1Miser chi mal oprando si confidach’ognor star debbia il maleficio occulto;che quando ogn’altro taccia, intorno gridal’aria e la terra istessa in ch’è sepulto:e Dio fa spesso che ’l peccato guidail peccator, poi ch’alcun dí gli ha indulto,che sé medesmo, senza altrui richiesta,innavedutamente manifesta.
2Avea creduto il miser Polinessototalmente il delitto suo coprire,Dalinda consapevole d’appressolevandosi, che sola il potea dire:e aggiungendo il secondo al primo eccesso,affrettò il mal che potea differire,e potea differire e schivar forse;ma se stesso spronando, a morir corse:
3e perdé amici a un tempo e vita e stato,e onor, che fu molto piú grave danno.Dissi di sopra, che fu assai pregatoil cavallier, ch’ancor chi sia non sanno.Al fin si trasse l’elmo, e ’l viso amatoscoperse, che piú volte veduto hanno:e dimostrò come era Arïodante,per tutta Scozia lacrimato inante;
4Arïodante, che Ginevra piantoavea per morto, e ’l fratel pianto avea,il re, la corte, il popul tutto quanto:di tal bontá, di tal valor splendea.Adunque il peregrin mentir di quantodianzi di lui narrò, quivi apparea;e fu pur ver che dal sasso marinogittarsi in mar lo vide a capo chino.
5Ma (come aviene a un disperato spesso,che da lontan brama e disia la morte,e l’odia poi che se la vede appresso,tanto gli pare il passo acerbo e forte)Arïodante, poi ch’in mar fu messo,si pentí di morire: e come fortee come destro e piú d’ogn’altro ardito,si messe a nuoto e ritornossi al lito;
6e dispregiando e nominando folleil desir ch’ebbe di lasciar la vita,si messe a caminar bagnato e molle,e capitò all’ostel d’un eremita.Quivi secretamente indugiar volletanto, che la novella avesse udita,se del caso Ginevra s’allegrasse,o pur mesta e pietosa ne restasse.
7Intese prima, che per gran doloreella era stata a rischio di morire(la fama andò di questo in modo fuore,che ne fu in tutta l’isola che dire):contrario effetto a quel che per errorecredea aver visto con suo gran martire.Intese poi, come Lurcanio aveafatta Ginevra appresso il padre rea.
8Contra il fratel d’ira minor non arse,che per Ginevra giá d’amore ardesse;che troppo empio e crudele atto gli parse,ancora che per lui fatto l’avesse.Sentendo poi, che per lei non comparsecavallier che difender la volesse(che Lurcanio sí forte era e gagliardo,ch’ognun d’andargli contra avea riguardo;
9e chi n’avea notizia, il riputavatanto discreto, e sí saggio et accorto,che se non fosse ver quel che narrava,non si porrebbe a rischio d’esser morto;per questo la piú parte dubitavadi non pigliar questa difesa a torto);Arïodante, dopo gran discorsi,pensò all’accusa del fratello opporsi.
10— Ah lasso! io non potrei (seco dicea)sentir per mia cagion perir costei:troppo mia morte fôra acerba e rea,se inanzi a me morir vedessi lei.Ella è pur la mia donna e la mia dea,questa è la luce pur degli occhi miei:convien ch’a dritto e a torto, per suo scampopigli l’impresa, e resti morto in campo.
11So ch’io m’appiglio al torto; e al torto sia:e ne morrò; né questo mi sconforta,se non ch’io so che per la morte miasí bella donna ha da restar poi morta.Un sol conforto nel morir mi fia,che, se ’l suo Polinesso amor le porta,chiaramente veder avrá potuto,che non s’è mosso ancor per darle aiuto;
12e me, che tanto espressamente ha offeso,vedrá, per lei salvare, a morir giunto.Di mio fratello insieme, il quale accesotanto fuoco ha, vendicherommi a un punto;ch’io lo farò doler, poi che compresoil fine avrá del suo crudele assunto:creduto vendicar avrá il germano,e gli avrá dato morte di sua mano. —
13Concluso ch’ebbe questo nel pensiero,nuove arme ritrovò, nuovo cavallo;e sopraveste nere, e scudo neroportò, fregiato a color verdegiallo.Per aventura si trovò un scudieroignoto in quel paese, e menato hallo;e sconosciuto (come ho giá narrato)s’appresentò contra il fratello armato.
