Cosa succede
Il Canzoniere, che Petrarca intitolò in latino Rerum vulgarium fragmenta, raccoglie 366 componimenti in volgare: 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali. Petrarca li scrisse, li scelse e li riordinò per quasi quarant’anni, e la successione dei testi costruisce la storia di un’anima. La tradizione divide il libro in due parti, le rime scritte quando Laura era in vita e quelle scritte dopo la sua morte; la seconda comincia con la canzone 264.
Il sonetto proemiale, Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono (1), è scritto dal punto di vista di chi, ormai maturo, guarda con vergogna al proprio «primo giovenile errore» e chiede ai lettori pietà e perdono. Seguono i testi dell’innamoramento: il sonetto 3, Era il giorno ch’al sol si scoloraro, colloca il primo incontro con Laura nel giorno della morte di Cristo, e molto più avanti il sonetto 211 ne indica la data precisa, il 6 aprile 1327.
Nelle rime in vita la donna appare in forme diverse. È la creatura quasi divina del sonetto 90, Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, in cui il suo passo non sembra appartenere a una donna mortale. È il lauro, la pianta sacra ad Apollo che richiama il suo nome e la gloria poetica, come nella sestina 30, Giovene donna sotto un verde lauro. È soprattutto un’immagine della memoria, legata ai luoghi in cui il poeta l’ha vista: nella canzone 126, Chiare, fresche et dolci acque, il ricordo di Laura seduta sotto una pioggia di fiori, vicino a un fiume, trasforma il paesaggio in un luogo di sogno.
L’amore è un’esperienza di contraddizioni. Il sonetto 134, Pace non trovo, et non ò da far guerra, è costruito su una catena di antitesi; il sonetto 35, Solo et pensoso i piú deserti campi, mostra il poeta che cerca la solitudine per nascondere la sua passione, ma non riesce a sfuggire all’amore che lo accompagna ovunque; nel sonetto 189, Passa la nave mia colma d’oblio, la vita diventa una nave nella tempesta, senza più guida. Accanto all’amore cresce il senso di colpa. Nel sonetto 62, Padre del ciel, dopo i perduti giorni, scritto nell’undicesimo anniversario dell’innamoramento, il poeta chiede a Dio di volgerlo a un’altra vita, e nella sestina 142, A la dolce ombra de le belle frondi, dichiara di cercare un altro amore e un’altra strada verso il cielo.
Il libro accoglie anche testi di altro argomento. La canzone 128, Italia mia, benché ’l parlar sia indarno, deplora le guerre combattute in Italia dai signori e dai mercenari stranieri e si chiude con il grido «Pace, pace, pace»; alcuni sonetti, come il 136, Fiamma dal ciel su le tue treccie piova, e il 137, L’avara Babilonia à colmo il sacco, attaccano la corruzione della corte papale di Avignone. Altri testi sono indirizzati ad amici, come Sennuccio del Bene.
La seconda parte si apre con la canzone 264, I’ vo pensando, et nel penser m’assale, un grande esame di coscienza in cui il poeta, diviso tra l’amore per Laura, il desiderio di gloria e il pensiero della morte, riconosce di vedere il bene e di scegliere il male. Poco dopo il sonetto 267, Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo, piange la morte di Laura con una serie di esclamazioni.
Nelle rime in morte il dolore si intreccia con il ricordo e con la speranza. Il sonetto 272, La vita fugge, et non s’arresta una hora, esprime l’angoscia del tempo che passa; il 292, Gli occhi di ch’io parlai sí caldamente, ricorda che la bellezza cantata è ormai polvere; il 310, Zephiro torna, e ’l bel tempo rimena, contrappone la gioia della primavera al lutto del poeta, e il 311, Quel rosignol, che sí soave piagne, trova nel canto dell’usignolo un compagno di pianto. Laura, però, torna a visitare il poeta in sogno e lo invita a guardare al cielo, come nel sonetto 302, Levommi il mio penser in parte ov’era, e nella canzone 359, Quando il soave mio fido conforto. Nella canzone 360, Quel’antiquo mio dolce empio signore, Amore e il poeta si accusano a vicenda davanti alla Ragione.
Il libro si chiude con il pentimento. Nel sonetto 364, Tenemmi Amor anni ventuno ardendo, il poeta conta ventun anni di amore in vita e dieci di pianto dopo la morte di Laura; nel 365, I’ vo piangendo i miei passati tempi, si rivolge a Dio chiedendo di morire in pace; la canzone finale, Vergine bella, che di sol vestita (366), è una lunga preghiera alla Madonna, a cui il poeta affida la propria anima.
Perché è importante
Petrarca trasforma una serie di “frammenti” in un libro. Ogni testo vive da solo, ma l’ordine della raccolta crea rimandi, anniversari, riprese di parole e di immagini, e disegna il percorso di un io che si osserva continuamente. La vicenda esterna è ridotta al minimo: contano gli stati d’animo, il ricordo, l’esame di sé. Laura stessa resta una figura sfuggente, donna reale e insieme simbolo, legata per mezzo di giochi di parole al lauro della poesia, all’aura, all’oro dei capelli.
Il tema profondo del libro è il conflitto tra l’amore terreno e l’aspirazione a Dio, tra il desiderio di gloria e la coscienza della fragilità di tutte le cose. Petrarca non risolve questo conflitto in una conversione definitiva, come fa Dante con Beatrice, ma lo analizza in tutte le sue sfumature. A questa inquietudine corrisponde una forma di grande equilibrio: un lessico scelto e limitato, una sintassi armoniosa, un gusto per le simmetrie e le antitesi, una musica del verso studiata in ogni dettaglio.
Composto e riveduto tra il 1336 e il 1374, il Canzoniere fu scritto da un intellettuale che affidava la propria fama soprattutto alle opere latine, eppure fu proprio questo libro in volgare a garantirgli la gloria più duratura. Nel Cinquecento Pietro Bembo lo indicò come modello della poesia italiana, e la sua lingua, le sue forme e i suoi temi furono imitati in tutta Europa dal petrarchismo.
Passi da ricordare
«Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono / di quei sospiri ond’io nudriva ’l core» (sonetto 1, vv. 1-2): il sonetto proemiale presenta le poesie come “rime sparse”, frammenti di una vita interiore raccolti in un libro.
«Era il giorno ch’al sol si scoloraro / per la pietà del suo factore i rai» (sonetto 3, vv. 1-2): il poeta colloca l’innamoramento nel Venerdì santo, quando il sole si oscurò per la morte di Cristo.
«Pace non trovo, et non ò da far guerra; / e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio» (sonetto 134, vv. 1-2): le antitesi descrivono la condizione contraddittoria dell’innamorato.
«et veggio ’l meglio, et al peggior m’appiglio» (canzone 264, v. 136): nell’ultimo verso della canzone che apre la seconda parte, il poeta riconosce di scegliere il male pur conoscendo il bene.
«La vita fugge, et non s’arresta una hora, / et la morte vien dietro a gran giornate» (sonetto 272, vv. 1-2): dopo la morte di Laura il tempo diventa una corsa verso la fine.