cimiero
ornamento posto in cima all’elmo.
sopraveste
veste portata sopra l’armatura, spesso con i colori e l’insegna del cavaliere.
arcione
la parte rialzata della sella, davanti e dietro al cavaliere; la sella stessa.
onte
offese, oltraggi.
somier
bestia da soma.
padiglion
tenda da campo.

A cura di Daniel Kaiser, aggiornato il .