14Narrato v’ho come il fatto successe,come fu conosciuto Arïodante.Non minor gaudio n’ebbe il re, ch’avessede la figliuola liberata inante.Seco pensò che mai non si potessetrovar un piú fedele e vero amante;che dopo tanta ingiuria, la difesadi lei, contra il fratel proprio, avea presa.
15E per sua inclinazion (ch’assai l’amava)e per li preghi di tutta la corte,e di Rinaldo, che piú d’altri instava,de la bella figliuola il fa consorte.La duchea d’Albania ch’al re tornavadopo che Polinesso ebbe la morte,in miglior tempo discader non puote,poi che la dona alla sua figlia in dote.
16Rinaldo per Dalinda impetrò grazia,che se n’andò di tanto errore esente;la qual per voto, e perché molto saziaera del mondo, a Dio volse la mente:monaca s’andò a render fin in Dazia,e si levò di Scozia immantinente.Ma tempo è omai di ritrovar Ruggiero,che scorre il ciel su l’animal leggiero.
17Ben che Ruggier sia d’animo constante,né cangiato abbia il solito colore,io non gli voglio creder che tremantenon abbia dentro piú che foglia il core.Lasciato avea di gran spazio distantetutta l’Europa, et era uscito fuoreper molto spazio il segno che prescrittoavea giá a’ naviganti Ercole invitto.
18Quello ippogrifo, grande e strano augello,lo porta via con tal prestezza d’ale,che lascieria di lungo tratto quelloceler ministro del fulmineo strale.Non va per l’aria altro animal sí snello,che di velocitá gli fosse uguale:credo ch’a pena il tuono e la saettavenga in terra dal ciel con maggior fretta.
19Poi che l’augel trascorso ebbe gran spazioper linea dritta e senza mai piegarsi,con larghe ruote, omai de l’aria sazio,cominciò sopra una isola a calarsi;pari a quella ove, dopo lungo straziofar del suo amante e lungo a lui celarsi,la vergine Aretusa passò invanodi sotto il mar per camin cieco e strano.
20Non vide né ’l piú bel né ’l piú giocondoda tutta l’aria ove le penne stese;né se tutto cercato avesse il mondo,vedria di questo il piú gentil paese,ove, dopo un girarsi di gran tondo,con Ruggier seco il grande augel discese:culte pianure e delicati colli,chiare acque, ombrose ripe e prati molli.
21Vaghi boschetti di soavi allori,di palme e d’amenissime mortelle,cedri et aranci ch’avean frutti e fioricontesti in varie forme e tutte belle,facean riparo ai fervidi caloride’ giorni estivi con lor spesse ombrelle;e tra quei rami con sicuri volicantando se ne giano i rosignuoli.
22Tra le purpuree rose e i bianchi gigli,che tiepida aura freschi ognora serba,sicuri si vedean lepri e conigli,e cervi con la fronte alta e superba,senza temer ch’alcun gli uccida o pigli,pascano o stiansi rominando l’erba;saltano i daini e i capri isnelli e destri,che sono in copia in quei luoghi campestri.
23Come sí presso è l’ippogrifo a terra,ch’esser ne può men periglioso il salto,Ruggier con fretta de l’arcion si sferra,e si ritruova in su l’erboso smalto;tuttavia in man le redine si serra,che non vuol che ’l destrier piú vada in alto:poi lo lega nel margine marinoa un verde mirto in mezzo un lauro e un pino.
