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Riassunto

Riassunto: Jeli il pastore

Cosa succede

Jeli, un ragazzo di tredici anni, fa il guardiano di cavalli nella fattoria di Tebidi. Vive sempre nei campi, sa fare ogni lavoro con le mani e capisce la natura meglio delle persone. Diventa amico di don Alfonso, il figlio dei padroni in villeggiatura, e si fa scrivere da lui su un foglietto il nome di Mara, la figlia di massaro Agrippino, con cui è cresciuto.

Il padre di Jeli muore di malaria e la famiglia di Mara si trasferisce a Marineo. Tempo dopo, mentre Jeli porta i puledri alla fiera di San Giovanni, una carrozza spaventa il branco e lo stellato precipita in un burrone; il fattore lo abbatte e caccia il ragazzo. Alla festa Jeli ritrova Mara e la vede baciarsi, durante i fuochi, con il figlio di massaro Neri.

Diventato pecoraio alla Salonia, Jeli viene a sapere che il matrimonio di Mara è andato a monte, perché si dice che la ragazza se la intenda con don Alfonso; poco dopo è lei stessa a proporsi a lui, che la sposa felice. Mara resta in paese e Jeli, che torna a casa due volte al mese, non capisce o non vuole capire che la moglie lo tradisce; perdona perfino il garzone che glielo dice in faccia, e da allora lo chiamano Corna d’oro.

Durante la tosatura il padrone organizza una scampagnata con gli amici, tra cui don Alfonso, e anche Mara arriva alla fattoria. Jeli la prega di non andare a ballare, ma lei non gli dà retta; quando vede don Alfonso prenderla per mano, gli si avventa addosso e gli taglia la gola con la forbice. Davanti al giudice si stupisce che gli si rimproveri di averlo ucciso, dal momento che gli aveva preso la Mara.

Perché è importante

È la novella più lunga della raccolta e racconta la vita di un’anima semplice, cresciuta tra gli animali e lontana dalle parole degli uomini. Jeli guarda con sospetto la scrittura e le idee nuove, e subisce senza ribellarsi le disuguaglianze sociali che lo separano dal signorino e dalla figlia del massaro. La natura, descritta con attenzione alle stagioni e alle ore del giorno, accompagna tutta la sua storia.

La violenza finale esplode all’improvviso, dopo anni di sopportazione, ed è presentata come un gesto istintivo, simile a quello con cui si sgozza un capretto. Il paese, con i suoi soprannomi e le sue malignità, fa da coro alla vicenda. Il tema dell’onore offeso lega la novella a Cavalleria rusticana e a Pentolaccia, mentre la solitudine del protagonista richiama quella di Rosso Malpelo.

Passi da ricordare

«Io non ne so nulla. Io sono povero»: la frase che Jeli ripete esprime una diffidenza verso il mondo che è insieme difesa e rassegnazione.

«I cavalli sono fatti per essere venduti»: il ragazzo accetta come una legge naturale che le creature a cui è affezionato gli vengano portate via.

«Non dovevo ucciderlo nemmeno?... Se mi aveva preso la Mara!...»: le ultime parole mostrano che Jeli non vive il suo gesto come una colpa.