24E quivi appresso ove surgea una fontecinta di cedri e di feconde palme,pose lo scudo, e l’elmo da la frontesi trasse, e disarmossi ambe le palme;et ora alla marina et ora al montevolgea la faccia all’aure fresche et alme,che l’alte cime con mormorii lietifan tremolar dei faggi e degli abeti.
25Bagna talor ne la chiara onda e frescal’asciutte labra, e con le man diguazza,acciò che de le vene il calore escache gli ha acceso il portar de la corazza.Né maraviglia è giá ch’ella gl’incresca;che non è stato un far vedersi in piazza:ma senza mai posar, d’arme guernito,tremila miglia ognor correndo era ito.
26Quivi stando, il destrier ch’avea lasciatotra le piú dense frasche alla fresca ombra,per fuggir si rivolta, spaventatodi non so che, che dentro al bosco adombra:e fa crollar sí il mirto ove è legato,che de le frondi intorno il piè gli ingombra:crollar fa il mirto e fa cader la foglia;né succede però che se ne scioglia.
27Come ceppo talor, che le medollerare e vòte abbia, e posto al fuoco sia,poi che per gran calor quell’aria molleresta consunta ch’in mezzo l’empía,dentro risuona e con strepito bolletanto che quel furor truovi la via;cosí murmura e stride e si corucciaquel mirto offeso, e al fine apre la buccia.
28Onde con mesta e flebil voce uscíoespedita e chiarissima favella,e disse: — Se tu sei cortese e pio,come dimostri alla presenza bella,lieva questo animal da l’arbor mio:basti che ’l mio mal proprio mi flagella,senza altra pena, senza altro dolorech’a tormentarmi ancor venga di fuore. —
29Al primo suon di quella voce torseRuggiero il viso, e subito levosse;e poi ch’uscir da l’arbore s’accorse,stupefatto restò piú che mai fosse.A levarne il destrier subito corse;e con le guancie di vergogna rosse:— Qual che tu sii, perdonami (dicea),o spirto umano, o boschereccia dea.
30Il non aver saputo che s’ascondasotto ruvida scorza umano spirto,m’ha lasciato turbar la bella frondae far ingiuria al tuo vivace mirto:ma non restar però, che non rispondachi tu ti sia, ch’in corpo orrido et irto,con voce e razionale anima vivi;se da grandine il ciel sempre ti schivi.
31E s’ora o mai potrò questo dispettocon alcun beneficio compensarte,per quella bella donna ti prometto,quella che di me tien la miglior parte,ch’io farò con parole e con effetto,ch’avrai giusta cagion di me lodarte. —Come Ruggiero al suo parlar fin diede,tremò quel mirto da la cima al piede.
32Poi si vide sudar su per la scorza,come legno dal bosco allora tratto,che del fuoco venir sente la forza,poscia ch’invano ogni ripar gli ha fatto;e cominciò: — Tua cortesia mi sforzaa discoprirti in un medesmo trattoch’io fossi prima, e chi converso m’aggiain questo mirto in su l’amena spiaggia.
33Il nome mio fu Astolfo; e paladinoera di Francia, assai temuto in guerra:d’Orlando e di Rinaldo era cugino,la cui fama alcun termine non serra;e si spettava a me tutto il domino,dopo il mio padre Oton, de l’Inghilterra.Leggiadro e bel fui sí, che di me accesipiú d’una donna; e al fin me solo offesi.
34Ritornando io da quelle isole estremeche da Levante il mar Indico lava,dove Rinaldo et alcun’altri insiememeco fur chiusi in parte oscura e cava,et onde liberate le supremeforze n’avean del cavallier di Brava;vêr ponente io venía lungo la sabbiache del settentrïon sente la rabbia.
35E come la via nostra e il duro e fellodistin ci trasse, uscimmo una matinasopra la bella spiaggia, ove un castellosiede sul mar, de la possente Alcina.Trovammo lei ch’uscita era di quello,e stava sola in ripa alla marina;e senza rete e senza amo traeatutti li pesci al lito, che volea.
36Veloci vi correvano i delfini,vi venía a bocca aperta il grosso tonno;i capidogli coi vécchi marinivengon turbati dal lor pigro sonno;muli, salpe, salmoni e coracininuotano a schiere in piú fretta che ponno;pistrici, fisiteri, orche e baleneescon del mar con monstruose schiene.
37Veggiamo una balena, la maggioreche mai per tutto il mar veduta fosse:undeci passi e piú dimostra fuorede l’onde salse le spallaccie grosse.Caschiamo tutti insieme in uno errore,perch’era ferma e che mai non si scosse:ch’ella sia una isoletta ci credemo,cosí distante ha l’un da l’altro estremo.
38Alcina i pesci uscir facea de l’acquecon semplici parole e puri incanti.Con la fata Morgana Alcina nacque,io non so dir s’a un parto o dopo o inanti.Guardommi Alcina; e subito le piacquel’aspetto mio, come mostrò ai sembianti:e pensò con astuzia e con ingegnotormi ai compagni; e riuscí il disegno.
39Ci venne incontra con allegra faccia,con modi grazïosi e riverenti,e disse: — Cavallier, quando vi piacciafar oggi meco i vostri alloggiamenti,io vi farò veder, ne la mia caccia,di tutti i pesci sorti differenti:chi scaglioso, chi molle e chi col pelo;e saran piú che non ha stelle il cielo.
40E volendo vedere una sirenache col suo dolce canto acheta il mare,passian di qui fin su quell’altra arena,dove a quest’ora suol sempre tornare. —E ci mostrò quella maggior balena,che, come io dissi, una isoletta pare.Io che sempre fui troppo (e me n’incresce)volonteroso, andai sopra quel pesce.
41Rinaldo m’accennava, e similmenteDudon, ch’io non v’andassi: e poco valse.La fata Alcina con faccia ridente,lasciando gli altri dua, dietro mi salse.La balena, all’ufficio diligente,nuotando se n’andò per l’onde salse.Di mia sciochezza tosto fui pentito;ma troppo mi trovai lungi dal lito.
42Rinaldo si cacciò ne l’acqua a nuotoper aiutarmi, e quasi si sommerse,perché levossi un furïoso Notoche d’ombra il cielo e ’l pelago coperse.Quel che di lui seguí poi, non m’è noto.Alcina a confortarmi si converse;e quel dí tutto e la notte che venne,sopra quel mostro in mezzo il mar mi tenne.
43Fin che venimmo a questa isola bella,di cui gran parte Alcina ne possiede,e l’ha usurpata ad una sua sorellache ’l padre giá lasciò del tutto erede,perché sola legitima avea quella;e (come alcun notizia me ne diede,che pienamente instrutto era di questo)sono quest’altre due nate d’incesto.
44E come sono inique e sceleratee piene d’ogni vizio infame e brutto,cosí quella, vivendo in castitate,posto ha ne le virtuti il suo cor tutto.Contra lei queste due son congiurate;e giá piú d’uno esercito hanno instruttoper cacciarla de l’isola, e in piú voltepiú di cento castella l’hanno tolte:
45né ci terrebbe ormai spanna di terracolei, che Logistilla è nominata,se non che quinci un golfo il passo serra,e quindi una montagna inabitata,sí come tien la Scozia e l’Inghilterrail monte e la riviera, separata;né però Alcina né Morgana restache non le voglia tor ciò che le resta.
46Perché di vizii è questa coppia rea,odia colei, perché è pudica e santa.Ma, per tornare a quel ch’io ti dicea,e seguir poi com’io divenni pianta,Alcina in gran delizie mi tenea,e del mio amore ardeva tutta quanta;né minor fiamma nel mio core acceseil veder lei sí bella e sí cortese.
47Io mi godea le delicate membra:pareami aver qui tutto il ben raccoltoche fra i mortali in piú parti si smembra,a chi piú et a chi meno e a nessun molto;né di Francia né d’altro mi rimembra:stavomi sempre a contemplar quel volto:ogni pensiero, ogni mio bel disegnoin lei finia, né passava oltre il segno.
48Io da lei altretanto era o piú amato:Alcina piú non si curava d’altri;ella ogn’altro suo amante avea lasciato,ch’inanzi a me ben ce ne fur degli altri.Me consiglier, me avea dí e notte a lato,e me fe’ quel che commandava agli altri:a me credeva, a me si riportava;né notte o dí con altri mai parlava.
49Deh! perché vo le mie piaghe toccando,senza speranza poi di medicina?perché l’avuto ben vo rimembrando,quando io patisco estrema disciplina?Quando credea d’esser felice, e quandocredea ch’amar piú mi dovesse Alcina,il cor che m’avea dato si ritolse,e ad altro nuovo amor tutta si volse.
50Conobbi tardi il suo mobil ingegno,usato amare e disamare a un punto.Non era stato oltre a duo mesi in regno,ch’un novo amante al loco mio fu assunto.Da sé cacciommi la fata con sdegno,e da la grazia sua m’ebbe disgiunto:e seppi poi, che tratti a simil portoavea mill’altri amanti, e tutti a torto.
51E perché essi non vadano pel mondodi lei narrando la vita lasciva,chi qua chi lá, per lo terren fecondoli muta, altri in abete, altri in oliva,altri in palma, altri in cedro, altri secondoche vedi me su questa verde riva;altri in liquido fonte, alcuni in fiera,come piú agrada a quella fata altiera.
52Or tu che sei per non usata via,signor, venuto all’isola fatale,acciò ch’alcuno amante per te siaconverso in pietra o in onda, o fatto tale;avrai d’Alcina scettro e signoria,e sarai lieto sopra ogni mortale:ma certo sii di giunger tosto al passod’entrar o in fiera o in fonte o in legno o in sasso.
53Io te n’ho dato volentieri aviso;non ch’io mi creda che debbia giovarte:pur meglio fia che non vadi improviso,e de’ costumi suoi tu sappia parte;che forse, come è differente il viso,è differente ancor l’ingegno e l’arte.Tu saprai forse riparare al danno,quel che saputo mill’altri non hanno. —
54Ruggier, che conosciuto avea per famach’Astolfo alla sua donna cugin era,si dolse assai che in steril pianta e gramamutato avesse la sembianza vera;e per amor di quella che tanto ama(pur che saputo avesse in che maniera)gli avria fatto servizio: ma aiutarloin altro non potea, ch’in confortarlo.
55Lo fe’ al meglio che seppe; e domandollipoi se via c’era, ch’al regno guidassidi Logistilla, o per piano o per colli,sí che per quel d’Alcina non andassi.Che ben ve n’era un’altra, ritornollil’arbore a dir, ma piena d’aspri sassi,s’andando un poco inanzi alla man destra,salisse il poggio invêr la cima alpestra.
56Ma che non pensi giá che seguir possail suo camin per quella strada troppo:incontro avrá di gente ardita, grossae fiera compagnia, con duro intoppo.Alcina ve li tien per muro e fossaa chi volesse uscir fuor del suo groppo.Ruggier quel mirto ringraziò del tutto,poi da lui si partí dotto et instrutto.
57Venne al cavallo, e lo disciolse e preseper le redine, e dietro se lo trasse;né, come fece prima, piú l’ascese,perché mal grado suo non lo portasse.Seco pensava come nel paesedi Logistilla a salvamento andasse.Era disposto e fermo usar ogni opra,che non gli avesse imperio Alcina sopra.
58Pensò di rimontar sul suo cavallo,e per l’aria spronarlo a nuovo corso:ma dubitò di far poi maggior fallo;che troppo mal quel gli ubidiva al morso.— Io passerò per forza, s’io non fallo, —dicea tra sé, ma vano era il discorso.Non fu duo miglia lungi alla marina,che la bella cittá vide d’Alcina.
59Lontan si vide una muraglia lungache gira intorno, e gran paese serra;e par che la sua altezza al ciel s’aggiunga,e d’oro sia da l’alta cima a terra.Alcun dal mio parer qui si dilunga,e dice ch’ell’è alchimia: e forse ch’erra;et anco forse meglio di me intende:a me par oro, poi che sí risplende.
60Come fu presso alle sí ricche mura,che ’l mondo altre non ha de la lor sorte,lasciò la strada che per la pianuraampla e diritta andava alle gran porte;et a man destra, a quella piú sicura,ch’al monte gía, piegossi il guerrier forte:ma tosto ritrovò l’iniqua frotta,dal cui furor gli fu turbata e rotta.
61Non fu veduta mai piú strana torma,piú monstruosi volti e peggio fatti:alcun dal collo in giú d’uomini han forma,col viso altri di simie, altri di gatti;stampano alcun con piè caprigni l’orma;alcuni son centauri agili et atti;son gioveni impudenti e vecchi stolti,chi nudi e chi di strane pelli involti.
62Chi senza freno in s’un destrier galoppa,chi lento va con l’asino o col bue,altri salisce ad un centauro in groppa,struzzoli molti han sotto, aquile e grue;ponsi altri a bocca il corno, altri la coppa;chi femina è, chi maschio, e chi amendue;chi porta uncino e chi scala di corda,chi pal di ferro e chi una lima sorda.
63Di questi il capitano si vedeaaver gonfiato il ventre, e ’l viso grasso;il qual su una testuggine sedea,che con gran tarditá mutava il passo.Avea di qua e di lá chi lo reggea,perché egli era ebro, e tenea il ciglio basso;altri la fronte gli asciugava e il mento,altri i panni scuotea per fargli vento.
64Un ch’avea umana forma i piedi e ’l ventre,e collo avea di cane, orecchie e testa,contra Ruggiero abaia, acciò ch’egli entrene la bella cittá ch’a dietro resta.Rispose il cavallier: — Nol farò, mentreavrá forza la man di regger questa! —e gli mostra la spada, di cui voltaavea l’aguzza punta alla sua volta.
65Quel monstro lui ferir vuol d’una lancia,ma Ruggier presto se gli aventa addosso:una stoccata gli trasse alla pancia,e la fe’ un palmo riuscir pel dosso.Lo scudo imbraccia, e qua e lá si lancia,ma l’inimico stuolo è troppo grosso:l’un quinci il punge, e l’altro quindi afferra:egli s’arrosta, e fa lor aspra guerra.
66L’un sin a’ denti, e l’altro sin al pettopartendo va di quella iniqua razza;ch’alla sua spada non s’oppone elmetto,né scudo, né panziera, né corazza:ma da tutte le parti è cosí astretto,che bisogno saria, per trovar piazzae tener da sé largo il popul reo,d’aver piú braccia e man che Briareo.
67Se di scoprire avesse avuto avisolo scudo che giá fu del negromante(io dico quel ch’abbarbagliava il viso,quel ch’all’arcione avea lasciato Atlante),subito avria quel brutto stuol conquisoe fattosel cader cieco davante;e forse ben, che disprezzò quel modo,perché virtude usar volse, e non frodo.
68Sia quel che può, piú tosto vuol morire,che rendersi prigione a sí vil gente.Eccoti intanto da la porta usciredel muro, ch’io dicea d’oro lucente,due giovani ch’ai gesti et al vestirenon eran da stimar nate umilmente,né da pastor nutrite con disagi,ma fra delizie di real palagi.
69L’una e l’altra sedea s’un lïocorno,candido piú che candido armelino;l’una e l’altra era bella, e di sí adornoabito, e modo tanto pellegrino,che a l’uom, guardando e contemplando intorno,bisognerebbe aver occhio divinoper far di lor giudizio: e tal sariaBeltá, s’avesse corpo, e Leggiadria.
70L’una e l’altra n’andò dove nel pratoRuggiero è oppresso da lo stuol villano.Tutta la turba si levò da lato;e quelle al cavallier porser la mano,che tinto in viso di color rosato,le donne ringraziò de l’atto umano:e fu contento, compiacendo loro,di ritornarsi a quella porta d’oro.
71L’adornamento che s’aggira soprala bella porta e sporge un poco avante,parte non ha che tutta non si cuoprade le piú rare gemme di Levante.Da quattro parti si riposa sopragrosse colonne d’integro diamante.O vero o falso ch’all’occhio risponda,non è cosa piú bella o piú gioconda.
72Su per la soglia e fuor per le colonnecorron scherzando lascive donzelle,che, se i rispetti debiti alle donneservasser piú, sarian forse piú belle.Tutte vestite eran di verdi gonne,e coronate di frondi novelle.Queste, con molte offerte e con buon viso,Ruggier fecero entrar nel paradiso:
73che si può ben cosí nomar quel loco,ove mi credo che nascesse Amore.Non vi si sta se non in danza e in giuoco,e tutte in festa vi si spendon l’ore:pensier canuto né molto né pocosi può quivi albergare in alcun core:non entra quivi disagio né inopia,ma vi sta ognor col corno pien la Copia.
74Qui, dove con serena e lieta frontepar ch’ognor rida il grazïoso aprile,gioveni e donne son: qual presso a fontecanta con dolce e dilettoso stile;qual d’un arbore all’ombra e qual d’un monteo giuoca o danza o fa cosa non vile;e qual, lungi dagli altri, a un suo fedelediscuopre l’amorose sue querele.
75Per le cime dei pini e degli allori,degli alti faggi e degl’irsuti abeti,volan scherzando i pargoletti Amori:di lor vittorie altri godendo lieti,altri pigliando, a saettare i cori,la mira quindi, altri tendendo reti;chi tempra dardi ad un ruscel piú basso,e chi gli aguzza ad un volubil sasso.
76Quivi a Ruggier un gran corsier fu dato,forte, gagliardo, e tutto di pel sauro,ch’avea il bel guernimento ricamatodi prezïose gemme e di fin auro;e fu lasciato in guardia quello alato,quel che solea ubidire al vecchio Mauro,a un giovene che dietro lo menassial buon Ruggier, con men frettosi passi.
77Quelle due belle giovani amorosech’avean Ruggier da l’empio stuol difeso,da l’empio stuol che dianzi se gli opposesu quel camin ch’avea a man destra preso,gli dissero: — Signor, le virtuoseopere vostre che giá abbiamo inteso,ne fan sí ardite, che l’aiuto vostrovi chiederemo a beneficio nostro.
78Noi troveren tra via tosto una lama,che fa due parti di questa pianura.Una crudel, che Erifilla si chiama,difende il ponte, e sforza e inganna e furachiunque andar ne l’altra ripa brama;et ella è gigantessa di statura,li denti ha lunghi e velenoso il morso,acute l’ugne, e graffia come un orso.
79Oltre che sempre ci turbi il camino,che libero saria se non fosse ella,spesso, correndo per tutto il giardino,va disturbando or questa cosa or quella.Sappiate che del populo assassinoche vi assalí fuor de la porta bella,molti suoi figli son, tutti seguaci,empii, come ella, inospiti e rapaci. —
80Ruggier rispose: — Non ch’una battaglia,ma per voi sarò pronto a farne cento:di mia persona, in tutto quel che vaglia,fatene voi secondo il vostro intento;che la cagion ch’io vesto piastra e maglia,non è per guadagnar terre né argento,ma sol per farne beneficio altrui,tanto piú a belle donne come vui. —
81Le donne molte grazie riferirodegne d’un cavallier, come quell’era:e cosí ragionando ne venirodove videro il ponte e la riviera;e di smeraldo ornata e di zafirosu l’arme d’or, vider la donna altiera.Ma dir ne l’altro canto differisco,come Ruggier con lei si pose a risco.